IRVING WALLACE. CAPITOLO 1. "Io, Douglass Dilman, giuro solennemente di compiere con fedeltà i doveri di Presidente degli Stati Uniti..." Il tempo dell'azione è di qui a qualche anno, il luogo la Sala del Gabinetto alla Casa Bianca. Un incidente imprevedibile e la legge per la successione alla Presidenza degli Stati Uniti hanno fatto di un senatore negro il capo del potere esecutivo. ~n Presidente", uno dei piú popolari e piú discussi romanzi degli aultimi tempi, è una storia tempcstosa d'intrighi politici, di cende umane, d'un amore che teme di rivelarsi e d'un odio che mira alla rovina di un Presidente onesto e animato dalle migliori intenzioni , _. Irving Wallace conduce il lettore dietro le quinte della Casa Bianca e gli riv e la ben piú dei complessi problemi che oggi caratterizzano la Presidenza degli Stati Uniti e delle disperatc contese politichc che l'accompa- gnano: ci rivela forse qualcosa di noi stessi, di ciascuno di noi, mcn- tre, con il cuore in gola, seguiamo lo svolgersi di questa storia che non si dimentica facilmente. 1 "Un racconto pieno di suggestione". FURIO COLOMBO - La Stampa - I orino ~` FIN dai tempi della prima infanzia, trascorsi in quella fattoria vicino a Milwaukee, Edna Foster aveva impa- rato dai propri genitori luterani a credere nelle virtú della costanza, della fermezza di carattere e della pun- tualità. Quest'educazione le era stata molto utile, durante il suo primo impiego a Detroit, e ancora di piú quand'era divenuta segre- taria privata di I. C. - "Il Capo" - al tempo in cui questi era senatore. Soltanto dopo che I. C. era stato eletto Presidente degli Stati Uniti, Edna aveva cominciato a rendersi conto che i principii che i geni- tori le avevano inculcato le procuravano dimcoltà. I. C. la giudicava indispensabile; ma non sapeva che l'efficienza di Edna dipendeva dal fatto che lei era molto metodica, mentre il lavoro alla Casa Bian- ca era l'antitesi della regolarità. Gli orologi avevano tredici ore; i calendari, mesi di trentadue giorni. La sera prima, a tarda ora, il governatore Wayne Talley, il piú stretto collaboratore del Presidente, le aveva telefonato: « Edna, come va il suo raffreddore ? Se la sente di venire presto domattina ?. Senza volerlo, Edna aveva tossito. « Ma certo, che verrò. » « Allora, verso le sei. So che è un'alzataccia, ma i Russi ci danno del filo da torcere. I. C. sarà di buon'ora al tavolo della conferenza con Kasatkin Quando finiranno, sarà circa mezzogiorno, aran- coforte, e qui saranno le sette. La Sala del Gabinetto in cui si terrà la riunione d'emergenza verrà collegata telefonicamente con la Germania. Faccia preparare la sala per sette od otto persone. » Ci risiamo, pensò Edna. Emergenza. La nemica dell'ordine e della pace. La berlina con l'autista l'aspettava davanti alla porta di casa alle cinque e quarantacinque, e, alle sei e dieci, Edna era già nel suo cubicolo tra la Sala del Gabinetto e l'ufficio del Presidente. Dopo aver appeso il cappotto accanto allo scaffale, si diresse, starnutendo, verso uno specchietto appeso vicino allo schedario color nocciola, e gli dette uno sguardo sconsolato. Vide gli occhi lacrimosi e i capelli castani, incolti e simili a spaghetti. Il suo viso era tutt'altro che bello, lo sapeva, ma quando stava bene ed era riposata poteva ancora passare. Non era certo per colpa di George Murdock, il giornalista suo amico, se lei aveva un aspetto cosí disastroso, quella mattina. La sera prima, era rimasta a casa a curarsi il raffreddore, ma s'era addor- mentata tardi, fantasticando sul miracolo di quegli otto mesi con George, e abbandonandosi - per la prima volta nei suoi trent'anni di vita - a speranze segrete per l'avvenire. In realtà, quel tremendo raffreddore se l'era buscato dieci giorni prima, al funerale del vice-presidente. Pioveva, quando Edna e gli altri, inzuppati fino alle ossa, erano rimasti lí a guardare la bara di quercia di Richard Porter, ancora scossi per la sua morte improv- visa, causata da un infarto inesorabile. La scomparsa del vice-pre- sidente non aveva turbato Edna profondamente. Porter, un uomo dal- l'affabilità da commesso viaggiatore, era stato scelto dal partito per attirare l'incerto elettorato del Far West, ed era servito allo scopo. Grazie a lui, I. C. era stato eletto alla suprema carica del Paese con una maggioranza schiacciante, invece che di stretta misura. La morte di Porter non lasciava un vuoto. Quel che adesso contava era soltanto il vigoroso, magnifico, infaticabile I. C. Proprio in quel momento, immaginava Edna, I. C. usciva COI1 il suo seguito dalla Kaisersaal, la splendida sala da pranzo del muni- cipio tardo gotico di Francoforte, in cui si svolgeva la conferellza al vertice con la Russia. Di lí, si sarebbe recato nella sua pittoresca residenza ufficiale, il medievale Alte Mainzer Palace, da dove si sarebbe messo in comunicazione con la Sala del Gabinetto a Wa- shington. Edna si affrettò a prendere dalla scrivania l'elenco di coloro che avrebbero partecipato alla riunione. Il governatore Talley, il Segretario di Stato Arthur Eaton, il leader della maggioranza del Senato, Selander; il leader della maggioranzdella Camera dei Rap- presentanti, Wickland; Douglass Dilman, presidente pro tempore del Senato; il generale Pitt Fortney, presidente del consiglio dei Capi di Stato Maggiore; Jed Stover, sottosegretario per gli affari africani al Dipartimento di Stato, e Leach, lo stenotipista. Dalla presenza dei leaders del Senato e della Camera, e di Stover, Edna capí che la telefonata del Presidente sarebbe stato dedicata in gran parte alle difficoltà insorte con la nuova repubblica aí`~icana del Baraza e al rinnovo dell'adesione degli Stati Uniti al Patto di 1 nità Africana, la cui impopolarità era ben nota. In quanto a Tal- ley e a Eaton, erano sempre presenti quando 1. C. conferiva. Erano i suoi confidenti, i suoi alter ego. Con le braccia cariche d'una pila di taccuini, di matite, di blocchi per stenografare e di posacenere, Edna entrò nella Sala del Gabinetto in cui si trovava il lungo tavolo ottagonale di mogano. Due soldati del Genio Trasmissioni stavano collegando le cassette grigie di me- tallo - un ricevitore-decifratore e lo scrambler, il microfono che avrebbe alterato in una serie di suoni senza senso la voce dell'interlocutore rendendone il discorso incomprensibile a eventuali ascoltatori clande- stini che si trovavano su un tavolo scuro. Edna dispose sul tavolo tac- cuini, matite e posacenere e riempí le caraffe d'acqua. Entrarono due agenti del Servizio Segreto. Edna ne riconobbe uno: Beggs, un uomo masslcclo dal VISO rubizzo. I due agenti esaminarono la stanza e, ap- pena se ne furono andati insieme con i due genieri, entrò Leach, con quella sua eterna aria preoccupata e la macchina per stenografare, salutando con un cenno del capo scheletrico. Poi comparve Eaton, seguito da Talley e da Stover. Il Segretario di Stato era un uomo guardingo, moderato, di mezz'età, alto e snello dai lineamenti finemente cesellati. « Buongiorno, signorina Foster disse. « Scusi l'ora infame, ma sembra che I. C. abbia bisogno del nostro aiuto. » A quanto pareva, Wayne Tallev e Jed Stover avevar.o avuto una discussione. Talley, tarchiato, eccitabile, stava pungolando con un dito la spalla di Stover, per sottolineare quanto diceva. « Jed, abbiamo fatto già abbastanza per il Baraza. Vorresti che entrassimo in guerra per un paesetto africano poco piú grande d'un campo di calclo ? » Stover inarcò le folte sopracciglia. « E un Paese di ottantacinque- mila chilometri quadrati, con una popolazione di quasi due milioni e mezzo di abitanti, Wayne. Possiede oro, diamanti e ferlo. Inoltre, è una nostra creatura, la nostra "vetrina". Non possiamo voltargli le spalle. » « L'Occidente ne ha anche troppe di "vetrine", in Afiica Il Patto d'Unità Africana andava bene quando l'abbiamo firmato: era un'ottima propaganda. Ma non abbiamo mai avuto intenzione di rinnovarlo. Voi degli Affari Africani vi rinchiudete troppo nel vostro piccolo mondo. » Eaton, che aveva ascoltato la discussione, sporse le labbra, tenen- do lo sguardo fisso sul consigliere del Presidente. « Wayne inter- ruppe, «Jed