LUCIEN VIEVILLE. LA CONGIURA DI AMBOISE. Il tumulto di Amboise viene considerato da molti storici il primo episodio, quasi l'introduzione, delle guerre religiose, le spaventose guerre civili che insanguinarono la Francia nella seconda metà del XVI secolo e la condussero sull'orlo dell'abisso, spezzando la nazione in due fazioni nemiche e spietate. C'è chi preferisce vedervi una cospirazione politica. Attorno a un re appena uscito dall'infanzia, al quale i medici non accordano che pochissime probabilità di sopravvivenza, salito sul trono all'improvviso e in circostanze drammatiche, non possono non ordirsi gli intrighi e affrontarsi le fazioni, mentre i grandi, privati del potere, tramano la rovina dei loro più fortunati avversari. Contro la regina madre Caterina de' Medici ed i Guisa, questi tedeschi cattolici, troviamo i parenti più stretti del re legittimo, Antonio di Borbone, primo principe del sangue e, più nell'ombra perché ancora in dubbio, il fratello minore, Luigi di Condé, più ambizioso, più fiero e convertito alla nuova religione. Questi ultimi per far valere i loro diritti, dei quali si sentono defraudati, cercano l'appoggio tanto del partito dei malcontenti, che aumenta di giorno in giorno, quanto di quello delle vittime, i protestanti dichiarati eretici e votati allo sterminio a causa della loro fede contestata. Già nel 1540 Francesco I ha preso rigorosi provvedimenti contro di loro, prima di fare massacrare i Valdesi dell'Alta Provenza, indiscutibilmente eretici, certo, ma anche modelli di virtù. Nel 1547 Enrico II ha creato la temibile Camera ardente, che ha mandato sul rogo molti disgraziati, e la sua polizia ha braccato e spiato senza sosta gli ugonotti. L'editto di Chateaubriant del 1551 e quello di Compiègne del 1557 hanno raddoppiato le persecuzioni. Ormai vi è una sola pena per gli eretici: la pena di morte. Il ritorno al Vangelo e alla parola di Dio racchiusa nella Bibbia e il movimento di liberazione della persona umana, la dottrina eminentemente spiritualista di Calvino, che l'ha diffusa pubblicando nel 1536 la sua Istituzione cristiana, che elimina tutta la pompa del cattolicesimo, condannando gli abusi di ogni genere dei preti e dei vescovi, la loro ricchezza e cupidigia, la loro vita troppo spesso scandalosa, non cessa tuttavia di crearsi nuovi seguaci in ogni classe sociale. Il 25 maggio 1559 si riunisce a Parigi il primo sinodo francese: la Chiesa riformata non esita a reclamare il diritto di cittadinanza e di libertà per il suo culto, mentre invece se ne perseguitano i predicatori e i fedeli. Ma essa è ben consapevole della sua forza, essendo ormai profondamente radicata non solo nelle province orientali confinanti con la Germania dei principi luterani e con Ginevra, capitale spirituale del calvinismo, ma anche ad occidente e nelle regioni di sud-ovest. Quando Antonio di Borbone, avendo sposato la protestante Giovanna d'Albret ed avendo così ottenuto la corona di Navarra, va a stabilirsi a Nérac, nel cuore di una provincia profondamente evangelizzata, tutta la Chiesa protestante della Francia crederà di aver trovato, in quest'uomo amabile e gaudente, ma senza forza di carattere, colui che si opporrà agli oppressori cattolici e farà trionfare la sua causa. Ma Antonio, che poco si preoccupa di opporsi apertamente, e pericolosamente, alla potente setta locale, fino alla morte di Francesco II non farà altro che praticare di fronte alla corte di Francia una sorta di ricatto discreto che gli permette, cavandosela con eleganza ed abilità, di ottenere apprezzabili vantaggi economici. Senza dubbio, poiché possiamo mettere Antonio fuori causa, fu dunque il fratello minore, Luigi di Condé, ad organizzare la cospirazione che doveva sfociare nel tumulto di Amboise, e ad esserne il vero capo. Tuttavia è certo che lo scopo principale del complotto non era quello di far trionfare la nuova religione. Certo ci fu chi nel marzo 1560 marciò verso Amboise pensando di agire per la propria fede. Ma Condé, l'eminenza grigia, furente nel vedere che i principi di sangue reale erano stati messi in disparte dai Guisa, i cugini aborriti, mirava soprattutto ad eliminare questi ultimi, se necessario anche a costo di ucciderli. Progettava inoltre di restituire in un secondo tempo ai Borbone l'importanza dovuta al loro rango e, poiché il fratello maggiore non intendeva interessarsi ai suoi piani, di esigere, prendendo virtualmente in ostaggio il debole Francesco II, la propria designazione a luogotenente generale del regno. In questo modo egli sarebbe diventato praticamente un re senza corona. Ci sarebbe riuscito Condé senza gli scrupoli e i timori dell'oscuro avvocato des Avenelles, che rivelò il complotto per non esservi implicato? Sembra di no, nonostante la paura che regnò a corte in quelle giornate drammatiche, tanto erano male organizzate le truppe che convergevano su Amboise. Se fosse riuscito, il colpo di Stato avrebbe fatto del suo autore un prigioniero; infatti mentre Calvino condannava la congiura, convinto che essa si sarebbe risolta a sfavore dei protestanti e che avrebbe finito per nuocere alla loro causa, al contrario l'Inghilterra aveva incoraggiato i suoi capi finanziandoli, cosicchè dopo l'eventuale trionfo Condé avrebbe dovuto assoggettare la Francia al suo vicino d'oltre Manica. L'enigma di Amboise ci sembra risolto. Questione religiosa? No, poiché Calvino si opponeva al progetto dei cospiratori e lo stesso predicatore Antonio di Chandieu, che ne fu uno dei principali artefici (solo in fase di preparazione) riconoscerà che i protestanti che vi avevano partecipato non avevano preso le armi per la religione, ma per una questione politica. Una fazione vuole sostituirsi all'altra, nel duplice interesse del paese e proprio. Ciò non toglie che la Chiesa protestante subirà i disastrosi effetti del fallimento della congiura, e che essa permetterà al potere ed ai cattolici di accusarla di turbare volontariamente l'ordine per imporre la propria legge. Così l'episodio di Amboise si configura non come un primo capitolo, ma come il preludio ed una delle principali cause delle lotte mortali che tra poco, continuando fino all'ultima abiura di Enrico IV, figlio di Antonio di Borbone, travaglieranno una nazione già economicamente depressa. Alla scomparsa di Enrico II, ucciso accidentalmente in torneo dal conte di Montgomery il 10 luglio 1559, la Francia è infelice e divisa. Il rigore della repressione del calvinismo, che costringe all'esilio intere famiglie anche se molti cattolici lo ritengono legittimo e necessario in nome di Dio e dello Stato, opprime tutti i ceti. Inoltre il paese si trova in gravi difficoltà finanziarie anche se il recentissimo trattato di Cateau-Cambrésis ha messo fine ad una guerra onerosa e disastrosa e ad un utopistico e nefasto sogno di espansionismo transalpino. Francesco II ha quindici anni, età che gli permette legalmente di salire sul trono, ma in realtà le sue pessime condizioni di salute gli impediscono di esercitare il potere reale. Di limitate capacità intellettuali, lo studio gli è sempre riuscito insopportabile, il poveretto soffre di spaventose emicranie che lo lasciano prostrato. Suo unico sollievo le cacce forsennate e le accoglienti braccia di una moglie infuocata, di due anni maggiore di lui, Maria Stuarda. Queste due passioni esacerbate esauriscono le ultime forze del debole adolescente. Ancora prima che egli salisse al trono, era già notorio che quel momento avrebbe segnato la disgrazia dei Montmorency, consiglieri fidati di Enrico II, in favore dei Guisa. Il defunto re, dopo aver accordato a costoro i suoi favori, aveva progettato di allontanare dalla sua corte i principi stranieri. Invece la sua improvvisa scomparsa li fa imporre, con il consenso della regina madre Caterina de' Medici. Infatti cosa potrebbe fare essa, senza fare la figura di voler andare contro la volontà del nuovo re, suo figlio, e senza rischiare di essere allontanata dalla politica, se non inchinarsi ed apparire persino consenziente, guadagnandosi la fiducia dei favoriti del momento, lieti di avere una così potente alleata? Del resto questa prevalenza dei Guisa sotto Francesco II è naturale. I principi lorenesi non sono forse gli zii di Maria Stuarda, regina di Scozia dal 1542, anno della sua nascita e della morte del padre, Giacomo V, marito di Maria di Lorena? Da allora quest'ultima è reggente di Scozia, per cui la morte di Enrico II riunisce questa corona a quella di Francia sulla testa di Francesco II. E' una situazione decisamente intollerabile per Elisabetta d'Inghilterra, regina dal 1558. Per riunire nel suo solo scettro i due regni dell'isola, ella finanzia la rivolta dei protestanti contro la reggente, sostenuta dai sussidi e dalle truppe francesi. Maria di Lorena, che morirà durante il breve regno del genero Francesco, per conservare l'appoggio della Francia ha contato naturalmente sull'influenza dei suoi più eminenti fratelli, il cardinale di Lorena, arcivescovo di Reims, e il duca Francesco di Guisa, il primo dell'illustre famiglia che porti il soprannome di lo Sfregiato, capitano di grande fama. Anche la reggente, quando sua figlia diventa delfina di Francia, adopera tutti i suoi mezzi di persuasione perché, una volta salito sul trono, Francesco metta a capo del governo precisamente il cardinale e il duca, suoi buoni zii. Maria Stuarda non troverà alcuna difficoltà ad imporre tale scelta al marito fanciullo, mentre Caterina de' Medici, la cui lettura preferita è Il Principe, del compatriota Machiavelli e che sa bene come Francesco sia destinato ad avere vita breve, aveva dovuto approvare la scelta di Maria quando Enrico era ancora in vita ed accordare così la propria benevolenza ai Guisa. Essa era allora ben lontana dall'immaginare che Francesco sarebbe diventato re (e come poteva prevedere il fatale colpo di lancia di Montgomery?) e riteneva che la successione sarebbe toccata al fratello minore Carlo, cosicché i Guisa, privi del loro unico appoggio a corte, sarebbero stati facilmente allontanati dal potere. Tuttavia la benevolenza concessa ai Guisa poteva avere la sua utilità, perchè in caso di imprevisto, e l'imprevisto accadrà, essa sarebbe sempre rimasta dalla parte dei più forti, anzi essa avrebbe potuto vantare dei meriti nei loro confronti e trarre profitto dalle buone parole prodigate a Maria Stuarda e dai favori accordati ai suoi zii. Dei due fratelli che accedono così al potere il maggiore, il duca Francesco di Guisa, il glorioso Sfregiato, è un soldato fortunato e valoroso; l'altro, Carlo, è senza dubbio più un politico che l'uomo votato a Dio come sembrerebbe dall'abito color porpora che indossa. L'ambasciatore di Venezia, Michieli, ritiene il cardinale di Lorena, arcivescovo di Reims, il membro più importante della famiglia, quello che conduce il gioco. Egli è, dice, dotato di una mente prodigiosa, che coglie immediatamente le intenzioni di tutti coloro che gli parlano insieme, dotato di una memoria sbalorditiva, di un bello e nobile aspetto, di rara eloquenza. Molto colto e versato nelle scienze e, contrariamente a tanti alti prelati dell'epoca, fedele a un genere di vita apparentemente molto onesto e assai conveniente alla sua dignità, il cardinale è però anche orgoglioso, di una cupidigia vergognosa e per i suoi fini ricorrerebbe anche a mezzi criminosi, ed è inoltre un perfetto ipocrita. Soprattutto, prosegue Michieli, egli è vendicativo, invidioso... Ha suscitato l'odio generale ferendo tutti: non si desiderava che la sua morte, e non solo fra gli ugonotti, dei quali sarà uno dei maggiori carnefici. Tuttavia Lorena si è interessato alla Riforma al punto che, già cardinale (lo è diventato però assai giovane: alla morte di Enrico II non aveva che 34 anni), aveva confidato che poco gli importava che si pregasse Dio in nero o in rosso. Se questo animo spregevole si era fatto nemico acerrimo e assetato di sangue della vera religione, era stato probabilmente per affermare il predominio suo e della sua famiglia. Poiché i protestanti non approvavano che fossero stati scelti i Guisa per essere posti a capo dello Stato, bisognava annientarli e questo in nome della fede, vale a dire lanciando loro l'accusa di eresia. Le guerre di religione sarebbero germogliate da questa politica di intolleranza e di persecuzione. Carlo di Guisa era molto orgoglioso, oltre che del proprio talento oratorio, anche del proprio valore di teologo. Egli aveva sufficiente spirito per riconoscere la propria ben nota mancanza di coraggio fisico, carenza eccezionale in questa grande famiglia ricca di eroi, e per essere il primo a riderne. Ma nei consigli è lui che viene ascoltato e sarà forse la sua codardia a dettarne le proposte spietate. Quanto al signore di Guisa, lo Sfregiato, non si può, ammette Michieli, parlare di lui se non come di un uomo di guerra e di un buon capitano. Nessuno in Francia ha combattuto più battaglie di lui, nessuno ha affrontato maggiori pericoli... I suoi difetti sono in primo luogo l'avarizia nei confronti dei soldati. Promette molto ed anche quando intende mantenere le sue promesse lo fa con enorme lentezza; cosa che verrà confermata da Carlo IX, il quale parlando del duca consiglierà: Non fidartene, così non sarai mai deluso. A parte questo, Francesco di Guisa, giovane, brillante, eloquente, generoso... saggio e moderato, pieno di sangue freddo, è il valoroso stratega al quale spetta il merito e l'onore della vittoriosa difesa di Metz, un capolavoro militare, contro le truppe imperiali di Carlo V: Con una guarnigione di seimila uomini e di quattromila cavalli egli respinse un'armata di più di centomila uomini. Meno fortunato fu nel 1557, nella campagna d'Italia, quando si imputava alla sua ambizione la decisione dell'impresa; ma l'anno seguente, dopo la disfatta di Montmorency, egli avrebbe salvato il regno a Saint-Quentin, dove il conestabile era stato fatto prigioniero dal duca di Savoia, Emanuele Filiberto, comandante dell'armata spagnola. Lo Sfregiato, con un'offensiva fulminea per quell'epoca, aveva scacciato gli Inglesi dalla Francia, riconquistando Calais, che essi possedevano dal 1347, Guines e Thionville. Senza dubbio quest'umiliazione sarà uno dei principali motivi, assieme all'appoggio dato dalla Francia alla reggente di Scozia, che indurranno Elisabetta ad incoraggiare la congiura di Condé. Dopo questi avvenimenti, Francesco II chiama il prestigioso duca a dirigere le questioni militari, vale a dire la politica estera (del resto il paese è in pace), mentre il fratello cardinale viene incaricato della politica interna e delle finanze, che si trovano in condizioni disastrose. Per il momento non c'è nessun motivo perché questa decisione possa sollevare le obiezioni della maggioranza della popolazione, la quale ignora le ambizioni personali dei Guisa, che del resto sono unite ad un reale desiderio di servire il loro re e benefattore facendosi suo gladio e scudo. Le cose cambieranno quando ognuno sentirà il peso delle loro tasse e conoscerà la loro avidità. Secondo il maresciallo di Vieilleville, per esempio, il duca esigeva una regalia di centomila franchi da parte del candidato alla carica di maresciallo di Francia da lui raccomandato. Quando Francesco II sale al trono, Caterina de' Medici ha quarant'anni. Fino agli ultimi anni del regno di Enrico II, la discendente della più rinomata famiglia di Firenze, che sarà madre di tre re e suocera di un quarto, mediterà nell'ombra, sopportando con apparente umiltà e rassegnazione la singolare relazione del suo reale consorte con la sessantenne Diana de Poitiers duchessa di Valentinois. Non uscirà da questa situazione se non quando Enrico II, consapevole dell'intelligenza e del senso politico della moglie, non le affiderà la reggenza mentre egli sarà in guerra. Avendo così gustato le difficoltà e il piacere del potere, senza dubbio Caterina ci prenderà tanto gusto da provare da questo momento l'imperioso desiderio di riprenderlo. Ma finché Enrico II è vivo la cosa è inconcepibile. Una nuova reggenza sarebbe del tutto formale. Il conestabile di Montmorency coadiuvato dai nipoti, Gaspare de Coligny, ammiraglio di Francia, il cardinale di Chatillon e Francesco d'Andelot, comandante della fanteria, sono onnipotenti. Ma se dovesse soccombere il delfino morente, e poi suo padre, Caterina da vedova potrebbe governare la Francia sia come