FERDINANDO VIRDIA. IGNAZiO SlLONE. da IL CASTORO, NUMERO 6, GENNAIO 1979. Quale è, o quale ritieni possa essere, oggi, la funzione di uno scrittore ri- spetto alla società e alla vita politca del nostro tempo ? Ritieni che uno scrittore debba trovarsi "impegnato" nei limiti di un ideologia o in quelli di una de- terminata politica sociale? Il primo dovere di uno scrittore è la sincerità. E il primo dovere di una so- cietà verso i suoi artisti e scrittori è di rispettarne la sincerità. Sono pertanto lontanissimo da ogni velleità di far prevalere tra gli scrittori una mia particolare concezione delle relazioni tra letteratura e politica. Personalmente io mi sono sempre sentito "impegnato", nel senso più rigoroso del termine: "impegna- to", direi quasi nel senso che il termine ha nel gergo del Monte di Pietà o Monte dei Pegni. Ma sono assolutamente avverso a farne una norma o una mi- sura di valore. Non credo raccomandabile indurre altri scrittori, che spontanea- mente non se la sentono, ad attenersi al medesimo criterio. Ogni scrittore deve esprimersi con la sua voce: non deve parlare o cantare in falsetto. Ho sempre ri- provato nel concetto d'impegno di Sartre e dei comunisti l'errore di farne una norma e un giudizio di valore. Si è visto a quali disastrose conseguenze condu- ce una tale aberrazione, quando tale norma diventa legge dello Stato, com'è avvenuto nei paesi d'oltrecortina. Ritieni che uno scrtttore debba prendere posizione direttamente o indiret- tamente sui grandi temi del mondo contemporaneo, come quelli della minac- cia nucleare, della pace mondiale, della povertà, dei paesi sottosviluppati, dell'espansione del comunismo, del pericolo costituito tutt'oggi da dittature di destra o di sinistra presenti o future? Uno scrittore, come ogni altro cittadino, avrebbe il dovere morale di cono- scere i problemi della propria epoca e di farsene un'opinione. Ma, ovviamente, non può essere costretto. E' da sperare che lo scrittore convinto di una qualche necessità sociale, la esprima anche in dibattiti pubblici e polemiche. E' utile che lo studio e la trattazione dei temi maggiori della nostra generazione non siano lasciati ai professionisti della politica. Ma uno scrittore decade subito nel rango di protagonista appena si fa il portavoce e il propagatore di parole d'ordine elaborate da altri per questioni da lui personalmente non studiate. E' un malcostume ora abbastanza diffuso che getta il ridicolo su molti appelli e dichiarazioni di intellettuali. Anche a questo riguardo, dunque, sorge il richia- mo alla sincerità. Gli scrittori hanno non l'obbligo, ma il dovere morale di contribuire ad illuminare l'opinione pubblica sulle questioni da essi studiate e approfondite. Si comportano però da autentici imbecilli quegli intellettuali o artisti che firmano qualunque appello o protesta su argomenti di cui non han- no la minima nozione, obbedendo a motivi di vanità o di opportunismo. Que- sto malcostume purtroppo ha come risultato di gettare il discredito anche sulle iniziative più serie. Come pensi possa essere inquadrata la tua narrativa nell'attuale situazione e nelle linee di sviluppo della letteratura di oggi? A quale altro scrittore pensi di essere più vicino ed affine? Non so come possa essere inquadrata la mia narrativa nella nostra storia let- teraria contemporanea. Sinceramente non lo so e non mi preoccupa, poiché non ritengo che sia compito mio di stabilirlo. Mi pare che gli accostamenti sug- geriti finora dai critici siano inconsistenti. Poiché nei miei racconti ha una certa parte la politica, qualcuno in un primo momento ricordò... Domenico Guer- razzi; poiché il paesaggio è rustico un altro accennò a... Renato Fucini; poiché vi figurano dei preti e vi si parla di religione, qualche altro ha tirato in ballo... Fogazzaro; infine, ma non in fine, vari hanno naturalmente scomodato Verga. Mi pare che nessuna di queste presunte parentele regga alla riflessione. Vedia- mo un po'... i miei romanzi non sono politici, ma antipolitici; in essi è rappre- sentata la condizione dell'uomo nell'ingranaggio della politica contempora- nea, ed è evidente che l'autore è dalla parte dell'uomo e non dell'ingranaggio. In quanto al paesaggio, esso vi è accennato appena, come proiezione dell'ani- mo dei personaggi. Il religioso o il sacro è quello terrestre della tradizione li- bertaria meridionale, che non ha nulla in comune con quello intellettuale dei modernisti. E i contadini non sono incatenati nella loro tragica pena; dalle sof- ferenze di Fontamara malgrado tutto, sprizza un barlume di coscienza. Mi pa- re sia un elemento essenziale, una "conclusione" che dà carattere a tutto quello che precede. L'oratore non è più marxista, ma non è passato invano per il marxismo. La tua crisi di militante e di dirigente comunista il tuo distacco dal partito comunista nel lontano 1927 è stata la causa determinante del tuo « passag- gio « alla letteratura o esisteva in te prima di quell'evento una vocazione let- teraria sia pure insicura o repressa? Vi è una forma di rivolta esistenziale che contiene il germe di sviluppi assai diversi, politici ideologici morali estetici. Sono le circostanze della vita, e anche gli impulsi imprevedibili dello spirito, a favorire più tardi uno sviluppo piutto- sto che un altro. Posso dunque affermare che le vicende interne del comuni- smo facilitarono il mio distacco dall'azione politica e la mia concentrazione nel lavoro letterario, ma il bisogno di riflettere e di raccontare lo avevo avuto da sempre. E anche fuori dubbio che il senso della vita e dell'uomo, che era all'origine di quel bisogno, contribuì non poco alla rottura con una politica che ne era la negazione. Questo non significa che, di punto in bianco, io di- ventassi indifferente alla politica. Rimasi antifascista quanto o più di prima Tutto quello che ho scritto in seguito mi pare che stia a dimostrarlo. C erano stati prtma di Fontamara tuoi tentativi letterari magari non porta- ti a termine a causa di altri impegni polittci o intellettuali? L esigenza di rac- contare si manifestò in te come una continuazione e magari come un vero e proprto Ersatz dell azione poltttca o essa non passò in pnmo piano come una vocaz~one in certo senso primarta della tua vtta? Devo dire che un certo gusto del a bello scrivere « I'avevo fin da ragazzo ed esso fu mcoraggiato in senso deleterio dal genere d'insegnamento letterario che ricevetti nei collegi di preti da me frequentati. Quando mi accinsi a sctive- re Fontamara la prima precauzione che dovetti ptendete fu appunto di dimen- ticate il bello sctivete appteso in collegio. Ftancamente non avevo modelli let- tetati a cui ispitatmi. Fui sotpteso non poco, nel leggete le ptime tecensioni appatse dopo le edizioni in tedesco e in inglese, di ttovatvi menzionati nomi di autoti tedeschi inglesi e ameticani, a me ignoti, che, secondo i ctitici, mi avtebbeto ispirato. Se mi è lecito menzionare un antecedente non lettetario, direi che il lavoro di scrittura di Fontamara poteva ticordarmi, in qualche mo- mento, la redazione dei rappotti intetni di pattito, con in più quello che nei tappotti mancava. Devo aggiungete che le ossetvazioni che mi sono state mos- se sullo stile e la fotma, non mi hanno fatto né caldo né fteddo, perché mi ri- cordano appunto l'insegnamento ricevuto in collegio da cui mi sono liberato. La vita è troppo breve per tornare a discutere ancora di forma e contenuto. I tuoi romanzi nspecchtano sta pure tn una loro particolare prospettiva fantastica lirica e autobiografica una certa realtà italtana la realtà regtonale di un mondo contadino che per la pnima volta nella stona letterana italtana uno scnttore tratta immedesimandosi in esso e immedesimando in esso una sua visione stonca ed ideologica e la sua polemtca contro la società. Ritieni che quel mondo e quella società stano oggi diverse dall epoca della tua espenenza gtovanile e dei tuoi pnimi Itbni? Possono essi conttnuare ad tspirare la tua opera di narratore? La condizione sociale dei contadini meridionali è in una fase di rapida tra- sformazione, come, d'altronde, la società italiana in genere. Sono naturalmen- te soddisfatto di avere contribuito in modo particolare all'espropriazione del Fucino. Vari giornali la chiamarono la a Rivoluzione di Fontamara «. Non di- rei però che la nuova situazione sia quella del Regno di Dio sulla terra. Anche se uno scrittore si applica a rappresentare la sorte di un ceto sociale che poi si trasforma, non si può dire che la sua visione della vita si esaurisca. Non vi sono riforme che possano modificare sostanzialmente il carattere problematico dell'essete umano, il conttasto dell'individuo col collettivo, della società con lo stato, lo squilibtio tra la ricerca della felicità e il dolote. E giusto lottate pet il benessete, ma non c'è da illudetsi che esso tisolva tutto: tisolvetà i ptoblemi della misetia e satà molto. Le incognite più essenzialmente umane risulterann esasperate. Nel mio libro Usctta di stcurezza mi occupo largamente di quest Ma per me non è un tema nuovo, è solo un aspetto dell'unico tema di cui mi sla sempre occupato, la condizione dell'uomo nella società Mancherei d spetto verso me stesso se, per cupidigia di successo, mi mettessi anch'io a scti vere incesto e ptosutuzlone, secondo la moda. La moda non m'interessa Nella nostta lettetatuta contempotanea esiste un « caso Silone « allo stesso mo- do nel quale esiste o è esistito un ~ caso Svevo ~, un « caso Tomasi di Lampe- dusa ~? E la domanda che ci si pone ogni volta, almeno, che uno sctittore, per ailni vissuto nell'ombra, nel silenzio della critica, lontano dal mondo lettera- rio, emerge e si impone a un pubblico più vasto, è sistemato dagli specialisti nei parametri della cultura letteratia, è accolto nelle collane dei gtandi editoti. In questo senso il a caso Silone « si esautisce con l'immediato dopoguetta; con la Libetazione, infatti, i suoi tomanzi, caduta l'intetdizione della censuta fa- scista pet il loto contenuto di ptotesta civile e sociale, incominciano a citcolare nel n4)stto paese, e lo scfittote si insetisce nel panotama genetale della nostta lettetatuta militante. Ptima d'allota il nome di Ignazio Silone, uno del pochls- simi, che ptoponesseto con una impostazione tutta sua patticolare, In tetmini polemici, i ptoblemi di una ttagica tealtà politica e sociaìe dell'ltalia contem- potanea e delle tagioni stotiche dello stato di sottosviluppo. di awilimento, di costante infetiotità civile e motale del mondo contadino, in modo patticoìate di quello del Mezzogiomo, il nome di Ignazio Silone, dicevamo, eta conosclu- to solta~nto all'esteto, dove i suoi ìibti ottenevano successi non ttoppo consueti pet uno sctittote italiano. Pet tutto il ventennio fascista, la posizione di Silone eta stata quella di un awetsario irriducibile del regime, e per giunta apparte- nente a quella schiera di emigrati politici i quali escludevano ogni possibilità di compromesso con i ditigenti del tegime stesso e con le stesse classi ditigenti italiane che bene o male lo sostenevano. Non eta ptoibita soltanto ognl dlffu- sione della sua opeta, ma eta vietato alla stessa cfitica di occupatsene, così co- me eta vietata owiamente, la citcolazione nel paese dei suoi libti. Si conosce- vano, è veto, ii suo nome e la sua vicenda, ma soltanto di fiflesso, e ben poche copie di Fontamara o de 11 seme sotto la neve o di Pane e vino circolavano in quegli anni, anche clandestinamente, in Italia. Ricordiamo di aver letto, fotse un anno ptima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Fontamara nella ttaduzione ftancese e in un esemplate inttodotto clandestinamente, che veniva passato m gtan segteto--e non senza citcospezione--da amico ad amico quasi come un documento politico comptomettente. Esso anzi alimentò la no- stta tematica, in ptivatissime discussioni lettetatie, nelle quali si tentava di tto- vare una via per uscire dall'impasse del calligrafismo e della prosa d'arte e di ri- trovare un nesso operante tra la letteratura e la realtà italiana. La Liberazione faceva naturalmente cadere ogni proibizione, ma nel tempo stesso toglieva all'opera dello scrittote in esilio, otmai tienttato in Italia, quel cetto alone di misteto e di attesa che la lontananza e l'esilio stesso acctesceva- no. Subito dopo la Libetazione Silone fu letto quasi con avidità da quella patte del pubblico italiano che, all'indomani della caduta del fascismo, awettì pe- tentotiamente il bisogno di una vefità non fittizia, non attefatta, non fotzata- mente ottimistica, non ticalcata sugli schemi ptedisposti dall'ideologia del paruto al potere. Tuttavia la critica fu sostanzialmente teticente o, se non al- tto, tiluttante ad insetite la nartativa di questo scrittore nella dialettica della nostra cultura letteraria militante. Il a caso Silone «, in altre parole, rimase confinato nel limbo di una letteratura tipicamente irregolare e pressoché d'oc- casione, quasi ai margini di un giornalismo a sfondo sociale, se non altro come espresslone quasi secondaria di una vocazione o di una battaglia politica. Un attento e profondo studioso di letteratura italiana come Natalino Sapegno ag- giornando nel dopoguerra il suo Compendio di stona della letteratura itaitana che era apparso la prima volta nel 1936, aveva avuto per Silone un accenno piuttosto frettoloso: a Le ultime prove dei narratori già noti, da Alvaro a Mora- via, da Vittorini a Piovene, non escono per ora essenzialmente dalle linee di un quadro già tracciato, mentre sembrano povere e alquanto spaesate e approssi- mative le esperienze di esuli (Ignazio Silone, Ezio Taddei) che ci titotnano con tutta la fotza del loto messaggio umano e politico, ma anche con la scopetta debolezza dl una ptecisa vocazione lettetatia (voglio dire non solamente docu- mentarla e giornallstica) «. E un giudizio che, se pur modificato nella successiva edizione del Compen- a'io (1972) ci sembta tiassuma in se stesso l'atteggiamento della critica italiana nei tlguardl dello scrittore e della sua ptoduzione nattativa ptima e dopo il ti- tomo dall'esilio, e cetto non senza tagione Emilio Cecchi, patlando ptoptio del « caso Silone o, sctiveva nel 1952, in una nota tistampata nel volume Di giorno in giorno (Milano, Gatzanti, 1954): « Dopo dieci anni la nostra critica nei suoi riguardi, è ancora perplessa e teticente. D'un suo influsso su altti to- manzieti, italiani o di fuotivia, non c'è da patlate nemmeno. La sptopotzione tta la fama e il successo all'esteto e la tisetvatezza dell'accoglienza in patria, ha finito col costituire un vero problema critico; ed è la prima cosa che si presenta alla mente di tutti coloro che si occupano di lui e della sua lettetatura D. Se nell'opinione stranieta il fuotuscito Silone, autote di Fontamara, aveva finito--aggiunge il Cecchi--con l'apparire pressappoco l'unico nostro scrit- tore « che avesse prodotto qualche cosa di vitale sotto il fascismo l~ (e ventidue traduzioni di Fontamara e dodici di Pane e vino documentano ampiamente ta- le opinione), è anche vero che una quantità di notevoli romanzieri nuovi o me- no nuovi, Tecchi, Moravia, Brancati, Vittotini, Ptatolini (ai quali pottemmo aggiungete anche i nomi di Alvato, Betnati, Bilenchi, Bigiatetti, Benedetti, Delfini), « etano appatsi od avevano finito di fotmatsi in Italia... in vario mo- do giudicati dai lettori e dalla critica D. Per giunta, « il fatto che Silone artivava dall'estero, con tutti i crismi della democrazia internazionale, sembrava essete di pet sé sufficiente ad imporlo in un paese con le larghe disponibilità di pac- chianetia che ha il nostro. Questa volta invece non fu così; e sulla bilancia dei valoti narrativi, non si ebbe a ossetvare nessuna oscillazione v. Secondo Cecchi, si sarebbe tacitamente stabilito tra lo scrittore, la critica (timorosa di peccate di cattivo gUStO se avesse fatto il viso dell'arme ad uno che tientrava dall'esilio) e il pubblico, « una specie di rispettoso 'modus vivendi'; in cui né Pane e vino né ll seme sotto la neve valsero successivamente a immet- tere un po' di calote ~. Escludendo che l'essersi tenuto appartato, lo scrittore stesso, dalla letteratuta, a causa dei suoi impegni politici, potesse avere influito su questa freddezza e su questa reticenza, il Cecchi si domanda se la ragione di un tale disinteresse