ELSIE E. VIGNEC. FIGLI DELLA SPERANZA. "Li ami, non li compatisca" è la prima raccomanda- zione che riceVe Elsie Vignec, quando entra come volon- taria al BrefotroFIo di New York. All'inizio, però, que- sto sembra un consiglio difFIcile da seguire: ogni bam- bino, infatti, è un piccolo mondo chiuso e complesso; e, se è facile amare un bel bimbo, sano, vispo e intelli- gente, quando si tratta delle piccole vittime delle ma- lattie, della miseria e delle innumerevoli piaghe sociali, bisogna compiere uno sforzo per vincere il sentimento di pietà che inevitabilmente ci assale. L'autrice si trova alle prese con una schiera di bam- bini che hanno un disperato bisogno di calore e di affetto, oltre che delle indispensabili cure quotidiane. Ricky, Evangeline, Virginia e tanti altri bimbi ancora - i protagonisti di questa storia - dipendono completamente dall'amore di coloro che li assistono. Elsie è pronta a dare il suo amore senza riserve e a dedicarsi a questa missione; e s'accorge con gioia che la comprensione dei bambini, acquisita giorno per giorno, I'aiuta a conoscere maggiormente sé stessa e a migliorarsi. E anche noi, attraveNo l'esperienza di Elsie Vignec, penetriamo in un mondo spesso sconosciuto: quello del- I'infanzia abbandonata. ()uesto è un libro pieno di episodi commoventi, ma non triste. Come i luminosi cor- ridoi del brefotroFio, le sue pagine risplendono di umanità, di gaiezza e, soprattutto, di speranza. 'HO NOTATO spesso: proprio quando sembra che nessuna porta sia aperta, quello non è dawero il momento di arrendersi. D'un tratto, qualcosa di imprevedibile ac- cade. E come imboccare, girando un angolo, una stra- da di cui s'ignora l'esistenza, una strada che conduce cosí lontano, che, quando si guarda indietro, nasce quasi una sen- sazione di sgomento. E se non avessi girato quell'angolo? Che cosa sarebbe successo? La mia vita cambiò in un solo giorno, perché, per qualche mi- sterioso impulso, percorsi una certa strada. Era una giornata estiva, calda e soleggiata, a New York, negli anni immediatamente seguenti il rg40. Stavo aspettando un autobus all'angolo tra la 68Strada e la Lexington Avenue, quando osservai, di là dalla via, un intero isolato di sgangherati edifici di mattoni rossi, anneriti dalla fuliggine della città, tozzi e in contrasto con la selva di costruzioni, piú moderne, che erano cresciute loro intorno. Le tendine bianche e inamidate, uguali in tutte le finestre, facevano pensare a un istituto. Mi sforzai di leggere l'iscrizione sulla lunga tenda verde che si stendeva dalla porta verso la strada. Diceva: BREFOTROFIO DI NEW YORK. Il mio autobus arrivò, ma lo lasciai passare, affascinata da quella silenziosa costruzione fuligginosa, che Ospitava i bambini abbandonati, negletti o maltrattati della città. Ho sempre amato i bambini, e avevo cominciato a occuparmene, facendo molte volte la baby-sitter dalle parti di casa mia, nel Bronx, 323 quand'ero io stessa una bambina. I bambini mi incantavano ancora e, fra me e loro, esisteva una specie di tacita e sottile comprensione. Non avevo un lavoro fisso quell'estate, e stavo domandandomi che cosa dovessi fare della mia vita, quando mi trovai sotto gli occhi un casamento pieno di bambini! Fui tentata di entrare e chiedere un lavoro. Feci il giro dell'isolato; dopo aver camminato accanto a muri ciechi sul retro dell'edificio, fui colpita all'improvviso da un odore di bucato che si accompagnava a spruzzi di vapore, e scorsi un'irre- golare serie di corridoi coperti. In un angolino raccolto, quasi alla fine del mio giro, vidi il Giardino della Madonna, un'incantevole oasi di pace in mezzo agli odori e ai rumori della città. Tra alberi di un tenero verde primaverile e sentieri lastricati di pietre irrego- lari, la Vergine vestita di azzurro sorrideva a un piccolo gruppo scul- toreo di bambini inginocchiati ai suoi piedi, tra piante rampicanti e muschio. Avvertii una tenue fragranza di rose, e mi domandai chi passeggiasse in quel luogo, la sera. All'improvviso, presi una decisione, ed entrai baldanzosa dalla porta principale. Nell'atrio, dietro una scrivania, era seduta una donna. Quando mi avvicinai timidamente e le chiesi un lavoro, non si curò nemmeno di mandarmi all'ufficio del personale, dal momento che non avevo un'esperienza specifica. Ma, mentre stavo andandomene, disse: « Aspetti! » e mi parlò delle volontarie. In seguito ci sarebbero state centinaia di volontarie, ma allora erano solo uno sparuto gruppetto, organizzato da poco. Io ero la quarta o la quinta di esse, e l'unica che avrebbe lavorato di giorno. Firmai una carta con cui mi impegnavo a rimanere per tre mesi, poi la donna mi mandò via dall'edificio con quel tanto di fretta che la buona educazione le permetteva. Forse non voleva che vedessi in quali condizioni era allora l'ospizio, perché si era in tempo di guerra, e le infermiere potevano trovare lavori meglio retribuiti, e con intenti "piú nobili". C'era una grave carenza di personale. Sebbene non avessi visto niente altro che un atrio di piastrelle bianche e nere, una serie di uffici e una graziosa statua lignea di San Giuseppe con il Bambino, quando presi la ferrovia sotterranea per tornare a casa, mi sentivo pervasa da un senso di euforia. Sapevo che in autunno avrei dovuto cercarmi un lavoro retribuitol, ma nel