reggente, se il futuro Carlo IX fosse ancora minorenne, sia per mezzo dei ministri che gli sceglierebbe lei stessa. Francesco, ammesso che ciò accada, non potrà sopravvivere che di poco ad Enrico. Certo egli porterà in auge i Guisa, ma così facendo eliminerà i famelici Montmorency. Non opponendosi ai principi lorenesi ella può ottenere di non diventare una regina madre confinata o virtualmente esiliata in qualche castello di provincia, allontanata dall'azione politica che ella brucia dall'impazienza di ritrovare e dirigere. Al contrario, ella sarà presente al consiglio del re, farà conoscere le proprie opinioni, preparerà quel futuro ambizioso che la morte di un figlio, da lei, che detesta i deboli, mai amato, le permetterà di realizzare subito; e la maniera migliore sarà quella di lasciare che i Guisa, la cui nobile famiglia discende dal re Giovanni il Buono, si discreditino da sé, suscitandosi intorno odi e rancori. Il metodo più sicuro non sarà forse quello di lasciare che essi si diano la zappa sui piedi tanto con la questione religiosa quanto con il pantano delle finanze, dal momento che le misure di risanamento prese non potranno non scontentare tutti coloro che ne saranno colpiti? Infatti le cose andranno esattamente come aveva previsto la mercantessa fiorentina (il malevolo soprannome le è stato affibbiato da Maria Stuarda) dai grossi occhi sporgenti e dal busto imponente sempre ricoperto dal corpetto nero che le arriva fino al mento (la pinguedine non impedirà a Caterina, finché Enrico II sarà in vita, di salire a cavallo e partecipare intrepidamente alla caccia al cervo). L'avvento al trono di un re di dieci anni, Carlo IX, porterà a questa donna tanto forte di carattere, la cui falsità non è per nulla inferiore a quella di Luigi XI, quel potere da lei tanto rimpianto e che spera spasmodicamente di riottenere. E' sotto la sua reggenza che scoppieranno le prime lotte indiscutibilmente religiose. La notte di S. Bartolomeo sarà opera sua; sarà lei a decidere il massacro dei capi protestanti, che farà ordinare dal disgraziato Carlo IX al solo scopo di conservare quel potere che la maggiore età del re non le ha tolto, ma che è minacciato dalla crescente popolarità di Coligny. Questa donna incredibile, vero animale politico, che aveva i propri astrologhi e si fidava superstiziosamente delle loro predizioni, aveva ereditato dai suoi illustri antenati il gusto del fasto e dello splendore. Una delle sue massime gioie era quella di dare con estremo lusso e prodigalità grandi feste tanto alla propria corte quanto al popolo, che ella non amava, ma che voleva tenere... Si circondò di damigelle d'onore, tutte belle e appartenenti alle più importanti famiglie del regno, e più di una volta si servì del loro fascino per far riuscire qualche suo progetto. Avrebbe manifestato la sua indole cauta e astuta con le lacrime versate (se ne versò effettivamente) di fronte a Montmorency, quando egli lasciò il governo anche a causa sua e con le attenzioni prestate alla sua vecchia rivale, Diana de Poitiers, mentre nel frattempo la spogliava a suo profitto del castello di Chenonceaux. Ma da donna astuta, se mai ve ne fu una, la duchessa di Valentinois aveva saputo preservarsi da una completa rovina finanziaria con l'aiuto del genero, il duca d'Aumale, fratello dei due Guisa. Quest'ultimo, poco sicuro di quanto si sarebbe potuto aspettare dal duca e dal cardinale, aveva preferito fare assegnamento sui 70.000 o 80.000 franchi di rendita che non potevano sfuggirgli, dopo la morte della suocera. Così ricorse ai fratelli perché Diana non fosse spogliata dei suoi beni e in questo caso la regina dimostrò come in lei l'ambizione superasse la gelosia e preferì accontentarsi di una mediocre vendetta pur di non perdere l'appoggio dei Guisa, unico mezzo per salire, piuttosto che giungere a vendicarsi fino in fondo. Ecco una mossa politica degna del personaggio. Del resto la duchessa di Valentinois non costituiva alcun pericolo per Caterina. L'agonia di Enrico II dura dieci lunghi giorni. Sin da quando se ne è potuta prevedere la conclusione, il conestabile di Montmorency, pur senza nutrire alcuna illusione sul suo prossimo allontanamento dal governo, ha usato l'ultima arma capace di impedire l'accesso dei Guisa al potere, o almeno di costringerli a dividerlo con altri. Ha inviato un messaggero al re di Navarra, Antonio di Borbone, per fargli lasciare di gran fretta Nérac, venire a Parigi e, in qualità di primo principe del sangue, presentarsi a corte per ricevere il grado che gli compete durante la minore età del re: in altre parole, la nomina a reggente o a luogotenente generale del regno. Anche Luigi di Condé invia un corriere al fratello con una richiesta analoga. Non sarebbe certo convenuto a Caterina, prontamente informata dalle sue spie, che il re di Navarra si presentasse a corte prima della morte del re, perché il suo arrivo avrebbe rappresentato la fine delle proprie speranze. Così alla morte di Enrico II, in assenza di Antonio, spinge Francesco di Guisa e il cardinale di Lorena ad inviare anch'essi un emissario al primo principe del sangue per informarlo sia del trapasso del re che della loro ascesa al potere e dei loro più che benevoli sentimenti nei suoi riguardi. Faranno dunque finta di dimenticare un passato che li aveva già fatti scontrare violentemente con la famiglia dei Borbone. Del resto i Guisa avevano tutto da guadagnare nel venire a patti con eventuali competitori e, professando loro amicizia, metterli in una posizione difficile se si fossero azzardati a protestare. Se il solo grado di parentela avesse giustificato la prevalenza politica, è evidente che i Borbone avrebbero potuto sostenere di essere stati ingiustamente soppiantati prima dai Montmorency ed ancora più ora dai Guisa. Discendente di un figlio di San Luigi (il sesto, Roberto di Clermont, che aveva sposato Beatrice di Borgogna-Borbone, il cui figlio, Luigi I il Grande, aveva ricevuto il titolo di duca di Borbone nel 1327), la famiglia dei primi principi del sangue non possedeva nel 1559, che il ventunesimo grado di parentela con i Valois. A quell'epoca il trono sembrava loro inaccessibile, perché Enrico II aveva ancora quattro figli. All'avvento di Francesco II, i Borboni erano rimasti in tre fratelli, il quarto, il duca d'Enghien, era morto a Cérisole. Dei sopravvissuti uno era cardinale, e non mostrava di possedere ambizioni politiche. Ció peró non gli impedirà di acconsentire a che gli aderenti alla lega cattolica, i quali si rifiuteranno di giurare fedeltà al suo nipote ugonotto Enrico di Navarra, nel 1588 lo proclamino re di Francia col nome di Carlo X (ancora dopo la sua morte, avvenuta nel 1580, si sarebbero coniate monete alla sua zecca). Il maggiore, Antonio, era diventato re di Navarra in seguito alla sua unione con Giovanna d'Albret, e da essi sarebbe nato il futuro Enrico IV. Di fronte ai Guisa, Antonio, primo principe di sangue reale, sarebbe stato il più qualificato, se non l'unico, a far valere i propri diritti. Se non che, pusillanime e gaudente, incline più a ritirarsi nei propri possedimenti (Enrico II lo aveva nominato governatore della Guienna) che a gettarsi nella mischia per accaparrarsi il potere, e non essendo degno di così grandi speranze, Antonio si sarebbe sempre più tirato indietro, giungendo ad adulare coloro che avrebbe potuto soppiantare, colmando di grande indignazione Calvino. Sta di fatto che il doppio gioco del re di Navarra avrebbe deluso moltissimo i riformati. Il suo disinteresse avrebbe spinto il fratello minore, Luigi di Condé, ad assumere un ruolo di primo piano e a diventare l'eminenza grigia del complotto che sarebbe sfociato nel disastroso tumulto di Amboise. Infatti, se il fratello maggiore non avesse mostrato tanto disinteresse e avesse Ottenuto la nomina a reggente o luogotenente generale, probabilmente Condé si sarebbe accontentato della carica di suo consigliere o comandante militare, o anche semplicemente di assicurare la propria fortuna e i propri piaceri, poiché, si diceva, gli piaceva condurre una vita brillante. Di aspetto poco avvenente (era deturpato da una gobba che cercava di dissimulare tenendo alta la testa) il principe Luigi I di Borbone aveva allora ventinove anni. Figlio cadetto e privo di beni di fortuna, Condé risentiva ancora più crudelmente dell'ingiustizia della sorte che colpiva così il cugino più stretto del re. Sposato con Eleonora de Roye, dalla quale aveva avuto quattro figli, era mantenuto dalla moglie, costretta ad impegnare immobili e gioielli per vivere. Enrico II aveva concesso al principe una pensione di quattromila franchi, una miseria in confronto a quelle ricevute da certi cortigiani di estrazione assai inferiore alla sua, e Condé se ne irritava tanto più che vedeva colmati di ricchezze i suoi cugini lorenesi Guisa, parenti meno stretti di lui e lontani per nascita dal trono, dopo aver visto favoriti gli Chatillon-Montmorency, che avevano accumulato onori, cariche e donazioni. Se fosse stato trattato alla stessa maniera, Condé, più amabile che ambizioso e più incline ai piaceri che alla gloria... pieno d'onore, ma debole, avrebbe accettato di buon grado l'eclissi dei principi del sangue e l'ascesa prima dei Montmorency e poi dei Guisa. Questi ultimi, diffidenti, commisero l'errore di comportarsi in modo diverso, non preoccupandosi d'altro che di neutralizzare il capo della grande famiglia, Antonio. L'amarezza e l'esasperazione del principe fecero sì che da quel momento egli prestasse un orecchio attento e compiacente ai malcontenti e li incitasse a rivoltarsi, con la forza delle armi, contro un potere ai suoi occhi intollerabile ed usurpato. Enrico II muore alle Tournelles. Appena costatato il decesso, i Guisa entrano in scena. E' in mezzo a loro e ai loro simpatizzanti, assai numerosi, che il nuovo re, Francesco, seguito dalla madre, fa il suo ingresso al Louvre. I principi lorenesi portano in braccio i suoi fratellini, un modo come un altro per proclamare la loro ascesa al potere. Montmorency è rimasto accanto alla salma del suo signore: non essendo presente Antonio, capisce di essere sconfitto. Del resto ha previsto la propria sconfitta e così ha mobilitato un numero altrettanto imponente di gentiluomini, amici e clienti, che lo difendono dal peggio, cioè dall'attentato o dall'arresto, procedimenti allora usuali per affermare un nuovo potere ed eliminare ogni contestazione. Enrico II chiamava spesso, il mio compare, il conestabile, che aveva incaricato del governo. Amministratore competente, Montmorency, valoroso soldato ma scadente stratega, sconfitto e fatto prigioniero a Saint-Quentin, si era fatto un gran numero di nemici per il suo pessimo carattere. Era, dice Brantome, un grande maltrattatore di persone, e tanto avido di ricchezze da non rifiutare, per esempio, da Chateaubriand uno stabile per ringraziamento o in compenso per la concessione dell'ordine di Saint-Michel. Quanto alla questione religiosa, dalla quale dipendeva la pace nel paese, Montmorency non si era certo dimostrato più abile come politico di quanto non lo fosse stato come generale. Invece di cercare di risolvere la questione con un accomodamento, egli aveva operato la spietata repressione del protestantesimo a prezzo di massacri, supplizi ed esili. Egli ha dunque una pesante responsabilità nelle guerre civili che scoppieranno dopo di lui e che gli costeranno la vita. Lasciando le Tournelles, Caterina fa un gesto teatrale, senza dubbio meditato a lungo. Al momento di salire in carrozza ella si fa da parte, prende la mano di Maria Stuarda e le dice: Signora, salite prima di me; io non sono ormai che la seconda principessa del regno. La mossa è abile e ben calcolata. Poco dopo Francesco II annuncerà ufficialmente l'ascesa al potere dei Guisa, dichiarando alla delegazione del parlamento di Parigi che chiede a quali personalità dovrà da quel momento rivolgersi per conoscere la sua volontà: Al duca di Guisa e al cardinale di Lorena, miei zii; ho affidato loro completamente il governo. Il giorno 11, ricevendo Anna di Montmorency, il giovane re aveva ringraziato il conestabile dei servigi resi a suo padre; aveva usato il pretesto dell'età avanzata, sessantasei anni; Montmorency morirà otto anni dopo, ucciso in combattimento! per congedarlo. Allo Sfregiato, gli disse, sarebbe stato affidato l'esercito e al cardinale le finanze, il che non era certo affare da poco! Caterina avrebbe in seguito rivolto al collaboratore del defunto re secondo alcuni un addio colmo di lacrime, secondo altri violenti rimproveri, accusandolo di un malvagio discorso tenuto ad Enrico II, cosa che fu naturalmente negata dal conestabile: egli avrebbe manifestato al proprio padrone la sua sorpresa nel costatare come gli assomigliasse solo la figlia illegittima e non gli eredi legittimi, come se avesse voluto tacciare la regina di cattiva condotta. Comunque sia, dopo i funerali di Enrico II, Montmorency poté ritirarsi indisturbato dalla corte, forse a causa della sua forte scorta armata, ma nello stesso tempo privato della sua carica di gran ciambellano. Se Coligny conserverà per un certo tempo il governatorato della Piccardia, un altro nipote del conestabile, Francesco d'Andelot, perderà invece immediatamente la carica di colonnello di fanteria; bisogna dire però che d'Andelot aveva già avuto degli scontri con il defunto re a causa dell'ardore dimostrato nella sua fede riformata. D'Andelot si faceva accompagnare da un pastore che predicava di città in città. Enrico II glielo aveva rimproverato durante un pranzo. Sire, gli aveva risposto d'Andelot, non vi appaia strano che avendo fatto il mio dovere al vostro servizio, io impieghi il resto del mio tempo curandomi della salvezza della mia anima. Vi supplico di lasciare libera la mia coscienza e di servirvi del mio corpo e dei miei beni, che sono interamente vostri. Furente, Enrico II aveva preso il proprio piatto e l'aveva scagliato violentemente in aria prima di fare imprigionare l'avversario, pena che era valsa a quest'ultimo una lettera elogiativa di Giovanni Calvino. Il papa Paolo IV aveva invece tuonato perché si giustiziasse il prigioniero, gridando: Un eretico non si pente mai; è un male il cui unico rimedio è il fuoco! Per essere rimesso in libertà d'Andelot aveva dovuto permettere che si celebrasse una messa nella sua camera. Aveva presenziato alla cerimonia, ma senza prendervi parte alcuna. Quanto a Condé, angosciato per il ritardo del fratello, dopo la morte di Enrico II aveva fatto del suo meglio per affermare le prerogative, almeno quelle protocollari, dei principi del sangue. Consigliati da Caterina, i Guisa parvero tollerarlo. L'indomani tanto il principe quanto il cugino, principe de la Roche-sur-Yon, capo del ramo dei Borbone-Montpensier, era stato persino pregato di far parte del Consiglio; una soddisfazione insufficiente. Finalmente la Francia è in pace e i Guisa intendono farla durare, sapendo bene come il paese si trovi in difficoltà finanziarie. E' di questo che si occupa d'urgenza il cardinale di Lorena, assistito dal Presidente della Corte dei Conti, Michele de l'Hospital. Il debito pubblico ammonta a quarantatré milioni, ed occorrerebbero a Francesco II più di dieci anni dell'intero ammontare delle sue rendite per colmare il deficit. Va quindi riconosciuto al cardinale ed al suo collaboratore il merito di aver ridotto sensibilmente il debito, che all'avvento di Carlo IX è sceso a quarantun milioni. Questa diminuzione sarà ottenuta a prezzo di misure draconiane. Viene affrettata la riscossione delle imposte e vengono ridotti gli effettivi dell'esercito, non si pagano più certe pensioni ed anche certi salari, tutte misure che provocano il malcontento e l'impazienza di quanti ne fanno le spese e li fa schierare contro il governo dei Guisa. L'impopolarità di questo governo non è certo meno profonda nel mondo protestante. Infatti nei confronti degli ugonotti resta immutato il rigore dei tempi di Montmorency. I protestanti davano per scontati da parte dei nuovi padroni della Francia la comprensione ed il riconoscimento della libertà d'opinione e di coscienza. Ma non sarà così; lo spionaggio e la repressione raddoppiano. Si moltiplicano le condanne e i supplizi; il più celebre e più importante per le sue ripercussioni sarà quello del consigliere Anne du Bourg, avvenuto il 23 dicembre 