Hannelore Valencak. Il tesoro del vecchio mulino. Premio Internazionale A.M.A.D.E. Copertina di Angel Esteban. Illustrazioni di Antonio Tello. PIEMME Junior. Traduzione a cura di Maria Bastanzetti. LA PIOGGIA scrosciava ormai da molti giorni. Il cielo era cupo, grigio e il sole si ostinava a non apparire. Le gocce d'acqua rimbalzavano sui vetri delle finestre. Fuori, tutto era bagnato e senza vita. Pioveva senza tregua e non si vedeva neppure un piccolo squarcio d'azzurro. «Forse è un altro dilu- vio universale» pensò Nanni. L'aula era rischiarata dalla luce artificiale e l'am- biente era tiepido. Essere ben protetta, al riparo dalla pioggia, infon- deva in lei una sensazione davvero piacevole. Sta- va osservando un poster raffigurante alcune farfal- le. Qualche volta sembrava persino che sbattesse- ro le ali, come se fossero vive. Si chiamavano "Pavo- nia" e "Atalanta", "Cavolaia", "Vanessa" e "Cedro- nella". Erano belle, molto colorate, e non volava- no via se qualcuno le toccava. Il pensiero di Nanni corse alle farfalle vere, indi- fese sotto quel nubifragio. Molte sarebbero morte affogate. L'acqua avrebbe scolorito le loro ali vivaci, che sarebbero diventate brutte, grigiastre, come la carta bagnata. «Quando uscirà di nuovo il sole, non ci saranno più farfalle nei prati. E' proprio ora che smetta di piovere» pensò. Nanni si godeva il confortevole calduccio della classe. Il riscaldamento era acceso, perché la tem- peratura esterna era bassa: nessuno ricordava un mese di giugno tanto freddo. In montagna aveva persino nevicato. Nanni portava un paio di panto- fole di lana che poteva piegare in su e in giù muo- vendo le dita dei piedi. Erano lavorate ai ferri, come i calzettoni da montagna, con lane di diversi colo- ri, avevano una suola di pelle leggera e si stringe- vano alle caviglie con un cordoncino. A Nanni pia- ceva portare quel tipo di pantofole: le davano un senso di sicurezza e di benessere. La bambina era felice di andare a scuola e non aveva bisogno di sforzarsi per imparare le lezioni. - Nanni! - esclamò l'insegnante. - Stai attenta e non distrarti con le farfalle. Tuttavia il suo tono non era quello di chi è arrab- biato, e neanche la sua espressione era molto seve- ra. Nanni si concentrò e cercò di ascoltare. Era l'ora di grammatica e stavano facendo analisi logica, L'argomento era poco interessante, ma non molto difficile. In realtà, per Nanni era tutto perfettamen- te chiaro e non vedeva che utilità potesse avere un altro eserclzio. L'insegnante disse: - Prendete il libro di lettura. Diamo una ripas- sata al brano di pagina 17. Prima lo leggeremo e pOI lo analizzeremo insieme. Nanni, comincia a leg- gere ll mulino del Rannach. Nanni fu contenta di essere la prima a leggere. Le piaceva mostrare le sue capacità, e sapeva leg- gere molto bene. A casa aveva un mucchio di libri, che avrebbe quasi potuto ripetere a memoria, per- ché li aveva letti e riletti. Conosceva anche tutti i racconti del libro di lettura. Prese fiato, si schiarì un po' la voce e cominciò: «Il mulino del Rannach. Una leggenda della nostra terra. Molti anni fa, in un mulino costruito vicino al fiume Rannach, viveva un mugnaio. Su di lui gira- vano molte voci: si mormorava che avesse fatto un patto con il diavolo. Era immensamente ricco, ma aveva un cuore di pietra. Quando un mendicante bussava alla sua porta, quello gli aizzava contro i cani. La domenica i suoi servitori non potevano recarsi in chiesa, perché egli li obbligava a rima- nere nel mulino a lavorare. A tali estremi giunge- vano l'avarizia e l'empietà del mugnaio! Visse a lun- go senza farsi mai mancare nulla. I suoi granai tra- boccavano di farina bianca, finissima, e i suoi for- zieri erano ricolmi d'oro e gioielli». Un altro bambino continuò a leggere: «Quando morì, fu condannato a macinare pietre, ogni notte a mezzanotte, finché non ne fosse rimasta neanche una in tutto il mondo. Pare che alcuni viandanti abbiano visto la pietra del mulino che girava, di not- te, e abbiano sentito rumori e lamenti. Una notte passò di lì un bambino che era nato di Venerdì San- to. Improvvisamente gli apparve un vecchio. Ave- va la barba grigia e i vestiti coperti di polvere. Con voce triste gli disse: "Non temere, bambino. Se mi salvi, tutti i miei tesori saranno tuoi". Il vecchio lo condusse nel mulino, dove il bambino scoprì con grande meraviglia montagne d'oro e oggetti preziosi e scrigni pieni di gioielli". Nanni si emozionava ogni volta che leggeva e ascoltava quella parte. Il cuore le batteva forte per- ché anche il giorno della sua nascita era un Vener- dì Santo. Ebbe voglia di dirlo alla maestra, ma sape- va che non era permesso interrompere la lettura. - Josefa, continua tu - ordinò l'insegnante. Josefa era la compagna di banco di Nanni; era figlia di una coppia di contadini di Kohlwirthof. Spiccava fra gli altri per la sua forza e per la voce potente. Nanni si sentiva a disagio con lei. Josefa era distratta e cominciò a balbettare, perché ave- va perso il segno. Chiese aiuto a Nanni dandole un calcio sotto il banco. Nanni indicò con il dito il pun- to dove il racconto proseguiva e Josefa lesse: «Il mugnaio defunto ordinò al bambino di pro- nunciare una formula magica, affinché non piovesse per molto tempo e il letto del fiume si asciugasse. Così la ruota del mulino si sarebbe fermata e il mugnaio avrebbe finalmente potuto riposare nella sua tomba senza dovere macinare pietre a mezza- notte. Prima che il vecchio potesse comunicare al bambino le parole della formula, questi tentò di impossessarsi dell'oro che era sparso ai suoi pie- di, ma si alzarono alte fiamme. Allora ebbe paura e scappò correndo, nella notte di luna piena. Poco dopo si udì un lamento e il mugnaio apparve avvol- to in un fuoco azzurro. Il bambino fuggì come un'a- nima inseguita dal diavolo. Aveva in mano un pez- zo d'oro, ma quando arrivò a casa si era trasfor- mato in pietra». La maestra si avvicinò alla finestra e contemplò il cielo con un'espressione seria e preoccupata, come se la pioggia avesse imparato da lei a piove- re e adesso volesse dimostrare come lo sapeva fare bene. Nell'aula c'era un silenzio di tomba. Solo Nan- ni si agitava. Voleva a tutti costi dire che anche lei era nata di Venerdì Santo. Ma l'insegnante conti- nuava a guardare fuori dalla finestra e chiese: - Chi analizza la prima frase? Poi rivolse lo sguardo alla classe e, vedendo Nan- ni con la mano alzata, pensò che volesse offrirsi volontaria. - Va bene, fallo tu- disse. E Nanni cominciò ad analizzare, piuttosto delusa: - Chi viveva in un mulino sul Rannach? Un mugnaio. Questo è il soggetto. Che cosa faceva? Viveva. Questo è il predicato. - Esatto. Un altro bambino fu interpellato, e Nanni comin- ciò a pensare ad altro. Quando un argomento non le interessava, le veni- va sempre in mente una qualche idea assurda. Così pensò che il fiume Rannach passava vicino al vil- laggio e che sulle sue rive si trovava un vecchio mulino. L'edificio aveva un aspetto inquietante e sembrava stregato. Nanni non aveva mai avuto il coraggio di entrare. Aveva un'aria sinistra persino di giorno, figuriamoci poi di notte. Come se ciò non bastasse, magari era anche infestato dai serpenti. Ma chi poteva sapere cosa vi era nascosto dentro? Forse un tesoro sepolto, con pietre preziose e sac- chi pieni d'oro. «Forse basterebbe solo cercarlo» pensò Nanni. Alla fine delle lezioni era ancora tutto avvolto nel- la nebbia. Nanni camminò sotto l'acqua, che conti- nuava a cadere, sgradevole e fredda. Probabilmen- te gli agricoltori erano contenti che piovesse, visto che la stagione precedente era stata arida e calda. Ma lei non era figlia di agricoltori. Suo padre era medico condotto. In realtà, Nanni avrebbe dovuto camminare un po' più svelta. Sua madre esigeva la massima pun- tualità, perché dava molta importanza all'ordine e alla precisione. Nanni nutriva nei suui confronti un profondo rispetto, che a volte diventava vera e pro- pria paura, anche se nemmeno lei conosceva il moti- vo di questo timore. Anche i compagni di scuola le facevano paura. Ce l'avevano con lei e, in qualche occasione, la picchia- vano. Altre volte, invece, si limitavano a prenderla in giro. Prima, Nanni era solita uscire di corsa non appe- na finiva la lezione; però quelli riuscivano quasi sempre a raggiungerla. Perciò ora usava un'altra tattica. Lasciava trascorrere i minuti e perdeva tem- po nel riordinare le sue cose, per essere l'ultima a uscire. Inoltre, non percorreva la strada che segui- vano tutti, ma faceva in modo di cambiare giro ogni giorno. Questa volta arrivò fino al ponte sul Ran- nach lungo un viottolo di campagna che si allonta- nava molto verso destra, rispetto al percorso più breve. Lì c'era uno stretto sentiero, che costeggia- va il fiume fino a un altro ponte, in prossimità del- la segheria, da dove una stradina conduceva diret- tamente a casa sua. Nell'ultimo tratto di cammino poteva quindi correre per guadagnare tempo e non arrivare tardi, nonostante il lungo giro. Il sentiero lungo la riva del fiume era molto fan- goso, e in alcuni punti crescevano rovi. Quando Nanni attraversava la sterpaglia i rami scricchio- lavano sotto i suoi piedi e la schizzavano di gocce d'acqua gelata. A volte, le ortiche le pungevano le ginocchia, dove queste non erano protette, tra l'or- lo dell'impermeabile e il bordo superiore degli sti- vali di gomma. La zona era lugubre e inospitale. Nanni passava da quelle parti molto raramente, e solo quando splendeva il sole. Ma quel giorno fu attratta dal vecchio mulino. Normalmente, il Rannach era un rigagnolo inof- fensivo, ma ora rombava minaccioso; era molto più largo e, senza dubbio, più profondo del solito, e le sue acque, cupe e torbide, scorrevano impetuose. Il mulino si trovava nelle vicinanze di una svolta del sentiero. La parte della costruzione che dava sul fiume era già immersa nell'acqua. Nanni contem- plò la presa, detta anche pescaia, dove un tempo la ruota attingeva l'acqua che la faceva muovere. Era fatta di pietre vecchie e completamente coper- te di muschio a causa dell'umidità. Solitamente, vi passava solo un filo d'acqua, che riusciva appena a inumidire il muschio che copriva i massi. Que- sta volta, invece, era attraversata da un impetuoso torrente di acqua giallastra, che copriva tutti i sassi e ricadeva con fragore nel letto del Rannach, dove si formavano piccole onde torbide. Quello era sicuramente il mulino del libro di let- tura. Nanni non ne conosceva altri. Insieme a suo padre aveva percorso in automobile tutta la valle del Rannach e non aveva visto nessun altro muli- no in rovina. Chissà se c'era un tesoro nascosto? E che tesoro? Nanni si chiese se era il caso di entra- re a vedere. La sola idea la fece rabbrividire. Però si ripromise di farlo, un giorno o l'altro. La storia del mugnaio condannato a quell'eterno tormento le gironzolava in capo già da parecchio tempo, per quanto sapesse che si trattava di un rac- conto e che certe cose non vanno prese sul serio. Tuttavia, provava una sensazione strana ogni vol- ta che passava vicino al mulino e cercava di imma- ginare che cosa sarebbe accaduto se lì si fossero macinate pietre ogni notte a mezzanotte, finché non ne fosse rimasta nemmeno una in tutto il mondo. Era impossibile riuscirci. C'erano pietre da ogni parte: sulla sponda del Rannach, sulla strada e per- sino nei roveti. Le montagne e le rupi erano di pie- tra. Macinare pietre finché non ne fosse rimasta neanche una era un lavoro che sarebbe durato per tutta l'eternità. Nanni si avvicinò ancora qualche passo al muli- no: era così vicina che l'acqua la bagnava con i suoi spruzzi. Sopra la ruota c'era un piccolo canale di legno, dal quale ora scrosciava un forte getto d'ac- qua. Nanni si accostò con cautela e vi mise sotto la mano. Il getto la colpì con violenza e lei si tirò indietro di scatto. Per un pelo non cadde nel fiu- me. L'acqua cadeva con molta forza. Nanni sapeva che nel giro di molte migliaia di anni l'acqua ero- de la ghiaia, i sassi e perfino i massi di granito, tra- sformandoli in sabbia. Ma non ci vuole nessuna macina, basta l'acqua. Nanni riprese lentamente il cammino. Adesso ave- va freddo. La pioggia crepitava sul cappuccio del suo impermeabile. Il sentiero era più largo e sboc- cava direttamente sul ponte. Nanni vide la seghe- ria, poco più in là. Scrutò il cielo, che era ancora nero, cupo. Non c'era nemmeno una piccolissima striscia azzurra. Coperto da quelle nubi enormi, pie- ne di strane protuberanze, sembrava un immenso cervello grigio e aveva un aspetto piuttosto sgra- devole da vedere. Probabilmente, avrebbe continua- to a piovere anche il giorno dopo. Nanni attraversò il ponte e raggiunse la parte asfaltata del percorso. Tutto intorno era una gran- de distesa di prati e di campi. La bambina si pulì gli stivali nell'erba bagnata, per evitare che la madre le chiedesse dove era stata. Doveva cammi- nare ancora un po' prima di raggiungere il punto in cui la stradina di campagna che stava percorren- do incrociava la strada maestra. Lungo quella stra- da camminava un gruppo di bambini. C'erano alcu- ne compagne di classe di Nanni e tre o quattro com- pagm. Appena li vide, Nanni si fermò. Pensava che quei bambini non si sarebbero accorti della sua presen- za. Stavano parlando a voce alta, saltellavano e ride- vano, tirandosi pezzetti di legno di pino che racco- glievano vicino alla segheria. Josefa, la compagna di banco di Nanni, faceva parte del gruppo ed era la più scatenata di tutti. Nanni si avvicinò a un albero e rimase ferma. L'impermeabile, essendo di colore scuro, bruno, contribuiva a nasconderla. I ragazzi si stavano divertendo come matti, quindi Nanni pensò che non l'avrebbero vista. Ma uno di loro guardò casualmen- te dalla parte dove stava lei e cominciò a gridare: - La Nanni! La Nanni! E le lanciò un ramoscello di pino. Quel pezzo di legno la colpì sul collo. Le fece male. Oltretutto, era anche freddo. Gli altri si unirono al primo e comin- ciarono a tirarle ramoscelli gridando: --La Nanni! Al principio, lei rimase immobile; poi si girò e scappò via. I ragazzi cominciarono a correre lun- go la strada, inseguendola. Solo Josefa rlmase dov'e- ra. Gli altri circondarono Nanni, che era molto pal- lida e li guardava angosciata. Fra lei e gli altri c'era una grossa pozzanghera. Uno del gruppo saltò nel- l'acqua a piedi uniti, con forza e la coprì di fango. Nanni gridò, nascondendosi il viso tra le mani. - Lasciatela in pace; non vedete come frigna?