e i suoi collaboratori assolvono benissimo il loro compito. E puoi star certo che I. C. e io sappiamo bene che cosa bisogna fare. » SELEZIONE DEL LIBRO Con quelle parole, Eaton ricordava a Talley che, sebbene egli fosse consigliere del Presidente, era lui, Eaton, il massimo collaboratore di I. C. Edna notò che l'occhio destro di Talley aveva cominciato a contrarsi nervosamente. A un tratto, arrivarono tutti gli altri. Selander e Wickland sedet- tero accanto a Eaton e a Talley, mentre l)ilman prese posto in fondo al tavolo. Non era allo stesso livello degli altri perché, sebbene fos- se presidente pro tempore del Senato, la sua carica era dovuta a una mossa politica. « Mi dispiace d'essere l ultimo! » tonò una voce dall'accento texa- no. Era il generale Pitt Fortney. « Il SAC (*) non mi dà un attimo di tregua. Quelli di Omaha mi hanno quasi rotto i timpani. » Poi, rivolto a Eaton, proseguí: « Steinbrenner dice che Kasatkin ha fatto venire il maresciallo Borov in aereo da Leningrado. I orse sarebbe stato bene che fossi andato con I.C. ». Wickland domandò: « Che cos'è questa storia di MacPherson che se n'è andato a Francoforte direttamente da Rio de Janeiro '. MacPherson era lo Speaker della Camera dei Rappresentanti. « Il Presidente voleva un immediato rapporto personale sulla si- tuazione del comunismo in Brasile » spiegò Talley. Risonò lo squillo stridulo del telefono e subito la stanza piombò nel silenzio. Edna premé il pulsante "aperto" sull'altoparlante, poi quello "aperto" sopra la cassetta del microfono, regolò il volume su "intensità media" e andò a sedersi al suo posto, con il blocco per stenografare. Una voce lontana e intermittente giunse confusa at- traverso l'altoparlante, e poi, d'un tratto, risonò forte e chial a: «...da Francoforte sul Meno. Qui il capitano Foss del Genio l`ra- smissioni che chiama da Francoforte sul Meno. La Casa Bianca è in linea ? ». Eaton rispose con calma, rivolto al microfono: « Qui c la Casa Bianca, capitano. Sono il Segretario di Stato. Siamo pronti ». Un attimo dopo, giunse loro la voce vibrante e familiare di I. C. « Arthur, sono qui nello studio di questo vecchio palazzo, dove ho conferito con l'ambasciatore Z~inn, con Ste~nbrenner e con Earl MacPherson. A proposito, domani riavrete MacPherson nel 5110 seggio di Speaker. Un secondo, Arthur... » Ci fu una pausa, e poi 1. C tornò in linea. « Ho appena salutato l'ambasciatore e Steinbrenner; sono attesi a un'altra riunione. Senti, c'è un problema di cui voglio parlarti. Si tratta del primo ministro Kasatkin. Sembra deciso a fare il dif- ficile, per dirlo con una parola pulita. Vorrei dirlo in russo, ma coste- (*) Comando dell'Aviazione Strategica americana. (N. d. T.) IL PRESIDEN~E 223 r ebbe troppa fatica. Ho intenzione di partire di qui senza dover barattare New York, Los Angeles e Baraza City in cambio del di- ritto di restare a Berlino. » « Si è messa davvero cosí male? » domandò Talley. « Kasatkin fa proprio sul serio? » « E quel che dobbiamo accertare. Nel pomeriggio dovrò decidere fin dove posso spingermi per dimostrare a Kasatkin che intendiamo tener duro nel Baraza e, allo stesso tempo, mettere in chiaro che vogliamo essere ragionevoli e che ci stanno a cuore problemi piú importanti. » « Quali sono le ultime accuse sovietiche? » domandò Eaton. « Kasatkin ha urlato e sbraitato, ma tutto si riduce a questo: che noi abbiamo fatto ottenere l'indipendenza al Baraza in cambio della promessa che il Paese sarebbe stato anticomunista; che il presidente Amboko è un nostro uomo di paglia perché quindici anni fa, grazie a un programma di scambi, è andato all'università di Harvard; che siamo noi a istigare la legislazione anticomunista proposta da Amboko e infine che, con il Patto di Unità Africana, con il quale il Baraza e altri quattro Paesi sono garantiti da ogni aggres- sione, noi ci proponiamo d'escludere il comunismo dall'Africa, per poter sfruttare le popolazioni indigene. » « Che cosa propone Kasatkin ? » domandò Eaton. I. C. sbuffò e, attraverso l'altoparlante, il rumore esplose nella sala come un battimano. « Propone ? Esige o che ci ritiriamo dal Patto d'Unità Africana o che diamo prova delle nostre buone intenzioni, facendo in modo che il Baraza rinunci ai provvedimenti legislativi contro il locale partito comunista e contro il programma di scambi culturali con Mosca. Kasatkin ha dichiarato che, se noi sostenessimo l'esclusione dei comu- nisti dal Baraza e non ci ritirassimo dal Patto d'Unità Africana, le truppe sovietiche occuperebbero Berlino Ovest, e la Russia raddop- pierebbe gli aiuti ai ribelli comunisti in India e in Brasile. Credo che questa volta dica sul serio. » L'altoparlante tacque per un momento. Poi I. C. proseguí: « Adesso, il problema si riduce a questo: dove fermiamo i nostri ami- ci sovietici \~el Baraza ? Non direi. Non vorrei certo rischiare la vita di soldati americani per un paesetto africano dimenticato da Dio. » « Signor Presidente? Parla il senatore Dilman. » Le dita di Dil- man tamburellavano nervosamente sul tavolo. « Se facessimo mar- cia indietro nel Baraza, questo non significherebbe forse cedere l'Afri- ca ai comunisti e, nello stesso tempo, dare l'impressione ai Russi che siamo deboli ? Non esprimo un parere contrario, faccio sol- tanto una domanda. » « Ebbene, senatore, io non mi preoccuperei troppo circa il per- dere l'Africa. Questi popoli sanno che noi stiamo dalla loro parte. Vedono il nostro denaro. In quanto a mostrarci deboli con i Sovietici, nemmeno questo mi preoccupa. Hanno contato i nostri missili intercontinentali, può starne certo. » Arthur Eaton si sporse dalla sedia. « Lei pensa che Kasatkin sia sincero? Crede che starà ai patti? » « Certamente, Arthur. E duro e astuto, ma sono sicuro che vuol vivere e lasciar vivere. Comunque, MacPherson e io abbiamo già discusso la questione. Oggi pomeriggio, quando riprenderò la confe- renza con quei furfanti, voglio dir loro che questa settimana il Se- nato ratificherà il Patto di Unità Africana, ma voglio anche assi- curare Kasatkin che non lo metteremo mai in atto, a meno che non abbiamo l'assoluta certezza che lui stia cercando di ledere i diritti sovrani dei firmatari del Patto. E voglio dirgli anche che ci serviremo del nostro prestigio per convincere Amboko a non permettere che vengano emesse leggi discriminatorie contro il comunismo. Quindi, adesso, se lei è d'accordo, Selander, voglio che il Senato ratifichi il Patto al piú presto, e lei, Arthur, dica all'ambasciatore Wamba di permettere che nel Baraza l'opposizione abbia il suo piccolo partito comunista. Gli dica che lo terremo d'occhio e che daremo a lui, Wamba, il nostro continuo appoggio. Aspetti un secondo, MacPher- son mi sta dicendo qualcosa... » La voce del Presidente s'interruppe di colpo e, attraverso i fòrellini dell'altoparlante, giunse, appena percettibile, il rumore d'una lace- razione, poi un suono metallico, e quindi il silenzio assoluto. Eaton mise una mano sul microfono come per tenerlo fermo. « Signor Presidente, non la sentiamo piú. Lei mi sente~ L'altoparlante rimase muto. Fortney s'alzò e corse al telefono. « Chiederò agli addetti alle co- municazioni di localizzare il guasto. » Mentre il generale sfogava il suo malumore urlando al telefono, i presenti avevano cambiato posto per commentare quello che il Pre- sidente aveva appena detto. Stover e Wavne Tallev avevano ripreso a discutere. Stover sosteneva che cedere in Africa significava scate- nare le reazioni delle associazioni negre di protesta negli Stati Uniti « Non parlo di Spinger e della sua moderata Crispus Society o della NAACP (*). Parlo dei negri aggressivi come Jeff Hurley e i suoi Turneriti. Come reagiranno quando sapranno che facciamo pres- sioni sul Baraza per tener buoni i Russi? » (*)ational Association for the Aduancement of Colored People ssociazioneazio- nale per il Progresso della Gente di Colore. « Oh, smettila, Jed » sbottò Talley, spazientito. « Nessuno dà retta ai Turneriti e agli altri fanatici come loro. Quando il Program- ma per la Riabilitazione delle Minoranze sarà stato approvato i negri militanti smetteranno di protestare. E ora