frattempo avevo la possibilità di stare con i bambini per qualche mese. Avevo terminato le scuole superiori quando gli Stati Uniti erano ancora sotto l'influsso dei lunghi anni della Depressione e, sebbene avessi ricevuto offerte di borse di studio per iscrivermi all'Università, mi era mancato il coraggio di accettarle. Avrei dovuto lavorare per il mio mantenimento, e siccome avevo appena sedici anni, non mi sentivo di tirare avanti da sola. I miei genitori, mio fratello maggiore Walter e io eravamo molto uniti, e la famiglia mi aveva sempre protetto. Terminata la scuola, avevo fatto da segretaria a mio padre, il quale aveva una piccola azienda di falegnameria che era stata molto danneggiata dalla Crisi. Nel suo laboratorio non c'era posto per un ufficio, perciò io scrivevo a macchina e tenevo l'archivio nel nostro appartamento del Bronx, aiutando contemporaneamente la mamma per le faccende di casa. Era una vita monotona, per una ragazzina, e io, sebbene mi guardassi dal dirlo, la detestavo. Ero dimagrita e mi sentivo sempre poco bene. Poi mio padre era morto all'improvviso, e sebbene mio fratello avesse conservato l'azienda, io avevo capito che avrei dovuto mo- strare piú coraggio, e che la libertà andava conquistata in quel mo- mento o mai piú. Ma non sapevo ancora dove trovare qualcosa che m'impegnasse a sufficienza per poter compiere il grande passo. A- desso osavo domandarmi: forse al Brefotrofio? Mia madre e mio fratello furono stupiti, quando raccontai loro il passo che avevo compiuto: tre ore il giorno, per tre giorni la set- timana, senza stipendio ! E dove andava a finire la mia indipendenza, se la famiglia doveva ancora mantenermi e alloggiarmi? Mi offrii di continuare a fare la dattilografa per Walter, ma lui mi assicurò che la cosa non aveva importanza, e che, comunque, avrei potuto seguitare ad aiutare la mamma. Il lunedí mattina, quando mi ripresentai, la piccola donna che si occupava delle volontarie era sola in ufficio. Al mio ingresso, tirò un sospiro di sollievo che mi diede un leggero senso di disagio. Mi accompagnO al piano dei bambini, dove mi avevano destinata, e bussò a un uscio che fu aperto da una monaca. Era un donnone, vestito di bianco, con un viso carnoso e risoluto sotto la severa cuffia da suora di carità. Io ero protestante e non avevo la minima idea di come ci si dovesse rivolgere a una monaca. « Suor Agnes » disse la mia guida, « questa è la sua volontaria, la signorina Essmuller. » Poi scomparve. Senza ulteriori cerimonie, suor Agnes mi precedette all'interno, chiacchierando come un mulino a vento mentre mi faceva attra- versare in fretta il piano dei bambini e mi introduceva in una guar- daroba. Qui mi avvolse in un enorme grembiule da ospedale, con maniche che dovetti rimboccare sei volte, e una cintura che mi girai intorno alla vita, piegandola due volte, perché suor Agnes sceglieva vestaglie adatte alle sue ampie proporzioni, senza curarsi delle misure di chi doveva indossarle. Intanto, lei seguitava a parlare della quantità di lavoro che bisognava sbrigare, della scarsità di personale, e mi raccontò di aver perso un altro uomo di fatica la settimana precedente, per cui ora doveva lavare lei stessa i pa menti. Sebbene i venticinque bambini a lei affidati fossero i piú grandicelli dell'ospizio, la metà di loro non sapeva ancora parlare, e non aveva neppure imparato ad andare al gabinetto. Che meraviglia avere una volontaria! In dieci minuti imparai una cosa a proposito delle monache, cioè che parlano quanto le altre donne, e anche di piú. Suor Agnes mi condusse in una piccola corsia, mi disse di vestire i tre bambini piú piccoli, e sparí. Erano anni che non mettevo i pannolini a un bambino, e questi erano abbastanza grandi per di- vincolarsi, ridere e sfuggirmi di mano quando cercavo di tenerli: effettivamente, erano davvero troppo grandi per i pannolini. Non dimenticherò mai Piccolo Joe, il primo bambino che vestii al bre- fotrofio: aveva venti mesi, ed era il piú piccino del piano. Era un bimbo esile dall'incarnato giallastro, con occhi scuri e miti, modi gentili e il sorriso pronto. Piccolo Joe era stato abbandonato in un bidone di immondizie, a poche ore dalla nascita, e quando un poli- ziotto, passando lí davanti, l'aveva trovato, era viola per il freddo. Le suore avevano dovuto trascorrere diverse notti accanto al suo lettino, per alimentare la tremolante scintilla della sua piccola vita, trasformandola in una fiamma. Piccolo Joe mi mostrò il cinturino che aveva al polso e su cui era impresso il suo nome; poi sorrise e si offrí per il sacrificio. Mi ci volle un bel po' di tempo per vestirlo. Ero molto maldestra, e nessuno dei miei gesti era appropriato. Gli infilai gli indumenti sbagliati, e qualcuno anche a rovesCiO, dapprima. Quando, finalmente, Joe fu vestito, io avevo fatto il mio tirocinio, ed ero pronta a fronteg- giare gli altri. Terminate le colazioni, suor Agnes mi mandò sul terrazzo per i giochi. Tutti i venticinque bambini erano lí fuori, e per un po' di tempo mi trovai sola con loro. Temevo che mi rifiutassero, perché ero un'estranea, ma mi sbagliavo. Se mi fossi presentata con un abito normale, si sarebbero sentiti intimiditi, ma chiunque indossasse un grembiule bianco, diventava loro amico. Mi corsero subito incontro per farsi accarezzare e perché