- disse Josefa. Solo allora Nanni si accorse che sta- va piangendo. Si asciugò le lacrime e si vergognò. I bambini cominciarono a prenderla in giro. - Piange sempre per niente - disse uno dei ragaz- zi con disprezzo. Improvvisamente, Nanni si rianimò. Cominciò a correre. Josefa le corse dietro, schizzando acqua da tutte le parti. - Perché scappi? - le chiese. - Dovresti difender- ti, sarebbe molto meglio. Io, i loro rametti, glieli avrei tirati sulla testa e a quell'idiota che ti ha lava- to avrei mollato un bel calcio negli stinchi! Nanni cercò il fazzoletto e si asciugò la faccia. Non riusciva a dire una parola e si limitò a sospirare. - Ti hanno fatto male? - le domandò Josefa. - No. - Allora non capisco perché piangi. Sei una fifo- na. Ti metti a tremare come una foglia appena qual- cuno ti guarda male. - Non sono capace di affrontarvi - disse Nan- ni. - Siete troppo forti. - Sì, è vero, tu sei più debole di noi. Farò in modo che non ti diano più fastidio. - Sei molto gentile - rispose Nanni. - Grazie mil- le. Se non ci fossi stata tu, oggi mi avrebbero fatta a pezzettini. Josefa si sentì lusingata e rise. Per qualche mi- nuto camminarono entrambe in silenzio. Nanni non sapeva davvero di cosa parlare. Poi Josefa disse: - Ti chiederò qualcosa anch'io: devi farmi copia- re i compiti di aritmetica. E devi farmi il tema per dopodomani. - Va bene - disse Nanni. Ma si sentì triste, - Non potete proprio sopportarmi... - aggiunse. - Non preoccuparti troppo. Quello non fa male. - Per te è facile. Tu piaci a tutti. Gli altri bam- bini fanno quello che dici. Vorrei essere come te. Josefa si inorgoglì tutta. Si sentiva molto fiera di se stessa e sprizzava soddisfazione da tutti i pori. - Se qualcuno prova a darmi fastidio, io lo sbatto per terra- disse. - Se è necessario, faccio la lotta anche con i maschi. Tu, invece, piagnucoli anche se non ti hanno fatto male. Non mi stupisce che tut- ti ridano di te. Le parole di Josefa trasudavano disprezzo. Nan- ni provava sempre più vergogna della propria vigliaccheria. Era sicura che nessuno potesse accet- tarla come amica. Improvvisamente chiese: - Mi vorresti bene se ti regalassi qualcosa? Che ne so, per esempio un mucchio di soldi... - Non parlare di denaro, visto che non ne hai. Da dove vorresti tirarlo fuori? - Ho un segreto. - Un segreto? Bugiarda! - Non sono una bugiarda. Nanni rifletté per qualche istante. Doveva dirglie- lo o no? Aveva la prova del fatto che poteva diven- tare ricca. Ma era molto difficile che Josefa le cre- desse. Tuttavia, siccome in fondo la cosa non ave- va molta importanza, e comunque non aveva altri modi per impressionare Josefa, le confidò: - Sono anch'io una bambina del Venerdì Santo. - E questo cosa vorrebbe dire? - Che sono nata di Venerdì Santo. - E cosa c'è di tanto strano? - Quella notte io sono stata al mulino- disse Nanni. --Quale mulino? - Quello del libro di lettura. - A te manca qualche rotella! Josefa era furiosa. Non aveva la minima inten- zione di permettere a Nanni di farla passare per stupida. Era una cosa che non tollerava neanche da parte degli altri bambini. --E vero - insistette. - Io ci sono stata. E lui mi è apparso. - Chi ti è apparso? - Il mugnaio morto. E ho anche visto il tesoro nascosto. Però non sono scappata di corsa e lui mi ha insegnato la formula. Io posso far sì che smetta di piovere e che il Rannach si secchi completamen- te. Quando il mugnaio sarà libero e riposerà nella sua tomba, andrò al mulino e prenderò il tesoro. A te ne darò una parte, più o meno mille ducati. In cambio ti chiedo che tu sia mia amica. «L'ho imbrogliata» pensò Nanni. Ma contempo- raneamente sentì che il racconto era vero. Poteva vedere come si era svolto il tutto, era in grado di osservare i più piccoli dettagli. Josefa non disse una parola; si limitò ad abboz- zare un sorriso ironico. «Quel sorrisetto scompari- rà presto» pensò Nanni. Piena d'orgoglio, scoprì i molti vantaggi che aveva essendo nata di Venerdì Santo. Era a conoscenza di un tesoro nascosto, pote- va far cessare la pioggia, aveva parlato con un mugnaio condannato a un tormento eterno; era mol- to coraggiosa e presto sarebbe stata ricchissima. Credeva alle sue stesse bugie perché tutto ciò che raccontava era meraviglioso. Perf;no Josefa sareb- be scappata di corsa se avesse visto il mugnaio. - Se voglio, posso far seccare il Rannach nel giro di qualche settimana - disse Nanni. - Se io voglio, smetterà di piovere. - Chiunque creda a queste cose è un povero disgraziato. - Posso dimostrarti che è la verità. Pronuncerò la formula anti-pioggia. E vedrai che smetterà di piovere. - Sto morendo di curiosità - disse Josefa. Con- tinuava a ridacchiare, perché in realtà non era mol- to intelligente e non aveva idea di quello che sareb- be successo. Nanni era sicura di sé, perché la sua storia era perfetta. Tutto combaciava a meraviglia. Doveva essere COSì. Adesso era profondamente convinta di non mentire. Si alzò in piedi, rivolse gli occhi al cie- lo e disse, con voce alta e decisa: Sole, sole, beviti l'acqua. Fermati, mulino, fermati. Le parole della formula le vennero in mente men- tre le pronunciava; tuttavia, ebbe la vaga sensazio- ne di conoscerle da molto, molto tempo. Dopo ci fu silenzio; continuava a piovere. - La tua formula non serve a niente - disse Josefa. - Aspetta qualche minuto. Continuarono a camminare. Ormai erano vicine alla casa di Nanni. La strada era nera e bagnata, costellata di pozzanghere dove galleggiavano i lom- brichi morti. Nanni era così piena d'entusiasmo per la sua storia che non voleva porre fine al raccon- to. Descrisse esattamente l'aspetto del mugnaio. - Era un ometto con gli occhi grandissimi. Il vol- to pallido rifletteva la sua disperazione. I capelli arruffati gli coprivano parte della faccia, e la bar- ba era così lunga che gli arrivava fino alle ginoc- chia. Io non ho avuto paura. In realtà, non sono una vigliacca... Non mi sono spaventata neanche quan- do ho visto quell'oro che ardeva. Sono rimasta fer- ma e l'ho osservato. Ne ho preso in mano un pezzo e ho visto che non bruciava. E quando sono arri- vata a casa, l'oro era ancora oro, non si era trasfor- mato in pietra. Vuoi vederlo? Lo porto sempre con me. Aprì il colletto dell'impermeabile e tirò fuori un ducato d'oro. Glielo avevano regalato quando era stata battezzata. Ce l'aveva da tanto, ma solo ades- so che aveva compiuto dieci anni aveva il permes- so di tenerlo. E ora il ducato non era più un rega- lo di battesimo. Nanni lo aveva trovato nel vecchio mulino. Vide con assoluta chiarezza il momento in cui lo aveva raccolto dal pavimento. Tutto comba- ciava alla perfezione. Tutto era vero. A un tratto disse: - Da allora lo porto sul cuore, sotto la camicia. E' il mio talismano. Prendilo, non scotta. Josefa tastò la moneta di Nanni. Come le sareb- be piaciuto possedere quel ducato, o qualunque altra moneta d'oro! Però non credeva a quella sto- ria. Nessuno avrebbe potuto crederci. Era una presa in giro. Lasciò andare il ducato d'oro e stava per esclamare che era tutto un mucchio di scemenze e che Nanni doveva smetterla di raccontare bugie, quando Nanni, compiaciuta, le fece notare qualcosa: - Guarda. Nel cielo comparve una squarcio d'azzurro, che crebbe rapidamente. In un attimo le nubi si dissi- parono e il sole tornò a splendere. La luce e le ombre riapparvero. - Hai visto? Sta smettendo di piovere - disse Nanni. Lei non si stupì. Era la prova che non aveva men- tito. Adesso non poteva più dubitare della sua storia. Josefa rimase di sasso e guardò Nanni con gli occhi fuori dalle orbite. Poi mormorò: - E' vero, non piove più. Anche la foschia che sovrastava i prati si mise in movimento: cominciò a sollevarsi e a disperder- si. Poi il vento la eliminò del tutto. Dopo pochi minuti il cielo era sereno. Josefa sospirò, perplessa, e guardò Nanni piena di meravigliato stupore. - Hai davvero poteri magici? - Certamente, come hai potuto verificare. Adesso era Josefa la complessata e Nanni la trion- fatrice. Nanni non aveva più motivo di vergognar- si. Era un vero colpo di fortuna essere nata di Venerdì Santo. - Però non lo devi dire a nessuno - disse Nan- ni. - Questo deve essere un segreto fra me e te, altri- menti il mugnaio non mi darà il tesoro. - Ti prometto che non lo dirò a nessuno. Hai la mia parola d'onore. Josefa guardò Nanni con profondo rispetto. Nan- ni si sentiva un po' turbata, ma tutto ciò che era successo era bello ed emozionante. - Adesso devo correre a casa - disse. - La cena sarà già pronta e se arrivo tardi mia madre mi sgrida. Fece un saltello che esprimeva la sua allegria e cominciò a correre verso casa, sotto uno splendi- do sole che brillava nel cielo. IL MATTINO seguente c'era un bel sole e il cielo era azzurro. Quando si svegliò, Nanni si ricordò tut- to ciò che era accaduto il giorno prima. Si alzò, si vestì e fece colazione. Era tutto come al solito, ma molto più gioioso. Nanni sapeva di essere una bam- bina privilegiata, cosa che ancora ieri ignorava. Sua madre riordinò il soggiorno, bagnò i fiori sul balcone e pose a Nanni numerose domande, in modo particolare sui compiti e sulla scuola. Le chie- se se aveva messo tutto in cartella e quando dove- va consegnare il prossimo compito di aritmetica. Poi le disse: - Se hai difficoltà, chiedi pure a papà. Ma Nanni non aveva problemi. La madre era orgogliosa dei progressi di sua figlia. Era la prima della classe. Se per caso fosse diventata la secon- da, ne avrebbe avuto un dispiacere. Ma non c'era pericolo che ciò accadesse. Nanni ripensava al modo in cui aveva scacciato la pioggia, il giorno prima. Era stato un avvenimento incredibile e portentoso. Quell'idea la ossessionava e le faceva dimenticare tutto il resto. - Se non ti sbrighi a finire la colazione, arrive- rai in ritardo a scuola. Nanni si affrettò. Sua madre le diede un'occhiata. - Hai sbagliato ad allacciare i bottoni. Devi vestirti davanti allo specchio. Insomma, devo ancora preoccuparmi per quello che fai, come se fossi una bambina piccola! Nanni tremava ogni volta che sua madre le face- va un rimprovero, benché in realtà non si trattas- se di vere e proprie sgridate. Il tono della mamma non era mai molto convinto, ma la cantilena era sempre la stessa: tutte le volte che faceva male qual- cosa, lei glielo faceva notare; spesso le diceva che era lenta e disordinata. Di rado ammetteva che Nan- ni era una brava ragazzina e che le voleva bene. «Quando avrò l'oro» pensò Nanni "la mamma sarà felice di avere una figlia come me. Potrà com- prarsi una macchina per andare in giro. Oppure potremo trasferirci in città.» - Dài, Nanni, spicciati! - disse sua madre. - Ormai il caffè è freddo. Avanzalo. Corri a lavarti le mani e vai a scuola. Nanni si lavava le mani prima e dopo ogni pasto e quando tornava a casa dopo essere stata a gioca- re. La maggior parte delle volte non era necessa- rio, ma lo faceva comunque. Si allacciò nuovamente il vestito davanti allo specchio, prese la cartella, salutò e se ne andò. Attraversò il giardino e uscì in strada. Josefa la stava aspettando: non lo aveva mai fatto, prima. Nanni fu contenta di non dover camminare da sola. E non avrebbe nemmeno dovuto fare uno dei suoi soliti giri. Essendoci Josefa con lei, gli altri ragaz- zi non le avrebbero dato fastidio. Josefa aprì la cartella e prese un sacchettino di plastica pieno di ciliege. - Le ho raccolte per te. - Sei stata davvero gentile - disse Nanni. Ne assaggiò qualcuna e trovò che erano de- liziose. - Sono le nostre ciliege primaticce, quelle di giu- gno - commentò Josefa. - Non hanno ancora mol- to sapore, perché ha fatto freddo. Ma oggi c'è il sole e farà caldo. - Sì, e anche domani sarà così- rispose Nan- ni. - Il tempo sarà bello fino a quando vorrò io. - Davvero? Ieri è stato davvero fantastico, sai? - disse Josefa. - Io ero così eccitata che non ho chiuso occhio per tutta la notte. Sentendo quelle parole, Nanni provò una sensa- zione meravigliosa. Adesso era la persona più importante del paese. Per i contadini, tutto dipen- deva dal tempo: il raccolto di cereali, la frutta e un mucchio di altre cose. Nella voce di Josefa c'era una sfumatura di rispet- to e il suo sguardo era pieno d'ammirazione. - Vuoi che ti porti ciliege tutti i giorni? Ci sono anche rimaste delle noci dell'anno scorso. Se ti pia- ce qualcosa che ti posso portare, basta che tu lo dica. Per esempio, uova fresche. Non c'è nessun pro- blema... - Non è necessario - disse Nanni, colpita dalla generosità di Josefa. - Non sei obbligata a regalar- mi qualcosa per il semplice fatto che io ho il pote- re di comandare la pioggia. Puoi fare altre cose per me. - Ma se non sono capace di fare niente! - Non è vero. Tu utilizzi in modo meraviglioso gli anelli, nell'ora di ginnastica. Io, invece, non so neanche da che parte si comincia. - Il fatto è che conosco un trucco. Un giorno o l'altro te lo insegno. Camminarono per un tratto senza parlare; poi Josefa ch;ese: - Che mi dici dell'oro? Hai promesso di darmi mille ducati. Sai calcolare quanto valgono? --Ovvio. - Anche adesso? - No, non così in fretta. Prima devo controllare quanto vale un ducato. La risposta soddisfò Josefa. - Devono essere un bel po' di soldi - aggiunse. - Sicuramente. Saremo le ragazze più ricche del villaggio. Potrai comprare tutto quello che vorrai. Passarono dal sentiero alla strada maestra. Die- tro di loro c'erano tre ragazzi e due ragazze. Nan- ni ebbe paura: se fosse stata sola, si sarebbe nasco- sta. A lato della strada c'era una pila di tronchi. In altre occasioni, Nanni l'avrebbe usata come nascon- diglio, ma oggi era con Josefa e non aveva nulla da temere. - Ciao - dissero i bambini. Josefa rispose: - Ciao. Proseguirono tutti insieme, e Nanni faceva par- te del gruppo. Il ragazzo che il giorno prima l'ave- va bagnata camminava al suo fianco e la guardava con occhi da birbante. Era tutto normale. Giunsero alla segheria, dove il terreno era cosparso di ramoscelli di pino, e cominciarono a tirarseli addosso. Ridevano e gri- davano. Era un gioco molto divertente. Anche Nanni partecipò e fu per lei una grande gioia. I colpi dei ramoscelli, che il giorno precedente la facevano piangere, oggi non le facevano nessun male. Nanni rideva e gridava compiaciuta. Era tutto diverso, e il sole splendeva alto nel cielo. A scuola, Nanni aprì la cartelletta e diede un foglio a Josefa. - E' il tema che ho fatto per te. - Oh, grazie - disse Josefa. - Come è lungo! - Avevo molte cose da dire. C'era ancora un po' di tempo. La maestra non era ancora arrivata. Josefa appoggiò il tema sul banco. - E il compito di aritmetica? E' pronto? --Sì, sì. Entrò l'insegnante e tutti gli alunni si alzarono. Nanni, dritta come un fuso, sprizzava soddisfa- zíone da tutti i pori. Per la prima volta, si rese conto di essere più alta di Josefa. Meno forte, ma più alta! La prima lezione fu sulla geografia locale. Era la materia che Nanni preferiva. La maestra parlò di Grafenweiler. Così si chiamava il paese. Alzò la mano diverse volte e poté rispondere a numerose domande. Il che la fece compiacere di se stessa. Conosceva il numero degli abitanti, che erano otto- centodiciassette; sapeva che Grafenweiler era un borgo antico; che era stato incendiato dai turchi molti secoli prima; e sapeva anche la data di quel- I'avvenimento. Il monte più alto delle vicinanze era lo Spielberg, sul quale si ergeva un castello abban- donato che dava il nome al villaggio: Grafenweiler, appunto. - E come si chiama il fiume che passa vicino al nostro villaggio? - Rannach. Nanni si accorse che Josefa le dava un piccolo calcio, sotto il banco, senza farsi vedere. Era stu- pendo che ci fosse un segreto tra loro. Desiderava con tutto il cuore che finisse la lezione per poter ricominciare a chiacchierare dell'argomento. Quan- do finalmente suonò la campanella, la maestra accompagnò i bambini in cortile. Josefa si avvici- nò a Nanni e le sussurrò in un orecchio: - Se sapesse cosa c'è vicino al Rannach... - Lo saprà quando il tesoro sarà mio - rispose Nanni.