calmati, Jed. » Il generale Fortney aveva riattaccato il ricevitore. « L'interruzione è avvenuta a Francoforte » annunziò. « Adesso si metteranno in con- tatto con il nostro Centro Comunicazioni di Wiesbaden, ma ci vorrà una decina di minuti prima che il Presidente torni in linea. Signorina Foster, nel frattempo, non potrebbe farci portare un po' di caffè? » ERA~'O passati venti minuti e la linea non era ancora stata riat- tivata. Edna tornò nella sala del Gabinetto dopo aver avvertito Tim Flannerv, l'addetto stampa, che la comunicazione sarebbe stata presto ristabilita. Passando, colse un brano di conversazione tra Selander e Wickland. Selander diceva: « Non preoccuparti del senatore Watson. Lui si rende conto delle nostre responsabilità verso il resto del mondo. E il vostro Zeke Miller della Camera che mi dà da pensare. Lui e il suo sporco giornale ». « Miller è favorevole a I. C. » rispose Wickland. « Se I. C. vuole il Patto, Miller non gli metterà il bastone tra le ruote. » Selander non parve convinto. « Se è favorevole a I. C., non ri- sparmia certo gli attacchi al Gabinetto del Presidente. Hai visto che cosa ha lasciato pubblicare a Reb Blaser sul conto di Eaton? » Edna ricordava qúetrafiletto. Blaser aveva scritto che Eaton e la moglie, Kay, stavano per divorziare. Da un anno, si vedevano di rado, e adesso Kay era a Miami ed era stata vista nei locali notturni, mentre il marito si aggirava tutto solo nella loro casa di Washillg- ton. ' Possiamo soltanto sperare" cosí Reb aveva concluso il suo articolo "che il nostro Segretario di Stato, nel mantenere la pace con l'Uniolle Sovietica, abbia piú successo di quanto ne abbia avuto con sua moglie.'' Edna aveva giudicato quell'articolo ignobile. Improvvisamente, udí squillare il telefono nel SllO ufficio e corse a rispondere. Sollevò il ricevitore mentre il telefono squillava ancora. « Pronto. Qui è l'ufficio del Presidente. Parla la signorina Foster. » . Eaton si era nascosto il volto tra le mani. Poi, di colpo si l`iZZO. « Questo significa che lo Speaker della Camera...a~ne, che ne è stato di MacPhersonEra lí anche lui. » « MacPherson è vivo. Lo stanno operando. Artllur, questa è la piú grave tragedia della nostra storia. Che cosa ne sarà di noi ' » Eaton chiuse gli occhi. «oi ' » ripeté. « Il tetto è crollato anclle su tutti noi. » LA NOTTE cadde su una nazione annichilita dal dolore. La notte cadde sullo Studio Ovale del defunto Presidente, dove s'era riunita una dozzina di persone che avevano lavorato con lui, che ;,li avevano voluto bene e che su di lui avevano fatto assegnamento. « Siamo in continuo contatto telefonico con Francoforte, Arthul disse Talley a Eaton. « La prima fase dell'intervento su MacPherson è riuscita, e contano di fargli prestare giuramento non appena sarà cessato l'effetto dell'anestetico. Tim Flannery e io dovremmo prepa- rare un comunicato per la stampa. » « Fa' pure » rispose Eaton con indifferenza. Talley fece un cenno a Edna. « Lo so che è penoso per lei » co- minciò « ma devo dettarle qualcosa sulla successione di MacPhelso alla presidenza » Edna assentí con tristezza, ribellandosi in cuor suo al momento di amara realtà in cui il posto di I. C. sarehbe stato occupato da un altro. Seguí Tallev nel suo ufficio. Tim I`lannerv era già lí ad aspettarli. L'addetto stampa era un uomo colto: un irlandese alto di statura dai capelli rossi e scomposti. C'era in lui una dolcezza che a Edna piaceva molto Tim porse a Talley un fascio di carte. « Qui c'c quanto può interessare » disse. « Comprese tutte le leggi sulla suc- cessione presidenziale. » « Sapevo che otto presidenti erano morti in carica prima di I. C. » disse Talley, esaminando le carte « ma non sapevo che fossero morti anche nove vice-presidenti, compreso il povero Porter. » Ascoltando distrattamente, Edna cominciò a scrivere in stampa- tello i nomi dei nove presidenti: William Henry Harrison, Zachary ~aylor, Abraham Lincoln,ames Garfìeld, William McKinley, W arren G. Harding, Franklin D. Roosevelt, j~ohn F. Kennedy, 1. C. Il povero I. C. era l'unico che fosse scomparso a causa d'una disgrazia. Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy erano stati assassinati; Harrison e Harding erano morti di polmonite, Taylor di colera, Roosevelt d'emorragia cerebrale. « La legge del I947 sulla successione presidenziale è chiara e sem- plice » stava dicendo Talley. « Se il Presidente e il vice-presidente muoiono entrambi, lo Speaker della Camera diventa Presidente. Dopo di ciò, l'ordine di successione è il seguente: il presidente pro tempore del Senato, il segretario di Stato, il ministro del Tesoro, e cosí via fino all'ultimo componente del Gabinetto. Be', cominciamo a dettare un comunicato. Edna, sia gentile e vada a chiamare il signor Wickland. Come capo della maggioranza della Camera dei Rappresentanti dovrebbe essere partecipe di qualsiasi dichiarazione circa MacPherson. » Edna aprí la porta di comunicazione con lo Studio Ovale e si fermò, stupefatta. Tutti stavano intorno a Eaton. « E accaduto qual- cosa! » esclamò Edna, e Talley e Flannery le passarono davanti di corsa, rrentre Eaton ricominciava a parlare. « Era una telefonata da Francoforte » annunciò Eaton. « Debbo comunicarvi una terribile notizia: Earl MacPherson è morto sotto i ferri, dieci minuti fa. » Tutti coloro che si trovavano nella stanza rimasero senza fiato. Eaton continuò: « Secondo la legge, il successore è ora il presidente pro tempore dei Senato ». A un tratto, tutti i presenti parvero capire a chi ci si riferiva. Si volsero a guardare l'uomo che si teneva un po' in disparte, vicino alla scrivania ch'era stata del Presidente Buchanan. Mentre fissa- vano il senatore Douglass Dilman, negli occhi di tutti, nessuno escluso c'era un'espressione d'orrore. MEZZ'ORA dopo, un gruppo piú numeroso s'era radunato nella Sala del Gabinetto. I presenti erano disposti a semicerchio, e ave- vano lasciato un varco nel centro, per due fotografi e due operatori della TV. Eaton aveva chiesto a Douglass Dilman se avesse qualche parente o amico che desiderava far intervenire alla cerimonia. Dil- man aveva risposto, a voce bassa: « No, signore, nessuno ». Ora, tenendo in mano la Bibbia, Eaton domandò a Dilman: « Desidera aprirla su un brano particolare? ». Dilman deglutí e rispose: « Salmo 127, primo versetto: Se il Signore non edilica la casa, invano vi si af~aticano gli edifìcatori; se il Signore non guarda la città, invano vegliano le guardie ». Noah Johnstone, presidente della Corte Suprema, attraversò la stanza salutando gravemente con cenni del capo i visi ben noti che lo fissavano. Il volto saggio e rugoso era impassibile. Prese dalle mani di Eaton la Bibbia aperta e disse a Dilman: « Prenda la Bibbia con la sinistra e alzi la mano destra ». Johnstone alzò a sua volta la mano destra e, scandendo le parole, recitò la formula del giuramento. Dopo un penoso silenzio, Dilman ripeté il giuramento con voce bassa e incerta. « Io, Douglass Dilman, giuro solennemente di com- piere con fedeltà i doveri di Presidente degli Stati Uniti e di fare quanto sarà in mio potere per preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti. » Si guardò attorno, smarrito, come se cercasse un amico tra un gruppo di sconosciuti. Johnstone gli strinse energicamente la mano. « Signor Presidente » disse, « possa Iddio benedirla e proteggerla come nuovo capo ese- cutivo di questa nazione... e come il primo negro che sia divenuto Presidente degli Stati Uniti. » II QUA~Do si svegliò, sul guanciale che Aldora gli aveva fatto e re- galato in occasione del primo anniversario del loro matrimo- nio, in un'epoca ormai lontana, quando c'era ancora speran- za che la loro unione non naufragasse, Douglass Dilman guardò l'oro- logio. Le otto e cinquantadue. Si era proposto di svegliarsi prima, ma, la sera precedente, stanco morto com'era, s'era dimenticato di cari- care la sveglia. Cosí aveva compiuto il suo primo atto di Presidente: aveva dormito troppo. Provava un senso di vergogna e di vaga ap- prensione. Gli altri potevano permettersi di commettere errori, grossi o piccoli, ma lui no. Da quand'era a Washington, s'era svegliato