componessi i loro piccoli litigi. Stra- namente, non parlavano molto, tranne che in una specie di gergo. Conoscevano anche parole, come "ciao" e "salve", e mi capivano quando parlavo, ma fra di loro non c'era quel vivace chiacchiericcio che è normale nei bambini di tre anni. Era una cosa che faceva male. Quando suor Agnes comparve, le domandai perché i bambini non parlassero. « Alcuni di loro parlano, quando arrivano qui » mi rispose. « Ma poi ne perdono l'abitudine. Succede negli istituti come questi, sa. » Non lo sapevo, e ne rimasi scossa. « Noi parliamo moltissimo con loro » continuò lei, « ma non è la stessa cosa che essere in famiglia. Non siamo abbastanza nume- rose per insegnare a ciascun bambino. Quando i nuovi arrivati dal- l'esterno parlano, gli altri imparano presto a rispondere; ma visto che qui dentro ricevono quasi tutto quel che vogliono senza parole, essi smettono semplicemente di parlare. » « Poveri piccoli » esclamai d'impulso. Suor Agnes sospirò. « Se lei si mette a compassionarli » mi am- moní, « ben presto mi dirà che la notte non riesce a dormire, pen- sando ai bambini, e dovrà fare qualche assenza. Mai sprecar tempo con la pietà. I bambini non sembrano tristi, non le pare? Bene, al- lora eviti di raffigurarseli tristi. Pensi a ciò che i bambini possono darle, e a quello che lei può dare loro. Li ami, e si lasci amare. Se farà cosí, rimarrà. Ma se cederà alla compassione, non resisterà piú di tre settimane. » Poi scosse il capo e si allontanò, con un frusciar di vesti. Era vero che i bambini non sembravano tristi. E c'era anche della logica, nello sfogo di suor Agnes. La pietà, alla fine, avrebbe potuto allontanarmi da quei bambini. A mezzogiorno, quando i piccoli furono seduti a pranzo, me ne andai perché il mio orario era terminato; mi sentivo però a disagio, perché non c'erano abbastanza mani per sbrigare il lavoro neces- sario. Ma, mio malgrado, non riuscii a togliermeli dalla mente. Rac- colti per le strade, mandati qui dai tribunali perché provenienti da famiglie distrutte, ognuno di loro aveva una storia altrettanto tragica o ancor piú tragica di quella di Piccolo Joe. IL MERCOLEDí tornai all'ospizio provando sentimenti contrastanti. Trovai suor Agnes nella corsia dei maschietti. Sembrava affatìcata. Notai che parecchi lettini con le sponde alte, a sbarre, erano stati spinti uno accanto all'altro. « Questi bimbi sono troppo grandi per i lettini con le sbarre » spiegò la suora stancamente. « Saltano e spingono finché i lettini si spostano, e quando li hanno messi vicini, litigano per i giocattoli da un lettino all'altro. Questa mattina ho trovato una ciocca dei capelli di Jimmy sul pavimento. » E la offrí al mio sguardo inorridito. « Ma lei non può farci proprio nulla? » domandai. « Sí, e come? Letti nuovi, ecco cosa occorre; e, con l'aiuto di Dio, non avrò pace finché non li otterrò. » Perché non riesce ad averli» « Quattrini » sospirò. Il bilancio e non so che altro. Ma questa è una cosa importante. >Tlasse un elastico dalla tasca, e lo avvolse con cura intorno alla ciocca di capelli. « La userò come prova. » Quella mattina fu un calvario, per me Ne trascorsi la maggior parte nel gabinetto, caldo e soffocante, cercando di essere di aiuto nell'insegnare ai bambini a non farsi i bisogni addosso. I piú piccoli erano piagnucolosi, i vestiti mi si appiccicavano alla pelle, e gli odori erano deplimenti. Quando arrivò mezzogiorno, mi sentivo piú che indisposta, ma ero ormai convinta di non essere tagliata per quel lavoro. C'era quel mio malaugurato impegno per tre mesi, ma, forse, avrei potuto farmi trasferire in un ufficio. Vidi gli occhi della suora su di me, e fui certa che capisse la mia irresolutezza, tuttavia non mi fece uscire dal gabinetto. Poi, Evangeline mi chiamò "Mamma". Era l'unica del piano che avesse davvero l'aspetto di una bimba derelitta. Aveva certamente avuto i pidocchi, quando era stata ac- colta all'ospizio, perché la sua testolina era rasata. I capelli le spun- tavano ispidi, cosí che, vista dall'alto, sembrava un piccolo porco- spino. Aveva delle crisi di nervi, e mi era stato detto che, se non si provvedeva a fermarla in quei momenti, avrebbe sbattuto la testa sul pavimento fino a farne uscire il sangue. Era la sola che non fosse amichevole con le nuove venute, e adesso mi aveva chiamato "Mam- ma". L'allieva infermiera addetta al piano lanciò uno sguardo stupito a suor Agnes. « Per la maggior parte dei bambini, chiunque porti il grembiule è una mamma » osservò. « Ma non credo che Evangeline abbia mai chiamato mamma nessuna, prima d'ora. » « No, non l'ha mai fatto » rispose la suora seccamente. Mentre stavo mettendole a posto i vestiti, d'un tratto Evangeline mi gettò le braccia al collo, e io la strinsi a me per un momento. Evangeline aveva un fratellino al brefotrofio, Jeremy, un bambino placido ed estroverso, di due anni. Piú tardi l'allieva mi raccontò la loro storia. « Erano stati legati a un tavolo per una gamba, per trentasei ore » disse, « soli in un appartamento, senza cibo né altro. I vicini li hanno sentiti piangere e, alla fine, hanno chiamato la polizia. Evangeline ha una placca d'argento nel cranio. Deve aver riportato una brutta frattura al capo, una volta. Dicono che soffra di convulsioni per questo motivo. »Poi aggiunse: « Certamente