--Potrei anche darle qualcosa, è sempre così gentile. - Non se ne parla neanche. Sarebbe davvero una gran stupidaggine. Il tesoro è per te e per me, che sono tua amica. Era una fortuna che Josefa fosse amica di Nan- ni. Rimasero nel cortile in mezzo agli altri bambi- ni, che giocavano, ridevano, gridavano: e Nanni con loro. Prima passava da sola la ricreazione. Ora par- tecipava ai giochi ed era felice. Con il caldo erano tornate le farfalle. Il che signi- ficava che non erano affogate tutte. Nanni ne rico- nobbe molte: erano proprio come quelle raffigura- te sul poster appeso in classe. Particolarmente bella era la Pavonia diurna, dai colori brillanti, vivaci, luminosi. C'erano anche farfalle scure, nere e bian- che con una macchia rossa sulle ali. Erano tutte molto fiduciose e svolazzavano senza paura intor- no a Nanni. Se riusciva a stare perfettamente immo- bile, alcune di loro si posavano sulle sue ginocchia o sulle dita dei piedi. Non temevano neppure le mani di Nanni, benché fossero mani umane, che a volte fanno soffrire molto gli animali, e gli anima- li lo sanno. Ma le farfalle no, loro non lo sapevano e non avevano paura. COMINCIARONO le vacanze estive. Erano giorna- te meravigliose, dorate e azzurre come un unico, lunghissimo giorno. Nanni camminava fino alla riva del Rannach e aspettava Josefa. Si incontravano lì tutti i giorni e controllavano quanta acqua c'era ancora nel fiume. Quel giorno, Josefa non era anco- ra arrivata. Probabilmente aveva dovuto fermarsi da qualche parte. Nanni si sedette ai bordi di un ristagno il cui fon- do era coperto di sabbia bianca. L'acqua del Ran- nach, ormai, era scarsa anche lì, poco più a monte della pescaia dove un tempo il fiume si raccoglie- va. Nanni osservò il mulino. Vide chiaramente il tet- to cadente, il muschio scuro che lo ricopriva e la vecchia ruota. Improvvisamente, qualcuno parlò: - Ciao, Nanni. Non era la voce di Josefa. Nanni si trovò davan- ti un ragazzino con gli occhi azzurri, i capelli bion- di e la carnagione scura. Era quel dispettoso che l'aveva bagnata e che le aveva tirato i ramoscelli di pino. Le aveva sempre fatto paura. Si chiamava Erich ed era figlio di contadini. Ora stava di fronte a Nanni e la guardava con simpatia. Questa volta, la bambina non si spaven- tò e rispose: - Ciao, Erich. - Che ci fai qui? - Gioco con le farfalle umane- rispose Nanni. Il bambino sorrise. - Come le chiami? - Farfalle umane. Perché non volano via e si fida- no delle persone. - Sono le farfalle dei cardi - spiegò Erich. Nanni si meravigliò che conoscesse le farfalle. Lo aveva sempre considerato un pagliaccio, e per di più abbastanza stupido. Era convinta che Erich sapesse solo lavorare nei campi, giocare e picchia- re gli altri bambini. - Sei un esperto di farfalle? - Mi sono sempre piaciute. Conosco anche le piante. Mi piacerebbe studiare biologia. Mio padre vuole che io continui a studiare. - Che fortuna! - esclamò Nanni, tutta conten- ta. - Anch'io andrò alle superiori. E vivrò in città, in un collegio. Magari frequenteremo la stessa scuola. - Può darsi, - disse Erich - ma io non starò in collegio. Andrò avanti e indietro con l'autobus. - Non è troppo pesante? - No, penso di farcela. Lei approvò: - Tu sei alto e forte. E anche intelligente. Sì, sì. Erich sorrise, lusingato. E addirittura arrossì un po'. Non era lo stesso ragazzino di cui Nanni ave- va avuto paura. Dopo un istante disse: - A dire il vero, volevo fare il bagno; ma il Ran- nach non ha quasi più acqua. Nanni poteva sentire i battiti accelerati del suo cuore. Fu sul punto di raccontargli tutto: le sareb- be piaciuto parlargli del mugnaio defunto, del dena- ro e della formula magica e spiegargli il motivo per cui faceva così caldo in quei giorni. Ma il suo nuo- vo amico non avrebbe creduto alle sue parole. L'avrebbe presa in giro, e questo a lei non piaceva. Inoltre, ora non poteva neanche scacciare la piog- gia per dimostrare che non mentiva, come aveva fat- to con Josefa. Erich si tolse i vestiti e rimase in costume da bagno. Entrò nella pozza. L'acqua gli arrivava appe- na alle ginocchia. All'improvviso si chinò e comin- ciò a spruzzare Nanni; le gocce volavano e, alla luce del sole, brillavano come perle. La bambina stril- lava, felice come una pasqua, e contemporaneamen- te cercava di schivare gli spruzzi. - Vieni - la invitò Erich, - l'acqua è caldissima. - Io non posso fare il bagno, perché mi raffred- do facilmente. - In una giornata come questa? Mio padre ha detto che ci sono trentun gradi. Nanni ebbe voglia di entrare nel fiume. Le pia- ceva l'acqua, sia ferma che corrente. Nel bosco c'era una sorgente dove andava spesso per osservare lo zampillo limpido, terso, che sgorgava dalla roccia. Qui l'acqua era diversa: pura, ma tranquilla. Si vedevano distintamente le pietruzze più piccole, sul fondo. Nanni sollevò l'orlo del vestito ed entrò nella pozza. Provò una sensazione nuova e meravigliosa. I suoi piedi poggiavano sulla sabbia tiepida, e l'ac- qua cristallina la circondava. Le sarebbe piaciuto immergersi, tenendo gli occhi aperti, e guardare il sole attraverso quel liquido chiaro. Credeva, addi- rittura, che avrebbe potuto anche respirare sot- t'acqua. Erich catturò un girino e glielo mostrò con un sorriso. Poi passarono sull'altra sponda, dove il Rannach era già in secca, e scavarono una piccola buca. Nan- ni la riempì d'acqua, servendosi delle mani unite come contenitore ed Erich vi mise il girino. - Ecco il nostro zoo - disse Erich. - Prendiamo altri girini. E magari riesco anche a prendere un pesciolino. Nanni era piena di un'allegria calda e pulita. E desiderava che quella sensazione durasse a lungo, che non finisse mai. Però, improvvisamente, sulla riva del fiume apparve Josefa. Aveva corso ed era tutta rossa e sudata. Guardò Erich, irritata, e gli chiese: - Cosa ci fai tu qui? - Sto giocando con Nanni. - Non abbiamo bisogno di te. Vogliamo restare da sole. Fammi il santo piacere di alzare i tacchi. --Non se ne parla neanche. Sono arrivato prima io. Josefa tacque per un momento. Era talmente indi- spettita che non riusciva a parlare. Aveva le mani sui fianchi, e i suoi occhi, pieni d'ira, mandavano lampi di sdegno. - Ti ho detto di andartene. - E io non mi faccio comandare da te. - Nanni e io dobbiamo parlare di cose che non ti interessano. Se non te ne vai all'istante, ti pren- do a sberle. - Provaci - la sfidò Erich. - Così posso dartele indietro. E guarda che conosco anche alcune mos- se di judo. Josefa, con la faccia ancora più paonazza, gli urlò: - Se non vai via, dico a tuo padre che hai fumato. - Io non ho fumato. - Ma se ti ho visto! E non potrai difenderti, per- ché ho due testimoni. Ilsa, Trude e io ti abbiamo visto che fumavi insieme a Peter Brandstatter vicino al silo. - Siete tre cretine, - disse Erich - e tu sei una schifosa antipatica. Ma la sua voce si spense di scatto. - Non faccio più il bagno. Ho altro da fare. E tan- to non c'è quasi più acqua. Prese la sua roba, si nascose in mezzo ai cespu- gli e tornò indietro vestito, con i capelli tutti spet- tinati. Non salutò nemmeno Nanni, quando se ne andò. A lei dispiacque molto che si fosse arrabbia- to; le sarebbe piaciuto chiamarlo. Ma Josefa la pre- se per mano e se la trascinò dietro. - E' arrivata l'ora. Credo che questa notte puoi venire a prendere il tesoro. - Neanche per sogno - replicò Nanni. - Il mugnaio ha detto che il Rannach doveva essere per- fettamente asciutto. - Sì, ma praticamente lo è già. Nel mulino non c'è più acqua. L'importante è che lui non possa macinare, e adesso non può proprio: quindi è salvo. Nanni scosse energicamente la testa e disse: - Il Rannach deve essere completamente in sec- ca. Io voglio rispettare esattamente le istruzioni. - Va bene. In effetti, forse è meglio non rischia- re. Se le cose vanno a finire male, ci perdiamo entrambe un mucchio di soldi. Hai ragione tu... Nanni respirò sollevata. Aveva ancora un po' di tempo. Potevano passare giorni e settimane prima che evaporasse anche l'ultima goccia d'acqua del Rannach. E solo allora... Cosa sarebbe successo, allora? Nanni si sentì a disagio e fece in modo di can- cellare quell'idea che la disturbava. Si arrampicò fino alla pescaia, costruita con gros- se pietre e un po' sprofondata al centro. Era coperta di muschio, alghe e anche erba. Sul lato dove il Ran- nach non aveva più acqua, i grovigli di alghe era- no nerastri e senza vita. Dall'altra parte, invece, c'erano ancora garbugli di un bel verde brillante. Anche Josefa salì e si sedette vicino a Nanni. - Persino i giornali parlano della siccità- dis- se. - Dicono che una cosa del genere non capitava più da cento anni. Se non piove presto, il raccolto sarà rovinato. - Che peccato - disse Nanni. Ma stava ascoltan- do con un orecchio solo, perché era distratta da un maggiolino che faceva acrobazie su un filo d'erba. Aspettava che cadesse. --Per quanto tempo continuerà così?--chiese Josefa. - E quando il mugnaio sarà libero, ricomin- cerà a piovere? - Non lo so - rispose Nanni, sovrappensiero. Continuava ad osservare le evoluzioni del maggio- lino. Josefa era esterrefatta: - Cosa vuol dire che non lo sai? Immediatamente Nanni si rese conto che aveva commesso un errore. - Ma ti avrà detto - proseguì Josefa - come devi fare perché ricominci a piovere. O no? - Beh... no--rispose Nanni, un po' perplessa. - A dire il vero non me l'ha detto. Josefa socchiuse gli occhi. - Intendi dire che il tempo non smetterà mai di essere così secco e torrido? Allora i campi diven- teranno aridi, non crescerà più niente, neanche un filo d'erba, non rimarrà nemmeno un angolo ver- de. Tutti soffriremo la fame. E se il mugnaio ti ha imbrogliato? - Non mi ha imbrogliato - disse Nanni, esitan- te; - Quando un'anima dannata viene salvata, poi è riconoscente con chi l'ha liberata dalla sofferenza. - Chi te l'ha detto? - Lo dicono i libri. Quando si salva qualcuno, la sua anima va in paradiso. Eè molto grata ed esau- disce tutte le preghiere. - Però se ti dà l'oro e tutte le ricchezze, forse poi pensa di averti già esaudito. Devi chiedergli anche che cosa devi fare perché il tempo torni normale. - Va bene, glielo chiederò. - Speriamo che si faccia vedere dopo che sarà finito tutto. Potrebbe anche limitarsi a mostrarti i forzieri del tesoro e andarsene via subito. - Così no- protestò Nanni. - Sicuramente non farà così. Mi ha promesso di portarmi personalmen- te il tesoro. Josefa non replicò, ma scrutò Nanni con estre- ma diffidenza. Continuarono ad arrampicarsi lungo la pescaia. Per Nanni era una novità. Di solito non poteva anda- re in giro senza scarpe, e ad essere sinceri non le piaceva nemmeno molto, perché non era abituata a farlo. I sentieri erano coperti di ghiaia e sassi, che le facevano male quando andava a piedi nudi; nei prati, l'erba nascondeva cardi e stoppie che pun- gevano. Invece, le alghe e il muschio della pescaia erano morbidi e caldi, quasi come i tappeti che c'erano a casa. All'improvviso, Josefa esclamò: - Che schifo! Hai una macchia enorme sul vestito. Nanni si guardò l'abito, spaventata; però non vide nulla. - Dietro, dietro - disse Josefa.--Dove ti sei seduta. In effetti, le alghe umide avevano lasciato una bel- la macchia verde. Nanni cercò di pulirla, sfregan- do energicamente la stoffa, ma riuscì solo ad esten- dere il danno. - Perché ti preoccupi tanto? - chiese Josefa. - Una volta lavato, la macchia andrà via. - Sl, ma quando lo vedrà mia madre, mi sgriderà. - E allora? Sbaglio, o tu hai una gran paura di tua madre? - Un pochino, sì. Non mi piace che mi sgridi. - Tutte le madri sgridano i figli - disse Jose- fa. - Anche la mia. Soprattutto quando è nervosa. Qualche volta mi dà una sberla. La tua non lo fa di certo. - Solo una volta ogni tanto. Però mi mette il muso. E mi parla sempre con molta severità. E quando fa così mi sembra che non mi voglia più bene. - Sei proprio un bel tipo - disse Josefa. - A me non importa un bel niente di come mi guarda mia madre. Nanni scrollò le spalle, ma era ancora preoccu- pata. Sfregava continuamente il punto dove il vesti- to era macchiato. Josefa la osservava con curiosi- tà. D'un tratto un lampo di astuzia illuminò i suoi occhi. Poi disse: - Per fortuna tua madre non sa che sei tu la responsabile della siccità. O forse lo sa? - Ma stai scherzando?- rispose Nanni, terroriz- zata al solo pensiero. - Non devi dirlo a nessuno. Altrimenti i conta- dini pretenderanno un risarcimento. A Nanni tremavano le gambe. Con voce esitante, chiese: - Sono tanti i danni? - Senza dubbio. Potrebbero ammontare a diver- si milioni di scellini. Ma non preoccuparti. Io non ho intenzione di denunciarti. Nanni ne fu sconvolta. La giornata non era più così bella. Lei non voleva danneggiare nessuno, e non contava nulla che non si sapesse che era colpa sua. Provava compassione per ogni persona afflit- ta da una disgrazia. Era così angosciata che aveva voglia di piangere. Josefa tornò a sorridere: aveva già dimenticato tutto. Ma Nanni smise di volerle bene. Non le era più così simpatica. IL GIORNO seguente si incontrarono di nuovo vici- no al Rannach. Faceva ancora più caldo del giorno prima. Ma il ristagno d'acqua era ancora lì, a monte della pescaia. Non si notava nessuna differenza. Josefa prese a calci l'acqua, che schizzò tutto intorno. - Vediamo se si secca, una volta per tutte. E un secolo che va avanti così. - Arriverà anche quel momento - disse Nan- ni. - Ieri la pozza era più profonda di oggi. Me ne sono accorta perché ieri quella pietra era sommersa e si vedeva solo la punta. Oggi è completamente asciutta. Ci vuole tempo, però. - Già, magari fino all'inverno- sottolineò Jose- fa, furiosa. Guardò il ristagno come se fosse il suo più acerrimo nemico. L'acqua rifletteva il cielo azzurro. Poi si illuminò tutta ed esclamò: - Ho un'idea: possiamo prendere un secchio e portare via tutta l'acqua. Così vuotiamo il Rannach e fine della storia. - Così non vale - disse Nanni. - C'è ancora un rivolo d'acqua che scorre. E' necessario che si esau- risca. Allora la pozza si asciugherà da sola. Josefa posò lo sguardo sul letto del fiume e vide che Nanni aveva ragione. Vicinissimo alla riva, seminascosto dall'erba, correva nell'ombra un filo d'acqua. Risalirono un tratto del letto per scopri- re da dove venisse quel rigagnolo. Scorreva senza interruzione lungo la riva, all'ombra. Più a monte, il fiume faceva una curva. In quel punto, l'acqua, mormorando, Sl faceva strada tra le pietre e attra- versava il letto. Brillava, sotto i raggi del sole. Poi scorreva lungo l'altra riva. Era così poco profon- da che non riusciva a coprire i sassi, ma occupava più spazio che sulla riva opposta e si diramava in minuscoli rivoli. Così si era ridotto il Rannach! - Vedi? Sarebbe perfettamente inutile cercare di svuotarlo con un secchio - disse Nanni. La verifi- ca la tranquillizzò, tanto quanto contrariò Josefa. Di nuovo, Josefa raccolse un sasso e lo lanciò in acqua con forza. - Mi piacerebbe entrare nel mulino - disse. - Hai paura ? - No, no - rispose Nanni. Ma le cose non stavano esattamente così. In realta aveva paura. Anche Josefa fino ad allora aveva pro- vato un certo disagio pensando al mulino. Nessu- na delle due aveva mai osato entrare. Risalirono sulla riva del fiume. Ognuna aspetta- va che l'altra entrasse per prima. Camminarono fra i cespugli, fingendo di cercare more, benché sapes- sero che non erano ancora mature. Entrambe ten- tavano di far passare il tempo. Passo a passo, si avvicinarono al muliIlo, sul quale alcuni salici proiettavano la loro ombra. Sui tron- chi c'era ancora il fango secco lasciato dall'ultima piena. Tutto l'ambiente aveva un aspetto sporco e abbandonato. I cespugli di rovi sulle rive del fiu- me erano coperti di polvere. E polveroso appariva anche il sentiero che Nanni aveva percorso sotto la pioggia. Una volta giunte di fronte al mulino, le due bam- bine sembravano intimorite. Un terrapieno coper- to di ortiche le separava dal sentiero. L'edificio, gri- giastro e semidistrutto, era circondato da erbacce; il suo aspetto triste e desolato dava l'impressione che quelle pareti diroccate desiderassero solo un posto dove trovare finalmente un po' di tranquilli- tà. I muri di legno, macchiati di muschio, poggia- vano su di un basamento in pietra, sul quale dor- mivano due lucertole di colore grigio-verde. - Dov'era il mugnaio? - chiese Josefa con voce spenta. - Lì - rispose Nanni indicando la ruota. - E com'era vestito? - Portava una tunica bianca, lunga fino ai piedi. Josefa si decise. Strappò un ramo e lo usò per farsi strada fra le ortiche. In due o tre balzi rag- giunse il mulino. Nanni la seguì. Le ortiche face- vano davvero male; però erano riuscite a passare. Si fermarono davanti alla porta. C'era una fes- sura e poterono scrutare l'interno, scuro e tenebro- so. Non era possibile distinguere chiaramente le cose. Il legno di cui era fatta la porta, fragile e ver- dastro, portava ancora i segni di un incendio. La soglia era invasa dalle erbacce, ormai così alte che raggiungevano le ginocchia. Josefa spinse la porta. Non era facile muoverla Dovette sudare sette camicie, ma alla fine riuscì ad aprirla. Per qualche istante le due bambine osservarono la stanza. All'inizio, l'oscurità era tale che non riu- scivano a vedere niente; poi gli occhi si adattarono lentamente e cominciarono a distinguere le forme. Nanni scoprì la tela di un ragno e una seconda por- ta, a sinistra. Prese il coraggio a due mani ed entrò. Il suolo era saldo e asciutto; vi cresceva un verde