della critica (esclusa un'assutda congiura del silenzio) non fosse in a qualcosa di intrinseco all'opera J~, che, almeno fino a qualche tempo avrebbe impedito « un incontro più convinto tra Silone e quella patte, pUt li- 10 mitata, del pubblico italiano, che non legge pet ammazzare il tempo, ed ha una certa capacità di chiarire a se stessa le proprie intenzioni ~. Recensendo successivamente il romanzo Una manctata di more, che giudi- cava a il libro più impegnativo e studiato di Silone 1~ sino a quel tempo, il Cec- chl annotava che, a strettamente dal punto di vista dell'invenzione e coordina- zlone dei fatti, e per la competenza delle cose trattate, il neorealismo nostrano (Pavese e Vittorini qui non c'entrano) non ha dato molto di meglio ~. Il diffi- cile incontro di Silone col pubblico era forse nel « risalto più ctudamente pitto- resco ~ di altre opere, nelle quali l'intento caricaturale a puntava tutto in una direzione «, con un a naturale riflesso del bozzettismo paesano; ed agli stranie- rl non dovette parer vero di sentirsi spiegare il fascismo in termini di folclore )~. In altre parole, un sospetto di naturalismo, superato dalla narrativa più recente degli Alvaro, dei Pavese, dei Vittorini ecc., teneva lontano dai libri di Silone critica e pubblico italiani. E, annota nello stesso scritto che « la veta nota di Si- lone è nel suo sentimento di ptofonda e virile pietà per gli umiliati e gli offesi. In una sorta dl laico evangelismo; che dove più liberamente respira e si fa sen- tire di dentro la macchina del racconto, porta come un'eco di religiosità popo- lare «. Il Cecchi tuttavia non tralasciava di ricordare anche a una qualche con- venzionalità della scrittura. . . nella qualità d'una scrittura paziente, solida, che espone piUttOStO che realizzare, che presenta il proprio oggetto invece d'im- medeslmarvisi «. Non si tratta--precisa--d'ornamenti, eleganze, raffinatez- ze, che nessuno desidera: « Alludo alla povertà d'interna vibrazione «. Il Cec- chi citava inoltre un articolo letto molti anni prima su una rivista inglese « Horizon «, sulla letteratura tra le due guerre nel quale si ossetvava che i libri come quelli di Koestler, Silone e altri, erano d'effetto più sicuro leggendoli tradotti, anziché nella loro lingua: a Proprio perché allora meno si percepisce quella mancanza di vibrazione interna «. Tutto qui, dunque, il « Caso Silone «? Esso si ridurrebbe a una sorta di manca- to adeguamento dello scrittore alle linee di sviluppo che la critica italiana det- tava pet la nostra nattativa. Silone, in altte parole, rientrava in Italia con opere che etano tiuscite a suscitate il favote degli sttanieti solo a cusa del loro conte- nuto e delle buone traduzioni; e tuttavia, oggi, come ieri, a qualcosa di intrin- seco all'opera «,--secondo quanto, appunto, come si è visto, accennava il Cecchi--si frapponeva tta essa, la ctitica e il pubblico, ma il ptoblema è più vasto e più ptofondo. E questo forse anche per colpa della critica italiana quasi sempte unidimensionale nel suo giudizio, e incapace di accettare espefienze estranee alle sue poetiche. Anzitutto lo stesso Silone non si ptesentava, all'in- domani della Libetazione, alla critica e al pubblico (quello che non legge sol- tanto per a ammazzate il tempo «), come uno sctittore esclusivamente scritto- re, bensì come un saggista politico, o politico-letterario se non ptOptlO come un uomo politico, che avesse anche scritto tomanzi e saggi di lettetatuta. La personalità di Silone lasciava allota, in effetti, assai scatso matgine a quella che è in lui, invece, una vocazione ptimafia, anche se tale vocazione gli si eta tivelata in occasione delle delusioni venute a lui dalla politica militante, come si vedtà nel COtSo di questo nostto studio, e a causa soptattutto della sua uscita dal pattito comunista. In altte patole, Silone si ptesentava alla ctitica ita- liana, che è essenzialmente una ctitica di poetiche, come uno sctittote ptivo di convalide sul piano delle estetiche cortenti, ctociane o matxiste, pata-ctoclane o pata-matxiste, ed anche, tutto sommato, come un outsider della lettetatura che in fondo non si adopetava uoppo pet non essete più tale; accettando tta l'altto di pattecipare con un suo impegno diretto alla lotta politica, il che in Italia è quasi sempre ragione di sospetto, anche nei settoti della ctitica più im- pegnata, titenendosi l'attività politica ditetta, il giotnalismo politico, come una sotta di distrazione o di dispersione. Particolarmente nei confronti del Si- lone perdurò per molto tempo la persuasione, in parte non del tutto infonda- ta, che la letteratura fosse per lui una sorta di Ersatz dell'attività politica e strettamente legata ad essa. E probabile che questo sia stato vero in origine, alle prime faticose prove di scrittore, ma è certo invece che proprio la delusione politica, I'uscita da un par- 12tito che propone una sua Weltanschauung nella quale un intellettuale non trova margini o distinzioni tra l'attività del militante e le esigenze di espressio- ne del suo mondo poetlco, proprio queste circostanze, portano alla luce in Si- lone la vocazione latente del narratore, quasi come la continuazione di una po- lemlca contro la socleta italiana e contro gli egoismi, i privilegi, i soprusi di cui erano vittlme i contadini della sua terra, ancora fuori dalla storia, oggetto non soggetto della storla, contro il fascismo che aggiungeva alla difesa degli antichi prlvllegl dl casta e di nascita della classe dirigente locale, il soptuso dei suoi ge- rarchl, del SUOI mlhti, dei suoi poliziotti. Ma anche contro il tralignare e il de- terlorarsl del mlgliori fermenti del movimento operaio. Per Silone, uscito dal movlmento comunlsta a causa di un dissidio profondo con i suoi dirigenti, do- po esserne stato un esponente di primo piano, la vocazione di scrittore com- portava Inoltte ll rlpensamento di quelle che erano state le sue esperienze gio- vanlli, I'amblente storlco della sua formazione, il mondo popolare della sua terra, le CUI sofferenze ed il cui stato di sottoposizione avevano ispirato in lui glovane l'asslllo dl lottare per il suo miglioramento e per la sua libertà, e insie- me la scoperta dl una profonda risetva di immagini e di pensieri, di tradizioni mlsconosclute, di un antico dolore che si immedesimava nella tradizione cri- suana, nel senso originale e primitivo di questa parola, soprattutto in quella di un'antica passione religiosa che si traduceva in uno spontaneo sentimento di glusuzla, nella fraternità operante tra gli esseri umani. In un saggio di Silone Usctta di s~c~rezza (apparso nel 1955 insieme a contributi di altri eminenti scrlttori, come Fischer, Gide, Koestler, Spendet, Wright, che avevano rifiutato l'esperienza e la militanza comunista, e potevano ora considerarla criticamen- te, nel volume Telhmomanze s~l com~nismo - Il Dio che è fallito) ripubblica- to in un quadetno dell'Associazione Italiana pet la Libertà della cultura~ e più tardi nel volume dl saggi dal medesimo titolo (Firenze, 1965) che Silone ha presieduto dopo il suo abbandono dell'attività politica diretta, lo scrittote pat- la così della sua tetta, la Marsica, una delle zone più impervie e ai suoi tempi piU depresse degli Abtuzzi: E una contrada, come il resto dell'Abruz20, povera di storia civile e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha altri monumenti degni di nota che chlese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e 13 scalpellini La condizione dell'esistenza umana vi è stata sempre particolarmente peno- sa; il dolore vi è stato sempre considerato come la pnma delle fatallta naturall; e a ro- ce, in tal senso, accolta e onorata Agli spiriti vivi le forme piu accesslblll dl n e ione a desflno sono sempre state, nella nostra terra, ll francescanesimo e I anarc la. più sofferenti, sotto la cenere dello scetflcismo, non si è mai spenta la speranza del Re- gno, I'anfica attesa della carità che sostituisce la legge, Pantico sogno dl Gloacchlno da Fiore, degli spirituali, dei celesuni. E questo è un fatto d'importanza enorme, fonda- mentale, sul quale nessuno ancora ha riflettuto abbastanza In un paese deluso ando esaurito stanco come il nostro, questa è una ricchezza autennca, una mlraco!osa nserva. poliuci l'ignorano, e forse solo i santi potranno mettervi mano Invece assal piu ardua, se non incomprensibile, è stata tra noi la percezione delle vle e del mezzi per una rlvolu- zione politica, h c et nu~c creatrice di società libere e ordmate. Non è improbabile che in questo brano sia da cercate tn nuce la chiave del mondo poetico di Silone. Ma in esso è soptattutto la chiave di quella che e sta- ta pet lui una duplice vocazione, o meglio le due facce di una stessa vocazlone, la vocazione politica e la vocazione di sctittote, I'una successiva all'alua, I'una otientata come l'alua su una scelta e su un impegno motale ptlma che politlco o attistico. Accanto al caso a lettetario ~ di Silone, esiste, in un primo tempo forse pte- minente, un caso politico, ma non di uno sctittote politico, bensì dl un aglta- tote, di un otganizzatote e di un militante. E ptobabile anche che una vocazlo- ne lettetatia di Silone esistesse alle otigini, latente o meno, e che quella pOlitl- ca non fosse che successiva; è cetto comunque che la vocazione lettetatla opeto in pieno solo dopo l'uscita di Silone dal partito comunista, quando lo sctlvere dové sembrare ad uno come lui, passato attraverso difficili espetlenZe motah e a gtandi delusioni politiche, I'unica sttada che gli timanesse per essere presen- te nella lotta non soltanto contro il fascismo in Italia e in Europa, ma contro tutte le forme di oppressione e di sopraffazione, nate nel mondo moderno, dell'uomo sull'uomo, contro le ingiustizie sociali e contto ogni negaZlone del- la libettà. Sctive giustamente Richatd W.B. Lewis, autote dello studio biogta- fico e ctitico sull'opeta di Silone, Introdt~ztone all opera di Ignazio Silone (tra- duzione di Mario Picchi, Roma 1962): a Critici europei, e anche alcuni critici 14 americani, si compiacciono di notare che Silone non è veramente uno scrit- tore, ma qualcos'altro: una sorta di forza morale, che si esercita tra le esplosio nl polltlche della nostra epoca. Critici italiani danno di ciò un senso per certi versi irriverenti, benché essere ritenuto una forza morale dovrebbe apparire una gran cosa, più assai, probabilmente, che essere ritenuto scrittore ~ E inu tlle agglungere che appunto l'importanza di Silone come scrittore, e partico- armente nella letteratura Italiana, sta in questa forza morale che pervade tutte e sue opere e costltulsce la fonte essenziale della poesia che è in esse, la forza cloe di una persuaslone che non è mai ristretto moralismo ideologico o ideolo- glzzante, ma plUttOStO, come si è detto, espressione di una drammatica posi- zione dello scrlttore verso la società Il saggio di Silone Usctta dt stct rezza sopra citato chiarisce petfettamente quale sla l'origine dl questa duplice vocazione, e come essa si diparta da fatti molto Importanu anche su un piano biografico. Vi si legge tra l'altro: a Lo scri- e non e stato, e non poteva essere, pet me, salvo in qualche momento di gtazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di otta, dopo esserml separato dai miei compagni più cari ~. Alla base è sen- u lo--come per tUttl quelli che abbandonano una fede religiosa o tivo luzionaria che comporti, quest'ultima, una posizione di assoluto contrasto con sttutture della socletà costituita, e che imponga una sua visione complessiva e mondo e della vlta--un trauma, una lacerazione. Prosegue lo sctittore .. e dlfficolta e impetfezioni, con cui sono talvolta alle prese nell'esprimer- 1, non provengono certo dall'inossetvanza delle famose regole del bello scti- ere, ma da una CosCienZa che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse ~guarlbili, e che tUttaVla, ostinatamente, esige la propria integrità. Poiché per ssere veri non basta evldentemente essete sinceri ~. Al congresso di fondazione del Partito Comunista Italiano, nel 1921, a Li- no, gnazlo Sllone aveva recato l'adesione di gran parte della gioventù so- sta I CUi egli era uno dei dirigenti, e il cui orientamento fortemente ctitico o a soclaldemoctazla tifotmista si eta sviluppato sin dal tempo del ptimo itto mondiale. Essendo nato a Pescina, nella Matsica, in ptovincia di e 9 a una famiglla di ptoprietari di terre tidotta sull'otlo della , a sua a eslone al soclalismo zimmetwaldiano, tisaliva al tempo 15 d i Uoi studi liceali; tUttavia7 per ritr°Vatedi aPssumendO fOtma e pOttata poli- in se stesS° un gludlzlo fl verso l esttemismo~ lo sctit d eva necessatlamente con Ulre ' i d leScenza e persin° a qualche episodio dell'infanzia. Sctive Silone nel sagglo sopta citato: uadamOntuosade~ taliameriddiollnalei~nOUnen ePrauncon- il fenomen° che più m imPreS.Sllonou PiPassurdO tra la vita privata e familiare, ch era o traSto stridente~ mComprenslbl e~ q as . rata e onesta. ed i rapporti Soclall assa almeno COSì appariva prevalentemeinte dmis°ptergaezione delle proVince meridionali si cono- spesso rozzl odloSI falsi. Della mls . d terriflcanti ma ora non i ~ = ~prezzo dlveDt:~- va scandalo. essivamente i fatti di cui eta stato testimotOttO lo lo avevano fortemente impreSSionato~ per ntropunaqdonnetta che usciva dalla chlesa a La mlsera fu gettata a terra, gravemente ferita, i suoi abiti rldotti a N I l' indignazione fu generale ma somdme te quetela contro l' ignobile signor°tt°. ~ l~i, non tro- essUn° dispoSto a testlm°nlare per euna OneStissima e degniSsima perso fendesse, e loilStieSSO P tto e cOndannò la pOVera dlonna allea dPOnna e del slgno iunto che un caso come que ° d I P mente inClsi nella sua memoria, a non votrei--egli commenta--con simi i o d bbi he da noi i sublimi ConCetti di glustiZIa e iVeritabbliche se ne patlava spesso e con altissima eloquenza e onesta venetazione. Ma in tetmini piuttosto asttatti «. Eta una sltuazlone catattetizzata da « un inganno di cui tutti, petfi- no I bambmi, etano coscienti; e tuttavia essa dutava, assisa dunque su qualche cosa d altto che la stupldltà e l'ignotanza delle petsone «. Il ptoblema della giustizia si inseriva in un problema della verità, dunque ed e tiplCo l'episodio del diavolo e del burattino che egli tacconta successiva- mente. Nella classe di catechismo frequentata dallo sctittore da ragazzo, c'era stata una rappresentazlone dl marlonette nel corso della quale si immaginava un iavolo In atto dmnsegulte un fanciullo recalcitrante, e che non trovandolo c iedeva ai piCCOIi spettatorl dove Sl fosse nascosto il fanciullo. « E partito, è an ato via--essi avevano risposto--è andato a Lisbona «. Il parroco li aveva rlmproverati per questa bugia, da essi pronunciata immedesimandosi nello spettacolo, allo scopo dl salvare il piccolo perseguitato. « Una bugia è sempre un peccato « aveva detto il parroco, confermando che lo fosse anche quando si mentlva al diavolo per salvare qualcuno. E avendo domandato uno dei bambi- m (evldentemente alludendo al processo della donna assalita dal cane del si- gnorotto) se non fosse peccato mentire davanti al pretore, il parroco lo redarguì severamente: « lo sono qul per insegnarvi la dottrina cristiana--egli disse--e non per fare pettegolezzi Quello che succede fuori della chiesa non mi interes- sa «. E torno a splegare al ragazzi la dottrina sulla verità e sulla bugia, in gene- ra e, con belllsslme e difficili parole che però non interessavano i ragazzi, i quali volevano soltanto sapere se dovevano rivelare al diavolo il nascondiglio el anciullo. Infine fu proprio colui che più tardi sarebbe diventato lo scritto- re Ignazio Sllone a porgll la domanda più insidiosa: a Se invece di un bambino qualslasi sl fosse trattato di un prete--egli chiese--che cosa avtemmo dovuto tlspondere al dlavolo? «. Scrive Silone: « 11 parroco arrossì ed evitò una rispo- sta, imponendomi, come punizione per la mia impertinenza, di restare tUttO il resto della lezlone in ginocchio accanto a lui «. Alla fine il parroco gli doman- do se fosse pentito: « Certo--rispose Silone--se il diavolo mi chiede il vostro ndirizzo, glielo darò senz'altro «. E un episodio che rivela il profondo farisaismo che caratteriZZava i rapporti umani In tUttO il Mezzogiorno e non solo nei paesi di Silone