lei le piace ». « Chissà perché » dissi. « Nessuno sa com'è, ma se lei resterà qui a lungo, vedrà che cosa succede. Di tanto in tanto, uno dei bambini è preso da speciale amore per una di noi... o una di noi si appassiona a qualche bam- bino. » Finalmente uscii dal gabinetto, e questa volta mi costrinsi a rima- nere dopo il mio orario, per aiutare a servire il cibo. Gli occhi di Evangeline mi seguirono, finché cominciò a mangiare. Quella fu la mia giornata di lotta. Non desideravo insegnare ad andare al gabinetto a venticinque bambini che si rifiutavano di col- laborare. Ma quella era la prima volta in cui qualcuno aveva vera- mente bisogno di me... e poi, c'era Evangeline. Evangeline, in realtà, non mi piaceva: anzi, provavo una lieve repulsione per lei. La sua storia e il suo problema erano tremendi. Nella sotterranea, gli occhi mi si riempirono di lacrime di delusione, di rivolta contro un mondo in cui potevano accadere simili cose, e di rabbia contro me stessa per la mia repulsione. Il venerdí, dai modi di suor Agnes intuii che lei aveva capito tutto: la mia crisi era stata superata. Non mi intrappolò piú nel gabinetto. Mi domandai se quella fosse stata una specie di prova, per vagliare la sincerità del mio proponimento. L'allieva infermiera mi disse che suor Agnes era la meno popolare delle monache, e la piú severa con le sue aiutanti. Eppure, in lei c'era qualcosa che me- ritava il mio rispetto. Non la vidi mai con le mani in mano neppure per un minuto. Teneva il piano dei bambini pulitissimo, anche se nessun inserviente voleva lavorare con lei, perché perdeva facil- mente le staffe e brontolava tanto. Talvolta alzava la voce anche con i bambini, ma essi non avevano mai paura di lei, anzi, la ca- pivano meglio degli altri. Il piano dei bambini era un luogo cosí sereno, che lí si dimenticava il tragico ambiente da cui venivano quelle creature. Ogni mattina ero salutata da ven~icinque squillanti "ciao". Altrettanti nasini si schiacciavano contro il vetro della guardiola. Al mio ingresso, tante piccole braccia mi circondavano il collo. « Lei dovrebbe rimanere qui, questo pomeriggio » mi disse un giorno l'allieva infermiera. « E delizioso vedere i piccoli quando si alzano dopo il sonnellino. » Cosí rimasi, e fu uno spettacolo veramente delizioso. Ogni bam- bino "possedeva" alcuni indumenti e vestiti, che erano tenuti appesi a piccoli attaccapanni in un angolo dello spogliatoio. Dopo il riposo, ogni bambino, maschio o femmina, sceglieva quello che voleva in- dossare, e c'era un momento in cui erano tutti presi a mettersi in ghingheri, in cui i capelli dei maschietti venivano ravviati, e quelli delle bambine spazzolati e legati con nastri. C'era uno scatolone pieno di nastri, in cui le bimbe sceglievano i loro colori preferiti, anche se stonavano con quelli dell'abito. Valeva la pena di vedere la gioia e la fierezza che si dipingevano su quei piccoli volti. « Per loro è molto importante possedere qualcosa » mi spiegò suor Agnes. « Devono spartire tutto il resto, perfino i giocattoli. In questo modo, hanno qualcosa di loro proprietà. O almeno, cosí credono. » Alla terza settimana, non mi domandavo piú come sarei potuta rimanere per tre mesi, ma piuttosto come sarei riuscita ad andarmene via in autunno, per trovarmi un lavoro retribuito. Mia madre era contenta che avessi qualcosa che mi interessasse cosí profondamente. Walter condivideva la sua soddisfazione, ma temeva anche che i bambini mi assorbissero troppo. Inoltre, il mio ragazzo di allora era certo che sarei diventata una "zitella inacidita, tutta dedita alla beneficenza". Ma pur intravedendo i problemi che mi avrebbe riservato il futuro, cominciai ad andare al brefotrofio ogni giornc, fermandomi fino al tardo pomeriggio. In parte questo era dovuto a Evangeline. Aveva un carattere tempestoso e il suo amore per me era possessivo. Se prestavo un po' piú di attenzione a qualche altro bambino sembrava disperata. A volte si gettava per terra dibattendosi e tentando di battere la testa sul pavimento. Quando la crisi di nervi era finita ci voleva un po' di tempo perché tornasse fra noi nella normalità. Da principio, se tentavo di avvicinarla, lei distoglieva lo sguardo, sebbene fosse evi- dente che era proprio ciò che desiderava; infine mi guardava con timidezza, quasi con vergogna: allora si capiva che era pronta. Ba- stava toccarla perché mi si gettasse fra le braccia con impeto sel- vaggio, come se temesse di perdere me e sé stessa un'altra volta. Evangeline sembrava chiusa nel suo piccolo mondo, e io mi do- mandavo quali fossero i suoi ricordi, se ma poteva averne una bambina di appena tre anni. Un giorno se ne stava seduta per conto suo nella veranda, con gli occhi fissi verso un punto alle mie spalle, guardandomi senza vedermi. Io ero seduta in mezzo a un cerchio di bambini, e canticchiavo un'arietta, quando udii che qualcuno diceva: « Guarda l'uccellino! » Era una timida voce infantile, tenera e dolce. Alzai gli occhi e vidi un piccione che volava lentamente in cerchio, sullo sfondo azzurro del cielo. Poi guardai i bambini, do- mandandomi chi avesse potuto parlare cosí, in quell'ambiente di gergo e di linguaggio poco comprensibile, dove la parola era una rarità. Mi ricordai allora di Evangeline. Non l'avevo mai sentita dire una frase prima, ma