tappeto di erbe infestanti. Più all'interno, dove non arrivava mai ]a luce, c'era solo terra battuta, coper- ta da un sottile strato di sabbia. Nanni fece segno a Josefa, che entrò a sua volta. Aprirono la porta sulla sinistra, che cedette con facilità. Non aveva maniglia né serratura e cadde a terra quando Josefa le diede uno spintone. Oltre la porta c'era molta luce. Il tetto in rovina lascia- va passare un raggio di sole. Si distingueva chia- ramente il mulino e la scala del magazzino. - E' stato così anche l'altra volta? - chiese Jose- fa. - Voglio dire, è stato così difficile aprire la porta ? - No - disse Nanni. - Quella volta no. Sai, gli spiriti usano delle formule magiche per fare que- ste cose. - E dov'erano i forzieri dell'oro? - Proprio lì - rispose Nanni, indicando a sinistra. - E adesso dove sono? - Non lo so. Saranno sotterrati da qualche parte. Josefa si avvicinò alla macina e toccò l'enorme mola di pietra. - Cavoli! E' davvero gigantesca! - Sì, - disse Nanni - è pesantissima. Deve esse- re così per poter macinare i sassi. Si chinò per raccogliere una manata di sabbia. - Guarda. E' farina di pietra. - Tu dici? - Certo. - Non ti sembra che sia la sabbia del Rannach? - No- rispose Nanni con decisione. - E' pietra macinata. Josefa andò verso la scala che portava al magazzino. - Saranno di sopra i forzieri? - Può darsi. Però noi non possiamo ancora cer- carli; è troppo presto. Josefa decise di andare comunque a vedere e si arrampicò sulla scala. Nanni la seguì. La scala era ripida e molto instabile. Alcuni pioli erano rotti e bisognava salire con una certa cautela. Per poco Josefa non si ruppe una caviglia, quando un piolo cedette improvvisamente sotto i suoi piedi. Il magazzino era una specie di soffitta divisa in due parti, il pavimento ne copriva solo una, per cui da lì potevano osservare comodamente l'interno del mulino. Era completamente vuoto e solo una trave lo attraversava, alta abbastanza per potersi sede- re. Il pavimento del magazzino scricchiolava, quan- do veniva calpcstato. La stanza era così bassa che si poteva toccare il tetto del mulino con le mani. C'era odore di legno marcio. Josefa e Nanni si sedettero sulla trave. Era anco- ra abbastanza solida per sostenere il peso delle due bambine. Da uno spiraglio del tetto entrava una luce tenue. Fuori, si vedeva il verde degli alberi. Josefa rimuginò per qualche istante fissandosi le dita dei piedi, poi domandò: - Com'erano i ducati d'oro, grandi o piccoli? - Piuttosto grandi- rispose Nanni. - Allora erano monete da quattro. - Io non so cos'è una moneta da quattro - disse Nanni. Josefa prese il ducato che Nanni aveva appeso al collo. - Questo è un ducato piccolo e vale un ducato. Le monete grandi, invece, valgono quattro volte tan- to. Me l'ha detto mio padre. Tu mi avevi racconta- to che questo era un ducato del tesoro del mugnaio, e adesso sostieni che tutte le monete erano grandi. C'è qualcosa che non va nella tua storia... - Come no? - rispose vigorosamente Nanni. - Il mugnaio haucati grandi e ducati piccoli, ma la maggior parte sono grandi. - Allora, me ne darai mille di quelli grandi? - Naturalmente. - Ottimo. Valgono più di un milione. Per mille ducati piccoli, invece, non ti danno più di trecen- tomila scellini. - E' un bel mucchio di soldi, non ti pare? - Dipende. Se il tempo va avanti così, perdere- mo molto di più. Mio padre dovrà vendere tutto il bestiame, perché da noi, in montagna, non c'è qua- si più acqua. E i nostri campi sono già completa- mente aridi. Nanni provava un crescente rimorso di coscien- za. Si riteneva un essere spregevole. I contadini avrebbero perso tutto e sarebbero morti di fame. Ma se avesse potuto, avrebbe risarcito tutti i dan- ni, anche a costo di rimanere senza un soldo. - Il tesoro era immenso - disse. - Più di cento- mila ducati. E poi tutte le perle, le pietre preziose, e anelli meravigliosi e collane di diamanti. Ho visto persino una corona. - D'oro? - No, di fiori. - Allora non vale niente. Oltretutto, i fiori mar ciscono. Puoi sbatterla nella spazzatura. Nanni fece un sorriso, allo stesso tempo nervo so e pieno di mistero. --I fiori erano fatti di pietre preziose e al cen tro avevano un diamante che sembrava un'enorme goccia di rugiada. I petali erano di zaffiri e rubini ed erano incredibilmente scintillanti; sembrava qua- si che contenessero una luce. Invece le foglie era- no di smeraldi. - Cosa sono? - Una pietra preziosa verde. Ho sentito dire che lo smeraldo è la pietra preziosa che vale di più. Addirittura più dei diamanti. - Fantastico- esclamò Josefa. -- Allora mi dai anche la corona? - Ma è la cosa più bella del tesoro - protestò Nanni. - Per questo la voglio io. Se non me la dai, andrò a raccontare a tutti che hai fatto un incantesimo alla pioggia. Nanni rimase perplessa e delusa. Odiava Josefa. Però non poteva difendersi e doveva tacere. Se fosse stata costretta a cederle la corona, avrebbe sempre potuto trovarne un'altra. Ma non descrisse a Jose- fa altri particolari sul gioiello. Era soltanto suo ed era l'oggetto più meraviglioso del mondo. - Mi darai la corona? - chiese ancora Josefa. - E va bene... Nanni immaginò se stessa mentre rompeva la corona. Aveva in mano un sasso e spaccava i fiori rossi e blu fatti di pietre preziose. E gettava le bri- ciole a Josefa. La compagna non poteva certo sospettare i pensieri che giravano nella mente di Nanni. Aveva ritrovato il buon umore ed era tutta gentile nei suoi confronti. - Cos'altro hai visto nel forziere? Dài, racconta... - Non mi ricordo- rispose Nanni, amareggiata e di mala voglia. - Però, quando l'avrai portato a casa, mi farai vedere il tesoro, vero? - Ma sì, sì. - E potrò scegliere qualcos'altro? - Io non ho niente in contrario. - Voglio la metà del tesoro- disse Josefa. - Così potrò continuare a essere tua amica. Altrimenti no. Nanni era stufa del mulino. Faceva caldo e si sof- focava in quella specie di soffitta. E lei voleva sta- re lontana da Josefa. La sua amicizia non le inte- ressava più. Si alzò. - Adesso devo andare a casa. Mia madre mi aspetta. - Sei la solita paurosa- la stuzzicò Josefa con un sorrisetto dispettoso. «Non la sopporto più» pensò Nanni. «E meschi- na e volgare.» Mentre lei scendeva dal magazzino, Josefa rima- se a guardarla dall'alto. - Io sto qui a cercare il tesoro. Magari lo trovo. E se lo trovo, me lo tengo tutto io e non ti do un bel niente. A Nanni venne una gran voglia di gridarle: «Non troverai proprio nulla, perché il tesoro non esiste». Ma quella era una cosa che non osava nemmeno pensare. NANNI camminò per i prati. Il sole bruciava. L'er- ba e le piante erano così gialle e rinsecchite che sembrava avessero rinunciato a crescere. Gli spiazzi dove non c'era vegetazione avevano un aspetto gri- gio e polveroso. Agli occhi di Nanni, tutto era cam- biato. La terra non le sembrava più allegramente baciata dalla luce dorata del sole. Era triste e deso- lataJ assetata di pioggia. E la colpa di tutto ciò era solo ed esclusivamente sua. Era convinta che non sarebbe mai stata capace di rimediare a quel disa- stro. Corse davanti a Josefa, che le diceva quelle cose così terribili e deprimenti. Non voleva veder- la mai più. E le sarebbe anche piaciuto fuggire lon- tano dal sole. Ma purtroppo era impossibile. Non c'era neanche un po' d'ombra. La distesa di prati era immensa e deserta, senza un albero né un cespuglio. Nuvole scure di insetti ronzavano nell'a- ria incandescente, interrompendo il silenzio con il loro brusio sconfortevole e fastidioso. Nanni si sentiva sola e abbandonata. La terra assetata era in collera con lei. Le farfalle la sfuggi- vano. Nessuna di loro voleva più essere sua amica. Una vespa si posò sul suo braccio e la punse. La bambina corse senza fermarsi, ansimando. Era grondante di sudore. Passandosi la lingua sulle lab- bra, sentiva un sapore salato. Lo stesso sapore che avevano le sue lacrime quando piangeva. Ed effet- tivamente, aveva una gran voglia di piangere. Giunse alla strada asfaltata e smise di correre. Non si sentiva più così sola e spaventata. Passava- no diverse automobili, e i loro occupanti non sem- bravano arrabbiati né guardavano Nanni con aria di rimprovero... Avevano tutti i finestrini aperti e viaggiavano sotto un sole splendente. Dove la stra- da svoltava, c'era uno slargo con alcuni alberi. Un'auto era parcheggiata e delle amache appese ai tronchi, sulle quali riposavano alcune persone. Una signora anziana si godeva l'ombra, mentre una ragazza prendeva il sole. Era in costume da bagno e sembrava già piuttosto scura. Vicino a lei, un uomo, seduto, ascoltava una radiolina. Nanni si ricordò che era domenica. I gitanti si godevano il bel tempo. Non consideravano il fatto che quel sole inaridiva i campi; ma non era nemmeno colpa loro se non pioveva più. D'un tratto Nanni si accorse che qualcuno la seguiva. Girò la testa e vide che era Erich. Il ragaz- zino sollevò un braccio, sorridendole. - Aspettami, Nanni - gridò. Nanni si rese conto con gioia che Erich non era arrabbiato, benché lei sembrasse essere stata d'ac- cordo quando Josefa lo aveva cacciato via o, quan- to meno, non si fosse opposta. - Dove vai? - A casa- rispose Nanni. - Io vado al pascolo. Vuoi venire con me? - Non posso. Oggi si cena alle sei. --Ah, già. Però puoi venire dopo cena. Insegno judo, al pascolo. - Davvero? E posso partecipare anch'io? - chie- se Nanni. In un attimo la scena si trasformò. Nanni dimen- ticò Josefa, il vecchio mulino e il tesoro, che in real- tà non esisteva. Tutte le angosce scomparvero dai suoi pensieri. - Possono venire tutti quelli che mi sono simpa- tiCi - le disse Erich. Nanni era raggiante: Erich le voleva bene e non pretendeva nulla in cambio della sua amicizia, non voleva nemmeno che lei facesse i temi al suo posto. Camminarono insieme ed Erich le parlò delle mosse di Judo che conosceva. - Potrai lanciarmi per aria con una mano sola quando vorrai. Non c'è bisogno di essere forti per rluscircn E un problema di abilità. Se si eseguono bene i movimenti, si può mettere in ginocchio anche l'uomo più forte. - E lo saprò fare anch'io? - Certo. Chiunque conosca bene le varie mosse. L'importante è allenarsi tutti i giorni. - Nanni ascoltava piena d'entusiasmo. Si imma- ginava Josefa che la insultava e lei che l'afferrava per un braccio e la lanciava in aria con una mano sola. Sarebbe stata una vera soddisfazione - Allora dopo cena vengo al pascolo, - disse - beh, se mla madre mi lascia uscire così tardi. - Io penso che ti lasci. D'estate fa buio tardi. Se le dici dove vai, ti lascerà venire. Giunti alla segheria si separarono. Nanni si sen- tiva allegra, euforica quando tornò a casa. Sua madre, poi, le diede davvero il permesso di andare al pascolo dopo cena, ma le disse di tornare prima delle otto. Quella sera Nanni cenò più in fretta che mai, ben- ché il rognone saltato in padella le piacesse poco. Inoltre come contorno c'erano le cipolle, che le face- vano venire la nausea, ma era obbligata a mangiarle perché facevano bene. Quando ebbe finito, sparec- chiò in un attimo. Lavò i piatti, come faceva sem- pre, e uscì. Al pascolo c'erano molti bambirii che correvano. Grazie al cielo, Josefa non c'era. Erich andò incon- tro a Nanni e subito le mostrò una presa di judo. La prese per un polso, sistemò il gomito della bam- bina sul proprio braccio sinistro e lo strinse. Quan- do lui camminava, Nanni era costretta ad andargli dietro, se non voleva sentire dolore. E il ragazzo non aveva bisogno di fare forza. Erich eseguì lentamente l'esercizio. Nanni imitò tutti i suoi movimenti e si riempì d'orgoglio quan- do poté verificare che era riuscita a fare tutto giu- sto fin dalla prima prova. Poi riprovò con altri ragazzi. Questi provarono a loro volta con lei e pre- sto tutti impararono l'esercizio. Quando qualcuno tirava troppo forte, faceva un po' male, ma la cosa non aveva la minima importanza. Nanni voleva imparare subito a lanciare una per- sona in aria con una sola mano. Però Erich le spie- gò che nemmeno lui lo sapeva fare bene. Inoltre, era una mossa pericolosa, perché il suolo era duro e, cader.do male, qualcuno avrebbe anche potuto rompersi un osso. Era una mossa che si poteva fare solo in caso di pericoio, con un ladro o un assassi- no: ma a Grafenweiler non c'erano ladri, e neppu- re assassini. Erich conosceva anche un altro gioco divertentissimG: quello delle figure. Prendeva Nanni per una mano e la faceva girare. Poi la lasciava andare e lei rotolava per terra e doveva mantene- re la posizione in cui cadeva. In quel modo si crea- vano delle figure stranissime, ridicole. Per esempio Nanni si trovò in ginocchio, con una gamba piega- ta nell'erba, entrambe le mani appoggiate a terra e l'altra gamba distesa da una parte. Oppure rima- se sdraiata sulla schiena, agitando per aria brac- cia e gambe, come un insetto che non riesce a girarsi. Quel gioco ottenne un grande successo fra i bam- bini. Si dimenticarono del judo e, a coppie, si mise- ro a girare su se stessi in mezzo al prato. A volte esageravano di proposito la posizione in cui si fer- mavano, assumendo così le pose più inverosimili. Qualcuno, poi, cacciava fuori la lingua o strabuz- zava gli occhi. Nanni non si era mai divertita tanto. Non pote- va quasi respirare per la felicità ed era rossa come un peperone. Non si accorgeva neppure di quanto forte stesse ridendo e gridando. Né si preoccupa va di non sporcare il vestito. Poi giocarono a guardie e ladri. Andarono nel bosco, perché lì i ladri potevano nascondersi meglio. A Nanni toccò la parte del ladro, cosa che le fece particolarmente piacere. Cercarono un rifugio fra i fossi in secca e si nascosero fra gli arbusti, in mezzo alla boscaglia. C'erano le ortiche e i rovi si impigliarono nella gon- na di Nanni, che si rintanò nel folto di un cespu- glio. Erich, che faceva il ladro come lei, le si acco- vacciò di fianco. - Qui non ci trova nessuno - sussurrò lei. Erich si mise un dito davanti alle labbra. Dove- vano stare in perfetto silenzio. Erano circondati da moscerini e tafani. Nanni fu punta più volte, ma non disse una parola. Non aveva mai sopportato così facilmente l'irritazione causata dalle ortiche e le punture delle zanzare. Erano gli inconvenienti dell'avventurosa vita da ladri. Due o tre guardie passarono vicinissimo a loro. Si sentivano chiaramente le parole che dicevano e i piani che preparavano per catturare i ladri. Nan- ni si sbellicava dalle risate, ma doveva cercare di non farsi sentire, altrimenti Erich si sarebbe arrab- biato. Era seduto al suo fianco, tutto serio e con- centrato, e ascoltava con la massima attenzione. Sol- tanto quando le guardie si furono allontanate sen- za averli visti, Erich si lasciò andare a un sorriso. Stando insieme a lui, Nanni si sentiva protetta. Le sembrava che nessuno potesse farle del male quan- do c'era Erich. Continuarono a giocare per un bel po' e persero la nozione del ternpo. Ma improvvisamente, Nanni si rese conto che si era fatto buio. Per l'agitazione, cominciò a batterle forte il cuore. - Che ora è? - chiese. Non aveva l'orologio, ma non era possibile che fossero già le otto. Infatti non erano le otto, ma le nove e dieci. Avrebbe dovuto essere a casa da più di un'ora. Al solo pensiero si sentì svenire. Tutta la sua allegria scomparve in un attimo. - Forse dovrei andare a casa- disse Erich. Per lui non aveva la minima importanza che fos- sero le nove e dieci, e Nanni lo invidiò. Le sarebbe piaciuto essere un maschio, come lui, e non essere sempre costretta a tornare a casa entro una certa ora. Le guardie e i ladri si erano riuniti di nuovo in mezzo al pascolo. Adesso correvano in tutte le dire- zioni, cercando di prendersi a vicenda. Erich accom- pagnò Nanni fino alla segheria. Si stupì che la bam- bina fosse così silenziosa e le chiese se era arrab- biata. - No, no, - disse Nanni - non sono arrabbiata con te. Cercò di sorridergli. Non gli raccontò che le rimordeva la coscienza e che stava pensando a quel- lo che le avrebbe detto sua madre, una volta a