parecchie volte dopo un sogno nel quale annaspava in un enorme acquario su tutti i lati del quale erano dipinti occhi azzurri che lo fissavano. Quel sogno gli lasciava sempre un vago disagio. Ancora oppresso da un senso di irrealtà, Dilman scese dal letto e andò a guardarsi nello specchio appeso sopr'a il cassettone. Era nero di pelle, ma non nero carbone; aveva la fronte alta, il naso camuso e le labbra tumide. Adesso, a poco piú di cinquant'anni~ era alto un metro e settantacinque e pesava ottanta chili. Il suo aspetto, gli aveva detto una volta un politicante, gli giovava La sua statura non alta, la corporatura tarchiata - l'antitesi del giovane ne- gro prepotente - insieme con il suo modo pacato di parlare e di gestire, contribuivano a renderlo piú accettabile ai bianchi, mentre i suoi lineamenti inequivocabilmente negri lo rendevano gradito agli elettori di colore. La povera Aldora era stata piuttosto chiara di pelle, tanto che spesso veniva presa per spagnola. Quello sciagurato di Julian, suo figlio, che ora studiava con tanto poco profitto all'università di Traf ford, era nero; e la sua disgraziata figlia, Mindy, che Dilman non vedeva da sei anni, era bianca e bella, cosa che aveva fatto piacere ad Aldora, preoccupato lui, e reso la stessa Mindv altezzosa e in sopportabile. Aldora non era mai stata soddisfatta della vita che conduceva con Dilman, per quanto egli si sforzasse di dimostrarle che la propria fortunata carriera nel campo legale e in quello politico lo rendevano degno di lei. Aldora era riuscita a far entrare Mindv in una scuola per ragazze bianche nel Colorado; in quanto a lei, si era data all'al cool. Invano, Dilman aveva cercato di avvicinarsela; s'era messo a bere anche lui... inutilmente; infine la donna aveva trovato il suo ultimo rifugio in una bara, sottoterra. Attraverso la parete della stanza da letto, Dilman udí delle voci maschili e, allacciandosi la cintura della vestaglia, entrò nel sog giorno. Vi trovò ad attenderlo l'anziano e dinoccolato Hugo Gaynor, capo del Servizio Segreto, e il massiccio Lou Agajanian, capo del reparto del Servizio Segreto addetto alla Casa Bianca. « Signor Presidente » annunciò Gaynor « ci sono state parecchie telefonate per lei. Nulla d'urgente, ma il Segretario di Stato, Eaton, il gover natore Talley e il signor Flannery desiderano parlarle. E c'è stata una telefonata personale: un giovane che ha detto di chiamarsi Julian Dilman. Ritelefonerà. » « Va bene. Mentre mi vesto, andate in cucina e fatevi dare qual- cosa da mangiare. Avrete una fame da lupi, immagino » « Grazie, signor Presidente » risposero in coro i due agenti. Mentre Dilman tornava in camera, gli risonava negli orecchi il tono delle loro voci. Le inflessioni di voce nascondevano spesso, nei bianchi, una sottile forma di scherno. Non era sempre possibile dimostrare la mancanza di rispetto, ma un orecchio sensibile ne riconosceva le vibrazioni. Dilman ricordava la seduta d'una com- missione nella quale il generale Fortney era venuto a testimoniare. Dilman aveva posto una domanda e la risposta di Fortney, per iscrit- to, era apparsa irreprensibile. Ma a voce, attraverso il tavolo, era stata quella d'un generale bianco che si rivolge a un negro semi- analfabeta. Ma, forse, lui era stato troppo suscettibile quella volta, come in altre occasioni. Da molti anni si sforzava di attenuare la sua ecces- siva sensibilità, cosí come altri s'imponevano di seguire una dieta di- magrante. Si disse che i due agenti del Servizio Segreto erano stati sinceramente cortesi. Forse, ai loro occhi di fedeli servitori dello Stato, un Presidente era sempre un Presidente, sia che fosse D~ight D. Eisenhov~-er o Douglass Dilman. Ad essi importava soltanto difendere dai pericoli quelle libbre di carne che erano state loro affidate, qualsiasi fosse la pigmentazione della pelle. Entrando nel vano della doccia, Dilman si sentí tremare al pen- siero dello sbigottimento che doveva aver colto il popolo americano. C'era almeno un migliaio di bianchi idonei a quella carica. C'era almeno un migliaio di negri che avrebbero coraggiosamente accet- tato quell'occasione. Ma il Signore aveva puntato il suo dito celeste sul nome sbagliato. Oh, Gesú, perché doveva assere stato prescelto lui, Douglass Dilman, un uomo indifeso e senza il favore della grazia divina, che aveva paura di essere negro ? Eppure, la sua carriera, sino ad allora, era stata discreta. Lo ave- vano eletto alla Camera dei Rappresentanti tre volte, in un collegio prevalentemente negro. Poi, mentre stava facendo la campagna elet- torale per la quarta volta, un senatore aveva dato le dimissioni per ragioni di salute, e il governatore dello Stato, per procurarsi mag- giori consensi tra la vasta minoranza di colore, aveva assegnato a Dilman il posto del senatore dimissionario. Uno dei pochi negri saliti a un'alta carica, Dilman s'era trovato in breve ad essere una rcra avis. Visto che il numero dei suoi visitatori continuava a crescele, aveva deciso di lasciare il suo angusto appartamentino e di acqui- stare una casa. Aveva trovato la casa in cui abitava adesso, una costruzione ros- sastra di arenaria, cinque anni prima, grazie al reverendo Paul Spinger, che, come direttore della piú vasta organizzazione negra d'America, la Crispus Society, andava spesso a trovarlo. L anziano ma energico uomo di chiesa aveva detto a Dilman che la casa di cui lui, Spinger, la moglie Rose e una pensionante occupavano l'ultimo piano, era in vendita per una somma modesta. Dilman si era recato con lui a visitare la casa, e la tranquilla strada re- sidenziale, le stanze vaste e comode gli erano piaciute moltissi- mo. Aveva subito concluso l'acquisto, e non se n'era mai pentito, nemmeno per un minuto. Infatti, era alla casa della Sedicesima Stra- da che Dilman doveva non soltanto il piacere di vivere in Un posto in cui si sentiva a suo agio, ma anche la lunga amicizia con Wanda Gibson. Cinque anni prima, appena l'aveva conosciuta, si era reso conto, per la prima volta da quando era morta Aldora, d'essere ancora capace d'amare e di desiderare una donna. Wanda, che aveva allora trentun anni, si era laureata in scienza economiche all'Uni- versità della Virginia Occidentale, e quando il suo insegnante pre- ferito aveva avuto un incarico consultivo nell'amministrazione di Lyndon Johnson, lei era diventata sua assistente. Poi il professore era tornato in Virginia, e Wanda era rimasta a Washington dove, da due anni, aveva un impiego ben retribuito come segretaria ese- cutiva del direttore d'una ditta d'esportazioni, la Vaduz Exporters, a Bethesda, nel vicino Stato del Maryland. Non si era mai sposata; i genitori avevano fatto grossi sacrifici per mantenerla agli studi e, quando entrambi avevano avuto bisogno di costose cure ospedaliere Wanda si era sobbarcata tutte le spese. Da due anni, però, il padre era morto e, poco piú di un anno prima, era morta anche la madre, perciò Wanda era finalmente libera di vivere la propria vita. Dilman sapeva che, la scorsa primavera, Wanda s'era aspettata che lui le chiedesse di sposarla, ma l'aveva trattenuto dal farlo la paura, perché Wanda era mulatta, e, in molti ambienti, avrebbe potuto passare per bianca. Aveva capelli somci, un delicato nasino all'insú, labbra sottili. Accanto a Dilman, Wanda sarebbe sembrata ancora piú bianca, e ciò avrebbe potuto dare l'impressione di un matrimonio misto, il che poteva nuocere alla carriera politica di Dilman. Egli aveva risolto la questione evitando d'affrontarla, e i loro rapporti erano rimasti platonici Tutto questo dipendeva dalla sua inguaribile timidezza e pro- babilmente era stato sciocco da parte sua agire cosí, pensava Dil- man amaramente, perché, a quanto pareva, nessuno si curava di quello che lui avesse fatto o facesse. Al Senato, la sua nomina a presidente pro tempore non era stata che un'abile mossa in un periodo in cui la tensione razziale s'era fatta piú acuta. Durante la sua car- riera al Congresso, Dilman non aveva pronunciato discorsi, non aveva presentato disegni di legge ed aveva sempre seguito la linea politica del partito. Al Senato, Dilman si era sempre sentito un intruso anche