1559. Il 10 giugno precedente, nel corso di una seduta solenne, Enrico II, cui facevano corona il cardinale di Lorena, già protettore della fede, Montmorency, Francesco di Guisa, i cardinali di Chatillon e di Borbone, i principi di Borbone-Montpensier e di la Roche-sur-Yon, aveva imposto al Parlamento di Parigi di decidere tra le due tendenze che dividevano i suoi membri, poiché la Camera Grande si mostrava inflessibile nei confronti dei protestanti ad essa deferiti, mentre la Camera della Tournelle era più clemente. Praticamente in questo modo i magistrati venivano costretti a pronunciarsi in favore della politica della intolleranza e del terrore. Non era stato questo il caso di Anne du Bourg. Nel suo intervento egli aveva fatto l'apologia dei protestanti, sventurati mandati al supplizio innocenti di qualunque crimine ed in particolare di quello di lesa maestà, poiché essi al contrario pregavano per il sovrano. Se li si perseguitava era perché essi avevano voluto la purificazione, il rinnovamento di una Chiesa in piena decadenza. E notando una certa impazienza scandalizzata tra i suoi augusti ascoltatori, du Bourg aveva detto loro dolcemente: Non è cosa da poco condannare coloro che, tra le fiamme, invocano il nome di Cristo. Preoccupato, il presidente Le Maistre aveva voluto interromperlo, ma lo stesso Enrico II aveva ordinato che lo si lasciasse terminare. A lui si era rivolto allora du Bourg: Quando si processa un povero cristiano si dice: Tra il procuratore generale del re, attore di delitto di eresia da una parte, e un tale, prigioniero, accusato dall'altra. Eccovi, sire, parte in causa. Poi decretate: Noi vogliamo che muoia di questa morte. Ed eccovi anche giudice, e il vostro Parlamento esecutore di giustizia, facendolo morire. Poi, con lo stesso tono di voce, Anne du Bourg aveva citato il triste esempio offerto da ricchissimi prelati che trascuravano il loro sacro ministero, cosa che aveva fatto digrignare i denti al cardinale di Lorena. Il discorso era di una tale audacia che il conestabile, furioso, l'aveva interrotto esclamando: Questa non è che una bravata! Ma il consigliere aveva continuato imperterrito la sua descrizione dei vizi dei dignitari e dei preti della Chiesa cattolica. Essi hanno perfino, aveva detto, corrotto la dottrina ed è in mezzo a loro che si trovano i veri eretici degni del carnefice. Terminata la seduta, nel corso della quale solo i presidenti Minard e Le Maistre erano stati tanto servili da approvare gli spietati editti, Enrico II aveva dato ordine, dopo essersi consultato con i cardinali, di arrestare du Bourg e il suo collega Luigi du Faur, che aveva anch'egli criticato gli editti e chiesto che l'atteggiamento da prendere nei confronti dei protestanti fosse stabilito da un concilio. Era stato il giovane capitano delle guardie Gabriele de Lorges, conte di Montgomery, ad effettuare l'arresto, cosicché quando qualche giorno dopo lo stesso Montgomery avrebbe ferito a morte il sovrano con la lancia, gli ugonotti avrebbero visto in questo tragico incidente una manifestazione della giustizia e della collera divina. Du Bourg, portato via, aveva detto solamente: Signore, questa è la tua causa; ti raccomando me e questa disputa. Du Faur era stato infine liberato, ma non senza qualche concessione di coscienza... e di penna. Ma Anne du Bourg (la sera stessa della seduta solenne in Parlamento al Louvre, Enrico II aveva detto pubblicamente: Lo vedrò bruciare con i miei occhi!) non si era piegato malgrado le pressioni e le suppliche dei suoi amici e colleghi, desiderosi di salvarlo. Era stato condannato al rogo ed aveva subito la sua sorte orrenda sulla piazza di Grève, con l'edificante coraggio del martire (Sono qui per il Vangelo, aveva detto sul luogo del supplizio), perché tale era per i suoi correligionari quel 24 dicembre 1559. Il 25 luglio Francesco II in lieta compagnia, la regina madre e Montmorency sono quasi gli unici a corte a ricordare ed a rimpiangere il re non ancora inumato, s'insedia a Saint-Germain-en-Laye. E' presente anche Condé, del quale i Guisa, nonostante la loro apparente cortesia, diffidano come del diavolo, tanto i rapporti dei cortigiani e degli informatori parlano dei suoi intrighi. Fedeli alla politica di pazienza consigliata loro da Caterina, essi tentano tuttavia di rabbonirlo colmandolo di onori: Francesco II invita infatti suo cugino a recarsi a Gand per consegnare al re di Spagna la ratifica del trattato di Cateau-Cambrésis. La mossa è abile. Da una parte si allontana l'agitatore dalla corte per un po' di tempo, il che permette ai Guisa di consolidare la loro autorità. D'altra parte ormai il principe attende l'arrivo del fratello maggiore, il re di Navarra, che si è finalmente deciso a lasciare la quiete di Nérac e che Condé spera si lasci convincere ad agire come il suo rango lo autorizza a fare, scacciando i Guisa e prendendo il loro posto. Se il principe rifiuta la prestigiosa missione offertagli dal re di Francia (egli agirà a Gand in suo nome), i suoi nemici potranno sostenere che le sue recriminazioni sono ingiuste poiché egli si astiene dall'offrire la propria collaborazione a Francesco II. Se accetta, i Guisa prevedono che Antonio di Borbone arriverà a corte durante la sua assenza e vi si troverà quindi isolato. Non sarà difficile allora, a costo di fargli maggiori concessioni, ottenere la sua rinuncia a qualunque scandalo o protesta. Ma Condé elude il dilemma. Manda La Roche-sur-Yon incontro al fratello con l'incarico di fermare a Vendome (di cui Antonio porta il titolo di duca) il re di Navarra. Subito dopo parte per Gand con un sontuoso corteo, scortato da centocinquanta cavalieri, apparato che scandalizzerà lo spagnolo Filippo II. Avendo compiuto la sua missione in un tempo assai breve, il principe si affretta a raggiungere Vendome. A dire il vero Antonio non è certo una testa calda. Alle proteste di devozione dei Guisa che gli hanno scritto: Voi ci avete sempre tanto amati che speriamo non vi spiaccia vederci in una posizione dalla quale potremo avere modo di rendervi servigi. Antonio ne ha concluso che essi intendono fargli ottenere da Filippo II la restituzione della bassa Navarra. Risponde dunque di voler essere nei loro riguardi un vero amico e di sentirsi non un cugino, ma un fratello. Mentre attende Condé, il re di Navarra riceve proprio a Vendome una delegazione di protestanti parigini; essa gli esprime l'ansietà degli ugonotti di fronte al mantenimento delle implacabili misure prese contro i membri della nuova Chiesa, mentre essi avevano sperato che la morte di Enrico II avrebbe rappresentato il preludio del suo riconoscimento. Gli emissari gli espongono inoltre i timori dei loro correligionari sulla sorte di Anne du Bourg. Anche se non è stato ancora condannato, è chiaro ormai che l'intrepido consigliere non acconsentirà ad alcuna concessione e quindi, nonostante la buona volontà della maggior parte dei suoi colleghi e dei giudici, non potrà salvarsi dal rogo. Altri due visitatori protestanti, due predicatori, anch'essi giunti da Parigi, parlano nello stesso senso al re di Navarra: essi sono Morel, che ha presieduto ai lavori del primo sinodo, e l'impetuoso e imprudente Antonio de la Roche-Chandieu, un pastore di venticinque anni che tempo addietro ha fatto convertire Condé (il principe rimarrà comunque uno spudorato libertino). Inoltre, eccitato dal suo odio per il cardinale di Lorena, Chandieu fa uso di tutta la sua eloquenza per indurre Antonio a far valere a corte i suoi diritti di primo principe del sangue, affermando che insisteranno in questo senso non soltanto gli ugonotti, ma anche quasi tutta la nobiltà. Se Antonio, al quale la lontananza da Parigi rende malagevole distinguere il vero dal falso, non resta insensibile a tale argomentazione, tuttavia egli rimane in preda ad un'estrema paura. Chandieu gli parla allora dell'appoggio dei principi tedeschi protestanti, e in particolare dell'elettore palatino Federico III, che sarebbero disposti ad appoggiare un complotto contro i Guisa, ma a patto che esso abbia un fondamento giuridico, costituito ai loro occhi dall'intervento del primo principe del sangue, teoria che, come si vedrà, sarà anche quella di Calvino. Antonio, giustificando il giudizio che sarà espresso in seguito nei suoi riguardi dallo stesso Calvino (E' un essere che non ha fiducia né in Dio né negli uomini) ribatte di non potersi fidare di tale alleanza esclamando: I Tedeschi promettono assai facilmente ma, giunto il momento di mantenere la parola data, trovano sempre mille ragioni per non farlo! Alla fine il re congeda i due predicatori assicurando loro che l'argomento sarà ripreso a Parigi. Ma, avendo costatato che gli Chatillon-Montmorency, la cui partecipazione era stata data per scontata da Condé, ad eccezione di Francesco d'Andelot, non intendono difendere a corte la causa dei Borbone, quando il fratello minore lo raggiunge a Vendome, Antonio si limita ad ascoltare la sua argomentazione. Il giorno in cui essi prendono insieme la strada di Saint-Germain, Antonio non ha ancora preso alcun impegno. Ma senza dubbio nell'intimo egli sa già che non si presterà ad un gioco pericoloso nel quale, com'è evidente, non ha lui le carte migliori. Infatti il piano escogitato da Condé è puerile. Il cadetto dei Borbone ha previsto che, dopo l'ingresso solenne a corte dei principi del sangue, Antonio porrá a Caterina ed a Francesco un vero e proprio ultimatum: adolescente incapace, il giovane re non può certo governare; tocca a lui, per nascita, prendere le redini dello Stato. I Guisa devono dunque sparire. Ciò significa, come il re di Navarra capisce, tenere in poco conto la potenza dei Guisa, ormai circondati dai loro clienti in cerca di prebende o anche già accontentati, tutti decisi a difendere i loro benefattori, all'occorrenza con le armi, e che dispongono ora della forza pubblica, che possono adoperare in nome del re. Così l'accoglienza a corte dei Borbone, calorosa secondo alcuni, insultante per altri, non sarà fatta segno ad alcun commento da parte di Antonio, invitato dal re ad assistere al Consiglio, al quale questa volta non viene invitato il fratello. I giorni passano e tutti aspettano un gesto clamoroso del re di Navarra. Si pensa che esso avverrà il 21 agosto, quando Antonio cenerà alla tavola reale. Invece non succede nulla; quando Francesco II sottolinea che intende mantenere una religione cattolica nazionale, il primo principe del sangue lo approva apertamente. I Guisa esultano. Condé a Parigi impreca, ché già qualche simpatizzante, sconcertato, lo colma di rimproveri e lo abbandona. Il 23 agosto la corte parte per Villers-Cotterets. Il giorno stesso il timoroso Antonio, così congedato, si reca a Saint-Denis col pretesto di raccogliersi in preghiera sulla tomba di Enrico II. Vi incontra Antonio di Chandieu, che il colloquio lascerà furente e desolato: il re di Navarra ha ammesso di aver dato il proprio riconoscimento ai Guisa. Morel, annichilito, ne informa subito Calvino: Quell'uomo, vile quanto frivolo, scrive, ha approvato tutto quanto hanno fatto i Guisa in sua assenza in nome del re, e particolarmente il provvedimento che mette il duca a capo dell'esercito e il cardinale alla direzione delle finanze. Ahimé! Ahimé! Da quale tempesta sono minacciate le Chiese di Francia! Poiché il primo principe del sangue non intende parteciparvi, il Riformatore ormai disapproverà qualunque congiura. Il 23 agosto e il giorno seguente, Antonio ha due colloqui segreti con l'ambasciatore d'Inghilterra, Throckmorton, al quale chiede sussidi per la difesa della vera religione, il che sembra far capire che non ha ancora detto l'ultima parola e che si riserva di condurre un'azione anti-Guisa, ma con il sicuro appoggio degli ugonotti, e forse in loro nome. Il re di Navarra propone inoltre al suo interlocutore di procurare alla regina Elisabetta un marito! Abile diplomatico, Throckmorton ascolta approva, ringrazia... e ottiene da Antonio delle informazioni che gli interessano assai di più: i progetti francesi sulla guerra di Scozia, confidenza che sfiora il reato di tradimento. Non si arresta qui l'attività semiclandestina del capo dei Borbone, prima di prendere a sua volta la strada di Villers-Cotterets. Condé lo trascina infatti da giuristi e magistrati sollecitando il loro parere sui loro diritti e sulla convocazione degli Stati Generali. Antonio registra le dotte opinioni, ma osserva soprattutto che nessuno sembra disposto a schierarsi apertamente contro i Guisa: Alcuni si mostravano freddi, altri contrari ed altri ancora erano pieni di scuse. Queste riserve non possono che accrescere la riluttanza del primo principe del sangue a mettersi alla testa di un'opposizione armata, se non di una ribellione. E' evidente che di questi colloqui sono a conoscenza i Guisa, che fanno sorvegliare i Borbone e che, informati della fiacchezza del Parlamento, decidono di affermare la loro autorità facendo consacrare il giovane re in presenza, e dunque con la tacita approvazione, di Antonio e del fratello. Il 18 settembre il cardinale di Lorena impone l'olio santo a Francesco II. Quattro giorni dopo, mentre la corte si trova a Reims, i Borbone se ne allontanano, Antonio è tanto in buona amicizia che Caterina gli ha fatto affidare la missione di scortare fino ai Pirenei Elisabetta di Valois, promessa in moglie a Filippo II con il trattato di Cateau-Cambrésis. Il re di Navarra, lusingato, accetta subito, tanto più che vede in questa missione un'occasione per chiedere al re di Spagna, con l'appoggio che gli è stato promesso dal re di Francia, la restituzione della bassa Navarra. Da Reims egli raggiunge Nérac, da dove tornerà in novembre a Chatellerault per accogliere la futura regina, che accompagnerà con i suoi fratelli e cugini, il cardinale di Borbone, il principe di La Roche-sur-Yon e il duca di Montpensier, allontanati così da corte per qualche tempo e coi quali Condé si mostrerà offeso. Il re e i Guisa non lesineranno su alcuna nota spese del loro emissario, e il primo principe del sangue, in premio dei suoi servigi, e senza dubbio anche del suo silenzio, riceverà inoltre il governatorato del Poitou, che si aggiunge a quello della Guienna (ma il re di Spagna si terrà la bassa Navarra). Così Antonio deve ritenere che la sua rinuncia non sia poi stata una mossa tanto sbagliata e ha rafforzato ancora maggiormente in lui questa convinzione la lettura nel consiglio del re, prima di lasciare la corte, di una lettera di Filippo II. Il re di Spagna, alla richiesta della regina madre si proclama tutore e protettore del re di Francia e del suo regno e pronto ad impiegare tutte le proprie forze per il mantenimento dell'autorità di Francesco e dei suoi ministri, anche a costo della propria vita e di quella dei quarantamila uomini che ha sempre disponibili. Avvertimento appena celato che farebbe riflettere anche persone più entusiaste del re di Navarra. Condé prende congedo dal re e dai Guisa assieme al fratello e da questo momento si prepara clandestinamente alla lotta, trovandosi senza alcun titolo, nonostante la rinuncia di Antonio, per poter agire in piena luce. Nel suo castello di La Ferté-sous-Jouarre egli medita, consulta. Nemmeno lui, nonostante il comportamento insolente e i suoi scoppi di collera, è sprovvisto di quella prudenza che nel fratello giunge fino alla paura. Poiché i suoi scoperti tentativi di spingere Antonio all'azione sono risultati vani, ormai a Condé, per deporre i Guisa a tutto vantaggio del suo casato, non resta più altra alternativa che apparire fautore degli interessi di una collettività. Tutto ciò non deve però dare alcun pretesto ai suoi avversari, pronti in quest'evenienza a trascinarlo in giudizio o a farlo sopprimere da sicari. Dovrà quindi organizzare una congiura in cui egli non figurerà di nome, ma che animerà per interposta persona e della quale sarà proclamato capo solo in caso di successo. Egli sarà quell'eminenza muta alla quale si appoggerà la persona, il suo fiduciario, che avrà la parte principale nel reclutamento dei partecipanti, nella propaganda, nella messa a punto e nell'esecuzione dei piani: La Renaudie. In quanto ai complici, i congiurati li troveranno sicuramente nella schiera dei malcontenti e tra costoro in primo luogo i protestanti perseguitati, martoriati, banditi. Non si sta forse braccando e imprigionando fino