casa. Josefa l'aveva presa in giro accorgendosi che ave- va paura di sua madre. E Nanni non voleva che anche Erich si burlasse di lei per la stessa ragione. Aprì il cancelletto del giardino ed entrò con Gau- tela, nel tentativo di evitare anche il più piccolo rumore. Sua madre la stava aspettando sulla soglia di casa ed esclamò: - Ti sembra questa l'ora di arrivare? Poi apparve suo padre e aspettò che lei si avvici- nasse. La bambina poteva vedere soltanto la sago- ma scura dei genitori, perché alle loro spalle le luci dell'ingresso erano tutte accese. Ma anche senza vedere i loro volti, capì che erano davvero molto arrabbiati. Chinò la testa con fare timoroso, aspettando che cominciasse la lavata di capo. Avrebbe voluto essere puntuale e invece arrivava a casa che era quasi not- te. Nanni si sentiva terribilmente in colpa. Sua madre la prese per le spalle e la scosse con forza. - Ti sembra che siano le otto? La sua voce era acuta e quasi stridula. Come sempre, quando era in collera, la madre di Nanni aveva gli occhi cupi, pieni di tristezza. Ma questa volta la loro espressione era ancora più dura del solito. Erano spalancati, grandi e severi. Non erano neri, come solitamente ci si immagina che sia- no gli occhi di una persona in collera, ma lividi e freddi come il ghiaccio. Nanni tremava di paura. - Ecco cosa si ottiene quando ti si concede trop- pa libertà! - gridò la madre. - Te ne approfitti subi- to per fare quello che ti pare. Ti si dà un dito e tu, ovviamente, ti prendi tutto il braccio, vero Nanni? Ma puoi giurarci che questa è la prima e l'ultima volta. Te lo posso garantire. D'ora in avanti non metterai più piede fuori casa dopo cena. Poi parlò il padre. In genere non parlava molto con la figlia, ma non perché fosse di malumore e non le volesse bene. Era solo stanco e desiderava essere lasciato tranquillo. - Non ti è venuto in mente che ci saremmo preoc- cupati? - disse. - Ti abbiamo cercato al pascolo. Abbiamo girato tutto il villaggio e non ti abbiamo trovato da nessuna parte. Una figlia non deve fare una cosa del genere ai suoi genitori. Il padre non alzò la voce con Nanni. I suoi occhi non esprimevano collera, e tuttavia quelle parole di rimprovero le fecero male. Comunque, la bambi- na si rese conto del fatto che, dopotutto, suo padre era contento di averla ritrovata e di non essere più costretto a preoccuparsi per lei. Presto sarebbe tor- nato a immergersi nella lettura del suo giornale. La madre di Nanni non ritenne conclusa la que- stione, niente affatto! Era così agitata che faceva fatica a respirare, come se avesse corso a tutta velo- cità e a lungo. Come se non bastasse, poi, notò qual- cosa che la fece infuriare ulteriormente: il vestito della figlia era stracciato in più punti e pieno di macchie... - Ma guarda come sei conciata! Sembri ùna zin- garaAdesso il vestito è da buttare. Guarda come l'hai ridotto. Un vestito quasi nuovol Comprarti qualcosa di bello e gettare i soldi al vento è la stessa cosa. Ieri la macchia d'erba e oggi... oggi questo schifo! Nanni non disse una parola. Tremava come una foglia. Sapeva di non avere scuse. Negli ultimi tem- pi aveva combinato tali e tanti disastri che non osa- va neppure pensarci. I campi erano inariditi. Il bestiame moriva di sete. E adesso aveva anche rotto e sporcato il vestito. Per tutta la sera sua madre non le rivolse più la parola. Girava per la casa sbattendo le porte così forte che persino suo marito, che leggeva il gior- nale sprofondato in poltrona, trasaliva ogni volta. Il padre non disse nulla. Andò a letto presto senza rivolgere a Nanni una parola gentile. Quella sera, la bambina non poté leggere né guar- dare la televisione. Non aveva neanche voglia di far- lo. Stava rannicchiata in un angolo e, di tanto in tanto, fissava sua madre con occhi supplicanti. Ma questa non contraccambiava il suo sguardo Nan- ni si sentiva sola Era convinta che anche gli oggetti di casa fossero In collera con lei e non volessero più avere rapporti con una bambina tanto cattiva. Nanni si spogliò e si lavò con una cura partico- lare. Cercò di sistemare il vestito malridotto e andò a dare la buonanotte a sua madre, che però girò la faccia dall'altra parte e non si lasciò baciare. Nanni tornò in camera, tolse il copriletto e si rifugiò in quell'accogliente oscurità. Fece molta fatica a prendere sonno e pianse a lungo in si- lenzio. I rintocchi dell'orologio della torre scandivano ogni quarto d'ora che passava, echeggiàndo in tut- to il paese. IL MATTINO successivo, la mamma si mostrò nuo- vamente gentile, ma Nanni continuò a sentirsi depressa. Solo dopo un paio di giorni le sue preoc- cupazioni scomparvero. Tornò a incontrarsi con Erich e andò con lui al pascolo. C'erano altri bam- bini e giocarono tutti insieme. Nanni imparò altre mosse di judo. E già riteneva di essere forte e invin- cibile. Anche i giorni seguenti cercò la compagnia di Erich ed evitò accuratamente Josefa. Non si avvi- cinò neanche al Rannach. Voleva dimenticare il rac- conto del mugnaio, I'oro e le pietre preziose. Il pic- colo ducato che portava al collo era di nuovo quel- lo che era sempre stato: un regalo di battesimo e niente di più. Nanni voleva con tutte le sue forze che le cose andassero avanti così fino alla fine del- l'estate, quando si sarebbe trasferita nel collegio, in città e sarebbe finalmente stata al sicuro da Josefa. Ma il quarto o il quinto giorno, Josefa comparve vicino al cancello del giardino, proprio mentre Nan- ni si preparava ad andare al pascolo. Le si parò davanti e la rimproverò: - Chi non muore si rivede! Ti ho aspettata ogni giorno al fiume. Perché non sei venuta? Nanni si spaventò tanto che non riuscì a rispon- derle. - Voglio sapere perché hai smesso di venire al Rannach - sibilò Josefa. - Avevo intenzione di venirci... - rispose Nanni con un sussurro. - Già, e quando? Guarda che so tutto. So che pas- si le tue giornate con Erich. E non mi piace per niente. Non devi giocare con lui. - Perché no? - Perché io lo odio. Non mi lascia partecipare alle sue lezioni di judo. L'altro ieri si è comporta- to da vero cafone e mi ha cacciata via. Immediatamente Nanni provò un forte senso d'or- goglio e d'allegria: lei poteva partecipare e Josefa no. Il che significava che a Erich Josefa non piace- va per niente. L'aveva detto lui stesso: «Possono venire tutti quelli che mi stanno simpatici». E lei era contenta che Erich detestasse Josefa. - Non vedo perché non dovrei giocare con Erich - commentò Nanni. Ma incontrando lo sguardo maligno di Josefa ammutolì all'istante. - Ascolta bene quello che ti dico: se scopro che sei stata ancora con Erich, racconto a tutti... sai bene che cosa. Un senso di indignazione e contemporaneamen- te di paura si impadronì di Nanni. La sua mente fu invasa da pensieri terribili. Se in quel momento Josefa fosse caduta morta ai suoi piedi, lei avreb- be fatto salti di gioia. Ma la compagna era viva e forte come sempre. - A proposito, ho una notizia da darti - aggiun- se quella. - E scoppiato un incendio sullo Spielberg. - Un incendio? - Sì, cara, per via della siccità. I danni ammon- teranno a diversi milioni di scellini. La colpa è tut- ta tua. E speriamo che non si alzi il vento, altrimen- ti brucerà tutto il villaggio. Nanni aveva gli occhi fuori dalle orbite per l'orrore. - Quando è cominciato? - A quanto pare, ieri a mezzogiorno. Ma lo han- no scoperto questa notte. Per questo si è esteso così tanto. Ma non hai sentito le sirene? - No dormivo. - Io le ho sentite bene e ho pensato subito che ci fosse un incendio. Bisognava aspettarselo, con tutta questa siccità. I pompieri sono intervenuti subito. C'è anche mio fratello: è uscito a mezzanotte. Probabilmente saranno costretti a far intervenire l'esercito. E il nostro bosco è in pericolo. Nella sua disperazione, Nanni ricominciò a pen- sare al tesoro. - Quando sarò ricca ripagherò tutti i danni! - esclamò. Josefa fece una smorfia. --E quando mai sarà? Il Rannach si è asciuga- to, per caso? - Non lo so. - Ieri non era ancora completamente in secca. Oggi non ci sono passata. Ma tanto a te non inte- ressa neanche un po', vero? - Non è vero che non mi interessa - protestò Nanni. - Allora vieni con me. Andiamo a vedere. Attraversarono la distesa di prati e giunsero al Rannach. Nel fiume scorreva ancora un po' d'ac- qua. Era un rivoletto che gocciolava tra le pietre e le alghe, ma c'era. Josefa si infuriò. Nanni, al con- trario, si sentì più leggera quando vide quella poca acqua nel Rannach, per quanto quel fatto signifi- casse anche che avrebbe dovuto aspettare e non avrebbe potuto risarcire i danni il giorno dopo. Ma comunque avrebbe potuto provvedere in breve tempo. TUTTI parlavano dell'incendio sulla montagna. Dicevano che era stato controllato e che poi si era riprodotto altrove. Lo Spielberg bruciava da due giorni. Nanni venne a sapere i particolari della sto- ria dalla radio e dalla televisione. I giornali ripor- tavano la notizia in prima pagina. Nanni era depressa e non voleva uscire di casa. La spaventava l'idea di attraversare il villaggio. Ave- va voglia di andare a trovare Erich, ma Josefa non vo]eva. E Nanni non aveva invece nessuna voglia di incontrare Josefa. Perciò passava le giornate tra l libri, oppure aiutando sua madre nelle faccende domestiche. Una volta, affacciandosi per caso a una finestra, vide la sua persecutrice che passeggiava davanti al cancello e, terrorizzata, si nascose die- tro la tenda. Il caldo era soffocante e aumentava di giorno in giorno. I fiori nei giardini si afflosciavano e mori- vano, mentre l'erba ingialliva a vista d'occhio. Per- fino il cielo sembrava pallido e opaco sotto i raggi di quel sole implacabile. Una volta, a pranzo, i genitori di Nanni parlaro- no dell incendio. Dissero che il fuoco era arrivato in cima alla montagna. - Cercano di spegnerlo gettandogli sopra della terra, che però è così asciutta che brucia quasi come se fosse combustibile - disse il padre. E la madre aggiunse: - E non c'è pioggia in vista. Questa siccità è dav- vero incredibile. A Nanni era già passata la voglia di mangiare. Masticava a fatica e doveva fare uno sforzo incre- dibile per inghiottire ogni boccone. Pur non cono- scendo il motivo di quel caldo, sua madre parlava quasi come Josefa. Dopo mangiato, Nanni chiese il permesso di usci- re, benché non sapesse neppure lei dove voleva andare. Ma adesso, non riusciva più neanche a stare chiusa in casa. Non c'era nemmeno un angolo dove non stesse male. Prima di uscire dal giardino, controllò che Jose- fa non fosse ancora lì per impaurirla con le sue minacce. Per fortuna, la strada era libera. Nanni guardò verso lo Spielberg, dove si ergeva il vecchio castello disabitato. Dal bosco che copriva la mon- tagna si alzava un'immensa nube di fumo. Nanni cominciò a camminare e arrivò fino al ponte sul Rannach. Attraversò il ponte e proseguì fino a una croce adorna di fiori, situata proprio dove ir zia- vano i campi. In quel punto svoltò in un viottolo di campagna. Camminò a lungo fra estesi campi col- tivati. Il sentiero era bianco e polveroso. In mezzo ai due solchi lasciati dalle ruote dei carri, cresce- vano erbe infestanti in abbondanza. Sui bordi late- rali, invece, fioriva una pianta che Nanni conosce- va bene. Era di color rosa pallido e si chiamava Cen- taurea minore. Sua madre la raccoglieva, la face- va seccare e la usava per preparare un infuso quan- do Nanni aveva lo stomaco in subbuglio. La bam- bina strappò uno stelo e lo mordicchiò. Era amaro. Nei campi il grano era maturo e dorato. I papa- veri, di un rosso intenso, rilucevano come lingue di fuoco. Ad un certo punto apparve un campo di mais. Le barbe delle pannocchie erano di colore bruno. All'inizio dell'estate erano state bianche, setose e tenere. Ma adesso avevano perso tutta la freschezza ed erano secche, squallide. Nanni strappò una pannocchia, anche se sapeva che quello era rubare. Ma le sue colpe erano già così enormi che un piccolo furto non significava nulla al confronto. Tolse le foglie che l'avvolgeva- no e scoprì i chicchi dolci, teneri e croccanti, per- fettamente allineati fino all'estremità, dove erano piccoli come una punta di spillo. Sgranocchiò il mais. Sapeva di latte e le tolse il sapore amaro della Centaurea minore. Quel viottolo conduceva allo Spielberg, e allora Nanm seppe dove stava andando. Voleva vedere l'in- cendio. La cima della montagna stava bruciando e il fuoco era sempre più vicino. Divorava gli alberi, i cespugli e i nidi degli uccelli. Probabilmente il giorno successivo sarebbe arrivato fino a Grafen- weiler. Il percorso proseguiva, anche se adesso era diven- tato un ripido sentiero di capre. Nanni giunse a un roveto carico di more mature, ma non era dell'u- more giusto per fermarsi a raccoglierle. Continuò a camminare di buon passo verso la cima. Il fondo era pietroso e pieno di spaccature. Nel corso della primavera l'acqua torrenziale delle piogge era sce- sa lungo quel sentiero e aveva scavato profondi sol- chi. Nanni portava un paio di sandaletti leggeri e continuava a inciampare nei sassi. Era stanca e le facevano male i piedi. Ad un certo punto abbandonò il sentiero e salì lungo una ripida scarpata sulla quale crescevano felci e piante di sambuco. L'erba era scivolosa e Nanni doveva aiutarsi con le mani per non cadere. Poi arrivò al bosco, il cui suolo era ricoperto di aghi secchi di conifere, che scricchiolavano sotto i pas- si della bambina. Nemmeno all'ombra c'era un po' di frescura. Il caldo era persino ancora più soffocante dove c'era- no gli alberi. La resina colava dai tronchi in fila- menti sottili ed emanava un odore penetrante. All'improvviso non ci furono più alberi. Erano stati tagliati da poco, come si notava osservando i resti dei tronchi. Nel terreno disboscato si apri- va un fossato. La terra smossa era ancora umida. Un po' più in là appariva ammonticchiata in un cumulo di forma allungata. Probabilmente era ope- ra dei pompieri. In quel momento Nanni si accor- se che c'era odore di fumo. Un sottile velo di fumo, infatti, oscurava l'atmosfera. Ma forse era solo un'impressione e Nanni stava solo vedendo tra gli alberi una nuvola di polvere che si sollevava, offu- scando la luce del sole. Non era facile camminare in salita con i sandali ai piedi e il suolo ricoperto di aghi di pino e così sdrucciolevole. In circostanze normali, Nanni non avrebbe proseguito il suo cammino. Ma adesso doveva andare avanti. Doveva vedere il fuoco, pro- prio per il terrore che le fiamme infondevano in lei. Tuttavia, voleva riposarsi un po'. Si sedette sul tronco di uno degli alberi abbattu- ti, le cui radici penzolavano, simili a una barba irsu- ta. Udì voci umane nelle vicinanze e, più lontano, sibih e crepitii, come se nel bosco qualcuno faces- se schioccare delle fruste. Era indubbiamente peri- coloso proseguire. Nanni stava seduta immobile e in ascolto. Il cuore le batteva così forte che poteva sentirlo. Dopo un po' si alzò e riprese a salire verso la cima. Saltò il fossato e andò oltre. La montagna era sempre più ripida e il suolo più scivoloso. Nanni ansimava e cercava di appoggiare bene la suola dei sandali. Giunse a un boschetto di alberi giovani, molto fitto. I rami intrecciati le impedivano di pas- sare, ma la bambina si gettò con decisione contro quel groviglio inestricabile, aprendosi la strada con le mam e i rami secchi le graffiarono il viso. Con- tinuò a lottare, nonostante fosse piena di graffi e non si sentisse quasi più i piedi per lo sfinimento Doveva vedere il fuoco a tutti i costi. Nel mezzo del bosco si alzava un blocco di roc- cia. Nanni cominciò a scalarlo, calpestando pietre appuntite e muschio viscido. Improvvisamente si accorse che il cielo era diventato rosso. In cima al blocco di roccia terminava anche il giovane bosco. Una volta uscita dal folto degli alberi Nanni poté vedere il fuoco. Tutta la parte di boscó al di là del- la radura, e fin dove poteva arrivare lo sguardo, sta- va bruciando. Nanni rimase lì, con gli occhi spa- lancati. Il fuoco era