PAUL VIALAR. IL FRUSTINO D'ORO. Sylvain e Raoul, due ragazzi di campagna accomu- nati dalla passione per i cavalli, tentano la grande av- ventura: armati solo di entusiasmo, e forti dei loro piccoli corpi robusti, se ne vanno da casa e si mettono al servizio di un allenatore di cavalli da corsa. Il loro miraggio, naturalmente, è una sfolgorante carriera di fantino, il nome stampato in grossi caratteri sui gior- nali, la ricchezza. Intanto, però, l'apprendistato nella scuderia è duro: governare dei purosangue è un lavoro difficile, quasi sfiancante, e Raoul, che dei due è il piú inquieto e istintivo, giunge vicino al punto di rottura. Ma le crisi di sconforto, naturali in ragazzi cosí giovani, non sono l'unico pericolo. Nel mondo delle corse, su cui con- vergono interessi colossali, l'insidia maggiore è un'al- tra. Ela tentazione di prendere la via piú breve per raggiungere il successo, di usare misteriosi preparati per "sfruttare meglio" i cavalli, di stringere in corsa pericolose intese - con un gesto, con una semplice parola - fra lo scalpitio dei purosangue lanciati al galoppo verso il traguardo. Infatti, sull'elegante sfondo degli ippodromi, sotto gli occhi degli spettatori per lo piú inconsapevoli, il cal- colo disonesto può far sí che non sia il migliore a vin- cere, bensí il piú spregiudicato. Ma fino a quando?... FLAVIEN GENET guardò il ragazzo che era appena entrato in cortile. Con una sola occhiata colse tutta la scena: il ragazzino (gli aveva appena detto di avere tredici anni e mezzo), con quella sua buona faccia tonda e gli occhi striati di colori diversi, era venuto per "lavo- rare". Dietro di lui c'era una vecchia contadina, la pelle cotta dal sole, la cuffia in testa, tutta intimidita; gli ricordava sua nonna, che tanto tempo prima l'aveva accompagnato dalla Normandia a Chantilly. Era una nonna anche questa: lo si capiva dall'età. Ma lo sguardo di Genet abbandonò quasi subito la vecchia e si concentrò sul ragazzetto. Lo valutava, lo misurava dall'alto in basso. Arrivava al massimo al metro e quarantacinque: la razza piccola, quella buona, quella da cui escono i migliori garzoni di scuderia e forse - perché no? - i fan- tini. Vivace, deciso, pronto a utilizzare al meglio le sue piccole braccia e le sue piccole gambe. « Ha finito la scuola diceva la vecchia. Era un'ottima cosa. Si avevano delle noie, quando si assumevano garzoni che non avevano compiuto gli studi: si parlava persino di aprire una scuola apposta per loro. L'idea lasciava Genet del tutto indifferente. C'è bisogno di "sapere" per riuscire a stare in sella, per capire i cavalli e, soprattutto, per amarli? Riprese l'interrogatorio: « Mi hai detto che ti piacciono i cavalli: ne hai già governati? » 235 « Sí, signore. Alla fattoria dove lavora la nonna. « E perché non ci resti, allora, alla fattoria? « Per via dei cavalli, signor Genet. Laggiú ci sono soltanto tre ~avalloni da attaccare al carretto. E io li governavo. :D « Li montavi? « Tutte le volte che potevo, a pelo, quando andavo nei campi. Ma erano calmi, tranquilli. Poi, alla monta di Banneville, che è vicina alla fattoria, ne ho visti degli altri, nervosi, vivaci, ed è stato questo che mi ha dato l'idea. Un giorno il signor Bucquet, l'allenatore, è venuto da Parigi per dare un'occhiata. Gli ho scritto. Mi ha risposto. » E ti ha detto di presentarti qui. Ma lo sai che questo mestiere non è tutto rose e fiori? La vecchia intervenne: « Deve sistemarsi. Mia figlia lo ha avuto da uno del quale non ha mai voluto dire il nome. un illegittimo. perché sono buona che l'ho allevato. Ma non c'è lavoro per lui, alla fattoria. Ormai i figli del padrone sono grandi. Insomma, non avrebbe avvenire, là. E lei pensa che qui l'avrà? Il suo sguardo fece lentamente il giro del cortile. Aveva fatto del suo meglio, dopo tutti i guai che aveva passato: era riuscito a prendere in affitto quei box, a qualche chilometro da Chantilly, ma vicino a Boran; tutte le riparazioni erano state a suo carico, perché i suoi mezzi non gli permettevano di pagare un affitto troppo alto. Ma adesso il tetto non lasciava piú filtrare l'acqua; non c'erano piú erbacce in cortile, gli anelli di bronzo erano di nuovo infissi nei muri, e anche se nella selleria c'era una sola sella, almeno tutto era pulito e in ordine. I cassoni dell'avena erano stati riparati, e le porte dei box chiudevano bene. Da uno dei box venne un nitrito. « Demoiselle disse. « Una figlia di Lamparo :commentò il ragazzo. Sai anche questo? L'ho appena portata dentro. La faccio lavorare tutti i giorni. Stavo giusto finendo di asciugarla, quando sei arrivato. » « Vuole che finisca io? Si diresse verso il box, e aprí la porta. « Stai attento. Quando non conosce... » Ma il ragazzo stava già entrando, risolutamente. Si sentí che di- ceva: « Oh! come un uomo. Poi, la sua voce acerba, da adole- scente, mutò: « Sono io, bella la mia Demoiselle. Io, Sylvain Parfait! Oh! Buona, buona! Tranquilla!... Ecco, cosí... Cosí va bene... bene! 236 Aveva preso il panno e glielo passava sul mantello. « Era ancora umida :osservò. « Ti chiami Parfait? :~ « Sí, Sylvain. « Ci sai fare, con i cavalli. « bella disse il ragazzo. « Ce ne sono degli altri? « No rispose Genet, « è l'unica che ho. Sono stato fermo per un certo tempo, e sto ricominciando. Ma se tu mi aiuti, presto ne avre- mo in tutti i box! Tornarono in cortile. La vecchia li aspettava. « Allora? Lo tiene qui, signor Genet? :~ Certo che lo teneva. Prima di tutto, non aveva nessun altro. E poi, quel ragazzo gli piaceva. Gli ricordava, quasi con violenza, quello che era stato lui, da piccolo, quando si era presentato a Brixton. Con la differenza che allora Brixton era un grande allenatore, mentre attualmente Flavien Genet, anche se aveva avuto il suo quarto d'ora di gloria, ormai non era altro che un vecchio. Un vecchio che, come aveva appena detto a Sylvain, "stava ricominciando". Ricominciando! No: continuava. Da giovane aveva saputo conqui- starsi la fiducia di Brixton, ne aveva sposato la fi~ia ed era diventato l'unico allenatore della gloriosa scuderia Castex, ormai scomparsa. Ma poi erano venuti i tempi duri: ci aveva rimesso un pezzo di anca nella guerra del 1914, e aveva dovuto rinunciare per sempre al me- stiere di fantino. Poi sua moglie era morta di parto, e lui aveva fatto del suo meglio per allevare il figlio, che però, purtroppo, si era messo su una cattiva strada, e si era trascinato nel disonore anche il padre. Eppure, tutte quelle disgrazie non erano riuscite a cambiarlo: lui era sempre rimasto Flavien Genet. Ma chi era poi, Flavien Genet? Ormai vicino alla sessantina, nonostante tutte le delusioni e le sconfitte della vita, era rimasto sempre lo stesso: I'uomo degli ideali, anche se l'ul- timo ideale rimastogli era di credere in quegli animali che portano nei loro zoccoli la gloria e la rovina, e che gli uomini amano per la loro eleganza e per la loro bellezza. « Per adesso lo prendo in prova » rispose alla donna. « Un mese. Vitto, alloggio e un po' di spiccioli, in attesa che diventi qualcosa o qualcunoMa deve sapere subito quello che lo aspetta: sveglia all'alba e a letto presto la sera. Durante il giorno, neanche un attimo di sosta: i cavalli da governare e da montare tutte le mattine, sulle piste; mon- tare anche in corsa, se ne sarà capace. E poi lucidare selle, morsi e finimenti: tutto deve brillare. Sempre e solo lavoro, dalla mattina alla sera. E anche la domenica. I cavalli vivono tutti i giorni. Niente paga nei primi tempi, ma la mia amicizia, se la meriterà. E la mia amicizia può essere l~avvenire, per lui. Io credo che ne valga la pena. » « Allora va bene. Io me ne vado » disse la vecchia. Si volse e si avviò verso la strada. « Dalle un bacio, Sylvain ordinò Genet. « Certo :9 rispose il ragazzo. Uscí in strada, passando dal cancelletto semiaperto. La donna si chinò su di lui. Sylvain sentí l'umido del bacio sulla guancia, ma per non far dispiacere alla nonna non si asciugò. « Arrivederci, nonna disse. E grazie per avermi accompagnato. » La vecchia se ne andò senza voltarsi indietro. Il ragazzo la seguí per un poco con lo sguardo, poi rientrò in cortile. Chiuse accurata- mente il cancelletto, cosa che fece molto piacere a Genet: il ragazzo sapeva che bisogna sempre stare molto attenti a non far scappare i cavalli. « Seguimi gli disse. E si incamminò senza voltarsi indietro. Il ragazzo lo seguí, dopo aver ripreso in mano la sua valigetta, che conteneva due camicie, un paio di pantaloni di ricambio e tre numeri di Tintin, e lo seguí. Il cortile non era molto grande. Ci si affacciavano sei box, uno occupato e cinque vuoti. In mezzo, c'era la casa. Era molto piccola: uno stretto corridoio andava dall'ingresso alla cucina. Sulla destra c'era una stanza dove Genet aveva installato il suo studio, sulla sinistra la sala da pranzo Siccome non gli era rimasto piú nulla, perché gli avevano venduto tutto quello che aveva, Genet aveva comperato dei mobili usati a un'asta pubblica. Tutta roba di scarsissimo valore: una credenza, sei sedie impagliate, un tavolo per lo studio, e per la ca- mera al primo piano un divano letto, delle coperte e un vecchio cas- settone. Non c'erano ancora tende alle finestre; quanto ai tappeti, probabilmente non ce ne sarebbero stati mai, in quella casa. Non era la miseria, ma la povertà. A Genet non era rimasto quasi niente dalla vendita delIa casa che, per miracolo, aveva ereditato da sua nonna. Il ricavato gli era appena bastato per installarsi in quella piccola scu- deria e per comperare Demoiselle. « Lascia la tua valigia all'ingresso. Facciamo un giro deria. Il ragazzo obbedí. Si diressero, uno dietro l'altro, verso la selleria un piccolo locale dal pavimento di cemento, affiancato alla casa. Nei box accanto si sentiva Demoiselle che si agitava. Genet entrò per primo: la stanza odorava di buon grasso per zoccoli. « Ho soltanto una sella, e soltanto un cavallo. Non è gran che, una sella da corsa: un arcione che sostiene le staffe. Perché, vedi, per correre non interessa la comodità, ma la leggerezza. Anche come morsi, briglie e longe siamo piuttosto scarsi: appena appena l'indi- IL FRUSTINO D O~O spensabile. Sei capitato da un allenatore povero, mio caro, ma povero solo di denaro. Non ti sto a raccontare le peripezie della mia vita: ci penseranno gli altri. Ti prendo come sei, cioè da zero; ma anche tu mi prendi come sono, come se non avessi mai fatto niente fino a ora. :~ « Ma non è vero » insorse con foga il ragazzo. « Il signor Bucuuet mi ha scritto... « Che cosa ti ha scritto? « "Vuoi diventare fantino o allenatore? E allora vai dal signor Fla- vien Genet e presentati a nome mio. E non dimenticarti di chiamarlo 'signore' Nessuno ti insegnerà il mestiere meglio di lui, perché nes- suno lo conosce meglio di lui." :~ « Ti ha scritto proprio cosí? Quelle frasi erano come un balsamo sulle sue piaghe vive. Allora, c'era ancora qualcuno che gli dava fiducia, che sapeva che lui valeva ancora qualcosa! Doveva farcela, doveva sfondare, per quelli che cre- devano in lui, e per sé stesso. E anche per quel ragazzino, fatto della sua stessa pasta. Il signor Genet gli appoggiò amichevolmente la mano sulla spalla. « Quello che mi manca sono i soldi. Però, con Demoiselle, se riu- sciamo a portarla bene in forma, dovremmo poter vincere qualche piccola corsa in provincia. Poi ho in mente un altro cavallo, per l'ap- punto uno di Bucquet. Mi piace. Ha avuto un po' di sparaguagno, ma io so benissimo come bisogna fare in questi casi. Fra un mese, Vigoureux sarà qui, e potremo sperare di fare qualche soldo anche con lui. Ma non sono tanto ricco da potermi permettere l'acquisto di fuoriclasse. E non sono abbastanza pazzo da credere ai miracoli. Quindi sono i cavalli degli altri che mi interessano, la fiducia degli altri Allora, affitteremo una scuderia piú grande, con una trentina di box, vicino a Chantilly. Quando tutto funzionerà per bene, i proprie- tari arriveranno al mattino, e noi gli porteremo i loro cavalli, per far- glieli vedere. E tu, se avrai lavorato bene, monterai in corsa a Long- champ, a Saint-Cloud... E può anche darsi che un giorno tu rientri al peso dopo un Grand Prix