e che intac- 17 cava profondamente lo stesso clero cattolico. Più grave senza dubbio, I'episo- dio della candidatura di un principe alle elezioni politiche, candidatura impo- sta ai contadini delle terre del Fucino, di proprietà dello stesso principe: la sua amministrazione minacciava di non rinnovare i conttatti ai fittavoli se costoro non avessero votato per lui, e il ricatto era appoggiato dalle autorità locali; ma era bastato che l'awersario del principe stesso ricordasse agli elettori del luogo che il voto era segreto per infliggergli una sconfitta clamorosa. Durante la guerra, aveva scatenato una vera rivolta l'arresto di alcuni solda- ti in licenza dal fronte, a causa di un diverbio con i carabinieri, da essi accusati, a ragione o a torto, di insidiare le loro donne. Nel 1915, inoltre, il terremoto aveva realizzato una sorta di livellamento generale: colpendo, infatti, tutte le categorie, esso aveva posto in atto quell'eguaglianza che la legge (~ uguale per tutti ~) prometteva, ma che all'atto pratico non riusciva a mantenere. Tuttavia anche il terremoto era stata la nuova occasione di innumerevoli ingiustizie e so- prusi da parte di coloro che erano stati preposti dallo Stato alla ricostruzione edilizia delle zone colpite. Il giovane Silone allora studente di liceo era riuscito ad avere dati precisi su alcune prevaricazioni, ma era stato sconsigliato dal dif- fuso conformismo paesano a prendere iniZiative di pubbliche denunce. Due suoi articoli pubblicati nelle cronache regionali del giornale socialista « Avanti! ~, destarono molto scalpore; un terzo, invece, non apparve mal, per l'intervento presso la redazione di un autorevole deputato socialista, ~ appresi --si legge nel saggio siloniano--che il sistema d'inganno e di frode che ci op- primeva era assai più vasto di quello che appariva, e aveva invisibili ramifica- zioni anche tra i notabili del socialismo ~. Tuttavia la parziale denuncia awenuta, oltretutto, di sorpresa, e contenen- te materia per vari processi, cadde nel vuoto: gli stessi accusati dei fatti esposti nei due articoli non reagironQ in alcun modo, né tentarono di ottenere rettifi- che e smentite. Un medico che si dichiarava anarchico e teneva discorsi tol- stoiani alla povera gente, e per questo era diventato lo ~ scandalo dell'intera contrada ~, e più tardi aveva perduto il posto ed era stato ridotto alla fame, aveva indicato al giovane il dilemma che caratterizzava la condizione della 18gente del luogo: ~ QUi non c'è via di mezzo--egli diceva--o ribellarsi o esse- re complici «, e non è difficile intuire come lo scrittore fosse dalla parte di chi aveva in animo di ribellarsi o di organizzare la ribellione. Lo stesso Silone scrive di rendersi conto come un siffatto itinerario sia « troppo lineare per non apparire forzato ~. Esso è stato tuttavia l'itinerario di una generazione di giovani intellettuali di estrazione borghese verso il sociali- smo tra la fine del secolo scorso e i primi decenni del nostro, lo stesso itineta- tio, ctediamo, di un Tutati, di un Togliatti, di un Matteotti, di un Gotkij, di un Lenin, di un Ttotzkij, di un Neruda: assai più che una scelta ideolog1ca una scelta morale, per lo meno in un primo tempo; ed è indubbio che per al- cuni la scelta ideologica dovesse prevalere più tardi sull'assillo morale, condi- zionandolo, talvolta, alle esigenze dell'ideologia e della lotta politica. Per qua- le destino, si domanda lo stesso Silone, o virtù, « a una certa età, si compie la grave scelta di diventare 'ribelli'? Scegliamo o siamo scelti? Donde viene ad al- cuni quell'irresistibile insofferenza della rassegnazione, quell'insofferenza dell'ingiustizia, anche se colpisce altri? E quell'improwiso rimotso di assidetsi a una tavola imbandita, mentre i vicini di casa non hanno di che sfamarsi~ E quella fierezza che rende la miseria il carcere l'esilio preferibili al disprezzo? I~. Silone complva m effetti un itinerario verso il socialismo assai simile a quello di altrl Intellettuali italiani ed europei di estrazione borghese, per i quali la con- dizione dl miseria e di abbandono delle masse si traduceva in assillo morale. Ma egll vemva dal fondo di una provincia italiana rimasta isolata nei secoli, an- cora parteclpe di una civiltà autentica nel suo fondo popolare, e ricchissima di motivl spirituali. In più, il terremoto ed altri rovesci di fortuna avevano ormai llvellato la sua famiglia alla comune miseria: « Vi era nella mia ribellione un punto m cui l'odio e l'amore coincidevano: sia i fatti che giustificavano l'indi- gnazlone come i motivi morali che l'esigevano, mi erano dati dalla contrada natlva «. Questo spiega altresì un aspetto molto moderno della sua vocazione di romanzlere e di saggista: « Tutto quello che sinora mi è awenuto di scrive- re, e probabilmente tutto quello che scriverò, benché io abbia anche viaggiato e ViSSUto a lungo all'estero, si riferisce unicamente, invariabilmente, a quella parte di essa che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui e che non misura più di trenta o quaranta chilometri in un senso o19 nell'altro «. Era naturale che il primo contatto del giovane, dopo il suo trasferimento in città, col movimento operaio, infondesse in lui la convinzione di aver superato l'incapacità della gente della sua terra di far coincidere il sentimento antico, primitivo, della giustizia, « I'antica attesa della carità che sostituisca la legge «, con la percezione delle vie e dei mezzi pet una tivoluzione politica, cteatrice di società libete e ordinate «. Fu una specie di fuga--egli aggiunge--di 'uscita di sicurezza' da una solitudine insopportabile «. Dichiararsi comunista o socia- lista in quegli anni era per un giovane un potsi fuoti dalla società, un gettatsi allo sbataglio, e questo compottava allota anche un mutamento del ptoptio mondo spitituale, « il ptoptio mondo intetno, il 'medioevo' eteditato e tadica- to nell'anima, e da cui, in ultima analisi, detivava lo stesso iniziale impulso al- la tivolta, ne fu scosso nelle fondamenta, come da un tettemoto «. E aggiunge: Nell'intimo della coscienza, tUttO venne messo in discussione, tutto diventò un problema. La piccola lampada tenuta accesa al tabernacolo delle intuizioni più care, fu spenta da una gelida ventata. La vita, la morte, I'amore, il bene, il male, il vero cambia- rono senso, e lo perderono interamente. Tuttavia sembrava facile sfidare i pericoli non essendo più solo. Ma chi racconterà l'intimo sgomento, per un ragazzo di provincia, mal nutrito, in una squallida cameretta di città, della definitiva rinuncia alla fede nell'im- mortalità dell'anima? Era uoppo grave per poterne discutere con chicchessia; i compa- gni di partito vi avrebbero trovato motivo di derisione, e altri amici non v'erano più. Così all'insaputa di tutti il mondo cambiò aspetto. L'awento del fascismo accresceva questa desolazione e questo isolamento; il giovane si adattò quindi a sentirsi straniero in patria, per lui « il partito di- ventò famiglia scuola chiesa caserma; all'infuori d'esso il mondo restante era tutto da distruggere «. E ben noto il meccanismo psicologico della progressiva identificazione del singolo militante con tutto l'organismo del partito, il che spiega altresì come nei primi tempi della sua adesione al partito stesso, il gio- vane studente marsicano dimostrasse una scarsa disposizione critica verso la stotia dei soptusi e degli inttighi con i quali il pattito comunista sovietico eta tiuscito a legate a sé l'Tntetnazionale Comunista e i singoli pattiti affiliati; tut- 20tavia la ctescente degenetazione titannica e butoctatica dell'lnternazionale Comunista, ispirava in lui un senso di sgomento. In un altro saggio, La ~celta dei compa~gni Silone ha acutamente esaminato còme l'adesione di un giovane ad una ideologia sia essenzialmente un fatto alogico o ptelogico: « ptima di scegllete siamo scelti a nostta insaputa «. L'ideologia si apptende più tatdi in scuole di pattito o nel doversi porre i problemi concreti della lotta politica. Furono i viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 del giovane dirigente comuni- sta a create in lui l'assillo di un profondo dissidio. Egli awertiva come l'lnter- nazionale Comunista risentisse di ogni difficoltà dello Stato Sovietico al quale era strettamente legata, che a sua volta non sfuggiva alla fatale involuzione di tutte le dittature, la graduale e inesorabile restrizione della sfera di quelli che partecipano alla direzione e al controllo del potere politico. T,'aperto dissidio si manlfestò successivamente nelle riunioni dell'lnternazionale nel corso delle quali Stalin e i suoi accoliti iniziarono la manovra per la « liquidazione « di Trotzkij e di Zinov'ev. Nel corso di una riunione alla quale partecipavano lo stesso Silone e Togliatti in rappresentanza del P.C.I., Stalin pretese che si ap- provasse un ordine del giorno di condanna per un documento di Trotzkij, in- dlrizzato all'ufficio politico del Partito comunista sovietico, nel quale era aspramente criticata la politica nei riguardi della Cina del governo sovietico che favoriva il dittatore Chang Kai-shek contro lo stesso partito comunista ci- nese . Il pretesto era che si trattava di un documento nel quale trasparivano segre- ti di Stato, e che quindi doveva essere approvato senza che i delegati lo legges- sero, ll che non era vero; pubblicato alcuni anni dopo, si riscontrò come il do- cumento stesso non contenesse che una critica alla politica cinese del gruppo dirigente. Dopo la riunione, in un incontro confidenziale, il delegato bulgaro, nel tentativo di persuadere gli italiani a recedere dal loro atteggiamento, affer- mò che non si trattava più, ormai, della ricerca storica del fallimento della rivo- luzione cinese, bensì una lotta di potere, tra una maggioranza e una minoran- za, nell'Unione Sovietica e nell'lnternazionale. Quanto a lui aveva scelto: era per la maggioranza. Nella riunione successiva Silone chiese ancora di esser messo al corrente del contenuto del documento, rendendo ancor più difficol- tosa la posizione del gtuppo italiano, aspramente criticata dal tedesco Thal- 21 mann che presiedeva la riunione, il quale pretese addirittura un'inchiesta sul movimento comunista in Italia e sulle sue deficienze nella stessa lotta contro il fascismo. Alla seduta plenaria dell'Esecutivo, Silone assisté alla penosa e grot- tesca (almeno nella sua nartazione) scena dell'espulsione di Zinov'ev dalla sa- la, ancorché quest'ultimo fosse stato sino a poco tempo ptima ptesidente dell'Esecutivo stesso e ne fosse tutt'ora membto, come aveva fatto tilevare Ttotzkij. Solo dutante il viaggio di titotno, a Betlino, Silone e Togliatti appte- seto la perentotia sconfessione inflitta dall'Esecutivo dell'lntetnazionale a Ttotzkij. Alle ptoteste di Silone ptesso Thalmann, costui gli rispose che avreb- be dovuto imparare dai comunisti americani, ungheresi e cecoslovacchi (che avevano votato conformisticamente secondo il volere dei dirigenti sovietici) « che cosa significasse la disciplina comunista «. Silone rimase tuttavia nel partito sino all'estate del 19~1. Lo stesso scritto- re, nel suo saggio, si pone la domanda di come fosse potuto rimanere ancora così a lungo nel partito comunista. In realtà operarono in lui le ragioni che per- misero in epoca staliniana di militare ancora nel movimento comunista a tanti intellettuali, che pure, come già Silone, erano ormai convinti che esso era do- minato da gruppi di satrapi succubi alla loro volta della ragione di Stato. Non diversamente dalla Chiesa cattolica, il partito comunista si atteggiava a società perfetta, costruita su una ideologia che è un sistema di dogmi: uscire dal parti- to ha come prezzo l'isolamento, e questo in modo particolare per un militante entrato nel movimento, come Silone, per una spontanea esigenza morale di lotta contro una società ingiusta, sorretta da strutture tarlate, carica di anacro- nistici privilegi che il fascismo cristallizzava e difendeva con feroce determina- zione. Né era forse senZa incidenza il fatto che proprio negli anni trenta l'uni- ca opposizione organizzata ed efficiente all'interno di un paese dominato da una borghesia reazionaria e antidemocratica di cui il fascismo era l'espressione fosse quella comunista. Il soggiorno a Mosca gli aveva mostrato, è vero, il rovescio della medaglia cioè l'involuzione staliniana della Rivoluzione russa: Il comunismo, sorto dalle più profonde contraddizioni della società moderna, le ri- 22 produceva tutte nel suo seno, e con esacerbata virulenza, seppure in un quadro isti- tuzionale e sociale diverso: militavano sotto le sue bandiere, ribelli e persecutori, eroi e sicari, sftuttati e sfruttatori; giornalisti i quali rischiavano la vita per rivendicare un'illi- mitata libertà di stampa, e altri che scrivevano l'apologia della censura e delle soppres- sioni d'ogni stampa awersaria; imputati che invocavano le garanzie giuridiche elemen- tari di fronte ai tribunali speciali del fascismo, e giudici che rifiutavano agli imputati ogni possibilità di provare la propria innocenza; organizzatori sindacali che proponeva- no scioperi in difesa delle condizioni di vita per i lavoratori e altri che giustificavano la soppressione legale del diritto di sciopero e l'adozione del lavoro for2ato in massa come parte integrante del nuovo sistema economico; deputati che si battevano per il più este- so e pubblico controllo su tutta l'azione di governo e governanti assolutisti, praticamen- te mcontrollabili e inamovibili, salvo i casi, purtroppo frequenti, in cui venivano fatti fucilare dai propri colleghi sotto I'invariabile accusa di tradimento. Questa mostruosa amblguità del comunismo rispecchiava allora in larga misura... Ia diversità della posi- zione dei comunisti rispetto al potere; senza tuttavia legittimare la conclusione che esso fosse tUttO in un senso in Russia e interamente all'opposto altrove. D'altronde va annotato come gran parte di queste contraddizioni siano pe- culiari a tutti i movimenti politici o religiosi che si propongono o un muta- mento radicale della società o un ritorno a forme di religiosità che non lasciano margine al terrestre e all'umano. Nell'atto stesso di difendersi dalle persecu- zioni degli imperatori romani, il cristianesimo primitivo, istituzionalizzando- si, cova già nel suo seno i germi dell'intolleranza contro le eresie e contro gli eretici, cioè contro i gruppi di minoranza espressi dal suo seno. Questa consta- tazione tuttavia non toglie nulla alla denuncia di Silone dei metodi della ditta- tura comunista. La polemica tra Togliatti e Silone che seguì alla pubblicazione del saggio Uscita ~i stc?~rezza, fu condotta su due parallele, anche se rappre- sentò uno dei più costruttivi dibattiti del dopoguerra italiano. Tuttavia è im- portante annotare che l'uscita di Silone dal partito comunista, se pur tardiva rispetto alla crisi dalla quale sia pure indirettamente era stata provocata, lo ri- portava su una posizione pre-ideologica, alla protesta dell'intellettuale meri- dionale italiano, di estrazione botghese, che ha totto giovanissimo ogni contat- tO con la sua classe sociale e con la società del suo tempo, a causa soptattutto di una suap~etas laica, che fimane laica anche se subisce la suggestione di un Cri- stianesimo primitivo, al quale erano rimasti legati i miti della sua terra e di ta- luni temi mistico-populisti mutuati da Gioacchino da Fiore o da altri rifor-23 matoti medievali. Qui è appunto il « caso « lettetafio di Ignazio Silone, I'otigi- ne della sua vocazione di narratore, che non è solamente un Ersatz di quella politica, o meglio non lo è in modo principale, ma un vero e proprio ritorno al- le origini, un richiamo della coscienza morale dell'umile e vilipeso popolo con- tadino della sua terra. Appunto per questo Silone è dei pochissimi usciti dal movimento comunista per un profondo dissidio, dapprima sul metodo della lotta, e più tardi sulla sostanza, sul contenuto stesso delle istituzioni e dei siste- mi, che tuttavia rimanesse un coerente antifascista, e, al contrario di tanti altri ex comunisti, non si piegasse ad alcuna concessione verso i governi fascisti o fa- scistizzanti al potere in Europa a quel tempo e più tardi, e nemmeno verso le destre a moderate ~. « La logica dell'opposizione ad ogni costo--scrive Silone in Uscita di sJcurezZa, ricordando come dopo la sua separazione dal partito avesse evitato accuratamente di finite in qualcuno di quei gruppi di ex comu- nisti, ben conoscendo quella specie di fatalità che fa di essi piccole sette con tutti i difetti del comunismo ufficiale, il fanatismo, I'asttattismo, il centrali- smo--ha condotto molti ex comunisti assai lontano dalle loro posizioni di partenza, e taluni addirittura al fascismo. Un sincero ripensamento dell'espe- rienza sofferta ha invece condotto me ad un approfondimento dei motivi del distacco e alla constatazione ch'essi vanno assai al di là di quelli occasionali sui quali si produsse ~. Un ritorno di Silone alla politica attiva subito dopo la Liberazione, ed an- che alla polemica politica, non si imposta, occorre dirlo, sempre, né necessaria- mente, in senso anticomunista. Deputato, direttore dell'« Avanti! ~, prende parte alla lotta in senso anticonservatore, anche se il suo socialismo perde ogni giorno di più i connotati marxisti, o evade dagli schemi di quella ideologia. Non è improbabile, come si diceva dianzi, che proprio questo suo ritorno alla politica militante abbia messo in sospetto il mondo letterario, che, bene o ma- le, in Italia, tra il 1945 e il 19SS, non rinuncia alla sua discendenza dal calligra- fismo rondista, anche se talvolta riesce a mascherarlo con panni populisti. Tut- tavia, anche in questa fase, il distacco dalla politica attiva acquista il senso di una insofferenza vetso i suoi compromessi e verso le sue esigenze immediate. 