come un muro altissimo e ros- so che ruggiva e crepitava. Su quello sfondo risal- tavano gli scheletri anneriti degli alberi. Il legno, secco, produceva poco fumo. Il muro di fuoco era abbagliante e, proprio per questo, spaventoso. L'aria calda saliva verso il cielo e trascinava con sé un turbinio di scintille. Era come se un grande stormo di uccelli in fiamme avesse preso il volo. Nanni avrebbe voluto scappare, ma non poteva. Era inchiodata al suolo, come se i suoi piedi fosse- ro parte integrante del blocco di roccia. Sembrava pietrificata, ma dentro di sé stava tremando di pau- ra. Fissava intensamente quel fuoco crepitante e luminoso. Era uno spettacolo magnifico. Il cielo era fantastico, completamente rosso e punteggiato di soli e di stelle che sorgevano danzando. Nanni non credeva che fosse possibile tanta bellezza. Non sen- tiva neanche l'incredibile calore che la circondava Guardò una volta anche le fiamme e decise di avvi- cinarsi. Scese dalla roccia e si addentrò nella bosca- glia secca. Non aveva più paura di quel muro incan- descente. Fece alcuni passi, poi si fermò e si voltò indietro. Tutto ciò che stava alle sue spalle appari va grigio e senza vita confrontato con lo splendore del fuoco. Si stava rappresentando uno spettacolo straordinario e lei era invitata a partecipare. Le fiamme si diffondevano. Nanni fece un altro passo, poi cominciò ad avanzare di corsa, finché sentì un calore insopportabile e soffocante. Allora indietreggiò. Si trovava tra due giovani betulle dalle foglie ancora tenere e vide anche- un piccolo pino. I rami dell'alberello, già abbastanza grandi, somi- gliavano alle zampe goffe dei cuccioli di cane. Nanni rimase immobile, ascoltando. Udì il crepi- tare della boscaglia secca in fiamme. Sollevò un pie- de, poi lo riappoggiò. Non doveva proseguire anco- ra. Era pericoloso. Ma non voleva nemmeno torna- re indietro. Era come stregata. Il muro di fuoco che le stava davanti copriva completamente l'orizzon- te. Tra le fiamme e Nanni non si frapponeva più nulla che smorzasse il calorené una collina né una roccia dietro cui ripararsi. Le giovani betulle e i pinetti della radura aveva- no un aspetto triste, malinconico. Bagliori rossa- stri oscillavano fra i loro rami. Più in là, vicino alla barriera infuocata, Nanni notò alcuni cespugli di felci. Improvvisamente si contorsero e cominciaro- no a bruciare. In quel momento, Nanni si rese conto che le pian- te avevano paura e non potevano fuggire. La terra le tratteneva. Dovevano bruciare, non c'era scam- po. Dal ramo di un pino che stava in mezzo alle felci una colonna di fumo azzurro di alzava al cielo in sottili spirali. Il pino era abbastanza lontano, ma la bambina lo vedeva perfettamente. Dopo un po' ci fu un bagliore alla sua sinistra. Nanni vide che il fuoco avanzava scivolando sul terreno. Dall'eri- ca passò alle piantine di mirtilli. Le bacche scop- piarono e schizzarono in aria bruciacchiate. D'un tratto, qualcuno afferrò Nanni per un brac- cio. La b.ambina si spaventò, gridò e si trovò davanti una faccia annerita nella quale brillavano due occhi bianchi e adirati. Era uno sconosciuto La strappò da lì con la forza e la trascinò di corsa fino al boschetto, dal quale era venuta. Era molto forte e correva a grandi falcate. Nanni lo seguì ansiman- do. Inciampò e fu lì lì per cadere; si sarebbe certo rotta il polso, perché l'uomo la teneva molto stretta. Non si scambiarono una parola. Solo quando furono in prossimità del bosco giovane, quello le diede una spinta, gridando: - Corri! Nanni non poteva correre. Tremava in tutto il cor- po come una foglia. Osservò perplessa il viso dello sconosciuto. Era bagnato di un sudore nero che colando lasciava solchi chiari sulla pelle. Nanni balbettò: - Chi è lei? - Un pompiere. Allora la bambina notò che l'uomo aveva un casco in testa. Il pompiere le diede un altro spintone e le gridò di nuovo: - Vai via di qui! Guarda che se non ti muovi, due sberloni non te li toglie nessuno, hai capito? Stu- pida! Io devo andarmene, il fuoco si avvicina. Corri! Lasciò Nanni e corse via. Le gridò qualcosa a pro- posito della radura e le fece dei segni con la mano. Fu in quell'istante che Nanni si accorse che il muro incandescente aveva cominciato a muoversi. Le fiamme avanzavano e diffondevano nell'aria miriadi di scintille. Poi la bambina improvvisamente si sentì circon- data da una tempesta di calore, insopportabile. Vide che il fuoco volava sopra la radura del bosco. Gri- dò, invasa dall'orrore, e si lasciò cadere a terra. Sco- prì che si trovava sul blocco di roccia e cominciò a rotolare giù verso la valle. La ripida scarpata la proteggeva dalla furia del calore. Nanni fuggì verso la parte bassa della montagna. Prese la via più breve. Entrò nel folto del bosco gio- vane; sentì i graffi e le punture delle spine, ma non si fermò. Corse, rotolò per terra, rimbalzò e gridò angosciata. Quando giunse al secondo spiazzo, quello dove c'era il fossato appena scavato, oltrepassò la buca e pensò che finalmente poteva riposare. Si sedette sul ceppo di un tronco, ansimando. Aveva un forte dolore nel petto. Ma non sentiva più ìl calore delle fiamme. Tuttavia, non riposò a lungo. Si incammi- nò e ricominciò a correre in discesa finché giunse a un ruscello in secca. Lì c'era ombra e il terreno era fresco. Nel letto del ruscello crescevano delle strane foglie grandi, rotonde e carnose. Nanni rima- se a lungo seduta su un grosso sasso e recuperò un po' le sue forze. Allora si rese conto di avere il corpo coperto di graffi. Braccia e gambe stavano sangui- nando. Si era ferita il ginocchio destro. Lavò via il sangue con la saliva. Poi strappò alcune foglie e le applicò alla pelle che bruciava per l'irritazione. Poco a poco si tranquillizzò e si convinse che non correva più pericolo. Il bosco era deserto, e silenzioso. Tutti gli uccel- li se n'erano andati, e probabilmente anche le lepri e i caprioli. Chi voleva vivere era fuggito. Ma anche gli alberi e gli arbusti volevano vivere e non pote- vano scappare. Nanni non sapeva esattamente dove si trovava. Era scesa correndo alla cieca e fu costretta a giron- zolare per un po' prima di ritrovare il sentiero che aveva percorso all'andata. Poi vide le case di Gra- fenweiler. Continuò il suo cammino con il cuore pesante e scrutò il viottolo, che le appariva grigia- stro. Il sole era quasi tramontato del tutto. Non faceva più così caldo. Nanni era coperta di polvere ed era piena di aghi di pino. Si fermò, si ripulì con la massima atten- zione e notò con sollievo che il vestito era intatto. Si tolse le calze, le scosse e pulì i sandali con dei ciuffi d'erba. Poi proseguì di corsa per non arriva- re tardi a cena. A casa, sua madre volle sapere come si fosse pro- curata i graffi e le ferite. - Raccogliendo more - disse Nanni, vergognan- dosi per la bugia. - Non farlo mai più! Mi sono spiegata? Ma tu guarda se deve mettersi in testa di raccogliere le more! E proprio adesso che fa così caldo e ci sono serpenti dappertutto. A cogliere le more si va con le scarpe pesanti, non con i sandali. Ricordatelo sempre! - Sì--rispose la bambina. La mamma era di nuovo arrabbiata e ricomincia- va a sgridarla. Non c'era una volta che chiudesse un occhio quando Nanni era sporca o aveva un graf- fio. Vedeva sempre tutto e voleva sapere tutto Era quasi come Dio, che conosce perfino i pensieri e castiga anche le cattive intenzioni, oltre che le cat- tive azioni. Se avesse guardato Nanni negli occhi sufficientemente a lungo, sarebbe stata addirittu- ra capace di capire dove era stata. VERSO LE DODICI del giorno dopo, quando più opprimeva il caldo, Nanni sentì sua madre che le diceva: - E' morto il fratello di Josefa. - E' morto? - chiese la bambina, distratta. Conosceva a malapena il fratello di Josefa, e tut- ti dobbiamo morire, una volta o l'altra. - Sì. E' morto bruciato. Stava spegnendo l'in- cendio. - Nel bosco? - Sì, nel bosco. Cosa c'è, Nanni? Che cos'hai? Nanni non poté rispondere. Le girava la testa e le tremavano le gambe. Di colpo la sua mente si svuotò di tutti i pensieri. Volle domandare qualco- sa, ma perse il filo del discorso. Si sentiva male. Si accorse che stava per cadere a terra. Per evita- re che accadesse, si sedette svelta sul prato. Sua madre non notò cosa le stava succedendo per- ché non la stava guardando mentre parlava. Altri- menti avrebbe visto il suo volto cadaverico. Ma sta- va raccogliendo prezzemolo in giardino e poi tor- no in casa a preparare il pranzo. Nanni rimase sedu- ta per terra. Avrebbe voluto sprofondare, perché non la potesse più trovare nessuno, e in particola- re Josefa. Però, visto che non poteva sparire nel nul- la, si trascinò tra i cespugli e si sdraiò a pancia in giù. Rimase così, con le braccia distese e la faccia sull'erba secca. La terra odorava di polvere e di calore, quasi come la cenere. Poco a poco le si schia- rirono le idee. Nanni continuò a riflettere. Josefa aveva due fratelli. O meglio, aveva avuto due fra- telli, visto che uno era appena morto. Il minore ave- va dodici anni ed era troppo giovane per spegnere un incendio. Quindi era morto il maggiore. Si chia- mava Gustav. Forse era stato lui che l'aveva porta- ta via dalla radura nel bosco. Nanni non l'aveva riconosciuto. Il suo viso era tutto nero e sotto l'el- metto tutte le facce sono uguali. Nanni era scap- pata e lui aveva dovuto fermarsi là. La barnbina se lo rivedeva davanti e poteva osservare il sudore che gli colava sul volto. Ma no, non poteva essere sta- to il fratello di Josefa. Altrimenti l'avrebbe chiama- ta col suo nome. Appostata dietro alcuni arbusti, Nanni control- lava il cancello del giardino. Ogni due minuti arri- vava qualcuno ed entrava in casa. Nanni sapeva benissimo che erano pazienti di suo padre. Il suo ambulatorio era in casa e quasi tutti i giorni veni- vano dei malati a farsi visitare. Ciononostante, Nan- ni si spaventava ogni volta che entrava qualcuno. «Josefa mi ha tradito» pensava. «Adessorengo- no. Vengono a dire che sono io la colpevole dell'in- cendio! Che la colpa della siccità, del raccolto rovi- nato e di tutto il resto è mia. Vogliono che papà dia loro dei soldi. Ma lui non ne ha abbastanza per risarcire tutti i danni. Allora si riuniranno tutti e verranno qui, dopo aver organizzato un tumulto popolare. Tutto il villaggio si solleverà contro di noi. » Ma non succedeva niente. Le persone andavano e venivano, vecchi e giovani, conosciuti e sconosciu- ti, e nessuno sembrava arrabbiato né aveva un'a- ria minacciosa. Josefa non aveva ancora detto nul- la, probabilmente perché sperava di diventare ric- ca. Nanni si tranquillizzò. Pensò al suo tesoro e immaginò ancora una volta quanto era grande e prezioso. Davanti ai suoi occhi chiusi apparvero corone, anelli e collane. Con l'aiuto della fantasia rivide un gioiello dopo l'altroi Tutti emanavano rag gi dorati e blu, verdi e rossi. Nessuno poteva farle del male mentre se ne stava lì sdraiata, impegnata a moltiplicare le sue ricchezze. Chi possedeva tesori immensi come i suoi era il padrone del mondo. Sua madre la chiamò per il pranzo e Nanni tra- salì. Le costò uscire dal suo isolamento. Quando si alzò e si diresse verso casa si sentì nuovamente pre- sa dal panico. Non vedeva più l'oro e le pietre pre- ziose, bensì il cadavere del fratello di Josefa. Il padre era già seduto a tavola e sfogliava il gior- nale. La madre portò la zuppiera con la minestra. Il vapore si alzò fino al suo volto, magro e severo. Poi si sedette e si asciugò la fronte. - Stai composta - disse a Nanni. Nanni unì le ginocchia e raddrizzò la schiena. La mamma la teneva scmpre d'occhio. - Mangia più svelta. La minestra non si mastica. Nanni inghiottì la minestra calda. Eseguiva tutti gli ordini come se fosse stata lei stessa a darli. - Guarda il piatto quando mangi. Nanni abbassò gli occhi. - Non fare rumore con il brodo. Nanni ubbidì e appoggiò il cucchiaio. - Non riesco più a mangiare. Ho troppo caldo. - Sei malata? -- No, no. E' che non ho fame. Con un gesto rapido e deciso, la madre di Nanni le appoggiò la mano sulla fronte. - Sei fresca come una rosa, non hai la febbre. Quindi mangia. O la minestra non è buona? - Sì, sì - rispose la bambina. E continuò a man- iare, ma più lentamente. Allora le tornò in mente quello che aveva voluto chiedere prima, in giardi- no, quando il suo cervello si era annebbiato. - Quand'è il funerale? - disse. - Che funerale? Ah, intendi quello di Gustav. La voce della madre cambiò. - A quanto pare, non è rimasto molto da sep- pellire. Il padre intervenne nella conversazione: - Chissà come avrà gridato... - Io pensavo che fosse morto asfissiato - disse la madre. - Sì, alla fine probabilmente è soffocato, ma non per il fumo. Gli alberi del bosco sono così secchi che quasi non fanno fumo, quando bruciano. Se è morto asfissiato, sarà stato per mancanza d'ossige- no, visto che il fuoco brucia tutto l'ossigeno del- I'aria. - Come mai nessuno è andato a prenderlo? - Perché non si poteva. Le fiamme lo circonda- vano da ogni parte. Gli altri avrebbero rischiato di morire. --E' una morte orribile. - Senza dubbio. Il discorso andò avanti per un po'. Nanni ascol- tava con attenzione. Mangiava senza appetito. Ave- va sempre più cibo in bocca e non riusciva quasi a inghiottirlo. Aveva voglia di rifugiarsi nell'ango- lo più silenzioso e oscuro della casa, in cantina o nel ripostiglio, insieme alle cose vecchie, e non usci- re più di lì. Così non avrebbe dovuto rivedere Josefa né avrebbe più sentito parlare dell'incendio. Avreb- be voluto che nessuno la cercasse. Forse si sareb- be addormentata e sarebbe morta. Era la prima vol- ta nella vita che provava un desiderio del genere. Tuttavia, nel pomeriggio andò al Rannach. Vole- va vedere il mulino e pensare ai suoi tesori. Quan- do lo faceva, la situazione le pareva meno grave e si sentiva sollevata. Si accorse che non c'era più acqua nel Rannach né tracce d'umidità sulle pietre. Risalì per un trat- to il letto del fiume. Trovò soltanto sassi bianchi e perfettamente asciutti. Il riverbero del sole su tut- to quel candore era così luminoso che faceva male agli occhi. Nanni avrebbe dovuto essere contenta. Ma non lo fu per nulla. Rimase sconcertata. Naturalmen- te, decise di andare al mulino di notte per prende- re l'oro e le pietre preziose, come aveva progetta- to. Ma non quella notte. La bambina cercò acqua nel Rannach. Andò su e giù per le due rive del fiume e smosse l'erba, per- ché all'ombra l'acqua evapora meno. Ma il letto era completamente asciutto. In una buca che un tem- po era stata piena d'acqua scoprì un pesce morto. Puzzava ed era coperto di mosche. Ovunque c'era- no rami d'albero, residui dell'ultima piena. Erano coperti di una crosta di fango secco e biancastro. Nella pescaia, dove c'era del fango ancora un po' umido, saltellavano gli uccelli, sicuramente alla ricerca di vermi e d'insetti. Il letto del fiume, lun- go tutto il suo percorso, era silenzioso, bianchic- cio e ripugnante. Sembrava che il Rannach non sarebbe mai tornato a essere il fiume canterino di una volta, che scorreva con le sue onde chiare sot- to il cielo azzurro. Era sbiadito e morto, e anche in questo caso, la colpa era di Nanni. Improvvisamente la solitudine cominciò a pesarle. Ebbe una gran voglia di giocare con altri bambini. Desiderò stare con Erich e costruire insieme a lui un castello di sabbia. Ma non poteva rivederlo. Jose- fa glielo aveva proibito. Tuttavia, Nanni non andò verso casa. Attraversò alcuni campi e si diresse alla piazza di Grafenwei- ler. Lì c'era un piccolo hotel di proprietà del padre di Erich, che era contemporaneamente contadino e albergatore. Era probabile che Erich fosse in casa e uscisse a incontrare Nanni. Josefa non li avrebbe visti, per- ché stava in montagna. Senza dubbio non sarebbe uscitaj quel giorno, a causa della morte di suo fra- tello Nanni si sedette vicino al monumento ai caduti. C'era una panchina, e di fianco una fontana di acqua fresca. L'acqua che zampillava era limpida e buona. La bambina