Jules Verne. Viaggio al centro della Terra. Edizione integrale. Personaggi del romanzo. Protagonisti. OTTO LIDENBROCK. Scienziato famoso: collerico, testardo, prepotente, immerso in una luce di semi-follia scientifica, a volte inconsapevolmente comico, a volte umanissimo; personaggio complesso, indimenticabile, in cui Verne ha trasfuso il meglio della sua arte di narratore. AXEL LIDENBROCK. Il nipote del professor Lidenbrock è simpatico, ma a prima vista appare un poco troppo normale, troppo pieno di paura e di buon senso. Eppure era proprio il personaggio necessario per far risaltare gli estri, le manie, gli egoismi e gli slanci dello zio: una specie di cartina di tornasole che ne rivela tutti i sentimenti. HANS. Il cacciatore islandese parla poco, ma agisce molto. Se la spedizione Lidenbrock si conclude quasi trionfalmente, gran parte del merito è di quest'uomo fedele, sereno, coraggioso e forte. Un carattere scolpito nella roccia, dai nervi d'acciaio: un vero uomo che non si perde d'animo nelle avversità più spaventose. La gente di Amburgo. MARTHE. Una brava, anziana domestica, terrorizzata da un padrone invadente, però ha la lingua piuttosto lunga: datele un'informazione riservata e la settimana dopo tutta la città sarà al corrente di quel che non deve sapere. GRAUBEN. La bella virlandese è la fidanzata segreta di Axel. A prima vista pare una insignificante pupattola bionda, ma al momento opportuno sfodera un caratterino eroico quanto ambizioso che convince definitivamente il pacifico Axel ad affrontare mille avventure. I COLLEGHI DELLO JOHANNEUM. Come tutti i colleghi intellettuali, sono pronti a sparlare e a esaltare: così come spira il vento. MANS. Mans, personaggio serio, flemmatico e silenzioso. La gente islandese. IL PROFESSOR THOMSON. Scienziato, amico del console tedesco. E' servizievole e cordiale. IL CAPITANO DELLA VALKYRIA. Uomo sicuro di sé, promette e mantiene. IL BARONE TRAMPE. Signore di bella presenza che si pavoneggia in una divisa da generale. FINSEN. Un sindaco pacifico per temperamento e per condizione, nonostante indossi anche lui una gran bella divisa militare. FRIDRIKSSON. Professore di scienze naturali nella scuola di Reykjavik. Persona utilissima, gentile, di gran cuore e di buona educazione. IL CONTADINO DI GARDAR. E' un umile che sa ospitare come un re. IL RETTORE DI STAPI. Uomo meschino e avido. LA MOGLIE DEL RETTORE. Una vera megera. I luoghi del romanzo. AMBURGO. E' la città abitata dal professor Lidenbrock e dalla sua famiglia in una buffa e sbilenca casetta nella zona vecchia della città. Attualmente Amburgo è il maggior porto della Germania e uno dei maggiori d'Europa. Ha quasi due milioni di abitanti. E' edificata sull'Alster, alla foce dell'Elba nel Mare del Nord. ALTONA. Simpatico sobborgo di Amburgo ove si reca spesso la bella Grauben. Oggi è sede del porto fluviale di Amburgo e ha 240.000 abitanti. COPENAGHEN. Verne descrive i suoi luoghi più importanti: il palazzo reale, il cenotafio di Thorwaldsen, Kongens-Nye-Torw: coi due innocenti cannoni che non fanno paura a nessuno, il mirabile edificio della Borsa, il castello-bomboniera di Rosenborg ecc. Oggi Copenaghen ha oltre un milione di abitanti, è un porto attivo ed è famosa anche per il più grande parco di divertimenti del mondo, il Tivolì. REYKJAVIK. Capitale dell'Islanda sulle coste sud-occidentali dell'isola, nella baia di Faxa. Anche oggi non raggiunge i 100.000 abitanti. Tra le città descritte da Verne è ovviamente quella che ha subìto minori cambiamenti. LO SNEFFELS. E' alto millecinquecento metri e col suo doppio cono pone termine a una banda trachitica che si stacca dal sistema orografico dell'isola. La descrizione di Verne è esatta. L'attività del vulcano è oggi ancora in atto. IL CENTRO DELLA TERRA. La temperatura all'interno della Terra aumenta effettivamente nei primi chilometri di 1 grado centigrado ogni 33 metri di profondità, ma è anche probabile che tale aumento di temperatura non sia né costante, né uniforme. In sostanza, ancor oggi poco si sa sulla natura e sulla temperatura del centro della Terra. Il Rittman accenna a una temperatura di 12.000°C, mentre Arrhenius sostiene che la temperatura al centro della Terra è di oltre 100.000°C. Ipotesi più recenti parlano di una temperatura massima di 6000°C. La densità media della Terra è di 5,5. La densità media delle rocce superficiali è di circa 2,7; quindi bisogna concludere che la composizione chimica della Terra varia con la temperatura e aumenti a valori molto superiori ai 5,5, con prevalenza di minerali di maggior peso specifico. Secondo E. Suess il centro della Terra è diviso in tre zone: Nife, Sima e Sial. La composizione basaltica prevalente sarebbe in realtà molto simile a quella descritta da Verne. STROMBOLI. Vulcano sulla omonima isola delle Eolie. E' alto 926 metri ed è tuttora attivo. La bellissima descrizione del romanzo è assolutamente fedele alla realtà. VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA. La preparazione del viaggio. Capitolo 1. Il 24 maggio 1863 era domenica e mio zio, il professor Lidenbrock, rientrò quasi di corsa nella sua casetta al numero 19 della Konigstrasse, una delle strade più antiche di Amburgo vecchia. La nostra brava Marthe credette d'essere in ritardo, perché il nostro pranzo cominciava proprio in quel momento a sobbollire sul fornello della cucina. Bene, pensai, se lo zio ha fame, lui che è tanto impaziente, adesso si metterà a urlare per il disappunto. E' già qui il signor Lidenbrock! esclamò Marthe stupefatta mentre socchiudeva la porta della sala da pranzo. Sì, Marthe; ma anche se il pranzo non è pronto, non importa. Non sono ancora le due. E' suonata proprio adesso la mezza alla chiesa di San Michele. Ma perché allora il signor Lidenbrock è ritornato adesso? Probabilmente ce lo dirà. Ecco che viene qui! Io scappo. Mi raccomando a lei, signorino Axel, gli faccia intendere ragione. E la brava Marthe si rifugiò nel suo laboratorio culinario. Rimasi solo. Ma il mio carattere tutt'altro che deciso non mi avrebbe certo permesso di discutere col più irascibile dei professori. Mi preparavo dunque a ritornare nella mia cameretta, quando la porta di strada cigolò sui suoi cardini; passi pesanti fecero scricchiolare la scala di legno, e il padrone di casa si precipitò di volata nello studio dopo aver attraversato la camera da pranzo. Ma durante quella rapida apparizione aveva buttato in un angolo il bastone col pomo a forma di schiaccianoci, fatto volare sulla consolle il suo cappellone a pelo raso e rintontito il nipote con queste parole rimbombanti: Axel, vieni qui! Non avevo avuto il tempo di muovermi e già il professore ripeteva con accento spazientito: Insomma! Vuoi venire qui? Mi precipitai nello studio del terribile zio. Otto Lidenbrock era tutt'altro che cattivo, ne convengo volentieri; ma, a meno che non succedano improbabili cambiamenti, impaziente era e impaziente rimarrà sino alla morte. Era professore allo Johanneum, dove teneva un corso di mineralogia. Si arrabbiava almeno un paio di volte per lezione. Non che si preoccupasse della assiduità degli allievi o del successo che essi potevano avere una volta diplomati; questi particolari non gli importavano proprio un bel niente. Insegnava soggettivamente, secondo una nota espressione della filosofia tedesca: cioè per il suo piacere e non per quello altrui. Era un sapiente un po' egoista, un pozzo di scienza, la cui carrucola cigolava quando qualcuno cercava di attingervi. Insomma: spiritualmente era un avaro. Professori di questo tipo non sono rari in Germania. Per sua disgrazia, mio zio non si poteva dire che avesse la parola facile, almeno quando parlava in pubblico: difetto notevole per un conferenziere. E a dire la verità, durante le sue dimostrazioni allo Johanneum, spesso il professore si fermava di botto; lottava contro una parola recalcitrante che non voleva proprio venirgli alle labbra, una di quelle parole che resistono alle sollecitazioni della memoria, si amplificano e si gonfiano, si gonfiano fino a uscire nella forma poco scientifica della bestemmia. Di qui le sue grandi arrabbiature. Ora in mineralogia vi sono parecchi termini composti da parole greche e latine difficili da pronunciare, paroloni che scorticherebbero le labbra d'un poeta. Non voglio dir male di questa scienza, ci mancherebbe altro! Ma quando uno si mette a pensare alle cristallizzazioni romboedriche, alle resine retinasfaltiche, ai galeniti, ai fangasiti, ai molibdati di piombo, ai tungstati di manganese e ai titanati di zirconio, anche alla lingua più sciolta è permesso di incepparsi. In città la gente era al corrente di questo lieve difetto dello zio e ne approfittava, l'aspettava al varco delle parole difficili. Lui ci si adirava e quelli si sganasciavano dalle risate, cosa che non è di buon gusto neanche per dei tedeschi. Così se c'era sempre una grande affluenza di ascoltatori ai corsi di Lidenbrock, buona parte dei suoi assidui veniva soltanto per canzonarlo e ridere alle sue sfuriate! A ogni modo lo zio, non lo ripeterò mai abbastanza, era un vero dotto. Benché qualche volta facesse a pezzi i campioni perché voleva saggiarli con troppa furia, s'univano in lui il genio del geologo e l'occhio acutissimo del mineralogista. Col suo martello, la sua punta d'acciaio, l'ago calamitato e il cannello e, soprattutto, col flacone dell'acido nitrico in mano, era un uomo da far paura. Dalla forma che assumeva quando era spezzato, dall'aspetto, dalla durezza, dalla fusibilità, dal suono, dall'odore e dal gusto d'un minerale qualsiasi, lui lo classificava senza un'esitazione tra le seicento specie che la scienza enumera al giorno d'oggi. Per questo motivo il nome di Lidenbrock era citato con onore nelle scuole, nelle associazioni scientifiche. I signori Humphry Davy, von Humboldt, i capitani Franklin e Sabine, non mancarono di venirgli a porgere i loro omaggi quando furono di passaggio ad Amburgo. I signori Becquerel, Ebelmen, Brewster, Dumas, Milne-Edwards, Saint Claire-Deville lo consultavano continuamente sulle questioni di maggiore attualità nel campo della chimica. Questa scienza gli doveva molte scoperte importanti: nel 1853 era stato pubblicato a Lipsia un Trattato di Cristallografia trascendente a firma di Otto Lidenbrock, in formato in folio con illustrazioni, libro che tuttavia non coprì con le scarse vendite neanche le spese di stampa. Si aggiunga a tutto ciò che mio zio era conservatore del museo mineralogico del signor Struve, ambasciatore di Russia: una collezione preziosa di rinomanza europea. Questo era dunque il personaggio che mi chiamava con tanta impazienza. Figuratevi un uomo alto, magro, d'una salute di ferro, con i capelli ancora così giovanilmente biondi che gli si davano almeno dieci anni di meno, considerato che aveva varcato la cinquantina. I suoi occhioni giravano di continuo dietro occhiali enormi; il naso, lungo e affilato, rassomigliava a una lama di rasoio; le malelingue sostenevano che era un naso calamitato e che aveva la facoltà di attirare la limatura di ferro. Pura calunnia: attirava solo il tabacco, e in gran quantità, se devo dire le cose come stanno. Quando avrò aggiunto che mio zio faceva sistematicamente dei passi lunghi mezza tesa, e che nel camminare teneva i pugni stretti stretti, prova dell'impetuosità del suo temperamento, ne saprete abbastanza sul conto suo: o almeno quel che basta a non cercare la sua compagnia. Il professore abitava nella sua casetta di Konigstrasse, per metà costruita in legno e per metà in mattoni, con un bel frontone dentellato. Dava su uno di quei canali curvilinei che si incrociano in mezzo al quartiere vecchio di Amburgo, fortunatamente rispettato dall'incendio del 1842. E' vero che la vecchia casetta era un po' sbilenca, è vero che sembrava sporgesse il ventre verso i passanti e che portasse il tetto sulle ventitré come il berrettino d'uno studente della Lega della Virtù, la società patriottica fondata dagli studenti tedeschi nel 1808 allo scopo di cacciare i Francesi e che ebbe molta importanza nella preparazione della guerra del 1813. La verticalità delle linee della casa dello zio, certo lasciava a desiderare, ma nell'insieme stava ancora salda in piedi con l'aiuto d'un vecchio olmo vigorosamente incastrato nella sua facciata. In primavera le sue gemme fiorite si spingevano sin contro i vetri delle finestre. Per essere un professore tedesco, mio zio si poteva considerare abbastanza ricco. La casa era di sua piena proprietà, contenente e contenuto. Il contenuto era costituito dalla figlioccia Grauben, una ragazza del land di 17 anni, dalla brava Marthe e da me. Nella mia duplice qualità di nipote e di orfano, ero ormai il suo assistente e lo aiutavo nelle sue ricerche. Devo ammettere che avevo attitudine per le scienze geologiche; sangue di mineralogista scorreva nelle mie vene e in compagnia dei miei preziosi sassolini non mi annoiavo mai. Insomma potevamo vivere felici e contenti in quella casetta della Konigstrasse, nonostante gli scatti di impazienza del padrone di casa, perché, sebbene me lo dimostrasse in modo alquanto brusco, anche lui mi voleva molto bene. Ma era un uomo che non aveva la virtù della pazienza ed era sempre superagitato. Quando, in aprile, aveva piantato nei vasi di maiolica del salotto alcune pianticelle di reseda o di convolvolo, non resisteva dall'andare a tirarne ogni mattina le foglioline pensando di farle crescere più velocemente. Con un originale del genere, non restava che ubbidire. Ecco perché mi precipitai nel suo studio. Capitolo 2. Quello studio era un vero museo. Vi si trovavano schedati in ordine perfetto, secondo le tre grandi suddivisioni di infiammabili, metallici e litoidi, tutti i campioni del regno minerale. Le conoscevo bene, io, tutte quelle carabattole mineralogiche! Quante volte, invece di andare a giocare coi miei coetanei, m'ero divertito a spazzolare le grafiti, le antraciti, le ligniti e le torbe! E i bitumi, le resine, i sali organici che dovevano essere difesi contro i pulviscoli della polvere! E i metalli, dal ferro sino all'oro, il cui valore relativo spariva di fronte alla assoluta eguaglianza dei campioni scientifici! E tutte quelle pietre sarebbero state sufficienti a ricostruire la casetta di Konigstrasse, persino con una camera in più, nella quale mi sarei sistemato come un pascià! Ma non pensavo a queste meraviglie mentre varcávo la soglia dello studio. Solo lo zio occupava i miei pensieri. Se ne stava sprofondato nella sua enorme poltrona tappezzata di velluto di Utrècht e teneva tra le mani un libro che stava esaminando con ammirazione profondissima. Che libro! Che libro! gridava lo zio, estasiato. Questa esclamazione mi fa ricordare che ho dimenticato di dirvi che il professor Lidenbrock è anche bibliomane nei momenti di svago: ma un libro valeva qualche cosa per lui soltanto se era introvabile o per lo meno illeggibile. Mi disse: Come? Non lo vedi? Stamattina frugando nella botteguccia di quell'ebreo, Hevelius, ho trovato un tesoro che non ha prezzo. Magnifico! risposi con scarso entusiasmo. Perché far tanto baccano per un vecchio volume in-quarto con il dorso e le plance di volgarissima vacchetta, un libraccio ingiallito da cui pendeva un segnapagina tutto sbiadito? Le meraviglie del professore si protraevano a lungo. Guarda! diceva, facendosi da solo la domanda e la risposta. Non è bello? Sì, è meraviglioso! E che rilegatura! Questo libro si apre facilmente? Sì, perché resta aperto a ogni pagina. E si chiude bene? Sì, perché copertina e fogli formano un insieme compatto, che non si separa né lascia interstizi in nessun punto! E questo dorso? Non ha una scalfittura, una sola, dopo settecento anni di vita! Ecco una rilegatura di cui Bonzerian, Closs o Purgold sarebbero andati fieri! Mentre diceva queste parole, lo zio non faceva che aprire e chiudere in continuazione il libro. Non potevo fare a meno di chiedere quale fosse il suo contenuto, benché la cosa non m'importasse neanche un po'. E qual è il titolo di questo splendido volume? domandai con una premura troppo entusiasta per essere sincera. Quest'opera, riprese lo zio infervorandosi, è l'Heims-Kringla di Snorre Turleson, famoso scrittore islandese del XII secolo; è la storia dei sovrani norvegesi che regnarono in Islanda. Accipicchia! dissi cercando di dare un senso ammirativo alla mia esclamazione. Con