de Paris, con il cavallo tenuto dalla mano guantata del proprietario preceduto dai fotografi, e dai giornalisti con i loro taccuini in mano vincerai la gloria, i soldi ma, soprattutto, per te, per me, la gioia, la felicità... » 240 Sognava a occhi aperti, certo; ma sotto quella mano che gli teneva stretta la spalla anche Sylvain sognava. Nel cortile, dove erano tornati, regnava il silenzio. Ma adesso era un silenzio animato da tutta quella visione, da tutte quelle speranze. Arrivarono davanti a una ripida scala di legno che saliva al fienile, sopra i box. Sylvain si inerpicò dietro a Genet. Il padrone spinse la porta. Sotto le travature della soffitta e le tegole visibili del tetto, si allungava una specie di lungo corridoio dall'impiantito sconnesso. In fondo, c'era un pagliericcio. « Ecco. Tu dormirai laggiú. Se poi verranno altri ragazzi, aggiun- geremo dei letti. Quella sistemazione non colpí molto Sylvain. Anche alla fattoria dormiva nel fienile, sopra la stalla. « Per lavarti, c'è il mastello giú in cortile continuava intanto il signor Genet. « Le comodità verranno in seguito, se sarà possibile. Per il momento non abbiamo neanche il tempo di occuparcene. Per quanto riguarda il vitto, mangerai con me. Io consumo poca carne, ma per te ne comprerò di piú: devi farti dei bei muscoli. In genere, faccio dei gran minestroni di verdura. Adesso devo ancora farti ve- dere dove sono sistemati l'avena, il fieno, il beverone, e dove si prende l'acqua. Per cominciare, non hai che da fare quello che faccio io, e ricordarti di tutto. Se non capisci qualcosa, chiedimelo: ti risponderò sempre. Muto e attento, Sylvain seguiva il signor Genet. « Vedi, i cavalli bisogna nutrirli, dar loro energia. il lavoro che fanno a detérminare l'ora dei pasti. Un purosangue in allenamento vive ventitré ore su ventiquattro chiuso in un box. La notte non con- suma niente, è protetto dai muri e dalla coperta. Alle sei del mattino deve uscire e lavorare sodo: vedrai presto cosa vuol dire lavorare! Dunque, al mattino primo pasto. Senza pasto non è possibile alcuno sforzo. Il fegato si è svuotato durante il digiuno notturno, e quindi il cavallo non potrebbe consumare energie che non possiede piú. Quindi, un pasto robusto, ma che possa essere assimilato molto in fretta. Bisogna, insomma, ricaricare la batteria. » « E a mezzogiorno, signor Genet? « Prova un po' a pensarci. Si era voltato verso il ragazzo, e lo scrutava. « Gli darei di meno. « E avresti ragione. Eppure, in molte scuderie, sono abituati a fare esattamente il contrario. Ma non qui da me. Il cavallo non ha biso- gno di niente a quell~ora: fa caldo e non deve lavorare. Perché allora far funzionare inutilmente la sua officina interna? Mangiare troppo 241 affatica il fegato... Bere troppo affatica il cuore... E poi, Demoiselle è una saura, ha il pelo fulvo, e ha bisogno di meno avena di un baio. L'avena contiene silice, e i sauri ne sono ricchi. Io gliene dò verso le quattro del pomeriggio, ma non in grande quantità: due o tre litri di avena zuccherata o salata, perché il pasto della sera non è lontano. « A che ora è il pasto della sera, signor Genet? « Alle otto. A quell'ora i bisogni diminuiscono: il cavallo riposa e poi c'è il calore del box e della lettiera. Però si deve pensare alle ore della notte, in cui non riceverà piú nulla. E non bisogna dimen- ticare che il cavallo ha tutto il tempo di assimilarlo, l'ultimo pasto. Perciò, deve essere studiato per una digestione lenta: non per essere bruciato di colpo ma, al contrario, per "riparare" lentamente la mac- china. Guardava il ragazzo: i suoi occhi spalancati lo divertivano, ma sapeva benissimo che lo capiva. E Sylvain pensava: "Mi spiega il perché delle cose. Avrebbe potuto dirmi: alle sei del mattino le dài questo, alle quattro del pomeriggio quest'altro e alle otto di sera quella tal quantità. E invece no: mi parla, mi spiega: ne imparerò di cose, con lui!" Sylvain era come affascinato. Non era mai stato molto felice, fino allora, con una madre alla quale piacevano troppo gli uomini e che aveva finito per andarsene dal paese, lasciandolo alla nonna. L'ave- vano mandato a scuola, ma aveva dovuto pagare presto il suo scotto: molto spesso, gli era toccato rimboccarsi le maniche e dare una mano alla fattoria, invece di andare a scuola. Ed ecco che, davanti a lui, si apriva un orizzonte nuovo, con un mestiere che si basava sugli animali che gli piacevano tanto. In quell'istante sentí, per la prima volta nella sua breve esistenza, di essere felice. PER TRE SETTIMANE, il signor Genet uscí tutte le mattine in groppa alla giumenta, mentre Sylvain rimaneva in scuderia, dove c'era molto da fare: in genere, aveva appena finito i vari lavori quando Genet rientrava. Poi, un giorno, il padrone disse: « Vorrei vedere come te la cavi sulla puledra. Le guance del ragazzo si imporporarono: finalmente era arrivato il grande momento. « Comincia col metterle bene le fasce che proteggono i tendini. Ecco, cosí... non troppo strette... Bene... Hai capito... Hai preso la sella? Stringi il sottopancia: piano, ma con decisione. Guardava Sylvain: indossava un blusotto, un paio di blue-jeans e 242 scarpette di gomma. Non era ancora agli stivali o ai calzoni da cavallo! « Non hai delle scarpe con la suola di corda? :~ « Sí, signor Gen-et. « E allora metti quelle. Le scarpe da ginnastica hanno la suola di gomma, non scivolano e si incastrano nella staffa: se cadi, resti ag- ganciato con il piede e puoi finire molto lontano: all'ospedale o al cimitero. Ora portami qui la giumenta. Calma, con calma, delicata- mente... Non ti eccitare, è un giorno come un altro. No, non era vero, ma bisognava che per Demoiselle fosse cosí. Ormai lo conosceva, il ragazzo. Era lui che, il mattino presto, entrava per primo nel box, faceva la lettiera, lavava Demoiselle, e poi, quan- do era uscita con il signor Genet in groppa, inondava il box di acqua, spalancando bene la porta perché tutto fosse ben secco e aerato al suo ritorno. Era lui che le dava da mangiare, e controllava che non avanzasse niente delle razioni, perché ciò significava che era in buone condizioni. Lei conosceva la mano delicata che le accarezzava la groppa, scendeva verso le gambe per palpargliele, le grattava le froge o le dava una mela verde. Era sempre lui che passava a vederla per ultimo, e si preoccupava che la coperta fosse ben sistemata e che tutto fosse in ordine per la notte. « Ti metterò io in groppa. Avvicinati. Appoggia il piede destro nelle mie mani: ti faccio la scaletta. Forza. Hop! Ci sei. Accarezzale l'in- collatura. Parlale. Adesso metti i piedi nelle staffe. Ti farò girare un poco alla longia. Gli fece fare cosí piú volte il giro del cortile, al passo, poi ordinò: « Ora scendi! « Cosí presto! « 1tutto, per oggi. Demoiselle deve fare il suo lavoro e basta, e per adesso solo io posso occuparmene. Ma ormai sono troppo pesante: è un peso come il tuo, che ci vorrebbe. Peccato che io non abbia una scuderia meglio organizzata, con un vecchio cavallo sul quale inse- gnarti a stare in sella! Ah, a proposito, ho visto Bucquet. Fra poco avremo Vigoureux, il cavallo di cui ti avevo parlato... Mi concederà delle facilitazioni per il pagamento. « Davvero, signor Genet? « Credo proprio di sí. Per te raddoppierà il lavoro. Ma se impa- rerai presto a montare, potrò uscire con te. Avremo una scuderia di ben due cavalli! Pensa un po'! Lo diceva in tono leggermente amaro e ironico, ma senza profondo risentimento nei confronti della vita, che prima gli aveva dato molto, e poi gli aveva tolto tutto. L'indomani, Genet arrivò con Vigoureux e tutti i suoi finimenti. Era un tre anni che portava bene il suo nome: un baio robusto e forte; tanto forte che c'era quasi da credere, se ci si atteneva alla genealogia certificata dai documenti, che sua madre si fosse accoppiata di nascosto con un cavallo normanno! Era quello che Bucquet aveva detto ridendo, e che Genet non aveva certo creduto: era stato solo un gesto da amico, per non fargli pagare un prezzo troppo alto. Vi- goureux significava la possibilità di uscire in coppia! Ma prima il ragazzo doveva imparare a star bene in sella. « Prendi Demoiselle alla longia. Andiamo al tondino. D E mentre Sylvain preparava la puledra, Genet aprí il cancello. Uno accanto all'altro, entrarono in un terreno invaso dalle erbacce, che a prima vista sembrava abbandonato. Uno steccato rotondo, che una volta era stato bianco, si ergeva al centro dello spiazzo. In compenso, la sabbia del tondino era ancora soffice. « Forza, monta in sella. > Genet lo aiutò, poi prese il cavallo per la cavezza. « Tieni le redini come ti ho detto. La bocca è fondamentale Adésso avanti, al passo... Un giro... Due... La posizione è sbagliata. Stai ap- poggiato all'indietro, come su una poltrona... Non si tratta di una passeggiata, ti ho messo le staffe corte e ti danno fastidio, ma fra poco, quando cambieremo andatura, ti sposterai in avanti. Non allargare le ginocchia. Sembri un ciclista! Preparati ad alzarti sulle staffe e a chi- narti sull'incollatura. Pronti? Pronti, certo. Prima il trotto, e poi, dopo un minuto, il galoppo. Le indicazioni e i consigli del signor Genet piovevano continuamente. Sylvain, teso ma felice, si sforzava di seguirli. a La cadenza... Attento all'equilibrio... Cosí va abbastanza bene. Adesso rientriamo. D E rientrarono. Fu ancora il signor Genet ad aprire il cancello del cortile. Poi lo richiuse e guardò il suo allievo scendere di sella. A un certo punto, aveva preso la briglia e, tirandosi dietro Demoiselle con Sylvain sulla groppa, aveva avuto la fuggevole impressione di riac- compagnare una vincitrice al peso. Ma, purtroppo, non erano ancora a quel punto! E adesso c'erano due cavalli da nutrire! Non poteva impedirsi di fare mentalmente i conti, e di chiedersi se non era stata una follia, la sua. Ce l'avrebbe mai fatta a venirne fuori? In ogni caso, nel giro di sei mesi (ma questo non lo diceva a Sylvain) avrebbe sapu- to se li aspettava il fallimento o se ce l'avrebbero fatta a tirare avanti! A PARTIRda quel giorno, uscirono insieme a far lavorare i cavalli. Vigoureux era veloce, ma difficile. Genet faceva maggiore affida- mento su Demoiselle. Sylvain acquistava esperienza, capiva quello che bisognava e, soprattutto, quello che non bisognava fare. Presto avreb- IL FRUSTINO D ORO bero cominciato l'allenamento vero e proprio, per portare in piena forma i cavalli. Stava per aprirsi la stagione delle corse, e dovevano tentare la sorte. Non ancora a Parigi, ma in provincia. Di mattina, lasciavano la scuderia senza sorveglianza. Non c'era proprio niente da rubare, diceva Genet: quando uscivano, tutta la loro fortuna era fra le loro gambe. Percorrevano il lungo vialone del Lys e si dirigevano verso il galoppatoio delle Aigles. In quella sta- gione, faceva ancora un freddo frizzante; il fumo saliva dai camini delle case, non dritto, ma inclinato dal vento, che a volte portava un improvviso odore di caffellatte. Loro se l'erano già bevuto, in cucina, vuotando fino all'ultima goccia le loro gavette. Infine, sbucavano alla Cote, dopo una corta ma ripida salita nel bosco. Arrivati lassú, nel mattino ovattato di bruma, uno di loro apriva il cancello del galop- patoio e lo richiudeva dietro ai due cavalli. Una volta superata la cortina degli alberi, arrivavano alle piste. Si sentivano voci ovattate, mai richiami o grida: i cavalli sono cosí sen- sibili ai rumori! Poi le sagome si avvicinavano, si precisavano: uno era Ted Simpson, un giovane allenatore, con il quale scambiavallo il buongiorno. I primi che incrociavano erano i cavalli della scuderia Bartholomew: quelli della scuderia Cunnington arrivavano sempre piú tardi E a volte, quando sbucavano sulla pista erbosa, da quello spazio nel quale per il momento Genet e Sylvain non vedevano niente, veniva un rullio sordo, quello dei cavalli lanciati al galoppo. Lenta- mente, il rumore si accentuava; poi, all'improvviso, dal nulla sbuca- vano quattro o cinque purosangue, che pochi secondi piú tardi si ri- tuffavano nel nulla. Era fantastico vedere quei potenti animali in azione, cosí veloci, cosí tesi, con i loro scimmieschi cavalieri, chini