24 Risale in primo piano la vocazione forse originale (anche se in tutti gli scritti autobiogtafici di Silone non si ttova che scatsa ttaccia di un suo otientamento vetso la lettetatura, anteriormente alla sua uscita dal Partito comunista nel 1931) per la letteratura. Il politico si tramuta così in un moralista moderno, che ritrova in se stesso i temi profondi della sua fraternità vetso i suoi simili vi- lipesi ed opptessi, e li sviluppa nel senso di una sua adesione a quella tivolta dell'uomo contro l'assurdo, in nome di un valore fondamentale e comune a tutti. La polemica con i comunisti non è più esclusiva né preminente in gran parte dei suoi scritti, che sono ispirati dalla sua inquietudine verso il mondo moderno, dalle sue amare ed angosciate ossetvazioni sulle contraddizioni e sul- le involuzioni della nostra società. Anche il comunismo rientra, in questa sag- gistica siloniana, tta le testimonianZe di una crisi in atto nella vita, nella socie- tà, nel costume del nostro tempo. Lo scrittore tuttavia rimane socialista e conti- nua a dirsi socialista. La pagina che chiude il saggio, che sopra abbiamo più volte citato, lo dichiara esplicitamente: La mia fede nel socialismo (di ciò, oso dire, testimonia tutta la mia condotta suc- cessiva) è rimasta in me più che mai viva. Nel suo nucleo essenziale essa è tornata a esse- re quella ch'era quando dapprima mi rivoltai contro il vecchio ordine sociale: una nega- zione della tradizione del destino, anche sotto lo pseudonimo di Storia; un'estensione dell'esigenza etica dalla ristretta sfera individuale e familiare a tutto il dominio dell'at- tività umana; un bisogno di effettiva fraternità; un'affermazione della superiorità della persona umana su tutti i meccanismi economici e sociali che l'opprimono. Col passare degli anni vi si è aggiunto un reverente sentimento verso ciò che nell'uomo incessante- mente tende a sorpassarsi ed è alla radice della sua inappagabile inquietudine. Ma non credo di professare in questo modo un socialismo mio particolare. Le « verità paZze ~ ora ricordate sono più antiche del marxismo. Verso la seconda metà del secolo scorso esse si rlfuglarono nel moVlmento operaio partorito dal capitalismo industriale, e continuano a restarvi una delle sue più tenaci fonti d'ispirazione. Ogni sincero socialista, magari sen- za rendersene conto, le porta con sé. I lo già ripetute volte espresso il mio parere sui rap- porti, nient'affatto rigidi e immutati, tra il movimento socialista e le teorie del sociali- smo. Sono gli stessi rapporti che corrono tra le scuole filosofiche e i grandi movimenti storici. Col progredire degli studi le teorie possono deperire ed essere ripudiate, ma il movlmento conunua. Sarebbe tuttavia errato, con riguardo al vecchio contrasto tra dot- trinari ed empirici dell'organizzazione operaia, annoverarmi tra questi ultimi. Non concepiSCo la scuola politica socialista indissolubilmente legata ad una determinata teo- na, però a una fede, sì. Quanto più le « teorie ~ socialiste pretendono di essere « scienti- 25 fiche ~, tanto più esse sono transitorie, ma i « valori ,, socialisfi sono permanenu. La di- stinzione fra teorie e valori non è ancora abbastania chiara nelle menu di quelli che ri- flettono a questi problemi, eppure è fondamentale. Sopra un insieme di teorie si può cosntulre una scuola e una propaganda, sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo upo di convivenza tra gli uomini. L'itinerario di Ignazio Silone verso la letteratura, che siamo andati ticostruen- do nelle sue linee essenziali, negli sctitti stessi del suo ptotagonista, non chiati- sce il a caso Silone «, ma ci ptesenta piuttosto un aspetto impottante della sua ispirazione. Assai diverso è invece ~1 a'~CaSO Silone ~ sul piano della critica italia- na d'oggi e nella collocazione che assumono le opere dello scrittore nel conte- sto della nostra letteratura. I due aspetti essenziali che ci presenta infatti la sua opera sono quelli del saggista e del narratore. La saggistica di Silone, come si è visto, si esprime so- prattutto in una sua presa di posizione verso il mondo moderno, nella sua criti- ca del comunismo, nata dall'esperienza personale, ma anche nel giudizio mo- tale sulla società italiana e sulle sue dolorose situazioni di arretratezza e di in- giustizia; essa nasce altresì, come anche la sua opera di narratore, nei limiti di cui si diceva, dal suo distacco dal partito comunista. Nasce appunto nel perio- do di isolamento, di dolore, di incertezza che il giovane esule si trovò ad af- frontare dopo la sua uscita dal partito. Lo scrivere--secondo la già citata con- fessione dello scrittore--non era per lui che a la penosa e solitaria continua- zione di una lotta ~. Non diversa era stata, proprio in quegli stessi anni, la stra- da percorsa dall'impegno politico diretto alla letteratura, da un altro scrittore italiano la cui ispirazione rivela non poche affinità con quella di Silone, Corra- do Alvaro, che aveva preso parte alla battaglia contro il fascismo nelle file dell'opposizione democratica e liberale, accanto a Giovanni Amendola, e che dopo il definitivo trionfo del fascismo stesso aveva sentito rinascere in sé « una 26 vocazione di scrittore ~ che anteriormente non aveva mai avuto il tempo di perseguire. a In questa vacanza forzata--si legge in una nota di diario dell'Alvaro, datata nel 1928--,non potendo fare altro mestiere... mi metto a scrivere un racconto dietro l'altro tutte le settimane... Avevo sempre esitato a fare lo scrittore. Mi pareva di non avere niente da dire... Ma scrivendo si trova la via. Come scavando si trova l'acqua «. Allo stesso modo di Alvaro, che era più anziano di lui e sin dall'inizio più preparato alla letteratura, Silone ritrova la sua vocazione nel fondo di se stesso, una preziosa fiserva di uadizioni e di af- fetti che lo legavano alla sua tetra, alla realtà storica e umana delle contrade che lo avevano visto nascere e crescere. Il primo romanzo di Silone è certamen- te ispirato da una ricerca delle molteplici voci e immagini che affiorano dalla sua esperienza più viva e segreta, dalle testimonianze di un mondo familiare e di un mondo popolare che sono sempre presenti nelle sue opere narrative e che condizionano la sua esistenza. In tutti i romanzi di Silone i fatti autobiografici, le ispirazioni che nascono dal ricordo, si ttavestono quasi sempte in simboli e in miti, come sempte talu- ne idee teligiose o motali, si identificano e si matefializzano in petsonaggi, o si uaducono in situazioni emblematiche. Non c'è dubbio che in Fontamara il petsonaggio di Betatdo, il giovane arrestato pet caso e quasi pet ettore dalla polizia fascista come oppositore, e che nel carcere--sebbene prima d'allora non si sia mai occupato di politica--ha l'intuizione della tragica situazione del a cafone ~ della sua terra sino al punto che questa diventa pet lui un peten- torio assillo morale, che lo spinge a confessare di essere quello che non è, lo Sconosciuto, anzi il a Solito Sconosciuto ~, fantomatico e inafferrabile capo clandestino dell'opposizione popolare, non c'è dubbio, dicevamo, che nel personaggio di Berardo sia adombrato il dramma dell'unico fratello di Silone superstite al terremoto, Romolo, arrestato a Como nel 1928 dalla milizia fasci- sta come uno degli esecutori dell'attentato in piazza Giulio Cesare a Milano. (In realtà Romolo Ttanquilli, ftatello di Silone, eta un giovane cattolico, del tutto esttaneo alla politica anche se di sentimenti antifascisti, che aveva soltan- to il totto di essete sttettissimo consanguineo di un ditigente comunista di pti- mo piano, che in quello stesso anno aveva pteso patte a Mosca a impottanti tiunioni dell'lntemazionale). 27 L'attentato--che indagini successive asctivono invece ad un gtuppo di squadtisti milanesi dissidenti, i quali mitavano ad intimidite il te, quel giotno in visita nella città lombatda pet inaugutare una esposizione--destò molto scalpore per il gtande numeto di vittime innocenti, e si volle cetcare in esso la mano dell'opposizione antifascista più irriducibile. Tuttavia, anche se la polizia non riuscì a dimostrare un diretto legame tra il giovane Tranquilli e il ftatello ditigente del movimento comunista, né una qualsiasi loto complicità con l'at- tentato, e così pute un qualsiasi mandato dei ditigenti sovietici nell'ispitazione e nell'esecuzione dell'attentato (tta l'altro le riunioni di Mosca erano state pto- ptio quelle nelle quali Silone, e con lui Togliatti, si eta ttovato in conttaso con Stalin e con la sua politica), il giovane Romolo fu condannato dal ttibunale spe- ciale fascista a dodici anni di teclusione pet appattenenza al pattito comunista, come aveva lui stesso dichiarato, contratiamente alla vetità, con un atto di con- sapevole opposizione politica e di solidatietà con il ftatello. Il giovane eta poi motto successivamente in catcete a causa dei malttattamenti e degli stenti. Allo stesso modo che nel petsonaggio di Betatdo si tiverbera il dramma del fratello di Silone, nella misteriosa e quasi mistica figura dello « Sconosciuto ~, ispitatote e capo clandestino della tesistenza conUo i soptusi del fascismo da patte dei fontamaresi, è ptobabilmente adombrato lo stesso Silone, come pure un fondo autobiografico indiretto e trasposto è in molti altri personaggi della nattativa siloniana, in Pietto Spina di Vino e pane, (e anche in questo tomanzo,come in Fontamara, non manca alttesì un equivalente in Betardo, alzas di Romolo, lo studente Luigi Mutica ucciso in catcete). Pietto Spina tiap- pate con lo stesso nome nel tomanzo ll seme sotto la neve, legato ciclicamente a Vino e pane, e così pure i suoi connotati psicologici ritotnano nell'Andrea Ci- priani ptotagonista del tomanzo 11 regreto di Luca--un tivoluzionatio che tot- na al suo paese in Abn~zzo con una missione politica, alla quale ptefetisce l'in- dagine sulla vetità di un antico delitto legato ad una stotia d'amote e d'onote --ed anchc nel Rocco De Donatis di TJna manctata di more. Sono petsonaggi che escono ddl limite dell' ultimo naturalismo italiano ed europeo, per assume- re un .;gnificatl, ben più moderno ed attuale. personaggi nello stesso tempo 28 prob!ematici ed emhlemati{i la cui funzione nc-lla narraZione è quella di impet sonate un dtamma collettivo non in quanto petsone a sé stanti (e in questo quasi sempte, come si vedtà, ptoiezioni dello sctittote e della sua vicenda poli- tica e umana), ma integtandosi e completandosi nella stotia degli alui petso- naggi, sui quali, non divetsamente che su loto stessi, si tiflettono stati d'animo e situazioni morali dello scrittore medesimo, che in molti casi hanno uno sttet- to legame con l'ambiente e con la società. C'è nel fondo di questi petsonaggi, occotre dirlo, una sotta di sactalità quasi sacetdotale: si veda, pet esempio, come il Pietto Spina di Vino e pane e de 11 seme sotto la neve, sia stato condotto alla lotta politica e alla cospitazione da una giovanile vocazione teligiosa: a Fu un impulso teligioso--dice Spina in Vzno e pane al suo vecchio maestro don Benedetto, un prete antifascista-- che mi condusse al movimento rivoluzionario; ma, una volta che ci fui dentro, a poco a poco mi sbarazzai di tutti i pregiudizi religiosi «. E aggiunge ancora, con un tipico esame di coscienza siloniano, la rivelazione di una sorta di assillo che è dello scrittore, forse assai più che non del suo personaggio, e non senza un accento di timotso, quasi la rivelazione di un tesiduo complesso di colpa: a Fu l'educazione teligiosa che ticevetti da piccolo a fate di me un cattivo tivo- luzionatio, un tivoluzionatio pieno di timori, d'incettezze e di complessi. D'altto canto, senza tutto ciò satei mai diventato un rivoluzionario? ~. Anche nel personaggio di don Benedetto, a parte ogni possibile modello assunto dallo scrittore, e fatto ptoptio, da uno o più personaggi teali, c'è un ri- verbero sicuramente autobiogtafico. Quella di don Benedetto è una coscienza offesa che rimane tuttavia legata ad una concezione cristiana, a un'idea tra- scendentale e soprannaturale della rivoluzione. a Non potrebbe darsi--egli dice a Spina--che l'idea di giustizia sociale che oggi anima le masse sia uno degli pseudonimi usati dal Signore per afftancatsi dal conttollo delle chiese e delle banche? «. Il petsonaggio di don Benedetto si tivela partecipe di una par- ticolare religiosità che in un certo senso precorre--sia pure con una impronta fogazzariana--talune posizioni del cattolicesimo di sinistra degli anni '60. Non che negli anni nel cui corso Silone scrisse il libro non potessero esistere sa- cerdoti spiritualmente orientati verso un tipo di religiosità e sopramltto di cari- tà, operanti al di fuori degli schemi di una morale controriformista, che 29 facessero proprie, altresì le istanze di giustizia sociale delle stesse ideologie so- cialiste, sia pure riversando in esse un'ardente fede religiosa; tuttavia nel per- sonaggio di don Benedetto si prefigura già un tipo ideale di sacetdote dell'epoca giovannea, un mistico nel quale si delinea quasi un ptesentimento della visione di Teilhatd de Chatdin. Nelle ptime pagine del tomanzo, il vec- chio ptete ticeve, nella casa dove si è tititato in utto con le autotità ecclesiasti- che e civili della diocesi e della ptovincia, alcuni dei suoi ex allievi, tta questi il pattoco confotmista e attivista don Piccitilli. Costui, attivato in titatdo, si scusa dicendo di avet dovuto tetminare « un articoletto ~ sul tema a il flagello della nostra epoca ~, aggiungendo di esserne particolarmente soddisfatto. « Hai scritto un articolo sulla guerra o sulla disoccupazione? ~ gli domanda ironica- mente don Benedetto, congratulandosi ostentatamente con lui. « Quelle sono questioni politiche ~, risponde seccamente il partoco. « Sul giotnale vescovile vengono ttattate solo questioni teligiose. Dal punto di vista spitituale, il fla- gello della nostra epoca, secondo me, è il modo .!i vestire invetecondo. Voi non siete di questa opinione? ~. « Il flagello della nostta epoca ~ teplica, guar- dandolo negli occhi, don Benedetto « devo dirtelo? è l'insincerità tra uomo e uomo, è l'infetto spirito di Giuda Iscariota che awelena i rapporti tra uomo e uomo... «. Più tardi don Benedetto chiede ai suoi giovani amici notiZie di Pietro Spi- na, I'allievo un tempo prediletto, ora fuoruscito, che milita in un partito tivo- luzionatio, dopo avet avuto, adolescente, crisi mistiche e vocazioni alla santità. Don Piccirilli lo interrompe: « Nel 1920 Spina voleva diventare santo. Va be- ne; ma nel 1921 egli adetì alla gioventù socialista atea e matetialista ~. Don Benedetto gli tisponde seccamente che non si intetessava di politica, ma il pat- toco lo incalza: a L'ateismo, la lotta contto Dio non v'intetessa? ~. Don Bene- detto tisponde