il suo viso rivolto verso l'alto era sereno, mentre osservava il piccione. Fra le oscure ombre di un cranio fratturato e dell'abbandono, trovavano posto altri ricordi, piú calmi e normali. Mi avvicinai alla bimba. « Vedo l'uccellino, Evangeline » dissi. I suoi occhi si staccarono dall'uccello, per concentrarsi su di me. Erano placidi occhi infantili, tranquilli e senza tracce di turbamento. Eppure, un'ora piú tardi, ebbe un'altra crisi di nervi. SUOR AGNES, forte della ciocca di capelli di Jimmy, seguitava a lottare per i letti nuovi. Almeno una volta il giorno lasciava il piano per andare nell'ufficio sulla facciata. Non so quale influsso possa avere una monaca sulla gerarchia amministrativa di un istituto, ma era ovvio che suor Agnes, con la sua loquacità e il suo caratte- rino, davvero non era il tipo da perorare una causa con qualcuno, giorno dopo giorno, senza lasciare alcuna traccia. Mi disse che, inoltre, pregava per i letti nuovi e accendeva candele, ma che lei non era tipo da contentarsi di pregare senza agire. "Il Signore predilige le persone attive" era uno dei suoi detti preferiti. Tutti i giorni, però, al ritorno da una delle sue "incursioni", l'umore di suor Agnes era peggiorato rispetto al momento della sua sortita. Infine le sue assenze si fecero sempre piú brevi. Evidentemente, chiunque avesse lo sgradevole compito di ascoltarla, aveva rinun- ciato a farlo per esaurimento, e alla suora non erano piú concessi colloqui. Per due giorni non si allontanò neppure dal piano. Il terzo giorno comparve con alcune grandi pezze di stoffa e, dopo il lavoro, sedette davanti alla macchina da cucire, nella guardaroba, fissando ottusamente i copriletti per quei lettini che certo, un bel giorno, il Signore avrebbe ritenuto opportuno darle. « Il Signore detesta lo spreco » sentenziò. « Quando i copriletti saranno finiti, Lui farà in modo che io abbia i letti. » Suor Agnes stava lavorando al terzo copriletto, una sera, quando la superiora venne a fare un'ispezione. I copriletti finiti erano distesi con cura sulle sedie, e l'allieva udí la superiora lodare il lavoro di suor Agnes. Poi la porta venne chiusa, e per un po' le suore rimasero insieme nella stanza. Quando uscí, la superiora sorrideva legger- mente, ma il volto di suor Agnes sprizzava gioia da tutti i pori. « Ve l'avevo detto che il Signore detesta lo spreco » esclamò trionfante . Una settimana dopo arrivarono i letti, rosa per le bambine e az- zurri per i maschietti. Quando furono tutti montati, suor Agnes scivolò via per andare in cappella ad accendere un'altra candela, una candela di ringraziamento, questa volta. UNA MATTINA, arrivando al brefotrofio, trovai una ragazzina con i capelli scuri, di circa dodici anni, che aiutava nel lavoro con i bambini. Si chiamava Maria, mi informò suor Agnes. « Tenete qui bambini della sua età? » domandai, stupita. « Di regola no. Maria è una bambina pensionante; ne affidiamo a centinaia di famiglie, che vengono pagate per curarsi dei bambini, i quali rimangono sotto la tutela del brefotrofio fino ai diciotto anni. La famiglia dove Maria era in pensione l'ha tenuta per otto anni. Ma adesso non può piú farlo. » La suora scosse il capo. « E un caso tragico. La bambina è cosí affezionata a quella gente. Ma la loro vera figlia soffre di epilessia, e hanno anche troppo da fare per badare a lei. » « Che ne sarà di Maria? » « Per l'estate rimarrà qui. Potrà distribuire il latte ai bambini e stare con loro. Questo servirà a distrarla. Ma quando cominceranno le scuole, dovrà essere affidata a un'altra famiglia. » Pensai che un cambiamento cosí drastico potesse essere un trauma per una bimba sensibile, ma non lo dissi; del resto, Maria non sem- brava triste. Era una bella bambina dai dolci occhi scuri, con i capelli ricci che le scendevano fino alle spalle. Sebbene la sua figura cominciasse a svilupparsi, aveva le gambe esili di una ragazzetta, particolare che, in un certo senso, la rendeva patetica e attraente al tempo stesso. Il primo giorno in cui ci trovammo insieme sul terrazzo, si fece avanti per fare amicizia. Seguitava a parlare della "sua" famiglia: Mamma e Papà, e sua "sorella" Antoinette, che era bella, disse, e aveva i capelli biondi come un angelo. Cominciai a sentirmi a disagio, perché Maria non diceva una parola sulla separazione dai genitori adottivi, e dai suoi discorsi era chiaro che credeva di tornare a casa in autunno. All'ora di pranzo, mi pregò di andare a vedere la sua camera, in fondo al corridoio, sul piano déí Pd; fam al muro aveva messo alcuni ricordl le roSe dalla Mamma, la carta da lettera;°~lette, en Madonna di gesso regalata da Ant°lrn famiglia che mi dimostrò immedi~te dall' agli occhi di Maria, fossero trasfor~e pilltt°S~ e ossuto, la donna grassa, e Antoinettdi ent Maria mi saltellava intorno, piePa come lei. 5~lcr Agí., Maria piaceva a tutti, perfino3rte,a~ avara in fatto di lodi. Ma, d'altrPa di Agnes e ritengo che la consapevole~l~$ciasse~ soltanto conquistato la suora, ma lae l'adOP Maria giocava felice con i bambini, G rallegrava quel posto. erpleSSa La serenità di Maria mi lasciavPbband detto che la "sua" famiglia l'aveva con me, ma fino a un certo puntO- casa;l « Pare che io non debba tornare a domandò « Sí, ne ho sentito parlare » riSP°oD I suoi occhi scuri lampeggiaron°lí1l° di