se, dopo il periodo in cui vi era entrato per un caso fortuito, vi era poi stato eletto con i voti degli elettori. La sera prima, aveva telefonato a Wanda per augurarle la buona notte. « Doug » gli aveva detto lei, « è incredibile. Ma ricordati che, se I. C. era un uomo abile e popolare, non era un Roosevelt e nemmeno MacPherson lo era. Tu te la caverai meglio di tutti e due. » « Wanda, tu conosci le mie mánchevolezze... » « Tutti ne hanno. Ma non sottovalutare i tuoi meriti. Con le tue umili origini, come mai sei riuscito a laurearti in legge? E a essere eletto senatore? Dovevi pur valere qualcosa. » « Wanda, domattina, duecentotrenta milioni di Americani, quan- do si sveglieranno, scopriranno che il loro Presidente, un Presidente che non si sono scelti, è negro. » « Forse sarà un'ottima cosa per loro... e per il Paese. Il male sa- rebbe se tu entrassi alla Casa Bianca sentendoti incapace di adem- piere il tuo compito soltanto perché sei negro. » « Hai ragione, Wanda. » Ma a colazione, nel vedere i titoli dei giornali, si rese conto nuo- vamente che egli non avrebbe potuto limitarsi a essere un servitore del-lo Stato il quale, per legge di successione, era diventato Presidente. Per tutti, sarebbe stato il "negro" ch'era diventato Presidente. Un giornale popolare scriveva: IL PAESE ESTERREFATTO: I~N NEGRO PRESIDENTE DEGLI STATI UNI'I'I ! I,'n gior- nale filogovernativo di Washington diceva: IL CONGRESSO E L'ELET'rORATO SI SCHIERANO CON DILMAN. Il giornale di Zeke Miller annunciava: UN NEGRO DIVIENE PRESIDENTE PER UN CASO FORTUITO. LA COMMISSIONE GIUDI- ZIARIA ESAMINA LA COSTITUZIONALITA DELLA NO- MINA: IL DEPUTATO MILLER PREDICE "DISCORI)IE, DIS~TNIONE, VIOLENZE". E un giornale negro proclamava: ALLELUIA ! FINALMENTE PARITA DI DIRITTI ! Cosí, per quelli della sua razza, Dilman era un Mosè nero; per i nemici della sua razza, come Miller, era un essere spregevole, spun- tato da un oscuro recesso. Si domandava come avrebbe reagito la maggior parte della popo- lazione. Dilman non era soltanto intelligente, ma anche un esperto uomo politico. Temeva che solo una minoranza si sarebbe ricordata di tutti quei negri, che, quando era stata offerta loro l'occasione, avevano dimostrato d'esser non meno capaci dei bianchi. Il telefono accanto a lui squillò. « Pronto? » disse. « Papà? » Dilman riconobbe la voce nervosa e stridula del figlio Julian. « Papà, mi hanno svegliato ieri notte per darmi la notizia. Congratulazioni ! Qui sono tutti entusias~i. I ragazzi disertano le lezioni, cantano, fanno baldoria! » Era questa la prima volta che Julian parlava con entusiasmo di qualcosa che riguardava Trafford, la sua università. Non avrebbe voluto studiare in un'università negra e non aveva mai smesso di lamentarsene. Adesso il malcontento era sparito e Julian sembrava addirittura fuori di sé dalla gioia. 234 SELE~IONE DEL LIBRO « Non vedo il perché di tutta questa esultanza » disse Dilman. « Abbiamo perduto un buon Presidente. » « Certo, papà, ma non capisci? Adesso avremo finito di lottare. Il Presidente sei tu ! Avremo il riconoscimento dei diritti che la legge Ci garantiSCe... » Dilman pensò che doveva mettere un freno all'euforia del figlio. « Julian » gli disse « non c'è nulla di cosí cambiato. Il cammino da percorrere è ancora... » « Papà, per una volta tanto, smettila di essere cosí moderato! Tu sei troppo parte in causa per vedere la situazione nella giusta prospettiva. Ti dico che... » « Ne parleremo un'altra volta » interruppe Dilman brusco. « Ho un monte di cose da fare, oggi. E son certo che anche tu sei occupato. » « Oggi no, papà. Mi trattano come se il Presidente fossi io. » « Non credo che il tuo rettore, il professor McKave, la pensi cosí. Ieri ho ricevuto una lettera in cui mi parla di te. Senti, figliuolo, tu e io dovremo fare una chiacchieratina. Vieni martedí. Adesso fa' il bravo ragazzo e studia. » « Non preoccuparti per me, papà. » Julian abbassò la voce. « Pensavo a... chissà che effetto le avrà fatto... » « Lascia perdere » interruppe Dilman seccamente. « Ti aspetto martedí e grazie per la telefonata. Ho gradito il pensiero. » Mentre riagganciava, Dilman pensava al vago accenno del figlio a Mindy, colei che si era estraniata dalla propria famiglia, dalla propria razza Si sarebbe fatta viva, adesso? Avrebbe abdicato alla sua condizione di donna bianca per diventare la figlia del Presidente Dilman immaginò quaie sarebbe stata la risposta. Il telefono squillò di nuovo. Era la sua segretaria al Senato, Diana Fuller. Edna l'aveva chiamata alla Casa Bianca per ritirare un gran fascio di telegrammi e di cablogrammi e per portarli a casa di Dilman, se questi lo desiderava. « Li lasci pure dove sono » disse il Presidente. « Sarò lí tra poco. Lei torni al Senato e resti nel mio ufficio a ricevere le telefonate. » Un pensiero fastidioso gli si era insinuato nella mente. La segre- taria di I. C. aveva telefonato alla sua segretaria negra perché costei andasse a ritirare i telegrammi. Qual era il motivo di tutta questa manovra ? Forse la signorina Foster, oltre a essere addolorata per la morte del suo capo, temeva anche per il proprio avvenire./ Dilman si alzò, ma prima che potesse uscire daila sala da pranzo, il telefono lo fermò di nuovo. Questa volta era un'interurbana da Fairview Farm, una fattoria vicina a SiouCitv, nello Iowa. Dilman ne fu lietissimo. Doveva essere il "Giudice". Tutti lo chiamavano cosí (un tempo era stato giudice di pace). Dilman lo aveva conosciuto IL PRESIDE~E 235 superficialmente ai tempi in cui il Giudice era stato Presidente degli Stati Uniti, e aveva sempre avuto una grande simpatia per quel burbero vecchio senza peli sulla lingua. Il ricevitore emise un suono simile a un motore che perde colpi, poi, d'un tratto, si udí la voce nasale del Giudice. « Signor Presi- dente, da povero diavolo che è stato alla gogna e che si rivolge a un altro povero diavolo che sta per esservi esposto, desidero augurarle ogni bene. E vorrei che lei scendesse in campo e assestasse qualche colpo ben diretto e senza paura. Si ricordi che lei è il capo, Douglass e non lo Zio Tom. Eccetto i Sudisti, per i quali il Presidente è ancora Jefferson Davis, lei ha tutto il partito alle sue spalle. E se qualcuno di loro si tira indietro, me lo dica, e io lo farò rientrare nei ranghi ! » « E molto gentile da parte sua, Giudice. Non so come ringra- ziarla. » « Ancora non ho fatto niente per lei, quindi non mi ringrazi. .la se lei avrà mai bisogno d'un consiglio o di un aiuto, venga qui da me e da mia moglie: faremo una colazione alla campagnola, par- leremo un po' e sistemeremo tutto. Non se ne dimentichi. Me lo promette » « Non me ne dimenticherò, Giudice. » Dilman posò il ricevitore sorridendo. Per lo meno, c'erano uomini come il Giudice, in America. Quando, finalmente, uscí per recarsi alla Casa Bianca, il mattino gli parve piú luminoso. SEDUTO SUI divano nero nella Sala delle Conferenze, in attesa di ayne Talley, Arthur Eaton era assorto in malinconiche riflessioni. Il pensiero della morte di I. C., il suo piú intimo amico, non lo ab- bandonava un attimo. Eaton era stato diplomatico di carriera cosí a lungo, che aveva cominciato col sentirsi preso in una trappola senza uscita. A salvarlo dalla noia crescente era stato il suo vecchio compagno d'università, I. C. che gli aveva chiesto di dare il contri- buto della sua esperienza in fatto di politica estera alla propria cam- pagna presidenziale e poi, inaspettatam,ente, lo aveva nominato Segretario di Stato. I tre anni o quasi che erano seguiti, anni stimolanti e avventurosi, lo avevano ringiovanito. Aveva trovato l'indipendenza che gli aveva permesso d'infischiarsene di Kay, della sua prepotenza e della sua meschinità. Eaton s'era figurato d'aver davanti a sé parecchi anni di radioso avvenire, a fianco di I. C.; e adesso non si rammaricava soltanto per la perdita di un amico stimato e amato, ma anche per il crollo di tutte le proprie speranze. Ora che Dilman era diventato Presidente, si diceva Eaton, biso- gnava fargli capire che questa era ancora l'amministrazione di I. C. e che lui, Eaton, sarebbe stato lí a illustrargli le idee di I. C. Soltanto