con un leggeto sottiso itonico: « Cato Piccirilli . dice lentamen- te, quasi sillabando le parole, « tu puoi insegnarmi molte cose, per esempio, I'arte di far carriera; ma io sono stato tuo maestro di filologia, tuo maestto nel- la scienza delle patole e, ptendi nota, non ho pauta delle parole ~. Pietto Spi- na e don Benedetto si incontreranno di nuovo nel cotso della narrazione, e il 30 giovane rivoluzionario, rienuato nella sua tetta con una missione da compiete ed ora in una angosciosa situazione psicologica perché in contrasto col partito proprlo per il giudizio sulla situazione generale del paese, e per una sua parti- colare presa di coscienza, indossa anch'egli la veste talare sotto il nome di don Paolo Spada per sottrarsi alle ricerche della polizia fascista, ed è indubbio che il slgnificato di questo travestimento vada al di là del fatto in sé e dell'occasione dalla quale trae origine. Si tratta di una sorta di « riconsacrazione ~, non essenzialmente mistica, un ambig~o motivo religioso che intetviene quasi sempre nella crisi politica del personaggio siloniano, ambiguo soprattutto perché in questa crisi del perso- naggio è sempre, o quasi sempre, un tiflesso del fatto autobiografico, del dramma di Silone uomo, uscito dal partito comunista per una ragione nello stesso tempo ideologica e metodologica, ma non certo connessa con un ritotno alla fede teligiosa. Ptoprio in Vino e pane la congiura politica e la consacrazio- ne religiosa, la vocazione dell'agitatore e quella del sacerdote, come pure le crlsi dl coscienza che dipendono dall'una o dall'altra situazione, esprimono non di rado una sorta di dialettica dei contrarii, che spesso lo scrittore risolve ri- correndo a quella riserva di ironia che risale da un fondale anche linguistico popolaresco nel quale è da riconoscere una delle componenti più vive della sua Ispirazlone, ma che qualche critico ha scambiato talvolta per un residuo (e tal- volta più che un residuo) di persuasioni naturalistiche. Ricordiamo appunto che recensendo Una manczata ~i more nel 1952, Emilio Cecchi aveva scoperto In Fontamara un risalto « più crudamente pittorico c, aggiungendo che « I'in- tento caricaturale non vi faceva grinze, puntava tutto in una sola direzione ~ e che v'era naturale « un riflesso del tradizionale bozzettismo paesano D. In un giudizio siffatto non manca, è indubbio, un margine di verità; la pietà dl Silone per gli umiliati e gli offesi nonché il suo < laico evangelismo che « dove più libetamente tespita e si fa sentite di denuo la macchina del rac- conto t, porta in Fontamara « un'eco di religiosità popolare ~, come ha affer- mato altresì Cecchi nella citata recensione. Sono tutti elementi tuttavia che av- vlcinanO ancora una volta Silone ad uno scrittore come Alvaro, col quale anno- tavamO dianzi una certa affinità nell'evocazione di una civiltà popolare e con- tadlna, di un mondo favoloso e incorrotto tivissuto sul filo di memorabili31 e talora essenziali esperienze. Silone, come Alvaro, è un metidionale che tifiu- ta il luogo comune di un Sud a solate « e pittoresco, uno scrittore che interpre- ta poeticamente il dramma perenne del mondo contadino merldionale escluso dalla storia, e costretto a crearsi una « favola della vita « per esprlmersi e so- prawivere. Ma laddove lo scrittore calabrese interpreta liticamente, seppure non senza una sua particolate commozione e partecipazione, ll dramma degll umili pastori e contadini della sua terra (si pensi a Gente in Aspromonte), m Silone la favola della vita è l'occasione per un richiamo diretto alla condizione umana, un grido di fraternità e di dolore. Sia nell'uno che nell'altro c'è un im- pegno di protesta, ma laddove in Alvaro l' assillo costante è sempre la resa poe- tica, una scelta di stile e di linguaggio, in Silone il « sentimento di profon a Ci- vile pietà « per gli umiliati e gli offesi della sua terra, è sempre m prlmo piano al di là di ogni preoccupazione formale. Il riflesso del bozzettismo paesano al quale fa riferimento il Cecchi, può essere nella narratiVa di Sllone la concessio- ne a un gusto e ad una educazione letteratia, molto di più che non accada m quella di Alvaro (che non ne è del tutto esente), nella quale tuttavla una piu intima vibrazione della parola ed anche una più intensa tenslone lirlca permet- tono al racconto di superare più agevolmente l'ascendenza naturallsuca e vetl- stica. Non c'è dubbio che, nell'isolamento e nello stato d'animo che spinseto il ptimo Silone nattatote a taccontare i fatti dolorosi della sua terra, e a centrare nel suo modo di raccontare una protesta morale e civile, gll strumenti llngulsti- ci che gli si presentavano erano quelli della grande stagione del naturalismo e del verismo meridionali, I'eredità di Verga, di De Roberto, ed anche di SCrlttO- ri « minori ~ come Capuana, o la Deledda, ma forse pure dl una narrativa eu- ropea tradotta, forse Zola, forse Maupassant, forse Hamsun, forse GorkiJ, ed e ben certo che egli non sia stato nemmeno scalfito. a quell'epoca, dal lavoro di approfondimento critico, di ricerca sperimentale. di rlscoperta della parola e dei suoi valori essenziali che è il retaggio più positiVo della lettetatuta Italiana tta le due guette. « E mancata a Silone--sctive Claudlo Vatese m un sagglo raccolto in « Cultuta lettetatia contempotanea « (Pisa 1951)--I'espetlenza dl 32 una lettetatuta di ticetca~ di una indagine fotmale sttettamente legata alla tl- cerca motale: un approfondimento linguistico sarebbe stato contemporanea- mente chlarlmento morale e concettuale di motivi, che invece timangono sulla pagma Incettl «. ~uttavia lo stesso Vatese awette che lo scrittote taggiun~e megllo una sua fotza tapptesentativa quando entta nel mondo e nel linguag- glO del suoi cafoni, li riassume e li raccoglie: a L'itonia, il gtottesco, la beffa sono tra le fotme più felici, ispitate e tiptese ditettamente molto spesso, dalla fantasla, dai miti e dalla vita dei paesani della Matsica, e ne continuano e ap- ptofondiscono il senso amato e duto della tealtà «. Dunque anche dove intetviene l'itonia, il gtottesco, la beffa, non sempte la narrativa di Silone punta nella sola direzione del bozzettismo paesano tradi- zlonale, come sosteneva il Cecchi; né le stesse opere dell'esilio, Fontamara, Vi- no e pane, ll seme sotto la neve, potevano avete come unica tagione di popola- tltà ptesso gli sttanieti il fatto che quei tomanzi spiegavano loto il fascismo e l'antlfascismo a in tetmini di folclote «. Al contrario, è indubbio che proprio In Fontamara Silone si ponga un problema linguistico, che è alla base stessa della canca polemlca del romanzo, e questo anche se il suo realismo abbia ben poco in comune con le espetienze ideologiche e linguistiche del neotealismo postbellico della lettetatuta italiana, ossia col tentativo di cteare un rapporto Ideologico e filologico tra modi d'esptessione dialettali e getgali e un contenu to di polemica politico-sociale. Nella ptefazione di Fontamara Silone affetma l'esttaneità della lingua italiana dalla vita dei a cafoni « della Marsica: a A nes- suno venga in mente che i foncamaresi parlino l'italiano. La lingua italiana è per nol una Imgua imparata a scuola, come possono esserlo il latino, il ftance- se, I espetanto. La lingua italiana è pet noi una lingua sttanieta, una lingua motta~ ll Cui dizionatio, la cui gtammatica, si sono fotmati senza alcun tappot- to con noi, col nostto modo di pensate, col nostto modo di esptimetci «. Lo SCtlttote aggiunge alttesì che la lingua italiana nel ticevete e fotmulare i pensie- tl del cafoni, non può fare a meno di storpiarli, a di corrompetli « (questa pa- tola Cl sembta particolarmente rivelatrice di uno stato d'animo che è tipico di uno che si richiama ad una tradizione religiosamente antica di miti e di modi di esprlmerli, alla coscienza di una preistoria), di dare ad essi l'apparenza di una traduzione. a Ma per esprimersi direttamente--aggiunge Silone--,I'uo- 33 mo non dovrebbe tradurre. Se è vero che, per esprimersi bene in una lingua, bisogna prima imparare a pensare in essa, lo sforzo che a noi costa il patlate in questo italiano significa evidentemente che noi non sappiamo pensare in esso... «. In altre parole, questa cultura linguistica italiana, rimarrebbe per i cafoni di Fontamara « una cultura di scuola ~, la cultura di una classe dominante che impone i suoi modi d'espressione alle classi inferiori, e con i suoi modi d'espressione i suoi riti e i suoi miti, i suoi meccanismi psicologici, almeno per quel tanto che modi d'espressione, riti, miti, meccanismi psicologici possono servire come elemento di rielaborazione e rappresentazione permanente nella realtà. Ma poiché lo scrittore sa di non avere altro mezzo per rivelare « la verità sui fatti di Fontamara 1~, così egli cerca di sforzarsi di tradurte alla meglio nella lingua impatata quello che egli vuole che tutti sappiano. Egli aggiunge: Tuttavia se la lingua è presa in presfito, la maniera di raccontare, a me sembra, è nostra. E un arte fontamarese. E quella stessa appresa da ragazzo, seduto sulla soglia di casa, o vicino al camino, nelle lunghe notti di veglia, o accanto al telaio, seguendo il rit- mo del pedale, ascoltando le antiche smrie. Non c è alcuna differenza tra questa arte del raccontare, tra questa arte di mettere una parola dopo l'altra, una riga dopo l'altra, una frase dopo l'altra, una figura dopo l'altra, di spiegare una cosa per volta, senza allusioni, senza sotfintesi, chiamando pane il pane e vino il vino, e l'anfica arte di tessere, I'anfica arte di mettere un filo dopo l'al- tro, un colore dopo l'aluo, pulitamente, ordinatamente insistentemente, chiaramente. Prima si vede il gambo della rosa, poi il calice della rosa poi la corolla; ma fin dal prin- cipio, ognuno capisce che si tratta di una rosa. Per questo i nostri prodotti appaiono agli uomini della città cose ingenue, rozze. Ma abbiamo noi mai cercam di vederli in città? Abbiamo mai chiesm ai cittadini di raccontare i fatti loro a modo nostro? Non l'abbia- mo mai chiesto. Si lasci dunque ad ognuno di raccontare i fatti suoi a modo suo. E chiato che qui Silone non teorizza una sua arte dello scrivete, né affetma una poetica genetale, ma, come s'è detto, imposta un ptoblema tipicamente metidionale: quello dell'esptessione di una società contadina vissuta fuori dal contesto della storia che si trova ota nella necessità di entrare nella storia, e 34quindi di tittovate gli elementi di una coscienza civile, che non sia più quella imposta da coloto che detengono, col potere, le chiavi della storia, ma il ftutto di un comune tapporto. Appunto per questo, Silone non risolve il problema nei termini di un dibattito stilistico e filologico, dell'espressione dialettale o gergale o della ricerca di una koiné nazionale, o meglio di un minimo di lin- guaggio comune che permetta all'uomo di Fontamara di raccontare la sua sto- ria e quella del suo paese, e di renderla comprensibile, e anche per fare di quella storia un documento atto a rompere lo schermo che lo divide dalla vita comune e per affermare la sua protesta; ma piuttosto nei termini di un vero e proprio problema morale. Se anche non si tratta di una vera e propria poetica, non è difficlle rlntracuare m questa sua impostazione più di un elemento che la critica e la polemica successiva dibatteranno a lungo. E non è certo senza significato che questa prefazione sia stata sctitta a Da- vos, in Svizzeta, nel 1930, quando i ptoblemi linguistici affrontati erano anco- ra assenti dal dibattito della cultura letteraria italiana. Essa prova, comunque, che Silone all'inizio stesso del suo lavoro di scrittore, è tutt'altro che insensibi- le a questo problema, e ci sorprende, in ogni modo, che egli possa essere stato fuori dal dibattito linguistico successivamente al suo ritorno in Italia, tanto più che proprio su questo problema si inserisce essenzialmente il tema fondamen- tale della narrativa siloniana, quello del mondo contadino meridionale che prende coscienza di se stesso e della propria funzione storica attraverso la pro- testa dei cafoni di Fontamata vilipesi e ttaditi, di cui lo sctittote si fa obbietti- vamente ma appassionatamente l'intetptete, non divetsamente da come, venti anni più tardi, Carlo Levi diventerà con Cristo si è fermato a Eboli, I ' interprete obbiettivo e appassionato (ma assai più fottunato ptesso la ctitica italiana) dei cafoni vilipesi e uaditi della Lucania. La natrativa di Silone, da Fontamara a Vmo e pane, a Una manciata di mo- re, sia pure con diverse prospettive di sviluppo di ogni singola vicenda, si ri- chiama sempre a questa ptesa di coscienZa che è l'acquisto della parola come scoperta della qualità umana in ogni singolo personaggio e del proptio simile, la Scopetta di una società in cui l'uomo non può più fare a meno della parola e della ptotesta pet esistete. Lo stesso « laico evangelismo ~ che pervaderebbe, secondo Cecchi, la nattativa di Silone, tisponde a questa esigenza che è insita 35 nella stessa ispitazione dello scrittore. Potremmo aggiungere che il « caso Silone ~ è tale, appunto, in questa as- senza di uno scrittore così attento alle voci dell'intelligenza europea, da un di- battito letterario (che ha anche un riverbero politico), di cui egli aveva già po- sto una premessa nella prefazione di Fontamara. La verità è che il problema di Silone--che non è soltanto un probo sctittore, un onesto artigiano della pen- na, il che sarebbe già molto in una società letteraria nella quale ciascuno si at- teggia a scoprire nuovi modi di espressione inusitati e definitivi, bensì un arti- sta complesso e ricco di fermenti vitali--non è essenzialmente un problema letterario, ma soprattutto un problema morale, addirittura un assillo morale, quello stesso che lo condusse prima alla protesta giovanile, all'azione rivolu- zionaria. E più tardi al dissidio col burocratismo e con la ragion di Stato della rivoluzione trionfante, e infine a concepire la letteratura come un veicolo di fratemità tra gli uomini, un raccontarsi teciptocamente la propria storia e il ptoprio dramma, un ritrovate nel tacconto la via e la vita. Raggiunta per vie di- verse, è la concezione vittoriniana della a conversazione ~, il richiamo dell'uo- mo all'uomo attraverso la parola, pet « lavate le offese del mondo e disaltetare il genere umano offeso «: sono parole di Vittotini, e a parte l'immaginosa e violenta liricità dell'espressione, tipicamente vittoriniana, esse potrebbero es- sere firmate dallo stesso Silone. Ben pochi critici si sono posti, in Italia e fuori d'Italia, il ptoblema della qualità dello stile di Silone. E un ptoblema che molto spesso viene eluso ne- gando alla sua scrittura un particolare tisalto stilistico, e lodando in pari tempo la solidità della costruzione narrativa, la validità e la serietà dell'impegno mo- tale, ma lasciando sempte intendete tta le tighe come si tratti in realtà di doti di non enotme peso nel giudizio complessivo di una nattazione, mancando ap- punto i suoi tomanzi di apptofondimento linguistico e di analisi psicologica tra loro in stretto rapporto. Un discotso sulla prosa di Silone dovrebbe invece portare alla scoperta di un raro dono, quello di una coincidenza tra l'ispirazio- ne fondamentalmente drammatica di ogni suo tomanzo, ed una incessante immissione di elementi comici e petsino gtotteschi, che non divetgono, si badi 36 dal contesto di quella ispitazione, ma la integtano e la alimentano di una linfa vitale ptesa direttamente dai modi e dalle forme nelle quali si esprime la fanta sia popolare. Il parlare per immagini e a volte per allegorie, una certa Concettosit~ del dialogo siloniano, e soptattutto l'inclinare vetso la favola o vetso l'apol°go, cottispondono all'immaginazione aCcesa del mondo contadino meridional~ alla sua religiosità a volte chiusa e osseSSiVa. a volte generosa e ricca di un inn- mediato amore per il prossimo, che UtnaniZza paganamente santi e patriarChi~ arcangeli e madonne; e in qUesto il Silone si rivela non di rado di un° straOrdi- nario e penetrante ht~mo~r tipicamente espressionistico anche se talvolta la S~la prosa cade nel generico e nell'owio, sernpre per quanto riguarda l llso di tal~l- ni mezzi di espressione. Va detto inoltre che il « personaggiO ~ siloniano. P~lr lontano da più sottili disintegrazioni e ambivalenze. non è mai un person~ggio frontale, a tutto tondo, di tipo naturalista. anche se in molti casi la tipicita del mondo agticolo-pastorale da cui sono tratte le figure di sfondo, e altresì q~elle che salgono in primo piano per un diretto confronto con i protagonisti (o Che sono protagonisti di una tragica e a volte grottesca rappresentazione dell~ Vita popolare), prende la mano allo scrittore. Va annotata altresì, sul piano di utla storia della sua produzione narrativa, una costante attenuaZione della tipicità popolaresca nei romanzi di Silone dopo Fon~amara anche quando egli ,iferi- sce scene e personaggi della vita pOpolare colti in momenti particolarmen~e importanti, come in Vino e pane quando nei paesi d'Abruzzo viene dato 1 ar~_ nuncio della guerra d'Etiopia, o quando. nello stesso romanzo, la .