in avanti sul bilanciere, che si intravedevano appena, come se appar- tenessero a un altro universo, che non aveva nulla in comune col mondo della gente che va a piedi. Uno dietro l'altro (Vigoureux in testa) andavano al passo, poi al trotto, per passare poi al piccolo galoppo per poche centinaia di metri. A volte, quando tornavano al passo per far riprendere il fiato ai ca- valli, Genet spiegava all'allievo: « Allenare un cavallo vuol dire eliminare i grassi dal suo organismo, sviluppare la potenza dei suoi muscoli e, nello stesso tempo, aumen- tare la sua resistenza allo sforzo. Far raggiungere all'animale l'equi- librio nervoso che accompagna la perfetta condizione fisica. Lo senti che Demoiselle sta entrando in forma? « Mi sembra proprio di sí. :~ « Infatti Ma non sono ancora soddisfatto. Bisogna vederci chiaro. per questo che abbiamo gli occhi. E poi anche il cronometro. Voglio prendere il suo tempo sui mille metri. Resta qui. Da questo paletto che c'è sul margine della pista fino al punto dove vado ad aspettarti, ci sono giusto mille metri. Da laggiú, ti darò il via. Non forzare, però: lasciala andare senza sollecitarla, senza usare il frustino. :~ Sylvain ne aveva uno da una settimana: un vecchio frustino usato, ma che per lui era il simbolo del suo potere sul mondo dei cavalli. Eppure, Genet, consegnandoglielo, gli aveva detto chiaramente: « Il frustino non è fatto per colpire, ma piuttosto per accarezzare. Per i piccoli colpi battuti velocemente sul fianco, come su un tam- buro dalla pelle delicata. Chi picchia come un bruto, è finito. Il cavallo non dimentica mai. Il frustino è fatto per chiedere, non per costringere :~. Genet si allontanò al piccolo trotto su Vigoureux. Arrivato ai mille metri, si fermò. Vedeva Sylvain allontanarsi dal punto fissato. Non sarebbe stato un cronometraggio molto preciso, ma almeno avrebbe potuto farsi un'idea. Abbassò il braccio. Demoiselle partí al galoppo. L'andatura era buona. La puledra su- però lanciata il punto di partenza e Genet fece scattare la lancetta dei secondi del suo vecchio cronometro. Per fare un tempo decente, Demoiselle avrebbe dovuto coprire il percorso in poco piú di cin- quanta secondi. Sylvain si avvicinava, ritto sulle staffe, chino in avanti... Quarantacinque secondi... cinquanta... Ecco, passato! Cinquantotto... Be', non era poi male, anche se i fuoriclasse corrono il chilometro in quarantotto. Ma, alla fin fine, avrebbero corso in provincia. Doveva decidersi a iscrivere Demoiselle. Che cosa rischiava? in corsa che un cavallo e un allievo imparano com'è realmente il mestiere. Soltanto in corsa. E poi, aveva bisogno di vincere: c'era da pagare il conto dell'avena, già in arretrato di un mese, le briglie acquistate a credito, e il maniscalco e il veterinario ancora da saldare... Appena rientrato in casa, Genet si chiuse nel suo studio a consul- tare l'elenco delle corse in cui poteva iscrivere Demoiselle, e cominciò a calcolare le possibilità che ci potevano essere in questa o in quella, a Fontainebleau, al Croisé, ad Amiens. Quando Sylvain bussò alla porta, perché era ora di pranzo, il signor Genet stava finendo di scri- vere una lettera. a Entra. Ho qui delle carte da farti firmare. Ecco, firma qui in basso. Grazie... la tua assunzione come allievo (piegò il contratto 246 e lo infilò in una busta). Lo spedisco a tua nonna perché lo contro- firmi... Deve essere in regola. Poi prendi la mia bicicletta e vai a imbucarlo a Gouvieux. Ah, comprami anche delle sigarette. ,> IL FRUSTINO D ORO Il signor Genet gli porse due buste, e Sylvain vide che una era indirizzata a sua nonna, e l'altra a una società ippica. D EMOISELLE stava raggiungendo il massimo della forma. Con una specie di genio pratico, Genet riusciva a ottenere il meglio da lei. Un mattino, mentre stavano salendo in sella per far lavorare i ca- valli (era un martedí), Genet disse a Sylvain: « Demoiselle corre domenica a Fougères, nella quarta corsa. E sarai tu a montarla. Sei contento? « Oh sí, signor Genet! Fougères, quarta corsa: sono milleottocento metri, no? » « Vedo che leggi i giornali. Hai paura? :~ «No. « Bugiardo. Io ce l'ho. E se non ne avessi anche tu non ci sarebbe molto da aspettarsi. Ma tu ne hai, vero? » Il ragazzo abbassò la testa: « Sí, signor Genet. :~ Mentre si avviavano al passo verso le Aigles, Sylvain, in sella a Demoiselle, era raggiante. E si ripeteva la lezione per la domenica successiva: prima di tutto, partire bene. Il signor Genet gli aveva fatto fare tante di quelle partenze sul terreno delle Aigles! Partire in testa o aspettare? Gli ordini: devo attenermi strettamente agli ordini. Il signor Genet sa queste cose meglio di me. La sera, mentre cenavano, Genet cercò l'elenco dei cavalli. « Sette partenti. Tutti tre anni, e molti hanno corso poco... Ma c'è la genealogia che ci può guidare. E i loro tempi. Non si può dire che avremo molte probabilità di vincere! Ma non fa nulla: dobbiamo correre. » Diede al ragazzo un buffetto sulla guancia. « Tu conosci Demoiselle, e lei ti conosce. « Quanto a questo, può star tranquillo, signor Genet. » « Allora dovrebbe andare abbastanza bene. « Come vorrei poter vincere quel premio per lei, signor Genet! C'è un monte premi grosso, per essere in provincia. Anche se arriviamo soltanto secondi. » In effetti, il monte premi era grosso. Una di quelle quarte corse ben dotate, fatte apposta per invogliare gli allevatori e gli allenatori della Normandia o del Limousin; e anche per attirare qualche cavallo di Maisons o di Chantilly. Quella volta, però, non ce n'erano, e ILRUSTINO D ORO Genet sapeva perché. Fra i sette partenti, Reine-Jolie, Vandale e, soprattutto, Farandole godevano dei favori del pronostico; quindi era un'illusione pensare di classificarsi primi in un lotto cosí agguerrito! E anche secondi! Poi, quelli avrebbero avuto in groppa vecchi fan- tini sperimentati, furbi, che ci sapevano fare a tagliar fuori gli avver- sari Il povero Sylvain sarebbe stato chiuso allo steccato o intruppato nel gruppo. Per passare, avrebbe avuto bisogno di molta astuzia, e purtroppo fra le gambe avrebbe avuto solo Demoiselle, sulla quale Genet non si faceva molte illusioni. No, il bel gruzzolo non sarebbe arrivato quella volta, ed era un guaio, perché la situazione finanziaria stava facendosi sempre piú difficile. Bah, prima o poi sarebbe venuto il giorno in cui qualcuno, sapendo che lui aveva ripreso l'attività, avrebbe cominciato ad affidargli i suoi cavalli. Ma non si poteva nel frattempo tentare qualcosa per "forzare" la sorte? Molte idee gli tur- binavano in testa. Certo, c'èrano gli "stimolanti". Un sacco di gente onesta ne parlava apertamente. Dove comincia e dove finisce esatta- mente il doping, almeno per restare in regola con la legge e con il codice sportivo? Si può, questo è sicuro, aumentare chimicamente la forza muscolare, la resistenza, il coraggio di un cavallo, dare a un animale i cento metri che gli mancano... Nelle corse di provincia, qual è il cavallo che non viene "aiutato"? Per fortuna, i controlli ve- terinari non si fanno molto spesso, altrimenti si vedrebbero ben po- che corse! Era una battuta? No, non del tutto. Genet lo sapeva per esperienza. Del resto, anche per Demoiselle, de!la quale conosceva difetti e ca- renze, lui utilizzava certi "compensatori" autorizzati. Era l'abc del mestiere. Sapeva che la stricnina agisce sui cavalli che hanno poca resistenza, che l'arsenico eccita l'appetito, attiva la digestione, migliora gli effetti della nutrizione; che il fosfato di ferro dà temperamento, che gli estratti di milza o di fegato permettono le lunghe distanze e che la caffeina evita gli stiramenti muscolari, aumentando la secrezione dell'adrenalina, che condiziona il tono muscolare. Ma tutto questo re- stava nei limiti consentiti, non cadeva sotto i fulmini della legge, come non ci ricade l'uomo depresso che si tira su dopo un grosso dispendio fisico o psichico. Il vero doping era la introduzione per via orale, anale o sottocutanea, di stimolanti brutali, individuabili con l'analisi della saliva o dell'urina dopo la corsa. Ne aveva visti, Genet, di cavalli fuori di sé, con il collo gonfio, che rischiavano di morire appena finita la corsa, perché forzati come quelle piante fatte crescere artificial- mente, che appassiscono appena acquistate e che niente riesce piú a salvare. Il venerdí sera, Sylvain andò a Chantilly a comperare giornali e medicinali. Passando davanti a un caffè, sentí gridare il suo nome. Sul momento credette che chiamassero un altro, ma quando si girò si trovò di fronte un ragazzo giovane e piccolo, certamente un garzone di scuderia come lui, che gli domandò: « Non mi riconosci? Lavoro dai Villaroche. Ti vedo sempre alle Aigles, quando vai a far lavorare i cavalli. Non vieni a prendere un bicchiere? Quando furono nella camera, lo videro immobile sul letto: riusciva appena a muovere la testa. « Sistemato! Sono proprio sistemato per bene! Non posso muovermi! Questa maledetta schiena, come il solito! Sono i postumi della mia ferita di guerra. Sylvain, cerca di pescarmi al telefono il dottor Neu- wirth, a Gouvieux. Devo, devo andare a Fougères, porco cane! Quando il dottore arrivò, erano le sette. Sylvain e Buteau giron- zolarono in cortile fino a quando Genet li chiamò. Entrate. Il dottore mi ha appena fatto una iniezione... Anche se riuscirò ad alzarmi non sarà prima di una o due ore. Bisogna che voi due partiate. Se non vi fermate mai, ce la farete. La giumenta deve avere il tempo di riposarsi un poco, di distendersi. C'è un treno che arriva a Fougères alle quattordici e trenta. Posso benissimo arrivare per la quarta corsa. Bisognava arrivare a Fougères, ad ogni costo. La puledra era iscritta alla corsa, e le spese ci sarebbero state lo stesso. Certo, senza Genet non ci sarebbe piú stato nessuno a guidare Sylvain. Se anche prima non c'erano state molte probabilità di vincere, ormai si poteva dire che avessero perso in partenza. Sarai solo, Sylvain... « No, signor Genet: lei arriverà in tempo, ne sono sicuro. » « Non sono io che corro, siete tu e Demoiselle. Tocca a voi. Gli ordini? Te li dò subito. I partenti sono sette, ma secondo me ci sarà almeno un forfeit, e forse due. Non sarà dunque un gruppo folto. Però, cercheranno di tagliarti fuori con tutti i mezzi, di chiuderti con- tro lo steccato. Non lasciarglielo fare. :~ Come? a Parti in testa, e mantieniti all'esterno. l'unica possibilità che hai. » « Se Demoiselle tiene. Buteau e il dottore stavano uscendo. Sylvain fece per seguirli, ma Genet lo richiamò. « E tutto in ordine? L'acqua, l'avena? To', ti ho preparato questa. » « Che cos'è? Era una delle pillole della scatola che Sylvain aveva comperato alla farmacia di Chantilly. « Per la giumenta. Per aiutarla sugli ultimi due, trecento metri. » « Una droga? domandò Sylvain, con gli occhi spalancati. « Stai pensando al doping? No, tranquillizzati, è solo perché possa riprendere le forze dopo tutto quel viaggio, per farla rimettere dalla stanchezza. « Ma, signor Genet... IL F~RUSTINO D ORO « Fai quello che ti dico. Anche questo fa parte degli ordini. Le darai la pillola poco prima di portarla fuori per la corsa. Conto su di te, Sylvain. Non vincerai: ma corri bene!