KEITH WHEELER. IL VIALE DELLA SERENITA'. VIALE DELLA SERENITA: I SUOI ABITANTI. DAVID BRONSON, gioielliere di New York, in disaccordo con i vicini e deciso a cambiar casa. JOHN AINSLIE OUTERBRIDGE, awocato di grandi società, repubblicano con- servatore, pilastro della Chiesa Congregazionale; e la rnoglie Estelle, donna d'aspetto insignificante. PETER YALE, irascibile commentatore "progressista" della radio e della televisione; la moglie Annabelle e i figli. GORDOì~l DRAPER, giovane commerciante d'automobili, dominato dal pa- drericco appaltatore; la bella moglie Shirley e i loro bambini. DOTTOR WOLFF ABRAMneurologo presso l Ospedale Monte Sinai, grande clinica di New York, fuggito da Vienna nel 1938; la moglie e il figlio, Benjy. STEVEN CAVANIDIS, figlio d'un pescatore greco e ora autorevole dirigente sindacale; con Nicholas e Angela, i figli avuti dal primo matrimonio, e la seconda moglie, la seducente Cyd, ex ballerina del varietà. SOLO~fON WE1552~1AN e la moglie, Rachel: la coppia piú anziana che abiti nel Viale. Weissman è un agente di cambio a riposo e appassionato coltiva- tore di rose. La figlia, Lana, è una vivace ragazzina di diciotto anni. PAUL CUSACKambizioso consulente finanziario; con la moglie Laura, donna magra e sprezzante, e il figlio Paulie, un ragazzaccio prepotente. JEROME KELLYgiovane dentista, e la moglie Claire. Hanno sei figli, e vorrebbero trasferirsi in una casa piú grande nel Connecticut. ZACHARIAH GOLDavvocato di umili origini. Ha una moglie mite e graziosa, Beth, e due bambini, Ruth e Jerry. fATT ed ELLEN JONES. Giovane e abile pubblicitario che lavora all'agenzia Macmillan Associates, Matt è il pupillo del proprietario, Grant Macmil- lan, che conta d'avviarlo ad a]ti incarichi. I Jones hanno un figlio, Bill. UANDO Matt Jones entrò nel soggiorno dei Weissman, c'era già molta gente: gran parte degli uomini che abita- vano nel Viale della Serenità e alcune donne. Solomon | Weissman, il viso olivastro sotto un'aureola di capelli candidi, osservava sorridendo i suoi vicini di casa. « Se non sapete perché siete qui, vuol dire che non avete tenu- to gli occhi aperti » esordí. « Comunque, visto che la cosa ci riguar- da tutti, abbiamo pensato che fosse meglio riunirci, cosí ognuno di noi sarà al corrente di quello che accade e potremo decidere che cosa fare... se pure ci sarà da fare qualcosa... » IL VIALE della Serenità era un minuscolo quartiere d'abitazione della Contea di Westchester, nello Stato di New York. Le undici ville di cui era composto, senza pretese ma ben costruite, ciascuna circondata da circa mezzo ettaro di terreno, s'allineavano lungo una strada a forma di esse. La parte superiore della esse descriveva un cerchio completo, racchiudendo un giardino e una piscina di uso collettivo Tra i ricchi proprietari delle lussuose ville circostanti, alcuni si erano preoccupati di chi sarebbe venuto ad abitare in quelle villette. « Non sono brutte, lo riconosco » aveva detto una volta Grant Macmillan, capo della Macmillan Associates, I'agenzia di pubblicità in cui lavorava Matt Jones. L'aveva detto mentre presie- deva una riunione dei soci del Grassy Tor Country Club, un cir- colo non lontano dal Viale della Serenità. « Ma sono in vendita a non piú di trentaduemilacinquecento dollari e, in questi tempi di boom, possono capitare in mano a chiunque, a quel prezzo. » Il comitato inviato dal Circolo, però, non era riuscito a convin- cere l'impresa edile del Viale della Serenità ad adottare qual- che misura restrittiva capace di tenere alto il livello sociale della zona contigua al Circolo. Perciò, a poco a poco, nel Viale erano venute a stabilirsi famiglie di varie condizioni sociali, che non ave- vano nulla in comune, se non il desiderio di vivere in campagna, la speranza che, all'aria aperta, i figli crescessero piú sani, e la capa- cità- per alcuni conseguita con un sacrificio ragguardevole - di pagare un anticipo di diecimila dollari. Sebbene le donne avessero creato un "parco macchine" (cioè aves- sero messo assieme le rispettive automobili per adoperarne una a turno per accompagnare i ragazzi a scuola), sebbene la piscina fosse diventata un luogo di ritrovo, e sebbene ogni abitante andasse estre- mamente fiero della propria fetta del Viale della Serenità, amici- zie intime non se ne erano mai formate. C'erano stati, sí, dei cocktails e una serie continua di festicciole per compleanni dei bambini (Jerome Kelly chiamava il Viale "La Strada della Fecondità"), ma nulla di plU. TUTTAVIA, anche se tra gli abitanti del Viale non c'era un vero affiatamento, la capacità di far lega contro un pericolo comune esisteva, come Matt Jones non tardò a capire nella riunione in casa Weissman. Dopo le sue osservazioni preliminari, Weissman si rivolse a John Ainslie Outerbridge. « Continui lei, John Ainslie. E lei che si è occupato delle indagini. » L'avvocato contrasse la boccuccia e si guardò intorno, soppe- sando le parole con cui esordire. « Una settimana fa, le voci che sono corse su Bronson potevano essere soltanto pettegolezzi. Come sapete, Bronson aveva cercato di vendere la sua casa fin da quando gli avevano costruito la rampa dell'autostrada dietro il giardino, ma non c'era mai riuscito. Questa volta, però, ho creduto che valesse la pena di controllarle, queste voci. Ho fatto indagini e ora mi trovo nella spiacevole necessità d'in- formarvi che Bronson è in trattative con un agente di White Plains specializzato nel procurare proprietà immobiliari a clienti negri. E ho saputo da fonti attendibili che l'agente ha fatto un'offerta a Bronson per conto di un negro... e che Bronson la sta considerando molto seriamente. » Il silenzio trasecolato che seguí, fu rotto dalla voce stridula e indi- gnata di Laura Cusack: « Voglio vedere se ne avrà il coraggiol » « Ho interpellato alcuni dei mediatori piú seri del Westchester » riprese Outerbridge, senza badarle, « e posso dirvi che corriamo tutti il rischio di. subire una grossa perdita, se Bronson andrà avanti. Ad essere ottimisti, ci rimetteremo in media tra gli otto e i dieci- mila dollari. Ma c'è un fatto, ancora piú grave. A puro titolo d'espe- rimento, per saggiare le possibili conseguenze della faccenda Bron- son, ho offerto di mettere in vendita la mia proprietà all'agente di Chappaqua che a suo tempo ne curò l'acquisto per mio conto. Eb- bene, devo dire che è stato molto cortese, ma ha risposto che non intende trattare la vendita, in nessun modo, finché la questione Bronson non sarà sistemata. « E c'è un altro fatto ancora, che non è certo di poco conto » continuò. « Se Bronson dovesse condurre a termine questo... questo progetto, per noi sarà senz'altro l'avvento di un vero e proprio re- gno del terrore. I mediatori per bene non vorranno aver niente a che fare con noi, e quelli poco raccomandabili, invece, ci piomberanno addosso come avvoltoi. » « In altre parole, qualcuno di noi riceverà un'offerta da quattro soldi per essere il prossimo a vendere la propria casa a un negro? » La domanda fu pronunciata da Steve Cavanidis, il dirigente sinda- cale, uomo duro e corrucciato, sempre attento dietro la sua maschera d'indifferenza. « Tipico. E la tecnica che i cosiddetti blockbusters (*) seguono per sfondare il muro della discriminazione razziale » aggiunse. « Precisamente. » Lo sguardo di Outerbridge tornò a passare dall'uno all'altro, carico di ammonimento. « Spero che nessuno, qui, abbia bisogno di essere avvisato del pericolo che comporterebbe il farsi prendere dal panico. Ci salveremmo al massimo in uno o due, se ci precipitassimo a vendere. » Matt si guardò attorno, cercando di leggere il pensiero dei suoi vicini. Che cosa avevano nell'animo ? Zack Gold, massiccio e so- lenne, parlava poco, ma non perdeva una parola. Gordon Draper sembrava sbigottito, e la graziosa Shirley Draper era incapace, come sempre, di pensare a qualcosa di piú importante di una liquida- zione ai grandi magazzini. Jerome Kelly, evidentemente, stava cer- cando di adattarsi all'idea di quel guaio inaspettato; d'altra parte, diavolo, con sei figli, Jerome era sempre alle prese con qualche nuovo guaio, probabilmente non piú inaspettato dei figli che arriva- vano cosí, uno dopo l'altro. Steve Cavanidis, con la solita impassibi- lità, osservava tutto e non lasciava trapelare nulla, mentre Cyd, la moglie seducente, l'ex ballerina dai capelli d'un biondo inverosi- mile, sedeva in silenzio, senza manifestare altro fuorché una costante consapevolezza della propria femminilità. Quanto a Matt, era assil- (*) Termine gergale americano per indicare un tipo di mediatore edile il quale opera per disgregare la compattezza razziale o religiosa dei quartieri d'abitazione in cui a tale compattezza si tiene molto. (N. d. R.) lato dal pensiero del fisco, che gli aveva aumentato di nuovo l'impo- nibile sulla sua proprietà, e da quello della banca, che gli chiedeva il rimborso dei trecentocinquanta dollari anticipatigli per il paga- mento delle tasse. Matt posò lo sguardo sul dottor Abram e si domandò - cosa che oziosamente aveva già fatto altre volte - come facesse quel- l'uomo a sopportare, con tanta calma apparente, affanni che sem- bravano sottoporlo a uno sforzo eccessivo per il suo fragile fisico. Il dottor Wolff Abram, ora neurologo all'Ospedale Monte Sinai, era fuggito da Vienna nel 1938, al tempo dell'occupazione nazista, e conosceva anche troppo bene l'amaro frutto dei pregiudizi raz- ziali. La voce giovane e un po' condiscendente di Lana Weissman ruppe il silenzio, denso di preoccupazione, che regnava nella stanza. « Non vedo perché ci si debba agitare tanto. Che cosa hanno di cosí spa- ventoso questi negri? Quand'ero Giovane Esploratrice, avevo delle compagne negre, e ne ho ancora adesso, all'Università. » Solomon guardò la figlia con aria rassegnata. « Tu taci, » le ordinò, pur senza asprezza. « Parla quando sai di che cosa parli... o quando sarai tu a pagare i conti. Se credi che tuo padre possa subire una perdita di diecimila dollari e seguitare a mantenerti al- l'Università Barnard, con negri o senza, ti sbagli di grosso. Qui si tratta di soldi, non di negri. » « Io non posso certo parlare anche a nome suo, signor Weiss- man » intervenne di nuovo Laura Cusack, con quella sua voce irritata e irritante, « ma, per quanto mi riguarda, si tratta invece proprio di negri. Glielo dico fin d'ora, chiaro e tondo: quelli, io qui non ce li voglio. » Laura Cusack, pensò Matt, era per tre quarti delle volte sq1lilibrata e per l'altro quarto semplicemente perfida. « Ma... » interloquí una voce timida, atona e, dato che era quella di Estelle Outerbridge, del tutto inattesa « ma che diritto abbiamo noi d'immischiarci negli affari di Bronson... o di stabilire chi debba o non debba abitare qui? » Matt notò l'immediato cipiglio dietro gli occhiali di Outerbridge, che si volsero imperiosi verso la moglie; ma Sol Weissman inter- venne subito: « Sentite, non vi pare che si stia mettendo il carro da- vanti ai buoi? Prima di ogni altra cosa, non sarebbe meglio appu- rare con certezza quali siano le intenzioni di Bronson? Se volete, io sono disposto a parlargli; solo, vorrei che qualcun altro venisse con me. Vogliamo formare un comitato? » Fu Steven Cavanidis a prendere la parola. « Io proporrei che fossero Zack Gold o Matt Jones ad accompagnare Sol da Bronson. Sono tutti e due suoi vicini di casa, e poi hanno un altro punto a loro vantaggio. » Sorrise con affabilità. « Non si scaldano facilmente come capita a qualcuno di noi, » dichiarò. Gold esitò, poi disse con evidente riluttanza: « Se nessuno ha niente in contrario, preferirei non andare ». Si volse a Matt e, con tono di rammarico e di scusa aggiunse: « Ti dispiace andarci tu, Matt ? ». Sí, mi dispiace, pensò Matt. C'era qualcosa di sgradevole in tutta quella faccenda. « Va bene » rispose a malincuore. « Non credo che il mio inter- vento servirà a molto, ma se proprio lo volete, farò compagnia a Sol. » QUALCHE GIORNO prima, una Jaguar rossa spider, aveva imboc- cato l'autostrada e si era diretta come un razzo verso sud, in dire- zione di New York. Pochi secondi dopo, I'auto aveva smesso di gio- care a rimpiattino col limite massimo di velocità consentito, e, fi- lando a tutto gas, dimostrava d'infischiarsi d'ogni norma del codice stradale. «Stai cercando di buscarti un'altra multa, tesoro?» Quasi dispersa dal vento impetuoso che investiva l'auto scoperta, la voce della donna seduta accanto al guidatore aveva tradito af- fetto misto a esasperazione. « Tengo gli occhi aperti » aveva risposto l'uomo. « Fidati di papà. » « A forza di fidarmi, un giorno o l'altro finiremo in prigione. » « Ho promesso alla baby-sitter che saremmo tornati per le cin- que. Ce la faremo, » disse l'uomo, alzando la voce per farsi sentire. Poi tacque, dedicandosi completamente, con passione e con gioia, alla guida. A quell'andatura, era soltanto l'auto da attirare gli sguardi, ma, se fosse stata ferma, tutti avrebbero notato per prima la donna. Il viso, nella cornice dei lucidi capelli corvini scompigliati dal vento, era straordinariamente bello. Le labbra tumide e sensuali sembravano a tutta prima, insieme con i grandi occhi splendenti, il tratto do- minante del viso. Però, c'era dell'altro. In oltre dodici anni, I'uomo che le sedeva a fianco l'aveva ritratta almeno un centinaio di volte e, immancabilmente, aveva scoperto qualcosa di nuovo nella sua vivida bellezza. Anche l'uomo meritava d'esser guardato. Il volto, dagli occhi ben separati agli zigomi alti e alla bocca espressiva e arrogante, era tutto istinto e vitalità. Aveva un'aria spavalda, che portava con ele- ganza, quasi fosse un vestito: un'audacia felina e tenuta a freno, ma sempre pronta a divampare, trasformandosi in temerarietà. Erano due creature d'una bellezza piena di vitalità. E tutti e due erano negri. Lontano, davanti a loro, un riflesso di sole su qualcosa di metallico destò nel guidatore il sospetto che potesse trattarsi di una macchina della polizia stradale. Il tachimetro della Jaguar scese gradualmente da 160 a 150, a 140, a 120, a loo, fino a stabilirsi tranquillo sugli 80 consentiti dalla legge. L'uomo al volante si voltò a guardare la donna con aria compiaciuta e indagatrice. « T'è piaciuta la casa, Margo? » « Perché me lo domandi? Sai bene che m'è piaciuta. Anche la luna nel pozzo mi piacerebbe, e ho circa le stesse probabilità d'a- verla. » Lamar Winter rise di cuore. « La casa l'avrai, tesoro. » « Anche l'altra volta credevamo d'averla. A Long Island, ti ri- cordi ? » Una collera sorda e improvvisa incupí l'espressione di lui. « Lo so. Ma non ci sarà il bis dell'altra volta. Davanti all'inevitabile mi arrendo, ma solo davanti all'inevitabile. E stavolta nessuno mi met- terà i bastoni fra le ruote. » Orgoglio e poi timore apparvero sul volto della donna, men- tre osservava il marito. « Tu non cedi mai. » Era soltanto l'espres- sione d'un convincimento. « E una cosa che mi spaventa. Mica si può aver sempre tutto quello che si vuole. » Lui le sorrise: un'ondata di affetto aveva disperso la collera. « Per me è diverso. Non dimenticarlo. Ho avuto te: tutto il resto è facile. » La donna non replicò. Combattuta tra l'orgoglio e la paura, si domandò ancora una volta, come le accadeva sovente, perché fosse la collera, piú d'ogni altra cosa, a dar nutrimento e vigore a quell'uo- mo. Sapeva bene come altri della loro razza o si lasciassero annien- tare dalle circostanze o imparassero ad adattarsi, pur senza piegarsi necessariamente all'umiliazione. Ma Lamar Winter, no; lui non scendeva a compromessi, lui non si lasciava annientare. Margo era fiera di lui, e tuttavia aveva paura. Lo avrebbe seguito in capo al mondo, ma con timore; lei si sarebbe accontentata di meno e si sa- rebbe sentita piú sicura. « Gli ho fatto un'offerta, mentre te ne stavi a sognare a occhi aperti davanti alla finestra. Scommetto un'altra pelliccia di visione che accetterà. E il piccioncino che va bene per noi. L'unico tipo che può esserci utile. » « Vuoi dire che è di idee liberali ? Non mi era sembrato. » Lamar Winter si mise a ridere. « No, tesoro. Quel Bronson è d'idee liberali quanto uno del Ku Klux Klan. Ma può esserci ancora piú utile che se fosse liberale. Ha