farmi credere che la mia familenti che cosa si tratta, in realtà. Le assls~ccb stia lí, perché Antoinette ha deglit alcb quando lei ha gli attacchi. Anzi, in silenzio, e la bambina continuò:,~ Lei non sa com'è gentile la mia r~- c° « Ne sono certa, Maria » repliC~elle « Non può smettere di volermi lo credesse davvero, capii che 5 credessi anch'io. « Nessuno di lor° E un po' timidamente, con gli ocCsi pensa che potrebbero fare una cOs~ « No, Maria » risposi, « certamedí costretti a fare cose che ci sono ° l sanno piú di noi ritengono sia m madre pensano che per te sia megl tempo. » e, « Non sarebbe un po' di tempo tt colmi di lacrime trattenl]te~ Il 15 giugno era ilcolld-) compleanno di Virginia. Io dovevo prendere le mie-.I(.m7« pl<)prio in quel periodo, e avrei portato la bambina a casa c ()ll 1111'; ma prima ci doveva essere una festa sul piano dei l)ambini. .regalato a Virginia una bambola con un vestitino a quadretti biallclli e rossi, con un prendisole in tinta per lei. Anche le su-ue le portarono qualche regalino: un giocattolo pieno di sonagli che tintinnavano quando lo si trascinava per terra, un secchiello c ulla paletta. La festa fu moltoaia. Sopra il dolce c'era un bianco cigno di crema di burro: Vir~-fi a lo raccolse tutto con il cucchiaio, e se lo mangiò prima che qualcuno riuscisse a impedirglielo. C'erano cappelli di carta per i bambini, piccoli regali, e scodelline rosa piene di dolciumi. Quando tutti ebbero finito di mangiare, i bam- bini andarono a giocare nel giardino della Madonna. Virginia nutrí la sua bambola, e qualcuno la fotografò mentre protendeva verso di me il faccino sorridente. incorniciato dai corti riccioli scuri. Alla fine della festa, Virginia era stanca, perciò non la portai a casa con me, come avevo stabilito. ma la misi a letto, dicendole che sarei andata a prenderla alla mattina. Quando giunsi al l~refotlofio per prenderla, il giorno dopo, suor Angela era nell'ufficio del piano dei bambini, e io ebbi la strana impressione che avesse pianto. Deglutii e donlandai: «Dov'è Virginia ?» « Elsie » cominciò la suora, « lei non può portar fuoriVirginia. » < Sta í`orse poco bene, dopo la festa? » La suota trasse un profondo respiro. « Virginia sta per essere adottata. » « Quando? » domandai, appena riuscii a parlare. « La devono vedere oggi, all'Istituto di Assistenza Sociale. Lo Stato sta plovvedendo a collocarla. Non ne sapevo nulla, fino alla telefonata di questa mattina. » Continuò C011 uno sforzo: « E una famiglia ideale, Elsie. Il padre è ebreo, la madre protestante. Non possono avere bambini. Adoreranno Virginia». Non riuscivo ad aprir bocca. « Elsie, la bambina ha bisogno di una famiglia, e della sicurezza che offrono i genitori. !~lella migliore delle ipotesi, lei è un sostituto di tutto questo. E in ogni caso, Virginia sarebbe andata via di qui fra poco: noi non possiamo sapere che cosa le sarebbe accaduto. » « Potrei sposarmi » replicai debolmente. « E vero. Ma suo marito vorrebbe la bambina? E un rischio troppo grande. Aspettare non sarebbe leale verso Virginia. Ora ho qualcosa di difficile da chiederle, Elsie. Lei sa quanta paura ha Vir- ginia delle assistenti sociali. Vorrei che l'accompagnasse lei laggiú. » « Non posso » risposi. « Non deve chiedermi questo. » « Se lei non può farlo, non insisterò: ma vorrei che provasse. Lei vuol bene a Virginia: le dia dunque la possibilità di presentarsi sorridendo. » Con un profondo sospiro risposi: « Va bene ». « Non occorre che le raccomandi di nascondere i suoi sentimenti, cara » aggiunse suor Angela, toccandomi con dolcezza la spalla. Feci il bagno a Virginia, e mentre le infilavo il bel vestitino az- zurro che avevo scelto per le nostre vacanze, la bimba mi sorrise e disse: « Andiamo, ciao ciao? » Annuii, tentando di ricambiare il suo sorriso. Prendemmo la metropolitana per andare all'Istituto di Assi- stenza Sociale. Ma quando uscimmo dall'ascensore e un'assistente ci si avvicinò, Virginia si aggrappò a me. « No ciao ciao, no ciao ciao! » supplicava ripetutamente fra i singhiozzi. La allontanarono da me e la condussero in una stanza piena di meravigliosi giocattoli. Ma io continuavo a udire la sua voce. Quella gente l'avrebbe volutaSe non l'avessero voluta, l'avrei riportata indietro: ma era un desiderio sleale. Passò parecchio tempo prima che l'assistente tornasse. « Abbiamo cercato di calmarla, nella stanza dei giochi » disse. « Ma quando l'abbiamo portata a vedere i suoi nuovi genitori, singhiozzava an- cora come una bimba smarrita. L uomo ha aperto le braccia, e la piccola è corsa a rifugiarvisi dentro. Allora lui ha detto che non l'avrebbe piú lasciata andare. » Rimasi rigida e fredda. « La vogliono portare via subito. Pensano che per la bambina sarebbe terribile sopportare tutto questo una seconda volta. Il brefotrofio ha acconsentito. Lei è d'accordo? » « Sí » risposi, « sono d'accordo. » « Credo sia meglio che lei non la veda, ora che si è calmata. » Poi, aggiunse gentilmente: « Non si tormenti per quello che è accaduto, e che lei non può mutare. Trovi qualcun altro a cui voler bene ». Tornata al brefotrofio, incontrai suor Angela nell'atrio. « Ho 374 SELEZIONE DEL LIBRO annullato la sua vacanza, Elsie » mi disse. « La prego di prestar servizio come il solito, domani mattina. » Rimasi stupita. « Ma io