alla provocazione? Non contenti di emanare un editto di morte contro chiunque sia trovato in una di quelle assemblee di protestanti che si tengono un po' dovunque, (e le case saranno rase al suolo e distrutte), i Guisa minacciano la stessa pena a chiunque non denunci gli eretici. E c'è di più: si fanno innalzare nelle strade altari alla Vergine; disgraziato chi, passandoci accanto, non si scopre il capo in segno di devozione. Gli sbirri, nascosti in qualche casa vicina, lo arrestano senza indugio e lo trascinano davanti ai giudici. Dunque i Guisa vogliono farla finita con gli ugonotti; ma il numero crescente dei protestanti, malgrado il pericolo, fa di essi non più una piccola setta, ma una forza imponente che lo Stato mette deliberatamente al primo posto tra i suoi nemici. Caterina de' Medici, nella quale in un primo tempo Calvino e i suoi seguaci hanno creduto di trovare una protettrice, spinge ad agire in questo senso. Poco dopo la morte di Enrico II i protestanti hanno sollecitato la sua intercessione. Essi hanno rinnovato le loro istanze in occasione del processo contro Anne du Bourg, e lo stesso Condé è intervenuto presso la regina madre. Caterina finge di provare compassione e simpatia, ma i protestanti ben presto perdono le speranze riposte in lei poiché: ella fece loro molti mali dando libero corso a persecuzioni e sospetti. E' questo il momento in cui molti protestanti, spaventati, fuggono dalla capitale, abbandonando le loro dimore ai saccheggiatori e i loro mobili a ufficiali giudiziari senza scrupoli. Non si poteva camminare per Parigi senza imbattersi in sbirri armati, a piedi o a cavallo, che portavano qua e là prigionieri, uomini, donne e bambini, gente di ogni sorta. I bambini piangevano per la fame emettendo gemiti strazianti vagavano per le strade mendicando, senza che alcuno osasse soccorrerli per timore di incorrere nello stesso pericolo; così si badava loro meno che ai cani... C'erano persone... che dicevano al popolo povero e credulone che gli eretici si riunivano per mangiare i bambini, dopo aver mangiato il maiale al posto dell'agnello pasquale e commesso un'infinità di incesti e di bassezze infami, ed essi venivano ascoltati come oracoli... Era un'abitudine ormai invalsa quella di recarsi giorno e notte a saccheggiare case di eretici, mentre il Parlamento ne era a conoscenza e chiudeva un occhio, così come lo chiudono i padroni del momento. Francesco II da parte sua giura di mantenere la fede cattolica. Fantoccio senza potere, giocattolo nelle mani della madre e della cricca dei Guisa, egli non sarebbe certo capace di mettere il suo veto alle esazioni. Ma il cardinale di Lorena fa di meglio: il protettore della fede scaglia il re contro i protestanti, assicurandogli che costoro spargono la diceria che egli sia lebbroso (ha il viso coperto di pustole e gli si è appena manifestata una fistola all'orecchio sinistro) e che i medici cercano di guarirlo usando il sangue dei bambini più belli e più sani... Per la qual cosa il sovrano si adirò talmente da concepire un odio mortale per gli evangelici, non provando piacere maggiore che quello di occuparsi del modo migliore per sterminarli tutti. Questa è l'atmosfera, questi i fatti al momento in cui Condé torna a La Ferté. Confidente e consigliere del principe, l'uomo che con lui getta le basi della congiura è Antonio di Chandieu, il giovane pastore pieno di ardore, che l'ha un tempo convertito alla religione protestante, se non all'austerità di costumi che essa predica, e che con il collega Morel ha tentato a Vendome di scuotere Antonio di Borbone dall'apatia. Questo gentiluomo audace e pieno di cognizioni giuridiche (ha studiato diritto a Tolosa) è il più ascoltato dei predicatori parigini, perché ai suoi correligionari piace molto la sua eloquenza e la sua dialettica. I più potenti signori lo onorano della loro amicizia e la suocera di Condé, madame de Roye, ha persino sperato che egli potesse convincere Caterina de' Medici ad abbracciare la fede riformata. Mentre la corte è riunita a Reims per la consacrazione del re, Chandieu, che vi si è recato con Condé, attende invano un colloquio segreto che la Fiorentina ha accettato di concedergli. Vedendo che non succede nulla, il pastore torna a Parigi e da questo momento la sua Chiesa rinuncia definitivamente alla speranza di ottenere un aiuto, anche segreto, da parte della regina madre. Nella capitale, ascoltando i pareri dei migliori giuristi, Chandieu prepara una giustificazione legale alla cospirazione. Sarà senza dubbio lui a presentare La Renaudie a Condé, che ne farà il suo braccio destro. Se alla fine Condé si decide ad incaricare Chandieu di procurargli questo fiduciario, è perché le sue ricerche sono state vane. Il principe ha creduto di trovare degli alleati e dei complici nella persona del conestabile Mont-morency e dei suoi fedeli, che si immaginava inaspriti e pieni di rancore. Ma il primo è troppo astuto per compromettersi in favore di qualcun altro e si è rifiutato di partecipare in alcun modo, salvo poi ad approfittare della situazione se dovesse diventare favorevole, e tenta di dissuadere il nipote dall'avventura. Pure Francesco d'Andelot, anche se addolorato per la perdita delle sue funzioni e protestante convinto, che in un primo tempo sembra interessato ai progetti di Luigi di Condé, alla fine si ritira e al momento del tumulto la sua famiglia si riunisce attorno al re e ai suoi ministri. Del resto gentiluomini di tale rango non potrebbero certo agire, reclutare, cospirare senza che il potere ne fosse informato. Anche tra la loro clientela, che conta buoni capitani e avventurieri, sarebbe impossibile per il principe trovare l'uomo che gli è indispensabile: nessuno rinnegherebbe così i suoi padroni. E' a La Ferté che Antonio di Chandieu presenta per la prima volta la sua tesi giuridica, messa insieme grazie alle consultazioni fatte presso magistrati segretamente avversi ai Guisa ma contrari a qualunque intervento personale. Anche questa volta egli propone che La Renaudie si sostituisca a Condé, costretto, per il successo della cospirazione, a restare nell'ombra fino alla fine. Si è detto molto in bene e in male di questo avventuriero. Originario del Périgord, Giovanni du Barry, signore di La Renaudie, detto La Forest, è sempre stato un soldato coraggioso, ma affetto dalla mania della cospirazione. Per una singolare coincidenza questo signorotto dissestato, di una cinquantina d'anni, ha un tempo servito sotto Francesco di Guisa, che ne apprezzava il valore e per questo egli conta ancora parecchi amici e compagni d'arme tra i cortigiani. In seguito, una lunga e stupefacente controversia giudiziaria trova opposti La Renaudie e i suoi al cancelliere del parlamento di Parigi, du Tillet. La posta è molto alta, poiché si tratta degli utili delle canoniche di Champniers e Couture (l'attuale dipartimento della Charente), dei priorati di Beaulieu (oggi Indre-et-Loire) e di Montagrier (la Dordogna) e dell'arcidiaconato di Angouleme. E' un processo interminabile, poiché entrambe le parti negano l'autenticità degli atti prodotti nei contraddittori. Nel 1543 il re interviene in favore di du Tillet, senza dubbio per compiacere a qualche magistrato amico del cancelliere. La controversia si risolve così in un decreto del parlamento di Digione che non riconosce validità probatoria agli elementi prodotti dai du Barry, dichiarati in arresto e incarcerati. Viene emessa inoltre tutta una serie di decreti che li condanna per falso a diverse pene pecuniarie ed alla confisca di tutti i beni. Inoltre La Renaudie viene condannato alla detenzione a vita, mentre un suo complice, Guillonnet de Montferrand, viene condannato alle galere. Ambedue riescono ad evadere con l'aiuto di un certo Giovanni de la Bigne, che servirà La Renaudie fino alla tortura e alla morte, e nella loro fuga essi vengono aiutati da Francesco di Guisa. Giovanni du Barry soggiorna allora a lungo in Svizzera, dove frequenta gli esiliati francesi protestanti ed abbraccia la loro religione. Sposa Guillemette de Louvain e diventa così cognato dello scabino di Metz, Gaspare di Heu, signore di Buy. Mentre vive a Losanna, con il favore del duca di Guisa La Renaudie ottiene nel 1558 di poter rientrare impunemente in Francia e da questo momento funge da corriere sia tra gli ugonotti esiliati e quelli rimasti in patria che tra le Chiese protestanti. Tuttavia Calvino, pur giudicando l'uomo affascinante, mette in guardia i pastori contro la sua futilità: ciò significa che il Riformatore non farebbe mai di La Renaudie il proprio ambasciatore o portavoce, soprattutto in occasione di un complotto. Dopo il fallimento della cospirazione Calvino tuonerà contro questo uomo pieno di vanità e di tracotanza, vorace, sempre in cerca di una preda, bugiardo, impudente, alla continua ricerca di danaro da estorcere e di amici da sfruttare, aggiungendo: Ho sempre detto che se il fatto (la congiura) non mi piaceva, la persona di La Renaudie mi disgustava ancora di più. Ciò significa presentare stranamente sotto una brutta luce la figura di un personaggio che lo Sfregiato, in pieno tumulto di Amboise, informato della sua morte drammatica, descriverà come un uomo amante della bella vita, dei piaceri e dotato di grande intelligenza, ma che è sempre stato impiegato male e che mancava di giudizio. Tale mancanza è attestata dalla sua partecipazione ad una storia di tradimento nella quale questo meridionale estroverso non ha forse visto altro che un'avventura esaltante e fruttuosa, a meno che non sia stato sinceramente commosso dall'amarezza dei suoi correligionari perseguitati in Francia. Egli ha infatti un colloquio, così come il cognato de Heu, che sembra essere stato l'ideatore del piano, con i principi tedeschi protestanti perché essi concedano il loro appoggio al re di Navarra, nel quale i protestanti francesi ripongono tutte le loro speranze. L'intrigo viene scoperto. Mentre La Renaudie ne esce senza conseguenze, Gaspare de Heu viene preso e impiccato al torrione di Vincennes. Quest'episodio, che attizzerà l'odio di Giovanni du Barry contro i detentori del potere cattolico, si rinnoverà col complotto di Condé; è evidente che l'eroe superstite inciterà i principi a trasferire sul fratello minore le concessioni di uomini e danaro previste per il maggiore. Dopo quest'allarme, assicuratosi di non essere sospettato, La Renaudie riprende la spola tra la Francia e la Svizzera. Antonio di Chandieu l'ha già avvicinato; il predicatore ha ritenuto che i Guisa lo stimino molto, cosa che può essere utile nella missione che gli si potrebbe affidare, e che ha molte relazioni tanto a corte quanto in provincia e a Ginevra. Condé lo comprende a meraviglia e quando Chandieu gli propone du Barry come motore della cospirazione, perché recluti gli esecutori e porti la buona parola, vale a dire faccia valere la tesi dei congiurati, il principe gli dà la sua piena approvazione. Questa tesi, messa nero su bianco dal pastore, si può così riassumere: Francesco II è stato dichiarato maggiorenne abusivamente. Se la sua persona è sacra, i poteri e l'autorità di coloro che lo hanno investito sono nulli e il governo deve, in un simile caso, essere affidato al consiglio dei principi del sangue (così Condé è nel diritto di agire). I Guisa, signori stranieri, sono dunque degli usurpatori che ardono dal desiderio di andare ancora oltre e di impadronirsi della corona stessa e che bisogna mettere nell'impossibilità di nuocere e di compiere i loro malvagi disegni arrestandoli o, se resistono, massacrandoli. I principi del sangue hanno il diritto di difendere il re e, in loro mancanza, questo diritto è posseduto dalla nobiltà. Dunque se il re di Navarra esita a far valere i suoi diritti, Condé e i suoi gentiluomini sono tenuti a costringervelo. Questa è la base giuridica, rafforzata da riferimenti storici, dell'impresa preparata da Condé. Il sovrappiù del lavoro di Chandieu è costituito da una requisitoria contro i Guisa, che dovranno essere giudicati dagli Stati Generali e ai quali sono imputati tutti i mali che affliggono il regno: Le guardie e i soldati non pagati, la nobiltà sminuita, i vecchi servitori del re licenziati o abbassati di grado, i finanzieri derubati, le coscienze dei giudici forzate, i prestiti richiesti smodatamente, il popolo oppresso dalle tasse, gli Stati ridotti in un'estrema oppressione e povertà. Nemmeno una parola sul conflitto religioso. Conviene convincere i malcontenti; quanto agli ugonotti non si osa troppo spingerli direttamente, perché la potente voce di Calvino si è pronunciata contro qualunque complotto violento. Chandieu fa divulgare la sua tesi nell'ottobre del 1559 per mezzo di un libello anonimo scritto da lui stesso, nel quale reclama la convocazione degli Stati Generali. I Guisa fanno rispondere... dal cancelliere du Tillet, che La Renaudie è evidentemente destinato a trovare sempre sulla sua strada. Ha inizio la guerra dei libelli, mentre i congiurati prendono la decisione di eseguire l'impresa nel castello di Blois, dove la corte deve stabilirsi per l'inverno. La Renaudie, infaticabile propagandista e reclutatore, percorre tutta la Francia in lungo e in largo. Per cinque mesi, dal settembre 1559 al febbraio 1560, egli va avanti e indietro, da zelante esecutore, a sua volta aiutato dai propri fiduciari; e non entra in contatto solo con i protestanti, salvo a Ginevra dove soggiorna, ma anche con i nobili, o meglio i signorotti di campagna. La congiura, scriverà Giovanni Sturm, sarà opera per la maggior parte della nobiltà, di capitani e soldati, e infine dei principi tenuti lontani dal governo, conformemente alla tesi di Antonio di Chandieu. Quali furono, in particolare, in questa lunga campagna di persuasione, le reclute e le truppe ausiliare di La Renaudie? In primo luogo gli uomini fedeli ai Borbone, parenti o clienti, come i fratelli Maligny, il minore dei quali, Edmée di Ferrière, avrà un ruolo di capitale importanza; come Mazères, Francesco di Cocqueville e Anselmo di Soubcelles, amico di Antonio, il barone di Raunay, il cui padre era stato governatore del re di Navarra. Il più caratteristico è il barone Carlo di Castelnau-Tursan, un guascone imparentato con Giovanna d'Albret, vigoroso e di un'energia inesauribile, un uomo salace dalla risposta pronta, che il mestiere delle armi ha portato sui campi di battaglia di Francesco I e di Enrico II. Quest'ugonotto nutre un profondo odio per il cardinale di Lorena non tanto a causa delle persecuzioni quanto perché Castelnau è tra coloro che aspettano ancora di ricevere la pensione. Quello di Bertrand di Chandieu, fratello maggiore del pastore, è un caso analogo; ex prigioniero di guerra, ha dovuto pagare il riscatto per essere rimesso in libertà, si è indebitato e non vede mai arrivare dallo Stato quanto gli spetta. A questi congiurati amici dei Borbone bisogna aggiungere quelli portati da Francesco di La Rochefoucauld, cognato di Condé: Mirambeau, Chiré, Maillé-Brézé. Quanto a La Renaudie, nonostante il parere di Calvino, egli sarà seguito da molti protestanti. Il primo di essi sarà un vero esaltato. Si tratta di Carlo Ferré, signore di La Garaye, un Bretone che, convertito al protestantesimo, ha bruciato le immagini sacre nella sua cappella ed è andato in volontario esilio. Sarà in Svizzera che La Renaudie otterrà l'adesione fanatica dei signori di Villemongis e du Pont, e quella del provenzale, là rifugiatosi Arduino de Porcelet, signore di Maillane. Del resto è rimarchevole che, a parte qualche avventuriero, Giovanni du Barry non recluterà ginevrini di vecchia data; lui stesso dichiara di aver ricevuto dalle Chiese di Francia la missione di esortare gli appartenenti alla nazione francese. Nel suo natio Périgord egli farà decidere i signori di Mesmy e Bouchard d'Aubeterre. La Renaudie troverà inoltre l'appoggio di La Chesnaye-Congrier, capitano dei protestanti, nell'Anjou, di Paulin de Richieu, signore di Mauvans in Provenza, di Carlo du Puy-Montbrun nel Delfinato, di Chateauneuf nella Linguadoca e di molti altri. Dunque null'altro che signorotti di campagna, pieni d'odio, fanatici, scontenti e disorientati. Se l'alta nobiltà faceva difetto, Condé contava almeno sulla massiccia partecipazione della media nobiltà, particolarmente colpita dai provvedimenti finanziari del governo dei Guisa: ma essa non si sarebbe mossa. Attaccare