un bisogno pauroso di quattrini: tutti quelli che hanno visto la sua casa, finora, hanno detto che è troppo rumorosa per via dell'autostrada. E poi, ce l'ha talmente con i suoi vicini da infischiarsene altamente delle loro idee. Gli hanno costruito il raccordo d'accesso all'autostrada a ridosso del giardino, mentre, secondo il piano originale, avrebbe dovuto passare dietro a quello di un certo Outerbridge, e ora è convinto che siano stati i vi- cini a sacrificarlo. » « Ma dovremo pur vivere anche noi con i suoi vicini. Ce lo per- metteranno ? » « All'inferno i vicini, » replicò lui, con tono duro e categorico, che non ammetteva discussioni. « Ma i loro bambini? E Tod? » Winter le prese una mano con dolcezza e l'espressione gli si fece meno dura. « Senti, Margo, devi renderti conto d'una cosa. Per te e per me, quella casa è un lusso; potremmo benissimo farne a meno. Ma per Tod è una necessità. Io sono cresciuto nel quartiere negro di Chicago. Sai bene che cosa voglia dire. Un figlio mio non deve crescere a Harlem... specialmente Tod. Non ha la scorza suffi- cientemente dura. » S'aggrondò in viso, manifestando una delusione tormentosa. « Lamar, quella gente non se ne starà con le mani in mano. Potrebbero renderci la vita difficile... soprattutto a Tod. » « Senti, tesoro, i vicini non devono far altro che-lasciarci in pace. Non chiedo altro, ma sono pronto a tutto pur di ottenerlo. » Margo sospirò. « Spero che tu abbia ragione. Quanto gli hai offerto ? » « Quello che ha chiesto. Trentaseimila cucuzze. » « Mi sembra un'enormità. Li vale? » « Nemmeno per sogno. Per un bianco, quella casa varrebbe, a dir poco, quattromila dollari di meno. Bronson è un ladro, ma pro- prio per questo fa al caso mio. » Lei scosse il capo. « Non so che farci, ma sembra pericoloso. Magari non fosse cosí! Non è lí che abita quel tale con cui lavori? Quello dell'agenzia di pubblicità? » Winter le sorrise. « Sicuro, è proprio dove abita Matt. E non nelle vicinanze, ma proprio nella casa accanto. Non è neanche una coinci- denza. Avevo detto a Fox, a quel mediatore, di trovarmi una casa da quelle parti. E io stesso sono andato a curiosare, perché sapevo che Matt abitava nei dintorni. » « Oh, Lamar ! Ti sembra giusto combinargli un tiro simile ? » Margo aggrottò ]a fronte. « E poi c'è un'altra cosa: quel Fox non mi piace. E proprio necessario metterci nelle mani di un mediatore bianco ? » « Non piace nemmeno a me, » ammise Winter. « E un tipo vi- scido. Ma non arriveremo mai in porto - neanche con uno come Bronson - senza un bianco che tratti per noi. Matt non ne avrà danno, o, per lo meno, non dovrebbe averne. » « E se invece ne avesse? Tu mi capisci, no? Come credi che la prenderebbe... un tuo cliente, uno con il quale lavori ? » Winter esitò un momento. « Ci ho pensato. Non credere che non l'abbia fatto. Per quanto riguarda il cliente, non ha molta importanza. Se Matt e l'Agenzia Macmillan smettessero di darmi lavoro, ne troverei da altri. Ma c'è l'altro aspetto della faccenda e su quello, credi pure, ci ho riflettuto molto. Ci sono due buone ra- gioni per non dire niente a Matt. La prima è che dove abito o come spendo i miei soldi non lo riguarda. » « Ma dove abita lui, lo riguarda sí. » « Eh, sta appunto qui l'altro aspetto della faccenda. La verità è che Matt mi è simpatico, e quindi non posso metterlo in un pastic- cio del genere. Capisci, se glielo dico, deve prendere posizione. Non può rimanere neutrale. E se prendesse le nostre parti, lo metterei nei guai con i vicini. » « Ma se si schierasse contro di noi ? » A questo punto, Winter si fece molto serio, addirittura solenne. «Te l'ho già detto, tesoro: Matt m'è simpatico - non sono molti i bianchi di cui posso dire lo stesso- e, volente o nolente, tengo mol- tissimo alla sua amicizia. » Tacque per un attimo. « La verità è che non me la sento di metterlo alle strette. Se mi si voltasse contro, una volta messo alle strette - e so bene che ci si sentirebbe in ma- niera spaventosa - addio, finirei con l'odiarlo a morte. » « Ma verrà a saperlo lo stesso, alla lunga. » « Sta appunto qui la differenza. Alla lunga. Ma finché non lo sa, non è una questione personale. Capisci? Non si tratta d'una cosa tra me e lui. » LA MATTINA dopo la riunione in casa Weissman, Matt, vesti- to sobriamente da città, aspettava l'autobus alla fermata sotto il cavalcavia dell'autostrada. Aveva scoperto che Bronson sarebbe ri- masto assente fino alla domenica, e quindi avevano un po' di respiro. Era una mattina grigia, con l'aria che minacciava pioggia. Matt tuttavia sperava che il tempo reggesse fino all'ora del suo appunta- mento con Thurston Young, alle undici e mezzo. Presentare La- mar Winter al proprietario della Glamour-Glow, la fabbrica di cosmetici, poteva rivelarsi una faccenda tutt'altro che semplice. Cer- to, con un po' di fortuna, non era da escludere che magari andasse tutto liscio (in fin dei conti, Young conosceva già il lavoro di Win- ter, e praticamente era stato lui a chiederlo), però non conosceva il pittore personalmente, e nel presentare Lamar Winter a un cliente probabile c'era sempre, sulle prime, quel momento scabroso. Né Winter faceva mai alcuno sforzo per renderlo piú facile. Matt ripassò mentalmente quel che sapeva sul conto di Thur- ston Young. Nel suo ambiente, si diceva che fosse un autocrate, un accentratore competentissimo nel proprio campo di attività e che non delegava mai a nessuno le decisioni da prendere. Gla- mour-Glow era un nome che reggeva il confronto con quello di Chanel: nell'industria americana dei cosmetici non ce n'era un altro che lo superasse. Uomo tutt'altro che manovrabile, quel Young; e apriti cielo, poi, se appena gli lasciavi capire che cercavi di mano- vrarlo. Proprio per questo la Simmons & Quinn l'aveva perso come cliente; e, si disse Matt, la Macmillan avrebbe potuto perderlo per la stessa ragione. MATT era ancora intento a leggere la posta, quando Grant Mac- millan gli fece telefonare dalla segretaria per dirgli che voleva par- largli. Affabile, gioviale, con quella bonomia che, come Matt ben sapeva, nascondeva una sostanziale spietatezza, Macmillan alzò gli occhi e sorrise, quando Matt varcò la soglia. « Devo congratularmi con lei per aver catturato la Glamour-Glow. Va da Young stamat- tina ? » « Sí. Guardi, però, che la cattura non è ancora un fatto vera- mente compiuto » ribatté Matt, « e se anche lo fosse, non sarà facile mantenerlo tale. » « Lei ci riuscira. » « Lo spero. Dicono che Young sia il terrore di tutti. » « Sí, ma è anche una fonte di prestigio. La Glamour-Glow non sarà il nostro cliente piú grosso, anche se non è certo un'organizza- zione da niente, ma è un cliente di prima qualità. Lo sanno tutti che non è facile tenerla legata, e l'agenzia che riesce a catturarla e a tenersela merita una medaglia in fatto di diplomazia nei confronti di tutta la pubblicità. » « Farò il possibile e l'impossibile, » dichiarò Matt. « La pre- sentazione è pronta con tanto di sottinteso che l'idea originale è stata di Young... il che, del resto, non è del tutto falso. E un uomo che sa molto bene quello che vuole. Ho telefonato a Winter. Ci tro- veremo da Young. Viene con una serie di schizzi e un bozzetto già finito. » Macmillan aggrottò la fronte. « E questo che mi convince poco. Lei è certo che il bozzettista debba essere proprio Winter? » « Non vedo il modo d'evitarlo. E. stato Young a parlare di lui. Se non glielo porto, crederà che non sono stato capace di agganciarlo. » « Non ha mai pensato che, forse, tutto filerebbe piú liscio se Young e Winter non si conoscessero affatto? » « Certo, che ci ho pensato. Ma non credo che Young ci sta- rebbe. Vuol avere contatti personali. E nemmeno Winter accet- terebbe di rimanere nell'ombra. Gli piace essere in prima fila, insieme col principale. » Macmillan sospirò. « Forse ha ragione lei. Ma due carogne in- sieme, nello stesso affare, mi sembrano un po' troppe. » Matt provò un disagio che aveva provato già altre volte, nel sen- tire Macmillan usare quell'epiteto. Però, riferito contemporanea- mente a Young e a Winter, assumeva due significati leggermente diversi. D'accordo: Winter era un po' troppo sicuro di sé, e, a volte, diventava anche un piantagrane; se l'ostilità di Macmillan fosse stata dettata soltanto da questo, sarebbe stata comprensibile. Matt, però, sentiva che c'era qualcosa di piú profondo nell'awersione da parte di Macmillan. Dentro di sé - sospettava Matt - Macmillan si sentiva offeso nel suo senso dell'ordine tradizionale dal fatto che un negro avesse, primo, un simile talento e, secondo, tanta arroganza nell'af- fermarlo. A Matt per primo, del resto, ogni tanto veniva voglia di dare al pittore un bel pugno nello stomaco. D'altra parte, dato che ogni rapporto umano è un groviglio troppo complesso per essere chiarito in ogni particolare, anche questo impulso poteva spiegare in parte il suo sincero affetto per Winter come uomo. IL TEMPO resse, e il tassí depositò Matt davanti all'ingresso discreto e signorile d'un palazzo nella parte alta della Quinta Strada, prima che Winter arrivasse, proprio come Matt aveva previsto Stava aspet- tando davanti al portone, quando un altro tassí si accostò al marcia- piedi e il pittore ne scese con quel modo di fare agile e armonioso che lo distingueva tra mille; aveva con sé un'ingombrante cartella e la portava con la disinvoltura con la quale si porta un bastone da passeggio. I due entrarono insieme nella sala arredata con lusso e con sobrie- tà: la faccia che Glamour-Glow mostrava al mondo. La segretaria fece loro un cenno e Matt, entrando nell'ufficio di Young seguito da Winter, sentí a un tratto d'avere le mani umide di sudore. Se le asciugò, indispettito con se stesso. Al loro ingresso, un uomo pie- colo e ealvo si alzò da dietro una larga scrivania. « Signor Young, le presento Lamar Winter » disse Matt, fa- cendoglisi incontro. Era pronto a cogliere il minimo segno, cercando di leggere dietro il luccichio degli occhiali a molla di Young. Ma non vi lesse nulla, nessun segno di sorpresa o risentimento. « Piacere, signor Winter. » Il tono era asciutto, preciso, non aveva inflessioni né implicava riserve, né - quel che sarebbe stato peggio - ~ì eccessiva cordialità. Young accennò loro di sedersi e tornò dietro il ~:lucido piano della scrivania. « Credo che sappiate già quello che intendo fare? » La frase era formulata come una domanda, ma Matt intuí che Young non in- tendeva che sonasse come tale. « Penso di sí » rispose Matt prudentemente, tastando il terreno. « Bisogna puntare, se ho ben capito il suo concetto, sull'eleganza. » « Sí, è l'essenziale » confermò Young asciutto. « Stile Cadillac. Snob al cento per cento. » « Non so quanto lei sia disposto a spendere per il mio lavoro... Se lei, s'intende, pensa che io sia la persona che fa al suo caso, » replicò Winter. « Ma ho in mente qualcosa che vorrei tentare, qualcosa che ho già sperimentato a sufficienza per sapere che an- drebbe bene alla televisione. Potrei animare i disegni... una specie di Topolino, ma a un livello tecnico molto piú alto. L'awerto, però, che costerebbe un occhio della testa. » « Davvero? » Un barlume d'interesse illuminò il volto impassi- bile. « E quanto costerebbe un occhio della testa? » « Parecchio. Anche se affidassi ad altri il lavoro grosso - i movi- menti dei tessuti e le altre cose del genere - costerebbe forse quattro volte piú del normale. » « Penso che lei sia piuttosto caro... a qualsiasi livello. » « Piuttosto. » Il pronto sorriso del negro fu come un improwiso raggio di sole. « Bene. » Young s'interruppe, riflettendo, col viso impassibile. « Potrei provare. S'intende... se i suoi disegni mi piacciono. Posso vederli ? » Matt osservava, attento, interessato, mentre Winter si alzava e faceva scorrere la cerniera lampo della cartella. « Questo è l'unico che ho finito » disse Winter, tirando fuori un dipinto montato su telaio e staccando i pezzi di carta gommata che fissavano la carta di protezione. Sicuro di sé, senza darsi la pena di far cadere sulla tela la pallida luce di quella giornata grigia, collocò il dipinto davanti a Young. Benché conoscesse bene il quadro, Matt non poté fare a meno di alzarsi per guardarlo di nuovo, per vederlo con gli occhi di Young. C'erano nel dipinto tutta la luminosità, il fulgore che conosceva tan- to bene; la ragazza bionda che li guardava era radiosa, il sorriso appena accennato era palpitante di vita, acceso d'intima gaiezza, soffuso di mistero. « Il vestito ? » Il tono di Young era asciutto. « Dior. E della ragazza. » « E con ciò ? » replicò Young. « Lei deve rendersi conto che questa ragazza rappresenterà la Glamour-Glow. Ci sarà soltanto una ragazza Glamour-Glow, e la sua distinzione dovrà essere impecca- bile, inattaccabile. Non voglio avere a che fare con una sgualdrinella, signor Winter. Nemmeno con una bellissima sgualdrinella. » « Non è una sgualdrina, signor Young » intervenne Matt. « Si chiama Alice Collins ed è laureata all'Università Barnard. La sua famiglia possiede una grande piantagione di canna da zucchero alle Hawai. E gente che abita laggiú dai tempi del capitano Cook, all'incirca. » Young rimase a osservare il quadro, con il viso magro imperscru- tabile. Infine disse: « Non metto in dubbio tutti questi particolari, signor Jones. Ma sono curioso. Come mai una ragazza di quella classe posa per un quadro pubblicitario? » Ci siamo, pensò Matt con terrore. Udí Winter strascicare voluta- mente le parole, con chiara intenzione provocatoria. « Se lei in- tende domandare perché posa per un negro, signor Young, sarò felice di dirglielo. Posa per me, perché sa che io sono un buon pit- tore. » Young si alzò lentamente, con un gesto calcolato e, con sguardo inespressivo, esaminò il viso scuro e sarcastico che aveva di fronte. « Questo l'ha detto lei, signor Winter, non io. Voglio sapere tutto, circa questa ragazza. Non ho intenzione di investire parecchie centinaia di migliaia di dollari in una persona di cui non so niente. Ma la prego di credere » - il tono di voce era spassionato - « che non m'importa minimamente se lei sia un negro piuttosto che un pescatore finlandese. E un'altra cosa: anch'io so che lei è un buon pittore. » Young prese il quadro e girò intorno alla scrivania. Poi, lo porse a Winter con un breve gesto di congedo. « Non intendo prendere una decisione in base a questo solo di- pinto. Conto di rivedervi entrambi, e con la frequenza che riterrò necessaria, man mano che traccerete un programma. » Abbozzò un sorriso senza calore. « Ho l'impressione che, forse, potrete darmi quel che desidero. » Matt e Winter dovettero passare da un impiegato all'altro per con- cordare i termini degli impegni che li avrebbero legati a Young, e, infine, uscirono alla luce del giorno che, sebbene si mantenesse grigio e coperto, ora appariva loro addirittura radioso. « Si direbbe che ce l'abbiamo fatta, » commentò Winter, mentre aspettavano un tassí. « E mancato poco che tu non mandassi tutto a farsi benedire, » rispose Matt di malumore. « Possibile che tu debba essere sempre tanto permaloso ? Stai perdendo il senso della misura. » Winter gli sorrise. « Sí, padrone. Come vuoi tu, padrone. » Tutto a un tratto parve mortificato. « Non arrabbiarti, Matt. So di avere un caratteraccio e, certe volte, me ne rammarico Ma non ti mette- rei mai nei pasticci, lo sai. Non stuzzico mai nessuno, a meno che lo giudichi tanto grosso da poter sopportare d'essere stuzzicato. E quello è grosso sul serio. » « D'accordo, Lamar. Ma non esagerare, mio caro ragazzo di Harlem. Un giorno o l'altro potresti sbagliarti, e quel giorno spero proprio di non essere presente. » NEL POMERIGGIo, la segretaria di Matt gli annunziò al telefono che Outerbridge era in linea. « Ho assunto un giovanotto per la piscina » annunziò Outer- bridge. « Benone. Chi è ? » « Un ottimo ragazzo. Studia a Princeton. Fa parte della squadra di nuoto dell'Università. » Ci avrei giurato, pensò Matt. « Quando verrà ?. » « Arriva venerdí sera e siamo già d'accordo che verrà a stare da me. Nelle ore libere, mi terrà in ordine il giardino per pagarsi il vitto e l'alloggio. A proposito, si chiama Mark Cotten. » Il sabato mattina, Matt