~ « Arrivederci, signor Genet. Svlvain scese gli scalini a quattro alla volta. Demoiselle salí senza fare storie sul rimorchio: Sylvain la teneva per la briglia. Ma quando Buteau fece per richiudere lo sportello, Sylvain lo fermò. « Salgo dietro con lei. Devo sorvegliarla. Non voglio che si metta a mangiare la paglia. E poi con me vicino non si innervosirà, e cosí non le succederà niente. Nel rimorchio c'era solo una finestrella, ma cosí alta, che Sylvain fece tutto il percorso senza vedere niente. Con la mano tastava conti- nuamente la pillola che aveva in tasca, avvolta nella carta velina, e gli tornava in mente la conversazione del caffè di Chantilly. Doveva dare la pillola a Demoiselle? O era meglio di no? E gli ordini? Il si- gnor Genet aveva detto che non conteneva niente di nocivo, e doveva avere fiducia in lui. E se ci fosse stato un controllo, e il signor Genet, per vincere, non gli avesse detto la verità? Pensava ancora a quelle cose quando il rimorchio si fermò. Sentí la voce di Buteau, e poi lo sportello posteriore che veniva abbassato. « Fougères! Ippodromo! Signori, si scende! :gridava il meccanico. Erano accanto all'ippodromo, su una strada asfaltata, in mezzo a molte altre auto. Sylvain non aveva mai pensato che potesse esserci tanta gente! Uomini, donne e anche bambini: in provincia le corse sono un'occasione per le passeggiate domenicali delle famigliole. Sistemò Demoiselle nel box che gli venne indicato, e le restò accan- to. Buteau si era incaricato di portare i documenti ai commissari di corsa e di confermare la partenza di Demoiselle. Era simpatico e gen- tile, Buteau. Fra poco sarebbe tornato per aiutarlo, metterlo in sella, e tenergli la giumenta. Sylvain era nervoso: si sentiva intimidito, disorientato, stupito da quella specie di grande festa popolare, dalle grida della gente che si scambiava opinioni e informazioni, dai richiami dei venditori di paste, birra e panini. Non riusciva neanche a scorgere la pista: l'avrebbe vi- sta solamente quando ci sarebbe entrato, in groppa a Demoiselle. Dalla porta aperta del box, Sylvain guardava fuori. Stava calando un relativo silenzio: erano le due e un quarto, e presto sarebbe stato dato il segnale di partenza della prima corsa. Se anche il signor Genet ce l'avesse fatta a venire, non sarebbe arrivato prima di tre quarti d'ora. Sylvain non aveva dimenticato niente di quanto gli aveva detto. Sape- va che lo steccato era a destra, come Demoiselle preferiva, e che c'era una prima curva, e poi una seconda, cinquecento metri piú avanti, poi una corta salita seguita subito da un'altra curva che dava sul rettili- neo finale. Ce l'avrebbe fatta Demoiselle a tenere per milleottocento metri? Sí, lo aveva detto il signor Genet. E poi, c'era la pillola! Sta- va pensando a quelle cose quando un uomo che non aveva visto avvi- cinarsi gli domandò: « E lei il garzone del signor Genet? « Sí :D rispose Sylvain, guardando l'uomo. Era un signore vestito di tweed inglese: aveva un binocolo a tracol- la, calzava scarpe marroni, di camoscio, portava occhiali dalle lenti af- fumicate, e aveva un naso grosso e lungo. Era piuttosto alto, molto sicuro di sé. Disse: « Vorrei parlare col suo padrone. « Non c'è. Deve arrivare in treno. « E il suo fantino c'è? « Sono io disse Sylvain. Ma quanti anni ha? Quasi quattordici. « Deve essere in gamba... Ho seguito la carriera del signor Genet prima della guerra: è un uomo che sa quello che fa. E un dritto. "Magari fosse vero!pensava Sylvain. Tornerò quando sarà arrivato disse lo sconosciuto. E si affrettò verso le tribune, perché era appena stato dato il via alla prima corsa. Buteau tornò con molte novità, e Sylvain non pensò piú all'uomo. « Tutto a~posto. Ah, a proposito, c'è un forfeit. Chi? Farandole? Vandale? Reine-Jolie? :~ « No! Ti piacerebbe, eh? Farandole è a due contro uno. Vandale a cinque, Reine-Jolie a sette... per adesso. « E Demoiselle? :~ Quarantasei... E l'ultima sulla lavagna. Vedi, Sylvain, perché tu abbia qualche possibilità di piazzarti, bisognerebbe che corressi da solo. Non lo diceva con cattiveria: non c'era proprio alcuna probabilità che Demoiselle si piazzasse a uno dei primi due posti. Alle tre, Genet non era ancora arrivato, ma Buteau, che era andato a gironzolare dalle parti del peso, tornò con una buona notizia. « Farandole non parte! Dicono che è malata! Una di meno... e la migliore! a Ma restano gli altri. IL FRUSTINO D ORO « Sono le tre e dieci constatò Buteau, guardando l'orologio. « Può darsi che il treno sia in ritardo. » Sylvain lo diceva, ma non ci credeva. Ancora dieci minuti, e poi sa- rebbe stato sicuro che Genet non sarebbe piú arrivato. Ma che cosa aveva sperato? Non li aveva già, i suoi ordini? Se la sarebbe cavata da solo. Basta con la tremarella, altrimenti era meglio che cambiasse mestiere! Cominciò a vestirsi. Gli avevano detto che c'era uno spogliatoio, vicino al peso, dove poteva cambiarsi; ma lui preferiva farlo nel box, lontano dagli altri. Li avrebbe visti anche troppo presto, quelli! Se li immaginava già, intenti a squadrare la vecchia casacca con i colori dell'allenatore, che gli stava esageratamente larga, e gli stivali che il signor Genet aveva preso a prestito per lui. Ma, quale che fosse il suo abbigliamento, ormai era un fantino, e questo era già qualcosa! Infilò la casacca bianca, azzurra e verde. Il berrettino era tutto ingiallito, ma tanto in corsa non si sarebbe visto, come aveva detto il signor Genet. Quando ebbe finito di prepararsi erano le tre e mezzo. Ormai, il signor Genet non sarebbe piú arrivato. Si diresse verso la puledra, che voltò la testa. « Demoiselle, bella... Siamo soli, noi due... Era calma, forse anche troppo (non era un cavallo da pomeriggio; il signor Genet l'aveva detto tante volte) quindi in quella corsa avrebbe fatto il possibile e niente di piú. Sylvain pensò di nuovo alla pillola. « Certo. Sicuro. Ma sa quanto costano? « Non si preoccupi dei soldi. Lei deve solo preoccuparsi di farmi vincere. Non lo rimpiangerà. « Le mie condizioni sono le solite. Lei conosce i prezzi di pensione per un cavallo? Bisogna calcolare poi le cure particolari, le spese per il veterinario... Le percentuali e le partecipazioni sono... :~ « Lo so. Devo dirle che sono molto generoso, quando le cose van- no per il giusto verso. « Firmeremo un contratto. Per il resto... :9 « Si fida di me... Bene... quando cominciamo? Lei qui ha posto per quattro cavalli, e io ne voglio subito quattro. « Non sarà facile trovarli cosí, sui due piedi. « Non importa! Quello che voglio sono delle buone occasioni. Dei cavalli in grado di vincermi qualche buona corsa... Certo, non pre- tendo subito l Arc de Triomphe o il Grand Prix de Paris... Ma poi, chissà mai... « Non si può mai sapere, signor Vamos disse Genet. « Sí, si sa. Ci sono dei giorni in cui si sa. « Certo. Ci sono dei giorni in cui si è nettamente migliori. » « O si è soli a correre. :~ « L'ha detto. Be', mi metterò in caccia. Il signor Vamos stava alzandosi. « Allora, arrivederci a presto. Io abito all'Hotel Plaza, a Parigi. « D'accordo, signor Vamos. Conti su di me. Poi chiamò Sylvain: « Accompagna il signore al cancello. Vamos se ne andò, salutando il ragazzo con piccoli cenni, che se- condo lui dovevano essere cordiali. GerLet richiamò Sylvain. « Il signor Vamos ci affiderà quattro cavalli. Non potrai accudirli da solo: dovremo cercare un altro garzone. In attesa di trovare questo secondo garzone - e non c'era poi tan- ta fretta, visto che non avevano ancora i cavalli di Vamos - bisogna- va approfittare del fatto che Genet stesse meglio per riprendere la preparazione di Vigoureux, che stava entrando in forma. Una mattina, Genet mise Sylvain su Vigoureux; ma non fu una prova molto felice. Il ragazzo si era abituato a Demoiselle, ma con Vigoureux le cose cambiavano; Sylvain era sconcertato, e non aveva forza sufficiente nelle braccia per quel cavallo cosí solido e duro di bocca. Uno o due tentativi sulle piste delle Aigles non diedero mi- glior risultato, e Genet dovette concludere, alla fine del lavoro: « Tutto sommato, non vi intendete. Sylvain lo sapeva. Ostinarsi sarebbe servito solo a perdere del tem- po. Genet, un poco deluso, ricominciò a far lavorare ner~on~lmPntP i cavallo, e cercò di farlo entrare in forma. Vigoureu.. Y aveva delle buo- ne possibilità: lo dimostravano la sua solidità e la velocità dei suoi canter. Ma, in genere, ci vuole molto piú tempo per "tirar fuori" un cavallo di grossa stazza. Molte volte gli animali robusti si affermano un anno dopo i loro coetanei. CON LA POSTA del mattino, arrivò una lettera per Sylvain. La non- na lo ringraziava per il giornale che le aveva mandato. ... Mi ha fatto molto piacere vederci il tuo nome sopra. Eccoti fantino adesso, o quasi. C'è qualcuno che ti invidia, qui alla fatto- ria: Raoul. Vuol fare come te. Dice che la terra non gli interessa, che per lui ci sono solo i cavalli. Ieri, il fratello maggiore l'ha tro- vato in groppa a Mignonne che giocava alle corse (cosí gli ha detto) e l'ha fatto scendere a schiaffoni. Mi ha chiesto di scriverti. Senti un poco in giro se c'è un posto per lui... Il signor Genet s'informò: « Allora, sta bene la nonna? « Sta bene, signor Genet. Ah, senta, mi scrive che Raoul Auber- IL-RUSTINO D ORO ge, il figlio minore del padrone della fattoria, vorrebbe seguire il mio esempio. « Com'è il ragazzo? « sempre stato buono con me. Piú dei suoi fratelli, che tante vol- te erano cattivi... per via della marnma. Dicevano delle cose sul suo conto. « Non intendevo questo. Com'è fisicamente? :~ « Ancora piú piccolo di me. Piú leggero, ma muscoloso. I suoi fratelli lo chiamano "mezza porzione", ma quando si tratta di fare qualcosa di difficile, lui è sempre il primo. « Quanti anni ha? « Quattordici. « Andrebbe bene. Scriverò a suo padre perché me lo mandi. In prova, naturalmente. Il lunedí seguente, Raoul Auberge sbarcava alla scuderia. Fu Sylvain a riceverlo. « Raoul! Entra, vecchio mio! Hai fatto buon viaggio? Il padrone è a Gouvieux. E cosí, papà Auberge ti ha lasciato partire! » « Mi ha sbattuto fuori, vorrai dire! Quando è arrivata la lettera del signor Genet ha fatto una di quelle scene! Stavo tornando dai campi e lui mi aspettava.Che cos'è questa storia? Vuoi andartene'?" "Sí, papà." "Se te ne vai, la fattoria va tutta ai tuoi fratelli, e tu creperai di fame a strigliare i ronzini degli altri. Ma non venire qui a piangere, perché ti riceveremo a calci nel didietro... Scegli tu!" « E sei venuto via? « Cosa volevi che facessi? Ho le mie idee. Però, adesso comincio a domandarmi... « Andrà tutto bene! « Sei gentile! Deve essere bello, diventare un grande fantino! » Sylvain lo accompagnò verso il box, in fondo al cortile. « Guarda questa! Demoiselle! « Quella con la quale hai vinto? :~ « Proprio cosí! « Chissà come si è contenti, quando si vince... Mi piacerebbe tanto vincere! « A chi lo dici! L'altro è Vigoureux. Aprí la porta del secondo box. Vigoureux nitrí e si impennò. « Op-là, buono, buono. Non ti innervosire, piccolo! Raoul era indietreggiato. Non avere paura. Non è cattivo. Solo robusto e sanguigno, come molti maschi. IL FRUSTINO D ORO Raoul tornò indietro, diffidente, e restò al riparo della porta. ¨ « Fammi vedere gli altri. Non ce ne sono altri. Per adesso almeno, perché li stiamo aspet- tando. Presto ne avremo sei. Il che farà tre a testa da governare. » « Perché, siamo noi che li governiamo? :~ « E chi vuoi che sia? » rispose Sylvain ridendo. « Ma allora ci sarà un sacco di lavoro da fare! « Non si finisce mai. D'inverno siamo in piedi prima dell'alba; d'e- state ci alziamo con il sole; e per prima cosa bisogna far lavorare i cavalli. Al ritorno, c'è ancora da governare, e poi viene il maniscalco a vedere i ferri. Poi c'è la preparazione dei pasti, tre volte il giorno, e dei beveroni, una volta d'estate e due d'inverno: i semi di lino fanno bene all'intestino. E poi c'è l'acqua. E tutti gli aggeggi da lu- strare, senza contare i box da lavare, le lettiere... :~ « Ma a che ora siamo liberi? » « Mai. C'è sempre qualcosa da fare: un cancello da dipingere, una briglia da ricucire, un vetro da cambiare, e a volte delle commissioni per il padrone... Insomma, quando hai finito crolli letteralmente sul pagliericcio! « Sul pagliericcio? Ma non abbiamo neanche i letti? :~ « Non ancora. Li avremo quando saremo ricchi. E il signor Genet lo diventerà, te lo assicuro io. iun buon uomo! Preciso in tutto. » « E le corse? « Non subito. Prima devi imparare a montare. :~ « Ma io sono capace! A casa... « Non è assolutamente la stessa cosa. Demoiselle non è Mignonne e te ne accorgerai tu stesso quando le salirai in groppa. Non hai l'aria molto soddisfatta. Guarda che se non vuoi fare tutte queste cose è meglio che tu torni e chieda scusa a tuo padre. » « Mai! Piuttosto preferisco crepare! Quando Genet tornò, Sylvain aveva già portato Raoul nella loro "camera da letto~. Il ragazzo Auberge aveva fatto un po' lo schiz- zinoso, prima di depositare la valigia accanto al secondo pagliericcio. Poi Sylvain l'aveva accompagnato ai box, gli aveva dato un secchio e l'aveva spedito a