~ecchi;a al_ bergatrice Matalena ricorre alle arti di una fattucchiera per legare alla su~ lo_ canda colui che ella ritiene un giovane prete in odore di santità, don Pa°l°, alias Pietro Spina, rivoluzionario in crisi. ma anche autore di scritte contro ìl regime sui muri del paese. In questi episodi e in questi personaggi, assai pi~ che di una tipicità naturalistica, si può parlare, come fa Varese nel Saggio pi~ volte citato, di una certa teatralità espressionistica, anche se qUeste soluzioni espressionistiche non sono sorrette da un adeguato linguaggio letterario. Mentre nel suo primo tomanzo Silone dimostra di non temere mai una cet_ ta acre tappresentatività dei suoi personaggi popolari, incentrandO tu tta la Joro drammatica presenza nel sentimento di una intensa vita primotdiale che eglj37 proietta in modo corale sul grande schermo del racconto, relegando sullo sfon- do i personaggi « borghesi ~ anche positivi, mitizzando addirittura quelli ne- gativi, senza alcun timore che gli si timproveri la fissità paradigmatica della lo- ro intensa composizione (fissità che proprio per un cetto sfondo picaresco è tal- volta scambiata pet residuo bozzettistico), nei romanzi successivi questa corali- tà si attenua di fronte al passaggio in primo piano della vicenda di personaggi « botghesi ~. Non di tado infatti essi sono personaggi borghesi che si battono e soffrono per i cafoni umiliati e offesi, in contrasto con il loro stesso ambiente, relegando sullo sfondo il mondo popolàre contadino per il quale combattono e soffrono Pietro Spina, don Benedetto, lo studente Murica, o soffrono soltanto per un rivetbeto dell'altrui soffetenza, come Ctistina, Faustina, donna Maria Vincenza, nonna di Pietro. Non è difficile rendersi conto che se in Fontamara tutta l'espetienza formativa di Silone, la sua stessa passione umanitaria, si tra- sfonde senza residui in questo mondo popolare, negli altri romanzi, costruiti senza dubbio con una maggiore consapevolezza del mezzo tecnico e delle strutture tradizionali, I'esperienza autobiografica sale in primo piano anche nel senso di una sua proiezione diretta nel racconto, col risultato pressoché pa- radossale di una maggior vivezza e petsuasività nel primo dei due romanzi ri- spetto agli altri sia pure più direttamente ispirati dalle vicende del loro scrit- tore. Si può parlare dei romanzi scritti da Ignazio Silone negli anni dell'esilio, dopo la sua uscita dal partito comunista, come se essi fossero soltanto il frutto della delusione, della solitudine, e nello stesso tempo di una sorta di Ersatz della lotta politica, quasi un compenso psicologico dello scrittore per essersi tagliato fuori da quella lotta che era stata per lui una essenziale ragione di vita? Pensia- mo che la separazione dal partito comunista sia stata per Silone soltanto l'occa- 38 sione di una scopetta, quella di una vocazione che era rimasta compressa dall'attività politica, ma che in fondo traeva vita dalla stessa origine: I'appas- sionata solidarietà di un giovane intellettuale del Sud italiano per la condizio- ne umana della sua gente, e soprattutto il sentimento profondo di una rivolta dell'uomo contro l'ingiustizia, I'oppressione, la miseria. La ribellione dell'uo- mo in quanto uomo. Al fondo della rivolta di Silone era già un fermento reli- gioso che non si riduceva nel misticismo dell'attesa di una paro~sia redentrice, ma piuttosto nella presa di coscienza che l'antico sogno di « una carità che so- stituisca la. Iegge t di Gioacchino da Fiore, degli spirituali, dei celestini, di cui serbava ancora l'impronta la formazione ~ quasi interamente cristiana e me- dievale ~ della sua gente, povera di storia civile, anzi esclusa dalla storia, do- vesse tradursi in una rivoluzione politica. L'uscita dal partito comunista non segnava, infatti, per Silone, come per tanti altri che si erano trovati nella sua stessa situazione, un fallimento come uomo e come rivoluzionario. La sua rivolta rimaneva integra, anche se risaliva in primo piano un suo sentimento religioso, dal quale in ogni modo il passag- gio attraverso l'ideologia aveva espunto le ragioni della fede: la religiosità di Silone resta una religiosità laica, immanentistica. Ciò che rimane in lui della fotmazione cristiana e medievale della gente d'Abruzzo, è la linfa ereticale che circola nella religiosità popolare italiana quando è veramente autentica, al punto che alle sue stesse origini corse il tischio di una condanna lo stesso movi- mento francescano. Si è patlato nei precedenti capitoli di questo nostro studio, di uno svolgersi della narrativa di Silone da Fontamara a Vino e pane, a ll seme sotto la neve: il primo romanzo, come s'è detto, è una narrazione corale, un semplice affresco di vita popolare nel quale è ttasfusa tutta la passione politico- sociale di Silone, la sua tibellione conUo un cetto tipo di società agrario- capitalista non senza arcaiche e anactonistiche soptawivenze feudali, difesa dalla violenza poliziesca fascista. Nei tomanZi successivi la sua vicenda perso- nale si trasfonde nell'uno o nell'altro dei personaggi di primo piano, e princi- palmente in Pietro Spina, il tivoluzionario di origine borghese con una origi- natia vocazione teligiosa che non si smentisce mai, anche se non si ttaduce più in una fede, che coinvolga, bene o male, il suo mondo botghese nella propria vicenda sla pute con petsonaggi a volte emblematici che sono la proiezione 39 di situazioni spirituali e ideali dello scrittore, o di una sua personale vicenda. Il popolo contadino è l'unico vero protagonista di Fontamara, mentre gli altri successivi romanzi hanno protagonisti e personaggi che si staccano dal grande sfondo della vita popolare. Fontamara è anzi uno dei pochissimi romanzi dell'ltalia contadina, e in questo senso uno dei pochissimi documenti della narrativa italiana che posso- no essere accolti sotto la definizione gramsciana di una letteratura nazionale- popolare, il che non si può dire di altri (persino di alcuni più recenti), nei quali è innegabile un certo lievito nazionale-popolare, diremmo, che sta dentro e che circola dentro, ma che non si estende, come accade in Fontamara, a tutta la struttura di ogni singola composizione, né a tutti i suoi personaggi. Evocata dal profondo della sua coscienza, la folla di Fontamara, occupa tutta la narra- zione, e i personaggi che salgono in primo piano sono una sua proiezione, co- munque rappresentano le sue voci, sono gli interpreti di un tipo pressoché ine- dito di società di costume. Si può dire che--salvo alcune frequenti eccezioni--sino a Manzoni e a Verga il mondo contadino non esista nella letteratura italiana, se non sotto for- me vagamente retoriche e variamente convenzionali. Tutto il filone della poe- sia georgica e gnomica tradizionale,--per altro estranea, nella formazione dei singoli autori, al mondo contadino--ha descritto, come si sa, la vita dei cam- pi secondo una tematica virgiliana, che, a parte le sue possibili derivazioni da precedenti modelli greci o latini, rispondeva a talune esigenze della politica augustea tesa a rivalutare la proprietà fondiaria, ad attirarvi capitali e masse inurbate. Trae appunto origine da una tematica siffatta la contrapposizione moralistica tra città e campagna, di cui è stata per lunghi secoli impregnata la letteratura italiana, e non soltanto il settore piuttosto ristretto della poesia georgica: da una parte la città con le sue cure affannose, le miserie e i vizi, de- moniaca a volte, sempre corruttrice, dall'altra la sana vita dei campi, la ftugale opetosità del contadino, la motalità familiare. Una contrapposizione assurda già alla radice, perché il giudizio negativo sulla città era dato da scrittori appar- tenenti sostanzialmente alla classe dirigente cittadina, aristocratica, borghese, 40ecclesiastica, che negli « affanni ~ della città (con relativi vizi e corruzioni) de- scrivevano quasi sempre se stessi, vagheggiando un mondo campestre di ma- niera, e tutt'al più confondevano i loro ozl in villa con la dura vita del conta- dino, disperata e spesso senza evasione, inventando una felicità assurda e ine- sistente per coloro che facevano parte di quel mondo. Una sorta di realismo alla rovescia che si estende non di rado alla poesia lirica e alla poesia epica, al- la prosa, alla memorialistica, al teatro, per lo più di impronta umanistica, sul- la falsariga, appunto, degli schemi virgiliani di cui si è detto, che si presta al- tresì alla costante tradizione di acquiescenza della let.eratura aulica protetta comunque dal mecenatismo dei principi e della Chiesa. E una letteratura nella quale prevale l'idillio, I'esortazione virtuosa, I'esaltazione della religiosità formale, dell'obbediente sottomissione di un certo tipo molto convenzionale di contadino pago della sua condizione e esemplarmente frugale. E estremamente rato che la letteratura italiana affron- ti i temi delle campagne affondando lo sguardo nelle reali condizioni della gente dei campi. Rarissima la testimonianZa della sua miseria, della sottoposi- zione feudale, della sensualità viva e talvolta violenta dell'uomo dei campi, di cui invece è spesso testimonianza una letteratura popolare, in gran parte di- spersa e negletta a causa di un pregiudizio umanistico, ma anche per il suo contenuto polemico. La dimensione del grottesco è nella nostra letteratura quasi sempre di origine contadina, e non è del tutto improbabile che gran parte del « primordio « belliano derivi da una origine siffatta. E un tema che per molti secoli si propongono solo le punte estreme della letteratura, gli irre- golari di ogni epoca, i bizzarri, i burleschi, il Folengo, il Croce, un letteratissi- mo teatrante di genio come Angelo Beolco, il Ruzante, che porta sulla scena la vita e i personaggi tipici del mondo contadino settentrionale rivelando con l'invenzione dl una Imgua stravolta e polivalente, il grottesco dei caratteri e delle situazioni, il dramma della miseria, dello sfruttamento, della guerra. Dovremo arrivare al Manzoni e al Nievo per ritrovare una traccia diversa da quella tradizionale alla ricerca di un rapporto tra la nostra letteratura e il mondo delle campagne. L'atteggiamento del Manzoni verso il mondo contadino, rientra nella stes- sa poetica degli a umili «: non tanto una partecipazione personale al dramma quanto~ come ha annotaio Antonio Gramsci (Letteratura e v~ta nazionale, To- rino 1950, p. 73), un atteggiamento <. di condiscendente benevolenza, non di medesimezza umana «, e spesso è proprio sul mondo contadino che, sia pure in chiave di pietosa comprensione, si riversa la sua ironia. Quanto al Nievo, il suo Novell~ere contad~no, sia pure nel clima di una ascendenza manzoniana, è forse la prima testimonianza da parte di un intellettuale italiano--di estrazio- ne, per giunta, aristocratica--di una esperienza personale che si rispecchia in una profonda partecipazione alla tealtà umana del mondo contadino, e ptelu- de alla vigotosa scopetta della realtà che è nelle Confess~oni. Ma fino a Vetga il contadino metidionale non ha ptessoché alcun diritto di cittadinanza nella no- stra lettetatuta olo ha solo pet vie ttavetse. Lo ptecede appena l'abate Padula con la sua indagine sulla vita, sulla condizione sociologica, sul linguaggio, sul- la lettetatuta popolate dei contadini calabtesi, ma Vetga è il ptimo gtande nat- tatote (quello di Misasi è senza dubbio un caso minote) che afftonti nei suoi romanzl un tema e un mondo così nuovi e con una forza di rappresentazione che trova riscontro in pochi altri scrittori prima di lui. Tuttavia si può dire che sia in Verga quella piena « medesimezza « che Gramsci richiedeva pet una let- tetatura nazionale-popolare? Nel suo naturalismo c'è assai più una pteoccupa- zione di a fare il vero ~, piuttosto che quella di offrire, anche indirettamente e inconsciamente, il suo contributo per un rinnovamento della società meridio- nale. « In Italia--scrive Gramsci (Letteratura e v~ta nazionale, p. 179)--la pretesa 'naturalistica' dell'obbiettività sperimentale degli scrittori francesi che aveva una origine polemica contro gli scrittoti atistocratici, si innestò in una posizione ideologica preesistente «, posizione di a distacco « dagli elementi popolari (e quindi anche dal mondo contadino), « distacco appena velato da un benevolo sottiso itonico e caticatutale «. Tuttavia, tispetto a Vetga, la situa- zione del tappotto tta lettetatura e vita contadina decade assai più tapidamen- te nel successivo natutalismo metidionale, da Capuana alla Deledda, dalla Se- tao a D'Annunzio (mentte nel Nord, sia pure al di fuori di ogni impegno ideologico, i temi della società campagnola sono affrontati non senza una cetta penettazione da qualcuno degli a scapigliati ~ lombatdi, come il Boito, o da 42 un epigono manzoniano come il De Matchi), dispetdendo la stessa etedità na- tutalistica della nattativa vetghiana. Un'eccezione, ma sempte al di fuoti dell'ambito di una lettetatuta metidionale è in Tozzi, che tuttavia afftonta la situazione del mondo contadino toscano con l'occhio del piccolo ptoptietatio intellettuale di città, e con un atteggiamento non di tado sostanzialmente ne- gativo vetso quel mondo, anche se in molti casi egli se ne sente ditettamente pattecipe, ma pattecipe quasi sempte in un senso antagonistico. Fontamara (e così, sotto una divetsa ptospettiva anche gli altti tomanzi dell'esilio: Vino e pane, Il seme sotto la neve) è il ptimo tomanzo di un natta- tote italiano che dopo molti anni tompa questo silenzio e supeti questo dia- ftamma, il ptimo, aggiungiamo, di uno sctittote che si senta lui stesso patte integtante di quel mondo, anche se ptoviene dal ceto botghese della ptovincia metidionale, un mondo nel quale, più tatdi, Silone stesso pottà in luce, in al- ui tomanzi, alcuni aspetti positivi e negativi in petsonaggi emblematici e talo- ta mediatamente autobiogtafici. Patte integtante ditemo, e patte attiva, nel tempo stesso, nel suscitare le energie sopite pet lunghi secoli di quel mondo contadino metidionale. Ha sctitto Silone in un saggio, La narrativa e ~l « sotto- suolo « mendlonale, appatso nel quadto di una vasta inchiesta sulla nartativa metidionale italiana a cuta di Leone Piccioni pet la tivista « Ptospettive meti- dionali « nel 1956: La tradizione non è soltanto letteratia; e nessuna letteratura si è mai sviluppata co- me una catena omogenea, di cui i singoli scrittori e poeti sarebbero gli anelli. Nella mi- sura, senza dubbio limitata e soggettiva a verifica, in cui uno scrittore può contribuire alla critica di se stesso, io non ho difficoltà a dire che, assai più della scuola e della lette- ratura~ nella mia formazione, anche tecnica, di scrittore, hanno avuto influenza decisiva le esperienze della vita, e tra esse devo menzionare, prima d'ogni altra, la compagnia di contadini e operai in circostanze fortemente impegnative. Sono assolutamente convinto che, se avessi avuto un'esistenza diversa, pur frequentando le stesse scuole e gli stessi li- bri, non avrei scritto affatto, oppure, di certo, non quello che ho scritto e in quel modo. Deriva senza dubbio da questo stretto legame dello sctittote con la vita dei contadini e degli opetai nel cotso della sua esperienza di militante e anterior- mente ad essa, « la tiscopetta dell'etedità ctistiana nella crisi sociale del tempo presente «, che, al di là del suo caso personale, è per Silone a l'acquisto più im- 43 pottante della nostra coscienza in questi ultimi anni 1~. Non c'è dubbio tuttavia che la crisi personale