fece la conoscenza di Mark Cotten: un giovane atletico di singolare bellezza, con i capelli tagliati a spazzola e gli occhi un po' assonnati. Il giovanotto e Matt, seguiti da un coclazzo d'una dozzina di ragazzini del Viale, che non sta- vano piú nella pelle, passarono la giornata a vuotare la piscina, a ripulirla dalle foglie morte che si erano accumulate durante l'in- verno e a montare il trampolino. L'acqua aveva appena cominciato a scorrere attraverso il filtro, quando Bill Jones, Jerry Gold e Benjy Abram arrivarono al gran galoppo attraverso le siepi di rododendri che circondavano la pi- scina, già in costume da bagno e chiaramente pronti a entrare in azione. Cotten si volse ai ragazzi con un sorriso che gli scoprí i denti candidi e disse: « Piano, giovanotti ». « E perché ? » protestò Jerry. « Perché non voglio essere subissato da una marea di crampi pro- prio il primo giorno che son qui. Lo sapete che questa acqua è gelida ? » ¨< Uffa, non ce n'importa se è fredda. » Bill guardò il padre con occhi supplichevoli e Matt lesse in quello sguardo un appello a un'autorità superiore a quella di Cotten. Se Mark gliela dà vinta cosí, pensò, lo tratteranno come un cencio tutta l'estate. Prudente- mente, non disse nulla. « A me invece importa. » Il sorriso di Cotten era bonario, ma fermo. « E vi dico che non si faranno bagni per almeno due giorni. . finché l'acqua non si riscalda. » « Ohhhh! » Il coro di protesta fu generale ma, Matt fu lieto di constatare, si trattava di un coro che ammetteva la sconfitta. « Grazie di essere rimasto neutrale, signore » gli disse piú tardi Cotten. « Prego. Devono rendersi conto di chi comanda, qui, » rispose Matt. In complesso, pensava, Cotten pareva abbastanza simpatico, a parte il fatto che seguitava a chiamarlo signore, il che era un modo superfluo di ricordargli la sua età. Ci fu un'altra cosa che gli dette un po' fastidio. Lana Weissman aveva attraversato la strada per guardarli lavorare, e Matt s'accorse che Cotten esaminava la figuretta in calzoncini corti con lo sguardo curioso e calcolatore del giovane maschio a caccia d'awenture. La cosa, forse, avrebbe ri- chiesto un po' di sorveglianza. QUEL sabato sera, Matt faticò a prendere sonno. L'idea del col- loquio che avrebbe avuto l'indomani con David Bronson io assil- lava. Immischiarsi nei fatti altrui era una cosa che gli ripugnava, e nel caso di Bronson, che sembrava sempre aspettarsi qualche tor- to, era come prendere a calci un uomo già a terra. E questo, pen- sava, è ridicolo; semrnai è vero il contrario: siamo noi a terra e Bronson si prepara a sferrarci un calcio. Il colloquio risultò penoso e senza frutto. Bronson alternò, di volta in volta, la cocciutaggine ai piagnistei. Quando Matt e Sol se ne andarono, tutto quel che erano riusciti a ottenere era la ri- luttante proroga di due settimane di tempo per tentare di trovare un altro compratore. « MA, no ! » Da quando conosceva Grant Macmillan, Matt non aveva mai visto un tale stupore su quel viso solitamente compassato. Represse un risolino impulsivo, provocato dal malizioso piacere di vedere sconvolto l'aspetto impassibile di Macmillan. Con una vaga, imper- cettibile, esitazione, Matt aveva appena finito di annunciare al pre- sidente della Macmillan Associates, nonché presidente del circolo Grassy Tor, che il Viale della Serenità e i suoi dintorni, incluso il Grassy Tor Club, erano ormai aperti all'invasione dei negri. 228 SELEZlONE DEL LIBRO « Santo Cielo, » mormorò Macmillan, che aveva ancora l'aria di un uomo colpito da una mazzata. « Che gli prende a quel Bron- son? E diventato matto? » « Forse. Ma, soprattutto, credo che abbia bisogno di quattrini. » Macmillan aveva aggrottato la fronte. « E ebreo? » « Non lo so. Potrebbe anche darsi. Comunque, che importanza ha ? Crede che dovremmo bruciare una croce davanti alla sua casa ? » Gli occhi di Macmillan si fecero piccoli e Matt s'accorse, con un certo disagio, che il suo capo prendeva la notizia molto sul serio. « Se fossi in lei, non la prenderei tanto alla leggiera, Matt, » l'ammoní Macmillan, ancora aggrondato. « Si rende conto quanto questa storia potrà venire a costarle personalmente, se l'affare sarà concluso? Per non parlare del danno che potrà causare a tutta la zona. » « Me l'hanno detto, e devo riconoscere che la cosa si presenta piuttosto preoccupante » rispose Matt, serio. « D'altra parte, non riesco ancora a convincermi che la cosa accadrà veramente. Abbia- mo ancora qualche carta a nostro favore. » «Che cosa vuol dire?» « Due di noi sono andati da Bronson. Lo abbiamo convinto a concederci una quindicina di giorni di tempo per cercargli un compratore per la casa... qualcuno che possiamo garantire sia di razza bianca. » « Non ci resta molto tempo. C'è un agente irnmobiliare o due fra i soci del circolo. Vedrò di parlare con loro. E intanto, mi tenga informato. » « Sí padrone, sissignore, » disse Matt con un sorriso. Ma il sor- riso svaní, quando s'accorse che stava facendo il verso alla sarca- stica caricatura di Lamar Winter. LAMAR WINTER, che fino a quel momento aveva misurato a gran passi il soggiorno-studio di casa sua, dal soffitto molto a]to e dalle pareti bianche, si fermò, con i pugni serrati dietro la schie- na, e fissò con aria cupa il Rouault. Era il migliore di tutti i quadri che aveva ammirato e comprato, anche quando non poteva per- mettersene il lusso. Dopo Margo, sua moglie, i quadri erano ciò che gli procurava piacere e appagamento piú di ogni altra cosa. Winter non sapeva esattamente quali fossero i suoi sentimenti nei riguardi del figlio, Tod. Gli voleva bene, naturalmente, ma Tod era troppo dolce, troppo remissivo, per un ragazzo che un gior- no avrebbe dovuto lottare per i propri diritti. Quando pensava al figlio, a Winter si stringeva il cuore. IL VIALE DELLA SERENIA 229 Margo Winter, smagliante e decorativa in calzoni neri alla pe- scatora e maglione giallo, era seduta sul divano di pelle di zebra che occupava tutta la parete di fronte al Rouault. « Perché non ti calmi? » domandò, aggrottando leggermente la fronte. « Fai male a roderti cosí » « C'è qualcuno che sta menando il can per l'aia, in questo affare. Vorrei sapere chi è, » disse lui d'un tratto, ancora fermo davanti al quadro. « Ma sono passati soltanto quindici giorni, » osservò lei. « Tesoro, non essere ingenua » disse brusco Lamar. « No, c'è qualcosa che non va. Quel mediatore, Fox, a quest'ora avrebbe dovuto farlo decidere. » « Lamar, non c'è bisogno che compriamo quella casa. » Si sta- vano buttando a testa bassa in un mare di pericoli imprevedibili, e Margo aveva un disperato desiderio di sicurezza. « Sarà quasi un sollievo per me, se non ce la daranno » confessò. « Io non voglio provare nessun sollievo, » ribatté Lamar. « Vo- glio la casa, e voglio portarti fuori di qui. E Tod deve assoluta- mente andar via, lo sai. Forse, Bronson pensa che, tenendomi in sospeso, può spillarmi una somma piú forte. E se pensa cosí, forse ha ragione... un poco piú forte, per lo meno. Ma se gli altri sono venuti a saperlo, può darsi che stiano cercando di bloccarlo. Questa è l'eventualità che mi dà da pensare. » « Ma se questi sono i loro sentimenti... come ci tratteranno? » Margo provava ancora il terrore atavico di avventurarsi in un luogo proibito . « Non preoccuparti. Una volta che ci siamo, ci siamo. Non pos- sono toccarci. » « Ma Lamar, come puoi essere tanto sicuro? Ricorda quel che è successo in altri posti. Bombe, picchetti... Potrebbero costringerci ad andar via. » « Non questa gente, tesoro. » Lamar ebbe un ghigno feroce. « Han- no uno svantaggio, nei confronti di località meno signorili; sono bianchi di una certa classe, e hanno l'obbligo di comportarsi da persone civili. » Il tono era sprezzante. « E c'è ancora una cosa, » aggiunse. « Fox ha cercato di convincermi a farmi dare una mano, in questa faccenda, da qualche organizzazione. Gli ho detto d'an- dare al diavolo, ma non mi sorprenderebbe se prendesse lui l'ini- ziativa. » « Perché non lasci che la prenda? Potrebbero far molto per noi. Ora... e dopo. » « Non voglio avere niente a che fare con quei tipi là, lo sai be- ne. » Winter aggrottò la fronte. « Punto primo, non mi piacciono. 230 SELE~IONE DEL LIBRO Secondo, voglio fare le cose a modo mio. Terzo, una volta che ti metti con loro, sei solo uno strumento nelle loro mani. Non sei piú padrone di te stesso. » La voce era di nuovo sprezzante. « Ba- sta che quella brava gente riesca a mettere mano su di te, e non sei piú un uomo; diventi una prova da esibire, un esemplare da la- boratorio per i diritti civili. Forse io scelgo la strada piú difficile, ma darei via l'anima piuttosto che lasciarmi convincere a recitare in una versione speciale della Capanna dello zioom a uso e consumo dei bianchi del Westchester. » SOLOMOM WEISSMAN, piccolo e tondo come uno gnomo, in cal- zoncini e maglietta, trovò Matt nell'autorimessa che, tutto sudato, lavorava alla falciatrice. Era la mattina del sabato e il periodo di grazia accordato a Bronson stava per scadere. « A che stai pensando Sol? » domandò Matt. « A Bronson, beninteso. Siamo arrivati al momento in cui bi- sogna agire... o decidere di non agire. » « Che vorresti fare ? » « Nessuno di noi può agire da solo, in questa faccenda, Mat- thew. » Weissman aveva messo un piede su una ruota della falcia- trice e la faceva girare avanti e indietro, pensoso. « Sarà meglio convocare tutti. Oggi, se è possibile. » « Non riuscirai mai a riunirli tutti, di sabato mattina. Yale starà ancora dormendo, dopo la sua trasmissione della notte; ho visto uscire Cusack, e aveva tutta l'aria di andare a giocare a golf. Non credo che sarà possibile riunirli prima di sera. Allora, verranno tutti, se sanno che c'è davvero qualcosa che bolle in pentola. » « Questa volta, devono esserci tutti. Credi che potremo farli ve- nire da me, diciamo, per le otto? » « Credo di sí. Dividiamoci le telefonate. Io chiamerò quelli che abitano su questo lato della strada. » IL PRATO dei Jones era falciato a metà quando, nel pomeriggio, Matt, madido di sudore e piú che disposto a lasciarsi convincere, cedé alle insistenze del figlio che voleva essere accompagnato in piscina per mostrare al padre le sue prodezze di futuro campione olimpionico. Matt osservò i calzoncini del figlio, cosí grandi che avevano dovuto essere arrotolati intorno alla vita perché non sci- volassero dal pancino magro, e cosí lunghi che gli arrivavano ai ginocchi. « Sembri uno sherpa tibetano. Perché non chiedi alla mamma di comprarti un costume da bagno della tua misura?» « Lei dice che diventerò grande e allora mi andranno bene. » IL VIALE DELLA SERENI~A 231 « Forse, » rispose Matt « ma temo che quando sarai cresciuto a sufficienza per farteli andare bene, il costume non esisterà piú. Tua madre è una donna ammirevole, ma, in fatto d'economia, le sue manie mi lasciano perplesso. » Non potevano vedere la piscina, nascosta dalla siepe di rodo- dendri, ma ancora prima d'arrivare al cancello, udirono il chiasso dei ragazzi. Nel sentire gli ululati dei suoi coetanei, Billy affrettò il passo e, quando varcarono il cancello e la siepe di protezione, partí come un razzo. Matt arrivò sull'orlo della piscina appena in tempo per vedere il figlio lanciarsi in acqua, scalciando e stringen- dosi il naso tra le dita, il viso contratto da un estatico terrore. Matt sorrise. Un po' discosta dall'acqua, tanto da essere fuori portata dagli spruzzi dei ragazzi, Cyd Cavanidis era stesa su un asciugamano rosso. La superficie complessiva del suo bikini bianco non doveva superare di molto quella degli occhiali scuri che le proteggevano gli occhi. Caspita, pensò Matt, quella lí, Steve dovrebbe tenerla chiusa in casa a doppia mandata. Si tuffò, e attraversò la piscina in tutta la sua lunghezza. Poi si issò sull'orlo e rimase a guardare Mark Cotten che cercava di coor- dinare i movimenti d'una bimbetta goffa e grassa che dibatteva energicamente braccia e gambe. Il bel viso del giovane atleta di Princeton accusava noia ed esasperazione, e il suo sguardo segui- tava a volgersi in direzione di Cyd Cavanidis. Infine Cotten prese la bimba per la vita grassoccia e la depose sul bordo della pisciDa. « Per ora basta » le disse, dandole un'ami- chevole sculacciata. Si issò a sua volta sul bordo e si mise a sedere a gambe incrociate accanto a Matt, proprio nel momento in cui un grido dall'altro capo della piscina attirò la loro attenzione. « Ehi, papà! Guarda, guarda, papà! » Era Bill. Con un tuffo al cuore, Matt lo vide dondolarsi sull'orlo del trampolino. Aprí la bocca per mandare un grido d'avvertimento, ma Bill, stringendo il naso fra le dita, si era già buttato giú, quasi seduto, ed era scom- parso con un tonfo pauroso. Matt s'era già alzato, borbottando, quando la testa di Bill spun- tò dall'acqua. Come poteva spiegare a un ragazzino di nove anni che tre aborti lo avevano preceduto e che, ora, i suoi genitori non potevano nemmeno sperare che un altro figlio si aggiungesse a lui? Come si può indurre un bambino alla prudenza per il solo motivo che è figlio unico ? Invece di prendersela con Bill, Matt si volse a Cotten con il volto rabbuiato d'ira. « E tu permetti che Bill faccia di queste co- se? Quell'imbecille poteva rompersi l'osso del collo! » Cotten lo guardò senza scomporsi. « Io permetto che Bill faccia di queste cose? Si sbaglia, signor Jones, io gliele insegno. » « E allora fagliele disimparare. Vuoi che si accoppi, un giorno o l'altro ? » « Come preferisce, signor Jones. Se me lo chiede, proibirò a Bill di salire sul trampolino. Ma la cosa peggiore che può accadere in acqua, a un ragazzo, è la mancanza di fiducia in sé stesso, subito dopo quella d'averne troppa, beninteso. Spero che Bill impari da me ad acquistare la misura di quel che può fare, e a farlo senza paura. » Suo malgrado, Matt fu colpito da quelle parole. Tornò a guar- dare l'acqua e il trampolino, e soffocò l'impulso di gridare qualcosa a Billy, che era già a metà scaletta. Lentamente, si mise a sedere. « Forse hai ragione tu, » disse a Cotten. « Ma, comunque, mi son preso un bello spavento! » Piú tardi, a casa, mentre Matt si rivestiva dopo la doccia, sua moglie Ellen entrò in camera. « Com'è andata, Tarzan? » Sorrise. « Benone... ti porta via la ruggine. » Rise. « Stimolante, quella piscina. C'era Cyd a fare il bagno di sole. » « E lí tutti i giorni, con quella sua foglia di fico » commentò Ellen, acida. « Davvero? Che cosa credi che cerchi... oltre a buscarsi un bel raffreddore stando lí con i polmoni scoperti? » « Guai, naturalmente! » fu l'indignata risposta. NorsRA necessario un barometro per stabilire che si era in atmosfera di alta pressione, pensava Matt, entrando dopo cena nel soggiorno di Solomon Weissman. A questa seconda riunione erano presenti tutti gli uomini e quasi tutte le donne; e l'atmosfera era tesa: lo si leggeva sui visi e la si sentiva nel timbro delle voci. Matt guardò Outerbridge e il dottor Abram, seduto accanto a lui. Come sempre, fu colpito dall'espressione dolente e dallo strano imbarazzo che vedeva sul volto affilato e sensibile del medico. Né Matt poteva evitare di lanciare un'occhiata a Cyd Cavanidis, do- po la scena della piscina. Vestita di rosso, la bionda era adagiata pigramente sul divano, tra la mole scura di Zack Gold e la piccola, scialba figura di Estelle Outerbridge. Anche vestita, pensò Matt, Cyd rappresentava l'essenza stessa della femmina in cerca di preda. Weissman girò lo sguardo vivace e indagatore sul cerchio for- mato dai suoi vicini di casa. « Il tempo è scaduto » esordí senza preamboli. « Questa sera dobbiamo decidere che cosa fare. » « Quello squilibrato di Bronson! Bisognerebbe rinchiuderlo. » La voce di Laura Cusack, come il solito, strideva come una sega. « Non credo che nello statuto ci sia qualche articolo che proi- bisca la vendita d'una casa » osservò Weissman, con calma. Poi continuò: « In questi quindici giorni, ciascuno di noi, secondo l'in- tesa, doveva cercare attentamente tra le proprie conoscenze, nella speranza di trovare un compratore. Credo che, se uno di voi ci fosse riuscito, lo sapremmo già. Se non è cosí, c'è qualcuno che ha qualcosa da riferire? » Paul Cusack si schiarí