prendere l'acqua. « Signor Genet, è arrivato Raoul! L'ho messo subito al lavoro! » « Hai fatto bene. Lo vedrò fra poco. Ho una bella notizia. Ho trovato il primo cavallo per il signor Vamos. Si chiama Factum, è 264 un due anni con una buona genealogia. Però vogliono molto. Devo telefonare al signor Vamos. Mi chiedo se accetterà di payare quel prezzo. :~ Entrò in casa e ci rimase a lungo. Quando uscí, era raggiante. « Ragazzi, venite qui. Sí, tutti e due. Raoul faceva già parte della famiglia. « Ci siamo! Abbiamo anche Factum! Il signor Vamos è d'ac- cordo: pagherà il prezzo richiesto. Mi ha detto soltanto: "Quello che le chiedo è di farne un vincente". Che volete, è uno dei proprie- tari nuovo stile, che parlano subito di vincere. Ma noi ne faremo sul serio un vincente, non è vero Sylvain? Non è vero tu... A pro- posito, come ti chiami? » « Raoul signor Genet. » « So chi sei. Se ti dimostrerai all'altezza di Sylvain, andremo d'ac- cordo. » Genet rientrò in casa, felice forse per la prima volta da quando aveva affittato quella scuderia. Da come Vamos gli aveva risposto, aveva capito che era stato sincero la prima volta che si erano visti, e che non sarebbe stato a lesinare il denaro per i prossimi acquisti. In verità, a Genet non piaceva molto, quel Vamos; ma, in fin dei conti, i proprietari non sono tutti uguali? Questo si mostrava cinico, ma che importanza aveva? sempre meglio un proprietario che parla chiaro piuttosto di uno che va avanti a buone parole fino al giorno in cui, insoddisfatto, porta i suoi cavalli da un altro allenatore. Il gior- no dopo sarebbe arrivato Factum. E di lí a breve ne sarebbero arri- vati altri tre. E tutti buoni. Loro tre da soli, lui, Sylvain e quel Raoul (se ce la metteva tutta: ma ce l'avrebbe poi fatta?), avrebbero portato avanti la scuderia fino a quando non avessero potuto permettersene una piú grande. I PRIMI GIORNI furono molto duri per Raoul che, a casa sua, era stato sempre un poco viziato, anche se alla contadina. Il lavoro piú gravoso ricadeva sulle sue spalle. Factum era venuto ad aggiungersi agli altri due cavalli, e siccome non si poteva ancora far montare un purosangue a Raoul, Sylvain era costretto a montare Factum dopo aver fatto lavorare Demoiselle. Nel frattempo, bisognava che Demoi- selle e Vigoureux fossero curati e lavati, e Raoul doveva fare tutto da solo. Sylvain, quando tornava, vacillava un poco (tre ore di cavallo lo stroncavanoma dava lo stesso una mano all'amico. Constatava regolarmente il ritardo che Raoul aveva sulla tabella di marcia del lavoro, e si chiedeva prendendo in mano la forca o il secchio, come avrebbero fatto a finire e riordinare tutto per l'ora prevista, in modo che il signor Genet non si accorgesse di nulla. Non che Raoul desse prova di cattiva volontà, ma era sommerso da un lavoro che lui organizzava male e per il quale non era tagliato IL FRUSTINO D'ORO 266 piú di quanto non lo fosse per quello della terra. Non aveva imma- ginato niente del genere quando era partito, e si awertiva benissimo la sua delusione. Tornando dalla sua seconda uscita, appena una settimana dopo l'arrivo di Raoul, Sylvain non vide l'amico in cortile. E siccome non lo trovò né ai box, dove il lavoro era stato appena cominciato, né alla selleria, né sotto la tettoia dove si preparava il beverone, salí nel fienile. Raoul era lassú, steso sul pagliericcio, e piangeva. Quando Sylvain si chinò su di lui e lo scosse, gridò fra i singhiozzi: « Lasciami stare! Lasciami stare! Non ce la farò mai e poi mai! Io non sono venuto qui per fare quel lavoro! « E per che cosa allora? D « Per montare i cavalli. « Ma lo farai molto presto! Il signor Genet mi ha detto che uno di questi giorni ti farà montare Vigoureux. :~ In verità, Raoul temeva anche quello, ma non osava confessarlo. Vieni! Adesso devi venire giú! » ordinò Sylvain. « Non ne posso piú! Sylvain si arrabbiò. Aveva ancora il frustino in mano. « Buon Dio! Vieni giú subito, oppure...! L'altro si raddrizzò. Di colpo, fu solo un ragazzino, davanti a un altro che lo minacciava. « Dài! Provaci un po'! Sylvain alzò il braccio, e Raoul gli si buttò addosso. Si avvin- ghiarono selvaggiamente; ognuno cercava di buttare giú l'altro. Raoul era piú piccolo, ma anche piú forte. Sylvain cedette e si rovesciò sulla schiena: il frustino che non aveva usato gli sfuggí di mano, e Raoul lo raccolse. « E adesso? :fece, minacciando Sylvain. Vinto, Sylvain si stava rialzando. « D'accordo, sei il piú forte. Ma sei anche il piú scemo. Tu credi che le cose debbano cascarti in bocca come la manna dal cielo. Non hai capito niente di quello che c'è di bello nel nostro mestiere. Dài! Torna da tuo padre: è quello che ti meriti! E gli voltò la schiena. « No disse Raoul. « Non voglio tornare. « E allora cos'è che vuoi? domandò Sylvain, voltandosi. Era il vincitore, ora, ad abbassare la testa. « Hai ragione. Sono solo uno stupido. Non prendertela, Sylvain. Proverò ancora... « Non servirà a nulla. Non ti piacerà mai questo mestiere. :D « Sí, invece... Ti giuro che farò tutto il lavoro che mi spetta, ma aiutami! » « Ma se non faccio altro! Sto facendo quasi tutto io! Posso conti- nuare, ma tu devi almeno dimostrare un po' di buona volontà, di coraggio. Devi ficcarti bene in testa una cosa: su mille che entrano nel mestiere, lo dice sempre il signor Genet, solo uno diventa ricco, diventa qualcuno. E prima di tutto bisogna entrare fra quei mille. Per adesso, tu ci sei, quindi aspetta il tuo turno... Ma, credimi, verrà. Io ci credo, davvero! Intanto, cerca di avvicinare i cavalli, di capirli. Sforzati, buon Dio, e vedrai! Scesero insieme. « Non gli dirai niente, vero?~ « Al signor Genet? Evidentemente no: non sono uno spione! « Stringiamoci la mano Sylvain!, Si strinsero la mano. « Cosí va meglio, disse Raoul. Era vero. Andò meglio. Raoul aveva capito; e anche i cavalli, che sono tutto istinto, capirono. Il ragazzo aveva polso, e Vigoureux co- minciò a cedergli un poco per volta. Ormai, quando Raoul entrava nel suo box, non abbassava piú le orecchie. Di tanto in tanto il ra- gazzo gli portava una zolletta di zucchero, e Vigoureux la prendeva delicatamente dalla sua mano. Raoul aveva anche cominciato a orga- nizzare meglio il lavoro, e riusciva quasi a finire in tempo. Alla fine della seconda settimana, il signor Genet portò Raoul al tondino e lo mise in groppa a Vigoureux. Per tutto il tempo che ri- masero fuori, Sylvain restò in scuderia a domandarsi che cosa stava succedendo. Raoul tornò raggiante e la sera, a letto, raccontò, tutto entusiasta, a Sylvain: « E io che mi ero messo in testa un mucchio di idee! Appena sono salito in sella, ho sentito subito che andava! Non ho avuto paura per niente, vedevo che rispondeva bene. A un certo punto ha provato a recalcitrare, ma me lo aspettavo, e ha trovato la mia mano... « Che cosa ha detto il signor Genet?, Mi pare che fosse contento... Ti ringrazio Sylvain. Senza di te... :~ « Non parliamone neanche, di queste cose! A partire da quel giorno, Sylvain lo aiutò ancora di piú. Vedeva i progressi di Raoul e prendeva le cose a cuore, come se si fosse trattato di sé stesso. E già il signor Genet parlava di far montare 267 Vigcureux a Raoul per le uscite del mattino. L'aveva visto al ton- dino: quel ragazzo aveva delle buone braccia. Beninteso, aveva an- ILRUSTINO D ORO cora tutto da imparare, ma Genet stava convincendosi che ciò che Raoul poteva tirar fuori da Vigoureux sarebbe stato del tutto diverso da quello che ne aveva cavato Sylvain. UN t~ATTlNO, cominCiarono a far lavorare i cavalli in tre Sylvain sempre su Demoiselle, Genet su Factum e Raoul su Vigoureux. Pri- ma di fare una prova sui novecento metri, Genet aveva dato questi ordini a Raoul: « Spingi al massimo. Dobbiamo cominciare a vedere che cosa ha dentro Vigoureux. Ma non prima degli ultimi duecento metri. Attac- caci soltanto quando senti che ce la può fare. In linea di massima Factum è piú veloce e Demoiselle piú allenata. Allora, proviamo? » E provarono. Sylvain si intendeva alla perfezione con Demoiselle: sembravano possedere lo stesso temperamento. Factum, cavalcato da Genet, sembrava proprio il cavallo veloce che il signor Vamos si aspettava, con una impazienza che non celava al telefono. Vigoureux montato da Raoul, restava fra i due, e Genet sorvegliava con la coda dell'occhio il novizio. Raoul aveva trovato istintivamente la posizione migliore, e non si preoccupava continuamente di mantenerla, come faceva Sylvain. Ma appena il cavallo partiva al galoppo, si metteva bene in linea, con la schiena parallela al dorso dell'animale. Si capiva che il cavallo era libero, che sentiva sulla groppa il peso minimo, che era aiutato e non appesantito dalla presenza del fantino. Era un'ottima cosa: ma il ragazzo doveva ancora acquistare il senso della corsa, della tattica: il minor sforzo per il miglior rendi- mento. Man mano che passavano i cento metri, segnati sui bordi dai paletti indicatori, si produceva una specie di dosaggio naturale della distanza per i cavalli. Raoul, partito con loro, restava leggermente indietro, grazie alle sue solide braccia che trattenevano quel cavallo duro, e Genet si rendeva conto di tutta la riserva di energie che il ragazzo riusciva.a far conservare a Vigoureux. Agli ottocento metri, Vigoureux allungò e risalí alla loro altezza. Respirava bene, non ansimava. Un cavallo solido, ma difficile, per il quale il dosaggio delle energie sul percorso era tutto. Genet fece partire Factum. Il cavallo era buono. Non aveva sba- gliato a farlo acquistare dal signor Vamos. Ben prestoj appena fosse stato in forma decentefJli avrebbe scelto un buon fantino di Chantilly, uno di quelli che "conoscono la musica" e una corsa facile nella quale avrebbe potuto, se non dominare, almeno piazzarsi. Adesso Vigoureux attaccava Factum. Demoiselle restava a una mez- za lunghezza: correva bene, ma non poteva dare di piú. Raoul teneva ancora Vigoureux. Cento metri... cinquanta... trenta... Allora Raoul fece scattareil meccanismo" e Vigoureux, benché meno veloce di Factum, se ne andò per i fatti suoi. Genet capí che lo poteva fare perché Raoul aveva saputo risparmiarlo fino a quel momento. Invece lui aveva chiesto per due volte uno sforzo a Factum, e Raoul, anche se gli aveva risposto entrambe le volte, aveva subito ripreso in mano il cavallo. Ormai era fatta: Vigoureux aveva preso due lunghezze. Genet pensò: "Non avrei saputo fare meglio. Anzi, non avrei fatto cosí bene. Però bisogna vedere che succederebbe in pista, in mezzo a quindici o venti cavalli..." Tornati al passo, domandò a Raoul: « Perché non sei partito prima? « Pensavo al finale., Pensavi? No... Veramente non saprei spiegare.... Sentivo... L'intuizione, ecco che cos'era. Il mestiere sparisce davanti all'in- tuito. Tante volte, per una corsa, si dà a un fantino un cavallo che non ha mai visto. Molti fantini montano in corsa un cavallo di cui sanno soltanto quello che dicono loro al momento della partenza. Allora devono "indovinare~: ed era quello che aveva fatto istintiva- mente Raoul. Genet calmò il suo intimo entusiasmo, e criticò a voce alta il canter di Raoul. Ma, nonostante tutto, conservava in fondo a sé stesso la certezza che quel ragazzo era dotato, cento volte piú dotato dell'onesto Sylvain. Rientrando al passo a Boran, con i suoi garzoni a fianco, li stu- diava attentamente. Sylvain serio, sempre al lavoro; l'altro, nervoso, teso e assente. Naturalmente, Genet si era reso perfettamente conto che Raoul non amava i lavori di scuderia, e il fatto l'aveva irritato piú di una volta; alla fine, però, aveva dovuto constatare che il la- voro era sempre fatto: e non gli importava sapere come potesse succedere, in base a quale intesa intercorsa tra i due ragazzi. Stimava profondamente Sylvain, ma in Raoul scopriva la stoffa del fantino quella qualità cosí rara. E pensare che, logicamente, il piú dotato dei due avrebbe dovuto essere l"'illegittimo", probabilmente figlio di qual- che signore di città, e non il figlio dell'agricoltore normanno. Ma in questo caso la genealogia non sembrava avere alcun valore. Solo il genio poteva contare. E chi può dire da dove viene il genio? LANNO DOPO