ogni probabilità è tradotto in tedesco, non è vero? Una traduzione? E che me ne farei della tua traduzione? Chi si preoccupa della tua traduzione? Questa è l'opera originale, è in islandese, una lingua magnifica, semplice e ricca nello stesso tempo, una lingua che permette combinazioni grammaticali svariatissime e varie modificazioni di parole! Come il tedesco, osservai. Sì, rispose lo zio con un'alzata di spalle, senza contare che l'islandese ammette i tre generi, come il greco, e declina i nomi propri come il latino! Ah! esclamai, un po' scosso nella mia indifferenza. E sono armoniosi i caratteri del libro? Caratteri? E chi ha mai parlato di caratteri, disgraziato? Si tratta di ben altro. Ecco qui: ti sembrano stampati? Ignorante! E' un manoscritto, un manoscritto runico! Runico? Sì, e adesso mi chiederai di spiegarti cosa significa. Me ne guarderò bene, replicai, ferito nel mio amor proprio. Ma lo zio non si fermò e si mise a insegnarmi nozioni che non mi interessavano affatto. Le rune, riprese a dire, erano caratteri di scrittura usati anticamente in Islanda e, secondo la tradizione, furono inventati dallo stesso Odino, il dio più importante della mitologia germanica e scandinava che ha molti caratteri comuni col Giove della mitologia greca. Guarda qui, sciagurato, ammira queste lettere uscite dalla fantasia di un dio! Non sapevo cosa ribattere e stavo per annuire, secondo quel modo di rispondere che deve piacere agli dèi e ai re, perché ha il grosso vantaggio di non imbarazzarli mai, qualora un imprevisto venga a sviare la conversazione. In quel momento fece la sua apparizione una pergamena tutta unta, che scivolò fuori dal libro e cadde a terra. Lo zio ci si precipitò sopra con una avidità facilmente comprensibile. Un vecchio documento, forse nascosto lì da chissà quanto tempo, aveva ai suoi occhi un valore immenso. Distese subito sulla tavola quel pezzo di pergamena, che era lungo cinque pollici e largo tre, e su cui si schieravano in righe orizzontali delle lettere alfabetiche incomprensibili. Ecco qui la loro esatta riproduzione. Voglio che si conoscano questi segni bizzarri perché da loro dipese la decisione del professor Lidenbrock e di suo nipote a intraprendere la più strana spedizione avvenuta nel XIX secolo. Per qualche minuto il professore esaminò i segni; poi sollevò gli occhiali e disse: E' runico. Sono lettere assolutamente identiche a quelle del manoscritto di Snorre Turleson. Chissà cosa vogliono dire? Poiché il runico era, secondo me, una invenzione dei dotti per abbindolare gli sprovveduti, fui proprio contento di vedere che anche lo zio non ci capiva un bel niente. Almeno così mi sembrò dal movimento delle sue dita che cominciavano ad agitarsi freneticamente. Mormorava tra i denti: Si tratta senza dubbio di islandese antico... E non credo si sbagliasse poiché era ritenuto un autentico poliglotta. Non che parlasse correntemente le duemila lingue e i quattromila dialetti che si parlano sulla terra, ma una buona parte di essi gli era nota. Stava per abbandonarsi a tutta l'impetuosità del suo caratteraccio di fronte a questa difficoltà, e già prevedevo la scenata che avrebbe iniziato, quando la pendola del caminetto scandì le due. E in quello stesso momento Marthe aprì la porta dello studio e annunciò: La minestra è in tavola. All'inferno la minestra! scoppiò lo zio. All'inferno chi l'ha fatta e chi se la mangerà! Marthe scappò precipitosamente. Io le corsi dietro e, senza rendermene conto, mi trovai subito al mio posto abituale in camera da pranzo. Aspettai qualche attimo. Il professore non venne. Era la prima volta, per quel che mi ricordavo, che non prendeva parte alla solenne cerimonia del pranzo. E che pranzo, poi! Minestrina al prezzemolo; frittata al prosciutto con acetosella e noce moscata, una lombatina di vitello e per finire gamberetti dolci, il tutto innaffiato da un eccellente vino della Mosella. Un vecchio scartafaccio imponeva la rinuncia a tutto questo ben di Dio. Da parte mia, da bravo nipote affezionato qual ero, mi credetti in obbligo di mangiare la parte dello zio oltre alla mia e lo feci proprio coscienziosamente. Mai successa una cosa simile! diceva la brava Marthe. Il professor Lidenbrock che non viene a tavola! E' incredibile. Sarà successo qualche cosa di grave, aggiungeva la domestica scuotendo la testa. La mia opinione personale era che stava per succedere solo una scenata spaventosa nel momento in cui lo zio si fosse reso conto che il suo pranzo era stato già divorato. Gustavo l'ultimo gamberetto quando una voce rimbombante mi strappò alle delizie del dessert. Con un salto entrai nello studio. Capitolo 3. Evidentemente è proprio runico, diceva il professore aggrottando le ciglia. Ma deve esserci un segreto e io lo scoprirò, altrimenti... Un gesto violento terminò il suo pensiero. Mettiti lì, aggiunse indicandomi il tavolino, e scrivi. Fui pronto in un attimo. Adesso ti detterò tutte le lettere del nostro alfabeto con la corrispondenza in lingua runica. Staremo a vedere. Ma, per San Michele non ti sbagliare, o saranno guai! Cominciò a dettare; mi dedicai al mio compito con la maggiore attenzione possibile. Una dopo l'altra furono dettate tutte le lettere. Si formò in questo modo questa incomprensibile sequenza di parole: m.rnlls esreuel, sgtssmf unteief, kt,samn atrateS, emtnael nuaect, Atvaar .nscrc ccdrmi eeutul, dt,iac oseibo, seecJde, niedrke, Saodrrn, KediiY. Terminata questa fase del lavoro, lo zio prese il foglio su cui avevo scritto e lo esaminò lungamente, con molta attenzione. Che cosa significa? ripeteva tra sé. Io certo non avrei potuto dirglielo, ve lo giuro. D'altra parte lui non mi chiese niente e continuò a parlottare da solo: Secondo me questo è un crittogramma, in cui il significato è nascosto sotto lettere appositamente disordinate, le quali tuttavia, messe nella giusta successione, potrebbero formare una frase comprensibile. E pensare che forse qui c'è l'indicazione o la spiegazione d'una grande scoperta! Da parte mia pensavo che non ci fosse proprio un bel niente, ma tenni per me la mia opinione, non si sa mai... A questo punto il professore prese libro e pergamena e ne fece un esame comparativo. Le due scritture non sono della stessa mano. Il crittogramma è posteriore al libro. Eccone una prova inconfutabile. Infatti la prima lettera è una doppia emme, lettera che cercheremmo inutilmente nel libro di Turleson, dato che fu aggiunta all'alfabeto islandese solo nel XIV secolo. Perciò tra manoscritto e documento corrono a dir poco due secoli. Questo discorso, lo ammetto, mi sembrò abbastanza logico. Sono quindi portato a pensare, riprese lo zio, che sia stato uno dei possessori del libro a scrivere il crittogramma. Ma chi diavolo sarà stato? Forse potrebbe aver messo il suo nome in qualche punto del manoscritto antico. Lo zio si tolse gli occhiali, prese una potente lente di ingrandimento e cominciò a esaminare con attenzione le prime pagine del libro. Sul retro della terza, l'occhiello, scoprì una specie di sgorbio che pareva a prima vista una macchiolina d'inchiostro. Tuttavia, esaminandola da vicino, vi si notavano alcune lettere cancellate a metà. Lo zio si rese conto che l'indizio era interessante; si accanì a decifrare lo sgorbio e con l'aiuto della lente riuscì a decifrare queste lettere dell'alfabeto runico che lesse senza esitare: Arne Saknussemm! esclamò trionfante. Ma questo è il nome di uno scienziato islandese del XVI secolo, un famoso alchimista! Guardai lo zio con una certa ammirazione. Gli alchimisti, proseguì, come Avicenna, Bacone, Lullo, Paracelso erano i soli, i veri scienziati del loro tempo. Questo Saknussemm potrebbe quindi aver nascosto sotto il crittogramma incomprensibile qualche meravigliosa invenzione. Dev'essere così. E' così. A quest'ipotesi la fantasia del professore si accendeva. Certo, risposi, ma che interesse poteva avere lo scienziato a nascondere in questo modo una scoperta meravigliosa? Perché? Perché? Eh, come posso saperlo. Forse Galileo non ha fatto altrettanto per Saturno? E poi staremo a vedere; scoprirò il segreto di questo documento: non mangerò, non dormirò finché non lo avrò decifrato.... Ah, perdinci! pensai. ...e naturalmente anche tu, Axel, concluse. Meno male che ho pranzato per due! dissi tra me e me. Prima di tutto, proseguì lo zio, bisogna trovare la chiave di questo messaggio cifrato. Non dovrebbe essere difficile. A queste parole drizzai subito le orecchie. Lo zio continuò il suo monologo. Anzi, è abbastanza facile. In questo documento ci sono 132 lettere, di cui 79 consonanti e 53 vocali. Ora le parole delle lingue meridionali rispettano più o meno questa proporzione, mentre i linguaggi nordici sono molto più ricchi di consonanti. Si tratta dunque d'una lingua meridionale. Conclusione giustissima. Ma qual è questa lingua? Era qui che ti volevo, caro zietto, anche se sei un analista dottissimo! Lui continuò: Questo Saknussemm era un dotto; e allora, se non scriveva nella sua madrelingua, doveva scegliere di preferenza la lingua delle persone colte della sua epoca, e cioè il latino. Se sbaglio tenterò col francese, lo spagnolo, I'italiano, il greco e l'ebraico. Ma gli scienziati del XVI secolo generalmente scrivevano in latino. Quindi ho il diritto di affermare a priori: questo è latino! Feci un salto sulla sedia. I miei ricordi di latinista si ribellavano all'insinuazione che quella serie di parole contorte potessero appartenere alla musicalissima lingua di Virgilio. Per esser latino, è latino, riprese lo zio. Ma è latino contraffatto. Adesso ci siamo! pensai. Se riuscirai a trovare l'originale sarai proprio bravo, caro zio. Esaminiamo con calma la situazione, e mentre diceva queste parole mi prese di mano il foglio su cui avevo scritto. Ecco una serie di 132 lettere che si presentano in gran disordine apparente. Vi sono parole in cui si incontrano solo consonanti come la prima m.rnlls, altre invece in cui le vocali abbondano, per esempio la quinta unteief, o la penultima, oseibo. Ora questa disposizione non può essere casuale: è prodotta matematicamente dalla ignota ragione che ha ispirato la successione di queste lettere. Credo di poter affermare con sicurezza che la frase originale deve essere stata scritta regolarmente, poi scomposta secondo una legge che dobbiamo trovare. Se uno scopre la chiave di questo messaggio cifrato, potrà leggerlo correntemente. Ma quale sarà questa chiave? Ce l'hai tu la chiave, Non risposi niente a questa domanda. Avevo una eccellente ragione: stavo guardando un bel ritratto che era appeso al muro, il ritratto di Grauben. La figlioccia dello zio si trovava in quel momento ad Altona presso una sua parente. La sua lontananza mi rendeva triste perché... e va bene, ve lo confesserò! Io e la bella virlandese ci volevamo bene con tutta la paziente flemma dei tedeschi. Senza che lo zio sapesse nulla, ci eravamo fidanzati. Lo zio era troppo attaccato alla geologia per capirci. Grauben era una gran bella ragazza: bionda, con gli occhi azzurri, col carattere piuttosto riservato e chiuso; eppure mi voleva molto bene. Da parte mia l'adoravo, se questo verbo esistesse nella lingua tedesca. L'immagine della mia graziosa virlandese mi aveva fatto sognare a occhi aperti trasportandomi nell'universo della fantasia e dei ricordi. Rividi la mia fedele compagna di giochi e di studi. Mi aiutava ogni giorno a tenere in ordine i preziosi minerali dello zio e vi attaccava i cartellini in mia compagnia. Era anche lei una mineralogista, la signorina Grauben! Avrebbe potuto dare lezioni a un professore universitario. Le piaceva molto approfondire i più ardui problemi scientifici. Quante dolcissime ore avevamo passato a studiare insieme! E quante volte avevo invidiato la sorte delle pietre insensibili che erano sfiorate dalle sue tenere manine! Quando veniva l'ora della ricreazione uscivamo insieme, ci incamminavamo per gli ombreggiati viali dell'Alster e andavamo al vecchio mulino incatramato, così suggestivo, all'altra estremità del lago. Strada facendo chiacchieravamo tenendoci per la mano. Quando eravamo arrivati in riva all'Elba, davamo la buona sera ai cigni che nuotavano tra le grandi ninfee bianche e ritornavamo in città col vaporetto. Ero arrivato proprio a questo punto culminante del mio sogno, quando lo zio batté un pugno sul tavolino e mi riportò violentemente alla realtà. Vediamo... la prima idea che viene in mente per camuffare le parole d'una frase è, mi pare, quella di scriverla verticalmente anziché in modo orizzontale. Perbacco! pensai. Vediamo se questo sistema funziona. Axel, scrivi una frase qualunque su quel pezzo di carta; ma invece di sistemare le lettere delle parole una dopo l'altra in senso orizzontale, mettile in successione in senso verticale, in modo da poter riunire le lettere in gruppi di cinque o sei. Mi resi conto di quello che desiderava e subito scrissi dall'alto in basso: Tiomca iobiod vmealb oonpae gleiGn lt,cr! Va bene, fece il professore senza leggere quello che scrivevo. Adesso metti le parole su una riga orizzontale. Obbedii e ottenni la frase seguente: Tiomca iobioa vmealb oonpae gleiGn It,cr! Benissimo! approvò lo zio. E mi tolse il foglietto dalle mani. Ecco assomiglia già a quel vecchio documento; le vocali e le consonanti sono raggruppate con lo stesso disordine. Vi sono anche maiuscole e segni di interpunzione proprio in mezzo alle parole esattamente come nella pergamena di Saknussemm! Devo ammettere che quelle considerazioni mi sembrarono molto ingegnose. Ora, continuò rivolgendosi a me direttamente, per leggere la frase che hai scritto, e che io non conosco, mi basterà prendere in successione la prima lettera d'ogni singola parola, poi la seconda, poi la terza, e così di seguito. E lo zio, con suo grande stupore, e mio ancor maggiore! lesse: Ti voglio molto bene, mia piccola Grauben! Come sarebbe?! esclamò il professore. Eh, sì, senza volerlo, senza accorgermene, da quell'innamorato sventato che ero, avevo scritto una frase compromettente. Ah! Allora ami Grauben? proseguì col classico tono di tutti i tutori di questo mondo. Sì... no... balbettai. Ami Grauben... ripeté macchinalmente. Benissimo, voglio dire, applichiamo lo stesso metodo al documento. Ricaduto nella sua mania indagatrice, lo zio s'era già scordato le mie parole imprudenti. Dico imprudenti perché la testa d'uno scienziato non poteva forse capire le cose del cuore. Ma per fortuna la smania di fare la scoperta del significato nascosto nel documento prevalse in lui. Al momento di fare la sua esperienza più significativa, gli occhi del professor Lidenbrock mandavano lampi attraverso gli occhiali. Le sue dita ebbero un leggero tremito quando prese la vecchia pergamena. Era profondamente commosso. Poi tossì con forza e con voce solenne, leggendo in successione la prima lettera e poi la seconda d'ogni parola, mi dettò la frase seguente: mmessunkaSenrA.icefdoKsegnittamurtn ecertserrette,rotaivsadua,edneesedsadne lacartniiilu JsiratracSarbmutabiledmek meretarcsilucoYsleffenSnJ Mentre finivo di scrivere, confesso d'essermi sentito emozionato. Le lettere dettate una per una non mi avevano suggerito alcun significato; mi aspettavo dunque che il professore lasciasse uscire dalle labbra con la sua solita magniloquenza una stupenda frase latina. Invece... e chi se lo sarebbe mai aspettato? Un pugno da scaricatore di porto fece traballare il tavolino. L'inchiostro schizzò fuori dal calamaio, la penna mi scappò di mano. Lo zio gridò: Non ci siamo! Non ha senso! Poi, attraversando lo studio con la velocità d'una palla da cannone, scendendo le scale come una valanga, si precipitò in Konigstrasse e se la dette a gambe levate. Capitolo 4. E' andato via? gridò Marthe, che era accorsa al fracasso del portone sulla strada. Era stato richiuso con tanta grazia che la casetta aveva tremato. Sì, risposi. Se n'è proprio andato. Ma... e il pranzo? Non pranzerà. E la cena? Non cenerà. Come? disse Marthe congiungendo le mani. No, cara la mia Marthe: non mangerà più. Anzi nessuno mangerà più in questa casa. Lo zio Lidenbrock ci terrà tutti digiuni fino al momento in cui avrà decifrato un vecchio scartafaccio di cui non si capisce niente! Gesù! E allora non ci resta che crepare di fame. Non osai confermarle che, data la testardaggine dello zio, quel destino appariva come inevitabile. Terribilmente preoccupata, la