la gola. « Credevo di poter concludere qualcosa con l'agente che, a suo tempo, mi vendé la casa. La prima volta che gli ho parlato, mi disse che sarebbe stato ben lieto di aiu- tarmi; si sarebbe perfino accontentato d'una provvigione minore, se questo fosse servito a tenere lontano i negri. Ma, quando gli ho telefonato di nuovo, era evasivo e non ho potuto fargli dire nulla di concreto. Dopo d'allora non m'è piú riuscito di parlargli... quan- do telefonavo, la segretaria mi diceva che non c'era. » Nessun altro parlò. Outerbridge si tolse gli occhiali, li pulí con il fazzoletto e se li rimise con cura sul naso. « Come ricorderete, vi avevo già avvisati » disse. « Nessun agente autorizzato vuole, o, potrei dire, osa, immi- schiarsi in questa faccenda. » « Macmillan ha avuto lo stesso risultato, al circolo, » disse Matt conciso. « Siamo intoccabili. » Ecco... finalmente era stato detto. Non avrebbero avuto nessun aiuto dall'esterno; dovevano contare solo su se stessi. Era comin- ciata la paura, notò Matt, e la rabbia; rabbia contro Bronson, ben inteso, ma anche dell'uno contro l'altro, nella loro collettiva im- potenza. « Per caso, qualcun altro ha ricevuto richieste di vendere a un negro? » Era la voce di Peter Yale, il commentatore della radio, una voce sottile. « C'è qualcuno qui, pronto a tagliare la corda? » Il sospiro di Gold fu un brontolio che tradiva l'agitazione del suo proprietario. « Se vuoi saperlo, Peter, io ho avuto un'offerta. O, per lo meno, m'è parsa tale. Ho ricevuto tre telefonate da per- sone che dicevano di essere mediatori e sostenevano d'aver sentito dire ch'io volevo vendere. » Posò lo sguardo aggrondato su Yale. « E, se vuol saperlo, io non taglio la corda. » Cyd Cavanidis si alzò, appoggiandosi con una mano alla gamba di Gold per un secondo piú del necessario. Sbadigliò, e quando alzò le braccia, il seno le si sollevò in modo provocante sotto il vestito rosso. « Non fate che parlare di questa storia. » La sua voce roca era annoiata. « Ma non sono che chiacchiere. Io me ne vado a casa. Buona notte. » Si mosse pigramente e, ancheggiando, varcò la porta e scomparve nella notte. Cavanidis la guardò uscire, con un'espressione divertita. « Cyd è fatta cosí, » spiegò. « Odia le chiacchiere. » Outerbridge seguí la donna con uno sguardo di penosa disap- provazione, tenendo in mano alcune carte che aveva preso dalla borsa. « Un certo numero di chiarimenti è necessario, » disse, e parve rivolgere il rimproVerO a Cyd che ormai se ne era andata. « Se me lo permettete, vi esporrò le strade che ci si aprono ancora. Mi sono dato la pena di verificare le informazioni in mio possesso con persone competenti e degne di fiducia. » « Avanti, John Ainslie. » Cusack sembrava impaziente. « Naturalmente, possiamo far marcia indietro, » cominciò Ou- terbridge « e lasciare che Bronson disponga di casa sua come meglio crede. Ma, se la vende a un negro, il valore delle nostre proprietà subirà una perdita che potrà variare da un quarto a un terzo. Que- sto, s'intende, nel caso volessimo venderle. » Outerbridge tacque, contraendo la boccuccia e lasciando che le sue parole facessero il loro effetto. « Da quanto ho sentito dire, qui nel Viale, presumo che una parte le vorrà vendere, qualunque sia la perdita. » « Un momento, » lo interruppe Jerome Kelly, preoccupato. « Non abbiamo trovato un compratore, e lei dice che probabilmente non potremo trovarlo. Che alternativa ci resta? » « Ci stavo arrivando. » Outerbridge si guardò intorno, imper- turbabile. « Un'alternativa c'è. Possiamo comprare noi la casa di Bronson... in società. » « Oh, no! » esplose Kelly con un gran sospiro. « Che cosa ne facciamo di un'altra casa ? Già cosí, stento ad arrivare alla fine del mese ! » « Credo che nessuno di noi farà la cosa con piacere, dottor Kel- ly » continuò Outerbridge implacabile. « Mi sembra, tuttavia, inu- tile farle notare che accollarsi il peso d'un decimo di quella casa sarà sensibilmente meno gravoso che perdere un terzo o un quarto del valore della propria. Come suoi vicini sappiamo che... la sua numerosa famiglia l'ha già costretto a cercare altrove un'abitazione adatta. E disposto a vendere la sua casa a un prezzo imposto dal fatto che, in questa zona, il valore della proprietà è stato drastica- mente ridotto dalla presenza d'un proprietario negro? E disposto a farlo, dottor Kelly? » « Non c'è bisogno che lei insista su questo punto, » rispose Kelly. « Sa bene che non lo sono. E, in questo momento, è anche peggio... abbiamo già versato una caparra per una casa nel Connecticut. Altrimenti potremmo restare qui, se proprio vi fossimo costretti. I bambini hanno poco spazio, ma crescerebbero lo stesso... » « Con dei musi neri? » Ora, che, in un'accesso d'indignazione, aveva pronunciato quelle parole, Laura Cusack trovò piú facile ripeterle. « Dottor Kelly, lei è disposto a vedere le sue bambine giocare con dei musi neri? Ebbene, io no! Se mio figLo vuol fare amicizia con dei musi neri, dovrà passare prima sul mio cadavere, glielo giuro ! » All'inferno quella vociaccia stridula da isterica, pensò Matt, an- noiato. « Veniamo ai fatti, John Ainslie, » intervenne Yale. « Secondo lei, dovremmo comprare quella casa e tenercela solo perché nessun mediatore la toccherebbe, neanche con un dito? Per chi ci ha presi, per Rockefeller ? » Guardando quel viso contratto dall'ira, Matt si domandava come si poteva conciliare quel loro vicino scorbutico e malfido con il popolare personaggio della radio, che parlava con tanta composta e convincente eloquenza in difesa di giuste cause. « Una volta cambiata la situazione, » spiegò Outerbridge « cioè, quando non ci sarà nemmeno il piú lieve pericolo che la casa finisca nelle mani d'un negro, le agenzie immobiliari ci aiuteranno a ven- derla, cosí come m'hanno assicurato. » « E quanto tempo ci vorrà? » domandò Yale. « Una settimana? Dieci anni ? » « Ci vorrà un certo tempo, » rispose Outerbridge. « Qualche me- se, forse. Il fatto è ormai noto, qui intorno, ed è sulla bocca di tutti. Ci vuole un po' di tempo prima che la cosa sia messa a tacere. » Solomon Weissman si alzò. « Francamente, Peter, non credo che lei abbia altra scelta. Qui non si tratta di vincere o di perdere... ma di come e di quanto perderemo. » Girò sui presenti quel suo sguardo vivo e inquisitore. Poi si rimise a sedere. « Chi è in favore si alzi » invitò con bizzarra illogicità. « Sono pronto a versare la mia quo,a per l'acquisto, e vi dirò perché. Ho lavorato trentacin- que anni per assicurare un posticino tranquillo a me e a mia mo- glie e perché mia figlia cominciasse la vita nel modo migliore, e non ho intenzione di sacrificare buona parte di quel che possiedo, soltanto perché una persona che non ho mai visto né conosciuto s'è messa in mente di venire ad abitare qui. » « Il signor Weissman dice bene, » intervenne Outerbridge. « E arrivato il momento di prendere posizione. Tuttavia, devo prima avvertirvi che qualsiasi cosa faremo ci esporrà alle critiche di certi ambienti che ci accuseranno di compiere un atto di discriminazione razziale. Ma il nostro è dawero un atto di discriminazione? Io dico di no. Come il signor Weissman, non conosco la persona con cui il signor Bronson sta trattando. Mi limito a difendermi da una cat- tiva azione che il signor Bronson compie con il preciso proposito di danneggiarci. » « C'è qualcun altro? » domandò Weissman. Ci fu un momento d'imbarazzo, e Matt vide che Estelle Outer- bridge, minuscola e quasi nascosta dalla mole di Zack Gold, si mordicchiava nervosamente le labbra e guardava il marito con oc- chi brillanti e spaventati. « Signor Cusack ? » Cusack si passò un dito sotto il colletto, come se gli fosse diven- tato troppo stretto. « Io ci sto » rispose. « E un investimento che non raccomanderei a nessuno » sospirò, « ma non vedo che cos'al- tro si possa fare. » « Dottor Kelly ? » Il dentista si torse le mani. « Io... non lo so. Si è calcolato quanto la cosa verrà a costare a ciascuno di noi ? » « Con l'ipoteca di Bronson, circa duemila dollari a testa » lo in- formò Outerbidge. « Poi ci saranno le spese di manutenzione dello stabile finché non lo venderemo. Signor Draper? » « Be'... » Come sempre, Draper sembrava assurdamente giovane e confuso. « Non lo so... domanderò a mio padre... s'intende, se lui vorrà... » La graziosa Shirley Draper gli si aggrappò a un braccio. « Oh, Gordon ! » esclamò, « pensa ai bambini ! » « Mio padre tirerà fuori i soldi. Son certo che lo farà, » assicurò infine Draper. Weissman si volse a Yale con aria interrogativa. « Signor Yale » C'era un lampo di malizia negli occhi vivaci e buoni di Weissman. Yale gli restituí lo sguardo, ma il suo era carico d'ira. « Questo è un ricatto... » sibilò a denti stretti. « I,o sappiamo tutti che è un ricatto, signor Yale » ribatté Weiss- man, senz'alcuna inflessione nella voce. « C'è un'altra cosa, » riprese Yale. « Conosco bene quei negri, e posso dirvi questo: non si tratta di una persona isolata che cerca di piazzarsi qui per conto proprio. Quella è gente organizzata. Se tutta quella marmaglia negra s'è messa in mente di invadere la nostra zona, non si darà pace finché non ci sarà riuscita. Io aderisco non perché lo desideri, ma perché sono con le spalle al muro. Però, potete star certi che se qualcuno dei presenti pensa di poter fare il doppio giuoco... » « Credo che nessuno lo farà. Dottor Abram? » Il volto del medico era pallido, una maschera scarna e tormen- tata. Abram si alzò in piedi e cominciò a camminare su e giú, a brevi passi meccanici, come una marionetta, incapace di dominarsi. « 1o... signori... perdonatemi. Non voglio fare un discorso, ma devo spiegare, sento che devo farlo. Sono con voi. Vorrei avere il coraggio di fare diversamente, ma non ce l'ho... » Si guardò in giro con occhi supplichevoli, dolorosi. « Sí, dottore, » lo incoraggiò Weissman con dolcezza. « Dica quel- lo che vuole. » « Non voglio dire nulla perché... perché potrebbe sembrare ch'io chieda d'esser considerato diversamente dagli altri. » Il viso scar- no era desolato. « E... so che sarebbe proprio cosí. Sono con voi, partecipo all'acquisto della casa, perché sono ebreo. Non voglio starvi a fare la storia di Vienna. Un ebreo di Vienna, sicuro, ri- spettato, che occupava un posto utile nella società in cui viveva, e in cui credeva d'essere bene accetto, - parlo di me - tutto a un tratto, senza ragione, senza colpa, scopre che in quella società tutte le mani sono levate contro di lui... Non riesco a spiegare... posso dire soltanto che fu una cosa che non potei sopportare. Adesso, perché sono un vigliacco, oltre a essere un ebreo, non ho il corag- gio di compiere un atto che potrebbe offendere un'altra volta la comunità in cui vivo. » Tacque, e il silenzio che seguí le sue parole gravò su tutti come un peso insostenibile. Inaspettatamente, anche questa volta, il si- lenzio fu rotto dalla minuscola e scialba Estelle Outerbridge. « Dottor Abram, lei si è messo sotto accusa. Soffro sinceramente per quello che gli altri le hanno fatto e per ciò che lei ha fatto a se stesso. Ma non posso aiutarla. Nessuno può farlo. E c'è qualcosa di piú. Lei ha messo sotto accusa tutti noi. Lei deve rispondere della sua anima, ma io devo rispondere della mia. » « Estelle... » Outerbridge guardava accigliato la moglie. « Non è questo il luogo... » « Lasciami dire, John. Ti prego, lasciami dire. » Era una sup- plica, ma piú che una supplica una volontà convulsa d'essere ascol- tata. « Siamo cristiani, John... io sono cristiana. Essere cristiana non è soltanto una parola, non significa soltanto andare in chiesa. » Girò gli occhi imploranti e accusatori sul cerchio dei vicini. « Non vedete che cosa abbiamo fatto ? Siamo davvero tanto ciechi ed egoi- sti? Come possiamo chiudere la nostra porta in faccia a quell'uo- mo - chiunque egli sia - senza nemmeno vederlo e poi andare di nuovo in chiesa, senza sentirci colpevoli ? » « Estelle! » Outerbridge s'alzò in piedi e andò verso la moglie. « Estelle, voglio che tu torni a casa, adesso. » Per un momento la donna lo fissò con uno sguardo folle, poi, sottomessa, gli volse le spalle con un singhiozzo, e uscí di corsa nella notte. Outerbridge tornò lentamente al suo posto. La voce di Weissman ruppe bruscamente il silenzio. « Matt? » Matt capiva che Estelle aveva scosso il gruppo. E, prima di lei, Abram li aveva scossi a sua volta. Si fece forza per affrontare il problema. Per qualche settimana ne aveva riso, poi, aveva cercato di non pensarci, aspettando che si risolvesse da sé; ma ora, ineso- rabilmente, quel problema gli era addosso. E a questo punto, verso chi aveva dei doveri? Verso un vago e discutibile principio, o verso sua moglie, suo figlio e le persone tra cui viveva? Guardò Weiss- man. « Conta su di me. » « E tu, Zack? » Weissman era quasi giunto alla fine dell'appello. Zack Gold si era sempre mantenuto in silenzio con aria cupa e assorta. Ma adesso, Matt s'accorse che Zack aveva i pugni serrati e le braccia incrociate sui ginocchi e che, quando cominciò a par- lare, le parole gli uscivano a stento dalla gola, come se lo stroz- zassero. « Non avrei mai pensato, » le sue parole caddero pesantemente nella stanza. « Non avrei mai creduto... che al giorno d'oggi... in questo Paese... in una società democratica... un uomo potesse essere costretto a scegliere... a scegliere che cosa tradire. » S'interruppe e sollevò lentamente gli occhi su Weissman. « Mettimi nel mazzo. » Weissman si volse verso l'ultimo. «Signor Cavanidis?» Il viso attento era impassibile come sempre. « Forse avrebbe do- vuto chiedermelo prima, » disse Cavanidis. « Io non ci sto. » Nell'attonito silenzio che seguí, Cavanidis li osservò attentamente uno per uno, attraverso gli occhi socchiusi. « Non vi devo nessuna spiegazione » aggiunse infine. « Ma ve ne darò una molto breve. A me i negri non piacciono piú di quan- to piacciano a voi. » Fece un cenno col capo in direzione di Laura Cusack, che era rimasta a bocca aperta. « Ma sono un pezzo gros- so in un sindacato importante. E un sindacato democratico, il che significa che i suoi dirigenti vengono eletti. E circa il trentacinque per cento degli iscritti a questo sindacato sono negri. Buona notte. » « E TARDI, » disse Matt « ma dobbiamo parlare un momento. Vieni dentro a bere un bicchierino. » « Ne ho bisogno » rispose Zack Gold, seguendo Matt in casa sua. Cavanidis se n'era andato, lasciando che gli altri digerissero fu- renti l'idea che ognuno di loro doveva accollarsi non soltanto un decimo della casa, ma, oltre a questo, un nono della quota che Cavanidis aveva rifiutato. « C'è un'altra cosa, » aveva detto Weissman con voce stanca « Per condividere la responsabilità equamente, come le spese, do vremmo esporci tutti allo stesso modo. Ma non è una cosa pratica. Se nove persone appongono tutte insieme la loro firma sul contratto d'acquisto d'una casa, l'affare può sembrare fittizio, come lo è, in realtà. Uno o due di noi devono esporsi per tutti g1i altri. E devono sapere fin d'ora che saranno loro i capri espiatori. » Tacque, osser- vando i volti tesi dei vicini. « Potremmo fare una votazione, oppure possono offrirsi dei volontari. » Nella stanza regnava un silenzio totale e, guardandosi intorno, Matt capí che quel silenzio rappresentava il torpore della paura. « Oh, al diavolo, » esclamò, spinto da un impulso che, al momento, non poté definire. « Lo farò io. » Piú tardi, si disse che quell'impulso era stato molto simile a quello che, in guerra,-nella sua qualità di comandante di plotone, lo aveva spinto talvolta a compiere azioni improvvise. Quando c'era qual- che lavoraccio da fare, qualcuno, prima o poi, doveva farlo. Era piú sbrigativo, piú semplice e, per una indefinibile, oscura ragione, piú soddisfacente farlo da sé, piuttosto che costringere qualcun al- tro ad assolvere quel compito. Gli era parso quasi che l'atmosfera nella stanza si fosse rassere- nata. Ma aveva capito che ciò era dovuto piú al sollievo puro e semplice, che alla gratitudine. Poi, d'improwiso, era accaduta una cosa straordinaria. Gold si era alzato e aveva parlato, con la stessa riluttanza di prima, come se odiasse le parole che stava per dire: « Questa faccenda