avvicinò la bocca al tubo e bevve, perché aveva molta sete. Poi si sedette sulla panchina e cominciò a dondolare le gambe. La piaz- za era deserta. Con quel caldo, nessuno usciva di casa. Di tanto in tanto, passava qualche macchina. lanni lesse l'iscrizione del monumento agli eroi di guerra.'La patria ai suoi figli caduti". Seguiva- no molti nomi, scritti sulla pietra grigia con carat- teri neri. La bambina conosceva la maggior parte dei cognomi, ma non aveva conosciuto quei solda- ti, che erano morti prima che lei nascesse Nanni rimaneva seduta e aspettava Erich Osser- vava i fiori che crescevano intorno al monumento e ascoltava il rumore dell'acqua. Passò un cane, che si dissetò alla fontana. La bambina lo chiamò e lo accarezzòEra un grosso San Bernardo, molto pelo- so. Chissà che caldo doveva patire, poveretto! Sco- dinzolò allegramente e rivolse a Nanni uno sgll r- do nlite. Si lasciò accarezzare la schiena. Nanni lo conosceva. Era il cane del macellaio e si chiamava Barry, come la maggior parte dei cani di quella razza. - Ma come sei bello - gli disse Nanni. L'anima- le la ringraziò sdraiandosi ai suoi piedi. ianni ritrovò il buonumore. Aveva accanto a sé un amico, quasi come Erich, anche se non poteva parlare con lui. Josefa non poteva raccontargli che Nanni era responsabile di cose orrende. Il cane non si sarebbe mai arrabbiato con lei. All'improvviso apparve sulla piazza del paese una figura scura, era Josefa. All'inizio, Nanni pensò che si trattasse di una vec- chia, perché non aveva mai visto una bambina vesti- ta di nero. Josefa, che portava persino un paio di calze nere, veniva verso di lei con due secchi in mano. Li appoggiò per terra e salutò Nanni. Nanni si sorprese di non vederla triste, in lacrime. Aveva le guance un po' arrossate e le brillavano gli occhi. - Adesso devo venire a prendere l'acqua coi sec- chi - disse. - Il nostro trattore è rotto. E in montagna non c'è più una goccia d'acqua, per via della siccità. Per colpa tua, sì, per colpa tua sono costretta a porta- re l'acqua! Mise uno dei secchi sotto lo zampillo. Diede un calcio a Barry, che le impediva di passare, e gli gri- dò con odio: - Vai via di qui, sacco di pulci. Barry la guardò umiliato e se ne andò. L'acqua cadeva nel secchio e poco a poco lo riem- piva. Nanni guardava angosciata la faccia di Josefa. - Avrai già sentito di Gustav - disse Josefa. Nanni assentì e chinò il capo. Era terribile. Vole- va rispondere, ma non ne fu capace. Non riuscì a dire una parola. - Aveva ventitré anni - continuò Josefa. - Così giovane! E lascia due bambini orfani, senza nessu- na risorsa. Nanni non sapeva esattamente che cosa fosse un bambino senza risorse. Immaginò che i figli di Gustav forse avrebbero dovuto soffrire la fame e andare in giro a piedi nudi d'inverno, come i bam- bini poveri delle favole. Sarebbero andati di casa in casa chiedendo l'elemosina. Josefa tolse il secchio pieno e al suo posto mise quello ancora vuoto. - Gridava aiuto - disse. - Ma nessuno ha potu- to soccorrerlo. Poi le raccontò i particolari della disgrazia. Descrisse anche il cadavere di Gustav, di come era stato trovato: le sue parole facevano rizzare i capelli in testa. Josefa si dimenticò del secchio e lasciò che l'acqua traboccasse. Aveva l'aria di chi si crede mol- to importante. - E tutto a causa della siccità - si lamentò. - Se non fosse stato per la siccità, l'incendio non sareb- be scoppiato. Nanni fissava l'acqua e non si muoveva. I raggi del sole cadevano sulla fontana e lo zampillo luc- clcava. L'acqua che traboccava dal secchio sembra- va limpida e fresca e brillava alla luce. Ma dentro Nanni c'erano solo tormento e tenebre. Avrebbe voluto ascoltare il mormorio di quel liquido terso e non le parole di Josefa che, in lutto, continuava a stare lì e non smetteva di raccontare cose sgra- devoli. - Ieri Veronika ha avuto un attacco di febbre nervosa. - Chi è Veronika? - chiese Nanni. - Sua moglie. E' a letto e non fa altro che pian- gere e gemere. Nanni si spaventò. Avrebbe voluto andarsene. - Sei stata al Rannach?- le chiese Josefa. --Sì. - Anch'io. Adesso non c'è più acqua. Ci vai que- sta notte? - Dove? - E dài, non fare domande cretine. A prendere il tesoro perché io possa avere i miei soldi. Nanni tremò. Quella notte... era troppo presto. Doveva trovare una scusa. - Questa notte non si può. Deve esserci la luna piena. - E quand'è il prossimo plenilunio? - Non lo so. Furiosa, Josefa ritirò il secchio dalla fontana. - Sei suonata? Non sai quand'è il prossimo ple- nilunio? Sembra che per te sia la stessa cosa otte- nere il tesoro o perderlo. - No, non è lo stesso - protestò Nanni. - Ero impressionata per l'incendio e per Gustav. Per quel- lo non ho guardato sul calendario. - Avresti dovuto guardarlo un bel po' di tempo fa. Lo avrei fatto io. Ma tu non mi avevi detto che doveva esserci la luna piena. Sei davvero tonta nelle cose che contano. Sei stata capace di far andar via la pioggia, ma a parte quello, non sai proprio fare niente. NANNI era sempre più impaurita.Izò le spalle e fece un sospiro profondo. Non sarebbe riuscita a trattenere le lacrime ancora a lungo. Aveva un nodo in gola. Ma perché era andata in piazza? Desiderò essere a casa e non pensare a nulla. Josefa le disse: - Anche il nostro bosco sta bruciando. Non puoi neanche immaginarti che razza di perdita sia per noi. Sarai obbligata a darci tutto: l'oro e le pietre preziose. Non puoi farne a meno. Non c'era rimedio. Tutta la ricchezza andava in fumo e Nanni non poteva fare niente né opporre alcuna resistenza. Perché Josefa doveva andare in giro vestita di nero, portare calze nere ed essere in lutto ? - Non potrò tenere proprio niente? - chiese. -a certo. Ti lascerò tenere mille ducati, che valgono trecentomila scellini. Non avresti diritto a così tanto, ma io te li darò - Sei molto gentile - disse Nanni, sorridente e grata. - Trecentomila scellini sono un mucchio di soldi. Ma era profondamente depressa. Josefa sarebbe diventata ricca come una regina e non avrebbe più dovuto vestire di nero. Sarebbe andata in giro coperta di diamanti. Forse avrebbe potuto vivere in una casa fatta d'oro, viaggiare su di un'automo bile d'oro, ornata di pietre preziosE Nanni sareb- be rimasta sulla strada, guardandola con rispetto Josefa scoppiò a ridere. - Perché mi guardi così? - Per nessun motivo - rispose Nanni, abbassan- do gli occhi, piena di vergogna. --Bene Controlla quand'è il prossimo plenilunio E povera te se ti sbagli e perdiamo il tesoro! Vedrai cosa ti succede! --Non mi sbaglierò - disse Nanni. Respirò profondamente quando Josefa prese i suoi secchi e si allontanò. Rimase ancora un po' seduta vicino alla fontana, contemplando lo zam- pillo di acqua pura e limpida, luminosa. Sperava che tornasse Barry, per poterlo carezzare e perché lui la guardasse quasi affettuosamente. GIUNTA a casa, Nanni trovò sua madre che sten- deva il bucato in giardino. Si diresse verso di lei. Voleva salutarla con un bacio, ma la madre non ave- va tempo per sua figlia. Aveva le mani occupate con i panni e le mollette. Le diede un'occhiata di sfug gita e la mandò in casa. Nanni pensava di andare in camera sua, ma era quasi mezzogiorno e faceva un caldo impossibile. Perciò andò in cucina. Lì faceva più fresco Era tut to pulitissimo Il tavolo era coperto con un coprl- tavolo, la cucina a gas era riparata con un copri- fornello smaltato di bianco e i vetri delle finestre erano tersi e trasparenti. L'orologio della parete ripeteva con precisione il suo leggero tic-tac. Ogni cosa era perfettamente a posto. Nanni cercò suo padre. Voleva chiedergli del ple- nilunio. Sperava tanto che lui le rispondesse «Man- ca ancora molto». Ma papà non compariva da nes- suna parte. Probabilmente stava v isitando qualche malato. Nanni tornò in cucina e prese una scatola di fiam- miferi. Accese un fiammifero e lo tenne a testa in giù finché il legno cominciò a bruciare. Poi lo rad- drizzò e lo mise in modo che bruciasse come una candela. Avvicinò lentamente il palmo della mano alla fiamma, anche se sapeva bene che non avreb- be dovuto fare una cosa del genere. Le avevano assolutamente proibito di giocare con il fuoco. Ma questa volta non si trattava di un gioco. Era un gesto estremamente serio per lei. Quando sentì il calore, si ricordò di ciò che aveva provato il gior- no prima. Era la stessa sensazione che aveva avu- to quando era in quella radura nel bosco e il vento spingeva le fiamme verso di lei. Prima di fuggire aveva sentito per un momento un dolore fortissi- mo. Non sarebbe riuscita a rimanere e, soprattut- to, le sarebbe stato impossibile avvicinarsi di più al fuoco. «Nessuno può sopportarlo» pensò Nanni. «E Gustav non poteva scappare. Si è visto circondato dal fuoco, sempre più vicino.» La fiamma del fiammifero le stava già causando un dolore terrificante. Solo all'inferno poteva fare plU caldo. Improvvisamente, Nanni ricevette un ceffone. Il colpo rinlbombò nella sua testa. Il fiammifero cadde per terra e si spense. La madre apparve agli occhi di Nanni come per magia, come se fosse sorta dal pavimento. Aveva sotto il braccio la cesta del buca- to, ormai vuota. - Sei diventata matta? Non sai cosa può succe- dere se giochi con il fuoco? Il tuo vestito potrebbe prendere fuoco, e moriresti bruciata. Oppure potrebbe bruciare la casa. Nanni si portò la mano alla guancia, che le face- va male per lo schiaffo. Era impaurita e addolora- ta, perché la mamma la picchiava molto raramen- te e ogni volta che capitava, Nanni si sentiva man- care la terra sotto i piedi. Aveva negli occhi uno sguardo duro. La madre era diventata una nemica, quasl come Josefa. - Che cosa stavi facendo con quel fiammifero? Nanni non rispose. Era così indignata che non poteva parlare. - Avanti, rispondimi. Ti ho fatto una domanda. Che razza di stupidaggini stavi tentando di fare? Nanni pensò che non era una stupidaggine, niente a atto. - Ti decidi a parlare, o no? Nanni scosse la testa e strinse le labbra. Decise che non avrebbe detto niente, che non le avrebbe più rivolto la parola. Sua madre era cattiva. La madre la guardò con attenzione e rimase per- plessa. - Ma brava. Adesso la signorina fa anche l'offe- sa! Non sai che mi preoccupo per te? Credi che mi piaccia castigarti ? Ogni volta che lo faccio, mi dispiace almeno quanto dispiace a te. Ma se non hai voglia di parlare, lasciamo perdere. La mamma non era già più arrabbiata. Era addo- lorata anche lei. In quel momento, Nanni si lasciò scappare un sus- surro: - Volevo provare se le bruciature fanno male. La madre scosse la testa e le disse: - Non devi fare queste cose. Devi essere grata di essere viva e di godere di una buona salute. La sua voce e il suo sguardo non avevano perso la severità. - Promettimi che non lo farai più. - Te lo prometto. La mamma si avvicinò alla cucina a gas. Sollevò il coprifornello smaltato e avvicinò l'accendigas al fornello. Si udì una specie di scricchiolio, e fu una scintilla e si creò un cerchio di fiamme azzurre. - Se io potessi scegliere, - disse - preferirei qual- siasi altra morte, piuttosto che dover morire bru- ciata. - E l'asfissia? E dolorosa anche lei? - Non mi è mai capitato. Ma dev'essere terribi- le. Forse peggio che morire bruciata. Nanni stette zitta per un po'. Non poteva parla- re perché stava trattenendo il fiato. All'inizio le sem- brò facile e non successe niente. Ma poi divenne sempre più difficile e doloroso. Alla fine non riu- scì più a resistere. Fu obbligata a respirare. Sentì come l'aria entrava nei polmoni e come si estende- va il suo petto. Era salva. Ma, che cosa era succes- so a Gustav quando non aveva più potuto resiste- re? Era morto soffocato. Nanni fu sconvolta dal- l'orrore. Non voleva pensarci. Doveva essere qual- cosa di terrificante. Non poter respirare e, oltre tutto, il fuocol --Mamma,--disse--Tu mi vuoi bene? --Ma Nanni! Naturalmente. Tutte le mamme vogliono bene ai loro figli. - Anche ai figli cattivi? - Non lo so. Tu non sei una figlia cattiva - E se fossi colpevole della morte di qualcuno? - Non dlre queste cose. Allora saresti un'as sassina. Nanni non fece altre domande. Era costernata Un'assassina! Gli assassini sono le persone peggio ri che esistano. Vanno in prigione, e tutti fuggono da loro. Un brivido la percorse tutta. «Forse dovrò andare in carcere» pensò. La madre stava lavorando vicino al tavolo: puli- va le carote. - Dammi una mano, - disse a Nanni - puoi raschlare via la buccia. E le diede il raschietto. Nanni aveva le gambe molli e si lasciò cadere sulla sedia. - Alzati. Per fare le cose come si deve, bisogna stare in piedi. Come farai da grande, se già adesso sei così pigra? Nanni si alzò e afferrò il raschietto. Quando lo appoggiava sul fondo della casseruola, il raschiet- lo oscillava perché alla bambina tremavano le mani. Sua madre, però, non se ne era ancora accorta. Pulì una carota, poi un'altra. Era rnaldestra e impiegava molto tempo. La terza carota, che era sot- tile e fragile, si ruppe. Nanni involontariamente pas- sò la mano sul raschietto e si tagliò. Il dito comin- ciò a sanguinare. Alcune gocce caddero sulle caro- te pelate che stavano nella casseruola. Nanni non poté reprimere un lamento, anche se in realtà la ferita non le faceva male. Si era spaventata. La madre la guardò e le tolse la pentola dalle mani. - Sei un vero disastro, figlia mia. Buttò nella pattumiera le carote insanguinate, mise la casseruola nel lavello e la pulì. Aveva le guance rosse per la collera, come se Nanni avesse commesso un delitto. «Ma è proprio imbranata» pensò. - Non ti si può chiedere niente. Ti capita subito qualcosa! imise la casseruola sul tavolo e mandò via Nanni. - Se lo faccio da sola, finisco sicuramente pri- ma. Mettiti un cerotto e vai fuori di qui. Non ho bisogno di te e preferisco non vederti. Nanni se ne andò in silenzio, ferita nel più pro- fondo dell'anima. «Non mi vuole bene» pensò. «Dice che mi vuole bene, ma non è vero. Quando sarò ric- ca però, mi vorrà bene.» Éra una fortuna che esistesse il tesoro del muli- no e che il Rannach fosse finalmente in secca. A quel ricordo, Nanni dimenticò tutte le offese. - Mamma, quand'è la prossima luna piena? - chiese. - Non lo so. E neanche mi interessa. La madre era ancora arrabbiata. Raschiava con furia le carote e aveva la fronte aggrottata. Nanni pensò che dopotutto non aveva fatto nien- te e non si era comportata male. Si era semplice- mente tagliata un dito. D'un tratto, cominciò a farle male la ferita. Il san- gue non si fermava. Nanni si pulì, tolse un cerotto dall'armadietto del pronto soccorso e se lo avvolse intorno al dito. Fece tutto in silenzio. Poi uscì di casa senza dire una parola. In giardino, l'ombra dei cespugli era già piutto- sto allungata. Il sole stava per tramontare. Quan- do il papà fosse rientrato dal giro delle visite (e tor- nava quasi sempre tardi), Nanni avrebbe potuto chiedergli quand'era il primo plenilunio. Forse lui lo sapeva. La bambina non sapeva cosa fare fino al ritorno del padre. La sua mente era piena di confusione. Aveva paura e si sentiva colpevole. Non poteva smettere di pensare a Gustav ed era risentita con sua madre. Avrebbe voluto allontanarsi da lei. Ma non poteva andarsene finché non fosse diventata ricca. Allora avrebbe potuto vivere ovunque le fos- se piaciuto e comprarsi il cibo già pronto, come in vacanza. Così tutti l'avrebbero trattata con rispet- to e cortesia. Ma a quel punto, probabilmente non sarebbe più stata costretta ad andarsene. La mam- ma l'avrebbe pregata di rimanere. Si sarebbe scu- sata, e lei avrebbe risposto: «Ma sì, sì. Va bene». Nanni si sedette sulla sua altalena, che era appesa tra due alberi di sambuco, si diede la spinta con la punta dei piedi e si dondolò leggermente. Pensò al domani e si dimenticò di Gustav. Il futuro sareb- be stato bello e piacevole. «Ci saranno tempi miglio- ri» pensò Nanni. Il sole si stava nascondendo dietro le montagne ed emanava una luce rossastra. La nera cima di un monte interrompeva già la parte inferiore di quel