vecchia serva tornò in cucina. Guaiva come una cagna. Rimasto solo mi venne il pensiero di andare a riferire ogni cosa a Grauben. Ma come fare a lasciar la casa? Il professore poteva ritornare da un momento all'altro. E se m'avesse chiamato? E se avesse voluto ricominciare da capo quel logogrifamento a cui nemmeno il vecchio Edipo sarebbe stato capace di trovare una soluzione? Se mi chiamava e non mi trovava in casa, che avrebbe fatto? Era meglio rimanere. Un mineralogista di Besancon ci aveva appena mandato una collezione di geodi silicei, raggruppamenti irregolari di cristalli nella pietra silice, che dovevano essere classificati. Mi misi al lavoro. Ripulii, misi l'etichetta e disposi nella loro vetrina tutte quelle pietre cave, dentro le quali vibravano minuscoli, infiniti cristalli. Ma questo lavoro non mi distraeva dai miei pensieri. La faccenda di quel vecchio documento continuava stranamente a preoccuparmi; mi ribolliva in testa, mi sentivo un non so che, presentivo una catastrofe molto prossima. Dopo un'ora i geodi erano perfettamente in ordine nella vetrina. Mi buttai allora io, nella vecchia poltrona di Utrecht, con le braccia penzoloni e la testa all'indietro. Accesi la pipa dal lungo cannello ricurvo, che aveva scolpita sul cannello una voluttuosa najade sdraiata con indolenza; mi divertii poi a seguire con lo sguardo la carbonizzazione che lentamente trasformava la najade in una negretta. Ogni tanto mi mettevo ad ascoltare se si sentiva rumore di passi su per le scale. Ma niente. Dove sarà stato lo zio in quel momento? Me lo immaginavo mentre correva sotto gli alberi del bel viale di Altona gesticolando, battendo contro i muri col bastone, frustando l'erba delle aiuole con un violento movimento del braccio, decapitando i cardi e turbando il riposo delle cicogne solitarie. Sarebbe ritornato a casa con l'aria trionfante o scoraggiata? Chi avrebbe vinto? lui o il segreto? Rivolgevo a me stesso queste domande, quando presi distrattamente il foglio tra le mani. Mi ripetevo: che cosa significherà? Cercai di riunire le lettere in modo da formare parole di senso compiuto. Niente da fare. Provai a riunirle a gruppi di tre, di quattro, di cinque, di sei lettere: niente, non ricavai niente che avesse un senso. Vi erano però la quattordicesima, la quindicesima e la sedicesima che formavano la parola inglese ice, che vol dire ghiaccio. L'ottantaquattresima, l'ottantacinquesima e l'ottantaseiesima formavano la parola sir. Infine, nel corpo del documento alla terza riga notai le parole latine rota, mutabile, ira, nec, atra. Diavolo, pensai, queste ultime parole sembrerebbero dar ragione allo zio riguardo la lingua del documento! Inoltre alla quarta riga vedo anche la parola luco, cioè bosco sacro. E' anche vero però che alla terza riga si legge la parola tabiled di struttura tipicamente ebraica. E all'ultima riga i vocaboli mer, arc, mère sono schiettamente francesi. Che rompicapo diabolico! Quattro diverse lingue in quella frase assurda. Che rapporto poteva esserci tra ghiaccio, signore, collera, crudele, bosco sacro, mutabile, madre, arco o mare? Solo la prima e l'ultima si accostavano facilmente: non c'era da meravigliarsi se in un documento scritto in Islanda si facesse riferimento a un mare di ghiaccio. Ma da questo ad aver trovato la chiave per interpretare il crittogramma, ci correva. Mi dibattevo dunque contro una difficoltà insolubile; il mio cervello era in ebollizione; gli occhi avrebbero bucato il foglio; le centotrentadue lettere sembrava che mi ballassero il valzer attorno come quelle goccioline argentee che sembra si smuovano nell'aria attorno alla nostra testa, quando il sangue vi affluisce con eccessiva rapidità. Ero in preda a una sorta d'allucinazione; mi pareva di soffocare: avevo bisogno d'aria. Mi feci vento macchinalmente con quei fogli di carta, di cui si presentarono ai miei occhi successivamente diritto e rovescio. Con quanta meraviglia m'accorsi che in uno di questi veloci movimenti, nell'attimo in cui il rovescio era rivolto verso di me, apparivano parole perfettamente leggibili, parole latine, tra cui craterem e terrestre! La mia mente s'illuminò di colpo. Questi indizi bastarono a farmi intravedere la verità. Avevo decifrato il crittogramma. Per capire quel documento non era neanche necessario leggerlo attraverso il retro del foglio! Poteva essere letto correntemente così com'era, così come m'era stato dettato. Si avveravano dunque tutte le ingegnose supposizioni del professore. Aveva avuto ragione sia per quanto riguardava la disposizione delle lettere che per la lingua del documento! Per un soffio non era riuscito a leggere questa frase latina, e quel soffio... a me l'aveva offerto il caso. Immaginatevi quanto ero emozionato! I miei occhi si confondevano. Non potevo nemmeno leggere. Avevo steso il foglio sul tavolo: uno sguardo e mi sarei impadronito di quel segreto. Finalmente riuscii a calmarmi. Mi imposi di fare per due volte il giro della stanza allo scopo di distendere i nervi. Poi tornai a sprofondarmi nella grande poltrona. Dopo aver inspirato profondamente, esclamai: Leggiamo! Mi chinai sulla tavola, posi il dito in successione sulle varie lettere e senza fermarmi, senza esitare un attimo, pronunciai tutta la frase a voce alta. Ma quale stupore, quale paura m'invasero! Era come se fossi stato colpito da una bastonata in testa. Com'era possibile? Era proprio accaduto quel che avevo letto? Un uomo aveva avuto il coraggio temerario di penetrare sino... No e no! esclamai, balzando in piedi. Eh, no! Lo zio non lo saprà! Ci mancherebbe altro che venisse a conoscenza d'un simile viaggio. Di certo poi vorrebbe provarci anche lui! E niente potrebbe fermarlo! Figurarsi, un geologo ostinato come lui! Partirebbe in ogni caso, nonostante tutto e tutti! E mi porterebbe con sé. E non faremmo più ritorno. Mai, mai! Ero in uno stato di sovraeccitazione che non riesco a descrivere. No, no! Non avverrà mai! continuai con energia. Poiché ho il mezzo di impedire che il mio tiranno possa avere un'idea simile, lo farò. Voltando e rivoltando questo documento potrebbe per caso scoprirne la chiave! Distruggiamolo! Nel caminetto c'era un po' di brace. Presi non soltanto quel foglio di carta, ma anche tutta la pergamena di Saknussemm; stavo per buttare con mano febbrile quelle carte sui tizzoni e distruggere così quel pericoloso segreto, quando s'aprì la porta dello studio. Entrò mio zio. Capitolo 5. Feci appena in tempo a rimettere sul tavolo quel documento jettatorio. Il professor Lidenbrock sembrava nel mondo delle nuvole. Il suo pensiero dominante non gli dava tregua; aveva sviscerato il problema sino in fondo e adoperate tutte le risorse dell'immaginazione durante la passeggiata: adesso tornava per tentare ancora qualche nuova combinazione. Infatti si sedette in poltrona, prese la penna e cominciò a scrivere delle formule simili a un calcolo algebrico. Seguivo con lo sguardo la sua mano frettolosa, non perdevo un solo suo movimento. Forse stava per raggiungere l'insperata soluzione? Tremavo senza motivo, in quanto, avendo già trovato la combinazione esatta, la sola, ogni altro tentativo diveniva di conseguenza inutile. Senza dire una parola lo zio lavorò per tre lunghe ore: non alzò mai la testa. Cancellava, correggeva, raschiava, ricominciava da capo mille volte. Sapevo che prima o poi, se fosse riuscito a disporre quelle lettere in tutte le combinazioni matematicamente possibili, avrebbe trovato la frase giusta. Ma mi rendevo conto che venti lettere soltanto possono formare due quintilioni, quattrocentotrentadue quatrilioni, novecentodue trilioni, ottomiliardi, centosettantasei milioni e seicentoquarantamila combinazioni differenti. Bene, nella frase le lettere non erano venti, ma centotrentadue. Queste centotrentadue lettere potevano avere un numero di composizioni per lo meno di centotrentatré cifre, numero quasi impossibile a esprimersi e che sfugge a qualsiasi calcolo. Questo eroico tentativo di risolvere il problema mi rassicurava. Tuttavia il tempo passava; scese la notte; i rumori dalla strada cessarono. Lo zio, sempre chino sul tavolo, non si rese conto di niente: nemmeno che Marthe aveva socchiuso l'uscio. Niente. nemmeno la voce della nostra brava domestica che diceva: Il signore cenerà stasera? In tal modo Marthe dovette andarsene senza risposta. Da parte mia, dopo aver resistito ancora un po', fui preso da un sonno invincibile e mi appisolai sul canapè, mentre lo zio continuava con i calcoli e le cancellature. Il giorno seguente, appena mi destai mi resi conto che quel lavoratore infaticabile era ancora all'opera. Aveva gli occhi arrossati, era giallo come un limone, i capelli attorcigliati tra le dita tremanti. Gli zigomi arrossati bastavano a rivelare la sua lotta impari contro l'impossibile, e in quali fatiche intellettuali, in quale tensione fossero passate per lui tutte quelle ore. Devo dire che mi fece pena. Nonostante i rimproveri che credevo di potergli rivolgere, ormai mi lasciavo prendere dalla commozione. Quel poveruomo era tanto preso dalla sua idea da dimenticarsi perfino di andare in bestia. Tutta la sua vitalità si concentrava in un unico fuoco e poiché continuava a esser compressa, c'era da temere che quella tremenda tensione l'avrebbe fatto scoppiare da un momento all'altro. Con un solo gesto potevo aprirgli la morsa che lo attanagliava al cranio! Con una sola parola! E non lo feci! Eppure ero d'animo buono. Perché tacqui in quell'occasione? Nello stesso interesse dello zio. No e no! ripetevo a me stesso. Non parlerò! Si metterebbe subito in mente di andarci, lo conosco bene: nessuno potrebbe poi fermarlo. Ha una fantasia vulcanica: soltanto per fare ciò che nessun altro geologo ha fatto, sarebbe capace di rischiare la vita. Tacerò; manterrò questo segreto che ho scoperto per caso. Rivelarlo significherebbe condannare a morte il professor Lidenbrock! Lo indovini da solo, se ci riesce. Io non voglio dovermi rimproverare un giorno di averlo condotto alla sua perdita! Dopo aver preso questa decisione, incrociai le braccia e mi misi ad aspettare. Ma avevo fatto i conti senza un incidente che si verificò qualche ora dopo. Quando la brava Marthe volle uscire di casa per andare al mercato, trovò la porta di casa chiusa a chiave. E la grossa chiave non era nella toppa. Chi l'aveva tolta? Mio zio, evidentemente, quando era rientrato dalla sua precipitosa passeggiata la sera prima. Lo aveva fatto apposta? Lo aveva fatto per sbaglio? Voleva sottomettere anche noi ai rigori della fame? La cosa mi sarebbe sembrata grave. Come? Marthe e io dovevamo sopportare una situazione che non ci riguardava affatto? Doveva essere così. Mi ricordai un precedente tale da spaventarci. Infatti, qualche anno prima, quando lo zio lavorava alla sua classificazione mineralogica universale, rimase per quarantott'ore senza toccare cibo e tutta la famiglia dovette adattarsi a quella dieta scientifica. Per quanto mi riguardava, mi ricordavo ancora i tremendi crampi allo stomaco che ci avevo guadagnato: due giorni di digiuno per un giovanotto di buon appetito come me! Mi convinsi allora che anche il pranzo avrebbe fatto la fine della cena del giorno precedente. Stabilii tuttavia di resistere eroicamente senza cedere alle fitte della fame. Marthe, invece, la prendeva sul tragico, e ne soffriva, povera donna. Quanto a me l'impossibilità di uscire mi preoccupava di più, e a ragione. Credo che mi possiate capire. Lo zio lavorava sempre: la sua mente si perdeva nel mondo delle combinazioni; era lontanissimo dalla Terra e dai bisogni terrestri. Verso mezzogiorno la fame cominciò a tormentarmi seriamente. Innocentemente Marthe aveva divorato, la sera prima, tutto quello che c'era nella dispensa. In casa non rimaneva più niente di commestibile. Ciò nonostante tenni duro. Ne facevo una specie di punto d'onore con me stesso. Suonarono le due. La cosa diventava ridicola, addirittura intollerabile. Avevo gli occhi sbarrati dalla fame. Cominciai a dirmi che forse esageravo l'importanza di quel documento; che lo zio non avrebbe creduto; che forse l'avrebbe ritenuto una mistificazione; e che se proprio avesse voluto tentare l'avventura lo avremmo trattenuto contro la sua volontà; infine che avrebbe finito con lo scoprire da solo la chiave del crittogramma, e che allora io non ci avrei guadagnato altro se non le sofferenze del digiuno. Queste ragioni, che la sera prima avrei respinto con sdegno, mi sembrarono ottime. Trovai persino assurdo aver aspettato tanto a lungo. E mi decisi a dire tutto. Stavo cercando una maniera non troppo brusca per entrare in argomento, quando il professore si alzò, si mise il cappello e si preparò a uscire. Come sarebbe? Se ne andava e ci chiudeva dentro un'altra volta? Ah, no! Mai! Zio, dissi. Sembrava che nemmeno m'avesse sentito. Zio Lidenbrock! ripetei, alzando il tono di voce. Beh! rispose con l'aria d'uno che viene svegliato all'improvviso. Allora... la chiave... Quale chiave? Quella della porta? Ma no! Quella del documento! Mi guardò da sopra gli occhiali. Vide indubbiamente qualcosa di insolito nella mia fisionomia e allora mi prese rudemente per un braccio. Non riusciva a spiccicar parola, ma m'interrogava con lo sguardo. Ciò nonostante, mai domanda fu posta in maniera tanto perentoria. Io scossi la testa dall'alto in basso. Lui fece tentennare la sua, come se si fosse trovato di fronte a un pazzo. Allora io feci un piccolo sì con il capo. I suoi occhi mandarono fiamme, la mano divenne minacciosa nella stretta. Quella muta conversazione, in una circostanza simile, avrebbe interessato lo spettatore più indifferente. Effettivamente non avevo più il coraggio di parlare, tanto temevo d'esser soffocato dallo zio in un impeto furioso di gioia. Ma lui continuava a stringere in modo tale che fui costretto a rispondere: Sì... la chiave... per caso... Che cosa dici? esclamò con indescrivibile emozione. Ecco, farfugliai. E gli porsi il foglio su cui avevo scritto. Leggi. Ma non significa niente! rispose appallottolando la carta. Nulla se cominciamo a leggere dal principio, ma letto a rovescio... Non riuscii a finire la frase. Il professore gettò un urlo, ma che dico un urlo! Era un vero ruggito! Nella sua mente s'era manifestata la rivelazione. Era trasfigurato. Ah, ingegnoso Saknussemm! gridò. Avevi dunque cominciato con lo scrivere a rovescio la tua frase?! Si precipitò sul foglietto con occhio già appannato e lesse a voce appena percettibile tutto il documento risalendo dall'ultima lettera alla prima. Era così concepito: In Sneffels Yoculis craterem kem delibat Umbra Scartaris Julii intra calendas descende Audas viator, et terrestre centrum attinges. Kodfeci. Arne Saknussemm. E cioè, se traduciamo questo latino tutt'altro che classico: Discendi nel cratere dello Jokull di Sneffels Che l'ombra dello Scartaris viene a lambire prima delle calende di luglio, Viaggiatore audace, e giungerai al centro della Terra. Ecco quello che io feci. Ame Saknussemm Dopo aver letto, lo zio fece un salto come se avesse sfiorato distrattamente una bottiglia di Leyda, il condensatore elettrico a forma di bottiglia di vetro che assunse il nome dalla località in cui fu inventato nel 174O. Era tornato coraggioso, contento, anzi entusiasta. Andava in su e in giù, si picchiava la testa, spostava sedie, ammucchiava libri, buttava in aria i diletti geodi (incredibile!), qui dava un pugno, là una manata. Finalmente si rilassò e, sfinito da quel dispendio di energie, ricadde nella poltrona. Dopo un istante di silenzio chiese: Ma che ore sono? Le tre. Ho fatto presto a digerire. Ho una fame! Torniamo a tavola, e poi... poi... Poi? Comincerai a preparare le valigie. Quali valigie? Le mie. E anche le tue! rispose lo spietato professore mentre finalmente entrava in sala da pranzo. Capitolo 6. Un brivido mi corse per tutto il corpo a queste parole. Ma riuscii a trattenermi. Volli fare buona figura, anzi, poiché solo argomenti di carattere scientifico avrebbero potuto fermare il professor Lidenbrock. Ora, contro la possibilità d'un viaggio simile, argomenti ce n'erano a bizzeffe, ed eccellenti! Andare al centro della Terra! Quale follia! Riservai al momento opportuno le mie qualità dialettiche e dedicai tutto me stesso al pranzo. Non sto a riferire le imprecazioni dello zio quando non trovò la tavola apparecchiata. Tutto venne spiegato