voglio fare la mia vacanza adesso, suora. » « Se lei se ne andasse ora, non tornerebbe piú » rispose, e io capii che aveva ragione. Tornai al lavoro come sempre, il giorno dopo. Passarono settimane prima che osassi piangere. SEBBENE rimanessi ancora al brefotrofio, molti cambiamenti sta- vano maturando nella mia vita. Suor Angela desiderava che io, oltre alle qualificazioni pratiche, conseguissi anche quelle teoriche per dedicarmi ai bambini difficili. « Inoltre » aggiungeva, « lei ha il dovere, di fronte a Dio e di fronte a sé stessa, di sviluppare a pieno le sue risorse potenziali. » L'estate precedente avevo frequentato un corso pomeridiano di psicologia infantile, presso lo Hunter College, che era situato proprio di fronte al brefotrofio. Adesso uno dei nuovi medici mi offriva un'occasione speciale. Il dottor Robert Damien, un uomo alto, con i capelli biondi ondu- lati e gli occhi verdi, aveva studiato con il famoso specialista di psicologia infantile, il dottor Arnold Gesell dell'Università di Yale. Il dottor Gesell aveva escogitato un sistema per sottoporre a esami psicologici i bambini molto piccoli, e il dottor Damien si proponeva di usare questo metodo non soltanto per collocare i nostri bambini in maniera piú soddisfacente (per esempio far adottare i piú intelligenti da famiglie che piú tardi fossero in grado di mandarli all'università), ma anche per raccogliere dati sulla psicologia infantile in genere. Il brefotrofio costituiva un centro di ricerca ideale per lui. La clinica in cui si sarebbero effettuati gli esami doveva consistere di due stanze separate da uno schermo che permetteva la visi- bilità in un solo senso, in modo tali che un osservatore, dall'altra stanza, avrebbe potuto prendere appunti senza essere visto dalla stanza in cui avveniva l'esame. Tutto, in quella camera, sarebbe stato grigio, compreso il lettino, in base alla teoria di Gesell, secondo la quale nulla doveva distrarre il bambino durante l'esame. Gri- gio sarebbe stato anche il camice del dottor Damien. Da certi sguar- di significativi, da certe allusioni di suor Angela, capii che ero destinata a diventare l'osservatrice e l'archivista del dottor Damien. In seguito, suor Angela e il dottor Damien, esaminando insieme il mio caso, stabilirono che io dovevo anche frequentare l'università, lavorando nella clinica a orario ridotto; il mio stipendio, unito ai seicento dollari lasciatimi da mio padre, mi avrebbe consentito di far ;l EIGLI DELLA SPERANZA 375 fronte alle spese. Dopo un'estate frenetica, in cui dovetti studiare l'al- gebra di un anno intero in tre mesi, e al tempo stesso lavorare al brefo- trofio, entrai all'Università di New York. Mi piacque fin dal principio. La mia vita divenne davvero rigidamente programmata. Ogni attimo trascorso nella metropolitana era dedicato allo studio; e dopo l'orario pomeridiano d'osservazione dei bambini nella clinica d'esame, ormai messa a punto, il dottor Damien mi permetteva di rimanere in ufficio a lavorare, usando la macchina per scrivere e i suoi libri di consultazione. Un altro cambiamento (e allora non sapevo che sarebbe stato importantissimo per me): il nostro autorevole direttore medico, il dottor Vignec, aveva l'ufficio accanto al nostro. Nel suo ambiente, si rivelò un uomo accessibile e cordiale, anche se mi stuzzicava un poco, e mi chiamava "la ragazza che a tutte le ore tempesta sul- la macchina per scrivere". Con pochi altri che capitavano lí, i due dottori e io prendevamo il tè insieme tutti i pomeriggi, e io pendevo dalle loro labbra per ascoltare la "conversazione medica". Tutto sommato, fu un anno stimolante. Poi venne di nuovo l'estate; allora, con la scuola chiusa e il dottor Damien in vacanza, ritornai al St. Margaret. Dietro suggerimento di suor Angela, or- ganizzai un programma di giochi per i bambini difficili del reparto: c'era un ragazzetto che aveva paura del buio, un altro che si di- mostrava aggressivo e distruttore, e una bimba che soffriva di gravi crisi nervose. Ancora una volta toccai con affetto i muri consunti del brefotrofio, salutai le suore, le assistenti sociali, le donne della pulizia, gli inservienti della lavanderia. Qualcosa tornò a vivere dentro di me, dopo la clinica grigia e impersonale. Capii allora che avevo bisogno di passare un po' di tempo lí dentro, anche dopo il ritorno del dottor Damien. Ne parlai al dottor Vignec, ed egli sorrise . «Naturalmente, lei ha il mio permesso » disse. «Ma dubito molto che Bob Damien le accordi il suo. » « Devo scrivergli per chiederlo ? » « No » rispose lui. « Si dà il caso che questo sia di mia competenza. » « Mi dispiace » replicai, sentendomi arrossire. « Non volevo met- tere in dubbio la sua autorità. » « Se ne guardi bene » mi redarguí, ma ora stava prendendomi in giro . Dopo che se ne fu andato, sedetti pensando a lui. Fra me l'avevo chiamato scherzosamente "il Grand'Uomo", ma ora, conoscendolo rneglio, capivo che era davvero un grand'uomo. Era veloce nel fare le diagnosi e nell'organizzare le sue idee; capiva le persone e le loro reazioni. 