il partito più potente quando i suoi unici rivali possibili restano neutrali è un'audacia che fa indietreggiare più d'uno... Alla fine La Renaudie sarà costretto ad ingaggiare un numero piuttosto considerevole di mercenari. Vari prigionieri interrogati ad Amboise confermeranno di essere stati arruolati per danaro senza sapere dove dovevano essere condotti, né per quale scopo: essi sono Inglesi, Svizzeri, Savoiardi, Tedeschi, ecc. E il danaro non mancava certo, poiché il compenso, se era stato pagato, variava dai sedici ai diciotto soldi al giorno per i cavalieri ed era di dieci per i fanti. Da dove veniva? Lo si è già detto: Giovanni Calvino sconfessa la congiura di Amboise in nome della legalità. Il che non gli impedirà, dopo il fallimento dell'impresa, di essere oggetto da parte dei Guisa di sospetti e di accuse assieme a tutta la chiesa protestante. Le apparenze sono contro di loro, tanto più che è certo che Condé, un principe protestante, malgrado le sue proteste di lealtà è alla testa della cospirazione. Ma in realtà nessun dirigente di questa chiesa, nemmeno Antonio di Chandieu, ha parte attiva negli avvenimenti del marzo 1560. Ricordiamo d'altronde le parole di Chandieu: nessun protestante ha preso le armi per la religione. Condé e i suoi aiutanti fanno del loro meglio per vincere la reticenza di Calvino ed ottenere la sua approvazione, o almeno la sua neutralità. Dapprima essi gli fanno una domanda dalla Chiesa protestante di Parigi: sarebbe lecito suscitare una rivolta contro i principi lorenesi? Si chiede insomma all'autorità religiosa suprema quello che nel frattempo si chiede ai giuristi della capitale. Lo stesso Chandieu in ottobre porta in Svizzera la sua tesi e l'annessa requisitoria. I ministri, presane conoscenza, invece di consigliare la rivolta consigliano Condé e gli ugonotti francesi di lasciar passare la tempesta pregando. Quanto a Calvino, al quale Chandieu denuncia la tirannia dei Guisa ed espone gli elementi della congiura, egli risponde, con varie argomentazioni, che l'impresa così com'è non è fondata sulla Parola di Dio ma che se essi (i cospiratori) avessero un capo che potesse governare la Francia (cioè Antonio di Borbone) e ci fosse bisogno di aiutarlo per fare giustizia ed agire conformemente all'ordine stabilito dalle leggi della Francia, senza spargimento di sangue umano, allora ci si sarebbe potuto pensare. Ma, e sono i termini della deposizione che egli farà di fronte agli spettabili signori ministri della città di Ginevra in occasione del processo intentato tra lui e Teodoro di Bèze da una parte e Giovanni Morély, signore di Villiers, come controparte, che con Francesco Bordon li ha accusati, di aver sempre detto di riprovare l'azione, così come era stata intrapresa, ed ancor più di riprovare le persone che l'avrebbero intrapresa, cioè in particolare La Renaudie, Chandieu aveva insistito e si era dapprima sentito opporre una risposta negativa quando, già persuaso del rifiuto del re di Navarra, aveva chiesto al Riformatore se Antonio potesse essere sostituito da un altro principe del sangue, anche se non era il primo di grado. Calvino, riferendosi a questo colloquio, in una lettera indirizzata a Coligny precisa: Non era questione di non attentare al re o alla sua autorità, ma di chiedere un governo secondo le leggi del paese, vista la minore età del re. Tuttavia vi erano molte lamentele per la disumanità mostrata nello sforzo di abolire la religione... Risposi semplicemente che se avesse versato una sola goccia di sangue ne sarebbero scorsi fiumi in tutta l'Europa. La Renaudie, nella sua frenesia di reclutare, sosteneva che Calvino, pur non approvando la cospirazione, non vi si opponeva. Il Riformatore lo convoca e in dicembre, in presenza di testimoni, lo rimprovera di adoperare ingiustamente il suo nome. Confuso, La Renaudie risponde di non averlo mai fatto, ammettendo che avrebbe avuto torto, poiché sapeva che era vero il contrario e che aveva sentito dire dalla stessa bocca di Calvino che quest'ultimo non approvava l'impresa. E' chiaro: Calvino riconosce di essere stato consultato da Chandieu e di aver dato la sua approvazione personale ad una politica di opposizione fondata sulla legalità e sul diritto, non violenta ed alla condizione chiaramente espressa che i protestanti abbiano la totale adesione di Antonio di Borbone. Egli non impegna la Chiesa protestante e respinge il solo Condé. In realtà, anche se la congiura, che egli qualificherà sciocca e puerile, gli fosse sembrata costruita su solide basi e legale, egli l'avrebbe senza dubbio condannata ugualmente per motivi politici. Infatti Calvino sa che si sta tramando un'altra congiura: quella che vuole riunire i principi cattolici per scagliarsi assieme contro Ginevra. Un'azione ugonotta contro il re di Francia farebbe anticipare l'avvenimento e lo giustificherebbe. Sarà ancora la prudenza ad indurre il Riformatore a non condannare pubblicamente la congiura (Coligny glielo rimprovererà): egli teme che i più esaltati non solo non lo ascoltino, ma lo rimproverino e si crei così uno scisma in seno alla Chiesa evangelica francese. Per tutta la durata della congiura Calvino è al corrente della sua evoluzione. Quanto a La Renaudie, si è visto che, malgrado l'opposizione del Riformatore ed il suo severo giudizio sull'avventuriero, la propaganda di quest'ultimo a Ginevra non è certo stata priva di frutti. Calvino parla di contaminazione e di ammaliamento che hanno convinto Villemongis e molti altri a seguire il braccio destro di Condé. Ai congiurati occorre una base posta presso la frontiera con la Germania luterana, paese dei raitri (cavalieri tedeschi del Medioevo): viene scelta Strasburgo, da dove proviene la maggior parte dei libelli antiguisa ed un appello ad Elisabetta d'Inghilterra per richiederne l'aiuto economico e militare. E' lì che funziona un vero e proprio centro di propaganda, i cui rapporti, pieni zeppi di volontarie inesattezze, vengono distribuiti in tutta Europa. A capo di questa rete strasburghese è il giurista Francesco Hotman, autore del Franco-Gallia, un arrivista senza scrupoli che non ci si sorprende sia legato da vincoli di amicizia con La Renaudie: le loro attività sono destinate a procedere parallele. I due hanno già collaborato in occasione dello spiacevole episodio che ha portato sul patibolo il cognato di Giovanni du Barry, e nel nuovo complotto Hotman deve riprendere, questa volta in favore di Condé, gli intrighi precedentemente orditi per Antonio di Borbone presso i principi tedeschi. Il migliore dei libelli composti contro i Guisa, epistola alla Tigre di Francia, cioè al cardinale di Lorena, è senza dubbio di suo pugno: Tigre furiosa, vipera velenosa! Abisso d'abominio! Fino a quando abuserai della giovinezza del nostro re? Non metterai mai fine alla tua smisurata ambizione, alle tue imposture, ai tuoi ladrocini? Mostro odioso, liberaci della tua tirannia! Ma Giovanni Sturm, uno dei fondatori dell'Accademia di Strasburgo, accuserà lo stesso Hotman di aver fatto scoprire i cospiratori con le sue chiacchiere... Se parte del danaro necessario alla cospirazione può essere fornita dalle Chiese protestanti, certo lo è in misura minima e trascurabile, perché tanto queste comunità quanto i principali animatori dell'impresa non hanno molti fondi. Il grosso delle risorse finanziarie viene invece, e disgraziatamente perché la cosa fa pensare al tradimento, dall'estero. Antonio di Borbone, non partecipando alla congiura ha certamente rifiutato di finanziare il fratello. In compenso, dopo il fallimento dell'impresa il cardinale di Lorena, riferendosi agli interrogatori dei prigionieri più importanti, non esiterà a confidare, dichiararlo pubblicamente avrebbe creato un casus belli, che la congiura è stata fomentata dalla regina d'Inghilterra, come confermerà lo stesso Francesco II, dichiarando che Elisabetta è parecchio immischiata, avendo già cominciato a fornire danaro e dovendone ancora dare. Del resto tali sussidi sono impiegati bene, poiché suscitano e mantengono in vita una rivolta che impedisce alla Francia di soccorrere i cattolici scozzesi. Ecco l'unico desiderio di Elisabetta: Purché quegli opportuni disordini trattengano sul continente l'esercito destinato dai Guisa alla Scozia, la sorte dei ribelli non le interessa affatto. L'intervento della regina d'Inghilterra, come senza dubbio anche quello dei principi protestanti tedeschi, getta delle ombre particolarmente sulla figura di Condé; infatti è sicuramente con il suo consenso che sono stati ripresi i contatti (si è visto l'episodio con de Heu ed il colloquio segreto del re di Navarra con l'ambasciatore Throckmorton). E' vero che in quest'epoca, e così sarà fino a Luigi XIV, la nozione di tradimento non avrà alcun senso per l'alta nobiltà, che possiede assai vagamente anche quella di patria. La Renaudie passa la Manica. L'Inghilterra è in questo periodo nemica giurata della Francia, contro la quale combatte in Scozia ed alla quale intende riprendere Calais. Ed è a questa nazione che si chiede aiuto non per difendersi ma, come ammettono gli stessi congiurati, per una questione interna, in un'impresa che i pastori protestanti di Ginevra hanno condannato e che è contraria tanto allo spirito quanto alla lettera del Vangelo. Del resto Condé e i suoi amici nasconderanno accuratamente ai loro uomini la fonte delle loro risorse e i ribelli della massa, catturati e posti di fronte alla morte saranno molto indignati dell'accusa di complicità con l'Inghilterra, un così orribile delitto, dirà uno di essi. Un fatto sembra certo: se la repressione del tumulto è tanto rigorosa, la certezza della partecipazione inglese al complotto ne è in buona parte la causa, assieme al fatto che l'esercito, o meglio le bande, di La Renaudie rigurgitano di mercenari. Forse si può aggiungere a questi motivi di fondo, oltre all'attacco armato al castello di Amboise, sede del re di Francia, condotta dalle truppe di Bertrand de Chandieu, e che costituirà un atto di aperta ribellione, la legittima irritazione della famiglia reale e dei principi di Lorena, esacerbati dalle ingiurie della propaganda di Hotman. Quest'ultimo scrive infatti nei suoi libelli che Francesco II e i suoi fratelli sono lebbrosi, che Caterina de' Medici è l'amante del cardinale di Lorena e che quest'ultimo si sforza di dare un erede al trono con relazioni incestuose con la nipote Maria Stuarda. Bande, sì, e senza coordinazione alcuna, che avanzano alla cieca, senza saperne lo scopo. In realtà la loro unica probabilità di successo sarebbe l'effetto della sorpresa ed anche la fiducia in se stessi. Senonché le chiacchiere, le vanterie, le delazioni impediranno la prima; quanto all'altra, essa è inesistente, al punto che la propaganda di Strasburgo, allora possedimento dell'impero, deve diffondere tra i volontari e i mercenari la voce che c'è un formidabile esercito di riserva pronto a venire in loro aiuto. Nella speranza poi di far decidere in suo favore i volontari tedeschi, Hotman parla loro di un esercito di 50.000 uomini già costituito ed al quale essi si dovrebbero unire. Ai primi del 1560, malgrado la condanna di Ginevra, i congiurati prendono la decisione definitiva di realizzare i loro progetti. Tutto è pronto e vari incidenti, aggressioni e provocazioni attestano che nel paese spira un'aria poco favorevole ai Guisa. Così incoraggiati, tutti si abbandonano ad un ottimismo prematuro, parlano, si confidano. Nomi e date passano di bocca in bocca, arrivando alle orecchie dei Guisa, cioè fino a Blois, dove il giovane re divide il suo tempo tra la caccia e il letto della sua sposa, pallida, livida, di una magrezza estrema, ma graziosissima. Vi si commenta il recente supplizio di Anne du Bourg, che ha preceduto e forse anche anticipato quello di uno dei suoi giudici, il presidente Minard. I Guisa sono la sola grande famiglia presente a corte e vi regnano incontrastati, poiché persino la regina madre sembra confinarsi nei suoi appartamenti. E' a Blois che i congiurati decidono di colpire. Ma al capriccioso Francesco II viene improvvisamente il desiderio di andare a passare qualche settimana ad Amboise ed infatti partirà il 3 febbraio. La Renaudie non lo sa ancora quando, per mettere a punto la fase finale dell'impresa, il 1° febbraio convoca i principali congiurati a Nantes, dove si deciderà. A quest'assemblea, chiamata da Francesco II conventicola, partecipa un buon numero di appartenenti alla nobiltà e al terzo stato, richiamati da tutte le parti del regno. Nelle intenzioni dei suoi organizzatori, si tratta di una vera e propria riunione degli Stati Generali, che dovrebbe dare l'approvazione della nazione al colpo di stato progettato. Conoscendo bene i rischi che corrono, i partecipanti prendono mille precauzioni, a volte buffe, per passare inosservati. Come preambolo, La Renaudie espone diffusamente lo stato degli affari del regno, non solo per quanto riguarda la coscienza di molti, ma soprattutto per il governo affidato a mani straniere. Questo conferma che la congiura è determinata assai più da questioni politiche che religiose. Poi du Barry invita l'uditorio a pronunciarsi su cosa si debba fare e se, qualora si presentasse un principe del sangue o un gentiluomo da lui debitamente autorizzato, essi sarebbero disposti ad aiutare ad impossessarsi dei tiranni. Tutti giurano, anche se dopo aver fatto scrivere a verbale che non si attenterà minimamente né alla maestà del re, né ai principi del sangue, né allo stato sul tipo della Svizzera. La Renaudie mostra allora la procura conferitagli da Luigi di Condé, l'eminenza grigia, e l'assemblea lo conferma nelle sue funzioni di capo. Tuttavia essa gli affida come consiglieri rappresentanti di ogni provincia. E' questo consiglio che, dando subito inizio alla prima seduta, fissa al 6 marzo l'esecuzione dell'impresa nella città di Blois, dove si presupponeva il re dovesse ancora trovarsi. Cinquecento gentiluomini vi accompagneranno Giovanni du Barry per arrestare i Guisa. Trattandosi di volontari e mercenari, saranno indicati loro vari punti d'incontro, secondo il luogo d'origine dove troveranno i capitani che li guideranno: Castelnau per la Guascogna, Mazères per il Béarn, Mesmy per il Périgord e il Limosino, Maillé-Brézé per il Poitou e Saintonge, La Chesnaye per l'Anjou, du Pont per Chatellerault e il suo circondario, Sainte-Marie per la Normandia, Cocqueville per la Piccardia e Chateauneuf per la Provenza e la Linguadoca. Non ci è pervenuto il nome del capitano responsabile delle truppe giunte dallo Champagne, dal Brie e dall'Ile-de-France. Forse è Bertrand de Chandieu, fratello maggiore del predicatore. Per rendere sicura quest'operazione, nelle principali città del regno sono dislocati altri gentiluomini, che devono provvedere a che il popolo si sollevi solo al momento giusto ed impedire il passaggio di rinforzi lealisti verso Blois. Condé interverrà presso il re e il suo consiglio subito dopo la cattura dei Guisa, per spiegare i motivi della sua azione ed esporre le sue richieste. Infine, se i principi lorenesi opporranno resistenza, si forniranno uomini e danaro, decisamente non ne manca! perché il capo possa mantenere una posizione di forza finché si costituisca un governo legittimo ed i tiranni vengano puniti dalla giustizia, per servire da esempio alla posterità e ricondurre così la Francia al suo antico splendore. In altre parole, se è necessaria una guerra civile, si è disposti a farla. La conventicola si scioglie ed il segreto non sarà mantenuto tanto bene da impedire ai Guisa di apprenderne l'esistenza prima dell'interrogatorio e delle confessioni dei capi catturati. E' forse a questa data, e a Nantes, che La Renaudie s'imbarca per l'Inghilterra, anche se sembra che il suo viaggio, intrapreso per chiedere sussidi ed impegnare Londra a compiere azioni diversive in Scozia, sia avvenuto prima. Del resto poco dopo lo ritroviamo a Parigi, poi a La Ferté, dove riferisce a Condé i colloqui e le decisioni prese. Malgrado le calunnie di Hotman e i libelli che lasciano prevedere un colpo di mano, malgrado un reclutamento di uomini d'azione che non avrebbe potuto essere eseguito senza lasciar trapelare indiscrezioni, malgrado infine la loro diffidenza nei confronti dell'intrigante Condé e la loro certezza che, in un complotto diretto contro di loro, essi avrebbero preso