e fu concesso a Marthe d'uscire. Lei si precipitò al mercato e fu così brava che nemmeno un'ora dopo la mia fame poté essere placata e io tornai a rendermi conto della situazione. Lo zio era quasi allegro mentre mangiavamo; gli venivano alle labbra quelle barzellette da intellettuale che sono piuttosto innocue. Dopo la frutta mi fece segno di seguirlo nello studio. Obbedii. Ci sedemmo alle due estremità del suo scrittoio. Con un tono di voce quasi suadente, mi disse: Axel, sei un ragazzo davvero ingegnoso! Mi hai reso un gran servizio proprio quando stavo per desistere dalla ricerca, stanco di lottare. Dove mi sarei smarrito? E chi può saperlo? Non lo dimenticherò mai, ragazzo mio: avrai la tua parte della gloria che stiamo per conquistare. E' di buonumore, pensai, è il momento buono per discutere un po' di questa gloria. Prima di tutto, continuò lo zio, ti raccomando il segreto assoluto, capisci? Nell'ambiente scientifico ci sono tanti invidiosi e parecchi vorrebbero intraprendere questo viaggio di cui non sapranno niente fino al nostro ritorno. E tu credi, soggiunsi, che il numero di questi temerari sia così grande? Certamente! Chi potrebbe avere esitazioni di fronte alla conquista d'una simile gloria? Se questo documento fosse conosciuto, un esercito intero di geologi si precipiterebbe sulle tracce di Arne Saknussemm! E questo che non mi persuade, caro zio. Cosa prova l'autenticità del documento? Come? E il libro in cui l'abbiamo scoperto? E sia... posso anche accettare che Saknussemm abbia scritto lui quel messaggio: ma perché dedurne che ha compiuto veramente quel viaggio? La vecchia pergamena non potrebbe contenere una mistificazione? Fui quasi pentito d'aver pronunciato quella frase un po' azzardata. Il professore aggrottò le folte sopracciglia ed ebbi paura di aver compromesso il seguito di quella conversazione. Per fortuna non successe niente. Il mio severo interlocutore ebbe appena un sorrisino di commiserazione e mi rispose: E' quello che vedremo. Ah! osservai con un po' d'irritazione. Permettimi almeno di esporre tutte le mie obiezioni sul documento. Parla, parla, ragazzo, senza soggezione. Ti lascio piena libertà di esporre le tue opinioni. In questo momento non sei mio nipote: sei un mio collega. Dì pure. Bene, innanzi tutto: chi è Jokull, cos'è lo Sneffels e cos'è lo Scartaris. Non li ho mai sentiti nominare. Bazzecole. Poco tempo fa ho ricevuto dal mio amico Augustus Petermann di Lipsia una carta geografica: non poteva arrivare più a proposito. Prendi il terzo atlante nella seconda file della biblioteca grande, serie Z, tavola 4. Mi alzai e grazie a quelle precise indicazioni, trovai subito la carta richiesta. Mio zio la consultò e disse: Questa dell'Henderson è una delle migliori carte dell'Islanda e io credo che darà una risposta alle tue obiezioni. Mi chinai sulla carta. Guarda quest'isola vulcanica, disse il professore. Osserva: questi luoghi portano tutti il nome di Jokull. Questa parola significa ghiacciaio nella lingua islandese; alla elevata latitudine di quell'isola, la maggior parte delle eruzioni si aprono la strada attraverso uno strato di ghiaccio. Ecco perché tutti i ghiacciai dell'isola si chiamano Jokull. Va bene, ammisi. E lo Sneffels? Speravo che non ci fosse risposta alla mia domanda. Ma mi sbagliavo. Lo zio continuò: Seguimi lungo la costa occidentale dell'Islanda. Ecco questa è la capitale Reykjavik. Adesso risali gli innumerevoli fiordi di queste coste erose dal mare e arrestati appena al di sotto del 65° grado di latitudine. Che cosa vedi? Una specie di penisola simile a un osso spolpato che finisce con una rotula enorme. Paragone azzeccato, ragazzo. Cosa vedi sulla rotula? Una montagna che sembra essere sorta dal mare. Benissimo. E' lo Sneffels. Lo Sneffels? Certo! Una montagna alta 5.000 piedi, una delle più importanti dell'isola e senza dubbio tra poco la più famosa al mondo, se il suo cratere porta dritto dritto al centro della Terra. Ma è impossibile! esclamai con l'alzata di spalle, ribellandomi a una supposizione del genere. Impossibile?! fece eco il professore in tono severo. E perché mai? Perché di certo questo cratere sarà ostruito dalle lave, dalle pietre, ardenti, e così... E se fosse un cratere spento? Spento? Sì, il numero dei vulcani attivi nella Terra è oggi circa di trecento, ma quello dei vulcani spenti è assai superiore. Lo Sneffels è tra questi ultimi. In epoca storica ha avuto una sola eruzione, nel 1229: da allora ha rumoreggiato sempre meno e non è più considerato un vulcano attivo. Non potevo contrastare in nessun modo queste affermazioni così recise; mi buttai perciò sugli altri punti oscuri che c'erano nel documento. Che significa una parola come Scartaris? chiesi. E cosa c'entrano le calende di luglio? Lo zio tacque per un po': rifletteva. Ebbi un attimo di speranza, ma un attimo solamente, perché mi rispose quasi subito in questo modo: Quello che per te è oscuro, per me è chiarissimo, sono informazioni che provano ancora di più con quanta cura Saknussemm abbia voluto determinare la sua scoperta. Lo Sneffels presenta vari crateri; è dunque necessario indicare qual è quello che conduce al centro della Terra. Che cosa ha fatto il grande scienziato islandese? Ha osservato che verso le calende di luglio, cioè verso la fine di giugno uno dei picchi della montagna, il picco Scartaris, suppongo, gettava la sua ombra sino alla apertura del cratere che ci interessa, e ha annotato la circostanza sul documento. Poteva immaginare indicazione più precisa? Quando saremo arrivati in cima allo Sneffels non avremo esitazioni sulla via da prendere. Lo zio aveva proprio una risposta per tutto. Mi resi conto che per quanto riguardava le parole della vecchia pergamena era inutile attaccarlo. Smisi perciò di assillarlo a questo proposito, e poiché dovevo tentare di convincerlo, passai alle obiezioni scientifiche, tutte gravissime, secondo me. Bene, dissi, sono costretto a convenire che la frase di Saknussemm è proprio molto chiara e non dà adito a dubbi. Ammetto anche che il documento ha tutta l'aria di essere autentico. Quello scienziato è davvero sceso in fondo allo Sneffels; ha visto l'ombra dello Scartaris sfiorare l'orlo del cratere prima delle calende di luglio; ha anche sentito raccontare nei racconti leggendari del suo tempo che quel cratere faceva capo al centro della Terra; ma quanto a esserci arrivato lui di persona, quanto ad aver portato a termine il viaggio, se mai l'ha intrapreso, e quanto all'esserne tornato, no, cento volte no! E la ragione? chiese lo zio con un tono straordinariamente ironico. La ragione è che ogni teoria scientifica dimostra che un'impresa del genere è inattuabile. Tutte le teorie dicono così? rispose il professore con finta bonomia. Ah, che brutte teorie! Ah, quanto ci imbarazzeranno queste teorie! M'accorsi che mi prendeva in giro, ma continuai lo stesso. Sì! E' universalmente noto che il calore cresce di un grado ogni venti metri di profondità sotto la superficie del globo terrestre; ora, ammettendo questa proporzione costante, dato che il raggio minimo terrestre è di 6.356 chilometri, nel centro deve esserci una temperatura di almeno duecentomila gradi. Le materie si trovano dunque allo stato incandescente al centro della Terra, poiché i metalli, a cominciare dall'oro e dal platino, e anche le rocce più dure, non resistono a un calore del genere. Ho dunque pieno diritto di chiedere come faremo ad arrivare a un ambiente simile. Sicché, Axel, quello che ti preoccupa è il calore? Certo. Se arrivassimo alla profondità di soli quaranta chilometri ci troveremmo al limite della crosta terrestre: ebbene, in quel punto la temperatura è già superiore ai milletrecento gradi. E tu hai paura di fondere? Lascio decidere te, risposi, molto seccato. Ed ecco che cosa decido io, replicò il professore con molto sussiego. Il fatto è che né tu né nessun altro sa con esattezza quello che succede al centro del globo, per il fatto che se ne conosce soltanto la dodicimillesima parte del raggio; che la scienza è eminentemente perfettibile e ogni teoria è annullata di continuo da quella seguente. Non si è forse creduto sino ai tempi di Fourier (Joseph Fourier, 1768-1830, famoso scienziato e matematico francese) che la temperatura degli spazi celesti andasse sempre più diminuendo, e non si sa forse oggi che i maggiori freddi delle regioni eteree non superano i 40 o i 50 gradi sotto zero? Perché non potrebbe capitare la stessa cosa anche per il calore interno? Perché non potrebbe toccare a una certa profondità un limite insuperabile, invece di continuare ad aumentare sino al punto di fusione dei minerali più refrattari? Visto che lo zio poneva la questione sul terreno delle ipotesi, io non ebbi niente da rispondere. Ebbene, continuò, debbo dirti che vari scienziati, tra cui Poisson (Denis Poisson, 1781-1840, fisico francese, fondatore della meccanica razionale) hanno provato che se al centro della Terra esistesse un calore di duecentomila gradi, i gas incandescenti sviluppati dalle materie fuse avrebbero una tale forza di espansione che la crosta terrestre non potrebbe resistere e scoppierebbe, come le pareti d'una caldaia sotto la pressione d'un vapore troppo bollente. E' l'opinione di Poisson, zio. Di Poisson e basta. Verissimo. Ma altri eminenti geologi sostengono che l'interno del globo non è formato né da gas, né da acqua, né dalle pietre più pesanti che conosciamo, poiché in tal caso la Terra avrebbe un peso due volte minore. Colle cifre si può provare tutto quello che si vuole! E non avviene forse lo stesso con i fatti, ragazzo mio? Non è accertato che il numero dei vulcani è assai diminuito dai tempi della creazione? Anche ammessa l'esistenza del calore centrale, non si potrebbe sostenere che esso tende a diminuire? Zio, se continui a perderti in supposizioni, credo sia inutile continuare la discussione. Devo dire solo che persone molto competenti sono della mia stessa opinione. Ti ricordi della visita che mi fece nel 1825 il celebre chimico inglese Humphry Davy? Neanche un po': sono nato diciannove anni dopo. Beh, Humphry Davy mi venne a trovare mentre era di passaggio ad Amburgo. Discutemmo a lungo, tra l'altro, sul fatto che il nucleo interno della Terra fosse liquido. Eravamo entrambi d'accordo sul fatto della insussistenza di quella liquidità per ragioni assolutamente inoppugnabili sul piano scientifico. E quali? chiesi leggermente stupito. Che come quella dell'oceano, anche quella massa liquida sarebbe stata soggetta all'attrazione della Luna. Quindi, due volte al giorno sarebbero avvenute maree interne con la conseguenza di sollevare la crosta terrestre dando luogo a terremoti periodici. Eppure è evidente che la superficie della Terra è stata sottoposta a combustione. Sembra lecito supporre che innanzi tutto si sia raffreddata la crosta esterna, mentre il calore si rifugiava al centro. Errore! proruppe lo zio. La Terra è stata riscaldata dalla combustione della sua superficie, e non altrimenti. La superficie era composta da una grande quantità di metalli, come il potassio e il sodio che hanno la proprietà di infiammarsi al solo contatto dell'aria e dell'acqua. Questi metalli, presero fuoco quando i vapori atmosferici si precipitarono al suolo sotto forma di pioggia e, a poco a poco, quando le acque si infiltrarono nelle fessure della crosta terrestre, determinarono nuovi incendi con esplosioni ed eruzioni. Ecco il motivo per cui i vulcani erano tanto numerosi nei primi giorni del mondo. Quasi controvoglia fui costretto a esclamare: Questa sì che è un'ipotesi ingegnosa! Ipotesi che Humphry Davy volle provare lui stesso con un esperimento semplicissimo. Formò una palla metallica con prevalenza dei due metalli che ho detto. Essa raffigurava perfettamente il nostro globo. Se si faceva cadere sulla sua superficie una finissima pioggia, essa si gonfiava, si ossidava e formava una piccola montagna in miniatura al cui apice si spalancava una sorta di cratere; avveniva l'eruzione e a tutta la palla veniva comunicato un calore tale che tenerla in mano diventava impossibile. Cominciavo a sentirmi scosso dagli argomenti del professore, se debbo dire la verità. Lidenbrock li esponeva con la passione e con l'entusiasmo che gli erano abituali. Come vedi, Axel, riprese, in cosa consista il nucleo centrale della Terra è argomento di dispute tra i geologi. Niente è meno provato della teoria del calore interno. Secondo me, quel calore non esiste, non potrebbe esistere, e lo vedremo. D'altra parte tra poco, come Arne Saknussemm, sapremo direttamente cosa pensare della questione. Mi sentii vincere dallo stesso entusiasmo e risposi: Ebbene... sì, lo vedremo... se vedremo qualche cosa. Perché no? Potremo fare assegnamento su fenomeni elettrici ben capaci di fornirci una sorta di illuminazione. Ci aiuterà anche l'atmosfera, che la pressione può rendere luminosa man mano che ci avvicineremo al centro... Sì, dissi, dopo tutto... è possibile. E' certo! rispose lo zio con accento trionfante. Ma... silenzio! Intendimi bene: silenzio assoluto su tutto questo. A nessuno deve venire in mente di andare prima di noi alla scoperta del centro della Terra! Capitolo 7. Così ebbe termine quella memorabile seduta: una conversazione che mi fece venire la febbre. Uscii stordito dallo studio di mio zio, e non mi parve che ci fosse aria sufficiente nelle vie di Amburgo per rimettermi in sesto. Raggiunsi la riva dell'Elba, dalla parte della chiatta a vapore che mette la città in comunicazione con la ferrovia di Harbourg. Quel che avevo udito mi aveva convinto? Non avevo subìto l'ascendente del professor Lidenbrock? Dovevo prendere sul serio il suo proposito di arrivare al centro della massa terrestre? Avevo udito le speculazioni insensate di un pazzo o le deduzioni scientifiche di un grande genio? E in tutto ciò, dov'era il limite della verità, dove cominciava l'errore? Ondeggiavo tra mille ipotesi contraddittorie, senza potermi aggrappare a nessuna di esse. Ricordavo però di essere rimasto convinto, benché il mio entusiasmo cominciasse a moderarsi; ma avrei voluto partire immediatamente e non perdere tempo a riflettere. Sì, in quel momento avrei avuto il coraggio di fare la valigia. Devo però confessare che, un'ora dopo, quella sovraeccitazione diminuì, i miei nervi si distesero e dai profondi abissi della Terra risalii alla sua superficie. E' assurdo! esclamai. Non c'è senso comune! Non è una proposta seria da fare a un giovane di buon senso. Non esiste nulla di tutto ciò. Ho dormito male, ho fatto un brutto sogno. Frattanto avevo seguito la riva dell'Elba e fatto il giro della città. Dopo aver risalito il porto, ero arrivato sulla strada d'Altona. Mi guidava un presentimento, presentimento giustificato poiché non tardai a scorgere la mia piccola Grauben che tornava, seria seria, ad Amburgo col suo passo svelto. Grauben! le gridai da lontano. La fanciulla si fermò, un po' turbata, credo, di sentirsi chiamare così su una strada importante. In due salti le fui accanto. Axel! esclamò stupita Ah, mi sei venuto incontro... Molto ben fatto, signore... Ma, guardandomi, Grauben non poté non notare la mia aria inquieta, sconvolta. Che ti è successo? mi disse stendendomi la mano. Che cosa è successo, Grauben? ripetei. In due secondi e in tre frasi la mia bella virlandese era al corrente della situazione. Rimase per qualche momento in silenzio. Il suo cuore palpitava all'unisono col mio? Non lo so, ma la sua mano nella mia tremava. Percorremmo un centinaio di passi senza parlare. Axel! disse alla fine. Grauben cara! Sarà un bel viaggio. Sussultai a quelle parole. Sì, Axel, e degno del nipote di uno scienziato. E' una bella cosa che un uomo si distingua per qualche grande impresa. Come, Grauben, tu non mi distogli dal tentare una spedizione simile? No, caro Axel, e io accompagnerei volentieri te e tuo zio, se una povera ragazza non fosse per voi un imbarazzo. Dici davvero? Dico davvero. Ah, donne, ragazze, cuori femminili sempre incomprensibili! Quando non siete gli esseri più timidi, siete i più coraggiosi! La ragione con voi non ha niente a che spartire. Come? Quella ragazzina mi incoraggiava a tentare la spedizione, e non avrebbe esitato a prendere parte all'avventura? Mi spingeva a farlo! Eppure mi amava. Mi sentivo sconcertato, e, devo confessarlo, anche un po' vergognoso. Grauben, ripresi, vedremo