376 SELEZIONE DEL LIBRO Quando il dottor Damien tornò, scelsi la strada della vigliac- cheria, e lasciai che fosse il dottor Vignec a chiedergli se potevo lavorare un'ora al giorno o poco piú al St. Margaret. Mentre ac- consentiva, nei suoi occhi verdi passò un'espressione indefinibile, e io rimasi turbata dalla sua inespressa disapprovazione. Ma in qualche modo, per un po' di tempo, riuscii a continuare con l'università, la clinica e il lavoro al St. Margaret, senza il quale ogni altra cosa cominciava ad apparirmi monotona e inutile. Avevo capito di desi- derare soltanto i bambini, in realtà, e non un lavoro statistico di esami e di prove. IN QUEL periodo, Ronnie Claymore tornò al brefotrofio. Quando il lavoro della clinica era cominciato, Ronnie era venuto per un esame. Era stato un tentativo vano. Ronnie aveva un difetto oculare - un grave nistagmo - per cui il bulbo oculare era sotto- posto a spasmi e contrazioni in continuazione, e il bambino non riusciva a fissare gli occhi su un oggetto. Era una cosa patetica. Avevo aiutato il dottor Damien ad allacciare le cinghie che lo tenevano fermo sulla sedia per le prove, ma in pratica Ronnie doveva tenere il naso sulla piattaforma, anche per vedere gli oggetti messi proprio di fronte a lui. Il dottor Damien aveva sospeso l'esame, rimandando Ronnie al suo piano. Sulla cartella clinica aveva scritto: "Riesami- nare fra 15/24 mesi. Potrebbe essere necessario il ricovero perma- nente per invalidità". Mi ero domandata con tristezza quale sarebbe stato il futuro per un bambino simile, ma alla fine l'avevo dimen- ticato, e l~i era divenuto soltanto una cartella nello schedario dei casi. Ora Ronnie era tornato al brefotrofio. I bambini non idonei al- l'adozione venivano mandati a turno in campagna, e Ronnie era stato in un ospedale simile al nostro istituto, chiamato St. Joseph's bthe Sea, a Staten Island. Il suo miglioramento era talmente no- tevole che non lo riconobbi. Era diventato affascinante, tanto da communovermi piú di qualsiasi altro bambino, anche se Virginia, naturalmente, era stata un'altra cosa. La sua testa era una massa di riccioli biondi, il nistagmo era scomparso, e soltanto in un occhio gli era rimasta una lieve tendenza allo strabismo. Sorrideva sempre, e correva qua e là come un folletto. Un giorno domandai a suor Angela se non si potesse riesaminarlo. « Gli occhi sono migliorati » osservai, « e ha l'aria proprio vivace. » Sorrisi. « E cosí grazioso e carino, che alcune ragazze lo chiamano il Pagliaccio. » Suor Angela mi studiò e disse: « Il primo, dopo Virginia ». Divenni subito seria. « Sí. Non me n'ero accorta. » « Non abbiamo avuto fretta per l'esame » continuò la suora. « Ronnie è notevolmente ritardato, a causa della vita di istituto. Fuori del brefotrofio, si irrigidisce ed è preso dal panico. Quando il suo difetto agli occhi lo teneva rinchiuso in un angolino del mondo, le persone del suo ambiente portavano tutte grembiuli, camici, uni- formi. Tutti gli altri erano estranei. Quando vede uno sconosciuto in abito da passeggio, rabbrividisce dalla paura. Dubito che il dottor Damien possa sottoporlo a un esame. Ronnie si irrigidirebbe. » « Ma allora che cosa... » « Forse Dio troverà una risposta » disse la suora. I suoi occhi azzurri mi fissavano attentamente. « Forse l'ha già trovata. » « Allude a me? » le domandai. « Può darsi. » Ma non avevo tempo per occuparmi di Ronnie.'erano la clinica, il programma per il reparto dell'infanzia, gli esami, le tesine trime- strali. Eppure, suor Angela riusciva sempre a trovare tempo. Forse avrei potuto anch'io... Una delle suore si incaricò temporaneamente del programma di giochi, in modo che io tutti i giorni avessi un po' di tempo da dedi- care a Ronnie. Il piccolo aveva una speciale andatura lenta, con la pancia in fuori, e una buffa grazia che inducevano al sorriso. Piú gli si sorrideva, piú Ronnie era felice, tranne quando si trovava di fronte a estranei, come aveva osservato suor Angela: allora i suoi occhi si appannavano ancora per lo spavento. Dopo che Ronnie mi ebbe accettata, cominciai a portare vestiti colorati quando ero con lui, invece dell'uniforme o del camice. Questo lo turbava un poco, ma si limitava a fissarmi e ad accigliarsi, ogni tanto. Una volta mi avvicinai al bambino con il cappotto: sussultò, ma, quando gli tesi le braccia, venne da me, sebbene con riluttanza. Le sue opinioni, nei riguardi degli uomini, erano decise. Un giorno il dottor Vignec entrò nell'ufficio quando Ronnie era con me. Tese la mano a Ronnie, e il bambino fremette, bagnando immediata- mente il pavimento. Il dottor Vignec si ritrasse. « Si è andata a prendere una bella gatta da pelare » osservò, mentre usciva; e la mia "gatta da pelare" venne da me in cerca di conforto. La primavera seguente portai Ronnie al parco. Ero in ansia per quella passeggiata, ma sentivo che il bambino, richiudendosi nella sicurezza del brefotrofio, avrebbe rischiato di intrappolarsi negli istituti per tutta l'infanzia: e che cosa sarebbe diventato, allora? Quando uscimmo, tutto il chiasso di New York lo assalí, e Ronnie indietreggiò verso la carrozzina, con la fronte madida di sudore. Era troppo turbato perché io riuscissi a portarlo fino al parco Tor- nammo indietro, e Ronnie scappò nella sua corsia. Io ne riportai una sensazione di sconfitta. La domenica seguente uscimmo presto, prima che la città fosse tutta in movimento. Senza prendere la carrozzina, lo portai in braccio: Ronnie si teneva stretto a me. Quando arrivammo al parco, sedemmo da soli su una panca, a guardare gli uccelli