il sopravvento, i Guisa commettono l'errore di non tenere spie presso il principe e nessuno segnalerà loro i suoi colloqui con La Renaudie. D'altronde contro quest'ultimo si nutrono così pochi sospetti che si ignora persino la sua presenza in Francia: è vero tuttavia che egli si fa chiamare La Forest. E' a Parigi che Giovanni du Barry, che ha messo a punto le ultime disposizioni di combattimento facendo avviare verso i punti d'incontro equipaggiamenti, armamenti e vettovaglie, viene a conoscenza del trasferimento della corte da Blois ad Amboise, cosa che naturalmente sconvolge i piani adottati a Nantes. Il 2 marzo egli giunge a spron battuto in un castello nei dintorni di Vendome che sarà ormai la sua base fino alla fine. Qui viene a sapere che ormai le truppe sono in marcia da tutte le parti. Strane truppe, lo ripetiamo, ma che ad Orléans o a Tours troveranno il necessario per diventare un esercito, tranne l'esperienza e la tempra, e troveranno anche le casse dell'esercito. Per i pezzenti che vi si presentano, gli scudi devono certo essere il migliore dei conforti; uno dei tesorieri di Tours dispone di centomila franchi. Per lasciare a queste compagnie il tempo di raggiungere la periferia di Amboise, La Renaudie e i suoi aiutanti rinviano al 16 marzo l'esecuzione dell'impresa. Si può ben immaginare le difficoltà che si incontrano nel nascondere nel frattempo nei boschi uomini che secondo le previsioni non dovranno servire ad altro che ad appoggiare i gentiluomini incaricati di arrestare o massacrare i Guisa all'interno del castello. Si precisa il compito dei principali esecutori. Il cadetto dei Maligny, essendo alfiere della compagnia di Condé, si recherà ad Amboise per preparare, come dirà, l'alloggio per il suo padrone; infatti il giorno dell'impresa il principe si troverà audacemente sul posto, accanto al re ed ai Guisa. L'alfiere farà penetrare nella città degli uomini armati e ve li nasconderà. L'indomani egli sarà raggiunto da La Renaudie, dal barone di Castelnau e dal capitano Mazères, che avranno passato la notte precedente nel vicino castello di Noisay presso un altro congiurato, il barone di Raunay. Scudiero del re, Castelnau ha corrotto un suo amico, il tenente della guardia scozzese di Francesco II, che gli aprirà la porta della galleria che dal giardino conduce agli appartamenti del sovrano. La Renaudie, alla testa degli uomini fatti entrare da Maligny, occuperà così il castello e ne bloccherà le uscite. Castelnau avrà l'incarico di proteggere il re, cioè di impedire che glielo portino via, Mazères e Maligny sorveglieranno i lorenesi prigionieri e all'occorrenza li uccideranno. Parallelamente un gruppo di poveri fedeli presenterà a Francesco II una richiesta in favore della libertà di coscienza. Tutto bene, se nel frattempo non sarà fatta alcuna delazione. In un primo momento gli onnipotenti Guisa non sembrano preoccuparsi dei rapporti delle spie e della polizia che segnalano assembramenti di persone di ogni condizione sociale. Non apriranno veramente gli occhi che allorché il segretario del duca, Milet, venendo da Parigi si presenterà al suo padrone in compagnia di Pietro des Avenelles, avvocato al parlamento e ugonotto. Egli arriva cioè nel momento in cui la corte giunge ad Amboise e gli stessi Guisa si trovano in viaggio da Marchenoir e Montoire. Questo des Avenelles dà asilo a La Renaudie, che conosce sotto il nome di La Forest, nel periodo trascorso da quest'ultimo nella capitale. Ma dopo l'esecuzione del presidente Minard sono stati pubblicati degli editti che aggravano la pena che colpisce le persone che si ritiene abbiano ospitato sotto il loro tetto conventicole di protestanti. Il fatto di alloggiare La Forest non si configura in se stesso come un delitto, se costui non avesse l'abitudine di ricevere molta gente in camera sua, dove hanno luogo delle vere e proprie riunioni. A questo punto, des Avenelles è colto dall'ansia, tanto più che brani di conversazioni gli fanno capire che si sta tramando un complotto. Decide di assicurarsene chiedendolo al suo ospite. Fiducioso, loquace, La Forest gli dice qualcosa dei suoi progetti per impegnarlo a lasciargli la sua casa, già nota a tutti i congiurati che si trovano a Parigi. Des Avenelles protesta. L'altro, sperando sempre di vincerne la resistenza, gli parla più apertamente. L'avvocato, spaventato dai suoi progetti, gliene dimostra tutta l'imprudenza. Allora La Forest gli enumera focosamente le sue risorse... e svela a des Avenelles tutta la congiura, convinto di farlo così schierare tra i suoi complici. Funesta ispirazione: l'avvocato, diviso tra quelli che crede essere i suoi doveri di cittadino e di calvinista, che non riesce a conciliare tra loro, detestando l'intolleranza e rispettando tuttavia il potere da cui essa emana, turbato da una coscienza inquieta, freme tanto all'idea di assecondare questo piano quanto a quella di rivelarlo... Alla fine ha la meglio la decisione più conforme al suo animo debole, quella che fa mantenere lo stato di cose già istaurato. A questi scrupoli di coscienza alcuni uniscono un motivo più pratico, secondo il quale des Avenelles, povero, avaro e ambizioso, pensò di aver trovato il modo di diventare ricco e famoso per sempre. Presa la decisione, l'avvocato si rivolge ad un magistrato di sua conoscenza, il giudice relatore L'Allemant, signore di Vouzé, chiamato Marmagne, che cura gli interessi del cardinale di Lorena e gli rivela tutto quello che sa, in presenza di Milet. Dapprima non gli vogliono credere; ma Milet, recatosi a casa del delatore, può costatare che c'è effettivamente di che preoccuparsi e, con l'approvazione di Marmagne, porta des Avenelles dai Guisa. Malgrado la garanzia di Milet, benché il racconto che essi sentono confermi gli avvertimenti ricevuti un po' da ogni parte, il duca e il cardinale non si decidono a prestare interamente fede alla confessione dell'avvocato che tengono a loro disposizione facendolo... imprigionare ad Amboise, esito che des Avenelles non aveva certo previsto. Egli rimarrà in questa penosa situazione fino al fallimento dell'impresa e sarà testimone della spietata repressione. Dopo di che andrà volontariamente in esilio per non comparire più dinanzi a coloro che devono odiarlo; si ritirerà in Lorena dove sarà accolto e troverà impiego grazie alla protezione dei Guisa. Dopo le sue rivelazioni, i due fratelli devono arrendersi all'evidenza dei fatti interrogando il fratello di uno dei congiurati citati dall'avvocato, che si trova a corte. La polizia dei Guisa si mette in moto. Ne viene a sapere abbastanza perché il 17 febbraio il cardinale di Lorena inviti per lettera l'ambasciatore in Svizzera Coignet a rintracciare La Renaudie: sembra che il nome del fiduciario di Condé sia stato rivelato da uno dei principi tedeschi. Agite con attenzione e con destrezza, cercando di scoprire un eventuale intrigo ordito da La Renaudie con quelli di Berna per aiutare gli eretici che si trovano in Francia, scrive il cardinale; poi, due giorni dopo: Poiché egli (La Renaudie) ha il suo rifugio a Berna, dove si reca spesso, e non c'è modo migliore per sapere quando viene nel regno se non da voi, il re vuole che gli mettiate uno o due uomini alle calcagna per sorvegliarlo da lontano. Ciò significa che nessuno ha ancora accostato La Forest o La Renaudie e che quest'ultimo, benché percorra il paese da cinque mesi, tenendo molte riunioni e reclutando uomini, non è stato ancora denunciato, poiché se ne sono perdute le tracce. Beninteso Coignet non può che rispondere che La Renaudie non è più in Svizzera. Convinti sin dall'inizio che l'Inghilterra favorisca la congiura, i Guisa e Caterina, quando trapela il nome di La Renaudie, sospettano che i grandi signori convertitisi alla vera religione ne siano complici. Conviene dunque averli sott'occhio, perché siano neutralizzati ed impossibilitati a nuocere. Antonio di Borbone a Nérac è certamente al sicuro; quanto a Condé, si sa già che egli deve venire ad Amboise entro pochi giorni di sua iniziativa; non gli si darà dunque alcun motivo di allarmarsi per non indurlo a rinunciare al suo progetto. Restano i Montmorency, o piuttosto gli Chatillon, poiché il conestabile, del resto nemico degli ugonotti, da quando ha lasciato il governo resta altezzosamente nei suoi domini. Caterina manda dei corrieri a Colignè e a d'Andelot invitandoli ad affrettare la loro venuta ad Amboise per aiutarla con i loro consigli a risolvere un'importante questione. Arriva per primo l'ammiraglio, il 23 febbraio. Per quanto diffidenti siano i Guisa nei suoi confronti, Coligny è restato un personaggio eminente e prepara, con l'accordo dei principi lorenesi, l'allestimento di una flotta destinata a condurre in Scozia un'armata di diecimila uomini. Ciò significa che l'ammiraglio, che d'altra parte si è appena dimesso dal governatorato della Piccardia perché il cardinale di Lorena rifiuta di concedergli i sussidi necessari alla fortificazione delle sue città, e in particolare di Calais, integro patriota, non ama gli Inglesi e i sospetti nutriti nei suoi confronti sono infondati. Del resto Caterina e i Guisa li abbandonano appena costatata la reazione indignata di Coligny quanto viene a sapere che dietro i cospiratori si cela Londra. Tuttavia, quando la regina madre gli chiede in privato informazioni sul malcontento che regna nel paese, l'ammiraglio non si perde in giri di frase: Dice che il popolo è scontento e irritato e di non conoscere che un modo per migliorare le sue condizioni e placarlo: sospendere le esecuzioni dei protestanti ed accordare libertà di culto finché un concilio non decida sulle dispute in materia di religione. Il cancelliere Olivier approva calorosamente una tesi che non molto tempo prima ha condotto du Faur in prigione e du Bourg sul patibolo. Si mostrerà meno consenziente quando Coligny aggiungerà che si sopporta assai malvolentieri che gli affari del regno siano curati da persone considerate stranieri, allontanando i principi e coloro che hanno servito bene lo Stato. Ma l'editto di tolleranza reclamato dall'ammiraglio non gli verrà interamente negato. Ad Amboise si vive ora nell'attesa di un colpo di mano. Il re non si muove più, nemmeno nell'interno del castello, se non circondato da un gruppo di gentiluomini armati, tra i quali il duca di Guisa in persona. Poiché perdura la calma, ai primi di marzo lo stato di allarme si allenta al punto che Caterina e Maria Stuarda, che si annoiano, progettano di recarsi a Tours per qualche giorno. Ma il giorno 3 un corriere del duca di Savoia porta la conferma di un complotto ordito da un grande principe del regno che ha complici all'estero e persino tra i cavalieri dell'ordine. Questa congiura, che prevede la morte del re, dei suoi fratelli, delle due regine e dei Guisa, sarà messa in atto presumibilmente il 6 marzo. All'ottimismo che era ormai subentrato si sostituisce il panico, al quale si abbandonano non solo le regine, ma anche il vile cardinale di Lorena. Un solo uomo resta padrone di sé, il duca Francesco. Invece di aspettare passivamente, lo Sfregiato organizza la difesa. Tutti gli occupanti del castello sono mobilitati e dormono tenendosi al fianco le armi. Lo stesso cardinale indossa una cotta di maglia di ferro. Di giorno si inviano pattuglie nei boschi e nelle campagne della regione. Il duca invia capitani competenti e valorosi per tenere ben salde le città vicine. A Tours manda il conte di Sancerre, ad Angers il principe di Montpensier, ad Orléans Vieille-ville, a Bourges il conte di La Rochefoucauld, che non è l'omonimo cognato di Condé, a Blois il maresciallo de Thermes, a Poitiers infine Coucy-Bury. Ma anche questo è uno stratagemma, poiché egli manda le persone meno fidate nelle città meno rischiose, dove sarebbero scoperte al primo passo falso. Inoltre i Guisa fanno condurre da Vincennes ad Amboise, per interrogarli, tre amici di Condé e del re di Navarra, che erano stati a suo tempo accusati di collusione con l'Inghilterra e con i ribelli scozzesi: Antonio di Soubcelles, Tommaso Stuart ed Arran. Torturati, essi non confessano nulla che abbia a che fare con la congiura (benché almeno Soubcelles ne faccia sicuramente parte) e vengono infine incarcerati a Tours. Le giornate del 6 e del 7 trascorrono senza incidenti. L'8, sentito il parere del consiglio, Francesco II, sperando che l'impresa non venga effettuata, firma un editto in favore dei protestanti. Il re, non volendo, nel primo anno del suo regno, passare alla posterità come sanguinario per la morte dei suoi sudditi, perdona loro tutti i crimini concernenti la religione, purché da questo momento essi vivano da buoni cattolici. L'editto esclude tuttavia dall'amnistia i pastori e coloro i quali, col pretesto della religione, hanno ordito congiure contro la vita del re, dei membri della sua famiglia e dei suoi ministri. Per quanto limitativo esso sia, questo testo sarà il primo a mostrare tolleranza. Il cardinale e suo fratello non hanno certo deciso di permettere la coesistenza della religione di Stato con un'altra; l'operazione mira soprattutto, con riferimento alla requisitoria di Coligny, a creare uno stato di incertezza tra gli ugonotti. In tal modo, come l'ammiraglio, e d'Andelot, che pure lui ha raggiunto Amboise, buona parte dei protestanti resta pacifica e fedele all'ordine costituito. Conviene rinfrancarli, perché non soccombano alle pressioni dei loro correligionari più ribelli ed alle esortazioni di qualche acceso predicatore. Appena l'editto è firmato, registrato e pubblicato, il cardinale di Lorena, che è sempre stato nemico giurato dei protestanti, diventa improvvisamente benevolo nei loro confronti, ripetendo a tutti nel castello che sebbene il re preferisca che in questo periodo di Quaresima si mangi pesce piuttosto che carne, egli tuttavia non avrebbe impedito di mangiar carne a chi lo volesse. Se lo Sfregiato non protesta, per non acuire l'inquietudine generale, quando attorno a lui qualcuno esprime l'opinione che ci si è allarmati a sproposito, non per questo ne è meno convinto e fa moltiplicare le pattuglie. Buon per lui. Mentre Condé arriva ad Amboise, egli è stato avvertito ad Orléans che la corte aveva sentore della cospirazione ma, fidandosi della propria clandestinità, l'eminenza grigia ha continuato il viaggio, dove viene tanto mal ricevuto e maltrattato dai Guisa da non saper fare altro che buon viso a cattivo gioco, le pattuglie cominciano a portare al castello, a dozzine e a ventine, dei poveracci catturati armati in qualche bosco. Non occorre altro perché le lingue si sciolgano e persino qualcuna delle guardie corrotte confessi. Fatto più importante di tutti, il capitano Lignères si presenta al castello, probabilmente il giorno 10, chiedendo alla regina madre un'udienza che essa gli concede. L'uomo, avendo prestato fede ai congiurati, rivela a Caterina il piano e la data, il 16, del colpo progettato, il nome dei capi, i punti d'incontro e mette in causa Condé. Seguendo le sue indicazioni, truppe armate si recano in località la Fredonnière, dove catturano un certo d'Avignè e i suoi uomini. Così, accertata la veridicità delle parole di Lignères, Francesco di Guisa cambia la guardia del re e fa murare la porta attraverso la quale La Renaudie e i suoi armati dovrebbero introdursi nel castello. Forse senza la presenza dello Sfregiato la congiura sarebbe riuscita. Infatti attorno a lui regna la costernazione. Throckmorton, che è presente, proprio lui che è ambasciatore della nazione ritenuta l'istigatrice della congiura e in ogni caso la sua finanziatrice, scriverà: Il panico di questi comandanti che nel passato non hanno mostrato timore alcuno di fronte ad armate di cavalieri e di fanti e davanti al pericolo dei cannoni, è stupefacente. Non ho mai visto persone più spaventate e smarrite. Non sanno più distinguere i loro amici dai loro nemici. I contrordini si succedono agli ordini, e nessuno ha più fiducia nei propri subalterni. Il duca di Guisa chiede rinforzi. Parigi manda dieci o dodici reggimenti e qualche compagnia di gendarmi. Si richiama poi tutta la nobiltà risiedente nel raggio di venti leghe e si fanno reperire frettolosamente cannoni, armi e munizioni a Tours e ad Orléans per portarli ad Amboise, che ne è sprovvista. Già si delinea il fallimento della cospirazione, mentre si moltiplicano le battute nei boschi e nelle pianure della