se domani parlerai in questo modo. Domani, caro Axel, parlerò come oggi. Tenendoci per mano, ma in un profondo silenzio, proseguimmo per la via. Ero abbattuto dalle emozioni della giornata. Dopo tutto, pensai, le calende di luglio sono ancora lontane, e fino ad allora succederanno molte cose che guariranno mio zio dalla sua mania di viaggiare sotto terra. Quando arrivammo alla casa di Konigstrasse era scesa la notte. Io mi aspettavo di trovare la casa tranquilla, mio zio già a letto, come al solito, e la buona Marthe che dava alla sala da pranzo l'ultima spolveratura. Ma non avevo fatto i conti con l'impazienza del professore. Lo trovai che gridava, si agitava in mezzo a un gruppo di facchini che scaricavano nel viale certe mercanzie. La vecchia domestica non sapeva dove sbattere la testa. Finalmente sei qui, Axel! Fa' presto, disgraziato! gridò lo zio appena mi scorse da lontano. E la tua valigia che non è ancora fatta! E le mie carte che non sono in ordine! E la chiave che non trovo del mio sacco da viaggio! E le mie ghette che non arrivano! Rimasi sbalordito. Mi mancava la voce e potei articolare appena queste parole: Ma allora partiamo?... Ma certo, disgraziato ragazzo, che se ne va a spasso invece di essere qui. Partiamo? ripetei con voce fatta più debole. Ma sì, dopodomani all'alba. Non udii altro perché corsi a rifugiarmi nella mia cameretta. Nessun dubbio possibile: mio zio aveva impiegato tutto il pomeriggio a procurarsi una parte degli oggetti e degli utensili necessari al viaggio. Il corridoio era ingombro di scale di corda, di corda a nodi, di torce, di borracce, di uncini di ferro, di picconi, di mazze ferrate, di zappe, così numerosi da poter caricarne almeno dieci uomini. Dopo aver passato una notte spaventosa, la mattina mi sentii chiamare per tempo. Avevo stabilito di non aprire la porta; ma come resistere alla dolce voce che pronunciava queste parole: Axel, Axel caro!? Uscii dalla camera pensando che il mio aspetto disfatto, il mio pallore, gli occhi arrossati dall'insonnia avrebbero prodotto il loro effetto su Grauben e mutato le sue idee. Oh, caro Axel, mi disse, vedo che stai meglio e che la notte ti ha calmato. Calmato! esclamai. Corsi allo specchio. Ebbene, avevo un aspetto meno abbattuto di quanto supponevo: era una cosa da non credere. Axel, mi disse Grauben, ho parlato a lungo col mio tutore. E' uno scienziato ardimentoso, un uomo di grande coraggio, e tu non devi dimenticare che nelle tue vene scorre il suo sangue. Mi ha parlato dei suoi progetti, delle sue speranze, del perché e come spera di raggiungere la mèta. Ci arriverà, ne sono sicura. Ah, caro Axel, è bello dedicarsi alla scienza! La gloria che attende il professor Lidenbrock rifluirà anche sul suo compagno! Al ritorno, Axel, tu sarai un uomo, un suo pari, libero di parlare, libero di agire, libero infine di... La fanciulla arrossì, non completò la frase. Alle sue parole mi sentivo rianimato, pur non volendo ancora credere alla partenza. Condussi Grauben verso lo studio del professore. Zio, dissi entrando, è proprio deciso che partiremo? E puoi dubitarne? No, risposi per non contrariarlo, ti chiedo soltanto perché tanta fretta. Il tempo! Il tempo che fugge con irresistibile velocità! Ma siamo appena al 26 maggio, e fino alla fine di giugno... Ah! Tu credi dunque, ignorante, che ci si possa recare così facilmente in Islanda? Se non ti fossi allontanato come un pazzo, ti avrei condotto all'ufficio di Copenaghen della Compagnia Liffender e C. e là avresti saputo che da Copenaghen a Reykjavik c'è un traghetto solo, il 22 di ogni mese. Ebbene? Ebbene, se aspettassimo fino al 22 giugno, arriveremmo troppo tardi per poter vedere l'ombra dello Scartaris lambire il cratere dello Sneffels! Bisogna dunque raggiungere al più presto Copenaghen per cercarvi un mezzo di trasporto. Va' a farti la valigia! Non c'era niente da rispondere. Tornai in camera mia, e Grauben mi seguì. Fu lei che si prese l'incarico di mettere in ordine, in una valigetta, quanto era necessario al mio viaggio. Non era più commossa che se si fosse trattato di una passeggiata fino a Lubecca o a Helgoland: moveva le manine senza alcuna precipitazione, parlava con calma, dava le ragioni più sensate a favore della nostra spedizione: insomma m'incantava e nello stesso tempo provavo una grande collera contro di lei. Qualche volta fingevo di incollerirmi, ma lei non ci badava, continuando metodicamente il suo tranquillo lavoro. Finalmente, stretta l'ultima cinghia della valigia, scesi al piano terreno. Durante la giornata i fornitori di strumenti di fisica, di armi, di apparecchi elettrici, si erano moltiplicati: la brava Marthe ci perdeva la testa. Il signore è forse impazzito? mi chiese sottovoce. Risposi con un cenno affermativo. E la conduce con sé? Altro cenno uguale. E dove? Indicai col dito il centro della Terra. In cantina? esclamò la vecchia domestica. No! risposi finalmente. Più giù. Scese la sera e non avevo più coscienza del tempo passato. A domani! disse mio zio. Partiremo alle sei precise. Alle dieci mi lasciai cadere sul mio letto come una massa inerte. Durante la notte i terrori mi ripresero. La trascorsi a sognare abissi! Ero in preda al delirio. Mi sentivo stretto dalla mano vigorosa del professore, trascinato, inabissato, annegato nella mota! Cadevo in fondo a insondabili precipizi con la velocità crescente dei corpi abbandonati nello spazio. La mia vita altro non era più che un'interminabile caduta. Mi svegliai alle cinque, rotto dalla stanchezza e dall'emozione, e discesi in sala da pranzo. Lo zio era a tavola e divorava. Lo guardai con un senso di orrore. Non dissi nulla perché Grauben era presente, ma non potei mangiare. Alle cinque e mezzo, dalla strada giunse un rotolio di ruote: era un'ampia vettura che doveva portarci alla stazione di Altona, e che fu presto piena di bagagli dello zio. E la tua valigia? mi chiese. E' pronta, risposi sentendomi mancare. Spicciati a portarla giù, se non vuoi farci perdere il treno. Mi parve allora impossibile lottare contro il destino. Risalii in camera, e mandando la valigia a scivolare giù per i gradini, mi lanciai dietro di essa. In quel momento lo zio rimetteva solennemente tra le mani di Grauben le redini della casa. La bella virlandese conservava la sua calma abituale. Abbracciò il tutore, ma non poté trattenere una lacrima sfiorando la mia gota. Grauben! esclamai. Va', caro Axel, va', mi rispose, tu lasci una fidanzata ma al ritorno troverai una moglie. Strinsi fra le braccia la mia Grauben e presi posto nella vettura. Dalla soglia, Marthe e la fanciulla ci volsero un ultimo saluto; poi i cavalli, eccitati dal fischio del conducente, si lanciarono al galoppo sulla via d'Altona. Capitolo 8. Vero sobborgo di Amburgo, Altona è il capolinea della ferrovia di Kiel, che doveva portarci alla riva del Belt. In meno di venti minuti, entravamo nel territorio dell'Holstein. Alle sei e mezzo la vettura si fermò davanti alla stazione; i numerosi bagagli dello zio, quei colli voluminosi furono scaricati, trasportati, pesati, etichettati, ricaricati nel bagagliaio, e alle sette eravamo seduti in uno scompartimento, l'uno di fronte all'altro. Il vapore fischiò e la locomotiva si mise in movimento: eravamo partiti. Ero rassegnato? Non ancora. Tuttavia, l'aria fresca del mattino e i particolari del paesaggio, rapidamente rinnovati dalla velocità del treno, mi distraevano dalla mia grande preoccupazione. Quanto al professore, evidentemente il suo pensiero oltrepassava il treno, troppo lento per la sua impazienza. Eravamo soli nel vagone e non parlavamo. Mio zio passava in rivista con minuziosa attenzione le sue tasche e il sacco da viaggio. Fui sicuro che non gli mancava nessuno degli oggetti necessari all'esecuzione del suo progetto. Tra l'altro, un foglio piegato con cura portava la intestazione della cancelleria danese e la firma del signor Christiensen, console ad Amburgo e amico del professore. Doveva servire a ottenere a Copenaghen una raccomandazione per il governatore dell'Islanda. Scorsi anche il famoso documento preziosamente nascosto nello scompartimento più segreto del portafoglio. Lo maledissi dal fondo del cuore, e mi rimisi a esaminare il paese. Era un vasto séguito di pianure poco variate, monotone, limacciose e abbastanza feconde: una campagna assai favorevole all'impianto di una ferrovia e adatta a quelle linee rette così care alle compagnie ferroviarie. Ma quella monotonia non ebbe il tempo di stancarmi poiché, tre ore dopo la partenza, il treno si fermava a Kiel, a due passi dal mare. Non dovemmo occuparci dei bagagli, essendo registrati per Copenaghen. Però il professore li seguì con un occhio inquieto durante il trasporto sul battello a vapore, dove scomparvero nella stiva. Nella sua precipitazione, mio zio aveva calcolato così bene le ore di corrispondenza della ferrovia e del battello, che ci restava libera un'intera giornata. La nave Ellenora non partiva prima di notte. Quindi seguì uno stato febbrile di nove ore, durante il quale l'irascibile viaggiatore mandò a tutti i diavoli l'amministrazione dei battelli, quella delle ferrovie e i governi che tolleravano simili abusi. Io dovetti dargli man forte quando assalì a tal proposito il capitano dell'Ellenora. Pretendeva che accendesse i fuochi senza perdere un minuto; ma l'altro lo mandò a spasso. Come dovunque, anche a Kiel bisogna bene far passare la giornata. A furia di passeggiare sulle rive verdeggianti della baia, in fondo alla quale s'innalza la piccola città, di percorrere i fitti boschetti che le danno l'aspetto di un nido in un folto di rami, di ammirare le ville provviste ciascuna del loro annesso per i bagni freddi, di correre e di brontolare, facemmo le dieci di sera. I turbinii di fumo dell'Ellenora si alzavano nel cielo; il ponte tremava sotto i fremiti delle caldaie, e noi eravamo a bordo, proprietari delle due cuccette nell'unica cabina. Alle dieci e un quarto le ancore furono ritirate e lo streamer filò rapidamente sulle cupe acque del Gran Belt. La notte era buia e c'era una forte brezza e il mare mosso; nelle tenebre apparvero alcuni fuochi della costa, più tardi, non so dove, un faro a scatti balenò al di sopra delle onde: questo fu tutto quanto restò nella mia memoria di quella prima traversata. Alle sette del mattino sbarcavamo a Korsor, piccola città sulla costa occidentale del Seeland. Là saltammo dal battello in un altro treno, che ci portò attraverso un paese non meno piatto delle campagne dell'Holstein. Vi erano altre tre ore di viaggio prima di raggiungere la capitale della Danimarca. Mio zio non aveva chiuso occhio in tutta la notte. Mi pareva che nella sua impazienza spingesse il vagone coi piedi. Finalmente scorse un lembo di mare. Il Sund! esclamò. C'era sulla nostra sinistra una vasta costruzione che somigliava a un ospedale. E' un manicomio, disse uno dei compagni di viaggio. Bene! pensai. Ecco un ospedale nel quale dovremmo finire i nostri giorni. E per quanto grande fosse, sarebbe ancora troppo piccolo per contenere tutta la follia del professor Lidenbrock! Infine, alle dieci del mattino scendevamo a Copenaghen. I bagagli furono caricati su una vettura e portati con noi nel Bred-Gale, all'albergo Fenice. Fu questione d'una mezz'ora poiché la stazione ferroviaria era situata fuori della città. Qui mio zio, dopo aver fatto una toletta sommaria, mi trascinò ancora con sé. Il portiere dell'albergo parlava il tedesco e l'inglese; ma il professore, nella sua qualità di poliglotta, gli rivolse la parola in buon danese, e in buon danese quel personaggio gli indicò dove si trovava il Museo delle Antichità del Nord. Il direttore di quel curioso istituto, nel quale sono ammucchiate meraviglie che permetterebbero di ricostruire la storia del paese, con le sue vecchie armi di pietra, i suoi nappi e i suoi gioielli, era uno scienziato, amico del console di Amburgo, il professore Thomson. Lo zio aveva per lui una calda lettera di raccomandazione. In generale uno scienziato riceve male un collega; ma qui la cosa andò altrimenti. Il signor Thomson, da uomo servizievole, fece un'accoglienza cordiale al professor Lidenbrock, e anche al nipote. Inutile dire che con l'eccellente direttore del Museo conservammo il segreto sullo scopo del nostro viaggio. Volevamo semplicemente visitare l'Islanda da turisti disinteressati. Il signor Thomson si mise completamente a nostra disposizione, e con lui corremmo alla banchina in cerca di una nave in partenza. Da parte mia speravo che i mezzi di trasporto mancassero assolutamente; ma purtroppo una piccola goletta danese, la Valkyria, doveva essere alla vela il 2 giugno, per dirigersi verso Reykjavik. Il capitano Bjarne si trovava a bordo, e il suo futuro passeggero, nella sua gioia, gli strinse la mano quasi volesse stritolargliela. Il brav'uomo si stupì un poco a quella stretta. Per lui era una cosa semplicissima andare in Islanda, giacché era quello il suo mestiere; ma per mio zio era una cosa sublime. Si capisce che il degno capitano approfittò di quell'entusiasmo per farci pagare doppio il passaggio sulla sua nave, ma noi non guardammo tanto per il sottile. Siate a bordo martedì alle sette del mattino, disse il capitano Bjarne, dopo aver intascato un numero rispettabile di biglietti di banca. Ringraziammo allora il signor Thomson delle sue cortesie e tornammo all'albergo Fenice. Va tutto bene, benissimo, ripeteva mio zio. Che fortuna aver trovato quella nave pronta a partire! E ora facciamo colazione e poi andiamo un po' in giro per la città. Ci recammo a Kongens-Nye-Torw, una piazza irregolare in cui si trova un posto di guardia con due innocenti cannoni puntati che non fanno paura a nessuno. Là vicino, al n. 5, c'era un ristorante francese tenuto da un certo Vincent: vi mangiammo abbastanza bene per ii modesto prezzo di quattro marchi a testa. Provai poi un piacere da ragazzo a percorrere la città. Mio zio si lasciava condurre in giro: del resto egli non vide niente, né l'insignificante palazzo del re, né il grazioso ponte del XVII secolo che attraversa il canale davanti al Museo, né quello immenso cenotafioll, un sepolcro o monumento sepolcrale vuoto, in onore di un morto illustre, di Torwaldsen, ornato di orribili pitture murali, che contiene le opere di quello scultore, né, in un parco abbastanza bello, il castello bomboniera di Rosenborg, né il mirabile edificio in stile rinascimentale della Borsa, né il suo campanile formato dalle code intrecciate di quattro dragoni di bronzo, né i grandi mulini dei bastioni, le cui larghe ali si gonfiano come le vele di un bastimento al vento del mare. Che deliziose passeggiate avremmo fatte, la mia leggiadra virlandese e io, dalla parte del porto, dove i vascelli e le fregate dormivano tranquillamente sotto la rossa tettoia, sulla riva verdeggiante dello stretto, attraverso quelle fitte ombre nelle quali si nascondeva la cittadella, i cui cannoni allungavano le gole nerastre fra i rami dei sambuchi e dei salici! Ma la mia povera Grauben era lontana, ohimè!.. E potevo sperare di rivederla ancora?.. Però, se mio zio non notò nulla di quei luoghi incantevoli, fu vivamente colpito alla vista di un certo campanile messo nell'isola di Amak, che forma il quartiere nord-ovest di Copenaghen. Ebbi l'ordine di dirigere i nostri passi da quel lato: montammo in una piccola imbarcazione a vapore che faceva il servizio dei canali e che, qualche minuto, dopo accostò alla banchina di Dock-Yard. Dopo aver attraversato alcune vie strette, nelle quali i galeotti, coi loro pantaloni metà gialli e metà grigi lavoravano sotto il bastone degli aguzzini, arrivammo davanti a Vor-Frelzers-Kirk. Quella chiesa non presentava nulla di notevole; ma il suo campanile abbastanza alto, aveva attirato l'attenzione del professore perché a partire dalla piattaforma una scala esterna circolava intorno alla sua guglia, e le sue spirali si svolgevano in pieno cielo. Andiamo su, disse mio zio. E le vertigini? obiettai. Ragione di più: occorre abituarsi. Però... Vieni, ti dico: non perdiamo tempo. Dovetti obbedire. Un guardiano, che abitava dalla parte opposta della via, ci porse una chiave, e l'ascensione cominciò. Mio zio mi precedeva con passo svelto, e io lo seguivo non senza terrore poiché la testa mi girava con deplorevole facilità. Non avevo né l'equilibrio, né i nervi insensibili dell'aquila. Finché fummo