cosí poteva avere ancora una vita che meritasse d'esser vissuta. Wayne Talley entrò, con un foglio di carta in mano. « Dilman sta venendo qui » disse « e io ho fatto un elenco dei suoi compiti piú immediati. Dio solo sa se riuscirà ad assolverli. » « Be', se Dilman non è in grado di cavarsela, i senatori non avran- no che da incolpare se stessi. » « Quando ci penso, rabbrividisco » disse Talley. « I senatori del partito di maggioranza si riuniscono, a ogni nuova sessione del Con- gresso, per scegliere un presidente temporaneo che occupi il piú alto seggio dell'assemblea ogni volta che il vice-presidente si assenta da Washington. Ma che cosa accade questa volta ? Tutti quei disor- dini a Detroit, a Chicago e a Dallas... cosí un paio di dritti hanno una trovata davvero brillante: perché non dare a un negro quel posto in cui non si deve far nulla? e cosí scelgono Dilman. Chi avrebbe mai pensato che il vice-presidente sarebbe morto subito dopo ? Chi avreb- be mai immaginato che il quarto nell'ordine di successione sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti?... Un uomo di colore messo là per figura, privo dei requisiti necessari... » « Ebbene » l'interruppe Eaton, « direi di lasciar perdere il passato e di pensare al presente. A giudicare dal suo contegno al Congresso, Dilman è un uomo timido, arrendevole e fedele al partito. Zeke e la sua cricca stanno già studiando il modo per esonerarlo dalla carica, ma la cosa non mi entusiasma affatto. Credo che ci sia possi- bile far sí che Dilman adotti la linea politica di I. C. e agisca di con- seguenza. Che cosa c'è sull'agenda di Dilman? » Talley si sedé sull'orlo del divano e consultò le sue note. « Le disposizioni per il funerale. » « Potrà occuparsene il capo del cerimoniale, Grover Illingsworth » rispose Eaton brevemente. « L'ho già spedito in Arizona sull'avio- getto di I. C. per andare a prendere Hesper. » « A proposito di Hesper, credi che Dilman dovrebbe riceverla » Eaton non rispose subito. Aveva già parlato con la vedova di I. C., che dimostrava una gran forza d'animo. « Non lo so, Wayne. Po- trebbe essere penoso per tutti e due. Lasciamici pensare. Adesso andiamo avanti. » « Dilman deve ricevere il giuramento del personale della Casa Bianca e riempire alcuni vuoti lasciati per lo piú da segretarie, gente del Sud. Flannery dice che le reazioni della stampa tradiscono una notevole preoccupazione. E stato un brutto colpo per il Paese. Forse, i timori si dissiperebbero se tutti potessero vedere Dilman, constatare che è innocuo. Potremmo preparare un breve discorso senza pretese da fargli pronunciare alla TV... » « No » ribatté Eaton con fermezza. « E troppo presto. Teniamolo lontano dagli occhi del pubblico, per qualche tempo. E nessuna riu- nione del gabinetto finché non lo avremo istruito a fondo sui pro- grammi di I. C. Ma di' ai membri del governo che vadano a fargli una visita di cortesia. Dilman deve invitarli a rimanere al loro posto. C'è altro? » « L'ambasciatore Rudenko vorrebbe che si discutesse la ripresa della conferenza al vertice. » « Lo riceverò io. » « E l'ambasciatore del Baraza, Wamba, è molto ansioso... » « Dirò a Jed Stover di tenerlo a bada. Il nostro ambasciatore sta tastando il terreno con il presidente Amboko per vedere di convincer- lo a essere meno intransigente con i comunisti locali, in cambio della nostra ratifica del Patto d'Unità Africana. Quando saremo pronti, diremo a Dilman come dovrà comportarsi con quelli del Baraza. » Edna fece capolino nella stanza. « Signor Segretario, c'è la signora Eaton al telefono. Sulla linea due. » Richiuse la porta. « Resta pure » disse Eaton a Talley. Pigiò un tasto sul telefono « Ciao cara, come stai? » Dall'altra estremità del filo, la moglie, con la sua voce da soprano, gli rifece il verso. « Ciao cara, come stai? Arthur, ho letto in un articolo di Reb Blaser che gli Eaton stanno per divorziare. Devo credere a tutto quello che leggo? » « Kay, Blaser mirava a qualcosa di piú importante, con quel- l'articolo. » « Ora non c'è nessuno piú importante di te, mio caro. Sei a un soffio dalla presidenza. Che sarebbe successo se quel Dilman fosse stato anche lui a Francoforte? Sarei la First Lady. Da una First Lady non potresti divorziare, vero Arthur? » Anche questa volta, sua moglie era riuscita a fargli perdere il controllo di sé. « Piantala, Kay. » Il tono di lei si fece improvvisamente serio. « Arthur, vuoi che torni subito a casa? Se hai bisogno di me... » Eaton ripensò a tutte le volte che, in passato, aveva avuto bisogno di lei. Adesso aveva bisogno soltanto di serenità. Avrebbe voluto dirglielo, ma nella stanza c'era Talley che faceva evidenti sforzi per non sentire. « Finisci pure le vacanze, Kay. Sarà meglio per tutti e due. » « Crepa » rispose lei, e riattaccò. « Che altro c'è sull'agenda di Dilman ? » domandò Eaton. « Oh! » Talley si raddrizzò di colpo come se s'accorgesse soltanto allora che la telefonata era finita. « Dovremo rispondere a una tonnellata di telegrammi di capi di Stato stranieri. Poi, secondo me Tim e noi due dovremmo aiutare Dilman a preparare una solenne dichiarazione alla stampa, nella quale egli dirà che la nave dello Stato è sempre la nave di I. C. » Edna entrò, annunciando che il deputato Miller insisteva per avere un colloquio, sia pur breve, con Eaton e con Talley. Eaton detestava Zeke Miller, ma se voleva proseguire la politica di I. C. doveva agire da accorto uomo politico. « Bene » rispose. Aprí la porta che dava nel corridoio e, come se avesse aspettato soltanto quel gesto, Zeke Miller si precipitò nella stanza con una cartella sotto il braccio, seguito da un giovane alto, goffo e occhialuto che egli presentò come Casper Wine. « Casper Wine » cominciò Miller, «è il piú abile costituzionalista del Congresso. Sbriga una quantità di lavoro per noi della Commissione Giudiziaria della Camera. » Zeke era un uomo minuto, duro e opportunista: c'era in lui qual- cosa di malvagio e di minaccioso. Gli anni passati lontano dal "pro- fondo" Sud gli avevano fatto perdere il caratteristico accento del suo paese d'origine. Però, quando, ripercorrendo le rosse strade d'argilla, tornava a casa, la pastosa e melliflua cadenza meridionale riaffiora- va nei suoi violenti discorsi contro la cospirazione comunista che, cosí sbraitava Miller, mirava a "fiaccare l'America, riducendola a una nazione di bastardi". Si volse a Eaton: « Tanto per metter le cose in chiaro, signor Se- gretario, io sono completamente estraneo a quanto Reb Blaser ha scritto nei nostri giornali. Gli ho dato una bella lavata di capo. I collaboratori di I. C. hanno tutto il mio appoggio ». « Credo alla sua parola che sia stato un errore » rispose Eaton. « Ed ora abbiamo problemi piú importanti di cui discutere. » La bocca di Zeke Miller si aprí in un quasi sorriso. « Sedetevi e vi riferirò che cosa si sta facendo al Congresso per salvare questo di- sgraziato Paese. » Gli altri sedettero mentre Miller, rimasto in piedi, prendeva dei fogli dalla cartella. « Sapete che cosa sono ?» disse. « Sono l'elenco di oltre duemila telegrammi di protesta: il popolo americano, all'unisono, chiede che Dilman non rimanga alla presidenza. » Tacque, fissando con quei suoi occhi a capocchia di spillo ora Eaton, ora Talley. « Non sono un bifolco. Quando fu approvata la legge per la parità dei diritti civili, l'accettai. Mangio a tavola con i negri e viaggio insieme con i negri perché la legge vuole cosí. Ma c'è una cosa che non farò mai: non lascerò che un negro mi governi. » Talley non riuscí a nascondere il fastidio che gli causavano quelle l 1 parole. « Non vedo come lei possa impedirlo » disse seccamente. « Questo è da vedersi! » esclamò Miller. « Ecco perché ho portato qui Wine: nella legge sulla successione ci sono delle scappatoie e noi stiamo cercando il modo di fare annullare l'intiera procedura. Casper, riassumi quello che abbiamo accertato. » « La Costituzione stabilisce chiaramente » cominciò Casper Wine, con voce acuta « che il successore d'un Presidente deceduto "ne fac- cia le veci finché non sarà eletto un altro Presidente". In breve, il senatore Dilman può fare le veci del