GIUSEPPE UNGARETTI. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. Il capitano. Fui pronto a tutte le partenze. Quando hai segreti, notte hai pietà. Se bimbo mi svegliavo di soprassalto, mi calmavo udendo urlanti nell'assente via, cani randagi. Mi parevano più del lumino alla Madonna che ardeva sempre in quella stanza, mistica compagnìa. E non ad un rincorrere echi d'innanzi nascita, mi sorpresi con cuore, uomo? Ma quando, notte, il tuo viso fu nudo e buttato sul sasso non fui che fibra d'elementi, pazza, palese in ogni oggetto, era schiacciante l'umiltà. Il Capitano era sereno. (Venne in cielo la luna). Era alto e mai non si chinava. (Andava su una nube.) Nessuno lo vide cadere, nessuno l'udì rantolare, riapparve adagiato in un solco, teneva le mani sul petto. Gli chiusi gli occhi. (La luna è un velo.) Parve di piume. da Sentimento del tempo. GIOVANNI VERGA. a). La vita. Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. In Sicilia trascorre la sua infanzia e la prima giovinezza: e qui scrive i suoi primi romanzi storici. Iscrittosi alla facoltà di legge interrompe ben presto gli studi, tentando l'awentura letteraria. Lascia la Sicilia e si trasferisce a Fi- renze (dal '65 al '71), dove stringe amicizia con Capuana e pubbli- ca Una peccatrice e Storia di una capinera (rispettivamente nel 1866 e nel 1871). Ma neanche Firenze offre a Verga quel clima cultu- rale ricco e aperto all'Europa ch'egli cercava. Di qui la decisione di trasferirsi a Milano, nel '72, dove rimarrà fino al 1893, incontrando- si con Boito, con Praga e con De Roberto, e dove entrerà in contatto più diretto con la letteratura realista francese (Balzac e Flaubert, Zola e i Goncourt). A Milano scrive ancora romanzi di gusto scapigliato: Tigre reale (1873), Eva (1873), Eros (1874); e una novella d'am- biente siciliano: Nedda (1874). Con 1' '80 ha inizio la stagione più ma- tura, inaugurata con la raccolta di novelle Vita dei campi (1880), proseguita con I Malavoglia (1881), le Novelle rusticane (1883) e portata a termine con Mastro don Gesualdo (1889). Con il 1893 matura la decisione di Verga di ritornare in Sicilia: e il rientro a Ca- tania coincide con un precoce e progressivo inaridimento della sua vena creativa che si prolungherà, attraverso lunghi anni di silenzio, sino alla morte, awenuta nel 1922. b) Romanzi giovanili e Vita dei campi I primi romanzi di Verga riflettono i gusti della stagione scapigliata: in essi si registra una caduta dei valori tradizionali e si dipinge una società elegante e raffinata, prossima alla sua decomposizione. I pro- tagonisti di Una peccatrice, di Eva, sono uomini che cercano un'eva- sione ai loro reali problemi nel perseguimento di una effimera gloria artistica o nell'amore: e sono uomini che finiranno travolti da questi loro miti illusori, delusi dall'arte, distrutti dalle loro passioni per donne bellissime e fatali. Si tratta comunque di esperimenti generalmente falliti, che troppo concedono al gusto sentimentale del tempo. Con Storia di una capi- nera invece si fa strada, pur nel tessuto ancora fortemente sentimen- tale e languido del racconto (vi si narrano le vicende di una gio- S60 vane costretta a farsi monaca), quell'adesione di Verga alla semplice vita degli affetti familiari, ai miti della casa e della famiglia, che tro- veranno poi ben altra individuazione nelle opere maggiori. Un atteg- giamento, questo, che trova un'eco costante ancora nelle prove suc- cessive di Tigre reale e di Eros, e che segna l'inizio di quella che si suole definire la "conversione" verghiana al realismo: una conversio- ne che trova, al suo punto d'approdo, lo sperimentalismo di Vita dei campi. In Vita dei campi al rifiuto della vita artificiosa della società ele- gante, che era stato l'oggetto dei suoi romanzi precedenti, Verga so- stituisce la celebrazione di un ambiente spontaneo e primitivo, con un ritorno alla "sua" Sicilia. Ed è un ambiente rappresentato attraverso due stilizzazioni. Da un lato si hanno le novelle (Cavalleria rusticana, La lupa, Jeli il pastore) i cui personaggi sono fissati in una realtà fuo- ri del tempo, senza una concreta dimensione storica, ricca di elemen- ti folclorici e mitici, caratterizzata da pochi gesti primordiali, istintivi e violenti (gli omicidi per passione, la tutela dell'onore, il regolamen- to dei conti). Dall'altro lato invece abbiamo le novelle i cui perso- naggi vivono la loro vicenda inesorabilmente legati alla loro parte di sconfitti, di fronte alla quale non c'è possibilità di fuga o di rivalsa. Rosso Malpelo, per esempio, è un ragazzo di miniera, figlio di un minatore morto tragicarnente sul lavoro. Respinto da tutti, solo, sen- za il conforto di un qualsiasi affetto, vive rassegnato la parte assegna- tagli dal destino, sopportando con disperato stoicismo le violenze del- la vita, con l'unica consolazione di potersi rifare sui più deboli, se- condo la morale che « l'asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strappe- rebbe le carni a morsi ». c) I Malavoglia Il tentativo di accostarsi alla realtà popolare segnato da Vita dei campi si dimostra come un propizio tirocinio all'opera maggiore di Verga. La vicenda dei Malavoglia si svolge ad Acitrezza e si incen- tra sulle sventure della famiglia da cui prende titolo il romanzo. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vive esclusivamente sui proventi del proprio lavoro in mare, e ha come unico patrimonio la barca, chiamata la « Prowidenza », e la casa, detta del « Nespo- lo ». La rovina dei Malavoglia si origina dal tentativo di intra- 561 19. S~AriA A prendere un'attività commerciale, per raggiungere una condizione di maggiore agiatezza: un giorno la « Prowidenza viene travolta dalla burrasca, provocando la perdita del carico e la morte di Bastianazzo, il più valido lavoratore dei Malavoglia. Di qui prendono l'awio le tra- giche peripezie della famiglia che culmineranno nella perdita anche della casa del Nespolo. Nei personaggi dei Malavoglia si trovano realizzate due concezio- ni di vita. Da un lato vi sono i rappresentanti di una società immobile e arcaica, ostili a ogni idea di progresso, legati alle superstizioni e alle tradizioni del passato. Dall'altro troviamo i fautori di una rottura defi- nitiva con le tradizioni ataviche, desiderosi di un totale riscatto uma- no ed economico. Nel vecchio capofamiglia padron 'Ntoni e nel ni- pote ribelle 'Ntoni si incarnano queste due opposte tendenze. Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia, colui che « comanda- va le feste e le quarant'ore », l'assertore della cooperazione e dell'u- nità familiare (secondo la ma~sima che « per menare il remo bisogna che le cinque dita si aiutino »), rigoroso del rispetto delle gerarchie (secondo l'altra ma~sima che « gli uomini son fatti come le dita della mano; il dito grosso deve far da dito grosso, e il piccolo da dito pic- colo »). Padron 'Ntoni è nello stesso tempo il portavoce di un'antica saggezza, che si esprime appunto nel suo continuo uso di proverbi, e soprattutto in un culto di antichi e saldi valori (la dedizione al la- voro, il senso dell'onore, la fedeltà alla parola data); così di fronte alla disgrazia della « Provvidenza e alla perdita della fonte di lavoro, rifiuta ogni tentativo di soluzione men che onesta, e proclama la sua rassegnazione stoica, nella considerazione che è a meglio con- tentarsi che lamentarsi ». A questo immobilismo e a questi contenuti di antica e fatalistica saggezza si ribella il nipote 'Ntoni (anche se la sua ribellione si qualifica necessariamente più a livello persona- le--come uno scontro con il nonno e il suo mondo--che non a livello generale, come presa di coscienza di una situazione diffusa). 