imprigionati nella parte inferiore, tutto andò bene; ma dopo centocinquanta scalini l'aria venne a colpirmi in viso: eravamo arrivati alla piattaforma del campanile, dove cominciava la scala aerea, che aveva la sola difesa di una fragile ringhiera, e i cui scalini pareva portassero su verso l'infinito. Non potrò mai! dissi. Saresti un vigliacco, per caso? Sali! ingiunse spietatamente il professore. Dovetti seguirlo arrampicandomi. L'aria aperta mi stordiva, sentivo il campanile oscillare alle raffiche; le gambe mi si piegavano sotto; dovetti arrampicarmi strisciando sulle ginocchia, poi sul ventre... Chiusi gli occhi: provavo le vertigini. Finalmente, aiutato dallo zio che mi tirava per il bavero, arrivai presso la palla. Guarda! mi disse il professore. Guarda bene!.. Bisogna prendere lezioni di abisso. Dovetti aprire gli occhi. Vedevo le cose appiattite e come schiacciate in una caduta, immerse in una nebbia fumosa. Al di sopra della mia testa passavano le nuvole fioccose che, per un rovesciamento di ottica, mi parevano immobili, mentre il campanile, la palla e io eravamo trasportati con fantastica velocità. Lontano, da una parte si stendeva la campagna verdeggiante, dall'altra il mare scintillava sotto un fascio di raggi. Il Sund si volgeva alla punta di Elsinore, con alcune vele bianche, vere ali di gabbiani, e, nella bruma dell'Est ondulavano le coste appena visibili della Svezia. Tutta quell'immensità turbinava sotto il mio sguardo. Pur tuttavia dovetti alzarmi, tenermi ritto, e guardare. La mia prima lezione contro le vertigini durò un'ora. Quando alla fine mi fu permesso di ridiscendere e di toccare col piede il pavimento solido della via, ero tutto indolenzito. Riprenderemo domani, disse il professore. E infatti per cinque giorni ripresi quell'esercizio vertiginoso e, volente o nolente, feci progressi nell'arte dell'alta contemplazione. Capitolo 9. Arrivò il giorno della partenza. La sera prima, il compiacente signor Thomson ci aveva portato pressanti commendatizie per il conte Trampe, governatore dell'Islanda, per il signor Pictursson, coadiutore del vescovo, e per il signor Finsen, sindaco di Reykjavik. In compenso mio zio gli concesse le più calorose strette di mano. Il giorno 2, alle sei del mattino, i nostri preziosi bagagli venivano portati a bordo della Valkyria. Il capitano ci condusse in due cabine abbastanza strette, collocate sotto una specie di tugal, il ripostiglio, che si ricava nell'ultimo angolo della poppa o della prua nei piccoli bastimenti. Avremo buon vento? domandò mio zio. Eccellente, rispose il capitano Bjarne, una brezza di Sud-est. Usciremo dal Sund col vento in poppa e a vele spiegate. Poco dopo infatti la goletta spiegò le vele di trinchetto, di randa, di gabbia, il velaccio e, con tutte le vele al vento, s'inoltrò nello stretto. Un'ora dopo, la capitale della Danimarca pareva affondare nei flutti lontani, e la Valkyria rasentava la costa di Elsinore. Nella disposizione di nervi in cui mi trovavo, mi pareva di vedere l'ombra di Amleto vagare sulla leggendaria terrazza. Sublime insensato, dicevo, tu certamente ci approveresti: forse ci seguiresti per venire a cercare nel centro del globo una soluzione al tuo eterno dubbio! Ma nulla apparve sulle antiche muraglie. Del resto il castello è molto più giovane dell'eroico principe di Danimarca. Serve ora di sontuosa portineria al portiere di quello stretto del Sund, per il quale passano ogni anno quindicimila navi di tutte le nazioni. Il castello di Krongborg non tardò a scomparire nella nebbia, come pure la torre di Helsinborg, innalzata sulla riva svedese, e la goletta s'inchinò leggermente sotto la brezza del Cattegat. La Valkyria era un bel veliero; ma con una nave a vela non si sa mai su che cosa contare. Essa trasportava a Reykjavik carbone, utensili domestici, vasellame, vestiti di lana e un carico di frumento. Cinque uomini di equipaggio, tutti danesi, bastavano per la sua manovra. Quanto durerà la traversata? chiese lo zio al capitano. Una decina di giorni, rispose quest'ultimo, se però non incontriamo troppi groppi di Nord-ovest quando attraverseremo le Faroer. Ma infine, non vi capita di subire ritardi considerevoli? No, signor Lidenbrock: state tranquillo, arriveremo. Verso sera la goletta aggirò il capo Skagen nella punta nord della Danimarca, attraversò durante la notte lo Skagerrak, rasentò l'estremità della Norvegia di traverso al capò Lindesnes e passò nel mare del Nord. Due giorni dopo, avvistammo le coste della Scozia all'altezza di Peterhead, e la Valkyria si diresse verso le Faroer passando tra le Orcadi e le Shetland. La goletta non tardò ad essere battuta dalle onde dell'Atlantico; dovette bordeggiare contro il vento del Nord e non senza fatica raggiungere le Faroer. Il giorno 8 il capitano avvistò Mygannes, la più orientale di quelle isole, e da quel momento fece rotta direttamente verso il capo Portland, sulla costa meridionale dell'Islanda. La traversata non ebbe alcun incidente degno di nota. Io sopportai abbastanza bene la prova del mare; mio zio invece, con suo gran dispetto e vergogna anche più grande, si sentì sempre male. Non poté quindi interrogare il capitano Bjarne sulla questione dello Sneffels, sui mezzi di comunicazione, sulle facilità di trasporto: dovette rimandare quelle spiegazioni al suo arrivo e passare tutto il tempo coricato nella cabina, le cui pareti scricchiolavano ai grandi colpi di beccheggio. Bisogna confessare che quella sorte un poco se la meritava. Il giorno 11, rilevammo capo Portland. Il tempo, allora chiaro, ci permise di scorgere il vulcano Myrdal che lo domina. Il capo è formato da un grande poggio isolato, con erti pendii, e si erge solitario sulla spiaggia. La Valkyria si tenne a ragionevole distanza dalla costa, seguendola verso l'Ovest, tra numerosi branchi di balene e di squali. Presto apparve un'immensa roccia traforata attraverso la quale il mare spumeggiante batteva con furia. Gli isolotti di Westman parvero uscire dall'oceano, come un seminato di scogli sul piano liquido. Da quel momento la goletta prese campo per aggirare a buona distanza il capo Reykjaness, che forma l'angolo occidentale dell'Islanda. Il mare, molto forte, impediva a mio zio di salire sul ponte per ammirare quelle coste frastagliate, battute dai venti di Sud-ovest. Quarantott'ore dopo, uscendo da una tempesta che obbligò la goletta a fuggire a vele ammainate, fu avvistato verso l'Est il gavitello di pericolo della punta di Skagen, i cui pericolosi scogli si prolungano a grande distanza sotto i flutti. Un pilota islandese venne a bordo, e tre ore dopo la Valkyria gettava l'ancora a Reykjavik nella baia di Faxa. Il professore uscì finalmente dalla cabina, un po' pallido, un po' disfatto, ma sempre entusiasta, con un lampo di soddisfazione negli occhi. La popolazione della città, straordinariamente interessata all'arrivo d'una nave nella quale ognuno ha qualche cosa da aspettare, era raggruppata sulla banchina. Mio zio aveva fretta di abbandonare la sua prigione galleggiante, per non dire il suo ospedale. Ma prima di lasciare il ponte della goletta mi trascinò sul davanti, e là, nella parte settentrionale della baia, m'indicò col dito un'alta montagna a due punte, con un doppio cono coperto di nevi eterne. Lo Sneffels! esclamò. Lo Sneffels! E dopo avermi raccomandato col gesto un silenzio assoluto, discese nel canotto che l'aspettava. Io lo seguii, e poco dopo mettevamo il piede sul suolo dell'Islanda. Subito comparve un signore di bella presenza, con una divisa da generale. Ma si trattava di un funzionario civile, il governatore dell'isola, il barone Trampe in persona. Il professore capì subito con che genere di persona aveva a che fare. Presentò al governatore le sue lettere di Copenaghen, e fra i due si intrecciò una breve conversazione in danese, alla quale io rimasi, si capisce, assolutamente estraneo. Ma da quel primo colloquio risultò che il barone Trampe si mise completamente a disposizione del professor Lidenbrock. Mio zio ebbe pure un'accoglienza amabilissima dal sindaco, il signor Finsen, dalla divisa non meno militare di quella del governatore, ma altrettanto pacifico per temperamento e per condizione. Quanto al coadiutore, il signor Pictursson, dovevamo rinunciare per il momento a essergli presentati perché stava facendo un giro episcopale nella provincia del Nord. Ma un uomo simpaticissimo, il cui aiuto fu per noi assai prezioso, fu il signor Fridriksson, professore di scienze naturali nella scuola di Reykjavik. Quel modesto scienziato parlava solo l'islandese e il latino; venne a offrirmi i suoi servizi nella lingua d'Orazio, e io sentii che eravamo fatti per intenderci. Fu infatti il solo personaggio col quale potei intrattenermi durante il mio soggiorno in Islanda. Delle tre camere di cui si componeva la sua casetta, quell'eccellente uomo ne mise due a nostra disposizione, e subito ci stabilimmo là coi nostri bagagli, la cui quantità stupì un poco gli abitanti di Reykjavik. Ebbene Axel, mi disse lo zio, le cose vanno bene e il più difficile è fatto. Come il più difficile? esclamai. Ma certo: ora non ci resta che discendere. Se la prendi così, hai ragione... Ma infine, dopo essere discesi, bisognerà risalire, m'immagino... Oh, questo non mi dà nessun pensiero. Vediamo un po'...Non c'è tempo da perdere. Io vado alla biblioteca. Forse vi si trova qualche manoscritto di Saknussemm, e mi farebbe piacere consultarlo. Frattanto io vado a visitare la città. Tu non hai intenzione di fare altrettanto? Oh, la cosa m'interessa molto poco. Quello ch'è degno di curiosità in questa terra d'Islanda non è il sopra, ma il sotto. Io uscii e mi misi a girovagare a caso. Non sarebbe stato facile smarrirsi nelle due vie di Reykjavik. Non fui dunque obbligato a fammi indicare la strada, ciò che nella lingua dei gesti, espone a molti equivoci. La città si allunga fra le due colline, su un suolo abbastanza basso e acquitrinoso. Un'immensa colata di lava la costeggia da un lato e discende a rampe abbastanza dolci verso il mare. Dall'altro si estende quella vasta baia di Faxa, limitata a Nord dall'enorme ghiaccio dello Sneffels, e nella quale la Valkyria si trovava sola all'ancora in quel momento. Di solito i guardacoste inglesi e francesi vi si tengono ancorati al largo; ma erano allora in servizio sulle coste orientali dell'isola. La più lunga delle due vie di Reykjavik è parallela alla spiaggia: ivi dimorano i mercati e i negozianti, in casette di legno costruite con travi rosse disposte orizzontalmente; l'altra via, più a Ovest, corre verso un laghetto, in mezzo tra la casa del vescovo e quella di altri personaggi estranei al commercio. Feci presto a percorrere quelle vie cupe e tristi. Intravedevo ogni tanto un tratto di prato scolorito, come un vecchio tappeto di lana logoro per l'uso, o anche un'apparenza di orto, i cui rari legumi, patate, cavoli e lattughe, sarebbero stati benissimo su una tavola lillipuziana; anche alcuni girasoli malaticci tentavano di prendere un po' di sole. Verso la metà della via non commerciale trovai il cimitero pubblico, cinto da un muro di terra nel quale il posto non mancava di certo. Dopo pochi passi, arrivai alla casa del governatore, una casupola in paragone al palazzo municipale di Amburgo, ma un palazzo a confronto delle capanne islandesi. Tra il laghetto e la città s'innalzava la chiesa, costruita secondo il gusto protestante e fatta di pietre calcinate, delle quali gli stessi vulcani fanno le spese di estrazione. Evidentemente ai forti venti dell'Ovest il suo tetto di tegole rosse doveva disperdersi per aria con grave danno dei fedeli. Su una vicina prominenza scorsi la Scuola Nazionale, nella quale, come seppi poi dal nostro ospite, s'insegnava l'ebraico, l'inglese, il francese e il danese, quattro lingue delle quali, con mia vergogna, non conoscevo nemmeno una parola. Sarei stato l'ultimo dei quaranta allievi del piccolo collegio, indegno di dormire con essi in quei letti a due scompartimenti tutti chiusi in cui dei tipi delicati morirebbero soffocati già nella prima notte. In tre ore visitai, non soltanto la città, ma anche i dintorni. L'aspetto generale era straordinariamente triste: niente alberi, niente vegetazione per così dire, e da per tutto le creste vive delle rocce vulcaniche. Le capanne degli islandesi sono fatte di terra e di torba, e i muri sono inclinati in dentro: sembrano tetti posati sul suolo. Ma quei tetti sono prati relativamente fecondi. Mercé il calore dell'abitazione, l'erba vi cresce con sufficiente perfezione, e viene falciata accuratamente all'epoca della fienagione, altrimenti gli animali domestici andrebbero a pascolare su quelle dimore verdeggianti. Durante la mia escursione, incontrai pochi abitanti: tornando nella via dei commercianti, trovai gran parte della popolazione occupata a seccare, salare e insaccare merluzzo, principale articolo di esportazione. Gli uomini sembravano robusti, ma pesanti, una specie di tedeschi biondi dall'occhio pensoso, che si sentono un po' fuori dell'umanità, poveri esiliati, relegati su quella terra di ghiaccio, la cui natura avrebbe dovuto formare degli Eschimesi, poiché li condannava a vivere sul limite del circolo polare. Tentai invano di sorprendere sul loro volto un sorriso: ridevano talvolta per una specie d'involontaria contrazione dei muscoli, ma non sorridevano mai. Il loro costume consisteva in un grossolano camiciotto di lana nera, noto in tutti i paesi scandinavi con il nome di vadmel, un cappello a larga tesa, un paio di calzoni con la fascia rossa e due pezzi di cuoio ripiegati in modo da formare le calzature. Le donne, col viso triste e rassegnato, abbastanza piacevole ma senza espressione, vestivano un corpetto e una gonna di vadmel scuro: le fanciulle portavano sui capelli intrecciati a ghirlanda un berrettino di lana a maglia bruno; le maritate avevano la testa avvolta con un fazzoletto colorato, sormontato da una specie di cimiero in tela bianca. Dopo una buona passeggiata tornai nella casa del signor Fridriksson, dove si trovava già mio zio in compagnia dell'ospite. Capitolo 10. Il pranzo era pronto e fu divorato avidamente dal professor Lidenbrock, a cui la dieta forzata di bordo aveva formato nello stomaco una profonda voragine. Il pasto, più danese che islandese, non ebbe in sé nulla di notevole; ma il nostro ospite, più islandese che danese, mi fece tornare in mente gli eroi dell'antica ospitalità. Mi parve evidente che in casa sua noi valevamo più di lui stesso. La conversazione avvenne in lingua indigena, che mio zio intramezzava di tedesco e il signor Fridriksson di latino, affinché io potessi capire. Essa si svolse su questioni scientifiche, come conveniva appunto a scienziati; ma il professor Lidenbrok si tenne eccessivamente riservato, e a ogni frase i suoi occhi mi raccomandavano il più assoluto silenzio sui nostri progetti futuri. Innanzi tutto, il signor Fridriksson interrogò mio zio sul risultato delle sue ricerche nella biblioteca. La vostra biblioteca! rispose quest'ultimo. Ma la vostra biblioteca si compone di volumi scompagnati disposti su assi quasi vuote. Come! rispose il signor Fridriksson. Ma noi possediamo ottomila volumi, molti dei quali sono rari e preziosi, opere in vecchia lingua scandinava, e tutte le novità di cui Copenaghen ogni anno ci provvede. E dove sono questi ottomila volumi? Per conto mio... Oh, signor Lidenbrock! Ma essi corrono il paese. Abbiamo il gusto dello studio nella nostra vecchia isola. Non c'è un fittavolo o un pescatore che non sappia leggere e non legga. Secondo noi, i libri, invece di ammuffire dietro una grata di ferro, lontani dagli sguardi curiosi, sono destinati a consumarsi sotto gli occhi dei lettori. Sicché quei volumi passano di mano in mano, sfogliati, letti e riletti, e spesso non tornano alla loro scansìa se non dopo un anno o due di assenza. Frattanto, osservò mio zio con un certo dispetto, gli stranieri... Che volete! Gli stranieri hanno nel proprio paese le loro biblioteche, mentre prima di tutto occorre che i nostri abitanti si istruiscano. Come vi ho detto, gli Islandesi hanno nel sangue l'amore allo studio. Così nel 1816, noi abbiamo fondato una Società Letteraria che va avanti bene: alcuni dotti stranieri si onorano di fame parte. Essa pubblica i libri destinati all'educazione dei nostri compatrioti e rende veri servizi al