Presidente, come custode del suo alto uíficio, ma soltanto finché non saranno indette elezioni speciali. » Eaton scosse la testa. « Non sono di questo parere. Nel recente passato, otto vice-presidenti sono saliti alla presidenza e non hanno fatto soltanto le veci del Presidente, ma hanno agito come tali. » « La pr~cedura è stata incostituzionale » insisté Wine « ma allora non sono state mosse obiezioni. » Zeke, in piedi davanti a Eaton, interloquí: « Questa volta, però, signor Segretario, provvederemo noi perché si faccia qualcosa. Dil- man può sostituire il Presidente soltanto fincht non ci saranno ele- zioni speciali, in cui si voterà per un Presidente legalmente eletto... e voglio sperare che l'eletto sarà lei, signor Segretario ». Eaton si alzò. « Signori » disse con voce stanca, « per un altro anno e cinque mesi non ci potrà essere nessun candidato alla p esi- denza perché un Presidente l'abbiamo già. Io servirò il Presi~tnte Dilman finché non mi verrà ordinato il contrario. » Zeke sorrise. « Giusto. Lasci fare a noi e stia a vedere. Mi cr-da, ncn se ne pentirà. » Fece segno a Wine di alzarsi, poi si fermò da- vanti a Talley: « Impediremo a Dilman di calpestare le nostre tra- dizioni cedendo alle pretese di quei terroristi negri dei Turneriti e di quei piagnoni della Crispus Society e della NAACP, sempre pronti a cantar inni. Dica a Dlilman di risparmi3rsi la spesa del trasloco alla Casa Bianca ». Strizzò l'occhio e aggiunse: « Vorrei che quella casa conservasse il colore che ha adesso ». Quando Miller e Wine se ne furono andati, Eaton infilò una siga- retta nel bocchino d'argento e l'accese. Dopo qualche boccata, il suo sguardo incontrò quello di l alley. « Quell'uomo non mi piace » disse. « E un brutto tipo, non c'è dubbio. » Parlando piú a se stesso che a Talley, Eaton soggiunse: « Sento l'obbligo di difendere Dilman da qualsiasi attacco basato su pregiu- dizi razziali ». Fece una pausa e continuò: « Ma, seppure a malincuo- re, mi metterei dalla parte di Miller e della sua cricca se Dilman in- dulgesse in favoritismi per uomini della sua razza, a ;letrimtnto del Paese, o se cadesse sotto un cattivo influsso e abbandonasse il pro- 240 SELEZIO~E DEL LIBRO gramma di I. C., allontanandone i collaboratori. Comunque » ag- giunse « non credo che insorgerà né l'uno né l'altro di questi pro- blemi. » « Al Senato non sono cosí ottimisti » disse Talley. « Stanno stu- diando il modo di togliere a Dilman la facoltà di esonerare i membri del suo Gabinetto. Temono che possa sostituirti con un suo amico negro o con qualche radicale bianco che abbia idee diverse da quelle di I. C. » « Al Senato faranno bene a rimanere entro i limiti della Costi- tuzione. » « Vorrei sapere con precisione che cosa stanno architettando » disse Talley. « Telefonerò a Hoyt Watson. » SALLY WATSON, tutta presa a osservare lo schermo del minu- scolo televisore posato sul tavolo di "formica" della colazione, udí il padre che diceva: « Un secondo, governatore ». Sallv alzò gli occhi e vide che il padre puntava un dito verso la TV.< Sallv, ti dispiace abbassare un pochino? » « Certo, papà. » Abbassò il volume. « Cosí va bene, piccola. » Watson si chinò sul ricevitore. « Go- vernatore, le dispiace ripetere la domanda? » Mentre sorbiva il caffè, l'attenzione di Sally tornò allo schermo sul quale si susseguivano le immagini di un documentario imbastito in fretta e furia su Douglass Dilman. Sebbene avesse visto spesso Dilman, Sally non lo aveva mai considerato come individuo. In primo piano sullo schermo della TV, diventava una persona: un uomo dalla pelle molto scura, i capelli ondulati e composti, gli occhi dall'espressione gentile e l'abitudine di strofinarsi il labbro superiore con quello inferiore. Poi comparve sullo schermo la casupola del Miduest dove Dilman era nato, e Sally perse interesse al documen- tario, mentre le tempie riprendevano a pulsarle. Si versò una tazza di caffè e rimase ad ascoltare il padre che par- lava al telefono. « ì~Eon sono certo contento di come si son messe le cose. Sono d'accordo con il senatore Hankins e con Zeke Miller che il Paese non è preparato ad avere come Presidente un uomo di colore, e non credo che Dilman sia all'altezza del suo compito. Tuttavia, in coscienza, non posso associarmi a Miller e agli altri nell'architettare cavilli legali per impedirgli di occupare una carica che gli spetta di diritto, secondo la Costituzione. » Sally tornò al suo caffè. Se, la sera prima, non avesse bevuto tan- to a quella festa, ora si sarebbe sentita piú in forma e quindi in gra- do di gustare tutti gli avvenimenti eccitanti che si erano susse- guiti quella mattina. Era proprio il suo pane, questo: fermento, IL PRESIDEN~E 24 l scxllclali con~lsione. Quando la vita non le concedeva stimoli del geneleSally cercava di riempire le proprie giornate vuote con gli , c i~allti e con l'alcool. Il padle aveva ripreso a parlare: « Governatore, come ]el sa, il residollíe non può assumere nessuno nel suo Gabinetto senza il ~:oll~en~o del Senato. Ma può destituire chiunque ne faccia parte. !3ercio, 7Eains vorrebbe presentare - e io sono d'accordo con lui - IlJ cnu~va legge, con valore retroattivo, su]la sllccessiolle secondo C`ìil i] Pl-esidente non polrebbe destituire gli altI~i designati nell'ordine diuccessione sen~a l'approvazione del Senato, con i due terzi c~ei \ ,fi. Chc cosa ne dice. Governatore3 Va bene, mi passi Eatorl ». `ell'ndire il nome di Eaton, l'attenzione di Sallv si lisve~Jii i~i`a soll diceva: « Sí, Arthur, questo sar~i coní`orrne alla le~grge~ A~;gUl`i per oggi, Artllur, auguli per ìe e per mC », Appena`atson posò il ricevitore, Sallvlì domando: disse iovanotto strizzando l'occhio. « Forza, Sam, caffè deca~eillato pCI` tUTti. )ll cameriere rimace un momento inTimobile, senza dir nlllla, poi, dignitosamente, s'allontanò in direziolle clella cucilla. 1 tre al tavolo scoppiarono a ridere e poi accostarono le teste e si miselo a parlottare sottovoce, mentre L~Tat si sforzava di noll sentire nemmello una parola di quanto dicevano. Sue era pallida e aveva quasi le lacrime agli occhi. « Sono anch'io corne quell'inserviente: ho una gran paura. Douglass ha tanro bi- sogno di amici. » « Di amici ne ha » rispose Nat brevemente. « Su questo non c c da temere. Sue dette UIIO sguardo al giornale che avevano rnesso loro sul tavolo. « Se è cosí, perché hanno raddoppiato la sorveglianza in- torno a lui? » « l`esoro, lò fanno ogni volta che c'è un nuovo Presidente l`u pensa ad aver cura di me e lascia clle il Servizio Segreto abbia cura di Douglass Dilman. » L'AGE?TE del Servizio Segreto Otto Beggs s'allacciò la tracolla della fondina alle spalle e s'infilò la giacca, canticchiando tra sé. Di tutte le notizie sensazionali del giorno prima, ciò che piú aveva interessato Beggs era il fatto che due agenti della Casa Bianca, piú anziani di lui, íòssero morti nel crollo dell'Alte Mainzer Palace. Beggs veniva subito dopo di loro, per anzianità di servizio, ed era sicuro che sarebbe stato promosso. Un giorno, sarebbe potuto diventare capo degli agenti addetti alla Casa Bianca, poi vice capo del Servizio Segreto, e fòrs'anche capo: aveva poco piú di quarant'anni. Sua mog]ie, Gertmde, continuava a ripetergli ch'era troppo tardi per far carriera, e lui aveva cominciato a darle ragione. Ma, adesso, tutt'a un tratto, si sentiva di nuovo giovane, di nuovo su quella strada che un tempo gli era sembrata cosí facile e piana. La sera prima, rigirandosi nel letto, s'era domandato quando l'avesse smarrita, quella strada. All'università dell'Oregon era stato un asso della squadra di rugby, un atleta agile e poderoso nonostante i suoi ottantacinque chili. Le ragazze se lo contendevano e lui ave- va scelto Gertrude che, allora, era carina e si era meritata la sua gratitudine, per averlo aiutato negli studi, e il suo rispetto, per le proprie qualità morali. Si erano sposati poco prima ch'egli partisse per la Corea come tenente dei marines; e anche in Corea era stato un eroe. In una gelida notte, aveva tratto in salvo quattro compagni feriti, dopo aver decimato una pattuglia comunista. In seguito a ciò, il presidente Eisenhower