dello scrittore coincida col manifestarsi, nella letteratura italiana, di una scoperta del mondo contadino, non più come occasione di un georgico moralismo vitgiliano, né come ele- mento decotativo di tradizioni popolari più o meno vive, dal quale trarre na- turalisticamente tipi e caratteri e talvolta mitizzandoli come già aveva fatto D'Annunzio o soltanto argomenti pet nattare o per poetare. Ma alcunché di diverso, una passione motale ttadotta in impegno civile, una necessità di tac- contate perché raccontando si compie un gesto di fraternità, o si conduce una battaglia affinché sia impresso un più intenso ritmo al processo di trasforma- zione della società, eliminando l'egemonia alle vecchie classi dirigenti, ed an- che per rendere la situazione « verosimile e degna d'attenzione a chi non ab- bia conosciuto, pet espetienza personale e in congiunture adeguate, I'incredi- bile risetva di energie che, in contrasto con la loro psicologia quotidiana, im- pastata il più sovente di superstizioni naturalistiche, di diffidenze, di scettici- smo, di meschinità, di setvilismo, si nasconde in fondo all'animo dei contadi- ni poveri del Mezzogiorno ~. Non va dimenticato che Silone in esilio scrive Fontamara tra il 1928 e il 1930, gli stessi anni nei quali Cottado Alvato sctive un tacconto come Gente in Aspromonte tacconto che non soltanto sembta animato (e fotse all'insapu- ta dello stesso autote) da una catica di ptotesta analoga a quella di cui è tutto fottemente imptegnata Fontamara ma altresì in una filigrana più profonda, quella della riscoperta religiosità paleoctistiana del primordio popolare, il ri- chiamo a un linguaggio essenziale di quel primordio, che è ben lontano, in Fontamara come in Gente in Aspromonte da commistioni lessicali e sintatti- che di origine dialettale, ma che invece rivela una sua qualità popolate nell'uso di una koiné linguistica nazionale opetante attraverso strutture psico- logiche intimamente e poeticamente dialettali. Manca, è vero, nell'opera di Silone la sapienza stilistica e l'attenta misura di quella di Alvaro, ed è talvolta assai meno intensa la tensione lirica che petvade il racconto alvatiano, ma oc- cotte anche annotate come nel nattate di Alvaro sia assai meno esplicita anche se più intimamente immedesimata nei sottofondi del tacconto, e cetto più te- nue e sfumata, la catica di ptotesta motale e sociale. Tuttavia sia l'una che l'alua delle due opete rappresenta qualcosa di profondamente nuovo e vitale della nostta nattativa, appunto petché vi è supetato quel distacco di cui si diceva dianzi tra scrittore e mondo contadino per l'immissione diretta di que- sto mondo contadino meridionale nella narrazione, anche nelle chiavi di una immaginazione che a volte conduce lo scrittore stesso al di là della tapptesen- tazione del teale, ma che insetisce in questa tapptesentazione una ptofonda esigenza di pattecipazione personale, nel riverbero soprattutto di quelle immagini-racconto, nelle quali uno scrittore come Pavese`individuò la propria religiosità, tanto più ricca di fermenti umani quanto più espressa da un dolo- te antico, da un'antica motalità. Occotte dite che ptoptio in queste due opete (anche se quella di Silone fu letta in Italia da pochi), è uno tta i ptimi esem- pi di una nuova linea della nostta nattativa, quel nuovo realismo che supe- ta la ttadizione vetista del natutalismo metidionale, ptoptio in una ticetca de- gli « antecedenti « delle vicende taccontate, che in Silone si manifestano ap- punto in quella « peculiatità spitituale ~ insita nell'imptonta ctistiana della civiltà inttinseca del contadino meridionale, peculiarità spirituale, occorre ag- giungere, che non ha nulla di comune con le strutture teologiche e geratchi- che della Chiesa. A queso ptoposito aggiunge Silone nel saggio pet l'inchiesta di « Ptospettive metidionali « sopta citato, in una notazione di carattete auto- biogtafico: All'esperienza personale di essa io arrivai atuaverso le stesse fortunose circostanze che all'età di diciassette anni, durante la prima guerra mondiale, mi condussero a ca- pegglare alcune leghe ~ rosse « di contadini abruzzesi e, dieci anni più tardi, nel movi- mento clandestino comunista. Fu quella una conoscenza, forse precoce, di molte asprezze e angosce dell'esistenza, ma anche delle sue imprevedibili risorse E se l'in- contro ebbe conseguenze tanto durevoli, dovett'essere perché tra quei contadini trovai me stesso. Riguardo all'immagine del mondo ricevuta a scuola e dalla lettura dei libri, era il rovescio della medaglia, la casa guardata dal cortile. Dunque, un avvenimento nell'ordine della conoscenza, oltre che degli affetti. L'esistenza vi acquistava una pro- spettiva nuova, non banale. Gli operai e i contadini poveri con i quali allora mi trova- vo coinvolto, non erano certo individui straordinari; eccezionali erano perciò le circo- stanze e l'ingranaggio nel quale ci trovavamo presi. Molti di essi, messi alla prova, si45 comportarono onestamente, accettarono di andare allo sbaraglio Perché? Negli operai, in genere, nei lavoratori settentrionali, mi sembrava evidente l'efficacia dell'educazione politica socialista, divenuta esigenza e costume di libertà, mentre la forza di resistenza dei contadini meridionali mi appariva sostanzialmente diversa Estranei alla uadizione risorgimentale, disgustati dal cattivo esempio del trasformismo dei politicanti delle loro province e scettici verso tutte le forme politiche, anche democrauche, la loro coerenza ri- voluzionaria era priva di ogni illusione utilitaria e aveva un fondo essenzialmente reli- gioso, anche quando essi si dichiaravano atei. Era una fedeltà estrema all'intuizione di un mondo radicalmente diverso da quello storico, immagine che gli uomini portano racchiusa nel cuore e che non pouà fallire perché qualcuno gli resterà fedele. In essi, in questi uomini del nosuo tempo ~ schedati ~ e controllati a vista, non è difficile ricono- scere gli stessi tipi che nel Medioevo, per la stessa fede andavano nei conventi. Questo brano ci illumina in modo esauriente su quella che può essere stata l'ispitazione più intetna di un tomanzo come Fontamara, ed anche di altti to- manzi di Silone. Fontamara, nell'intenzione dello sctittote avtebbe voluto es- sete una sotta di « ctonaca ~--taccontata in ptima petsona da alcuni petso- naggi della vicenda--di eventi accaduti nell'estate dell'anno ptecedente alla stesura del romanzo, o alla data della sua ptefazione, il 19~0, in « un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settenttione del pto- sciugato lago di Fucino, nell'intetno di una valle, a mezza costa tta le colline e la montagna ~. La situazione topogtafica, ditemmo, del paese dove è nato lo stesso sctittote, Pescina, e dove egli aveva avuto le esperienze giovanili che lo avevano portato all'impegno nella lotta tivoluzionatia. Fontamara è dunque un nome di fantasia e nello stesso tempo simbolico, tuttavia lo sctittote ag- giunge nella sua ptefazione al tomanzo di avet tisaputo, in seguito, « che il medesimo nome, in alcuni casi con piccole vatianti, appatteneva già ad altti abitati nell'ltalia metidionale ~ e, fatto più gtave, di avet appteso che ~ gli stessi strani awenimenti in questo libro con fedeltà raccontati in più luoghi, seppure non nella stessa epoca e sequenza ~. Non c'è dubbio che Silone abbia avuto sin dal ptimo momento la sicuta coscienza di intetptetate un dtamma non limitato ad una tegione, a un paese, bensì la uagedia del mondo contadino metidionale. e di intetptetatla, pet giunta, in una più vasta e complessa dimensione, nel quadto stotico di una op- ptessione di tipo colonialista negli anni ttenta: « Allo stesso modo, i contadini poveti, gli uomini che fanno ftuttificate la tetra, i fellahtn, i cooltes, i peones, i mt~gtc, I cafonl, Sl somlghano In tUttl I paesl del mondo; sono sulla faccia della terra, nazlone a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri m tUttO Identici «. (Non è improbabile che Carlo Levi abbia ripreso questo concetto di un legame naturale che unisce i « contadini « sotto ogni la- tltudme e l'essenziale umanità originale del mondo contadino, com'è delinea- to in Cristo si è fermato a Eboli, se non proprio da Silone, da una lettetatuta eutopea e non soltanto eutopea di cui Silone è pattecipe, anche se al tempo della stesuta di Fontamara egli poteva avetne solo indirettamente cognizione). Fontamata, dunque, si identifica con Pescina, o meglio con una frazione isola- ta del comune di Pescina, cioè con l'infanzia, con la formazione dello scrittore. con un suo patrimonio più antico e profondo di ricordi. La vicenda che Silone racconta è situata, nel tempo, nei primi anni della dittatura fascista, quando ormai la stretta del colpo di Stato incide sulla vita nazionale anche in quelle che sono le sue zone periferiche, non toccate dalla storia o da secoli oggetto della storia. Il dtamma di Fontamata si ptoietta pet questo al di fuori della vi- cenda che in un certo senso la riassume tipetendo le vicende di antichi soptusi e di antiche usutpazioni. E la storia della violenza che i fontamaresi devono su- bire (come già nel Medio Evo i loro antenati avevano subìto la violenza dei feu- datari e dei vescovi che strappavano loro i pascoli, i boschi, le acque e le terre di proprietà comune e infine le loro piccole proprietà personali e familiari), da parte di un Imptesario (lo scrittore non designa questo personaggio emblema- uco della sopraffazione di ogni tempo con altro nome) che ha dalla sua parte le autofità fasciste, essendo lui stesso diventato podestà del Comune. L'Impresa- rio Sl impadronisce, con un raggiro di cui è complice un suo emissario che h, fatto firmare ai capi di famiglia l'atto di cessione delle acque di un tuscello con le quali i fontamaresi irrigano le loro povere terre e abbeverano il loro be- stiame. L'Impresario è un affarista venuto dalla capitale, che gode della « protezio- ne della Banca «, delle autorità locali, del fascio, dei carabinieri. Quando i fontamaresi leveranno la loro voce di protesta (sono ptima le donne a muovetsi vetso la sede del Comune), satanno di nuovo raggitati da lui, con la complicità dell'ex-sindaco, I'awocato don Circostanza-- tipico esponente locale del clientelismo e del trasformismo metidionali--il quale ptopone un classico im- btoglio, aggtavando ancota di più la difficile posizione dei paesani. Ma ota a capo dei contadini si pone il giovane Betatdo Viola, che vottebbe impedir loro di trattare con le autorità: « La legge è fatta dai 'cittadini'--egli dice--,è ap- plicata dai giudici che sono 'cittadini', interpretata dagli awocati che sono 'cittadini'. Come può un contadino aver ragione? ~. Questa distinzione e con- trapposizione tra città e campagna non ha nulla della conttapposizione ttadi- zionale della nostta lettetatuta di cui si è fatto cenno dianzi, ma è un elemento nuovo, I'esptessione di una nuova coscienza di classe, sia put tozza e istintiva. Piuttosto che discutete, Betatdo consiglia l'azione ditetta conuo i beni dell'Impresario, accumulati alle spalle dei contadini e dei piccoli ptopfietari del luogo. Il podestà invia allora una spedizione di militi. Anche loro erano povera gente Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestiere..., uoppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autontà, essl preferivano di setvirli per ottenere il permesso di tubare e di opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari... Sempre essi erano stati al servizio di chi coman- da e sempre lo saranno. Fotse non c'è migliote definizione, posta com'è sulla bocca di un contadi- no di Fontamata, di quello che fu il fascismo cenuo-metidionale italiano a sfondo legalisticamente tettotista, fenomeno quasi sempte postefiote al colpo di Stato e in funzione di detetminati intetessi locali, che pottemmo chiamate neo-feudali, ma anche l'esptessione di un mondo piccolo botghese, manovtato da intetessi di cui quelli stessi che vi appattenevano non si tendevano conto, 48 contro le tivendicazioni contadine. I militi saccheggiano il paese e violentano una donna, quindi schedano i paesani come sowetsivi. Intanto ptoseguono i lavofl pet la patadossale ripartizione dell'acqua del tuscello (tte quatti dei fon- tamatesi, ue quatti dell'Imptesafio), e a cose fatte è inviato a Fontamata un te- patto di catabinieti pet gatantite la divisione. Poco dopo arrivano le autorità e i militi fascisti, e naturalmente essa viene compiuta ai danni dei contadini, an- cora una volta raggirati dall'uso della parola astutamente manovrata dal melli- fluo don Circostanza, detto « I ' Amico del Popolo « .j che ha proposto una con- cessione dell'acqua per «dieci lustri« all'Impresario, divisione accettata dai fontamaresi che non conoscono il significato delle parole a dieci lustri «. Il furto dell'acqua fa sì che l'estate successiva i campi dei fontamaresi si inaridiscano. Betatdo emigta a Roma pet trovare lavoro e togliersi dai pericoli che com- potta la lite dei contadini con l'Imptesafio, lite che lo ha visto in pflma linea, ma non ha documenti necessafi pet ttovate lavoro, e quando essi sono richiesti, le cattive informazioni politiche gli vietano di ottenerli. Disperato e futente, Betatdo vaga pet la città insieme a un giovane fontamatese che è venuto con lui a Roma allo stesso scopo. Alla stazione c'è un gtande ttaffico di militi e di catabinieti: Betatdo e il suo compagno apptendono che essi sono alla ticetca del « Solito Sconosciuto «, capo clandestino della opposizione al tegime, che si dice pattitd pet l'Abtuzzo. Attestati pet caso in una lattetia dove eta stato tto- vato un pacco di manifestini « sowersivi «, Berardo e il suo compagno passano la notte in guardina. Successivamente Beratdo dichiata di essete il « Solito Sco- nosciuto «, e viene tottutato affinché sveli i segteti dell'otganizzazione, ma egli non sa nulla e non può fivelate alcunché ai suoi petsecutoti, e muote pet le sevizie ticevute. La sua motte tuttavia lascia un insegnamento ai paesani. Il messaggiO di Betatdo è pottato da un compagno di ptigione e Fontamata che si ptepata alla tesistenza. Il veto « Sconosciuto « offte ai fontamatesi i mezzi pet stampate e diffondete un foglio clandestino scfitto da loto stessi pet i cafoni, e quando i militi salitanno ancota una volta al paese essi saptanno tibellatsi, tesi- stendo con la violenza alla violenza dello Stato fascistizzato, ma sono soptaffat- ti e sconfitti. Come sempte il loto sacfificio non satà inutile petché contfibuità a Suscltate una coscienza di classe contto l'opptessione. « Dopo tante pene e tanti lutti,--si domandano i fontamatesi che sono tiusciti a scampate alla te- 49 ptessione--tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare? ~. Il romanzo si chiude con queste parole che evocano il titolo di un famoso testo di Lenin (il che conferma tra l'altro come al momento della stesura del ro- manzo stesso, Silone non si sentisse ancora in posizione di distacco, comunque critica, nei conftonti del movimento tivoluzionario e delle sue istanze, anche se probabilmente--e qualcosa ne traspare nel romanzo--era già in lui qual- che incrinatura). Una conclusione pessimistica? Lo sarebbe se proprio questa affannosa interrogazione, quasi uno slogan, del petsonaggio che ha nome Scatpone, uno dei capi della tivolta e della sfortunata battaglia dei contadini di Fontamara, non ammonisse implicitamente, non soltanto i superstiti di quella battaglia, ma gli stessi lettori del romanzo, idealmente chiamati in cau- sa. Un richiamo, dunque, alla consapevolezza, e forse, al di là della stessa ana- logia leniniana, un grido della coscienza offesa. Ma occorre anche aggiungere che un romanzo come Fontamara, va letto in una prospettiva pressoché epica, al di fuori e al di là di ogni impegno immediato, come uno dei pochi romanzi italiani nei quali il mondo contadino non sia visto esclusivamente secondo una prospettiva di moralismo populista, ma da un punto di vista storico che lo ri- scatta da ogni particolare calcolo di politica contingente. Il dramma dei conta- dini del remoto borgo abruzzese è come l'episodio finale di un secolare ed in- conscio travaglio della società contadina, le cui ragioni sono ormai venute alla coscienza di coloto che sino a ieti ne etano le tassegnate compatse ed ota passa- no in ptimo piano, e