'Ntoni si dichiara incapace di accettare senza reagire una vita di stenti, e manifesta la propria volontà di rottura, abbandonando la casa del Nespolo, che per il nonno rappresenta il santuario della fa- miglia, e partendo per il continente in cerca di fortuna. La ribellione di 'Ntoni è comunque semplicemente velleitaria. Già fin dall'inizio del romanzo Verga si era preoccupato di segnalare il personaggio come un « bighellone di vent'anni »: e alla conclusio- ne della sua awentura ce lo rappresenta come un vinto, costretto a 562 S63 sfogare in attività fuori dalla legge le sue residue velleità di ribellione. Tant'è vero che 'Ntoni, dopo aver scontati gli anni di galera, ritorna ad Acitrezza e si converte alla religione dei padri, che vogliono il foco- lare domestico immune da ogni contaminazione. Giunto di notte alla casa del Nespolo, che è stata nel frattempo riscattata e su cui gover- na, nuovo patriarca, il giovane fratello Alessi, egli comprende che non può e non deve rimanere: « Per altro qui non posso starci, ché tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono ». La sua pre- senza è ormai incompatibile con la riconsacrazione della casa operata da Alessi, la cui missione era stata fissata sin dal principio, quando Verga, nel presentarlo, l'aveva definito « un moccioso tutto suo non- no colui ». La chiusa dei Malavoglia acquista così, con il fugace ritorno di 'Ntoni, il significato di un rito purificatore, che awiene proprio per opera del ribelle, il quale riconosce il merito e la legittimità di quei valori un tempo da lui rinnegati e derisi (e al cui rifiuto sembrava an- che poter autorizzare la morte desolante di padron 'Ntoni, lontano dalla sua casa in ospedale); mentre gli altri personaggi stanno con il loro atteggiamento a ribadirne la sacralità. Basterà pensare alla Me- na, che rinuncia al suo amore per compare Alfio, in nome dei suoi miti della casa e dell'onore (i miti di tutta la comunità entro cui si muo- ve), prima quando si prospetta la possibilità di un altro matrimonio più vantaggioso che recherebbe un po' di sollievo ai suoi familiari, e una seconda volta quando (dopo la fuga di Lia, la sorella, che si è data a una vita di perdizione) sente ricadere su di sé e sulla famiglia il peso del disonore, e rinuncia per sempre alle nozze. Al di fuori della casa del Nespolo si muove tutto un coro di per- sonaggi, che agisce nelle piazze e nelle vie di Acitrezza. A questo coro è affidato il commento delle disgrazie dei Malavoglia: un commento spesso crudele, il quale mette in luce l'amara soddisfazione del po- vero nel constatare che c'è qualcuno che sta peggio di lui; un com- mento dialogato, in cui i personaggi stessi, con il loro parlare, si sosti- tuiscono al narratore (secondo la geniale tecnica teorizzata da Ver- ga). 1il dialogo è reso anche più vivo dall'uso di un linguaggio, ri- costruito, nel suo tessuto sintattico, grammaticale e lessicale, sul dia- letto e sui modi popolari. d) Le Novelle rusticane L'etica dei Malavoglia, che - con un senso di desolato fatalismo - predicava la sopportazione della miseria in nome dei miti elemen- tari dell'onore e dell'onestà, si trasforma nelle prove successive di Verga in una più disperata accettazione del destino awerso, che ri- balta la scala dei valori umani, e pone al suo vertice l'attaccamento alla « roba ». Secondo questa nuova etica si considera più importante la vita di un asino, che quella di una madre di famiglia, come si leg- ge nella novella Gli orfani della raccolta Novelle rusticane. Se in- somma nei Malavoglia si esaltava l'onestà e l'integrità morale, nelle Rusticane si fa strada una lucida e pessimistica registrazione di una più cruda e desolata realtà: quella dell'ascesa economica in nome del- la quale occorre accettare il compromesso e il calcolo. E in nome di questa realtà, al sacrificio di Mena Malavoglia che rinuncia all'amore di compare Alfio perché sente pesare su di sé la colpa della sorella, si sostituisce l'opportunismo e l'abilità di Lucia di Pane nero, la quale cedendo al suo padrone trova il modo di assicurarsi una ricca dote. Si giunge così al caso limite del protagonista della Roba, che dopo aver assunto a ragione unica ed esclusiva della sua vita l'accumulo della « roba », sul punto di morire, correrà nel cortile a uccidere le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: « Roba mia, vientene con me ! :D. E sono questi motivi (ricorrenti anche nel teatro, strettamente collegato all'attività novellistica) che preludono al secondo capola- voro verghiano, il Mastro don Gesualdo. e) ll Mastro don Gesualdo Al contesto semplice di una società primitiva quale si trovava nei Malavoglia, intesa a serbare intatta, al di là delle esigenze di migliori condizioni materiali di vita, la sua struttura patriarcale, si sostituisce nel Mastro don Gesualdo un contesto sociale e umano più mosso e articolato, in cui si assiste alla decadenza della classe nobiliare e al- l'ascesa di una classe plebea che mira a spodestare la prima e a so- stituirvisi (perciò anche come organismo narrativo il Gesualdo si ri- velerà più denso di personaggi e più mosso nelle situazioni rispetto ai Malavoglia). Don Gesualdo Motta è appunto il rappresentante di questa classe, l'uomo che dal nulla si è creato una fortuna, mentre la famiglia Trao - con cui, grazie a un matrimonio, egli riesce a impa- 564 1 565 rentarsi - incarna emblematicamente quel mondo aristocratico or- mai decrepito. E tra questi estremi opposti si muovono altri strati so- ciali, rappresentati per un verso da quella folta schiera di aristocratici sull'orlo della rovina che agiscono intorno ai Trao e si affannano - attraverso intrighi e sotterfugi - a tenersi a galla, e per l'altro verso da quella schiera di sfruttatori e di arrivisti, pronti a carpire l'attimo favorevole, e finalmente dal popolo affamato e chiassoso, sempre teso all'occasione che perrnetta di afferrare qualcosa. In questo contesto opera Mastro don Gesualdo, la cui umanità consiste, innanzi tutto, nell'ansiosa preoccupazione di accumulare e difendere la « roba »: « Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa gra- ve di pensieri, il cuore grosso di inquietudini, le ossa rotte di stan- chezza; dormendo due ore quando capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare.--Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tem- po, il suo lavoro, o il suo denaro [...] Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse. Nel paese non uno solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto ». Ma non so- lo a questo profilo di uomo in continuo movimento si riduce la fisio- nomia del personaggio. La sua viva e profonda umanità, si coglie soprattutto nella solitudine sofferta in cui egli si viene a trovare. Così Gesualdo giunge a considerare amaramente il fallimento del proprio matrimonio con Bianca Trao: « Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio: né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parenta- do... Una moglie che vi si squagliava fra le mani, che vi faceva gela- re le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventa- to, come se volessero farla cascare in peccato ogni volta, e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima, quand'ella aveva detto di sì [...]. Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'ulivo ». E al dolore per il fallimento del proprio matrimonio si accompagna la desolazione di ve- der perduta anche la figlia Isabella dietro fisime nobiliari, intenta a sperperare la dote per mantenere il decoro della sua condizione di duchessa, a cui è giunta, a sua volta, attraverso un altro matrimonio sbagliato. In questa situazione di assoluta solitudine il personaggio rimpiange quel « momento di svago », quell' « ora di buon umore » che gli veniva dagli incontri con Diodata, l'umile trovatella che egli aveva accolto presso di sé un tempo e che gli rimarrà fedele fino alla fine, capace per lui di un autentico affetto. E tra le pagine più sug- gestive del romanzo ci sono appunto quelle in cui viene descritto l'in- contro tra Diodata e Gesualdo, prima del suo matrimonio con Bian- ca Trao. Un episodio delicatissimo, in cui, sullo sfondo della campa- gna solitaria, si rivela l'umile, servizievole amore della donna e il burbero affetto dell'uomo: un episodio che termina con il pianto di Diodata, nel sentire che il suo padrone deve sposare una nobile, un pianto « ripetuto con l'accento di una preghiera o di una formula di sacrificio religioso », che « segna la sua condanna di abbandonata » 2. In questa mancanza o in questa impossibilità di affetti è la con- danna dell'ambiziosa ascesa di Gesualdo. Simile a padron 'Ntoni, di cui possiede, pur in una diversa situazione, la cocciuta tenacia, egli accoglie in sé - a un livello ben più alto e responsabile - la confu- sa ansia di ribellione di 'Ntoni. Ma il riscatto mancato a 'Ntoni e che Gesualdo raggiunge, è un riscatto semplicemente economico, che si traduce poi in una tragedia umana ancora più dolorosa. Basterà pensare per ciò alla scena - certamente tra le più efficaci di tutto il romanzo - della morte di Gesualdo nel palazzo palermitano dei Trao. Tra la folla dei domestici perdigiorno e mangiapane, tra la fi- glia a lui ostile e infelice per il forzato matrimonio, tra il genero freddamente cortese, Mastro don Gesualdo campeggia tragicamente solitario, spettatore inerte dell'indifferenza tra cui avviene la sua morte e del fallimento finale e completo della propria vita. Se il fina- le dei Malavoglia valeva come una riconsacrazione della tradizione e dei miti della famiglia e dell'onore, il finale di Mastro don Gesualdo assume il senso di una totale, definitiva, sconfitta. Con il Gesualdo termina la grande stagione verghiana. Una sta- gione che egli aveva iniziato con i Malavoglia, primo capitolo di un « ciclo dei vinti che aveva proseguito appunto con il Gesualdo e che intendeva continuare con la Duchessa di Leyra e altri romanzi. In questo ambizioso disegno (interrotto al secondo romanzo) Verga vo- leva rappresentare « una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuplo al ministro, all'artista, e assume tutte le for ne, dall'arnbizione all'avidità del guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del gran grottesco umano :. Ma nelle opere successive al Gesualdo egli sarebbe dovuto ritornare a quell'ambiente mondano di cui aveva nutrito i suoi romanzi giovanili. Un mondo privo per IUI ormai di ogni interesse critico, anche se si preparava ad affrontarlo con spirito sottilmente ironico, come risulta dai pochi ap- punti lasciatici della Duchessa di Leyra. GIOVANNI VERGA. a). La vita. Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. In Sicilia trascorre la sua infanzia e la prima giovinezza: e qui scrive i suoi primi romanzi storici. Iscrittosi alla facoltà di legge interrompe ben presto gli studi, tentando l'awentura letteraria. Lascia la Sicilia e si trasferisce a Fi- renze (dal '65 al '71), dove stringe amicizia con Capuana e pubbli- ca Una peccatrice e Storia di una capinera (rispettivamente nel 1866 e nel 1871). Ma neanche Firenze offre a Verga quel clima cultu- rale ricco e aperto all'Europa ch'egli cercava. Di qui la decisione di trasferirsi a Milano, nel '72, dove rimarrà fino al 1893, incontrando- si con Boito, con Praga e con De Roberto, e dove entrerà in contatto più diretto con la letteratura realista francese (Balzac e Flaubert, Zola e i Goncourt). A Milano scrive ancora romanzi di gusto scapigliato: Tigre reale (1873), Eva (1873), Eros (1874); e una novella d'am- biente siciliano: Nedda (1874). Con 1' '80 ha inizio la stagione più ma- tura, inaugurata con la raccolta di novelle Vita dei campi (1880), proseguita con I Malavoglia (1881), le Novelle rusticane (1883) e portata a termine con Mastro don Gesualdo (1889). Con il 1893 matura la decisione di Verga di ritornare in Sicilia: e il rientro a Ca- tania coincide con un precoce e progressivo inaridimento della sua vena creativa che si prolungherà, attraverso lunghi anni di silenzio, sino alla morte, awenuta nel 1922. b) Romanzi giovanili e Vita dei campi I primi romanzi di Verga riflettono i gusti della stagione scapigliata: in essi si registra una caduta dei valori tradizionali e si dipinge una società elegante e raffinata, prossima alla sua decomposizione. I pro- tagonisti di Una peccatrice, di Eva, sono uomini che cercano un'eva- sione ai loro reali problemi nel perseguimento di una effimera gloria artistica o nell'amore: e sono uomini che finiranno travolti da questi loro miti illusori, delusi dall'arte, distrutti dalle loro passioni per donne bellissime e fatali. Si tratta comunque di esperimenti generalmente falliti, che troppo concedono al gusto sentimentale del tempo. Con Storia di una capi- nera invece si fa strada, pur nel tessuto ancora fortemente sentimen- tale e languido del racconto (vi si narrano le vicende di una gio- S60 vane costretta a farsi monaca), quell'adesione di Verga alla semplice vita degli affetti familiari, ai miti della casa e della famiglia, che tro- veranno poi ben altra individuazione nelle opere maggiori. Un atteg- giamento, questo, che trova un'eco costante ancora nelle prove suc- cessive di Tigre reale e di Eros, e che segna l'inizio di quella che si suole definire la "conversione" verghiana al realismo: una conversio- ne che trova, al suo punto d'approdo, lo sperimentalismo di Vita dei campi. In Vita dei campi al rifiuto della vita artificiosa della società ele- gante, che era stato l'oggetto dei suoi romanzi precedenti, Verga so- stituisce la celebrazione di un ambiente spontaneo e primitivo, con un ritorno alla "sua" Sicilia. Ed è un ambiente rappresentato attraverso due stilizzazioni. Da un lato si hanno le novelle (Cavalleria rusticana, La lupa, Jeli il pastore) i cui personaggi sono fissati in una realtà fuo- ri del tempo, senza una concreta dimensione storica, ricca di elemen- ti folclorici e mitici, caratterizzata da pochi gesti primordiali, istintivi e violenti (gli omicidi per passione, la tutela dell'onore, il regolamen- to dei conti). Dall'altro lato invece abbiamo le novelle i cui perso- naggi vivono la loro vicenda inesorabilmente legati alla loro parte di sconfitti, di fronte alla quale non c'è possibilità di fuga o di rivalsa. Rosso Malpelo, per esempio, è un ragazzo di miniera, figlio di un minatore morto tragicarnente sul lavoro. Respinto da tutti, solo, sen- za il conforto di un qualsiasi affetto, vive rassegnato la parte assegna- tagli dal destino, sopportando con disperato stoicismo le violenze del- la vita, con l'unica consolazione di potersi rifare sui più deboli, se- condo la morale che « l'asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strappe- rebbe le carni a morsi ». c) I Malavoglia Il tentativo di accostarsi alla realtà popolare segnato da Vita dei campi si dimostra come un propizio tirocinio all'opera maggiore di Verga. La vicenda dei Malavoglia si svolge ad Acitrezza e si incen- tra sulle sventure della famiglia da cui prende titolo il romanzo. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vive esclusivamente sui proventi del proprio lavoro in mare, e ha come unico patrimonio la barca, chiamata la « Prowidenza », e la casa, detta del « Nespo- lo ». La rovina dei Malavoglia si origina dal tentativo di intra- 561 19. S~AriA A prendere un'attività commerciale, per raggiungere una condizione di maggiore agiatezza: un giorno la « Prowidenza viene travolta dalla burrasca, provocando la perdita del carico e la morte di Bastianazzo, il più valido lavoratore dei Malavoglia. Di qui prendono l'awio le tra- giche peripezie della famiglia che culmineranno nella perdita anche della casa del Nespolo. Nei personaggi dei Malavoglia si trovano realizzate due concezio- ni di vita. Da un lato vi sono i rappresentanti di una società immobile e arcaica, ostili a ogni idea di progresso, legati alle superstizioni e alle tradizioni del passato. Dall'altro troviamo i fautori di una rottura defi- nitiva con le tradizioni ataviche, desiderosi di un totale riscatto uma- no ed economico. Nel vecchio capofamiglia padron 'Ntoni e nel ni- pote ribelle 'Ntoni si incarnano queste due opposte tendenze. Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia, colui che « comanda- va le feste e le quarant'ore », l'assertore della cooperazione e dell'u- nità familiare (secondo la ma~sima che « per menare il remo bisogna che le cinque dita si aiutino »), rigoroso del rispetto delle gerarchie (secondo l'altra ma~sima che « gli uomini son fatti come le dita della mano; il dito grosso deve far da dito grosso, e il piccolo da dito pic- colo »). Padron 'Ntoni è nello stesso tempo il portavoce di un'antica saggezza, che si esprime appunto nel suo continuo uso di proverbi, e soprattutto in un culto di antichi e saldi valori (la dedizione al la- voro, il senso dell'onore, la fedeltà alla parola data); così di fronte alla disgrazia della « Provvidenza e alla perdita della fonte di lavoro, rifiuta ogni tentativo di soluzione men che onesta, e proclama la sua rassegnazione stoica, nella considerazione che è a meglio con- tentarsi che lamentarsi ». A questo immobilismo e a questi contenuti di antica e fatalistica saggezza si ribella il nipote 'Ntoni (anche se la sua ribellione si qualifica necessariamente più a livello persona- le--come uno scontro con il nonno e il suo mondo--che non a livello generale, come presa di coscienza di una situazione diffusa). 'Ntoni si dichiara incapace di accettare senza reagire una vita di stenti, e manifesta la propria volontà di rottura, abbandonando la casa del Nespolo, che per il nonno rappresenta il santuario della fa- miglia, e partendo per il continente in cerca di fortuna. La ribellione di 'Ntoni è comunque semplicemente velleitaria. Già fin dall'inizio del romanzo Verga si era preoccupato di segnalare il personaggio come un « bighellone di vent'anni »: e alla conclusio- ne della sua awentura ce lo rappresenta come un vinto, costretto a 562 S63 sfogare in attività fuori dalla legge le sue residue velleità di ribellione. Tant'è vero che 'Ntoni, dopo aver scontati gli anni di galera, ritorna ad Acitrezza e si converte alla religione dei padri, che vogliono il foco- lare domestico immune da ogni contaminazione. Giunto di notte alla casa del Nespolo, che è stata nel frattempo riscattata e su cui gover- na, nuovo patriarca, il giovane fratello Alessi, egli comprende che non può e non deve rimanere: « Per altro qui non posso starci, ché tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono ». La sua pre- senza è ormai incompatibile con la riconsacrazione della casa operata da Alessi, la cui missione era stata fissata sin dal principio, quando Verga, nel presentarlo, l'aveva definito « un moccioso tutto suo non- no colui ». La chiusa dei Malavoglia acquista così, con il fugace ritorno di 'Ntoni, il significato di un rito purificatore, che awiene proprio per opera del ribelle, il quale riconosce il merito e la legittimità di quei valori un tempo da lui rinnegati e derisi (e al cui rifiuto sembrava an- che poter autorizzare la morte desolante di padron 'Ntoni, lontano dalla sua casa in ospedale); mentre gli altri personaggi stanno con il loro atteggiamento a ribadirne la sacralità. Basterà pensare alla Me- na, che rinuncia al suo amore per compare Alfio, in nome dei suoi miti della casa e dell'onore (i miti di tutta la comunità entro cui si muo- ve), prima quando si prospetta la possibilità di un altro matrimonio più vantaggioso che recherebbe un po' di sollievo ai suoi familiari, e una seconda volta quando (dopo la fuga di Lia, la sorella, che si è data a una vita di perdizione) sente ricadere su di sé e sulla famiglia il peso del disonore, e rinuncia per sempre alle nozze. Al di fuori della casa del Nespolo si muove tutto un coro di per- sonaggi, che agisce nelle piazze e nelle vie di Acitrezza. A questo coro è affidato il commento delle disgrazie dei Malavoglia: un commento spesso crudele, il quale mette in luce l'amara soddisfazione del po- vero nel constatare che c'è qualcuno che sta peggio di lui; un com- mento dialogato, in cui i personaggi stessi, con il loro parlare, si sosti- tuiscono al narratore (secondo la geniale tecnica teorizzata da Ver- ga). 1il dialogo è reso anche più vivo dall'uso di un linguaggio, ri- costruito, nel suo tessuto sintattico, grammaticale e lessicale, sul dia- letto e sui modi popolari. d) Le Novelle rusticane L'etica dei Malavoglia, che - con un senso di desolato fatalismo - predicava la sopportazione della miseria in nome dei miti elemen- tari dell'onore e dell'onestà, si trasforma nelle prove successive di Verga in una più disperata accettazione del destino awerso, che ri- balta la scala dei valori umani, e pone al suo vertice l'attaccamento alla « roba ». Secondo questa nuova etica si considera più importante la vita di un asino, che quella di una madre di famiglia, come si leg- ge nella novella Gli orfani della raccolta Novelle rusticane. Se in- somma nei Malavoglia si esaltava l'onestà e l'integrità morale, nelle Rusticane si fa strada una lucida e pessimistica registrazione di una più cruda e desolata realtà: quella dell'ascesa economica in nome del- la quale occorre accettare il compromesso e il calcolo. E in nome di questa realtà, al sacrificio di Mena Malavoglia che rinuncia all'amore di compare Alfio perché sente pesare su di sé la colpa della sorella, si sostituisce l'opportunismo e l'abilità di Lucia di Pane nero, la quale cedendo al suo padrone trova il modo di assicurarsi una ricca dote. Si giunge così al caso limite del protagonista della Roba, che dopo aver assunto a ragione unica ed esclusiva della sua vita l'accumulo della « roba », sul punto di morire, correrà nel cortile a uccidere le sue anitre e i suoi tacchini, gridando: « Roba mia, vientene con me ! :D. E sono questi motivi (ricorrenti anche nel teatro, strettamente collegato all'attività novellistica) che preludono al secondo capola- voro verghiano, il Mastro don Gesualdo. e) ll Mastro don