c'erano sei cavalli nella scuderia. Flavien Genet era convinto di aver fatto una buona scelta per il signor Vamos: Prince-Altier, lo stallone di un anno che aveva comperato a Deau- ville dopo avere studiato a lungo la sua genealogia, ma anche perché gli era piaciuto in occasione della vendita; Factum, figlio di Pamphlet; Barrabas che aveva vinto alcune corse in provincia, e Samothrace, che mostrava qualità tali da far sperare che potesse ottenere una buona serie di piazzamenti (o di vittorie, come pensava segretamente Genet). Un giorno, il signor Vamos era arrivato all'alba ed era rimasto molto deluso quando gli avevano detto che quel giorno non gli avreb- bero fatto assistere a un galoppo di Factum, perché era iscritto al Prix du Désert di sabato, a Tremblay. Genet gli spiegò che non si fa galoppare in una prova spinta un cavallo che è già stato provato sulla distanza in settimana. E non gli fece nessuna promessa per la corsa. « L'ho iscritto, ecco tutto. Bisogna che un cavallo corra in pista per capire come stanno le cose., « Allora non vincerà. « Il Prix du Désert porta male il suo nome: non va affatto de- serto. Ci sono diciannove partenti. E prima di tutto non voglio stan- care o disgustare il cavallo. Se non va come spero, lo preparerò per una futura occasione. Se per una volta o due non si piazza, gli scom- mettitori si disinteresseranno di lui, e cosí pagherà una bella quota quando vincerà. Per di piú, in futuro, i commissari lo avvantagge- ranno con il peso, e anche questo ha la sua importanza. Il signor Vamos si era arreso a questi argomenti, e si era anche fregato le mani. « Benissimo... al momento giusto, lei me lo fa sapere e io lo gioco. Punterò qualcosa anche a nome della scuderia. Quel giorno, eviden- temente, lei aprirà il rubinetto delle grandi acque. Le immagini usate da Vamos sorprendevano sempre Genet. « Conti su di me, signor Vamos., « Lo so... e ci conto aveva risposto quest'ultimo. « E con i suoi cavalli personali come va? aveva domandato mentre tornavano in- 271 sieme verso il cancello. « La corsa nella quale ho iscritto Vigoureux è di buon livello. Per ILRUSTINO D'ORO di piú, è la prima monta di Raoul, il mio nuovo allievo. Ha una probabilità infinitesimale. « E Demoiselle? x, « Per Demoiselle è diverso. Nel Prix Vagabond dovrebbe almeno piazzarsi. Parfait la monta molto bene e la conosce a fondo. Dentro di sé, Genet pensava che, purtroppo, Sylvain conosceva solo lei. « Sí... la conosce sotto tutti i punti di vista... non ho dimenticato Fougères... commentò Vamos strizzandogli l'occhio. E se ne andò tutto contento. Il sabato mattina, Genet riuní i suoi garzoni per un vero e pro- prio consiglio di guerra. « Oggi monterete in una vera corsa, per la prima volta. Compor- tatevi bene sia nei miei confronti e sia nei confronti dei cavalli e degli altri concorrenti. Ma gli avversari non vi risparmieranno. Tu, Sylvain, sei in una corsa poco affollata, e parti vicino all'esterno. Non lasciarti chiudere. Parti in testa... e arrivi in testa. Dài fiato a Demoiselle sui millequattrocento metri, ma senza perdere il vantaggio. Tu, Raoul, conosci bene Vigoureux. Sai quello che puoi chiedergli... e non esagerare. La corsa è di buon livello, e i fantini sono per la maggioranza delle vecchie volpi. Diffida soprattutto di Grandmaire che ha una fama poco simpatica. Si sono messi d'accordo in quattro, lui compreso, per arraffare i premi, e quindi tenteranno di chiuderti, tanto piú che parti allo steccato. Non posso sapere cosa potrà suc- cedere, ma fai del tuo meglio. Mi piacerebbe che tu ti piazzassi nei primi cinque, ma se non ce la farai non me la prenderò. « E Factum? x Lo monterà Carreau. Ha esperienza e una certa fama. Con una mano come la sua, non corro rischi: ci sto molto attento, a Factum, perché non è mio. x. Cosí, non nascondeva ai ragazzi che con loro due affrontava dei rischi. Affidava nelle loro mani tutto il suo capitale: i suoi cavalli. Entrambi i garzoni erano lusingati da questa fiducia e. al tempo stesso, pensavano alle loro responsabilità. Alle undici arrivò il furgone. Era per due cavalli. Buteau avrebbe portato Demoiselle col suo rimorchio: lo accompagnò Sylvain, mentre Raoul salí sul furgone con i due purosangue. Genet, invece, sedette accanto al conducente. Le due macchine si fermarono davanti all'ippodromo di Tremblay con parecchio anticipo sulle corse. Arrivato per primo, Genet si fece assegnare (nonostante le resistenze dei garzoni dell'ippodromo, che sicuramente prendevano delle belle mance per riservarli) i box che riteneva meglio esposti e piú tranquilli. Il personale era cambiato dal tempo della guerra, e si stupí delle esigenze di quello sconosciuto cosí competente. Ma ben presto un vecchio garzone di Chantilly lo rico- nobbe, e allora tutti cominciarono a salutarlo con deferenza. Genet provò una sensazione di liberazione, come una infantile speranza. Raoul non si sentiva spaesato. Aveva seguito molte corse alla te- levisione, e provava la sorprendente sensazione di ritrovarsi in un ambiente conosciuto. Sylvain, invece, taceva: tutta quella gente lo intimidiva. C'era il sole, eppure lui aveva freddo, forse per via delle ampie zone d'ombra di Tremblay, dove i recinti girano attorno agli alberi. Aveva indossato la stessa casacca che aveva portato a Fou- gères: ma da allora era ancora dimagrito, e ci ballava letteralmente dentro. Raoul aveva avuto una casacca nuova, e sembrava quasi ele- gante, e comunque Sylvain invidiava la sua disinvoltura. Raoul stava dirigendosi verso di lui, perché la campana della prima corsa stava suonando e Demoiselle era iscritta alla seconda. « Vai al peso. Intanto ti porto la giumenta al tondino e la faccio passeggiare. x, « D'accordo. Ricordati di tirare su la coperta. Il signor Genet vuole che gli scommettitori possano vedere bene il ventre e i pettorali. x. Sylvain aveva preso tutto quello che doveva essere pesato con lui~ copertina, sottopancia, staffe e sella. Quella cerimonia pubblica l'ave- va già sbalordito a Fougères, ma questa volta non era solo. Arrivato all'edificio spoglio, dai cui muri pendevano solo immense piante del- l'ippodromo, si mise in coda dietro gli altri fantini che aspettavano il loro turno. La presenza di un novellino eccitò i "vecchi", che lo trattarono con degnazione, dall'alto della loro esperienza. Uno fischiò, guardando Sylvain dalla testa ai piedi. « Pfui! Ma tu ti vesti da Lanvin! x. « Guarda che stivali! Li hai ereditati da tuo nonno, ragazzo? x~ Per Sylvain, sedersi su quella bilancia che aveva sull'altro piatto i pesi da dieci chili, piú altri pesi piú piccoli, fu come salire sul patibolo, e il suo cuore raddoppiò i battiti. Si chiedeva se, piú tardi, avrebbero parlato cosí anche a Raoul, e se lui li avrebbe lasciati fare. Si sentiva circondato da nemici, piú ancora che da avversari. Appena ultimate le formalità, Sylvain si diresse verso il tondino portando tutto il suo equipaggiamento. Gli altri fantini ci andavano a mani vuote: la loro bardatura era già stata prelevata dai garzoni che ora sellavano i cavalli tenuti per le briglie da altri garzoni. Per la corsa di Demoiselle, Raoul avrebbe fatto da garzone a Sylvain, e IL FRUSTINO D ORO poi, nel Prix Montbenon, per il quale avrebbe corso Vigoureux, si sarebbero rovesciate le parti. Cominciavano ad arrivare i cavalli, e Sylvain li guardava attentamente. E cosí, erano quelli che Demoiselle avrebbe dovuto distanziare! Lui avrebbe fatto tutto il suo dovere, ma che cosa sarebbe riuscito a concludere? E cosa avrebbe potuto fare Demoiselle, della quale lui conosceva perfettamente la generosità ma anche i limiti? Genet stava avvicinandosi. « Gli ordini, padrone? x, « Te li ho già dati. Ti ricordi di tutto? x. «Sí. x, « Allora, in sella! :~ Gli porse le mani riunite, mentre Raoul teneva il cavallo per la briglia. Sylvain si sentí proiettato sulla bestia. Istintivamente afferrò le redini e infilò i piedi nelle staffe. Per un poco girò al passo nel tondino, sotto gli occhi degli spettatori. Poi Raoul, conducendolo per la briglia, lo accompagnò all'ingresso della pista. E lí Sylvain rimase solo. Il ragazzo era assalito dalle stesse sensazioni che aveva provato alla sua prima corsa, a Fougères, e soprattutto da quel senso di pa- ralisi che lo aveva attanagliato anche allora. Ma ricordava che quella spiacevole sensazione era scomparsa quando aveva portato la giu- menta sulla pista. Sylvain si aspettava la stessa reazione, e invece non successe niente di simile. Cominciò l'irritante andirivieni della partenza. I cavalli avevano oltrepassato lo starter e stavano tornando, ma non tutti insieme, verso i nastri. Scrupolosamente, Sylvain si piazzò al posto che gli avevano assegnato, completamente all'esterno. Le cose andarono per le lunghe. Eppure, i concorrenti non erano affatto numerosi: undici in tutto. Sylvain vedeva gli altri dieci ten- tare di allinearsi, ma quando credeva che tutto fosse finalmente a posto, c'era sempre un cavallo che scartava e bisognava ricominciare da capo. Ma venne la volta buona. Sylvain abbassò le mani e Demoiselle partí, scattando una frazione di secondo prima dell'ordine: ci mancò pochissimo che urtasse col muso nell'ultimo nastro, che si stava al- zando. Sylvain si abbassò appena in tempo sull'incollatura: era passato! Demoiselle aveva preso la testa, secondo gli ordini. Il padrone sa- rebbe stato contento. Galoppava davanti a tutto il gruppo, e gli altri la lasciavano fare. Sylvain si diceva che non potevano fare altro. Alle 274 sue spalle udiva il tambureggiare sordo degli zoccoli. Di tanto in tanto, sentiva degli scoppi di voce: non credeva alle sue orecchie: il gruppo parlava! Indovinava confusamente che dietro di lui si in- trecciava un dialogo fatto di esclamazioni. "Alle mie spalle" pensò. Demoiselle, sola in testa, cominciava a stringere a destra. Eviden- temente non poteva, nella prima curva, stare all'esterno del gruppo che precedeva. Sylvain lottava, tirava sul filetto, ma non c'era niente da fare: la giumenta cercava la strada piú corta, che purtroppo era quella dello steccato. Gli ordini! Gli ordini! Ma non c'era niente da fare. "Bah" pensò Sylvain "per adesso la lascio fare, e poi mi sposterò di nuovo all'esterno. L'importante è di non farmi raggiungere prima dell'ultima curva. Dopo, il percorso è dritto fino al palo d'arrivo; avrò almeno cinquecento metri per rimettere a posto le cose." L'ultima curva portava i cavalli a sfilare sotto le tribune. Adesso doveva ritornare all'esterno. A ogni costo. Tirò da quella parte, ma nello stesso tempo si ricordò dell'ordine di Genet: "Dalle un po' di fiato ai millequattrocento metri, se vuoi che tenga fino in fondo..." Tirò ancora a sinistra, riducendo legger- mente l'andatura della puledra. Un urlo, proprio alla sua sinistra: « Lasciami passare! Cosa doveva fare? Il tempo di pensarci, e non gli era piú possibile obbedire agli ordini di Genet, e doveva cedere all'altro che si impo- neva sul terreno, nella implacabile realtà del momento. « Lasciami passare! Si ributtò a destra. E nello stesso tempo ripensò a ciò che gli aveva detto Genet: "Parti in testa, e tieni il comando fino al palo". E sic- come non poteva conciliare i due ordini "tenere l'esterno" e "andare al palo", pensò solo al secondo, e si rassicurò dicendosi che, anche se incalzato sulla sinistra, il battistrada restava pur sempre lui. L'altro, quello che gli aveva gridato "Lasciami passare!", non pas- sava. Restava nella scia di Demoiselle, e adesso quasi tutto il plotone si trovava alla sua altezza. Ormai era impossibile spostarsi a sinistra senza rischiare un incidente. Allora, via verso il palo! Il palo era a quattrocento metri, non di piú. Non allungare ancora, da' un po' di fiato a Demoiselle, perché poco fa non hai potuto farlo. Ah, come era tutto complicato! Cominciò a ridurre l'andatura. Imme- diatamente, un cavallo si profilò alla sua altezza. Sylvain avvertí il pericolo. Ma ormai era troppo tardi. Vedeva vi- cino a lui un volto contratto, che ghignava. Il fantino non gridava piú "Lasciami passare!" Passava! Sylvain sollecitò la puledra. Demoiselle stava per allungare quando l'altro, ormai alla sua stessa altezza, si