richiede un avvocato. Se Matt è d'accordo, figurerò io con lui. » Si era voltato a guardare Matt. « Va bene ? » AD1~550 erano entrambi nel soggiorno dei Jones, e Matt osser- vava con curiosita quell'uomo massiccio che si versava un bic- chiere di whisky. « Non giudicarmi un ficcanaso, Zack » disse Matt « ma spiegami una cosa: perché l'hai fatto? » Gold bevve un sorso. « Per essere sincero, non lo so » rispose. « Ma anch'io potrei farti una domanda. Qual è la tua parte in questa faccenda ? » « E semplice. Mi sembra chiaro come il sole. Qualcuno vuole darci delle noie e io cerco d'imperdiglielo. Ma tu, tu hai posto la questione su un piano molto superiore al mio. Si tratta di una cosa che ti tormentava la coscienza. E allora? Perché non ti sei accon- tentato di fare il minimo indispensabile e basta? Non c'era bisogno di mettertici dentro mani e piedi. » Gold sospirò. « Mi ci sono messo per lo stesso motivo per cui ti ci sei messo tu, credo... perché una batosta di otto o diecimila dollari è un lusso che non posso permettermi. L'unica differenza tra noi due sta nel fatto che io non sono affatto sicuro che questa sia una SELEZIONE DEL LIBRO buona ragione. Una ragione necessaria, sí, ma buona no. » Si sentí sonare alla porta e i due trasalirono. « Che c'è adesso ? » fece Matt, alzandosi. « E mezzanotte passata. » Aprí rapidamente la porta e accese la lampada del portichetto. « Spegni la luce, » disse brusco Steve Cavanidis. « Sono qui, ma non c'è bisogno di farlo sapere a tutti. » Matt obbedí macchinalmente. « Entra, » disse. « Che cosa c'è? » Cavanidis ebbe il suo solito sorrisetto controllato. « Tu e Gold figurerete per tutti noi ? » « Come fai a saperlo? » Il tono di Matt era secco. « Semplicissimo. Ho aspettato che la riunione finisse e poi ho telefonato a Weissman. » « Mi sorprende che te l'abbia detto. » « Ha sorpreso anche me... un tantino » ammise Cavanidis, sor- ridendo un po' piú apertamente. « Stiamo bevendo un whisky. Ne vuoi? » « No, grazie. Vi dico quel che ho da dire e me ne vado. » «Come vuoi. Di che si tratta?» « Di questo. » Senza batter ciglio, Cavanidis infilò la mano nella tasca dei calzoni e ne tirò fuori un fascio di banconote. Lo gettò con noncuranza sul tavolino basso che gli stava davanti. Matt vide che il primo biglietto sotto l'elastico che teneva unito il rotolo era da cento dollari. « Sono tremila, » gli comunicò Cavanidis. « La mia quota per la casa. » « Ma se hai detto che non ci stavi! » obiettò Matt, perplesso. « L'ho detto per la platea. Davanti a un gruppo di chiacchie- roni e di fifoni come quelli, pensi sul serio che sarei stato cosí scioc- co da fare una cosa di cui fra un paio di giorni parleranno tutti i giornali della provincia? Non io. Devo vivere e intendo vivere. » Cavanidis lo disse in tono spiccio, senza degnare d'un altro sguardo il rotolo di banconote. « Tremila dollari sono piú d'una quota » interloquí Gold. « Credo di no. Forse non basteranno neppure per una quota completa. I quattrini di Yale non li avete visti, no? » Dette in una risatina. « Credo che dovrete aspettarli un pezzo! » « C'è questa probabilità, s'intende. E tu... tu metti qualche con- dizione all'uso che potremo farne ? » « Soltanto una » rispose Cavanidis, quasi senza muovere le lab- bra. « Non dite a nessuno chi ve li ha dati. » LA VOCE lamentosa di Bronson superò lo strepito del televisore che lui non si era curato di spegnere. « Avete avuto due settimane. Adesso volete dell'altro tempo. Per chi mi avete preso? » televisione che urlava e Bronson che sgusciava come una anguilla, la sua pazienza era arrivata quasi al limite. Si alzò, andò al tele- visore e lo spense. « Cosí almeno potremo sentirci » disse. Bronson lo seguí con uno sguardo indignato. « Questa è una bella prepotenza. In fin dei conti, questa è casa mia. » « Mi sembra che, in questa casa, la prepotenza non sia una no- vità » ribatté Matt. Indispettire questo vermiciattolo può essere pe- ricoloso, si disse. Calma, ragazzo, ci vuole calma. « Siamo pronti a stabilire una scadenza seduta stante, » inter- venne Gold. « E qui » - accennò col capo al denaro di Cavanidis che Matt teneva in mano, ancora arrotolato e stretto dall'elastico - « c'è una caparra per dimostrarle che facciamo sul serio. Le chie- diamo soltanto un limite di tempo ragionevole per mettere insieme il resto. » « Il mio compratore è disposto a concludere immediatamente. » « Quindici giorni fa, lei lasciò intendere a Matt e a Sol che non aveva intenzione di concludere quell'affare, » obiettò Gold, pacato. « Non ho promesso niente » protestò il gioielliere con voce stri- dula. « Volete che passi la vita ad aspettare? » « Avremo il denaro tra una settimana, » replicò Gold senza spa- zientirsi. « Promesse, promesse. Come potete dimostrarmi che, oggi, la vostra parola è piú attendibile di quindici giorni fa? » Gold si alzò, prese il denaro dalla mano di Matt e andò verso Bronson. « E questo che glielo dimostra » rispose, gettando il ro- tolo ai piedi di Bronson. « Lo raccolga ! » Con un lampo di paura negli occhi, Bronson si ritrasse sulla se- dia. Risoluto, Gold afferrò il gioielliere per il colletto e la cravatta, e lo mise in piedi, tenendolo fermo, gli occhi a pochi centimetri dai suoi. « Lei è un piccolo serpente velenoso, » gli disse « piagnu- coloso e ricattatore. Ha sparso veleno per tutta la strada. Ha messo un vicino contro l'altro. Ha appestato l'aria. » Lo lasciò andare d'improvviso e Bronson ricadde sulla sedia. Nel silenzio della stan- za lo si udiva distintamente affannare. « Adesso basta, » concluse Gold calmo. « Definiremo tutto entro otto giorni. » Gemendo, il gioielliere scrisse una ricevuta e acconsentí ad aspet- tare un'altra settimana. NEL suo ufficio di White Plains, l'agente immohiliare Alexander Fox studiava guardingo, con occhi socchiusi, il visitatore. Disse: « Credevo veramente d'aver convinto Bronson, signor Winter. Ma ora, lo riconosco, mi sta sgusciando di mano. Potrebbe essere una questione di denaro... » Fox esitava. « Va bene, » tagliò corto Winter. « S'informi di quanto è au- mentato il prezzo. » « E se non si trattasse di denaro? » Fox tastava cautamente il terreno. « E se si trattasse dei suoi vicini? Potrebbero rendergli la vita difficile... se lo venissero a sapere. » Winter lanciò un'imprecazione. « Lei ha sempre pensato che sa- rebbero venuti a saperlo, vero? Io, I'avevo capito molto tempo fa. Il suo mestiere è proprio questo... trovare un modo di aggirare l'ostacolo. » « Signor Winter, lei è un uomo energico » cominciò cautamente il mediatore. « Sotto certi aspetti lo sono anch'io... almeno, finché è necessario. Ma... a volte, un uomo energico, o anche due, non bastano. A volte ci vuole un aiuto esterno. Ad Harlem, conosce un certo Francis Barton? Un mediatore negro? » « No. » Winter sembrava spazientito. « Ho già un mediatore... che me ne faccio d'un altro? » « E una cosa un po' diversa. Barton è, per cosí dire, uno spe- cialista. » « Qual è la sua specialità ? » « Direi che, volendo definirla » - adesso Fox doveva andare avan- ti a ogni costo, e voleva farlo, ma, al tempo stesso, avrebbe deside- rato disperatamente farne a meno - « si potrebbe descriverlo co- me un uomo pronto a ricorrere alla dinamite pur di buttar giú certi muri... » Winter studiò il mediatore freddamente, riflettendo. « Ah, è cosí » disse infine. « Lei vuole ricorrere alla forza. » Rifletté per qualche momento. « Non amo perdere, » concluse. « E io non voglio che lei perda. » « Naturalmente. Il nostro è un affare sottobanco, e il dieci per cento di trentasei bigliettoni da mille sono tremilaseicento dollari. Capisco bene perché lei non vuole ch'io perda. Mi spieghi come si regola questo Barton. » « Dipende. Volendo, si potrebbe dire che ricorre alla persuasio- ne. » Fox stava tastando nuovamente il terreno. « Può essere che, come primo passo, vada a parlare con quella gente. Per scuoterla un po'. Parlerá loro dei giornali, forse, della chiesa, della loro co- scienza, cercherà i punti deboli. C'e sempre un punto debole da qualche parte, che finisce col cedere. » « E lui che cosa ne ricava? » domandò Winter, brusco. « Soddisfazione, soprattutto. Per lo meno, lui dice cosí. » « Senta, » disse Winter, risoluto. « La cosa non mi convince del tutto, però sono disposto ad arrivare anche a questo; lei parli con quel Barton, si faccia un'idea, e poi mi riferisca quello che dice. » « Certo, certo. Gli parlerò. » « Esigo una cosa, però. » Il volto di Winter si fece duro come il granito. « Nessuna violenza. Nel modo piú assoluto. Voglio an- dare a vivere nel Viale della Serenità, e non intendo trasferirmi in un campo di battaglia. Niente atti di forza. Capito? » « Sí, sí, ho capito » dichiarò Fox. JERRY GOLD e Bill JOneS erano seduti sull'orlo del marciapiede davanti alla casa degli Outerbridge, insieme con Benjy Abram che, per molte cose, godeva della loro fiducia. « Arriva il ciccione, » fece Jerry, indicando col pollice la figura che s'avvicinava in bicicletta, arrancando su per la salita del viale. Era Paulie Cusack che inforcava la bicicletta, un ragazzo gras- so e pesante, per i suoi tredici anni, nemico naturale e temuto di tutti i ragazzetti del Viale minori di lui. I tre, preoccupati, lo guar- davano avvicinarsi, sperando che non si sarebbe fermato. Invece, Paulie girò lentamente la ruota nella loro direzione e posò un piede per terra. « Che fate, marmocchi? » domandò. « Niente » rispose Bill, evasivo. « Stiamo qui. » C'era sempre la speranza che Paulie, sde~nandoli g~o n:lnAlccr~.or; rA li lasciasse in pace. Paulie abbassò con il piede il sostegno della bicicletta e si sedé accanto ai tre sul marciapiede, dominandoli con la sua mole. Guar- dò prudentemente su e giú per il Viale, poi trasse di tasca un lun- go mozzicone di sigaretta e l'accese con aria spavalda. I tre ragazzi l'osservarono, incantati, con paura mista a invidia. « Sei pazzo, » disse Bill. « Se la tua mamma ti scopre? » « Non c'è pericolo, » rispose Paulie sicuro, in tono di superiorità. « Fumo sempre. » « Se la vecchia Bronson ti vede, lo va a dire a tua madre. » Paulie guardò con disprezzo la casa dei Bronson, di là dalla strada. « Non può raccontarglielo, perché mia madre neanche le parla. Se la fanno con i musi neri, quelli lí! » « Chi se la fa con i musi neri ? » domandò Benjy, con l'avida curiosità d'un bambino di otto anni. « Che vuol dire, Paulie ? » « I Bronson, » spiegò Paulie « hanno cercato di vendere la casa a dei musi neri. Che ne direste voi, marmocchi, d'avere come vi- cini dei musi neri ? » « Il babbo non vuole che io dica "muso nero" » disse Jerry Gold, turbato. « Una volta che m'ha sentito dire muso nero alla came- riera, me le ha sonate di santa ragione. » « E matto » commentò Paulie sprezzantemente. « I musi neri sono musi neri. Ma qui non ci verranno. La mamma non lo per- metterà. Ha detto che farà mettere dentro i Bronson. » « Ma va! » lo scherní Jerry. « Dici che mio padre è matto, ma è tua madre che è matta. » Paulie allungò una mano, con un gesto quasi indifferente, af- ferrò Jerry alla nuca, poi, con uno strattone violento, attirò la testa del ragazzo verso la sua e gli piantò il palmo dell'altra mano sul viso, schiacciandogli il naso. « Lascia stare mia madre, moccioso » disse. Jerry si liberò con uno strattone e balzò in piedi. Gli erano spun- tate le lacrime agli occhi, ma, quando parlò, la sua voce era chiara, sommessa e colma di rabbia repressa. « Puzzone. Un giorno o l'altro avrai quel che ti meriti. » Anche Bill s'era alzato e, istintivamente, s'era avvicinato per for- mare un fronte unico con Jerry. Era pallido e aveva paura. Anche questa volta la cattiveria gratuita di quel ragazzo maggiore di loro era giunta inaspettata, quasi senza preawiso. Con un sorriso di superiorità, Paulie si alzò e mosse verso i due ragazzi. « I,'avete voluto voi, mocciosi » disse. Si slanciò d'improwiso e, benché i due cercassero di schivarlo, li afferrò per il collo, avvi- cinò i loro visi e li strofinò con violenza uno contro l'altro. Il naso di Jerry, che sanguinava facilmente, cominciò a zampillare come una fontana, e Bill sentí in bocca il gusto salato del sangue. Poi, i due ragazzini vennero scaraventati con forza sul marciapiede, uno da una parte e uno dall'altra, troppo sconvolti dalla paura e dalla rabbia per rendersi conto, nel cadere, dei vestiti strappati e delle sbucciature ai ginocchi e alle mani. Quando si rialzarono e, tra le lacrime, furono nuovamente in grado di vedere, scorsero Paulie che s'allontanava sulla sua bicicletta, voltandosi indietro a rider di loro. Inferocito, Jerry partí alla sua rincorsa, poi tornò indietro, guardando fisso Bill, visto che la bicicletta l'aveva lasciato indietro senza sforzo. Con occhi colmi di odio e decisione. Bill disse, digrignado i denti: « Un giorno o l'altro, riusciremo ad acchiapparlo, quel maiale, e gliela faremo pagar cara! » LA COSA sta per concretarsi, pensava Matt quel martedí sera quando, seduto alla scrivania, esaminava la busta con gli assegni e la ricevuta di tremila dollari firmata da Bronson. C'erano sei assegni, adesso: quello di Matt, quello di Zack, quello di Weiss- man, quello di Abram e quello di Outerbridge: e un pagamento di mezza quota, quasi patetico, da parte di Jerome Kelly. Ellen scese per la scala e posò sulla scrivania una bottiglietta già aperta di birra ghiacciata. Matt le sorrise, allietato come sem- pre dalla fresca bellezza della moglie. Gioventú e freschezza sem- bravano aderire a Ellen e, anche dopo quindici anni di matrimonio, Matt era felice quando le era vicino. Nel vedere gli assegni, Ellen aggrottò la fronte. « Quanti ne mancano? » « Tre. Draper, Cusack... e Yale. Ma %ack crede che Yale stia cercando di mettersi al riparo. E fuori città - per un incarico della radio, dice la moglie - ed è partito senza parlarle del denaro. » « Non credo che oserebbe piantarci in asso. Non potrebbe piú guardare in faccia nessuno di noi, dopo, ...e neanche la moglie. » « Temo che noi stessi non avremo piú il coraggio di guardarci in faccia, dopo. » « Lo so. Ma perché è dovuta accadere una cosa simile ? » do- mandò Ellen con aria desolata. « Non lo so » sospirò Matt. « Direi che ha le caratteristiche fon- damentali di una cosa poco pulita, non ti pare? » « Sí, nel complesso sembra molto sporca. Lo so che è necessaria e che non possiamo fare altrimenti, ma è un tale pasticcio. Tutti sono turbati, nervosi, inquieti, ognuno sospetta degli altri. » Squillò il campanello della porta. Matt fece per alzarsi, ma El- len era già in piedi, stupita. « Vado io » disse. « Chi potrà essere » Un momento dopo, Ellen chiamava Matt che accorse, scosso dall'urgenza e dall'allarme che aveva avvertito nella voce della moglie. Sulla porta c'erano due negri. Matt andò sulla soglia, po- nendosi tra loro e Ellen. «Che c'è?» domandò cercando di par- lare senza asprezza. « E lei il signor Jones? » domandò il piú anziano dei due. Era alto e pesante, piuttosto corpulento, e doveva essere sulla cinquan- tina. L'altro, piú basso e piú giovane, aveva il volto sottile, con- tratto da un sorriso nervoso, e occhi inquieti dietro le spesse lenti. « Chi siete ? » « Io sono l'avvocato Francis Barton » rispose il piú anziano dei due. Il tono era dignitoso. « Questo signore è Edward Smith. Ecco i1 mio biglietto... Ia mia è una visita professionale. » Ci siamo, pensò Matt con apprensione. Faticava a mantenere un tono di voce normale. « In che cosa posso esserle utile? » do- mandò. « Credo che lei lo sappia già, signor Jones » rispose calmo l'al- tro. « Siamo qui per parlarle di una certa questione. Possiamo en- trare ? » Matt li precedé nel soggiorno, e fece loro cenno di accomodarsi. Senza sorridere, ma apparentemente a suo agio, il piú anziano dei due negri scrutò Matt brevemente, prima di dire: « Sappiamo che lei rappresenta un gruppo di persone che ha intenzione di com- prare la casa di Bronson ». « Non si tratta d'un gruppo, » ribatté Matt seccamente, pensan- do, irritato, che quello sconosciuto non aveva diritto di costringerlo a mentire. « Sono io che la compro, e l'avvocato Gold, che abita in questa strada, mi rappresenta legalmente. » « Ah, sí ? » il grosso viso rimase impassibile. « Se