Gesualdo Al contesto semplice di una società primitiva quale si trovava nei Malavoglia, intesa a serbare intatta, al di là delle esigenze di migliori condizioni materiali di vita, la sua struttura patriarcale, si sostituisce nel Mastro don Gesualdo un contesto sociale e umano più mosso e articolato, in cui si assiste alla decadenza della classe nobiliare e al- l'ascesa di una classe plebea che mira a spodestare la prima e a so- stituirvisi (perciò anche come organismo narrativo il Gesualdo si ri- velerà più denso di personaggi e più mosso nelle situazioni rispetto ai Malavoglia). Don Gesualdo Motta è appunto il rappresentante di questa classe, l'uomo che dal nulla si è creato una fortuna, mentre la famiglia Trao - con cui, grazie a un matrimonio, egli riesce a impa- 564 1 565 rentarsi - incarna emblematicamente quel mondo aristocratico or- mai decrepito. E tra questi estremi opposti si muovono altri strati so- ciali, rappresentati per un verso da quella folta schiera di aristocratici sull'orlo della rovina che agiscono intorno ai Trao e si affannano - attraverso intrighi e sotterfugi - a tenersi a galla, e per l'altro verso da quella schiera di sfruttatori e di arrivisti, pronti a carpire l'attimo favorevole, e finalmente dal popolo affamato e chiassoso, sempre teso all'occasione che perrnetta di afferrare qualcosa. In questo contesto opera Mastro don Gesualdo, la cui umanità consiste, innanzi tutto, nell'ansiosa preoccupazione di accumulare e difendere la « roba »: « Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa gra- ve di pensieri, il cuore grosso di inquietudini, le ossa rotte di stan- chezza; dormendo due ore quando capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare.--Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tem- po, il suo lavoro, o il suo denaro [...] Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse. Nel paese non uno solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto ». Ma non so- lo a questo profilo di uomo in continuo movimento si riduce la fisio- nomia del personaggio. La sua viva e profonda umanità, si coglie soprattutto nella solitudine sofferta in cui egli si viene a trovare. Così Gesualdo giunge a considerare amaramente il fallimento del proprio matrimonio con Bianca Trao: « Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio: né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parenta- do... Una moglie che vi si squagliava fra le mani, che vi faceva gela- re le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventa- to, come se volessero farla cascare in peccato ogni volta, e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima, quand'ella aveva detto di sì [...]. Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'ulivo ». E al dolore per il fallimento del proprio matrimonio si accompagna la desolazione di ve- der perduta anche la figlia Isabella dietro fisime nobiliari, intenta a sperperare la dote per mantenere il decoro della sua condizione di duchessa, a cui è giunta, a sua volta, attraverso un altro matrimonio sbagliato. In questa situazione di assoluta solitudine il personaggio rimpiange quel « momento di svago », quell' « ora di buon umore » che gli veniva dagli incontri con Diodata, l'umile trovatella che egli aveva accolto presso di sé un tempo e che gli rimarrà fedele fino alla fine, capace per lui di un autentico affetto. E tra le pagine più sug- gestive del romanzo ci sono appunto quelle in cui viene descritto l'in- contro tra Diodata e Gesualdo, prima del suo matrimonio con Bian- ca Trao. Un episodio delicatissimo, in cui, sullo sfondo della campa- gna solitaria, si rivela l'umile, servizievole amore della donna e il burbero affetto dell'uomo: un episodio che termina con il pianto di Diodata, nel sentire che il suo padrone deve sposare una nobile, un pianto « ripetuto con l'accento di una preghiera o di una formula di sacrificio religioso », che « segna la sua condanna di abbandonata » 2. In questa mancanza o in questa impossibilità di affetti è la con- danna dell'ambiziosa ascesa di Gesualdo. Simile a padron 'Ntoni, di cui possiede, pur in una diversa situazione, la cocciuta tenacia, egli accoglie in sé - a un livello ben più alto e responsabile - la confu- sa ansia di ribellione di 'Ntoni. Ma il riscatto mancato a 'Ntoni e che Gesualdo raggiunge, è un riscatto semplicemente economico, che si traduce poi in una tragedia umana ancora più dolorosa. Basterà pensare per ciò alla scena - certamente tra le più efficaci di tutto il romanzo - della morte di Gesualdo nel palazzo palermitano dei Trao. Tra la folla dei domestici perdigiorno e mangiapane, tra la fi- glia a lui ostile e infelice per il forzato matrimonio, tra il genero freddamente cortese, Mastro don Gesualdo campeggia tragicamente solitario, spettatore inerte dell'indifferenza tra cui avviene la sua morte e del fallimento finale e completo della propria vita. Se il fina- le dei Malavoglia valeva come una riconsacrazione della tradizione e dei miti della famiglia e dell'onore, il finale di Mastro don Gesualdo assume il senso di una totale, definitiva, sconfitta. Con il Gesualdo termina la grande stagione verghiana. Una sta- gione che egli aveva iniziato con i Malavoglia, primo capitolo di un « ciclo dei vinti che aveva proseguito appunto con il Gesualdo e che intendeva continuare con la Duchessa di Leyra e altri romanzi. In questo ambizioso disegno (interrotto al secondo romanzo) Verga vo- leva rappresentare « una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuplo al ministro, all'artista, e assume tutte le for ne, dall'arnbizione all'avidità del guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del gran grottesco umano :. Ma nelle opere successive al Gesualdo egli sarebbe dovuto ritornare a quell'ambiente mondano di cui aveva nutrito i suoi romanzi giovanili. Un mondo privo per IUI ormai di ogni interesse critico, anche se si preparava ad affrontarlo con spirito sottilmente ironico, come risulta dai pochi ap- punti lasciatici della Duchessa di Leyra. GIUSEPPE UNGARETTI. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. I fiumi. Mi tengo a quest'albero mutilato abbandonato in questa dolina che ha il languore di un circo prima e dopo lo spettacolo e guardo il passaggio quieto delle nuvole sulla luna. Stamani mi sono disteso in un'urna d'acqua e come una reliquia ho riposato. L'Isonzo scorrendo mi levigava come un suo sasso. Ho tirato su le mie quattr'ossa e me ne sono andato come un acrobata sull'acqua. Mi sono accoccolato vicino ai miei panni sudici di guerra e come un beduino mi sono chinato a ricevere il sole. Questo è l'Isonzo e qui meglio mi sono riconosciuto una docile fibra dell'universo. Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia. Ma quelle occulte mani che m'intridono mi regalano la rara felicità. Ho ripassato le epoche della mia vita. Questi sono i miei fiumi. Questo è il Serchio al quale hanno attinto duemil'anni forse di gente mia campagnola e mio padre e mia madre. Questo è il Nilo che mi ha visto nascere e crescere e ardere d'inconsapevolezza nelle estese pianure. Questa è la Senna e in quel suo torbido mi sono rimescolato e mi sono conosciuto. Questi sono i miei fiumi contati nell'Isonzo. Questa è la mia nostalgia che in ognuno mi traspare ora che è notte che la mia vita mi pare una corolla di tenebre. da L'allegrìa. GIUSEPPE UNGARETTI. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. Mattina. M'illumino d'immenso. da L'allegrìa. GIACOMO ZANELLA. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. Nacque a Chiampo (vicenza) nel 1820 e morì a vicenza nel 1888. Sacerdote, insegnò tanto a vicenza che a Venezia e a Padova. In que- st'ultima città venne chiamato all'insegnamento universitario di lettera- tura italiana, sino al 1875, quando per ragioni di salute chiese di essere collocato a riposo. La sua vita fu tutta intesa a conciliare fede e scienza, come testimoniano i suoi poemetti Milton e Galileo. Sono assai più inte- ressanti i sonetti della raccolta Astichello, dove vibra una forte passione per la natura e la campagna. Come critico e storico della letteratura italiana, cui pure si dedicò assiduamente, oggi si ricorda appena per la debolezza degli assunti. GIUSEPPE UNGARETTI. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. Tu ti spezzasti. 1. I molti, immani, sparsi, grigi sassi frementi ancora alle segrete fionde di originarie fiamme soffocate od ai terrori di fiumane vergini ruinanti in implacabili carezze, - sopra l'abbaglio della rabbia rigidi in un vuoto orizzonte, non rammenti? E la recline, che s'apriva all'unico raccogliersi dell'ombra nella valle, araucaria, anelando ingigantita, volta nell'ardua selce d'erme fibre più delle altre dannate refrattaria, fresca la bocca di farfalle e d'erbe dove dalle radici si tagliava, - non la rammenti delirante muta sopra tre palmi d'un rotondo ciottolo in un perfetto bìlico magicamente apparsa? Di ramo in ramo fiorrancino lieve, ebbri di meraviglia gli avidi occhi ne conquistavi la screziata cima, temerario, mùsico bimbo, solo per rivedere all'imo lucido d'un fondo e quieto baratro di mare favolose testuggini ridestarsi fra le alghe. Della natura estrema la tensione e le subacquee pompe, fùnebri mòniti. 2. Alzavi le braccia come ali e ridavi nascita al vento correndo nel peso dell'aria immota. Nessuno mai vide posare il tuo lieve piede di danza. 3. Grazia felice, non avresti potuto non spezzarti in una cecità tanto indurita tu semplice soffio e cristallo, troppo umano lampo per l'empio, selvoso, accanito, ronzante ruggito d'un sole ignudo . da Il dolore. Ungaretti, 37 poesie. GIUSEPPE UNGARETTI. nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888 da geniton lucchesi. Orfano di padre, fu cresciuto dalla madre tra molte difficoltà economiche. Nel 1912, compiuti gli studi medi, si iscrisse alla Sorbona. a Parigi frequentò poeti e pittori d 'avanguardia (da Apollinaire a Picasso, da Papini a Soffici a Palazzescht). Interventtsta, partì volontario per il Carso la trincea palesò la sua vocazione poetica. Sposato con Jeanne Dupotx, dal 1936 al '42 insegnò letteratura italtana all'università di San Paolo (Brasile). Nel 1939 morì ilfiglioAntonietto. Rientrato in Italia, ottenne, per "chiara fama", la cattedra di letteratura italtana contemporanea all'università di Roma. Si è spento a Milano nel 1970. GIUSEPPE UNGARETTI 37 POESIE Discendente di emiri di nomadi suicida perché non aveva più Patria Amò la Francia e mutò nome Fu Marcel ma non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi dove si ascolta la cantilena del Corano gustando un caffè E non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono L'ho accompagnato insieme alla padrona dell'albergo dove abitavamo a Parigi dal numero 5 della rue des Carmes appassito vicolo in discesa Riposa nel camposanto d'Ivry sobborgo che pare sempre m una giornata di una decomposta fiera E forse io solo so ancora che visse IL PORTO SEPOLTO Mariano il 29 giugno Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia ml resta quel nulla d'inesauribile segreto VEGLIA Cima Quattro il 23 dicembre 1915 Un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d'amore Non sono mai stato tanto attaccato alla vita DANNAZIONE Mariano il 29 giugno 1916 Chiuso fra cose mortali (Anche il cielo stellato finirà) Perché bramo Dio? FRATELLI SONO UNA CREATURA Mariano il 15 luglio 1916 Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916 Di che reggimento siete fratelli? Parola tremante nella notte Foglia appena nata 'ell'aria spasimante involontaria rivolta dell'uomo presente alla sua fragilità Fratelli La morte si sconta vivendo Come questa pietra del S. Michele COSì fredda COSi dura così prosciugata così refrattaria così totalmente disanimata Come questa pietra è il mio pianto che non si vede CotiCi il 16 agosto 1916 Mi tengo a quest'albero mutilato abbandonato in questa dolina che ha il languore di un circo prima o dopo lo spettacolo e guardo il passaggio quieto delle nuvole sulla luna Stamani mi sono disteso in un'urna d'acqua e come una reliqula ho riposato L'Isonzo scorrendo mi levigava come un suo sasso Ho tirato su le mie quattr'ossa e me ne sono andato come un acrobata sull'acqua Mi sono accoccolato vicino ai miei panni sudici di guerra e come un beduino mi sono chinato a ricevere il sole Questo è l'Isonzo e qui meglio mi sono riconosciuto una docile fibra dell 'universo Il mio supplizio e quando non mi credo in armonia Ma quelle occulte mani che m'intridono ml regalano la rara felicità Ho ripassato le epoche della mia vita Questi sono i miei fiumi Questo è il Serchio al quale hanno attinto duemil'anni forse di gente mia campagnola e mio padre e mia madre Questo è il Nilo che mi ha visto nascere e crescere e ardere d'inconsapevolezza nelle estese pianure Questa è la Senna e in quel suo torbido mi sono rimescolato e mi sono conosciuto Questi sono i miei fiumi contati nell'Isonzo Questa è la mia nostalgia che in ognuno mi traspare ora ch'è notte che la mia vita mi pare una corolla di tenebre PELLEGRINAGGIO Vallonceìo dell'Albero Isolato il 16 agosto 1916 In agguato in queste budella di macerie ore e ore ho strascicato la mia carcassa usata dal fango come una suola o come un seme di spinalba Ungaretti uomo di pena ti basta un'illusione per farti coraggio Un riflettore di là mette un mare nella nebbia UNIVERSO Quale canto s'è levato stanotte che intesse di cristallina eco del cuore le stelle Quale festa sorgiva di cuore a nozze Sono stato uno stagno di buio Ora mordo come un bambino la mammella lo spazio Ora sono ubriaco d'universo LA NOTTE BELLA Col mare mi sono fatto una bara di freschezza SAN MARTINO DEL CARSO Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916 Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto Ma nel cuore nessuna croce manca E il mio cuore il paese più straziato NOSTALGIA Locvizza il 28 settembre 1916 Quando la notte è a svanire poco prima di primavera e di rado qualcuno passa Su Parigi s'addensa un oscuro colore di pianto In un canto di ponte contemplo i'illimitato silenzio di una ragazza tenue Le nostre malattie si fondono E come portati via si rimane ALLEGRIA DI NAUFRAGI SOLITUDINE Versa il 14 febbraio 1917 Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917 E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare Ma le mie urla feriscono come fulmini la campana fioca del cielo Sprofondano impaurite MATTINA Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917 M'illumino d'immenso SOLDATI Bosco di Courton luglio 1918 Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie LUCCA A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre che parlava di questi posti. La mia infanzia ne fu tutta meravigliata. La città ha un traffico timorato e fanatico. In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la meta è partire. Mi sono seduto al fresco sulla porta dell'osteria con della gente che mi parla di California come d'un suo podere. Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone. Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene il sangue dei miei morti. Ho preso anch'io una zappa. Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere. Addio desideri, nostalgie. So di passato e d'avvenire quanto un uomo può saperne. Conosco ormai il mio destino, e la mia origine. Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare. Ho goduto di tutto, e sofferto. Non mi rimane che rassegnarmi a morire. Alleverò dunque tranquillamente una prole. Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali lodavo la vita. Ora che considero, anch'io l'amore come una garanzia dell specie, ho in vista la morte. da SENTIMENTO DEL TEMPO 1919-1935 Ha una corona di freschi pensieri, Splende nell'acqua fiorita. MERIGGIO Le montagne si sono ridotte a deboli fumi e l'invadente deserto formicola d'impazienze e anche il sonno turba e anche le statue si turbano. ERA Mente infiammandosi s'avvede ch'è nuda, il florido carnato nel mare fattosi verde bottiglia, non è piii che madreperla. Quel moto di vergogna delle cose svela per un momento, dando ra- gione dell'umana malinconia, il consumarsi senza fine di tutto. NoTTE Tutto si è esteso, si è attenuato si è confuso. Fischi di treni partiti. Ecco appare, non essendoci più testimoni anche il mio vero viso, stanco e deluso. UNA COLOMBA D'altri diluvi una colomba ascolto. L'ISOLA 1925 A una proda ove sera era perenne Di anziane selve assorte, scese, E s'inoltrò E lo richiamò rumore di penne Ch'crasi sciolto dallo stridulo Batticuore dell'acqua torrida, E una larva (languiva E rifioriva) vide; Ritornato a salire vide Ch'era una ninfa e dormiva Ritta abbracciata a un olmo. In sé da simulacro a fiamma vera Errando, giunse a un prato ove L'ombra negli occhi s'addensava Delle vergini come Sera appiè degli ulivi; Distillavano i rami Una pioggia pigra di dardi, Qua pecore s'erano appisolate Sotto il liscio tepore, Altre brucavano La coltre luminosa; Le mani del pastore erano un vetro Levigato da fioca febbre. INNO ALLA MORTE 1925 Amore, mio giovine emblema, Tornato a dorare la terra, Diffuso entro il giorno rupestre, E l'ultima volta che miro (Appiè del botro, d'irruenti Acque sontuoso, d'antri Funesto) la scia di luce Che pari alla tortora lamentosa Sull'erba svagata si turba. Amor, salute lucente, Mi pesano gli anni venturi. Abbandonata la mazza fedele, Scivolerò nell'acqua buia Senza rimpianto. Morte, arido fiume... Immemore sorella, morte, L'uguale mi farai del sogno Baciandomi. Avrò il tuo passo, Andrò senza lasciare impronta. Mi darai il cuore immobile D'un iddio, sarò innocente, Non avrò più pensieri né bontà. Colla mente murata, Cogli occhi caduti in oblio, Farò da guida alla felicità. DI LUGLIo 1931 Quando su ci si butta lei, Si fa d'un triste colore di rosa Il bel fogliame. Strugge forre, beve fiumi, Macina scogli, splende, E furia che s'ostina, è l'implacabile, Sparge spazio, acceca mete, E l'estate e nei secoli Con i suoi occhi calcinantl Va della terra spogliando lo scheletro. STELLE 1927 Tornano in alto ad ardere le favole. Cadranno colle foglie al primo vento. Ma venga un altro soffio, Ritornerà scintillamento nuovo. Appiè dei passi della sera Va un'acqua chiara Colore dell'uliva, E giunge al breve fuoco smemorato. Nel fumo ora odo grilli e rane, Dove tenere tremano erbe. Era una notte urbana, Rosea e sulfurea era la poca luce Dove, come da un muoversi dell'ombra, Pareva salisse la forma. Era una notte afosa Quando improwise vidi zanne viola In un'ascella che fingeva pace. Da quella notte nuova ed infelice E dal fondo del mio sangue straniato Schiavo loro mi fecero segreti. DANNI CON FANTASIA 1928 Perché le apparenze non durano? Se ti tocco, leggiadra, geli orrenda Nudi l'idea e, molto più crudele, Nello stesso momento Mi leghi non deluso ad altra pena. Perché crei, mente, corrompendo? Perché t'ascolto? Quale segreto eterno Mi farà sempre gola in te? T'inseguo, ti ricerco, Rinnovo la salita, non riposo, E ancora, non mai stanca, in tempesta O a illanguidire scogli, Danni con fantasia. Silenzi trepidi, infiniti slanci, Corsa, gelose arsure, titubanze, E strazi, risa, inquiete labbra, fremito E delirio clamante E abbandono schiumante E gloria intollerante E numerosa solitudine, La vostra, lo so, non è vera luce, Ma avremmo vita senza il tuo variare, Felice colpa? CANTO TERZO CANTO BEDUINO Incide le rughe segrete Della nostra infelice maschera La beffa infinita dei padri. Tu, nella luce fonda, O confuso silenzio, Insisti come le cicale irose. Una donna s'alza e canta La segue il vento e l'incanta E sulla terra la stende E il sogno vero la prende. Questa terra è nuda Questa donna è druda Questo vento è forte Questo sogno è morte. AUGURI PER IL PROPRIO COMPLEANNO a Berto Ricci 1935 Dolce declina il sole. Dal giorno si distacca Un cielo troppo chiaro. Dirama solitudine Come da gran distanza Un muoversi di voci. Offesa se lusinga, Quest'ora ha l'arte strana. Non è primo apparire Dell'autunno già libero? Con non altro mistero Corre infatti a dorarsi I1 bel tempo che toglie Il dono di follia. Eppure, eppure griderei: Veloce gioventù dei sensi Che all'oscuro mi tieni di me stesso E consenti le immagini all'eterno, Non mi lasciare, resta, sofferenza IL DOLORE 1937- 1946 Se tu mi rivenissi incontro vivo, Con la mano tesa, Ancora potrei, Di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere, Fratello, una mano. Ma di te, di te più non mi circondano Che sogni, barlumi, I fuochi senza fuoco del passato. La memoria non svolge che le immagini E a me stesso io stesso Non sono già più Che l'annientante nulla del pensiero. «Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto. E il volto già scomparso Ma gli occhi ancora vivi Dal guanciale volgeva alla finestra, E riempivano passeri la stanza Verso le briciole dal babbo sparse Per distrarre il suo bimbo... Ora potrò baciare solo in sogno Le fiduciose mani . E discorro, lavoro, Sono appena mutato, temo, fumo... Come si può ch'io regga a tanta notte?... Mi porteranno gli anni Chissà quali altri orrori, Ma ti sentivo accanto, M'avresti consolato... Mai, non saprete mai come m'illumina L'ombra che mi si pone a lato, timida Quando non spero più... Ora dov'è, dov'è l'ingenua voce Che in corsa risuonando per le stanze Sollevava dai crucci un uomo stanco?... La terra l'ha disfatta, la protegge Un passato di favola. . Ogni altra voce è un'eco che si spenge Ora che una mi chiama Dalle vette immortali... In cielo cerco il tuo felice volto, Ed i miei occhi in me null'altro vedano Quando anch'essi vorrà chiudere Iddio . E t'amo, t'amo, ed è continuo schianto!... Inferocita terra, immane mare Mi separa dal luogo della tomba Dove ora si disperde Il martoriato corpo... Non conta... Ascolto sempre più distinta Quella voce d'anima Che non seppi difendere quaggiù... M'isola, sempre più festosa e amica Di minuto in minuto, Nel suo segreto semplice. Sono tornato ai colli, ai pini amati E del ritmo dell'aria il patrio accento Che non riudrò con te, Mi spezza ad ogni soffio. . Passa la rondine e con essa estate, E anch'io, mi dico, passerò... Ma resti dell'amore che mi strazia Non solo segno un breve appannamento Se dall'inferno arrivo a qualche quiete... Sotto la scure il disilluso ramo Cadendo si lamenta appena, meno Che non la foglia al tocco della brezza... E fu la furia