regione. Tuttavia l'episodio di Tours attesta che, meglio coordinata, la congiura avrebbe forse vinto la partita e in ogni caso i lealisti non avrebbero trovato l'appoggio della popolazione. Il 14 marzo Sancerre, che lo Sfregiato ha incaricato di recarsi in città, viene a sapere che nel sobborgo di la Riche sfilano soldati ben equipaggiati e armati. Vi si reca con i suoi uomini ed incontra Castelnau, del quale è stato compagno d'armi e Mazères, ambedue con la corazza sotto il mantello. Sancerre li interroga e, avendo mostrato loro gli ordini di Francesco II, che gli prescrivono di arrestare tutti coloro che troverà in possesso di armi, vuole farli prigionieri. Castelnau gli risponde tranquillamente di non aver preso le armi né contro il re né per arrecar danno ad alcuno, ma che sta andando a corte per servizio, e che lì saprà certo rendere conto delle sue azioni; ragion per cui non si lascerà fare prigioniero. Infatti con l'appoggio delle loro truppe i due capi congiurati si ritirano; si sparano in aria quattro o cinque colpi di pistola in tutto. Sancerre rimane tanto più sconfitto, e preoccupato, in quanto, essendo rientrato in città ed avendo gridato da tutte le parti: Allarmi! Forza, forza per il re! non si fa avanti nessuno tranne un panettiere che, avendo udito le grida, si rinchiude subito in casa; di modo che Castelnau occupa assai facilmente la città, come se avesse mirato a questo. Sancerre si affretta a chiedere aiuto allo Sfregiato. La sua lettera provoca una gran paura. La bella duchessa di Guisa, presente alla lettura fattane dal marito, corre dalla regina madre gridando che tutto è perduto. L'allarme si diffonde nella città. Il duca di Nevers si reca dal re, che è ancora a letto e gli dice: Sire, arrivano! A queste parole il re si alza, si veste e si affaccia ad una finestra del castello. Condé scorgendolo da una breccia sulla quale è salito, gli grida: Sire, morirò al servizio di Vostra Maestà! Lo Sfregiato invia a Tours il maresciallo de Saint-André che trova che il popolo è obbediente e devoto al re e gli offre ogni aiuto in danaro e uomini. Bisogna dire però che la scorta del maresciallo non invita certo alla ribellione... Castelnau, Mazères e qualcuno dei loro uomini, essi hanno ritirato il grosso delle loro forze oltre Saumur, raggiungono il castello di Noisay, ultimo punto d'incontro dei capi che devono effettuare il colpo di mano ad Amboise. Venendone a conoscenza i Guisa pensano di inviarvi qualcuno che, sulla sua parola, li faccia decidere a venire ad Amboise. Giacomo di Savoia, duca di Nemours, accetta la missione e parte con cento cavalieri. La fortuna lo assiste: egli sorprende Mazères, che passeggia con il suo ospite, il barone di Raunay, li fa prigionieri e li conduce ad Amboise. Subito dopo riparte per Noisay, questa volta scortato da circa cinquecento uomini, quasi tutti ufficiali di palazzo. Castelnau si vede perduto sapendo che i rinforzi richiesti ai capitani congiurati più vicini non gli arriveranno in tempo o saranno insufficienti, e perciò intavola trattative. Perché hanno preso le armi lui e i suoi compagni? Forse per combattere contro il re? chiede Nemours. Così come ha già fatto con Saucerre, il barone replica vivacemente che non è così e che al contrario si è armato per difendere la persona del re e per mantenere l'ordine nel suo regno e per opporsi ai principi stranieri che lasciano avvicinare al sovrano solo chi vogliono loro. Quegli ambiziosi, prosegue Castelnau, vogliono usurpare la corona. E' tempo di abbattere il loro potere e di instaurare un governo saggio e rispettabile. Nemours lo invita allora a seguirlo con i suoi compagni, dando la sua parola di principe che non sarà fatto loro alcun male e che la loro libertà sarà rispettata. Chiederà inoltre a Francesco II di ascoltarli. Giura loro sulla sua fede di riportarli a Noisay, glielo scrive di suo pugno apponendovi la propria firma. I congiurati si fidano nobilmente di lui; quindici di loro lo seguono. Appena giunti ad Amboise essi vengono incatenati e gettati in prigione, nonostante le suppliche e le minacce di Nemours che è disperato; ma invano egli fa intercedere la regina madre e la duchessa di Guisa (della quale, secondo alcuni, è l'amante). Lo Sfregiato resta inflessibile. Quanto al cancelliere Olivier, senza dubbio anch'egli indignato per questa mancanza dei principi lorenesi all'impegno preso in loro nome, egli ribatte tuttavia, costrettovi, che il re non è tenuto a mantenere la sua parola con un ribelle. Come convenuto, La Renaudie si è diretto quel giorno stesso verso Noisay. Quando gli giunge la fatale notizia della resa del barone egli, comprendendo che tutto il piano è fallito, si guarda bene dal gettarsi nella bocca del lupo. Senza dubbio trascorre la notte tra il 15 e il 16 in un bosco. Davanti a lui, a gruppetti, marcia una folla di fanti. Parte di costoro, da cinque a seicento uomini, viene trovata da una pattuglia, in un bosco ad una lega da Amboise, il mattino del 16, giorno previsto per l'esecuzione dell'impresa. Va loro incontro un forte squadrone di cavalleria, con a capo i duchi di Nemours e di Aumale. Segue la fuga disperata di quegli sventurati, che abbandonano spade e pistole. I duchi hanno senza dubbio l'ordine di non ostacolare la fuga. Solo una cinquantina di poveri diavoli viene raccolta e condotta in un cortile del castello, dove lo Sfregiato va ad interrogarli mentre essi si spingono come montoni. Il duca non ci mette molto a convincersi che questi uomini, una banda giunta da Poitou, non sono dei ribelli. Essi spiegano di aver obbedito ad un vecchietto che li ha persuasi a riunirsi per portare una richiesta al re. Se erano armati, lo erano per difendersi dai contadini. Guisa trattiene tre di essi, indicati dagli altri come guide. Da una finestra, Francesco II dice qualche parola agli altri, che vengono rilasciati dopo aver ricevuto uno scudo ciascuno. E' un susseguirsi di scene analoghe per tutta la giornata e la nottata seguenti, tanto fruttuose saranno le retate ed evidente l'ingenuità dei prigionieri. La corte ha optato per la clemenza; solo coloro che non si allontaneranno in fretta da Amboise saranno passibili di pena di morte. I Guisa sono inoltre tanto persuasi che il pericolo si sia allontanato che fanno inviare dal re in tutto il paese decreti di amnistia e di perdono concernenti i congiurati e tutti coloro che hanno saputo, visto o udito qualcosa, purché vengano a fare una dichiarazione entro quindici giorni. Serenità illusoria e indulgenza effimera. All'alba del 17, quando tutto dorme ancora, le grida dei battellieri della Loira danno l'allarme al castello. Circa duecento cavalieri tutti con la sciarpa bianca sbucano dalla strada di Blois: è la compagnia di Bertrand di Chandieu. Sembra che quest'ultimo si sia abboccato con il cadetto dei Maligny per impadronirsi del castello seguendo un nuovo piano, senza dubbio elaborato da Condé e dal suo alfiere, in seguito alle misure precauzionali prese dallo Sfregiato, che avrebbero impedito la realizzazione del piano primitivo. Nei giorni precedenti un certo La Mothe avrebbe fatto entrare un centinaio di mercenari armati, che avrebbero dovuto attaccare il castello all'improvviso e dall'interno di Amboise, mentre Chandieu l'avrebbe assalito dalla parte del ponte, con l'aiuto di altri due congiurati già sul posto con le loro bande, Cocqueville e des Champs. Di fronte ai cavalieri i cortigiani, perdono la testa, mentre questi ultimi attaccano la porta dei Bonshommes, sotto i colpi di archibugio delle guardie. E' ancora lo Sfregiato che li rassicura, dopo un'ora o due di confusione. Fa montare tutti a cavallo. Una parte contrattacca dalla porta dei Bonshommes, l'altra, della quale prende il comando, irrompe dai fianchi sugli assalitori che retrocedono e scompaiono, lasciandosi indietro qualche prigioniero. Sebbene essi non vengano inseguiti, si cattura tuttavia qualche fante, tra i quali Adriano de Briquemaut, signore di Villemongis, uno dei congiurati venuti dalla colonia ginevrina. Favoriti dalla confusione, Maligny, La Mothe, Cocqueville e des Champs riescono a fuggire. Per tutta la giornata seguente, lo Sfregiato organizza vere e proprie battute in tutta la regione. Si cattura, si uccide anche; si arriva persino a bruciare il rifugio di una trentina di sventurati uno dei quali, piuttosto che seguire la pattuglia, si getta volontariamente nel fuoco. Alcuni prigionieri parlano e dichiarano di marciare agli ordini del principe di Condé. Uno racconta persino che ad Orléans è stato quest'ultimo a distribuire le armi esortando i suoi fratelli a combattere per la più gloriosa impresa del mondo. Il duca di Guisa vieta a chiunque di divulgare queste confessioni. Due sono le conseguenze di questa movimentata giornata. Da una parte i Guisa ne approfittano per rafforzare ancora di più il loro potere. Si recano dal re e mostrano al debole sovrano lettere prese ai prigionieri e ordini che assicurano loro l'imminente arrivo di rinforzi costituiti da numerose truppe a piedi e a cavallo. Il cardinale non fa alcuna fatica a fingere un terrore che forse non lo ha ancora abbandonato del tutto. Lo stesso duca si dichiara molto preoccupato: L'intrepido La Renaudie prosegue i suoi arditi disegni e sembra che solo misure rigorose, applicate con mano ferma, potranno impedire il disastro, vale a dire lo sterminio di Francesco Il, della sua famiglia e dei suoi fedeli. Il re, smarrito, chiede consiglio alla madre, anch'essa ancora allarmata. Alcuni prigionieri, in preda ad una sorta di furore mistico, proclamano che si voleva uccidere quei due malvagi. E questi sono i più moderati, altri parlano invece di massacro di tutta la famiglia reale, altri ancora fanno grazia al re e alla madre, ma per tenerli prigionieri in una gabbia di ferro! Inoltre Caterina è giustamente furente per il giudizio emesso nei suoi confronti da qualche ribelle: E' una puttana che ci ha fatto un lebbroso! La calunnia deve ben essere stata insegnata loro. Cosa consiglia la Fiorentina al figlio fuori di sé? Non lo sappiamo, ma resta il fatto che infine il re, sentendosi incapace di regnare in quel difficile momento, si rivolge al duca di Guisa e, o di sua iniziativa o perché tale decisione gli è stata imposta, lo nomina luogotenente generale del regno, conferendogli quasi una sovranità, che il duca aveva già esercitato con tanta gloria in occasione della vittoriosa campagna contro gli Spagnoli e gli Inglesi. Il brevetto di nomina verrà redatto nella camera stessa della regina madre. Il cancelliere Olivier apprenderà la decisione reale quando gli sarà presentato il documento perché vi apponga il sigillo di Stato. Si dorrà amaramente di non essere stato né consultato né informato prima (il consiglio è forse composto da signorine? chiederà furioso) e saranno necessarie le moine e le promesse di Caterina perché finalmente acconsenta a firmare. La seconda conseguenza è che a poche ore di intervallo il terrore segue alla clemenza, poiché Chandieu si è reso colpevole di un atto di ribellione. Le lettere patenti che attestano la carica di luogotenente generale dello Sfregiato gli conferiscono pieni poteri per punire i congiurati. La prima cura dei Guisa è quella di mandare a Parigi corrieri per chiedere nuovi rinforzi e far entrare altre armi nel castello. Devono inoltre rinfrancare i gentiluomini e gli abitanti di Amboise, di cui percorre a cavallo il centro e i sobborghi. Quanto alla repressione, essa è spietata. Viene dato ordine alle pattuglie di massacrare i disgraziati in cui si imbatteranno e che si daranno alla fuga alla loro vista, sebbene il giorno prima essi non fossero stati nemmeno inseguiti. Quest'ordine sarà il segnale di un autentico massacro perché i lealisti uccideranno senza scrupolo i meglio equipaggiati per impadronirsi delle spoglie. Al castello ha inizio una spaventosa serie di esecuzioni sommarie. Si impiccano ai merli delle fortificazioni i tre soli plebei ancora prigionieri del gruppo fermato il giorno prima (tra cui il vecchietto), così come sei gentiluomini, tra cui La Force, un eroe di guerra. Questi ultimi muoiono recitando un salmo. Inoltre le guardie affogano nella Loira i disgraziati che cadono nelle loro mani. Lo Sfregiato nella sua rabbia avrebbe voluto anche fare impiccare senza processo, incurante della parola data da Nemours, Castelnau e i suoi compagni, Villemongis, Raunay e Mazères. Olivier, temendo ancora il successo finale della congiura, grazie all'intervento della pretesa armata di riserva, e sperando in tal modo di essere eventualmente risparmiato dai congiurati, ottiene che i prigionieri vengano processati. L'indomani muore La Renaudie. Sembra che il 16 e il 17 egli abbia errato avendo per soli compagni il suo segretario, La Bigne, e un uomo armato. Il giorno 18 essi si trovano nel bosco di Chateaurenault quando si imbattono in un distaccamento lealista comandato da un parente stretto dell'avventuriero, Pardaillan. E' impossibile fuggire e lo scontro è inevitabile. Senza riconoscere Giovanni du Barry, Pardaillan ingaggia duello. La Renaudie lo assale uccidendolo con due sciabolate, ma viene a sua volta colpito a morte. I suoi compagni vengono catturati e portati ad Amboise assieme ai due cadaveri. La vista del cadavere di du Barry suscita grande allegria a corte. Egli viene impiccato sul ponte, con al collo questo cartello: La Renaudie, detto La Forest, capo dei ribelli. Poi viene tagliato a pezzi ed esposto nelle vicinanze di Amboise. Aggiungendosi alla pubblicazione dell'editto che conferisce allo Sfregiato pieni poteri per una rigorosa repressione, l'annuncio della morte di La Renaudie scoraggia gli ultimi cospiratori. Del resto a partire da questo momento ogni tentativo sarebbe stato vano. Con la scomparsa di Giovanni du Barry, i Guisa sono definitivamente rassicurati e ritengono sia giunto il momento di fare il punto, a modo loro, sul tumulto. Di fronte ai cortigiani il duca, che ha conosciuto bene La Renaudie, deplora che un capitano tanto valoroso sia finito così male per mancanza di buon senso. Poi, alla luce dei documenti trovati addosso a La Bigne e delle confessioni fatte da quest'ultimo, che sperava a torto di salvarsi la vita, ricostruisce il piano della congiura ed i suoi scopi, ammettendo che non era prevista la morte del re, ma quella del fratello e la propria. Ciò che conta è ora riuscire a dominare il re e ad obbligarlo a convocare gli Stati Generali. Per lo meno, aggiunge lo Sfregiato, i capi di questa ribellione armata sono stati catturati, ad eccezione di Maligny, e nominare così il suo alfiere è un modo per mettere in causa quasi direttamente Condé. La sera stessa Francesco Il, ancora vibrante di collera, non riesce a dominarsi. Terminata la cena, d'un tratto egli pesta il pugno sul tavolo gridando, prima di alzarsi e di andarsene: Ci sono qui persone che mi adulano e mi tradiscono. Perdio, un giorno se ne pentiranno! Condé, che in questa giornata ha perso una partita preparata da tanto tempo, ma tanto malamente, resta impassibile. Due giorni dopo, l'arrivo dei rinforzi inviati da Montmorency, che conferma così la sua fedeltà, dissipa gli ultimi timore, al punto che il re se ne va a caccia e le regine a Chenonceaux; il 21 gli Chatillon lasciano la corte. Prima di andarsene D'Andelot ha una violenta discussione con Caterina de' Medici, accusando i Guisa di aver provocato il malcontento e la rivolta con la loro tirannia e le loro tassazioni. Partiti loro, i più tolleranti, la repressione raggiunge il culmine. Persino Olivier non avendo più nulla da temere, o forse impotente a farlo, non vi porrà più alcun ostacolo. Mentre rifluiscono su tutte le strade di Francia i fuggiaschi e i miserabili lasciati liberi nei primi giorni, alcuni dei quali diventano veri e propri banditi che rubano e rapinano al loro passaggio, il duca dà ordine al signore di Amboise di non risparmiare nessun fuggiasco che si attardi nelle vicinanze. Nella città e nel castello, che rigurgitano di prigionieri, ha luogo un odioso e interminabile massacro. L'amnistia precedentemente accordata viene revocata. E' difficile pronunciarsi sul numero approssimativo di sventurati decapitati, impiccati o affogati dopo essere stati quasi sempre sottoposti alla tortura. Qualcuno parla di milleduecento vittime, cifra che sembra però esagerata. E' certo comunque che molti sventurati