ne diventano i veti ptotagonisti, anche se soccombono al- la forza bruta, al potere. Ma è soprattutto il ritmo della narrazione, il suo passo solenne e nello stesso tempo spesso drammaticamente serrato, I'incrociarsi nel suo tessuto di affannose interrogazioni e di affannose risposte, la sua coralità (i personaggi escono ed entrano incessantemente nello sfondo, quasi voci di una comune coscienza sociale), I'insetirsi della polemica sociale nella favola, nel mito, nell'ironia, con la testimonianza di una religiosa pietà, ad infondere a questo romanzo una sua umanissima carica poetica. Per raccontare questa storia nei tetmini di un linguaggio di ditetta e imma- sn ginosa testimonianza popolare, così da rendere vera e attendibile l'estrema tensione che anima tutto il tacconto, Silone ha usato un artificio che in un cer- to senso ripete quello famoso del Manzoni per la sua Stona mtlanese del secolo xvll I'invenzione di un intermediario, anzi di un gruppo di intermediari tra lo scrittore e i suoi personaggi. Nel Manzoni era un ignoto storico lombardo coevo, o quasi, ai fatti ipotizzati nel romanzo, Silone invece immagina di tra- scrivere il racconto dei tre superstiti di Fontamara, che il vero Sconosciuto, ca- po clandestino dell'opposizione al fascismo, è riuscito a far emigrare. Essi ap- punto sono venuti a trovarlo nel suo esilio, per raccontargli la storia degli ulti- mi fatti del paese e delle vicende di Berardo Viola. Sono tre « cafoni: una vecchia donna, un vecchio e il loro giovane figlio, il compagno, appunto, della fuga di Berardo Viola da Fontamara a Roma, testimone dei suoi ultimi giorni nonché delle torture a lui inflitte dalla polizia fascista. E una sorta di coro. a due voci: Prima ha parlato il vecchio. Poi la moglie, poi di nuovo il vecchio. Poi di nuovo la moglie. Menue parlava la moglie, temo di essermi addormentato, senza però, fenome- no veramente singolare, ch'io perdessi il filo del discorso, quasi che quella voce sorgesse dal più profondo di me. Quando è spuntata l'alba e mi sono svegliato, ha ripreso a par- lare ll vecchlo. Il figlio, evidentemente, non ha parlato, ma il suo silenzio--che è relativo in quanto il suo racconto sulla morte di Berardo è riportato dal padre e dalla madre--ha forse il significato di una muta ma irrefutabile testimonianza di una generazione che non accetta più la rassegnata acquiescenza al proprio de- stlno di quelle che l'hanno preceduta, che ha raggiunto, in altre parole, una sua consapevolezza della condizione umana ed essa appunto risalta nel conte- sto della narrazione con questo peculiare compito di testimone. Si è detto che le due VoCi non hanno particolare rilievo l'una dall'altra nelle pagine del romanzo, essendo la loro funzione quella appunto di infondere al raCcOnto l'inconfondibile timbro di un linguaggio popolare ~ trascritto · che renda plausibile il passaggio del po.polo di Fontamara dalla posizione psicolo- gica collettiva di secolare assuefazione e rassegnazione allo sfruttamento, alla misetia, al soptuso, ad una coscienza di se stesso, o, se non altro, dell'ingiusti- 51 zia e dell'oppressione di cui il fascismo trionfante è l'ultimo anello di una lun- ga catena, il più odioso nella sua assurda violenza, che mira ad imporre l'arbi- trio dei ricchi e dei potenti, non più nelle forme tradizionali feudali e paterna- listiche alle quali il popolo di Fontamara è ormai tradizionalmente rassegnato, ma attraverso pretesti di menzognera giustizia, convalidati dalla violenza e dal terrore fisico, intollerabile sopratutto al fondamento cristiano che sorregge la stessa psicologia dei fontamaresi. Su un contrasto siffatto opera l'ironia di Silo- ne che si awale appunto di un linguaggio immaginoso fatto di grottesche de- formazioni, di concitate interrogazioni per rendere non la facciata esterna, ma il senso profondo di una realtà umana sociale. Fontamara è una sorta di grande scenografia, sul cui sfondo si alternano espressionisticamente maschere tragiche e comiche in una azione quanto mai composita e ricca di movimento" il gruppo delle donne, pur tra loro discordi, che si recano alla sede del Comune per chiedere ragione del raggiro nel quale sono caduti i loro uomini, e che ha permesso all'Impresario di impadronirsi delle acque del ruscello, è rappresentato con incisivo rilievo di tipi e caratteri; così il viaggio in autocarro dei fontamaresi al capoluogo della provincia, inqua- drati dai militi fascisti per l'adunata dei gerarchi, alla quale essi portano lo stendardo di San Rocco in luogo dei gagliardetti o delle bandiere portati dagli altri gruppi; e le loro grida al passaggio dell'automobile del prefetto (al quale essi--che per questo hanno accettato di partecipare all'adunata--vorrebbero denunciare il soptuso dell'acqua, ma ancora una volta sarà impedito loro di di- re le proprie ragioni); i notabili del paese riuniti a banchetto in casa dell'Im- presario, che escono dalla sua villa mostrandosi ai paesani di Fontamara gonfi di cibo e di vino, ripugnanti e quasi bestiali: Intanto i commensali ubriachi si erano raccolti sul balcone della villa. Tra di essi spiccava l'awocato don Circostanza col capE~ello a melone. il naso poroso a spugna, le orecchie a ventola, la pancia al terz~ stadio. E risaputo che gli awocati dalle nostre parti possiedono per i banchetti un tipo speciale di pantaloni ad armonica, ~ anch~ pantaloni da granduomini, perché invece di una, hanno tre file di bottoni, in modo da poterli gradualmente allargare a mano a mano che la pancia ne senta I urgenza. Quel giorno i 52 pantaloni di loro signori erano tutti al terzo stadio e si capisce. Su questo personaggio di don Citcostanza (gli antagonisti negativi del po- polo di Fontamata pottano nel loto stesso nome il matchio di un gtottesco giu- dizio, così don Abbacchio il prete simoniaco e sottomesso ai potenti, una sotta di don Abbondio peggiotato) il tacconto siloniano si soffetma con patticolate acutezza. Soptannominato « I'Amico del Popolo «, don Citcostanza è il politi- cante tipico della classe ditigente mefldionale dopo il Risotgimento, una sotta di Cicikov politico (ua le ascendenze leggibili più chiatamente in talune fili- gtane umotistiche di Fontamara, quella gogoliana è una delle più evidenti): « Una volta, quando avevano dititto di voto solo quelli che sapevano leggete e scrlvete~ egli mandò a Fontamata un maestto che insegnò a tutti i cafoni a scti- vete il nome e cognome di don Citcostanza «. I fontamatesi etano così costtetti a votate sempte e unicamente pet lui. a Poi cominciò un'epoca in cui la motte degll uomml dl Fontamata m età di votate non venne più notificata al Comu- ne ma a don Citcostanza, il quale, gtazie alla sua atte, li faceva timanete vivi sulla catta e ad ogni elezione li lasciava votate a modo suo «. Una famiglia che aveva sette motti ticeveva ogni volta ttentacinque lite di consolazione e altte venuclnque o dieci, a seconda dei motti da piangete: a Con l'andate degli an- ni, si capisce, il numeto dei motti-vivi eta diventato tagguatdevole, ed eta una discteta tendita pet i poveti fontamatesi, eta un forte guadagno che non ci co- stava grande fatica, ed era l'unica occasione in cui, invece di pagare, eravamo pagati «. a L'Amico del Popolo « chiamava questo sistema a democrazia «, e appunto per esso ad ogni elezione riusciva vincitote. Nel petsonaggio e in tutto ciò che attiene alla sua vicenda amministtativa e politica, va letto implicitamente un aspto giudizio di Silone, del Silone 1930 --un anno ptima della sua uscita dal pattito comunista--non soltanto sul fa- scismo, ma alttesì sulle sttUtture a libetali « dell'Italia ptefascista; coincidente petaltto assai spesso con quelli della polemica socialista e comunque dei pattiti della slmstta opetaia italiana tra il 1880 e il 1939, un giudizio che tivela molte analogie con quello della polemica salveminiana contto Giolitti e contto la classe pohtlca giolittiana, oggi in gtan patte supetata dalla stotiogtafia più te- cente, anche se tuttavia fimane assai valido (e Silone vi adefisce senza fiserve) il giudizio di Salvemini sulla società ptefascista pet il quale il fascismo non è53 tantO un suo fenomeno degenetativo, quanto un suo ptessoché ineluttabile pUnto di ~rrivo. genc~é noi avessimo avuto alcune gravi disillusioni da don Circostanza. . . non aveva. mO rnai avllt° il coraggio di separarci da lui e di cercarci un altro protettore, principal- mente perché lui ci teneva legati coi nostri moru, i quali soltanto col suo potere non era- nO ancOra integralmente moru e ci ftuttavano ogni tanto quella piccola rendita di cinque lire a testa. che non era una ricchezza ma era meglio di niente. Conseguenza di un tale sistema era che Fontamara aveva un gruppo di cen- tenari del tutto sproporzionato all'esiguità dell'abitato; il che la rendeva famo- sa in tutta la contrada: a Chi l'attribuiva all'acqua delle nostre parti, chi all'aria, chi alla 5ernplicità del nostro nutrimento, per non dire alla nostra miseria «. E~ qUesto appunto uno dei temi più frequenti nella letteratura italiana e non italiana 5ulla superiorità della vita dei campi su quella della città: Silone lo pone in luce nella sua negatività, con una ironia che ha riscontro in un brano della ptefazione a Fontamara, nel quale si ammonisce lo sttaniero a guardarsi dal mi- to suttettiZio e fallace di una felicità dell'Italia contadina e in patticolate dei COntadini del Mezzogiomo: In certi libri, com'è noto, I'ltalia meridionale è una terra bellissima, in cui i contadi- ni vannO al lavoro cantando cori di gioia, cui rispondono cori di villanelle abbigliate nei trad;zlOnali costumi mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli uccelli... A Fontamara non c~~ boSCO: la montagna è arida, brulla, come la maggior parte dell'Appennino... ~°n c~è uSignolo; nel dialetto non c'è nemmeno una parola per designarlo. I contadini non Cantan°~ né in coro né soli. . . Invece dl cantare valentlerl bestemmlano. Per esprime- re llna grande emozione, la gioia, I'ira e perfino la devozione religiosa~ bestemmjanO La pOlemica di Fontamara è dettata in gtan patte dal conttasto con questa UadiZiOne letteraria. Più tatdi col pretesto che, soprawenuto il fascismo, non Si fanno più elezio- ni, don Circostanza si tifiuta di disttibuite i sussidi, e se qualcunO va anCOra a reClama~li gli sbatte la potta in faccia. Infine quando un fontamarese~ sopran_ nOminatO a il generale Baldissera l~, tacconta di av~t assistito ad una sfilata dl « uomml m camlcla neta, allineati dietto bandietine anch'esse nete, con te- schi e ossa di motto come omamento tanto sul petto degli uomini, quanto sulle loto bandlete «, qualcuno pensa che sia tomato il tempo dei a morti vivi «. Queste pagine, I'assalto delle donne alla villa dell'Impresario, la stravagante partecipazlone del fontamaresi con lo stendardo di San Rocco all ' adunata fasci- sta del capoluogo, sono tra le più mosse e vive del romanzo appunto perché lo scrittote ha saputo trasfondere in esse il calore e il colote di un'immaginazione cotale, dl una cotalità grottesca e violenta nel tempo stesso, sostanzialmente espressionistlca nelle sue immagini e nella stessa fotma della sua ptotesta Anche la figuta di Betatdo, dappfima soltanto sullo sfondo, chiuso in una sua petsonale situazione anomala, che è quella dell'uomo senza tetta, quindi senza alcun potete, a senza qualità « petsino in una società di contadini poveti --clascuno dei quali tuttavia ha un posto nella vita petché possiede un pezzo di terra, sla pute tniserrima, al punto che i potenti della contrada non ne insi- diano la proprletà--e poi sempre più evidente e centtale nella narrazione, nel- la sua sla put tozza, ma sempte più viva e tazionale ptesa di coscienza della ne- cessltà dl una lotta collettiva, anche la figuta di Betatdo, dicevamo, tisponde plenamente alla cotalità della gtande scena fontamatese. Ditemo anzi che di es- sa e un petsonaggio necessatio, emblematico: la sua vigotia fisica, la generosità dei SUOI Impulsi, il SUO stesso amore per Elvira, la ragazza che egli castamente vagheggia m una sua ideale lontananza, e soprattutto la circostanza di essere un uomo privo di terra, un diseredato assoluto, tutto concorte a fate di lui una sot- ta dl vlttima designata. Put non concedendo nulla al dialetto in sé, la suuttuta dialettale del lin- guaggio nattativo di Silone, quasi che esso in certo senso « traducesse « il rac- conto vlvo e colorlto dei suoi cafoni, è particolarmente adatta a sostenete un cli- ma che altetna Itonia e simboli, tapptesentaZione picatesca e passione morale un'accesa sensualità di questa tapptesentazione ed una sua agta e a volte dolo- toSa hneatltà. Citcola innegabilmente in tutto il tacconto un afflato teligioso ma non cetto nei tetmini di un cattolicesimo conuotifotmista e disciplinate: ii fondo Ctlstiano ptimitivo, innegabile, di questa stotia contadina, tivela tadici plU lontane, quelle di una teligiosità che tisale al ptimotdio, ad una insonda ~ bile preistoria, quasi ad un misterioso senso ctistiano-pagano, vivo nelle cam- pagne abtuzzesi assai più che alttove. A questo ptoposito si pouebbe tisalire addirittura a un certo « cafonismo « autentico che traspare talvolta persino in talune filigrane estetizzanti del « pa- ganesimo « di un D'Annunzio. Si veda come--in modo certo assai diverso dalla ttepidante intetiotità siloniana--anche in D'Annunzio il mito ctistiano si associ spesso al mito pte-aistiano in un senso tutto viscetale, quasi nel senso di una esplosione dal ptofondo di un inconscio collettivo. Alle otigini più lon- tane della teligiosità di Silone è sempte, come si vedtà in questo stesso studio, un otganico tichiamo alle sttuttute psicologiche del mondo contadino, ad un'ambiguità che insotge ptoptio dalla sua tadice, assai ptofonda nello spitito del mondo contadino metidionale italiano, e insieme un tivetbeto dello spitito e delle fotme della liturgia ctistiana atttavetso un patticolate filtto di immagi- natività popolatesca. E indubbio che Silone sia di essa consapevole, ed anche pet questo il suo atteggiamento vetso la matetia del suo tacconto timane, come si diceva, petfettamente laico, quello di un socialista che guatda vetso la teli- giosità non confotmista e talvolta ereticale del mondo contadino meridionale come un punto di forza sul quale far leva per il rinnovamento delle strutture politiche e sociali. In partenza il problema della politica -- come afferma Itving Howe nel pa- ragrafo dedicato a Silone del suo libro Politics and the Novel (tradotto in ~ta- liano da Giulio De Angelis col titolo Politica e romanzo Milano 1962)--si presenta ai contadini di Fontamara nei termini di un conflitto di città contto campagna, la città contto il paese, e non a totto petché, almeno al tempo nel quale Silone scrive Fontamara (e Alvato Gente in Aspromonte e più tatdi Levi Cr~sto si è fermato a Eboll~ i contadini etano in Italia al fondo della scala socia- le, schiacciati dal peso di tutta la società italiana. Ma alla fine del tomanzo, di espetienza in espetienza, questi cafoni di Fontamata giUngono, sla pute in modo latvale, alla coscienza della necessità di essete solidali con gli opetai. Quando il tivoluzionatio sconosciuto (il Solito Sconosciuto) potta loto una pic- cola stampattice, i contadini di Fontamata stampetanno con essa un foglio di battaglia il cui titolo è identico a quello del famoso opuscolo nel quale Lenin ttacciò pet la ptima volta il suo schema di pattito tivoluzionatio: Che fare? e uno di loto spiega, rivelando, come ricorda Howe, « un'intuizione vetamente magisttale dei metodi di petsuasione politica «, che la domanda va tipetuta ogni volta che essi espongono uno dei loto reclami: « Ci hanno tolto l acq~a Che fare?; llprete r~Juta di seppell~re i nostri morti. Che fare?; In nome della legge vtolano le nostre donne. Che fare?; Don C rcostanza è ?~na carogna. Che fare? «: Né è un caso la coincidenza che l'opuscolo di Lenin e il giotnale dei contadini di Fontamata siano compilati in un petiodo di fetoce teazione. Ho- we ptosegue: Infatti, Fontam~rJ è l'unica opera importante nella narrativa contemporanea che assimili la visione marxista del mondo sul piano del mito della leggenda; una delle po- che opere della narrativa moderna in cui le categorie marxiste sembrano organiche e « naturah ~, non nel se