che abbatté la tenera Forma e la premurosa Carità d'una voce mi consuma... Non più furori reca a me l'estate, Né primavera i suoi presentimenti; Puoi declinare, autunno, Con le tue stolte glorie: Per uno spoglio desiderio, inverno Distende la stagione più clemente!... (ià mè nelle ossa scesa L'autunnale secchezza, Ma, protratto dalle ombre, Soprawiene infinito Un deménte fulgore: La tortura segreta del crepuscolo Inabissato... Rievocherò senza rimorso sempre Un'incantevole agonia dei sensi? Ascolta, cieco: «Un'anima è partita Dal comune castigo ancora illesa...». Mi abbatterà meno di non più udire I gridi vivi della sua purezza Che di sentire quasi estinto in me Il fremito pauroso della colpa? Agli abbagli che s4uillano dai vetri Squadra un riflesso alla tovaglia l'ombra Tornano al lustro labile d'un orcio Gonfie ortensie dall'aiuola, un rondone ebbro, Il grattacielo in vampe delle nuvole, Sull'albero, saltelli d'un bimbetto.. Inesauribile fragore di onde Si dà che giunga allora nella stanza E, alla fermezza inquieta d'una linea Azzurra, ogni parete si dilegua... Fa dolce e forse qui vicino passi Dicendo: «Questo sole e tanto spazio Ti calmino. Nel puro vento udire Puoi il tempo camminare e la mia voce. Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso Lo slancio muto della tua speranza. Sono per te l'aurora e intatto giorno. MIO FIUME ANCHE TU Mio fiume anche tu, Tevere fatale, Ora che notte già turbata scorre; Ora che persistente E come a stento erotto dalla pietra Un gemito d'agnelli si propaga Smarrito per le strade esterrefatte; Che di male l'attesa senza requie, Il peggiore dei mali, Che l'attesa di male imprevedibile Intralcia animo e passi; Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli Agghiacciano le case tane incerte; Ora che scorre notte già straziata, Che ogni attimo spariscono di schianto O temono l'offesa tanti segni Giunti, quasi divine forme, a splendere Per ascensione di millenni umani; Ora che già sconvolta scorre notte, E quanto un uomo può patire imparo; Ora ora, mentre schiavo Il mondo d'abissale pena soffoca; Ora che insopportabile il tormento Si sfrena tra i fratelli in ira a morte; Ora che osano dire Le mie blasfeme labbra: «Cristo, pensoso palpito, Perché la Tua bontà S'è tanto allontanata?» Ora che pecorelle cogli agnelli Si sbandano stupite e, per le strade Che già furono urbane, si desolano; Ora che prova un popolo Dopo gli strappi dell'emigrazione, La stolta iniquità Delle deportazioni; Ora che nelle fosse Con fantasia ritorta E mani spudorate Dalle fattezze umane l'uomo lacera L`immagine divina E pietà in grido si contrae di pietra; Ora che l'innocenza Reclama almeno un'eco, E geme anche nel cuore più indurito; Ora che sono vani gli altri gridi; Vedo ora chiaro nella notte triste. Vedo ora nella notte triste, imparo So che l'inferno s'apre sulla terra Su misura di quanto L'uomo si sottrae, folle, Alla purezza della Tua passione. Fa piaga nel Tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l'uomo; Il Tuo cuore è la sede appassionata Dell'amore non vano. Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nell'umane tenebre, Fratello che t'immoli Perennemente per riedificare Umanamente l'uomo, Santo, Santo che soffri, Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, D'un pianto solo mio non piango più Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri. da LA TERRA PROMESSA 1935-1953 VARIAZIONI SU NULLA Quel nonnulla di sabbia che trascorre Dalla clessidra muto e va posandosi, E, fugaci, le impronte sul carnato, Sul carnato che muore, d'una nube . Poi mano che rovescia la clessidra, Il ritorno per muoversi, di sabbia, Il farsi argentea tacito di nube Ai primi brevi lividi dell'alba. . La mano in ombra la clessidra volse E, di sabbia, il nonnulla che trascorre Silente, è unica cosa che ormai s'oda E, essendo udita, in buio non scompaia Unable to recognize this page. Stella, mia unica stella, Nella povertà della notte, sola, Per me, solo, rifulgi, Nella mia solitudine rifulgi; Ma, per me, stella Che mai non finirai d'illuminare, Un tempo ti è concesso troppo breve, Ml elarglscl una luce Che la disperazione in me Non fa che acuire. Ora dormi, cuore inquieto, Ora dormi, su, dormi. Dormi, inverno Ti ha invaso, ti minaccia, Grida: «T'ucciderò E non avrai più sonno». La mia bocca al tuo cuore, stai dicendo Offre la pace, Su, dormi, dormi in pace, Ascolta, su, I'innamorata tua, Per vincere la morte, cuore inquieto. Scompare a poco a poco, amore, il sole Ora che sopraggiunge lunga sera. Con uguale lentezza dello strazio Farsi lontana vidi la tua luce Per un non breve nostro separarci. Migliaia d'uomini prima di me, Ed anche più di me carichi d'anni Mortalmente ferì Il lampo d'una bocca. Questo non è motivo Che attenuerà il soffrire. Ma se mi guardi con pietà E mi parli, si diffonde una musica Dimentico che brucia la ferita. da L'ALLEGRIA (1914-1919) In memoria Il Porto Scpolto Veglia Dannazione Fratelli Sono una creatura I fiumi Pellegrinaggio La notte bella Universo San Martino del Carso Nostalgia Allegria di naufragi Solitudine Mattina Soldati Lucca da SENTIMENIO DEL TEMPO (1919-1935) Paesaggio Una colomba L'isola Inno alla morte Di luglio Stelle Sera Primo amore Danni con fantasia Canto terzo Canto beduino Auguri per il proprio compleanno da IL DOLORE 1937-1946) Se tu mio fratello Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto. Mio fiume anche tu da LA TERRA prOMESSA (1935-1953) Variazioni su nulla da DIALOGO (1966-1968) Stella Dono La tua luce Il lampo della boccaGIACOMO ZANELLA. TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO. La veglia. Rugge notturno il vento tra l'ardue spire del camino e cala del tizzo semispento l'ultima fiamma ad agitar con l'ala. La tremebonda vampa in fantastica danza i fluttuanti sedili aggira, e stampa sull'opposta parete ombre giganti. Tacito io siedo; e quale, nel buio fondo di muscosa roccia, lenta, sonante, uguale, batte sul cavo pòrfido una goccia; tal con assiduo suono dall'oscillante pendolo il minuto scendere ascolto, e pròno nell'abisso del tempo andar perduto. Più liete voci in questa stanza fanciullo udìa, quando nel verno erami immensa festa cinger cogli altri il focolar paterno. Morte per sempre ha chiusi gli amati labbri. Ma tu già non taci, bronzo fedel, che accusi col tuo squillo immortal l'ore fugaci, e notte e dì rammenti che, se al sonno mal vigilila testa inchinano i viventi, l'universo non dorme e non si arresta. Che son? che fui? Pel clivo della vita discendo, e parmi un'ora che garzoncel furtivo correa sui monti a prevenir l'aurora. Giovani ancor, nel bosco, nato con me, verdeggiano le chiome; ma più non riconosco di me, cangiata larva, altro che il nome. Precipitoso io varco di lustro in lustro della vecchia creta da sè scotendo il carco lo spirto avido anela alla sua meta. Non io, non io, se l'alma da' suoi nodi si sferra e si sublima, lamenterò la salma che sente degli infesti anni la lima. Indocile sospira a più fervida vita, e senza posa sale per lunga spira al suo merigge ogni creata cosa. In fior si svolge il germe, in frutto il fiore: dalla cava pianta esce ronzando il verme che april di vellutate iridi ammanta... strugge le sue fatiche non mai paga Natura, e dal profondo di sue ruine antiche volve indefessa a dì più belli il mondo. Cadrò: ma con le chiavi d'un avvenir meraviglioso. Il nulla a più veggenti savi: io nella tomba troverò la culla... da Poesie.