spinse verso destra e, tenendo 275 lo stivale contro quello di Sylvain, cominciò a spingere con il suo cavallo Demoiselle verso lo steccato. « Ehi! Smettila!, « Ma cosa dici! Stai chiamando la balia? » « Non appoggiarti! Un ghigno. E dalla sinistra, da quel lato esterno della pista dove avrebbe dovuto essere lui, venne il rombo di un gruppo al galoppo, il gruppo composto da coloro che si erano accordati di arraffare i primi posti. E sempre il peso di quell'uomo sfottente, di quel cavallo che lo spingeva verso lo steccato, verso l'incidente... « Buon Dio... Non fare cosí! « Allora lascia passare! Sylvain cedette. Con un allungo, l'altro prese il suo posto, lo re- spinse fra quelli che, dietro ai quattro cavalli che prendevano la testa, erano i battuti. Sylvain, sconfitto, rientrò al paddock. Quando scese da cavallo non ebbe bisogno di farsi pesare, perché non era stato fra i primi cinque. Genet gli disse soltanto, prendendo Demoiselle per la briglia: « Sbrigati. Vigoureux corre nella quinta. Hai appena il tempo di accompagnarlo., Nessun rimprovero: ma era molto peggio, era l'accettazione senza discussioni della sua disfatta. A testa bassa, Sylvain si diresse verso il box di Vigoureux. Si tolse la casacca, infilò la giacca, e attaccò la longia al cavallo. Quando tornò al tondino, nessuno lo riconobbe; tutti guardavano Vigoureux. Raoul tornava dal peso, con la sella e la copertina sulle braccia, e le porse a Sylvain, come avrebbe fatto con un garzone qualsiasi. Neanche una parola sulla sua corsa. Sylvain lo scusò. Raoul era teso, preoccupato: era lui che doveva montare Vigoureux, quel cavallo biz- zoso che non si voleva neanche lasciar sellare, tanto che il signor Genet dovette dare una mano a Sylvain. « In sella! Raoul salí in groppa a Vigoureux, girò nel tondino e poi si diresse verso la partenza. Il signor Genet disse a Sylvain: « Tu sta' qui e aspetta il cavallo al ritorno. Io vado in tribuna a seguire la corsa. Sylvain si sentiva un groppo alla gola. Si sarebbe visto cosa sarebbe riuscito a fare Raoul! Credeva fosse tanto facile? La partenza veniva data sulla pista grande e non su quella piccola, da dove era partíta Demoiselle. Nove partenti, duemilacentocinquanta metri. Pressappoco la stessa corsa di prima, con la sola differenza che era piú lunga di cinque- centocinquanta metri e i cavalli erano, per età e taglia, di un'altra categoria: tutti anziani molto esperti, contro i quali Vigoureux non sembrava in grado di imporsi, se ci si basava sul totalizzatore, che lo dava a ventidue contro uno. Attraverso il binocolo, Genet vedeva i cavalli raggrupparsi agli or- dini dello starter. Si erano allineati. Stavano per partire: partiti! Un gruppo serrato, compatto. Dov'era Vigoureux? In testa? No. Raoul seguiva gli ordini. Era partito allo steccato e si teneva allo steccato, ma senza lasciarsi chiudere: reagiva ogni volta che gli altri tentavano di ricacciarlo indietro. Eppure la sua posizione non era affatto buona. Genet ne aveva viste tante di corse in cui un cavallo resta chiuso dall'inizio alla fine. La prima curva. Tre cavalli erano già distanziati: per loro la corsa era finita. Ne restavano ancora cinque in lizza, oltre a Vigoureux, e sembrava si fossero messi tutti d'accordo per chiudere ogni spiraglio a Raoul. E continuarono cosí per tutta la corsa. Quando mancavano forse duecento metri all'arrivo Raoul aveva due cavalli alla sua sinistra e tre davanti! Andiamo: nessuno è tenuto all'impossibile! Genet stava 277 quasi per riabbassare il binocolo, quando davanti a Raoul due ca- valli si avvicinarono fino a toccarsi, rimbalzarono fianco contro fianco ILRUSTINO D'ORO e, per forza di cose, fecero uno scarto di lato. Era lo spiraglio: e, con incredibile decisione, a rischio di urtare i cavalli che lo precedevano, Raoul alzò la frusta e buttò Vigoureux nello spazio libero. Con un allungo, il cavallo si inserí. Gli altri tornarono subito a fianco a fianco, ma ormai Raoul era passato, e adesso era in testa, a cinquanta metri dal palo. Vigoureux lanciato, andava, andava... Gli altri tornavano sotto, alzavano le fruste. Raoul sosteneva anche lui il cavallo, ma con la voce e con la mano. E Vigoureux rispondeva, teneva. Forse valeva meno degli altri, ma la sorpresa aveva giocato un ruolo decisivo. An- cora venti metri... dieci... il palo... Vigoureux passò per primo con una mezza lunghezza di vantaggio, rnentre in tribuna la folla si agitava entusiasta, e applaudiva. Genet scese i gradini a quattro alla volta. Si precipitò verso il can- celletto che dava sulla pista. I cavalli stavano tornando, ma non erano ancora rientrati. Vide Sylvain che stava aspettando. « Hai visto? :~ Sylvain era rimasto ai bordi della pista. Non aveva visto niente: anzi, quando il gruppo era passato davanti a lui, gli era sembrato di vedere Raoul chiuso, battuto. Non capiva. « Raoul ha vinto! Ti dico che ha vinto! Raoul stava arrivando, e il signor Genet lo accompagnò al recinto del peso, mentre la folla applaudiva al suo passaggio e Sylvain, dimen- ticato da tutti, li seguiva per riaccompagnare poi Vigoureux al box. Il signor Vamos raggiunse Genet. a Senta... un attimo solo: non mi aveva detto che non avrebbe dato un soldo bucato per il suo cavallo? E sa quanto ha pagato? » « No. « Una fortuna... per quelli che l'hanno giocato! Se mi avesse dato l'informazione... Lei si incasserà una bella somma! » « Non l'ho giocato. Del resto io non gioco mai. » « Neanche quando è sicuro del risultato? « Ma non si è mai sicuri! :~ « Andiamo, andiamo, non venga a raccontarlo a me! » « Senta, occupiamoci di Factum adesso. :~ « Dov'è questo Carreau che deve montarlo? « Dovrebbe essere già qui. Correva ieri al Croisé-Laroche e deve arrivare da laggiú in auto. Appuntamento fra mezz'ora al tondino. Cosí potrà parlargli. 278 Vamos si allontanò. Genet pensò che era ora di cercare Carreau: il fantino avrebbe già dovuto essere arrivato da un bel po' di tempo. Si diresse verso il recinto del peso. Nello spogliatoio, i colleghi circondavano Raoul. « Senti un po' tu! Sei un drittone! Ci hai fregati per bene! » Grandmaire, la vecchia volpe, gli diede una pacca sulle spalle, sen- za rancore: quello che era successo era piú che normale. « Noi non ci conosciamo, vero? Dove hai corso finora? » « la mia prima corsa! « Vai a raccontarlo a qualcun altro! D « Be', ricordati che non va cosí liscia tutte le volte, ragazzo! con- tinuò Grandmaire. « Me lo immagino. :~ « In ogni caso, se ci troviamo ancora a correre insieme, bisogna che prima facciamo quattro chiacchiere fra noi. Capisci, vero? Con i rischi, il pericolo e tutto il resto, non abbiamo interesse a farci la forca fra noi. « Però per poco non mi schiacciavate contro lo steccato! » « Davi fastidio. Non pensavamo che facessi una corsa d'attesa. E poi, certe cose si fanno, capisci... Raoul cominciava a capire. Be', era abbastanza fiero di quello che aveva fatto. Ma l'aitro aveva ragione, non poteva andare sempre cosí bene tutte le volie. Quando Raoul uscí dallo spogliatoio, incontrò Genet che arrivava dalla sala dei commissari. « Mi ha telefonato Carreau. bloccato a centocinquanta chilometri da qui; ha fuso una biella e non fa piú in tempo ad arrivare per la corsa. Rientra nello spogliatoio e ricambiati: lo sostituisci tu! « Io? « E chi vuoi che faccia correre? Non ho nessun altro sotto mano. « Ma... Sylvain? :~ « Ho detto tu. Sbrigati. Fra poco ci sarà l'annuncio ufficiale. Syl- vain deve occuparsi di Vigoureux. Ci troviamo al tondino, appena sei pronto. Raoul non riusciva a rimettersi dalla sorpresa. Che giornata! In ogni caso, non si faceva illusioni. Con Factum non avrebbe vinto. Aveva fifa? Non piú di prima. E non meno. Ma appena in sella non aveva piú paura di niente. Quando rientrò nello spogliatoio, incontrò Grandmaire e un altro fantino della quinta corsa, che non erano ancora usciti. Gli altri fan- tini, quelli della settima corsa, li avevano raggiunti, e adesso erano in molti nello spogliatoio. « Rieccolo qui! Cosa vieni a fare? :~ « Carreau ha avuto un guasto alla macchina. Monto io al suo posto. ILRUSTINO D'ORO Chi è quello lí? domandò uno dei fantini che si stavano pre- parando. lE Auberge :rispose Grandmaire, « l'allievo di Genet che ci ha fregati nella quinta... « Ehi, ragazzo :fece l'altro con una risata, « ci offrirai almeno da bere, a noi anziani, eh? « Se vinco :rispose Raoul. Tutti risero. Vincere! Si illudeva, il novellino! Poco prima aveva avuto un colpo di fortuna, ma questa volta, nel Prix du Désert, ci sarebbero stati ben diciannove partenti. E ne possono succedere di cose, sui duemilatrecento metri, quando si è in diciannove! In tutta fretta, Raoul indossò la casacca con i colori del signor Vamos, destinata a Carreau: una bella casacca nuova fiammante, un po' grande per lui. Doveva essere ben visibile anche da lontano, con i suoi scacchi neri e rosa pallido. Appena vestito, Raoul si precipitò al box di Factum: Sylvain l'ave- va già accompagnato al tondino, ma la bardatura era lí, pronta per lui. Genet aveva già fatto il necessario perché il peso della copertina corrispondesse al suo, e non a quello di Carreau, che era piú pesante: Raoul se ne rese subito conto appena la prese in mano. Il signor Vamos era già al tondino, e quando il suo cavallo arrivò, portato a mano da Sylvain, assunse un'aria da intenditore che in altre circostanze avrebbe divertito Genet. « E questo Carreau, è arrivato? Vorrei proprio dirgli due parole. » « Purtroppo non lo vedrà, signor Vamos. Ha avuto un guasto mec- canico a centocinquanta chilometri da qui: mi ha appena telefonato. « Ha trovato qualcun altro per montare Factum? » « Sí, Auberge. Ha appena vinto il Montbenon. » « Non è stato lui, è stato il cavallo. « stato lui. Senza di lui il cavallo non si sarebbe neanche piaz- zato. « stato un colpo di fortuna. « Non credo proprio: qualcosa di piú! « Un garzone che mi monta Factum! « Se non le garba, lo ritiri dalla corsa! Io lo lascerei montare da Auberge. Le avevo già detto che non lo facevo correre perché vin- cesse, ma perché si abituasse alle corse. In ogni caso, lei non rischia niente. 280 « E se il ragazzo me lo rovina? Non credo proprio... L'ha montato già tante volte in allenamento. E poi è veramente in gamba. Senta, facciamo una cosa: mi assumo io tutti i rischi, e pago anche l'iscrizione se non arriva piazzato. E le chiedo anche di fare quello che mi aveva detto l'altra volta: giochi Factum per la scuderia. La somma che avrebbe giocato se avesse pensato che potesse vincere. Se perde, le rimborserò tutto io, quindi lei resterà sempre in pari. E se per caso arrivasse, lei intascherebbe la vincita. In ogni caso io gioco sul velluto, perché ho intascato i soldi del Montbenon, che non mi aspettavo proprio. Quello che rischio è una giomata in bianco. E mi piacerebbe dimostrarle che non ho per niente torto. :~ « Come vuole: in ogni caso non lo giocherò per me. Ma non mi aveva detto che voleva risparmiare il cavallo per il futuro? :~ Ci ho ripensato. Gli lascerò provare. Vamos era perplesso. « Be', se le piace tanto l'idea... :~ « Mi appassiona. Quel ragazzo, Raoul, mi interessa molto. Anche se non si piazza, mi stuzzica l'idea di vedere che cosa combinerà in corsa. « Visto che non mi costa niente... disse Vamos. Raoul stava sopraggiungendo. Mentre Sylvain sellava il cavallo sotto la sorveglianza di Genet, Vamos gli disse, abbastanza duramente: « un brutto affare che Carreau non possa montarlo. Cerca di starci molto attento. Ricordati che se lo monti è solo perché il tuo padrone ha insistito ». « Quali sono gli ordini, signor Vamos? « Uno solo: non rovinarmelo. Tienilo da conto, risparmialo. » E si voltò, borbottando ancora, prima di allontanarsi: « Ma prima devo trovarla. « E il suo Vamos? :D « Crede che potrei chiederli a lui? « Se non chiede niente, non otterrà mai niente. » Rientrando a Boran in bicicletta, a tarda sera, Genet pensava alla scuderia che aveva visitato. Ci si vedeva già, lí dentro. Ma bisognava che facesse il necessario che si sbrigasse: un affare del genere er~ raro a Chantilly, dove l'industria del cavallo era in piena espansione. Bene: avrebbe chiesto i soldi a Vamos. Il giorno dopo, lo