gli aveva appuntato sul petto la medaglia d'onore del Congresso, nel corso di una cerimonia nello Studio Ovale della Casa Bianca. Dopo di che, gli erano state offerte decine d'impieghi, e lui aveva scelto il migliore, quindi lo aveva lasciato, ne aveva scelto un secondo, poi un terzo e un quarto. Dopo il rugby e dopo la Corea qualsiasi lavoro era troppo tranquillo: lui amava il cimento e il pericolo. Era stato allora che aveva letto un articolo sul Servizio Segreto, e subito aveva fatto domanda per un posto di agente. Aveva superato gli esami senza difficoltà e il suo entusiasmo era cresciuto frequen- tando la scuola d'addestramento dove aveva imparato lo judo, il pronto soccorso, l'uso dei mezzi antincendio, il lancio col paracadute, e l'impiego d'armi moderne. Quando la sua domanda di essere assegnato alla Casa Bianca era stata accolta, Otto non se ne era stu- pito. La medaglia d'onore del Congresso valeva bene qualcosa. Il primo anno era stato piacevole, anche se un po' deludente. Beggs s'era aspettato di rimanere al fianco del Presidente, e invece s'era trovato a prestar servizio nei posti di guardia agli ingressi della Casa Bianca. E, cosa incredibile, gli anni passavano, ma le promo- zioni non venivano; continuavano a dargli un incarico senza im- portanza dopo l'altro. Quando era stato eletto I. C., Ie sue speranze si erano riaccese e Beggs aveva chiesto un colloquio con Gavnor, il capo del Servizio Segreto alla Casa Bianca. Gaynor si era dimo- strato impaziente ed evasivo, ma aveva promesso a Beggs di tenerlo presente in occasione delle prossime promozioni. Poco tempo dopo, mentre pranzava alla mensa della Marina nel seminterrato della Casa Bianca, Beggs aveva udito senza volere i discorsi di alcuni suoi colleghi. Gli era parso di sentire il proprio nome associato a frasi come "cavallo da tiro" e "non troppo in- telligente". Forse la delusione, la monotonia del lavoro lo avevano 251 reso meno sveglio e aggressivo. Forse Gaynor se n'era accorto. Beggs non avrebbe saputo dirlo. Tuttavia, sebbene Gertrude insistesse perché lasciasse il servizio e si mettesse a trattare la compravendita d'immobili con il fratello di lei, Austin, che stava facendo quattrini a palate, Beggs non se la sentiva di cambiare. Come agente immobiliare, avrebbe potuto guadagnare parecchio, ma sarebbe anche caduto nella bara del- l'anonimato. Rimanendo nel Servizio Segreto, poteva sempre spe- rare che le sue qualità fossero infine riconosciute. « Otto, vuoi vedere i tuoi figli prima che vadano a scuola? » gli gridò Gertrude dal fondo della scala. « Vengo subito! » rispose lui. Non vedeva l'ora d'andare a prendere servizio e di parlare con Gaynor, adesso ch'era il primo per anzianità. Entrò quasi baldan- zoso nella sala da pranzo dove Gertrude, nella solita vestaglia a pallini, cercava di far vuotare il piatto a Ogden e a Otis. N essuno gli augurò il buongiorno; anche i ragazzi ce l'avevano con lui perché, col suo modesto stipendio, non potevano permettersi di traslocare da quel quartiere che ormai stava diventando negro, e cosí erano anche costretti a frequentare una scuola dove i negri predominavano. Beggs lanciò un'occhiata risentita alle teste dei figli chine sul piatto. « Odgen, Otis, dov'è finita l'educazione? » Le teste biondicce dei ragazzi si sollevarono e si riabbassarono immediatamente. « Ciao, papà. » Avrebbe potuto essere un pezzo di legno; Gertrude era riuscita molto bene a metter loro in mente certe idee. Qualche anno prima, gli sarebbero corsi incontro supplicandolo perché raccontasse loro della Corea o dei pericoli del Servizio Segreto alla Casa Bianca. Quando i' figli furono usciti per andare a scuola, Otto annunciò a Gertrude che, ormai, era sicuro d'ottenere la promozione, ma lei si limitò a rispondergli, con voce stanca: « Te l'ho già sentito dire altre volte. Otto, perché vuoi renderci la vita cosí difficile? E un anno che Austin ti chiede di entrare in società con lui. Sta facendo un mucchio di quattrini ». « Non ho bisogno di carità... specialmente da Austin. » « Ma non si tratta di carità. Si tratterebbe di soldi guadagnati col tuo lavoro. Credo che tu non abbia nemmeno aperto quei libri che ti ha prestato per prepararti agli esami della Commissione Im- mobiliare. E... » Lo squillo del telefono l'interruppe. Otto balzò in piedi, sorridendo. « Dev'essere Gaynor. » Corse al telefono e disse, ansioso: « Pronto ? ». « Beggs? Parla Gaynor. Le telefono per informarla che siamo co- stretti a fare qualche cambiamento. » Il cuore gli de tte un balzo. « Sí ? » « Abbiamo aumentato il numero degli agenti e dobbiamo cam- biare alcuni turni. Per il momento assegniamo lei al turno delle sedici. » « E tutto qui? Voglio dire, soltanto un cambiamento di turno? » « A dire il vero, no. Lei sarà uno dei dodici agenti speciali addetti alla persona del Presidente. Contento ? » Beggs si sentí salire il sangue alla testa. « Io sono il piú anziano e adesso che due agenti sono morti credevo che il posto d'assistente di Lou... » « E già stato assegnato. L'ha avuto Roscoe Prentiss. » « Prentiss? Ma se è entrato in servizio quattro anni dopo di me! Che cos'ha piú di me? » Poi capí. « Ah, sí. Lui è negro. » Gaynor rimase Un momento in silenzio, poi riprese: « Beggs, sia ragionevole: che i`arebbe al mio posto? Non le sembra giusto che uno dei sei funzionari del Servizio Segreto appartenga alla stessa razza del Presidente? Se non avessi scelto Prentiss, lui avrebbe po- tuto pensare che nel nostro servizio si fanno discriminazioni razziali>. « E stato il Presidente Dilman a chiederlo? » « No, lui non ne sa ancora niente. Via, Beggs, questo è il momento d'esser ragionevoli. Non se la prenda e si presenti da Lou alle sedici. A piú tardi. » Sconsolato, Beggs posò il ricevitore. Capiva che non c'era piú nulla da fare. Disse a Gertrude: « M'hanno cambiato di turllo.\on prendo servizio fino alle quattro del pomeriggio, perciò ho qilalclle ora libera. Dove SOIIO quei libri sulla proprietà immobiliare? ». Gertrude degiutí. « Vado a cercarli. Te li porto subito. » Per una volta tanto, ebbe la delicatezza di non fare commenti. EDNA FosTrsR sedeva alla sua scrivania, con le mani intrecciate in una stretta nervosa mentre George Murdock leggeva la lettera che lei gli aveva dato. « No, Edna » disse infine George. «on dare le dimissioni. Non ancora, per lo meno. » Le restituí la lettera. « C a- pisco che per te è difficile, ma tu COIIOSCi bene questo lavoro.on complicargli le cose. Oggi non gli hai nemmeno parlato. « Sono ore che è chiuso lí dentro con Eaton e Talley. E ieri ha passato tutto il pomeriggio a ricevere ministri, leaders del C onglesso, ambasciatori, e a preparare una dichiarazione in cui dice che cel- cherà di continuare il programma di I. C. con i collaboratori di I. C. Ma anche se lo conoscessi... » s'interruppe e tese l`orecchio. « Stanno uscendo adesso. George, sarà meglio che tu te ne vada.> George s'alzò e si diresse alla porta. , Al piano superiore, Dilman trovò un negro dai capelli can~lldi dall'aria solenne, vestito di nero. « Mi chiamo Beecher » si pre,clltò questi. <- Sarò molto lieto di servirla, signor Presidellte. Starlllo sfacendo i suoi bagagli nella Stanza Rosa degli osplti. Si chi.lnla anche la Camera della Regina, perché vi hanno dormitcj molte reoillc-. i~n. delle ultime è stata la regina Elisabetta. Beechel gli fece strada fino alla magnifica camera dalla gaia tap- pezzeria rossa e bianca. Gli oggetti di Dilman. dai posaclnele a£1i album di fotograíie. erano accatastlti in mucchietti antiestetici sul lolto tappeto, e Diana, che gli volgeva Ie spalle, era intellta a riol-di- nare le sue carte su un tavolo coperto da un drappo di velluto 10S5{!. \ell'udire le voci, si voltò, e I)ilman congedò il vecchio selvitole. razie Beecher, per il momento non ho bisogno di lei ». Quando se ne fu andato, Dilman scrutò Diana e si rese conto di quarlto fosse fuori posto lí, con i suoi modi troppo deferenti, I'ahiì- vistoso e gli errori di grammatica che le sfuggivano sempre quand`eia agitata.< Grazie, Diana » le disse. « Spero che lei vorl-à restarc COn me. » « Certo, senatore. Non ho altro posto dove andare. »