paese. Se voleste esserne membro corrispondente, signore, ci fareste il più gran piacere. Mio zio, che faceva già parte di un centinaio di società scientifiche, accettò con una buona grazia che commosse il signor Fridriksson. E ora, questi riprese, vogliate indicarmi quali libri speravate di trovare nella nostra biblioteca, e io potrò forse darvi delle informazioni al riguardo. Guardai mio zio, che esitava a rispondere. La domanda riguardava direttamente i suoi progetti. Pur tuttavia, dopo aver riflettuto, egli s'indusse a parlare. Volevo sapere, signor Fridriksson, disse, se fra le opere antiche possedete quelle di Ame Saknussemm. Arne Saknussemm! rispose il professore di Reykjavik. Intendete parlare di quello scienziato del XVI secolo che fu nello stesso tempo grande naturalista, grande alchimista e grande viaggiatore? Precisamente. Una delle glorie della letteratura e della scienza islandesi? Proprio come dite. Nel quale l'audacia uguagliava il genio? Vedo che lo conoscete bene. Mio zio nuotava nella gioia sentendo parlare così del suo eroe e divorava il signor Fridriksson con gli occhi. Ebbene, domandò, le sue opere? Ah! Le sue opere non le abbiamo. Come! In Islanda! Non esistono né in Islanda né altrove. E perché? Perché Ame Saknussemm fu perseguitato per eresia, e nel 1573 le sue opere furono bruciate a Copenaghen per mano del carnefice. Benissimo! Perfetto! esclamò mio zio, con grande scandalo del professore di scienze naturali. Eh? fece questo. Sì, tutto si spiega, tutto si concatena, tutto è chiaro, e ora capisco perché Saknussemm, messo all'indice e costretto a nascondere le scoperte del suo genio, abbia dovuto celare in un incomprensibile crittogramma il segreto... Quale segreto? domandò vivamente il signor Fridriksson. Un segreto che... di cui... balbettò mio zio. Avrebbe per caso qualche documento particolare? insistè il nostro ospite. No, no... Facevo una piccola supposizione. Bene... rispose il signor Fridriksson, che ebbe la finezza di non insistere notando il turbamento del suo interlocutore. Poi aggiunse: Spero che non lascerete la nostra isola senza aver attinto alle sue ricchezze mineralogiche. Certo, rispose mio zio, ma arrivo un po' tardi: altri scienziati ci saranno già passati, no? E' vero, signor Lidenbrok; i lavori di Olafsen e Povelsen eseguiti per ordine del re, gli studi di Troil, e ultimamente le osservazioni degli scienziati Gaimard e Robert a bordo della corvetta francese La Recherche, che fu mandata nel 1835 dall'ammiraglio Duperré per ritrovare le tracce della spedizione di de Blosseville e de La Lilloise, di cui si erano perdute le tracce, e, di recente, le osservazioni degli scienziati imbarcati sulla fregata Regina Ortensia hanno certamente contribuito a far conoscere l'Islanda. Però, credete a me c'è ancora molto da fare. Credete? domandò mio zio con accento bonario, cercando di moderare il lampo dei propri occhi. Ma sì. Quante montagne, quanti ghiacciai, quanti vulcani da studiare, ancora poco conosciuti! Guardate, senza andare troppo lontano, guardate quel monte che s'innalza all'orizzonte: è lo Sneffels! Ah! fece mio zio. Dite lo Sneffels? Sì, uno dei vulcani più curiosi, di cui si visita raramente il cratere. Spento? Oh, spento da cinquecento anni! Ebbene, disse mio zio, che incrociava freneticamente le gambe per non saltare in aria, ho voglia di cominciare i miei studi geologici da quel Seffel... Fessel... come avete detto? Sneffels, rispose l'eccellente signor Fridriksson. Questa parte della conversazione era avvenuta in latino; cosicché io avevo capito tutto, e mi riusciva a stento di restar serio vedendo mio zio trattenere la soddisfazione che gli traboccava da ogni parte: tentava d'assumere una piccola aria d'innocenza che pareva la smorfia d'un vecchio diavolo. Sì, rispose, le vostre parole mi decidono. Tenteremo di scalare quello Sneffels, forse anche di studiare il cratere. Mi rincresce, rispose il signor Fridriksson, che le mie occupazioni non mi permettano di assentarmi. Vi avrei accompagnato con piacere e anche con profitto. Oh, no! Oh, no! rispose vivamente mio zio. Noi non vogliamo disturbare nessuno, signore: in ogni modo vi ringrazio con tutto il cuore. La presenza di uno scienziato pari vostro ci sarebbe stata molto utile, ma i doveri della vostra professione... Mi piace credere, che nell'innocenza della sua anima islandese, il nostro ospite non comprendesse la malizia di mio zio. Approvo toto corde, signor Lidenbrok, riprese l'ospite, che vogliate cominciare da quel vulcano: vi farete un'ampia messe di curiose osservazioni. Ma ditemi, in che modo fate conto di raggiungere la penisola dello Sneffels? Per mare, attraversando la baia. E' la strada più breve. Certo; ma è impossibile prenderla. Perché? Perché a Reykjavik non abbiamo neppure un canotto. Diavolo! Bisognerà andare per terra, seguendo la costa. Sarà una strada più lunga ma più interessante. Bene. Vedrò di procurarmi una guida. Ne ho appunto una da proporvi. Un uomo sicuro, intelligente? Sì, un abitante della penisola. E' un cacciatore di edredòni, l'uccello palmipede che nidifica sugli scogli, e che che tappezza i nidi del suo finissimo piumino, molle, soffice, con cui s'imbottiscono guanciali. Un uccello che vive nelle regioni artiche nell'emisfero settentrionale. Questo cacciatore è molto abile, e ne sarete contento. Parla perfettamente il danese. E quando potrò vederlo? Anche domani, se vi fa piacere. Perché non oggi? Perché arriverà appunto domani. A domani dunque, concluse mio zio con un sospiro. Quell'importante conversazione terminò poco dopo con calorosi ringraziamenti del professore tedesco al professore islandese. Durante il pranzo, mio zio aveva saputo cose importanti, tra l'altro la storia di Saknussemm e la ragione del suo misterioso documento, poi, che il suo ospite non lo avrebbe accompagnato nella spedizione e che l'indomani una guida sarebbe stata ai suoi ordini. Capitolo 11. La sera, feci una breve passeggiata sul lido di Reykjavik e tornai presto per mettermi nel letto, formato di grosse tavole, dove m'immersi in un sonno profondo. Quando mi svegliai, udii lo zio parlare e parlare nella stanza accanto. Mi alzai subito e mi affrettai a raggiungerlo. Stava parlando in danese con un uomo alto e vigoroso, che doveva avere una forza poco comune. Gli occhi nella testa grossa e ingenua mi parvero intelligenti ed erano d'un azzurro sognante. Lunghi capelli, che sarebbero passati per rossi anche in Inghilterra, gli ricadevano sulle spalle atletiche. Quell'indigeno aveva i movimenti agili, ma muoveva poco le braccia, da uomo che ignora o disprezza la lingua dei gesti. Tutto in lui rivelava un temperamento perfettamente calmo, non indolente, ma tranquillo. Si sentiva che non chiedeva niente a nessuno, che lavorava come gli conveniva, e che in questo modo la sua calma filosofica non poteva essere né stupìta né turbata. Sorpresi le sfumature del suo carattere dal modo con cui ascoltava le chiacchiere appassionate del suo interlocutore. Teneva le braccia incrociate, immobile di fronte ai gesti molteplici di mio zio; per dire di no, muoveva la testa da sinistra a destra, per dire di sì la chinava, ma tanto poco, che i capelli si muovevano appena: era l'economia del movimento spinta fino all'avarizia. Certo, guardando quell'uomo non avrei mai indovinato il suo mestiere di cacciatore: non doveva spaventare la selvaggina; ma come poteva colpirla? Tutto mi riuscì chiaro quando il signor Fridriksson mi disse che quel tranquillo personaggio non era che un cacciatore di edredòne, una specie di anitra, il cui tenero piumaggio, chiamato pure edredòne, costituiva la maggior ricchezza dell'isola. In realtà non occorre un grande spreco di movimenti per raccoglierlo. Nei primi giorni dell'estate, la femmina dell'edredòne va a costruire il suo nido fra gli scogli dei fiordi, gli stretti golfi dei paesi scandinavi, di cui la costa è frastagliata, e, una volta fatto il nido, lo tappezza con le finissime piume che si strappa dai ventre. Subito arriva il cacciatore, o a dire meglio il negoziante, che prende il nido, e l'anitra ricomincia il suo lavoro. La faccenda dura così fin che all'uccello resta un poco di quel fine piumaggio. E quando la femmina si è completamente spogliata è la volta del maschio. Ma siccome la piuma dura e grossolana del maschio non ha alcun valore commerciale, il cacciatore non si prende la pena di rubargli il letto della covata. Così il nido viene completato, la femmina cova le uova, nascono i piccoli, e l'anno seguente la raccolta dell'edredòne ricomincia. Ora, siccome l'edredòne non sceglie le rocce scoscese per costruirvi il nido, ma quelle facili e orizzontali che vanno a perdersi sul mare, il cacciatore islandese poteva esercitare il suo mestiere senza troppo agitarsi. Era un colono che non doveva né seminare né tagliare la messe, ma raccogliere soltanto. Quel personaggio grave, flemmatico e silenzioso si chiamava Hans Bjelke ed era raccomandato dal signor Fredriksson. Si trattava della nostra futura guida. I suoi modi erano in straordinario contrasto con quelli di mio zio: pur tuttavia s'intesero facilmente. Né l'uno né l'altro badavano al prezzo, l'uno pronto ad accettare quel che gli fosse offerto, l'altro pronto a dare quanto gli venisse domandato. Non ci fu mai mercato più facile da concludere. Dagli accordi presi risultò che Hans s'impegnava di condurci fino al villaggio di Stapi situato sulla costa della penisola di Sneffels, proprio alla base del vulcano. Si trattava di circa ventidue miglia da percorrere, secondo mio zio, in due giorni. Ma quando seppe che si trattava di miglia danesi di 24.000 piedi, il professore dovette rifare il calcolo e far conto, data l'insufficienza delle strade, su sette od otto giorni di cammino. Occorrevano quattro cavalli, uno per lui, uno per me e due per i bagagli. Hans sarebbe andato a piedi, secondo la sua abitudine. Conosceva perfettamente quella parte della costa, e promise di prendere la via più breve. Ma il suo impegno con mio zio non finiva al nostro arrivo a Stapi: restava al nostro servizio per tutto il tempo necessario alle nostre escursioni scientifiche, al prezzo di tre riksdalers per settimana. Fu però espressamente convenuto che la paga gli sarebbe stata versata ogni sabato sera, condizione sine qua non del suo ingaggio. La partenza fu stabilita per il 16 giugno. Mio zio voleva dare al cacciatore la caparra del contratto conchiuso, ma quello lo fermò con una parola: Efter. Dopo, tradusse il professore per mia istruzione. Concluso il patto, Hans si ritirò senz'altro. Un uomo magnifico! esclamò mio zio. Ma non s'immagina la parte meravigliosa che l'avvenire si riserva di fargli recitare. Allora ci accompagna fino al... Ma certo, Axel, fino al centro della Terra. Ci restavano ancora quarantotto ore libere; ma, con mio grande rincrescimento, dovetti impiegarle nei preparativi. Tutta la nostra intelligenza fu impegnata per disporre ciascun oggetto nel modo più vantaggioso, gli strumenti da una parte, le armi dall'altra, gli utensili in un pacco, i viveri in un altro. In tutto, quattro gruppi. Gli strumenti comprendevano: 1. un termometro centigrado Eigel, graduato fino a centocinquanta gradi, ciò che mi pareva troppo o troppo poco. Troppo, poiché, se il calore ambiente saliva fino a quel punto, noi ci saremmo cotti. Troppo poco se si trattava di misurare la temperature delle sorgenti o qualsiasi altra materia in fusione; 2. un manometro ad aria compressa, disposto in modo da indicare pressioni superiori a quelle dell'atmosfera a livello del mare. In realtà il barometro ordinario non sarebbe bastato, dovendo la pressione atmosferica aumentare in proporzione della nostra discesa sotto la superficie della terra; 3. un cronometro svizzero perfettamente regolato sul meridiano di Amburgo; 4. due bussole, d'inclinazione e di declinazione; 5. un cannocchiale da notte; 6. due apparecchi di Ruhmkorff, i quali, per mezzo d'una corrente elettrica, davano una luce molto portatile, sicura e poco ingombrante. L'apparecchio di Ruhmkorff consiste in una pila di Bunsen, messa in attività per mezzo del bicromato di potassio, che non dà alcun odore; una bobina d'induzione mette l'elettricità prodotta dalla pila in comunicazione con una lanterna disposta in un modo particolare, in cui si trova una serpentina di vetro nella quale è stato fatto il vuoto ed è rimasto solo un residuo di acido carbonico o di azoto. Quando l'apparecchio funziona, quel gas diventa luminoso producendo una luce biancastra e continua. La pila e la bobina sono collocate in un sacchetto di cuoio che il viaggiatore porta a bandoliera. La lanterna. collocata esteriormente, illumina abbastanza nella più profonda oscurità, permette di avventurarsi, senza temere alcuna esplosione, fra i gas più infiammabili, e non si spegne neppure nei più profondi corsi d'acqua. Il Ruhmkorff fu un esperto e abile fisico che, con la sua grande scoperta, la bobina d'induzione che permette di produrre elettricità ad alta tensione, ottenne nel 1864 il premio quinquennale di 50.000 franchi che la Francia assegnava per la più ingegnosa applicazione d'elettricità. Le armi consistevano in due carabine marca Purdley More e C. e due revolver Colt. Perché le armi? Mi pareva che non avessimo da temere né selvaggi né bestie feroci. Ma era chiaro che mio zio ci teneva al piccolo arsenale quanto agli strumenti, soprattutto a una notevole quantità di fulmicotone, la una sostanza esplosiva che si prepara mediante immersione del cotone in acido solforico e nitrico, inalterabile all'umidità, la cui forza esplosiva è molto superiore a quella della polvere comune. Gli utensili comprendevano due picconi, due zappe, una scala di seta, tre mazze ferrate, una scure, un martello, una dozzina di cunei e chiodi a vite, e lunghe corde a nodi. Tutto ciò formava un collo abbastanza grande, poiché la scala era lunga quasi cento metri. C'erano infine le provviste di viveri: il pacco, non grosso era però rassicurante, poiché sapevo che solo di carne concentrata e di biscotti ce n'era per sei mesi. Il ginepro ne formava tutta la parte liquida: l'acqua mancava totalmente; ma avevamo delle borracce e mio zio faceva assegnamento sulle sorgenti per riempirle. Le obiezioni che io avevo avanzato sulla qualità delle acque, sulla loro temperatura e anche sulla loro assenza non avevano avuto alcun successo. Per completare la nomenclatura esatta dei nostri articoli da viaggio, noterò una farmacia portatile contenente delle forbici a lame smussate, delle stecche per frattura, del nastro di lino greggio, bende e compresse, sparadrappo, una paletta per salasso, tutte cose spaventose; di più, una serie di flaconi contenenti destrina, che è una specie di gomma che si prepara facendo agire l'acido solforico allungato o altri acidi sull'amido e si adopera nelle bende chirurgiche, in tintoria, ecc., alcool per le ferite, acetato di piombo liquido, etere, aceto e ammoniaca, tutte droghe d'un impiego poco rassicurante; e infine le materie necessarie agli apparecchi di Ruhmkorff. Mio zio si era ben guardato dal dimenticare la provvista di tabacco, di polvere da caccia e di miccia; nella cintura di cuoio che portava alla vita si trovava una sufficiente quantità di denaro in oro, argento e biglietti di banca. Sei paia di ottime scarpe, rese impermeabili da uno strato di catrame e di gomma elastica si trovavano nel gruppo degli utensili. Così vestiti, calzati ed equipaggiati non c'è nessuna ragione per non andar lontano, mi disse il professore. La giornata del 14 fu tutta impiegata nel mettere a posto quei diversi oggetti. La sera cenammo dal barone Trampe, in compagnia del sindaco di Reykjavik e del dottore Hyaltalin, il medico capo del paese. Il signor Fridriksson non era nel numero dei convitati: seppi poi che il governatore e lui erano in disaccordo su una questione amministrativa e perciò evitavano d'incontrarsi. Non ebbi dunque l'occasione di capire una parola di quanto si disse durante quel pranzo semiufficiale. Notai solo che mio zio parlava sempre. L'indomani, il 15, i preparativi furono completati. Il nostro ospite fece un gran piacere al professore regalandogli una carta dell'Islanda, senza paragone più perfetta di quella di Handerson, la carta di Olaf Nikolas Olsen, su scala 1:480.000 e pubblicata dalla Società letteraria islandese avvalendosi delle ricerche