chiamò al telefono. « Signor Vamos, dovrei parlarle. « Anch'io, Genet. IL SIGNOR VAMOS arrivò a Boran il giorno dopo, verso le cinque. Attraversò il cortile senza fermarsi alle porte dei box dei suoi cavalli, come faceva ostentatamente le altre volte. Entrò in casa, si sedette su una sedia impagliata davanti alla scrivania dell'allenatore e attese. « La ringrazio per essere venuto cosí in fretta esordí Genet. « In genere la vedo solo alle corse. E lí non c'è mai tempo per fare un discorso serio. » « Penso infatti che abbiamo molte cose da dirci fu d'accordo Vamos. « Visto che lei mi accorda un poco del suo tempo prezioso, vorrei parlarle un poco dell'andamento generale della scuderia. « Sono felice che lei abbordi questo argomento disse Vamos. « Vede, qui noi facciamo del nostro meglio, ma con mezzi troppo limitati. Credo che potrei fare molto di piú. « :anche la mia opinione... e la mia speranza. Con i miei cavalli sono stato solamente due volte piazzato e una sola volta vincente. « Non si pentirà di avere avuto fiducia in me, spero? » « No, no! Mi domando solo se non avremmo potuto ricavare qual- cosa di piú dai cavalli che le ho affidato. :~ « Ogni cosa a suo tempo, signor Vamos. » « Sono felice di sentirglielo dire. « Se facciamo il conto di quello che le sono costati i cavalli, lei è già largamente in attivo... « Be', largamente... largamente! fece Vamos, in tono dubitativo. « Io conosco molto bene il mestiere. : i « Sarei forse venuto da lei se non ne fossi stato convinto? La sua reputazione... :~ « Le noie che ho avuto dopo la Liberazione avrebbero potuto far- gliela considerare come non troppo soddisfacente. » « Proprio il contrario. Lei ha superato quel periodo in modo molto abile. Era logico che gliela facessero pagare. » « Se anche le apparenze erano contro di me, per via di mio figlio, io non ho mai commesso nulla di reprensibile. So di avere la coscien- za pulita. « E questo è quello che conta disse Vamos. « E anche che lo ri- conoscano gli altri. L'onorabilità è una cosa molto importante. Il che non esclude che si debba, quando è necessario, correre qualche ri- schio. Ma i rischi si possono correre solo quando si è riparati da un ombrello che non lascia passare la pioggia. Vede, io non sono un giocatore. Io sono l'uomo delle certezze, non del testa o croce. « E io sono come lei. « Lo penso anch'io. Crede forse che le avrei affidato i miei interes- si, in caso contrario? Crede che avrei pensato ad acquistare dei ca- valli, se non ci fosse stato lei? « Sono molto onorato. « Non c'è di che. Io so giudicare le persone. » Magnifico! Il colloquio si metteva proprio bene. Genet, che aveva temuto di incontrare molte difficoltà, si sentí tutto ringalluzzito. « Signor Vamos :disse, « io ho alle spalle un'esperienza che mi permette di non impegnarmi alla leggera. Credo che sia venuta l'ora di ampliare la mia impresa. Da questo ampliamento avremmo tutti da guadagnarci. Se un domani io potessi allenare i cavalli di altri pro- 2~X prietari, avrei possibilità molto maggiori. Naturalmente, visto che lei è stato il mio primo cliente, continuerei a favorirla al massimo. Po- tremmo vedere piú in grande per quello che la riguarda. Lei mi ha IL FRUSTINO D ORO chiaramente detto che se avessi ottenuto buoni risultati, i suoi capitali le avrebbero permesso di decidere un ingrandimento della sua scude- ria. Bene, io credo che il momento sia propizio. :~ « Mi piace sentirla parlare cosí rispose Vamos, « e se qualche volta mi sono mostrato reticente, è perché mi sembrava che lei va- lesse molto di piú delle piccole cose di cui sembrava accontentarsi. :~ La conversazione aveva assunto un tono accademico che sorpren- deva notevolmente Genet. Il signor Vamos si era spesso mostrato sen- za troppi riguardi nelle sue frasi come nel suo vocabolario. Quel gior- no, invece, caricava il dialogo di una sorta di solennità che sembrava far ben presagire per il seguito. Genet pensò che ormai poteva formu- lare senza troppi timori la sua richiesta. « Una cosa è chiara :D riprese. « Non posso piú rimanere in questa scuderia, troppo piccola e lontana dai terreni di allenamento. Devo pensare a una sistemazione che sia adeguata alle mie possibilità. « Sono assolutamente d'accordo :assentí Vamos. « Pensavo a una grande scuderia con installazioni che permettano qualsiasi iniziativa. E credo di avere sotto mano quello che farebbe al caso mio. a Ah sí? E dove? :s'informò Vamos. « Ho visto a Lamorlaye una scuderia che soddisfa tutte le mie esigenze. Circa cinquanta box, due cortili, tutte le istallazioni moder- ne di filtrazione e di riscaldamento dell'acqua, di distribuzione del fieno, di preparazione dei beveroni. C'è anche una officina per il ma- niscalco ormai parlava febbrilmente, si entusiasmava al pensiero dello "strumento" che avrebbe potuto avere fra le mani. « Se potessi installarmi lí, ci sarebbero consentite le piú rosee speranze. Allora po- trei allenare dei purosangue di prima categoria; potrei portarli anche alle grandi classiche: il Jockey, il Diane, il Grand Prix de Paris, e persi- no al Derby di Epsom. Potrei far vincere dei cavalli che raggiungereb- bero, in caso di successo, i due o trecento milioni di valore reale. Il signor Vamos si passava la lingua sulle labbra. « molto allettante disse. « Purtroppo, quella scuderia non è da affittare: bisognerebbe acqui- starla. Ma i soli muri valgono ampiamente la cifra richiesta, e po- trebbero essere una garanzia tangibile. « Bene :concluse Vamos, « bisogna comperare. Ma, naturalmente, lei non ha i fondi necessari. Quindi bisogna trovarli. « Signor Vamos riprese Genet, « vedo che lei ha capito perfetta- 289 mente il problema. Io non conosco nessuno che sia in grado di anti- ciparmi i fondi... e bisogna fare molto in fretta... :~ « La difficoltà non mi sembra insormontabile. Bisognerebbe sen- tire anche il notaio. Chi è? « Grivas, di Chantilly. Lei sarebbe in grado di trovare i finanzia- tori? « Farò l'affare io stesso fu la risposta di Vamos. « La somma è piuttosto alta. Lei ha il denaro necessario? « Quando si tratta di fare un buon affare, i soldi si trovano sem- pre. « Questo è un buon affare, glielo posso giurare. Posso impegnar- mi a... « 1proprio quello che stavo per chiederle. Senta, Genet, stiamo per concludere insieme un grosso affare, ed è meglio chiarire il piú possibile le nostre posizioni. Lo sforzo finanziario che sto per com- piere è molto, molto gravoso. Quello che io desidero è che, in un certo senso, noi due diventiamo soci. :~ « Sono prontissimo a riconoscerla come mio socio assicurò Ge- net, « e anche a darle una percentuale sui miei guadagni. « rO vedo le cose sotto un altro aspetto... Molto piú semplice, piú diretto. Io correrò personalmente i miei rischi. Però vorrei che anche lei fosse disposto a correre i suoi. « logico: sono perfettamente d'accordo. « Cerchiamo di essere chiari. Io non sono di quelli che fanno gli affari a spizzichi. Se lo fossi, oggi non sarei qui. Anch'io, durante la guerra, non ho esitato a sfiorare certi precipizi. Chi non risica non rosica. E me la sono sempre cavata perfettamente. Ma non mi sco- modo per poco o niente. Certo, i cavalli mi piacciono, o meglio, mi lusingano. Mi piace stare nel recinto dei proprietari, accanto a un Guy de Rothschild o all'Agha Khan. Ma non è questo l'essenziale. Non intendo investire dei fondi importanti se non posso assicurarmi che il guadagno sarà quello di una impresa eccezionale. « Le corse... :cominciò Genet. « Appunto. Lei deve vincere le corsefece Vamos con una grassa risata. « Onestamente, non posso garantirle di riuscirci sempredisse Genet. « Sí replicò Vamos. « Lei può. Lei conosce certi sistemi... :~ Naturalmente: si fa tutto il possibile. Si prendono tutte le pre- cauzioni necessarie. « Vedo che lei mi capisce perfettamente... Come io l'ho capita a Fougères. stato laggiú che l'ho... apprezzata molto. « Eppure io non c'ero. Sono arrivato appena in tempo per assi- stere al finale della corsa. « Ma l'aveva preparata molto bene. « Le confesso che quella cor- sa era di estrema importanza per me. Il premio mi ha permes- so di tirare avanti. Ho avuto fortuna. » « La fortuna la si fa. « Be', non ho avuto occasio- ne di forzarla, quel giorno. Tut- ti gli altri hanno dichiarato for- feit appena hanno saputo che il veterinario ufficiale avrebbe fat- to i prelievi dopo la corsa. Tutti i cavalli erano drogati. :~ « E il suo? « Non l'avrei fatto correre se lo fosse stato. « Lei non rischiava nulla incalzò Vamos, « milleottocento metri al galoppo bastano a far eliminare all'animale...~ « La giumenta non aveva niente da eliminare :D affermò Genet. « Neanche le tracce di quello che il suo garzone le aveva fat- to prendere prima della corsa? « Mi scusi, signor Vamos, ma non la capisco proprio. « Quando sono entrato nel box, quel giorno, ho visto che stava facendo ingoiare una pil- lola alla cavalla. Genet sorrise. « Un semplice "compensato- re" perfettamente autorizzato. E le posso assicurare che potevo far passare tranquillamente la vi- sita medica alla giumenta. « Bravissimo: lei era il solo a poterlo fare. Anche gli altri avevano dato qualcosa ai loro cavalli, ma sapevano che era facilmente individuabile, mentre lei, solamen- te lei... r Genet si era alzato. c Se ho ben capito, signor Vamos, lei mi sta proponendo di dro- gare i cavalli. Questo io non voglio saperlo. Sono fatti suoi. Ma io credo che lei conosca sottili ritrovati per cui, il giorno in cui sarà in possesso di cavalli di prima categoria, non avrà piú niente e piú nessuno da temere. « Tranne i commissari. Quello è appunto il rischio che lei deve correre. Io correrò i miei solo se lei correrà i suoi. Non mi dica che non è in grado di trovare un doping appropriato. a Probabilmente lo saprei trovare, ma non lo farò mai. :~ « Preferisce tenere certi trucchi per sé? :~ « La prego! > E allora se li tenga. E io mi tengo i miei soldi. Ma crede che sia un atteggiamento tanto ragionevole? In fin dei conti, lei non è né un santo né un imbecille! « Questi discorsi non mi interessano. Quello che mi interessa è che esercito una professione onesta. E le cose che piú contano per me sono i cavalli. Io li rispetto, e mi sforzo di rispettare me stesso attra- verso loro. Mi creda, si può riuscire anche senza ricorrere a metodi illegali. Ne sono certo: la disonestà non paga; o, se lo fa, è solo mo- mentaneamente. No, per dei profitti immediati non accetto di metter- mi a vivere come un uomo braccato. Io le ho proposto un affare sano e senza rischi. Non dico che il guadagno sarà del cinquecento o del mille per cento, ma posso assicurarle un guadagno normale e regola- re. Io desideravo con tutte le mie forze quella scuderia, perché ci ve- devo qualcosa che per me è molto importante: la possibilità di siste- marmi. Se questa possibilità non esiste, preferisco restare qui. « Con sei box e il suo unico cavallo? :~ « Perché? Lei mi riprende i suoi? « Penso che ci sarà bene qualche altro allenatore che non vede le cose come lei. - . questo può essere piú che sicuro. 292 a Genet, sono deluso: tutto mi lasciava prevedere che ci saremmo capiti. « Ma ci siamo capiti perfettamente, signor Vamos! :~ N El GIORNI seguenti, Genet cercò disperatamente un finanziamen- to. Ad un certo punto, grazie a Ted Simpson, era convinto di averlo trovato. Ma il funzionario della banca che lo ricevette rimise l'affare "allo studio~, e quindici giorni dopo gli comunicò che la dire- zione aveva rinunciato ad anticipargli i fondi necessari per l'acquisto degli impianti di Lamorlaye. Genet era riuscito a far pazientare sino a quel giorno il notaio Grivas. Andò a trovarlo per cercare di ottenere ancora una proroga. Dopo averlo fatto aspettare per tre quarti d'ora, il notaio lo ricevette. « Sono contento di vederla, signor Genet. Spero che oggi si possa concludere l'affare. Ha portato il denaro? « No » rispose Genet. « Non sono riuscito a ottenerlo. :Si guardò bene dal comunicargli che il funzionario della banca, per rifiutargli il finanziamento, aveva addotto il pretesto della sua età avanzata. « Ma ho qualcosa in vista. « Purtroppo oggi era il giorno che avevo indicato come termine ul- timo, s