vengono gettati nella Loira a gruppi, legati a delle pertiche. Se la grande massa delle vittime appartiene al popolo, molti sono anche i nobili morti in queste giornate e nel lasso di tempo che va fino alla fine di marzo. Un'incisione dell'epoca mostra forche cariche di giustiziati; altri pendono dai balconi e dai merli del castello. Su un patibolo, ricoperto di cadaveri le cui teste sono esposte su una croce a forma di T, un uomo aspetta la morte con le mani grondanti di sangue: in questa incisione l'artista ha voluto ricordare l'esecuzione del signore di Villemongis. Infatti Villemongis prima di appoggiare il capo sul ceppo, affonda le mani nel sangue dei compagni decapitati prima di lui e le alza al cielo esclamando: Signore, ecco il sangue dei tuoi figli; tu li vendicherai! A contemplare l'orribile scena sono presenti non solo il giovane re, i Guisa e i cortigiani, ma anche le regine e le dame di corte. Macabra galanteria. Bisogna che la duchessa di Guisa, figlia della calvinista Renata di Francia, alla fine s'indigni e le venga un attacco di nervi perché il cardinale e lo Sfregiato non insistano più nell'invitare le donne ad assistere alle orribili rappresaglie. In seguito La Bigne, Raunay e Mazères riconoscono sotto la tortura che si era stabilito di uccidere i Guisa in caso di resistenza da parte loro o dei loro fedeli. Nessuno di essi compromette Antonio di Borbone, ma Mazères ammette di aver udito La Renaudie dichiarare che, se la congiura fosse riuscita, il principe di Condé se ne sarebbe dichiarato il capo. I due capitani vengono decapitati e squartati. E' poi la volta di Castelnau, malgrado il giuramento fattogli dal duca di Nemours. Anch'egli afferma sotto la tortura che nessuno avrebbe attentato alla vita e alla persona del re. Durante la sua prigionia i Guisa ed Olivier non hanno disdegnato di andarlo a trovare nella sua cella e di intavolare con lui discussioni di ogni genere. E' in una di queste occasioni che il duca, messo in imbarazzo dal proprio interlocutore, ammette di non essere capace di discutere, ma in compenso di essere assai capace di far tagliare le teste. Al che Castelnau, pieno di disprezzo, replica: Ecco una cosa indegna di un principe! Il maggiore argomento addotto dal barone, oltre al fatto che gli erano state assicurate la vita e la libertà, è di non poter essere giudicato e condannato per il crimine di lesa maestà imputatogli, non avendo egli cospirato che contro i ministri del re. A corte molti sono inclini alla pietà per un uomo valoroso il cui fratello è morto un quarto di secolo prima per un colpo di spada infertogli mentre proteggeva col proprio corpo il duca d'Orléans, figlio di Francesco I che si era trovato in pericolo durante una lite. Prima di partire, Coligny e d'Andelot hanno parlato in suo favore e la regina madre implora che gli si salvi la vita. Il giovane re, indottovi dalla madre, acconsente a condannarlo a tre soli anni di galera. Ma i Guisa lo obbligano ad annullare il decreto, malgrado le nuove istanze di Caterina, che giunge fino ad abbracciarli e ad andarli a cercare nelle loro camere. Quanto a Nemours, gli storici sono discordi sul suo atteggiamento; secondo alcuni egli lotta per la fede e la parola date, secondo altri non insiste affatto. Del resto la sua coscienza viene finalmente liberata ufficialmente. Un ordine del re, rafforzato dal decreto di un tribunale d'onore, libera il duca dal suo giuramento. Da questo momento niente ostacola più l'esecuzione del barone. Essa ha luogo il 29 marzo, assieme a quella di Villemongis. Prima di morire Castelnau si rivolge ai Guisa: E' con voi e con la vostra tirannia che ce l'abbiamo dice, non con il re. Ma non neghiamo di essere colpevoli di lesa maestà, se i Guisa sono già re. Le teste dei quattro capi congiurati restano esposte per ben diciassette giorni su un palco edificato nella piazza del Grand Carroir, sorvegliate da quattro uomini armati, pagati due soldi e sei denari per notte. Mentre queste teste sono esposte ed i cadaveri degli impiccati dondolano appesi alle forche, un gentiluomo ugonotto, passando per Amboise con il figlio di otto anni, glieli fa contemplare: Figlio mio, la tua testa non deve essere risparmiata, dopo la mia, per vendicare questi capi pieni di onore; se tu la risparmiassi, avresti la mia maledizione. Questi carnefici hanno decapitato la Francia. Solenne invito all'odio e alla vendetta, che non sarà dimenticato dal destinatario, Agrippa d'Aubigné. A queste vittime se ne aggiunge un'altra, imprevista: il cancelliere Olivier. Egli non ha potuto resistere a questa spietata e selvaggia repressione, alla quale le sue funzioni lo associano. Si mette a letto il 24 marzo e muore dieci giorni dopo tra i rimorsi di una coscienza turbata... Grazie all'abilità della regina madre, e senza dubbio con l'approvazione del cardinale di Lorena, che ha avuto modo di apprezzare il valore e la competenza del Presidente della Corte dei Conti, suo successore è il virtuoso Michele de L'Hospital, sebbene egli sia stato probabilmente a conoscenza, della congiura o l'abbia addirittura approvata. Agrippa d'Aubigné ce lo assicura, dichiarando di aver visto la sua firma per esteso sull'originale dei piani dell'impresa, documento custodito da suo padre. Se è vero, è lecito supporre che Caterina gli fa affidare i sigilli per porre nel consiglio del re un uomo di grande stima, che non sia cliente dei principi lorenesi nel momento in cui il parlamento di Parigi, represso e punito il tumulto, concede allo Sfregiato il titolo di difensore della patria. Infatti secondo gli usi del tempo il fallimento della congiura viene notificato ai magistrati. Malignamente i Guisa hanno affidato questo incarico al conestabile Montmorency, perché sono ancora persuasi che il loro predecessore sia stato almeno a conoscenza, sempre che non lo abbia addirittura sostenuto, del complotto. Mal gliene incoglie: nella sua comunicazione al parlamento, il conestabile parla di un attacco diretto non contro il re, ma contro i ministri e persino contro il regime, che sarebbe stato sostituito da una repubblica simile a quella degli Svizzeri. Le principali corti europee vengono ugualmente informate ufficialmente della fine della congiura. Ai principi protestanti tedeschi l'emissario dei Guisa, il vescovo di Rennes, Bockerel, sottolinea le dichiarazioni dei prigionieri che li hanno messi in causa e hanno denunciato l'appoggio da loro dato alla cospirazione. I principi respingono l'accusa, ma ne approfittano per reclamare la libertà di coscienza in Francia. Mentre Francesco II scrive queste spaventose parole: Le maniere dolci sono fallite; sono costretto ad impiegare le misure più rigorose contro gli ugonotti: fateli impiccare senza processo, i Guisa inviano a nome suo ad Antonio di Borbone una lettera non priva d'ironia, ma sinistra: Mio buon zio, Dio, nella sua grazia e bontà, ha mutato in fumo la diabolica impresa degli sciagurati eretici e ribelli ad Amboise. Ho voluto avvertirvi che tutto è tranquillo, ben sapendo come questa notizia vi sia gradita... Non mi stupisco che vi siate irritato per le voci corse su di voi in Spagna, dove si dice che sosteniate le imprese architettate da quegli sciagurati eretici contro di me, sapendo come una tale calunnia vi sia stata addossata falsamente, visto il torto che vi sareste fatto se così fosse stato. Il re di Navarra, che non è uno sciocco, comprende questo avvertimento appena velato. Riunisce un forte corpo di armati e disperde i duemila protestanti che, senza dubbio in relazione col complotto d'Amboise, hanno provocato agitazioni nella regione di Agen. Così i Guisa dovrebbero essere soddisfatti. Ma Antonio fa di più; poiché Elisabetta d'Inghilterra gli ha inviato un emissario per conoscere le sue intenzioni nei confronti dei principi lorenesi e di Francesco II, il primo principe del sangue si affretta ad avvertire quest'ultimo, informandolo anche della risposta data all'ambasciatore inglese: gli ha detto di non essere né un cervo né una cerbiatta della sua padrona, e di non potere, in nessun caso, provare alcuna amicizia per i nemici della corona di Francia. E Condé? La disfatta dei cospiratori, la morte di La Renaudie, il fallimento di Bertrando de Chandieu rendono la sua posizione ad Amboise, tra i suoi nemici, molto pericolosa. Tuttavia sin dal suo arrivo a corte i Guisa affettano un'estrema cortesia nei suoi confronti e sembrano ignorare ogni sospetto, mentre tutte le informazioni raccolte attestano che è stato il principe l'ideatore del complotto. Nel momento culminante si affida persino a Condé la difesa di una porta del castello, anche se egli si trova in realtà circondato da uomini fedelissimi ai Guisa, tra cui il loro stesso fratello, il Gran Priore. Condé, a ragione preoccupato, rivaleggia da parte sua in servilismo col... fratello maggiore, dichiarando che si devono impiccare tutti i ribelli. Tuttavia la fuga del suo alfiere Maligny lo mette in ansia quanto la confessione dello sventurato La Bigne. Ma i Guisa non si discostano dalla loro prudente linea di condotta. Ad un diplomatico straniero che allude in sua presenza alle responsabilità del principe, il duca replica vivacemente: Non voglio parlare di questo per nulla al mondo! Assieme al cardinale, che è comunque più impaziente di lui, egli vieta persino, come si è visto, qualunque indiscrezione sulle accuse rivoltegli dai prigionieri. Si lascia partecipare Condé al consiglio, mentre Francesco II, furente, è placato da Caterina de' Medici. Perché quest'indulgenza? Il fatto è che sarebbe un'imprudenza accusare Condé senza possedere la prova formale della sua partecipazione alla congiura. Maligny è scomparso portando con sé i documenti del suo padrone. Lo Sfregiato ha cercato invano in tutti i modi di catturarlo. Il principe deve fingere a tal punto da assistere al supplizio dei suoi complici, senza tentare nemmeno di intervenire in favore di uno di essi, il che sarebbe bastato oltre tutto a togliere al prigioniero qualunque speranza di salvezza. Ma il 30 marzo accade un incidente: Francesco II fa arrestare lo scudiero di Condé, il signore di Vaux, che ha dato a Maligny il suo cavallo per farlo fuggire. Il principe non può non protestare. Il giovane re, appena Condè viene introdotto m sua presenza, lo accusa di essere il capo della congiura ordita dai sediziosi e dai ribelli contro la sua persona ed il suo Stato, assicurando che, se è così, gli farà capire com'è difficile e dannoso scontrarsi con un re di Francia. Già si profila il patibolo. Condé risponde con l'energia della disperazione. Lungi dal rivendicare l'onore di avere in effetti voluto riportare il trono alla sua integrità abbattendo gli usurpatori Lorena, egli protesta la sua fedeltà nei loro confronti e chiede di poter rispondere ai suoi detrattori in presenza dei principi, dei membri del consiglio e dei cavalieri dell'ordine. Il re acconsente; il giorno stesso la corte lascia Amboise per Chenonceaux. E' là che il 2 aprile si tiene nella sala reale la riunione reclamata dal principe. Quest'ultimo rinnova la sua protesta contro le accuse fattegli, sfidando in campo i suoi calunniatori. Per provare la sua innocenza egli vuole privarsi del suo rango e della sua dignità di principe del sangue per combattere contro i suoi detrattori e farli confessare, tenendo puntata alla loro gola la spada o la lancia, che essi non sono altro che dei codardi e delle canaglie e per costringerli ad ammettere che sono loro a cercare di sovvertire lo Stato e di estinguere quel sangue reale alla difesa del quale egli invece vuole dedicare la propria vita e i propri beni, come del resto ha sempre dimostrato. Intima così ai presenti, se qualcuno di essi lo abbia accusato e intenda mantenere le sue accuse, di dichiararlo subito. Non si fa avanti nessuno. Secondo alcuni, il duca di Guisa propone persino a Condé di fargli da secondo. Più plausibili sembrano invece le glaciali parole attribuitegli da altri autori: Ho sempre visto il principe comportarsi con grande valore; per la sua passata condotta e per il suo rango, non posso credere che i sospetti da lui respinti siano giustificati. Se fosse stata portata allora una prova decisiva, questa arringa si sarebbe tramutata in una fatale requisitoria, ma non fu così e lo Sfregiato, da gran signore, ebbe l'eleganza di sembrare persuaso dell'innocenza del suo nemico e di proporgli la pace, se non l'alleanza. Il fratello, al contrario, ascoltava con grande tristezza senza il minimo cenno di approvazione. Il re sciolse improvvisamente l'assemblea senza chiedere il parere dei presenti. Così, non potendolo condannare, egli si rifiutava per lo meno di ammettere la falsità delle accuse. Del resto ne era tanto persuaso che il 9 aprile scrisse ad Antonio di Borbone che suo fratello era della partita. L'azione del re di Navarra contro i protestanti sarà forse una conseguenza di questa nuova missiva reale. Sarà un modo di attestare che lui, almeno, non era implicato. Il mese di aprile vede passare in primo piano Caterina de' Medici con l'appoggio di Michele de L'Hospital. Dl fronte ai Guisa, esasperati dal tumulto, essi rappresentano l'elemento equilibratore e conciliatore. Infatti il cancelliere, le lettere che ne confermano la nomina non saranno firmate che il 30 giugno, riesce ad evitare il peggio per i protestanti facendo adottare il 1° maggio l'editto di Romorantin, che demanda ai vescovi la competenza del delitto di eresia, deferito ai tribunali ecclesiastici. Ma questi ultimi sono praticamente caduti in desuetudine e non si riuniscono più che per questioni amministrative. Vale a dire che l'epoca dei carnefici è praticamente conclusa. Ma l'editto rimarrà lettera morta. Esso avrà tuttavia l'immenso merito di segnare una battuta d'arresto nel progetto del cardinale di Lorena di instaurare l'Inquisizione in Francia. La regina madre, istruita dal pericolo appena corso, si adopera per far schierare definitivamente dalla parte del re gli Chatillon, che hanno provato la loro fedeltà nel corso dei recenti avvenimenti. Durante il soggiorno di Cloigny ad Amboise ella si è ingraziato l'ammiraglio, consultandolo ad ogni proposito e tenendo in gran conto tutti i suoi consigli, al punto che egli si augurerà pubblicamente che sia la regina madre ad occuparsi direttamente delle questioni di Stato. I Guisa, che nonostante le apparenze escono molto indeboliti dal tumulto, che è stato la prova del malcontento generale, non vi si opporranno. Questo sarà constatato dall'ambasciatore di Spagna, il quale il 22 aprile scriverà al re che per mantenersi al potere, essi hanno ceduto l'autorità alla regina madre. Se quest'ultima li mantiene al potere, è perché essi sono in effetti disarmati, perché sono gli zii del re e perché essa stessa non si sente ancora sufficientemente esperta. Ma é lei a governare. La migliore prova saranno l'interruzione degli aiuti inviati alla Scozia e, in agosto, la convocazione a Fontainebleau di un'assemblea di notabili che farà accettare al re, così consigliato dalla Fiorentina, il mantenimento della politica di tolleranza istituita dagli editti di Amboise e di Romorantin nei riguardi degli ugonotti. A quest'assemblea sono invitati naturalmente i principi del sangue. La regina madre scrive al re di Navarra insistendo per la sua partecipazione. E' importante mostrare ai notabili che il re non è esclusivamente nelle mani dei suoi zii Guisa (e in effetti non lo è più), ma che anche i Borbone si trovano tra i suoi consiglieri. Forse Caterina pensa anche di realizzare l'unione dei principi, perché si possano più facilmente placare gli animi. Il re di Navarra al solito esita. L'assemblea deve aver inizio il 21 agosto; risponde di non aspettarlo perché non potrà lasciare Nérac, dove si trova anche Condé, prima della fine del mese. Antonio e il fratello hanno capito il piano della regina madre e non vogliono che la loro presenza sia garante della sua politica e della sua presa di potere. Così i parenti più stretti del re presenti all'assemblea saranno i Montmorency-Chatillon. Coligny presenta due richieste a nome dei o fedeli di Francia che desiderano vivere secondo la riforma del Vangelo e disporre di chiese. Francesco II, malgrado i Guisa, risponde graziosamente all'ammiraglio, senza sembrare rendersi conto dell'esatta importanza delle rivendicazioni. La loro accettazione implicherebbe i