lei preferisce fingere di agire da solo, io non posso impedirglielo. Posso chiederle perché la compra?» Matt si sentí prendere dalla collera, ma si trattenne. Calma, si ripeteva, calma. « Potrei dirle che le mie ragioni non la riguardano » rispose sec- camente. « Mi limiterò a dirle che la compro come investimento. » « Ah, sí ? » Matt si sentí a disagio sotto lo sguardo calmo ma scrutatore dell'altro. « Non sarebbe piú esatto dire che "investi- mento" per lei significa mantenere o aumentare il valore di questa casa » - e Barton girò lo sguardo su quella stanza accogliente - « impedendo a una persona di colore di venire ad abitare in quella vicina ? » Di nuovo, Matt sentí la collera ribollirgli dentro, ma si sforzò di tenerla a freno. Capí che l'altro stava facendo di tutto per fargli perdere la pazienza. « Questo lo dice lei, non io » ribatté, asciutto. « Sí, lo dico io, ma, creda pure, non sono nato ieri. So bene che, di regola, un uomo nella sua posizione non compra case per investi- mento. Senza offenderla, oserei dire che lei non potrebbe permet- terselo. » L'altro negro, ch'era rimasto sempre in silenzio, intento a esa- minare la stanza con rapide occhiate, dette in una risatina e poi ammutolí di nuovo. « Lei misura poco le parole, » osservò Matt brusco. « No, le misuro quanto basta » ribatté Barton. « Ma se vogliamo concludere qualcosa, dobbiamo parlare francamente. La invito a farlo. » « Sono tuttora del parere che la mia intenzione di comprare una casa sia un affare che non la riguarda, » disse Matt. « Lei parla di concludere qualcosa... ma, esattamente, che cosa spera di con- cludere ? » « Cosí va meglio, » approvò Barton, senza scomporsi. « Spero di convincerla della verità d'alcune cose. Primo, che i suoi timori sono infondati. Il fatto che una persona di colore venga ad abi- tare nella casa di Bronson non farà scendere il valore delle vostre case, a meno che non vi facciate prendere dal panico. Spero anche di convincerla che io parlo nel suo interesse oltre che nell'interesse dell'eventua!e compratore negro. Inoltre, se lei insiste nel suo pro- getto di acquistare la casa, spero di convincerla a rivenderla, in un secondo tempo, alla persona che vuole comprarla. Infine, spero di convincerla che, se lei insiste nel suo proposito, come ora intende fare, se ne pentirà certamente. » Matt studiò Barton. Costui non è una mezza cartuccia, pensò; costui è una persona piuttosto importante. Ad alta voce, misurando le parole, domandò: « Con quest'ultima frase, lei intende forse for- mulare una minaccia ? » « Non del tutto. Può essere una minaccia solo in quanto predice fatti che, in altri casi, si sono avverati. Quanto state per fare, lo rimpiangerete per prima cosa nel vostro intimo. Questa è una co- munità di persone colte, distinte e, spero, per la massima parte in- telligenti. Ho il sospetto che, già ora, lei agisca a malincuore e ne provi vergogna. Le garantisco che, col tempo, la vergogna non di- minuirà. Oggi, gli atti di discriminazione razziale non incontrano piú la tolleranza dell'opinione pubblica. Sarete criticati dal vostro stesso mondo, il mondo dei bianchi. Per i giornali, questo sarà un episodio che si aggiungerà a tanti altri, una storia che non vi pia- SELEZI O JVE DEL L IBR O cerà leggere. No, signor Jones, » sospirò Barton. « Devo avvertirla: non puo fare una cosa simile impunemente. » « Ciò significa che lei intende metter contro di noi i giornali? » domandò Matt, incuriosito dalla granitica sicurezza di quell'uomo « Se sarà necessario, sí. Ci sono anche altri mezzi, piú sgradevoli; ma utili, nei momenti di necessità. Non le piacerebbero. Ci auguriamo di non essere costretti a usarli. » « Non andrà molto lontano, cercando di spaventarmi. E non condivido la sua idea che i miei timori circa la perdita di valore della casa siano infondati. » « Lo sono. Possiamo dimostrarle che, quando dei negri si sono stabiliti in comunità abitate esclusivamente da bianchi, e questi ultimi non si sono lasciati prendere dal panico, le proprietà non hanno perso di valore. E, mi creda, la persona che ha intenzione di acqui- stare la casa di Bronson non investirebbe certo decine di migliaia di dollari in una proprietà che automaticamente verrebbe a perdere molte migliaia di dollari del suo valore. » « Se il suo cliente è un cittadino tanto rispettabile, perché non si presenta personalmente, invece di nascondersi dietro le sue spalle~ Questo suo intervento, queste sue minacce, non lo renderebbero certo meglio accetto tra noi. » « Non credo che verrebbe qui chiedendo, o soltanto sperando, di essere bene accetto. » « Questo è proprio ciò che non riesco a capire. Perché gli è ve- nuto in mente di venire ad abitare qui ? Chi mai può essere disposto a circondarsi di gente che lo detesta? » « Mi dica una cosa: lei perché è venuto ad abitare qui ? » « Semplicissimo: perché mia moglie e io non possiamo sopportare la città. » « E le sembra cosí strano che anche il nostro amico non ami vi- vere in città ? Una delle ragioni che piú lo spingono a trasferirsi qui, è che desidera allontanarsi dallo squallore dei quartieri negri. Se questa località dovesse decadere, sarebbe il primo ad andarsene. L'egoismo non è una prerogativa dei bianchi. » « Comunque, » concluse Matt, in un tono che non ammetteva repliche « tutto questo non mi fa desiderare maggiormente di averlo come vicino di casa. Stiamo perdendo tempo. » « L'avrà voluto lei, allora, uomo bianco. » Matt si volse a guardare il giovane smilzo, la cui voce stridula e malevola s'era levata per la prima volta. Trattenne un impeto d'ira. « Ho già detto che non tollero minacce, » disse. « Signor Barton credo che non abbiamo altro da dirci. La prego di prendere questo cattivo soggetto in formato ridotto, e andarsene. » IL VIALE DELLA SERENIA 249 L'uomo corpulento s'alzò, un monumento di calma. « Avevo spe- rato di poterla indurre alla ragione. Lei vuole fare diversamente; me ne rammarico, e devo dirle, ancora una volta, che se ne rammari- cherà anche lei. » « Le consiglio di andarsene » disse Matt a denti stretti. MERCOLEDI, Matt s'incontrò, all'ora di pranzo, con Cusack, da Billy l'Ostricaro. Dopo un freddo saluto, tacquero finché non furono seduti a uno dei tavolini della sala buia e arredata all'antica. « Che cos'hai, Paul, » domandò Matt, notando l'imbarazzo di Cusack. « Mi preoccupa questa storia della casa, naturalmente. Debbo dirti due cose. Primo, ho qui il denaro. Secondo... comincio a chie- dermi in che imbroglio ci siamo cacciati. » « Perché, che cos'è cambiato? » Cusack tirò un profondo sospiro, quasi deglutendo. « Laura mi ha chiamato appena sono arrivato in ufficio. Qualcuno le aveva tele- fonato. Non ho capito bene che cosa dicesse... era fuori di sé. Ma, a quanto pare, qualcuno le ha telefonato e gliene ha dette di tutti i colori, i peggiori insulti che si possano immaginare. » Matt fissò Cusack, allarmato, sentendosi prendere dall'ira e dalla paura, anche. Ripensò al negro smilzo, dagli occhi malevoli e sfug- genti, che aveva accompagnato Barton. « Forse era soltanto un pazzo. Ha parlato della casa? » « Ecco la cosa che rni stupisce: neanche una parola. » « Credi davvero che c'entri, la casa? » Cusack lo fissò: « E tu? » « Sí, » ammise Matt. « Probabilmente c'entra. E probabilmente non è finita. » « Dobbiamo farli smettere. Telefonerò alla polizia. » Matt sospirò. « Non puoi far sorvegliare la linea. Se, com'è pro- babile, chiamano da un telefono pubblico, non servirebbe a nulla accertare da dove viene la chiamata. » Cusack batté il pugno sul tavolo, con rabbia impotente. « Vorrei sapere fin dove intendono arrivare. Ma questo è certo: se son capaci di fare una cosa simile a Laura, sono capaci di tutto. » QUEL pomeriggio fu un incubo, per gli abitanti del Viale della Serenità. I telefoni continuarono a squillare. A volte pareva che, all'altro capo del filo, non ci fosse nessuno finché non si udiva un lieve respiro ansante che, non si sarebbe potuto dire perché, era minacciOso. A volte, si sentiva una voce fredda, offensiva, sprezzante; a volte - e questo era ancor peggio - una risata di scherno. Furiose o impaurite, le mogli telefonavano ai mariti, che a poco a poco si affrettarono a rincasare nelle prime ore del pomeriggio. Matt arrivò a Chappaqua con il treno delle 16,32, trepidante e te- mendo il peggio. Non volle aspettare l'autobus, prese un tassí e, per tutto il tragitto, rimase seduto sull'orlo del sedile, pungolando l'autista perché facesse presto, finché questi perse la pazienza. « Si calmi » disse. « Vuole che ci ammazziamo tutti e due? » La casa gli apparve serena, dolcemente inghirlandata dai tralci vermigli delle roselline rampicanti. Ellen gli venne incontro sulla porta. Era composta, ma i suoi occhi grigi tradivano l'agitazione in- terna. « Ho ricevuto due telefonate, Matt... non credevo alle mie orecchie! » Matt fu preso da una sorda collera. « Che cos'hanno detto ? » Aveva la gola tanto stretta che stentava a articolare le parole. «Non posso... non voglio ripeterlo!» rispose Ellen, quasi pian- gendo, ma riuscí a dominarsi. « Matt, telefoneranno ancora? » « Non lo so. Vado a parlare con Zack. Cercheremo di vedere che cosa si può fare. » Quando la grossa figura di Zack comparve sull'uscio, Beth, una giovane donna bruna e graziosa con gli occhi ancora lucidi di la- crime, gli stava a fianco e Matt vide che Gold le teneva la mano « Sono partiti all'attacco, Zack » disse Matt. « E ora che fac ciamo ? » « Non possono ucciderci per telefono » rispose Gold cupo. « Ma possono farci del male. Come ci difendiamo ? » « Non possiamo far niente... se non tenere le donne e i bambini fuori da questa storia. » « Potremmo cedere. Sei disposto a farlo ? » Il volto di Gold era duro e lo sguardo gelido dietro le spesse lenti. « Sarei stato disposto a far marcia indietro prima, per le ragioni che sai. Ma non ora. A questo punto gli darò del filo da torcere piuttosto che arrendermi. E farò in modo che nessun altro si ar- renda. » « Non vedo come si possa far resistere chi vuole mollare. » « Sí che si può » ribalté Gold duramente « Il contratto è nelle nostre mani, tue e mie. E le quote sono tutte in assegni circolari. Dovranno andare fino in fondo, volenti o nolentil » « Oggi ho ricevuto l'assegno di Cusack. Ma mancano ancora quelli di Draper... e di Yale. >~ « No, soltanto quello di Yale. Tornando a casa mi sono fermato a White Plains e ho nnesso Draper con le spalle al muro. E ho fatto bene a farlo, » soggiunse Gold con un sorrisetto. « Nemmeno un'ora dopo, era già qui, livido di paura, e voleva piantare baracca e burattini. Hanno telefonato a Shirley, minacciando di aggredirla. Ho cercato d'infondergli un po' di coraggio. Forse non è servito a niente, ma non importa. » Come altri abitanti del Viale, anche Matt rimase a casa fino al sabato. I telefoni continuarono a squillare e Paul Cusack chiese alla polizia di sorvegliare la sua linea, ma tutti i tentativi di rintracciare la provenienza delle chiamate conducevano all'anonimo vicolo cieco d'un telefono pubblico. ERA PASSATA da poco la mezzanotte del giovedí. Dapprima, de- stato bruscamente da un sonno profondo, Matt non capí che cosa l'avesse svegliato. Poi, si rese conto che si trattava di un insopporta- bile strepito di clacson e, con il cuore che gli martellava nel timore d'un oscuro pericolo, scese dal letto, cercando al buio le scarpe e i calzoni. Ellen gli era accanto, spaventata e infreddolita. « Che cosa succede ? » domandò con un fil di voce. « Oh, Matt ! » « Tu rimani con Bill » ordinò lui. « Io vado fuori. Chiudi la porta a chiave, quando sarò uscito. » Nell'ingresso, afferrò una vec- chia mazza da golf che teneva dietro la porta per esercitarsi sul prato e uscí, seminudo, dirigendosi incontro a quella pazza cacofonia. Era una notte buia, senza luna e senza stelle, ma Matt distinse le sagome di una teoria di automobili che lentamente, una dopo l'altra, passavano davanti a casa sua. Strombettavano senza tregua e, dal- l'interno di qualcuna, giungevano urla quasi inumane. Adesso, le vetture avevano superato la casa e proseguivano giú per il viale lasciando dietro di sé una scia di pezzetti di carta bianca. Matt attraversò di corsa il prato; lo strombettamento ricominciava e saliva, fino a diventare uno strepito folle. Le macchine erano giunte in cima alla strada e ora tornavano indietro. La rabbia repressa di quei due giorni, in cui Matt aveva subito, senza poter far nulla, la valanga di telefonate insultanti, trovò ora uno sfogo. Tutto a un tratto, fu contento e ansioso di dar battaglia a un nemico tangibile. Corse verso la strada stringendo in pugno la mazza da golf. Quando fu nella strada, si trovò davanti la prima vettura, appena visibile nell'oscurità. Sentí un urlo esultante uscirgli dalla gola mentre vi- brava un colpo con la mazza e udiva il rumore del vetro che si frantumava. L'auto si fermò. Matt sentí, piú che vedere, gli sportelli che si aprivano e alcune figure indistinte che si precipitavano fuori. Tutt'a un tratto fu tra- volto da una marea umana. Vacillò sotto un colpo violento e acce- cante su un lato del capo e la bocca gli si riempí di sangue. Poi, le percosse piovvero da tutte le parti, con furibonda violenza. Un do- lore lancinante lo trafisse, quando un ginocchio lo colpí con forza all'inguine. Infine, Matt sci- volò a terra e si sentí venir meno nel momento in cui un piede gli sferrava un vio- lento calcio alla tempia. Or- mai l'ultima vettura gli stava passando davanti e lui lot- tava per riprendere cono- scenza; si rialzò faticosa- mente, e fece per rincorrerla, quando si sentí afferrare per un braccio. « Lasciali andare, Matt! Lasciala andare, quella luri- da gentaglia ! » Era Gold. IL VENERDI mattina, di buon'ora, Annabelle Yale telefonò a Washington al marito. Erano le sette e la voce irritata di Yale tra- diva la voglia d'attaccar briga, ma Annabelle non era nello stato d'animo adatto per farsi intimorire. « Peter, devi tornare a casa immediatamente. » « Tornare! E perché? Lo sai che non posso venire finché non è finito questo lavoro. Perché tante storie? » « Stanotte Matt Jones è stato pestato a sangue da una banda, proprio davanti a casa sua. Hanno seminato la strada di volantini in cui denunciavano, per nome, tutti quelli che abitano nel Viale e che hanno comprato la casa di Bronson. » « E io che cosa dovrei farci, Annabelle ? » « Peter ! Su quei foglietti c'è anche il nostro nome. » « Accidenti al Viale! Sei stata tu a trascinarci lí ! » « Senti, Peter, c'è dell'altro. Tutti stanno ricevendo delle telefo- nate. Ieri sera hanno chiamato casa nostra, e volevano te, personal- mente. » « Be', che volevano? » Adesso la voce di Yale era strozzata dal- l'ansia. « Hanno detto che era soltanto per rinfrescarti la memoria e per dirti di non dimenticare che il tuo contratto con la radio scade fra due mesi. » Per un lungo momento non ci fu risposta. Poi... « Annabelle, ascoltami bene e cerca di capire! Primo, non torno finché questa faccenda non sarà finita. No, lasciami parlare, ascolta e non discutere. Non torno, ti ripeto. Non torno... Se ti telefonano ancora, di' che io - cioè noi - non c'entriamo per niente, in quest'af- fare. Noi siamo contrari all'acquisto, capito ? » « Peter, non puoi farlo. Ci sei dentro anche tu. Hai promesso! » Finalmente Annabelle era riuscita a inserire la sua protesta in quella fiumana di ordini. « Non fare la sciocca! Vuoi che moriamo di fame ? Quanto credi che durerei alla radio, se scoprissero che sono coinvolto in questa fac- cenda? Adesso fa' quello che ti dico. Accidenti a questa maledetta strada schifosa... alla tua schifosa strada! » QUEL SABATO pomeriggio, rigirando pensosamente tra le dita un mazzo di chiavi che simboleggiava il possesso della casa al numero uno di Viale della Serenità, Matt, insieme con Zack Gold, guardava i facchini che caricavano su un furgone le masserizie di Bronson. Nel Viale, eccettuate le auto della polizia in perlustrazione, c'era un'insolita pace. Non c'erano bambini che giocavano sui prati, come d'abitudine. Bronson se n'era andato, ma aveva lasciato nel Viale la sua impronta. Gli abitanti delle villette, per un motivo che non avrebbero saputo