geodetiche di Scheel Frisac e dei rilievi topografici di Bjorn Gumlaugsonn. Era un prezioso documento per un mineralogista. L'ultima serata fu trascorsa in una amichevole conversazione col signor Fridriksson, per il quale io provavo una viva simpatia: poi, alla conversazione, successe un sonno abbastanza agitato, almeno da parte mia. Alle cinque del mattino, i nitriti di quattro cavalli che scalpitavano sotto la mia finestra mi svegliarono. Mi vestii in fretta e scesi in strada. Hans stava terminando di caricare i nostri bagagli, starei per dire senza muoverli, pur manovrando con una destrezza poco comune. Mio zio faceva più rumore a parole che altro; ma la guida pareva si preoccupasse assai poco delle sue raccomandazioni. Alle sei era tutto finito. Il professor Fridriksson ci strinse le mani, e mio zio lo ringraziò molto cordialmente in islandese della sua benevola ospitalità. Quanto a me, abbozzai nel miglior latino che potessi un saluto cordiale, poi montammo in sella, e l'ospite mi lanciò come ultimo addio questo verso di Virgilio che sembrava fatto proprio per noi, viaggiatori non sicuri della propria strada: Et quamcumque viam dederit fortuna sequamur: Qualunque strada il destino assegnò, seguiamola! Capitolo 12. Partimmo con un tempo coperto ma stabile: non c'era da temere nessun calore affaticante, né piogge disastrose. Vero tempo da turisti. Il piacere di correre a cavallo attraverso un paese sconosciuto mi riconciliava con l'inizio dell'impresa. Ero tutto preso dalla felicità dell'escursionista, fatta di desideri e di libertà. Cominciavo a interessarmi alla spedizione. Del resto, dicevo tra me e me, che cosa arrischio? Di viaggiare in un paese assai curioso, di scalare una montagna degna di nota e, nella peggiore ipotesi, di discendere in fondo a un cratere spento. E' evidente che quel Saknussemm non ha fatto altro. Quanto all'esistenza di una galleria che metta capo al centro del globo, è cosa impossibile, pura immaginazione. Dunque, prendiamo di questa spedizione quanto vi è di buono da prendere, e senza discutere. Avevo appena finito questo ragionamento quando uscimmo da Reykjavik. Hans camminava in testa, con passo rapido, uguale e continuo. Seguivano i due cavalli con i bagagli, senza che fosse necessario guidarli. Ultimi, mio zio e io, che in verità non facevamo brutta figura sulle nostre bestie piccole ma vigorose. L'Islanda è una delle più grandi isole d'Europa: ha una superficie di oltre centomila chilometri quadrati e non contava allora che sessantamila abitanti. I geografi la dividevano in quattro zone, e noi dovevamo attraversare obliquamente quella che portava il nome di Quarto del Sud-ovest, Sudvestr Fjordungr. Lasciando Reykjavik, Hans aveva immediatamente seguito la riva del mare; attraversammo dei magri pascoli che si davano un gran da fare per essere verdi; ma restavano sempre gialli. Le cime rugose delle masse trachitiche, quella roccia vulcanica feldspatica, di struttura simile a granito o a porfido, costituita da sanidina, con mica, pirosseno, anfibolo, si disegnavano all'orizzonte tra le brume dell'Est; ogni tanto delle zone coperte di neve, concentrando la luce diffusa, splendevano sul versante delle cime lontane; alcune vette, ergendosi più arditamente, bucavano le grigie nubi e riapparivano al di sopra dei mobili vapori, simili a scogli emersi in pieno cielo. Spesso quelle catene di aride rocce facevano una punta verso il mare, mordendo i pascoli, ma restava sempre uno spazio sufficiente per passare. Del resto, i cavalli sceglievano d'istinto i passaggi favorevoli senza mai rallentare il passo. Mio zio non aveva neppure la consolazione di eccitare la cavalcatura con la voce e col frustino: non gli era permesso di essere impaziente. Da parte mia, non potevo fare a meno di sorridere vedendolo così grande sul suo cavallino, e siccome le lunghe gambe quasi toccavano terra, sembrava un centauro a sei piedi. Buona bestia! Buona bestia! diceva. Vedrai, Axel, che non c'è animale più intelligente del cavallo islandese: neve, tempeste, sentieri impraticabili, rocce, ghiacciai, niente lo ferma. E' coraggioso, sobrio e sicuro: mai un passo falso, mai una reazione. Se si presenta un fiume o un fiordo da attraversare, e certamente qualcuno se ne presenterà, lo vedrai entrare nell'acqua senza esitare, come un anfibio, raggiungere la riva opposta. Ma non bisogna trattarlo con autorità, bisogna lasciarlo fare: così faremo, I'uno sull'altro, le nostre dieci miglia al giorno. Noi sì, certo, risposi, ma la guida? Oh, la guida non mi dà pensiero. Sono uomini, quelli, che camminano senza accorgersene: si muovono così poco che non devono mai stancarsi. Del resto, occorrendo, gli cederò la mia cavalcatura. Se non mi muovessi un poco, sarei preso dai crampi. Le braccia vanno bene, ma bisogna pensare anche alle gambe. Frattanto avanzavamo rapidamente. Il paese era quasi deserto: qua e là una fattoria isolata, qualche boer, l'abitazione dei contadini islandesi, solitario, fatto di legno, di terra, di pezzi di lava, appariva come un mendicante sull'orlo d'un sentiero infossato. Quelle catapecchie mezze in rovina, pareva chiedessero la carità ai passanti, e si era quasi tentati di far loro l'elemosina. In quel paese mancavano le strade, anche i sentieri, e la vegetazione, per quanto fosse tarda a spuntare, faceva presto a cancellare il passo dei rari viaggiatori. Tuttavia quella parte della provincia, a due passi dalla capitale, contava fra le parti abitate e coltivate della Islanda. E com'erano allora le parti più deserte di quel deserto? Dopo aver percorso un mezzo miglio, non avevamo ancora visto né un colono sulla soglia della sua capanna, né un selvatico pastore che facesse pascolare un gregge meno selvatico di lui: solo alcune vacche e poche pecore abbandonate a se stesse. Com'erano allora le regioni sconvolte dai fenomeni eruttivi, nate dalle esplosioni vulcaniche e dalle convulsioni sotterranee? Eravamo destinati a conoscerle più tardi; ma, consultando la carta di Olsen, vidi che si poteva evitarle rasentando l'orlo sinuoso della riva; in realtà il grande movimento plutonico si era concentrato soprattutto nell'interno dell'isola; là gli strati orizzontali delle rocce sovrapposte, chiamati trapp in lingua scandinava, le fasce trachitiche, le eruzioni di basalto, di tufo e di tutti i conglomerati vulcanici, le colate di lava e di porfido in fusione, ne hanno fatto un paese di un orrore sovrannaturale. Allora io non sospettavo neppure lo spettacolo che ci aspettava nella penisola dello Sneffels, dove quei guasti di natura vulcanica formano un formidabile caos. Due ore dopo aver lasciato Reykjavik, arrivammo al borgo di Gufenes, chiamato aoalkirkja o chiesa principale. Non offriva niente di notevole, tranne alcune case, appena da formare un casale in Germania. Hans vi si fermò per una mezz'ora. Prese parte al nostro pasto frugale, rispose con un sì o con un no alle domande di mio zio sul genere della strada, e quando gli domandò dove pensasse di passare la notte, rispose soltanto: Gardar. Consultai la carta per sapere che cosa fosse Gardar e trovai una borgata di quel nome sulla riva del Hvalfjord, a quattro miglia da Reykjavik. La mostrai a mio zio. Quattro sole miglia! egli esclamò. Quattro miglia su ventidue! Ma questa è una vera passeggiata! Volle fare un'osservazione alla guida, che, senza rispondere, si rimise alla testa dei cavalli e riprese il cammino. Tre ore dopo, sempre calpestando l'erba scolorita dei pascoli, dovemmo aggirare il Hvalfjord, giro più facile e meno lungo della traversata di quel golfo; e non tardammo a entrare in un ping-staoer, luogo di giurisdizione comunale chiamato Ejulberg, il cui campanile avrebbe suonato le dodici, se le chiese islandesi fossero state abbastanza ricche da possedere un orologio; somigliavano invece ai loro parrocchiani, che non avevano un orologio, e ne facevano a meno. Là facemmo rinfrescare i cavalli; poi, prendendo per una riva racchiusa tra una catena di colline e il mare, arrivammo in una sola tirata all'aoalkirkja di Brantar, e un miglio più oltre a Saurboer Annexia, chiesa annessa, situata sulla riva meridionale del Hvalfjord. Erano le quattro di sera; avevamo percorso quattro miglia. In quel punto il fiordo era largo almeno mezzo miglio; le onde battevano rumorose sulle rocce acute; il golfo si apriva tra le muraglie di scogli, sorta di scarpata a picco alta non meno di mille metri e notevole per gli strati brunastri che separavano quelli di tufo d'una sfumatura rossastra. Qualunque fosse l'intelligenza dei nostri cavalli, io non vedevo bene la traversata d'un vero braccio di mare a dorso di un quadrupede. Se sono intelligenti, pensai, non tenteranno di passare. In ogni modo, m'incarico lo di essere intelligente per loro. Ma lo zio, che non voleva aspettare, diede di sprone verso la riva. La cavalcatura giunse a fiutare l'ultima ondulazione delle onde e si fermò; mio zio, che aveva anche lui il suo istinto, la spinse ancora. Nuovo rifiuto dell'animale, che scosse la testa. Allora da una parte imprecazioni, colpi di frustino, dall'altra lo scalciare della bestia, che cominciò col disarcionare il cavaliere; e infine il cavalluccio, piegando i garretti, si ritirò dalle gambe del professore e lo lasciò piantato diritto su due pietre della riva, come il colosso di Rodi. Maledetto animale! esclamò lo zio, trasformato a un tratto in pedone e vergognoso come un ufficiale di cavalleria passato fantaccino. Fdirja, disse la guida toccandogli la spalla. Come! un battello? Derj, rispose Hans indicando un battello. Sì, risposi a mia volta. C'è una chiatta. Bisognava dirlo, allora. Ebbene, andiamo. Tidvatten, riprese la guida. Che dice? Dice marea, tradusse per me lo zio dal danese. Bisogna dunque aspettare la marea? Forbida? chiese mio zio. Ja, rispose Hans. Mio zio batté il piede, mentre i cavalli si dirigevano verso la chiatta. Io capii perfettamente la necessità di aspettare, per intraprendere la traversata del fiordo, un certo momento della marea, quando il mare, arrivato alla massima altezza, fosse in fase di stanca. Allora il flusso e il riflusso non avevano una azione sensibile, e il traghetto non arrischiava di essere trascinato, né addentro nel golfo, né in pieno oceano. Il momento favorevole arrivò solo alle sei di sera. Mio zio, io, la guida, i due traghettatori e i quattro cavalli avevamo preso posto in una specie di barca piatta, d'aspetto abbastanza fragile. Abituato com'ero ai traghetti a vapore dell'Elba, considerai i remi dei battellieri un meschino congegno meccanico. Ci volle più di un'ora per attraversare il fiordo, ma finalmente il passaggio avvenne senza alcun incidente. Mezz'ora dopo, raggiungevamo l'aoalkirkja di Gardar. Capitolo 13. Avrebbe dovuto far notte, ma al sessantacinquesimo parallelo il calore diurno delle regioni polari non poteva stupirmi: in Islanda, durante i mesi di giugno e luglio, il sole non tramonta mai. Però la temperatura si era abbassata: avevo freddo e soprattutto fame. Fu dunque benvenuto il boer che si aprì ospitalmente per accoglierci. Era la casa di un contadino, ma in fatto di ospitalità valeva quella di un re. Al nostro arrivo, il padrone si presentò a stringerci la mano, e senz'altra cerimonia ci fece segno di seguirlo. Seguirlo infatti, poiché accompagnarlo sarebbe stato impossibile. Un passaggio lungo, stretto, oscuro, dava accesso all'abitazione costruita di travi appena squadrate, permetteva di arrivare a ciascuna delle quattro stanze: la cucina, il laboratorio di tessitura, la badstrofa, camera da letto della famiglia e, migliore di tutte, la camera dei forestieri. Mio zio, alla cui statura non si era pensato costruendo la casa, non mancò di battere tre o quattro volte la testa contro la trave del soffitto. Fummo accompagnati alla nostra camera, una specie di grande sala col pavimento di terra battuta, illuminata da una finestra i cui vetri erano fatti di membrane di pecora assai poco trasparenti. I letti erano formati di foraggio secco, disteso in due telai di legno dipinti in rosso e decorati di massime islandesi. Io non mi aspettavo quella comodità; però nella casa regnava un forte odore di pesce secco, di carne macerata e di latte acido, di cui il mio odorato si risentiva fortemente. Avevamo appena messo giù il nostro armamentario di viaggiatori, quando la voce dell'ospite c'invitò a passare nella cucina, il solo ambiente in cui si accendeva il fuoco, anche coi più grandi freddi. Lo zio si affrettò a obbedire a quell'amichevole ingiunzione, e io lo seguii. Il camino della cucina, la quale serviva anche da sala da pranzo, era di modello antico: in mezzo alla stanza, il focolare formato da una sola pietra, e nel tetto un buco dal quale sfuggiva il fumo. Al nostro ingresso l'ospite, come se ci vedesse per la prima volta, ci salutò con la parola saellvertu, che significa siate felici, e ci baciò sulla guancia. Dopo di lui, la moglie pronunciò la stessa parola, accompagnata dallo stesso cerimoniale; poi i due sposi s'inchinarono profondamente, mettendo una mano sul cuore. Mi affretto a dire che l'islandese era madre di diciannove figli, tutti, grandi e piccini, formicolanti alla rinfusa in mezzo alle volute di fumo, di cui il focolare riempiva la camera. Ogni tanto vedevo una testina bionda e un po' malinconica uscire da quella nebbia. Si sarebbe detta una ghirlanda d'angeli con le facce non ben lavate. Sia io che mio zio facemmo buona accoglienza a quella covata, e tre o quattro di quei marmocchi non tardarono a montarci sulle spalle, altrettanti sulle ginocchia, e il resto si collocò tra le gambe. Quelli che parlavano ripetevano saellvertu in tutti i toni immaginabili; quelli che non parlavano gridavano anche più forte. Quel concerto fu interrotto dall'annuncio del pasto. In quel momento entrò il cacciatore, che aveva provveduto al nutrimento dei cavalli, vale a dire che li aveva lasciati economicamente in libertà sui prati, dove le povere bestie dovevano contentarsi di brucare il raro musco delle rocce e qualche fuco poco nutriente, non mancando poi l'indomani di presentarsi da sé a riprendere il lavoro del giorno prima. Saellvertu, fece Hans entrando. E tranquillamente, automaticamente, senza che un bacio fosse più accentuato dell'altro, baciò l'ospite, la moglie e i loro diciannove rampolli. Terminata la cerimonia, ci mettemmo a tavola in numero di ventiquattro, per conseguenza gli uni sugli altri nel vero senso della parola: i più fortunati avevano due soli marmocchi sulle ginocchia. All'arrivo della zuppa, in quel mondo si fece il silenzio, e la scarsa facondia, naturale anche nei bambini islandesi, riprese il suo impero. L'ospite ci servì una zuppa di lichene tutt'altro che spiacevole, poi un'enorme porzione di pesce secco, nuotante nel burro inacidito da venti anni, e quindi, secondo le idee gastronomiche islandesi, preferibile al burro fresco. Insieme, lo skyr, specie di latte cagliato, accompagnato da biscotto e condito con succo di bacche di ginepro. Infine, per bevanda, del siero misto ad acqua, chiamato nel paese blanda. Non potei giudicare se quello strano nutrimento fosse buono o no: avevo fame, e, al dolce, inghiottii fino all'ultimo boccone una specie di polenta di grano saraceno. Terminato il pasto, i ragazzi scomparvero e i grandi circondarono il focolare, in cui bruciavano insieme torba, erica, sterco di bue e ossi di pesce secco. E dopo quella presa di calore, i vari gruppi tornarono nelle rispettive camere. La padrona di casa ci offrì di toglierci, secondo l'uso, le calze e i pantaloni; ma, a un grazioso rifiuto da parte nostra, non insisté, e finalmente potei rannicchiarmi nella mia cuccia di foraggio. L'indomani alle cinque, demmo il nostro addio al contadino islandese. Mio zio stentò molto a fargli accettare una conveniente remunerazione, e alla fine Hans diede il segnale della partenza. A cento passi da Gardar, il terreno cominciò a cambiare aspetto: il suolo divenne acquitrinoso e meno favorevole al cammino. Sulla destra, la fila delle montagne si prolungava indefinitivamente come un immenso sistema di fortificazioni naturali, di cui seguivamo la controscarpa: spesso si presentava un ruscello che bisognava passare necessariamente a guado cercando di non far bagnare troppo i bagagli. Il deserto diventava sempre più profondo; qualche volta però un'ombra umana pareva fuggisse lontano. Se