definire, si tenevano a distanza gli uni dagli altri. Quella dura prova, invece di unirli spiritualmente, li aveva divisi. Matt non se la sentiva di andare in ufficio e rimase a casa il lu- nedí e il martedí. Il mercoledí mattina, a malincuore, indossò l'abito di seta pesante grigia, ch'era quasi la sua uniforme di lavoro du- rante l'estate, e si fece accompagnare da Ellen alla stazione. Il ba- cio che dette alla moglie sulle labbra fu piú lungo e piú affettuoso del solito, affrettato congedo. Aveva l'angosciosa sensazione che la sua presenza in casa potesse ancora essere necessaria. « Telefonami, se c'è qualcosa di nuovo » disse, in tono quasi di comando. « Non perdere tempo. » « D'accordo, ma credo che ormai sia tutto finito » rispose Ellen, sorridendo. Matt avrebbe preferito non andare in città, ma il lavoro per la Glamour-Glow non poteva aspettare. La riunione con Lamar Win- ter per la scelta dei bozzetti era stata fissata da oltre una settimana. Lo aspettavano almeno sei ore di continuo, pressante lavoro. Alle undici, la segretaria gli annunciò l'arrivo di Winter. Quando il pittore entrò nella stanza con la grande, pesante cartella sotto il braccio, Matt si alzò per andargli incontro. I due si strinsero la mano e andarono verso il tavolo da disegno, dove Winter depose con un tonfo la cartella. Si volse verso Matt, il viso composto, sicuro di sé. Poi cambiò di colpo espressione e assunse un'aria sorpresa e coster- nata. « Che ti è successo? Si direbbe che ti abbiano passato la faccia con una grattugia. E perché zoppichi ? E stata tua moglie a conciarti cosí ? » « Sono stato aggredito, » rispose Matt tagliando corto. « Pas- serà. » Guardò il pittore e rimase sconcertato nel sorprendergli sul viso un'espressione che non vi aveva mai visto prima. Dubbio, curiosità e una strana collera s'alternavano sul volto scuro di Winter. Tutto a un tratto, pur con un vago senso di cautela, Matt si decise a par- lare. Le domande l'assillavano, esigendo una risposta. « Lasciamo stare il lavoro per qualche minuto, » cominciò Matt, tastando il terreno. « C'è qualcosa che mi preoccupa, e mi oc- corre il tuo consiglio. Tu non c'entri con quello che devo dirti, ma è possibile che tu t'intenda di queste cose. Se però questo discorso ti secca, dimmelo e cambierò argomento. » « Ti sorprenderà, ma forse so già quello che vuoi dirmi, padrone, » mormorò il negro, mettendosi a sedere. Tutto preso dal desiderio di confidarsi con il pittore, Matt non afferrò il significato delle parole di Winter. Gli raccontò della deci- sione presa dagli abitanti del Viale e del putiferio che ne era se- guito, senza omettere nulla, senza aggiungere un particolare che potesse attenuare la gravità di quanto avevano fatto. Osservava il volto impassibile di Winter, cercando di leggere quale effetto aves- sero le sue parole su quell'uomo al quale, come negro, chiedeva di spiegargli quale potesse essere il pensiero di quelli della sua razza. « Ed ecco, » concluse « come e perché sono stato aggredito. Ma non è questo il problema che mi tormenta. Non ti chiedo se abbiamo avuto ragione o torto; questa è una cosa che, un giorno, spero di ca- pire da solo. Ma, Lamar... penso che tu puoi aiutarmi, spiegandomi come possa essere nata una cosa simile. Per quale motivo, un negro può desiderare di venire ad abitare tra noi... in mezzo a un gruppo di bianchi ? « Il pittore si alzò e, per un momento, giocherellò distrattamente con la fibbia della cartella. Accese una sigaretta, aspirò profonda- mente, poi fece uscire il fumo dalle narici dilatate. Matt avvertiva la sua tensione, ma il volto di Winter era assolutamente inespres- sivo. « Mi dispiace che t'abbiano aggredito » mormorò infine Lamar. « Io non ho avuto parte in questa faccenda, e se avessi conosciuto le loro intenzioni li avrei certamente fermati. Ma adesso tanto vale che tu sappia tutto. L'uomo che stava per comprare la casa di Bron- son ero io... finché tu non me l'hai impedito. » « Tu! Santo Dio! » Matt rimase stupefatto a fissare il pittore. « Non credo che Dio c'entri molto, padrone. Certamente l'On- nipotente è stato estraneo al modo in cui voi bianchi vi siete com- portati. Direi che c'è entrato il vecchio Belzebú, soprattutto. » « Che pensi di fare adesso? » domandò Matt, rendendosi conto improvvisamente del baratro che s'era aperto tra loro. Involontaria- mente gettò un'occhiata alla cartella dei bozzetti e il negro colse lo sguardo. « Be', padrone, non preoccuparti, non ho intenzione di rinun- ciare a questo lavoro. Forse, il denaro per la casa non mi servirà, ma troverò qualche altro modo per spenderlo. Forse un altro visone per Margo. Sissignore, può essere proprio la cosa adatta per sciac- quarle la bocca dal sapore dei bianchi. » ANCHE SE quella sera, alla stazione, Matt la baciò con trasporto, Ellen s'accorse che il marito era turbato, non tanto dall'espressione del volto magro, quanto da un'ombra di perplessità negli occhi gri- gi. Era curiosa di saperne il motivo, ma non disse nulla, convinta che, prima o poi, Matt glielo avrebbe detto. Non mancava mai di farlo. Dopo cena Matt, senza convinzione, cercò di dedicarsi alla lettu- ra ma, ben presto, mise il libro da parte. Uscí di casa e, al buio, cominciò a camminare su e giú per il prato, finché batté uno stinco contro una poltrona da giardino e, soprappensiero, le sferrò un calcio vendicativo. Subito dopo se ne vergognò, si mise a sedere e, sebbene avesse la gola irritata per le troppe sigarette fumate quel giorno, ne accese un'altra. Devo trovare una via d'uscita da questa faccenda, continuava a pensare. Deve pur esserci un appiglio a cui attaccarsi. Ma dove? Nel fatto sconcertante che un amico lo aveva tradito, che lo aveva perfidamente assalito alle spalle? Che questo amico avesse pagato qualcuno - l'idea era mostruosa - per tormentare crudelmente sua moglie, atterrire suo figlio e coprire lui di botte? Ma se era quello il vero Winter, l'uomo beffardo che s'era trovato davanti quel gior- no, come mai non lo aveva capito molto tempo prima? Aveva forse fatto qualche torto a Winter senza rendersene conto? Di chi era la colpa - di Winter o sua - che aveva indotto il negro a farlo aggredire nella sua stessa casa ? Era soltanto perché lui era bianco e Winter non lo era ? Che assurdità !... Ma, quella notte, la sua mente stanca conti- nuava a rimuginare quel pensiero. IL RACCONTO di Matt su quel ch'era avvenuto nel Viale della Sere- nità aveva rinfocolato l'antico rancore e disprezzo di Lamar per i bianchi. Ma questo stato d'animo durò poco. Il ricordo insistente e mortificante del volto tumefatto di Matt e della sua gamba claudi- cante gli ripeteva che, da parte sua, la battaglia era stata combat- tuta con armi sleali. Non soltanto aveva perduto, il che era forse inevitabile ma, avendo dato via libera agli energumeni di Barton, s'era messo dalla parte del torto, piú ancora dalla parte del torto di quanto non fossero i bianchi. Né valeva ricordare che lui aveva proi- bito le violenze, nella vana illusione che il suo divieto sarebbe stato rispettato. Con improvvisa decisione, risolse d'andare di persona a fare i conti con Barton. Ribolliva ancora di collera, una collera che però riusciva a tenere sotto un gelido controllo, quando entrò nell'ufficio di Barton, ad Harlem. Barton si alzò, massiccio, calmo e sicuro di sé, in quel suo abito curiosamente fuori moda. Tese la mano. « Immaginavo che sarebbe venuto a trovarmi » disse, accogliendolo. « Avremmo do- vuto conoscerci prima. » Winter fu colpito dalla compostezza di quel viso, dal tono grave- mente cortese. « D'accordo, avremmo dovuto conoscerci prima » ripeté. « Ma non sono venuto per congratularmi con lei. » « Certamente no, » rispose Barton. « Non abbiamo raggiunto lo scopo: talvolta è inevitabile. Ma potrà presentarsi qualche altra occasione... lí... o altrove. » « Non alludevo a questo, » ribatté Winter, secco. « Alludevo ai teppisti che lei ha mandato nel Viale della Serenità. Avevo detto a Fox che non volevo la maniera forte. Perché lo ha fatto ? » Barton faceva scorrere le tozze dita sul bordo della scrivania, mentre osservava il visitatore. « Signor Winter, a rischio di offen- derla, posso farle notare che lei non è ancora abbastanza... navigato per questo genere di cose? » Winter ribatté con durezza: « Forse no. Ma sono abbastanza navigato per sapere che non mi sarebbe servito a molto andare a stabilirmi lí dopo che lei harasformato la strada in un campo di battaglia. Non vedo che scopo ci sarebbe a anaarmi a stabilire in una Iwo Jima formato periferia. » « I miei teppisti, come lei li chiama, non sono andati nel Viale della Serenità con intenzioni violente, sebbene fossero pronti a usare la forza, se si fosse reso necessario. Lo strepito che hanno fatto mi- rava a scatenare il panico che già si stava creando. Gli atti di vio- lenza sono stati provocati dall'agire avventato di uno dei residenti. Questa è una cosa che le ripugna, e io sono d'accordo con lei. Ma quando si combatte una guerra - e questa è una guerra nel vero senso della parola - non si può andare troppo per il sottile nella scel- ta delle armi. In questo caso, il fine giustifica i mezzi. » « Non sono d'accordo, » rispose Winter. « Se lei semina il panico in un dato posto, che cosa ne ricava la persona di colore che ci va ad abitare? Ciò la fa partire con uno svantaggio doppio. » Barton rimase di nuovo in silenzio, per studiare il suo visitatore dall'alto della sua calma monumentale. L'avvocato negro era una personalità complessa, in cui si contraddicevano un fervido idea- lismo, una spassionata durezza, un perspicace realismo e un avido calcolo. Aveva fatto infuriare e confondere molte persone, ma lui non si confondeva mai. Da giovane, a Detroit - erano gli anni della Grande Crisi - Bar- ton era stato preso dal fervido zelo di aiutare quelli della sua razza. S'era ammazzato di lavoro per mantenersi agli studi e conseguire 3 la laurea in legge. In seguito, aveva avuto un incarico pubblico, quello di difensore d'ufficio, perché, a quell'epoca, si giudicava utile per la macchina politica locale, avere qualche negro, scelto con cura, nella pubblica amministrazione. Poi, era divenuto funzionario am- ministrativo di un ente per le case popolari, e quell'occupazione gli aveva aperto gli occhi sulle tristi condizioni in cui vivevano i negri delle città del Nord. Le prime volte in cui aveva aperto alla gente di colore le strade di Detroit fuori dal ghetto negro, Barton aveva provato un fierissimo orgoglio. E, in quest'azione, era divenuto abilissimo e spregiudicato. Per molto tempo si era sentito un conquistatore che aveva trionfato sull'onnipotente nemico bianco. Ma, quando aveva visto che il ne- mico poteva essere sconfitto, quel suo ardore s'era spento ed era su- bentrata l'ambizione. Aveva cominciato a capire che la pietà ch'egli provava per i deboli della sua razza era in gran parte disprezzo Aveva continuato ad "aprire" una strada dopo l'altra, ma aveva anche cominciato a comprare case per suo conto, non appena un quartiere stava per essere invaso dai negri. E lui stesso si stupiva dei guadagni che se ne potevano ricavare. Adesso, senza smettere di studiare Winter, gli disse: « Le farò una domanda. Sperava forse di trovare la pace, andando ad abi- tare nel Viale della Serenità... tanta pace da credere di rimanervi l'unico negro? In altre parole, non tentava forse un'evasione, a suo esclusivo beneficio, un'evasione che tuttavia avrebbe impedito a ogni altro negro di venire ad abitare in quella strada ? » Winter sorrise gelidamente. « Per essere franco, non pensavo alla questione della razza. Ognuno deve badare ai propri interessi, lo sa. E se lei prende una strada come il Viale della Serenità e riempie le case di negri, non avrà fatto che creare un'altra piccola Harlem. » « Forse. E convengo che mettere un uomo di colore della sua levatura nel Viale della Serenità, rappresenterebbe un certo pro- gresso per tutta la gente di colore. Ma questo è un problema che va oltre i singoli individui. Per quanto favorevole possa essere la posizione conquistata da un singolo individuo come lei, né lei né gli altri negri potranno dirsi sicuri finché i bianchi non saranno stati costretti ad accordare a tutti i negri gli stessi diritti. » « Sí, è un sentimento nobile. Lo ammetto. Ma io non sono dispo- sto ad aspettare l'avvento della Grande Fratellanza. E credo che nemmeno lei vivrà tanto a lungo da vederlo. Perciò mi permetta di farle una domanda. E necessaria un'organizzazione per fare quello che lei fa, e questo richiede denaro. Ci vuole denaro anche per mante- nere un ufficio come il suo. Posso domandarle come fa a finanziare tutte queste cose ? » « So bene che tutto ciò richiede denaro, » rispose Barton, calmo. ~< E ammetto che la mia attività, oltre ad aiutare la gente della mia razza, mi procura del denaro. A volte anche parecchio. Mettiamo, per esempio, che il Viale della Serenità venisse aperto ai negri. Le prime due o tre case vendute alla gente di colore costerebbero molto di piú di quanto valgono realmente. Ma ce ne sarebbero almeno altre otto che, alla fine, potrei comprare per un tozzo di pane. » « Capisco. E credo anche di capire, signor Barton, che la sua posi- zione morale non è molto migliore della mia. » IN UFFICIO, Matt dette di malavoglia un'occhiata alla posta e vide, tra le altre, una busta dall'intestazione molto sobria: quella della Glamour-Glow. Sapeva quale sarebbe stato il contenuto, cortese senza dubbio, ma inequivocabilmente perentorio: la richiesta di Thurston Young d'un rapporto sull'andamento del lavoro. Era quindi giunto il momento di decidere se poteva continuare a lavorare con Winter e, in caso affermativo, trovare una nuova base per la loro collaborazione. Prese il telefono. « Lamar, sono Matt » disse, riconoscendo la voce del pittore « Ho bisogno di parlarti. » « Ah, sí? Parla pure. » La voce di Winter era naturale, allegra, senza ombra di quella tensione che Matt sentiva nella propria. « Non al telefono. Voglio vederti in faccia, mentre parlo. » « D'accordo, ma io ho da fare. Vuoi venire tu? Il quartiere è un po' sporco, ma non credo che t'insudicerai... per lo meno non molto. » Il tono era allegramente ironico. « Sarò lí tra mezz'ora, » rispose Matt brevemente, e riattaccò. Non era la prima volta che Matt si recava ad Harlem, ma adesso, mentre il tassí s'infilava nel dedalo di strade scure e ostili, con muc- chi di rifiuti abbandonati nei vicoli e negli spiazzi vuoti, Matt era piú che mai conscio e disgustato di quello squallore. Il cuore gli si ribellò al pensiero che sua moglie e suo figlio potessero vivere confi- nati tra quelle mura tetre e in mezzo a quel traffico convulso. Si stupí quando, uscendo dall'ascensore dello stabile di Lamar, si trovò davanti ad ampie finestre soleggiate, attraverso le quali ve- deva un vasto tetto a terrazza, mobili da giardino e vasi di piante. Udí il suono d'un pianoforte e riconobbe il motivo del Denubio blu sonato con impegno dilettantesco. Infine, premé il campanello del- l'appartamento di Winter. Conosceva Lamar ormai da sette anni, ma nulla l'aveva preparato alla straordinaria bellezza della donna che gli aprí la porta, acco- gliendolo con un timido sorriso. « Sono Matt Jones, » disse, accorgendosi con disagio che parlava balbettando e senza staccare gli occhi da lei. « Lo so, » fee la donna. « S'accomodi. Lamar l'attende. » Margo si trasse indietro, aspettando che il visitatore entrasse nella candida stanza dal soffitto alto. Lo sguardo di Matt cadde sulla grande sa- goma nera d'un piano a coda, ora muto, e su una testolina dai neri occhi inquisitori che l'osservavano attraverso lo spazio triangolare lasciato dal coperchio alzato dello strumento. « Tod, » chiamò Margo con dolcezza « vieni a salutare il si- gnor Jones. » Poi, rivolta a Matt: « E l'ora in cui studia il piano. Non è facile tenerlo lí fermo. » « L'ho sentito, » rispose Matt. « E molto bravo. » Ebbe l'im- pressione che quel complimento sonasse impacciato, come in ef- fetti era. Aveva perso la disinvoltura e gli occorreva un po' di tem- po per ritrovarla. Matt aveva creduto di conoscere bene Lamar Winter, ma adesso si accorse che, per quanto se sapeva lui, Lamar avrebbe potuto benissimo vivere su un altro pianeta. Quel magni- fico appartamento, nel formicaio umano di Harlem, quella donna stupenda, quel fanciullo snello, alto circa come Bill, che adesso, timido ma obbediente, veniva verso di lui... Non sapevo nemmeno che avesse un figlio, pensò Matt. Nel sorriso della donna c'era una cortese, impersonale ospitalità, nulla di piú. La seguí attraverso la stanza e poi in un'altra dove Win- ter, in maniche di camicia e blue jeans, con un pennello in mano, contemplava una tela su un cavalletto sporco di colori. L'artista posò il pennello e si pulí le mani con uno straccio. « Ciao, Matt » disse con un sorriso appena abbozzato. « Hai conosciuto Margo ? » « Sí. E tuo figlio. » Adesso che si trovava lí, Matt si domandava, quasi con disperazione, come avrebbe fatto ad affrontare l'argo- mento. Il contegno disinvolto del negro, che voleva dimostrare che nulla era cambiato, lo metteva in imbarazzo, lo irritava quasi. « A che cosa stai lavorando? » domandò, con un cenno del capo verso il cavalletto, ben sapendo, come sapeva Winter, che la domanda non aveva nulla a che fare con la sua presenza lí. « Un altro bozzetto per la Glamour-Glow, » rispose Winter, poi aggiunse, rivolto alla moglie: «Tesoro, ci faresti un po' di caffè? Non so se per te è lo stesso, Matt, ma io raggiungo il perfetto assetto di marcia solo dopo la decima tazza. Deve essere un'abitudine presa in Marina. Sei stato in Marina anche tu? » Allora, per lui, è già scontato che continueremo con questo la- voro, pensò Matt, guardando la figuretta bionda che prendeva vita sulla tela. « No. Nell'esercito. Non sapevo che avessi prestato servi- zio in Marina. » « Servizio è proprio la parola giusta. Ho fatto per tre anni il ca- meriere di mensa sull'~nterprise. Verso la fine della ferma, un uffi- ciale nuovo decise di trasformare noi ragazzi negri in cannonieri. Forse, pensava che la cosa avrebbe giovato al nostro morale o che ci avrebbe fatto diventare uomini, o che so io. » Il suo è un risentimento profondo, pensò Matt, profondo e vele- noso. Forse, sono stato sciocco a pensare che io non vi fossi incluso. Dovrò accertarlo, prima o poi. « Vorrei sapere alcune cose, » cominciò. « L'avevo immaginato, » disse Winter calmo. « Bastava il fatto che tu fossi venuto fin qui, ad Harlem. » « Sono stato aggredito. Ma questo è il meno. Mia moglie è stata insultata al telefono da qualcuno che non ha avuto il coraggio di dire il proprio nome. L'ultima volta che ci siamo parlati, hai detto che eri estraneo a questa faccenda. Ora credo che tu mi abbia men- tito. » Matt non era preparato al mutamento che scorse sul volto di Winter. Che cos'era ? Dolore, certamente, ma anche qualcosa di piú. Vergogna ? « Ho mentito e non ho mentito, » rispose Winter con sforzo. « Non sono stato io a ordinare né a pagare quanto hanno fatto e credevo di essere riuscito a escludere la violenza. Ma, in parte, hai ragione. Ho lasciato che accadesse. Sono stato uno stupido. » « Perché ? » domandò Matt. Era abituato agli amari sfoghi di Winter, ma quest'amarezza, rivolta contro se stesso, era diversa. « C'è un certo Francis Barton. » « Lo so. L'ho conosciuto. » « Voi bianchi m'avevate soffiato la casa, e cosí, alla fine, mi lasciai convincere a mettere la cosa in mano a Barton. Come ultima risorsa, direi. E il suo mestiere, il mestiere del blockbuster. » « E tu che tipo di blockbuster sei ? » la domanda di Matt era det- tata da genuina curiosità, ma aveva anche una punta d'amarezza. « Vuoi dire se cercavo d'aprire la strada alla gente di colore in genere? No. La mia era soltanto una piccola intrusione personale. Senti, Matt » il viso di Winter era grave. « Ti riesce difficile capirlo, ma è semplicissimo. C'era una casa in vendita; io aveva il denaro per comprarla e volevo averla. Hai visto mio figlio, entrando ? » C'era un'ombra dolorosa negli occhi di Winter che a Matt non poteva sfuggire. « Mio figlio non ha la tempra del lottatore. Non so che cosa sare- sti capace di fare per tuo figlio, ma immagino che non ti risparmie- resti. Per il mio, farei qualsiasi cosa... pur di portarlo via di qui. » Winter si voltò verso la finestra a guardare i tetti di Harlem e, osser- vandolo, Matt intuí la dura, brutale lotta per l'esistenza che si com- batteva sotto quei tetti. « Lui non è fatto per vivere qui, » mormorò Winter. Si volse, tornò al cavalletto e rimase a guardare il proprio la- voro. Non una volta in sette anni, pensava Matt osservandolo, quell'uomo gli aveva permesso di leggergli nell'animo. E nemmeno, riconobbe con tristezza, egli stesso aveva avuto il desiderio o l'intuito di farlo. La voce di Matt, quando la ritrovò, era roca. « Sapevi che io abitavo lí? » domandò. « Naturalmente. » Nel sorriso di Winter non c'era piú il sarcasmo d'una volta; bensí un doloroso rammarico. « Perché non me l'hai detto ? » Il pittore si scostò di scatto dal cavalletto e si mise di fronte a Matt. « Che cos'avresti fatto, se te lo avessi detto ? » domandò senz'astio. Quella domanda, cosí pacata, cosí penetrante, ebbe la potenza di un'esplosione. Che cosa avrebbe fatto? Che cosa? Era sembrato piú che evidente, quando il nemico era ancora senza volto. « Non lo so. » Le parole uscirono a stento dalla bocca di Matt. « Credo che avresti ceduto, » disse Winter sempre senz'astio. « Per- donami Matt, ma credo che avresti dovuto cedere. E io non volevo vedertelo fare. » ILONDO in cui Matt Jones era nato e diventato adulto, in cui aveva combattuto con onore in guerra, aveva scelto una donna e messo al mondo un figlio, non gli aveva ancora chiesto, nei suoi trentott'anni di vita, di prendere una decisione veramente difficile o di prenderla da solo. La guerra gli aveva imposto cose difficili, ma non gli aveva mai chiesto di farle da solo; la guerra aveva esigenze adeguate alla situazione creata dalla guerra stessa. Matt ne era uscito con una medaglia d'argento e una ferita di scheggia di granata lungo il fianco sinistro e il ventre, ma le decisioni che aveva preso non l'ave- vano mai costretto a staccarsi molto da quella che era la regola da tutti seguita. Questa, invece, era una decisione nel vero senso della parola. Avrebbe avuto conseguenze clamorose, e solo lui poteva prenderla. Tuttavia, Matt trovò un aiuto, anche se, consciamente, non ne aveva chiesto alcuno. Quella notte, a letto, era rimasto a lungo accanto a Ellen, con la mente chiusa e lo stomaco contratto, con l'animo che fremeva silenziosamente per liberarsi dai problemi che l'assillavano. A un certo momento, con un'alchimia dello spirito che, nei quindici anni di vita comune, non era mai venuta meno e che, anzi, si era rafforzata, fu piú consapevole della presenza di lei che del travaglio della sua mente. Ellen gli giaceva accanto e respi- rava tranquilla, ma lui capí che non dormiva e che, sebbene gli risparmiasse le domande che le si affollavano alle labbra, intuiva il suo senso di solitudine. Fu sopraffatto da un'ondata di tenerezza e dal rimorso di averla esclusa. Allungò un braccio e le sfiorò pri- ma le labbra, poi il mento, la gola e infine il petto. Ellen rimase im- mobile per un momento, poi, con subitaneo desiderio, gli si accostò. I loro corpi si conoscevano bene, ma questa conoscenza non aveva attenuato, bensí accresciuto, l'attrazione reciproca. Non li spinse una fretta affannosa e maldestra. Fu come un rito lento, tenero, assorto. Matt non se ne rese conto, ma, a un certo momento, tra le brac- cia di Ellen, gli fu possibile arrivare a una decisione. Non si giudicava, obiettivamente, un uomo giusto, sebbene lo fosse. Né si reputava ge- neroso o impulsivo, benché fosse l'uno e l'altro. Adesso era sveglio; ma la pace e la certezza erano finalmente venute a placare la sua mente esausta. La mattina seguente, quando, alla stazione, s'accomiatò da Ellen con un bacio, non le aveva ancora detto che cosa avrebbe fatto quel giorno, né fino a che pUIItO lei sarebbe stata impegnata, a sua insaputa, dalle sue decisioni. Per rendergli giustizia, bisogna dire che nemmeno lui lo sapeva ancora con precisione. Ma sapeva bene che avrebbe fatto qualcosa. A metà mattina, telefonò a Lamar Winter per invitarlo a pranzo. « D'accordo, Matt. A che ora e dove? » « Verso l'una. Ci troveremo al "Ventuno". » « Al "Ventuno"? » Winter pareva sorpreso. « Non ci ho lI~ai messo piede in vita mia. Non credo che saranno contenti di vedermi. » « Lo saranno, non dubitare » rispose Matt con fermezza. Di proposito, non si fece riservare il tavolo: mai piú avrebbe preso precauzioni a causa del colore della pelle di Winter. Passa- rono davanti al portiere e, nella voce di Mátt, c'era un tono di sfida, quando disse all'impassibile capo cameriere che voleva un tavolo 264 SELEZlOJvE DEL LIBRO per due. S'era preparato a una certa resistenza e rimase quasi de- luso quando il capo cameriere fece un cenno affermativo col capo e rispose: « Certo, signor Jones, » aggiungendo: « Va bene quello nell'angolo ? » Mentre ordinavano, Matt era a disagio, preso com'era da una strana impazienza. « So che non mi hai invitato qui soltanto per il gusto di farlo, » disse infine Winter. « Che cos'hai in mente ? Sentiamo. » E allora Matt, calmo, senza drammatizzare, gli domandò. « Sei ancora del parere di prendere la casa? » « Perché ? Perché me lo chiedi ? » « Perché puoi averla, se la vuoi ancora. » « Oh... » fece il negro, quasi senza fiato. « Ma che mi venga un colpo! E chi dice che posso averla? » « Lo dico io. » « Tu non sei solo. La casa non è tua. Avete formato un con- sorzio. Chi altro dice che posso averla? » « Non c'è bisogno che lo dica nessun altro, » rispose Matt, ta- gliando corto. « Nell'atto di vendita, il compratore sono io. Dovresti saperlo, se ti sei documentato sulla questione, come credo tu abbia fatto. La cosa dipende solo da me. Posso vendere la casa. » « E come credi di poterlo fare? » domandò Winter. « Non puoi agire alla luce del sole. Ragazzo, ti farebbero a pezzi, quelli là! » Si era al solito dilemma, si disse Matt. Non c'era un modo onesto per compiere quell'azione onesta. Non c'era modo di rendere giusti- zia a Lamar Winter, a sua moglie e a suo figlio, senza compiere un'ingiustizia nei confronti del Viale della Serenità, della propria moglie e del proprio figlio. « Dovremo farlo di soppiatto, » disse Matt, prevedendo tutte le sfumature che quella parola implicava, e odiandone il suono e il significato stesso. Non si era mai sentito cosí stanco, cosí sfinito in vita sua. « La vuoi ? » Questo sí che è un uomo, pensò Winter. Provò un'insolita com- passione e un profondo senso di trionfo. « Sí, la voglio. Mi addolora dovermi servire di te, Matt. Sei un bianco generoso. » Per la prima volta in vita sua, Lamar Winter lottava contro una forza che non riusciva a dominare né a capire. Era preparato a lot- tare, per conquistare la sua casa nel Viale della Serenità, ma niente, in vita sua, lo aveva preparato a ricevere calore, generosità, oppure il sacrificio di un suo simile. Era un uomo istintivamente pronto al sospetto, ma la sua acuta intelligenza gli diceva che, nel dono di Matt, non c'era nulla di sospetto. Winter si trovò sospeso su un abisso di dubbi assillanti. IL VIALE DELLA SERENl'rA 265 SUL VOLTO pallido di Ellen s'era dipinto un profondo sbigotti- mento. « Vorrei capire » disse. « Ma proprio non ci riesco. » : « Lo so. » Ricordando come anche lui avesse brancolato nel buio in cerca della verità, Matt sentiva come fosse impossibile co- municargliela. « Tu non lo conosci e questo complica le cose. Ma non è un farabutto, devi credermi. E un mio amico. » « Amico? » esclamò Ellen, ed era quasi un urlo. « Quando mai un amico farebbe quello che ha fatto lui, la notte in cui sei stato aggredito ? » « Quella, è stata un'azione con la quale lui non aveva niente a che fare. Lo hanno preso dentro e si sono serviti di lui... come avreb- bero fatto con qualsiasi altro negro. » « Come farai a spiegarlo a Billy? » continuò Ellen. « Era terroriz- zato, quella notte. Credeva che ti stessero ammazzando. E anch'io l'ho creduto. » E, nel ricordo, il viso le s'indurí in una maschera d'odio. « Bill è un bambino. Se ne sarà già dimenticato, » rispose Matt, augurandosi che fosse vero. « Comunque, non capisci che adesso è diverso? Il brutto è passato. » « Che c'è di diverso? Sono e rimangono una famiglia di negri. » « Sono anche degli esseri umani! Maledizione! E quello che cerco di farti capire. » « Non la pensavi cosí, prima di sapere chi fossero » ribatté Ellen, tenendosi ai fatti con esasperante ostinazione femminile. « Lo so, » ammise Matt con minor asprezza. « La differenza è tutta lí. Prima di sapere chi fossero, avevamo paura di qualcosa che non aveva né nome né volto. Era soltanto un incubo, uno spau- racchio. Adesso, so che si tratta di un uomo che conosco e che rispetto, d'un uomo con una bella moglie e con un bambino che lui non vuole vedere trascinarsi per le strade di New York come noi non vorremmo vedercisi trascinare Bill. » Ellen scosse ostinata la testa. « Matt, io non ho paura di accettare la mia parte di responsabilità per qualcosa che deve essere fatto. E non ho neanche paura che l'accetti Billy... se è giusto e necessa- rio Ma questo mi sembra cosí... cosí impossibile. E gli altri ? Come ti regolerai con loro? » « Farò la sola cosa che posso fare » rispose Matt, duro. « Imbro- gliarli. » « Oh ! » Ellen s'irrigidí, le mani serrate in grembo. Matt la guardò ssi sentí stringere il cuore. Era disperato, come chi sa d'essere in una pOSizione insostenibile, ma sa anche di doverla difendere a tutti i costi Soltanto una cosa gli dava la forza di farlo: la certezza che il suo atto fosse l'espressione stessa della giustizia e che non ci fosse altra soluzione possibile. IL MECCANISMO dell'inganno si dimostrò d'una semplicità infan- tile. Alexander Fox procurò un prestanome di professione, dall'aspet- to credibile, che si faceva chiamare Arthur Lakeland, e Matt co- municò a Gold che riteneva d'aver trovato un compratore: un agente di pubblicità che voleva venir via da Long Island. Aggiunse che Gold avrebbe dovuto occuparsi delle pratiche necessarie e che gli aveva fissato un appuntamento con il cliente. « Benone. E una bella notizia » rispose Gold. « Per quand'è l'ap- puntamento ? E dove ? » La domenica, Gold condusse Lakeland al numero uno di Viale della Serenità. I due visitarono rapidamente la casa e un'ora dopo, Gold riaccompagnò il presunto acquirente alla stazione di Chappa- qua. Piú tardi, Zack si recò da Matt e lo trovò in giardino. « Mi sembra che gli sia piaciuta, » riferí Gold. « Gli ho detto qual era la somma in contanti che chiedevamo, o meglio, che chie- devi tu, come venditore. Ha risposto che sarebbe arrivato a quella cifra, ma che non avrebbe potuto dare di piú. » « Vuoi dire che non ci rimetteremo niente? » domandò Matt, sforzandosi di apparire sorpreso e soddisfatto. « Cosí ha detto. Accetti? » domandò Gold impassibile. « Perché no? » rispose Matt; poi aggiunse prudentemente: « Se è una persona come si deve. Che te ne sembra? » « E uno che la compra. E non è un negro, » rispose Gold, asciut- to. « Non mi sono fatto dare una caparra, ma se sei d'accordo, me la farò dare. Ne verremo fuori prima e meglio di quanto si potesse sperare. » La cerimonia della conclusione d'una compravendita immobiliare è una specie di supplizio sia per chi compra sia per chi vende. Le due parti non sono che semplici spettatori paganti, confusi e tolle- rati, ma non consultati; è un rito di cui sono protagonisti gli agen- ti, i legali, i funzionari della banca che ha accordato il mutuo, i garanti. Matt era madido di sudore quando, infine, tutti si alza- rono e si strinsero la mano. « Verrà presto ad abitare nella nuova casa? » domandò Gold a Lakeland, quando si lasciarono. Un che di strano nel tono in cui era stata formulata la domanda, una lieve inflessione insultante, colpí l'orecchio di Matt. « Tra una ventina di giorni, credo » rispose Lakeland, vago. « De- vo prima sistemare qualche cosetta. » Gold e Matt uscirono insieme dalla banca. Era una giornata afosa; i due si fermarono a un bar e ordinarono una birra. « Anche questa è fatta, » sospirò Matt. « Che altro c'è, ora? » «