cerchio perfetto e splendente. Nel giro di qualche minuto sarebbe scomparso completamente. Nanni guardò verso est. E vide la luna. Sorgeva dal pro- fondo, enorme e argentea. Al principio sembrava che fosse piena. Ma poi Nanni notò che non era ancora perfettamente rotonda. Forse lo era stata il giorno prima... o lo sarebbe stata il giorno succes- sivo. Nanni non sapeva distinguere il quarto cre- scente da quello calante. Sperava con tutto il cuo- re che la luna fosse calante. Così avrebbe avuto mol- ti giorni a disposizione prima del plenilunio seguen- te. Invece se la luna era crescente, sarebbe stata piena il giórno dopo. A quel pensiero, Nanni si sentì morire. Il giorno dopo era troppo presto. Non era ancora pronta. «Domani è quasi come se fosse oggi» pensò. «Si dorme una notte ed è già domani.» Nella sua eccitazione, Nanni fece troppa forza con le punte dei piedi e si staccò da terra. L'altalena cominciò a dondolare, con lei sopra. Ora volava in aria. I suoi capelli ondeggiavano seguendo i movi- menti dell'altalena. Si dondolò a lungo e con for- za, ma senza provare un vero piacere. Il sole era sparito e la luna era più alta nel cielo. Brillava anche la stella della sera. Nanni volava nel vento, ascoltando il canto dei grilli. L'ora di cena fu ritardata, come sempre quando il papà usciva nel pomeriggio. Nanni udì il rumo- re della sua automobile. I fari brillarono nell'oscu- rità della notte. L'auto si fermò davanti al cancel- lo del giardino. La bambina scorse il viso di suo padre attraverso il finestrino. Lui le sorrise, ma ave- va l'aria stanca. Oltre a fare il suo lavoro, adesso doveva anche sostituire il medico di un paese vici- no, che era andato in vacanza in Spagna. Parcheggiò la macchina nel garage e scese. Nan- ni saltò di gioia, perché il papà era arrivato. La bambina voleva bene al padre, che era una perso- na mite e tranquilla, benché fosse sempre troppo stanco per giocare con lei o stare ad ascoltare quel- lo che gli raccontava. - Ciao- disse il babbo accarezzandole la guan- cia. Poi prese la sua borsa dall'auto e andò verso l'abitazione. Nanni lo seguì. Riuscì a stare zitta, nonostante avesse molte preoccupazioni e, soprat- tutto, un problema dal quale dipendevano molte cose. Non gli fece alcuna domanda. Era troppo pre- sto. La cena era pronta La zuppiera con le famose carote fumava, appoggiata sul tavolo. C'era anche il past;ccio di fegato. Il padre cominciò a mangia- re rapidamente e in silenzio. La mamma non era più arrabbiata con Nanni. Le parlava di nuovo con gentilezza. Il nervosismo le passava sempre con la stessa velocità con cui le veniva. Ma Nanni non aveva dimenticato l'inciden- te... Si guardò il cerotto sul dito e pensò: «Quando sarò ricca, non le permetterò di sgridarmi». Dopo cena, il padre amava leggere tranquillamen- te il giornale. Nanni lo sapeva e non lo disturbò. La madre accese il televisore, ma Nanni quella sera non aveva voglia di guardare la televisione. - Posso sfogliare un libro? - chiese. - Certo. Leggi pure, se riesci a concentrarti. Che libro vuoi? - Quello delle pietre preziose - disse Nanni. - Prendilo. Sai dov'è, vero? - le rispose la madre. Nanni tolse il libro dal cassetto. Era un volume illustrato e si intitolava Gioielli dal mondo. Nanni lo aveva sfogliato diverse volte, soprattutto dal gior- no in cui aveva smesso di piovere, ma anche pri- ma. Le piaceva perché era pieno di cose meravi- gliose. Contemplò le grandi corone dei re e quelle pic- cole e delicate delle regine. Vide collane, anelli e bracciali. Tutti i pezzi erano diversi e possedevano una bellezza particolare. Alcune corone avevano un nome proprio, e di molte veniva narrata una sto- ria singolare. Ecco la corona inglese di Sant'Edoar- do e la tripla corona del Papa: la tiara. Questa era particolarmente bella. Somigliava un po' a un casco molto alto. Era composta da tre corone, meraviglio- samente decorate con fiori, rami e pietre preziose. Sopra la corona superiore risplendeva una piccola croce. Nel tesoro del mulino dovevano esserci anche quelle meravigliose corone. D'un tratto, Nanni ricordò che non avrebbe potu- to tenere niente per sé. Doveva dare tutto a Jose fa, tranne mille ducati, che non erano poi molti. Turbata, staccò gli occhi dalle fotografie di quei dia- demi. Adesso non erano più così belli, visto che appartenevano a Josefa. Avevano perso tutto lo splendore e il valore per Nanni. Ma la bambina ebbe un'idea grandiosa. Josefa non ci sarebbe stata quan- do lei sarebbe entrata nel mulino a prendere il teso- ro. Non poteva sapere che c'era anche la tiara. Nem- meno Nanni non l'aveva saputo fino a quel momen- to. Nanni avrebbe quindi potuto mettere da parte la tiara e nasconderla. L'avrebbe seppellita per recuperarla in seguito. Avrebbe nascosto anche la corona di Sant'Edoardo. La bambina pensò: «Sep- pellirò i gioielli della corona e più avanti li porte- rò a casa. I più belli saranno per me. Ne resteran- no certamente un po' anche per Josefa». Per indennizzare i danni che l'incendio e la sic- cità avevano provocato al padre di Josefa e per espiare la colpa della terribile morte di Gustav si inventò dieci enormi sacchi di diamanti e li aggiún- se mentalmente al tesoro. Il loro valore avrebbe sicuramente raggiunto molti miliardi di scellini Chiuse il libro con un sospiro di sollievo. Era con- tenta. Si accorse che il padre aveva messo da parte il giornale e stava alzandosi per andare a guardare la televisione. Era il momento giusto per formula- re la domanda più importante - Papà, sai per caso quando è il prossimo pleni- lunio ? Il padre non fu entusiasta della domanda. - Perché vuoi saperlo, Nanni? Non mi ricordo. Dovrei guardare sul calendario. Il suo sguardo era quasi supplichevole. Nanni sapeva cosa stava pensando. Il padre sperava che la domanda non fosse tanto importante, che Nan- ni se ne andasse e lo lasciasse riposare in pace. Era stanchissimo e non provava alcun interesse per la luna piena. Ma Nanni non si mosse e lo fissava. Per- ciò si strinse nelle spalle e le disse: - Vieni. La portò nel suo studio, prese il calendario dalla scrivania e lo sfogliò per un po'. Poi disse: - Domani è luna piena, Nanni. Le mostrò la pagina del calendario con la data del giorno seguente; nell'angolo inferiore della parte destra c'era disegnato un piccolo cerchio. - Guarda. Il cerchietto bianco indica il plenilu- nio. Il cerchietto nero indica invece che è luna nuo- va, come qui. Vedi? - disse il padre andando quat- tordici pagine avanti. - Ah, grazie, ho capito. Nanni si sentiva oppressa da un peso. Il giorno seguente ci sarebbe stata la luna piena! Il cuore le batteva fortissimo. «Così presto!» pensò. «Dormi, ti svegli, ed è già domani.» Il padre la guardò. - Che cosa c'è, Nanni? Hai una faccia strana. E successo qualcosa? Le pose la mano sulla fronte. - Eh, sì. E il caldo. E estenuante anche per me. Vattene a dormire, su! Sono già le nove e mezza. Nanni entrò nella sua camera. Si tolse i vestiti, andò in bagno, si lavò i denti, si pettinò e andò nella stanza da letto dei genitori per augurare loro la buo- nanotte. Una volta tornata nella sua cameretta, spense la luce, aprì la finestra e si mise a osservare la luna. Era grandissima e rifulgeva nel cielo scuro. Ma là in fondo, sulla destra, dove c'era il monte Spielberg, si intravedeva il bagliore rosso del fuoco. Nanni tor- nò col pensiero a Gustav. Era morto carbonizzato. Quella era la terribile verità. Quella era una storia che non aveva letto su nessun libro, e nessuno se l'era sognata. Era qualcosa che, a dire il vero, non si poteva neanche immaginare. Con gli occhi fuori dalle orbite per l'angoscia, Nanni contemplò lo splendore del fuoco. Era come se Josefa fosse di fianco a lei e le dicesse ciò che le ripeteva sempre: - Sei tu la colpevole. Dovrai pagare per quello che hai fatto. Nanni fece scorrere la tenda. Si buttò sul letto e si coprì con la coperta. Ma se la tolse subito di dosso. Con le tende tirate c'era un caldo insoppor- tabile nella stanza, e l'atmosfera era soffocante. Ma almeno così non si vedevano né la luna né il fuoco. Si addormentò ed ebbe un incubo. Saliva sullo Spielberg con Josefa. Giungendo in prossimità del muro di fuoco, Nanni si fermava, mentre Josefa proseguiva. «Stai attenta» le gridava Nanni. Ma Josefa non l'ascoltava. Indossava il solito vestito nero: aveva l'aspetto di una vecchia e faceva una strana impressione. Quando il fuoco arrivava fino alla radura, nel bosco, e Nanni fuggiva, Josefa si trasformava in un albero. Aveva messo radici in quel punto e non poteva scappare. La terra la tene- va prigioniera, e Nanni ne era felice. NANNI si svegliò. Aprì gli occhi, e quello che il giorno prima era il domani era già diventato oggi. Adesso sapeva di non avere più alcuna via d'usci- ta. Quella notte doveva andare al mulino. Avrebbe trovato il tesoro e sarebbe diventata ricca. O for- se no? Nanni non voleva alzarsi. Si coprì la testa con la coperta. Avrebbe preferito che quel giorno non esi stesse. Immaginò di continuare a dormire e che quel giorno e quella notte di luna piena fossero cancel- lati. La data spariva dal calendario e al suo posto rimaneva un buco. L'esistenza di quella giornata dipendeva soltanto da lei. Sotto la coperta regnavano il silenzio e l'oscuri- tà. Non succedeva nulla, se si esclude che il suo cuo- re continuava a battere. La bambina avrebbe volu- to dormire ancora, ma non fu possibile. Più riflet- teva, e meno poteva dormire. Ma non aveva nessu- na intenzione di alzarsi, no. No, no e no! Avrebbe fatto finta di essere morta. La mamma sarebbe entrata e avrebbe gridato: «Nanni è morta!». E Nan- ni sarebbe rimasta lì, rigida e bianca come la neve. Sarebbe riuscita a impedire al suo cuore di batte- re. Colei che aveva potuto scacciare la pioggia sarebbe stata capace di fare anche quello. I suoi genitori sarebbero precipitati nella più profonda disperazione. Avrebbero posto la loro bambina nella bara e avrebbero adornato il feretro con tanti fio- ri e la gente del paese sarebbe venuta a porger le proprie condoglianze. Persino Josefa sarebbe sta- ta triste per la morte di Nanni. E il giorno dopo una volta trascorsa la notte di luna piena, Nanni avrebbe fatto in modo che il suo cuore riprendes- se a battere. Avrebbe aperto gli occhi e si sarebbe sveghata con le guance rosee e fresche. Allora si sarebbe alzata senza fare rumore, si sarebbe lava- ta, si sarebbe vestita e sarebbe andata nel soggior- no, in cerca dei suoi genitori, che erano lì, distrut- ti dal dolore. Avevano pianto tutto il giorno e tut- ta la notte. Erano pallidi e macilenti, perché il dispiacere era tale che non avevano potuto mangia- re. Nanni dice loro: «Non piangete. Sono viva». I genitori si spaventano e credono che sia apparso loro il fantasma della figlia. Ma Nanni si avvicina e li abbraccia, e loro possono rendersi conto che è calda e vive. «E' stato un sonno profondissimo» dice Nanni. «Si è trattato di un caso di morte appa- rente.» La mamma se la stringe al cuore e piange di gioia. La notizia si diffonde in un baleno per tutto il villaggio e la campane della chiesa suonano a distesa per festeggiare l'avvenimento. «Nanni è tor- nata in vita. Era una morte apparente.» E arriva Erich, e Nanni va con lui al pascolo. Gli altri bam- bini sono già lì. Giocano alle figure e a guardie e ladri, ed Erich mostra a tutti le ultime mosse di judo che ha imparato. Non permettono a Josefa di giocare con loro e lei resta esclusa e se ne sta in un angolo a protestare... Ma se lo merita, così la prossima volta impara a comportarsi così. Mentre Nanni pensava come sarebbe stato bello alzarsi all'improvviso e rivlvere, si alzò davvero, anche se con un giorno d'anticipo. Un po' stordita, si rese conto che era già in piedi, vicino al letto. Ma, dopo aver compiuto quel primo passo, fece tut- to quello che faceva normalmente quando si alza- va. Andò a cercare sua madre, girando da una stan- za all'altra, la salutò, poi andò in bagno e infine si vestì. Era tutto come al solito.. Nanni fece colazione controvoglia, ma mangiò tut- to, perché altrimenti sua madre le avrebbe chiesto cosa avesse. A Nanni non piaceva dover risponde- re a certe domande. Dopo la colazione tornò in camera sua, aprì la finestra e rimase scioccata quando sentì il calore dell'aria che entrava. Si spor- se dalla finestra e guardò fuori. I prati e i campi raggiungevano i piedi dello Spielberg, che era avvol- to da nubi di fumo grigio-azzurro. Tra la montagna e il villaggio c'era la zona alberata prossima alle rive del Rannach. Nanni sapcva esattamente dove si trovava il mulino, benché gli alberi, i cespugli e le erbacce le impedissero di vederlo. Là c'era il rimedio per tutti i mali del mondo. Tutto era già pronto per Nanni. Tutto l'oro e tutti i tesori erano già di sua proprietà. Nanni poteva andarci in qua- lunque momento e tornare a casa immensamente ricca... almeno fino a quando non fosse stata co- stretta a farlo davvero. Nanni continuava a credere nel tesoro del muli- no. Era fermamente convinta della sua esistenza Non poteva avere dubbi. Quello che sarebbe acca duto se non fosse esistitG era inimmaginabile. La bambina rifiutava ostinatamente la possibilità che la sua storia potesse essere soltanto una creazione della sua fantasia, e proprio per questo motivo non poteva andare a verificare. Era illogico, ma per Nanni era tutto assolutamente chiaro. Josefa non capiva. Non avrebbe mai capito. Chiaramente, quel giorno doveva evitare Josefa a qualunque costo. Non doveva andare al villaggio per nessun motivo. La cosa migliore era cercare di stare tutto il giorno in casa. Josefa sarebbe sicura- mente andata a Grafenweiler e l'avrebbe cercata. Ma cosa avrebbe fatto il giorno dopo? Come avrebbe spiegato a Josefa che non era uscita di casa? Se le avesse detto che era stata apparente- mente morta, Josefa non le avrebbe creduto. Nan- ni cominciò a riflettere con la fronte aggrottata. Non era necessario che fosse apparentemente mor- ta: bastava dire che era stata ammalata. Poteva dire che aveva avuto la febbre alta. Josefa avrebbe dovu- to accettare la scusa. Essendo gravemente malata, Nanni non poteva andare al mulino, soprattutto di notte, era evidente. Se non rimaneva a letto con quella febbre da cavallo, poteva prendersi qualco- sa di mortale. A quel proposito, la mamma di Nan- ni era particolarmente severa. Josefa doveva aspet- tare il plenilunio successivo. In fondo, non era poi così grave aspettare ancora alcune settimane. Avendo trovato una via d'uscita, Nanni si sentì molto sollevata. Forse aveva davvero la febbre. Era un po' stanca, aveva caldo e la schiena percorsa dai brividi. Si guardò allo specchio e le parve di avere un'aria malata. Sua madre se ne sarebbe subito accorta e le avrebbe detto di mettersi a letto. Le avrebbe portato un tè caldo e le avrebbe dato una pastiglia. Nanni sentiva sempre più di avere la feb- bre, e anche i brividi andavano aumentando d'in- tensità. La madre cercò la bambina. Pensava di mandar- la a fare la spesa. Nanni assunse un'espressione lacrimosa e incurvò la schiena. - Mi sento male. Mi fa tanto male la pancia - dis- se con tono lamentoso. - Ti preparo una camomilla- rispose la madre. Esaminò la faccia di Nanni. - Non hai un bell'aspetto. Stenditi un po'. Nanni si sdraiò sul divano del soggiorno. La mam- ma scomparve e tornò poco dopo con una tazza di tè senza zucchero. La bevanda aveva un sapore orri- bile, ma la bambina lo trangugiò senza protestare. - Tra un po' ti sentirai meglio- disse la madre. E non si lamentò di dovere uscire al suo posto. Cer- te volte era gentile. Quando tornò, Nanni era ancora stesa sul divano. - Ti senti meglio? - Sì - disse Nanni. Voleva far piacere alla mam- ma dicendole che il suo rimedio era stato efficace. E pol, non voleva che si preoccupasse troppo. - Forse tl ha fatto male qualcosa che hai man- giato ieri - disse la madre. - A mezzogiorno ti con- viene stare a digiuno e vedrai che nel pomeriggio sara tutto passato. - Sto già quasi bene - disse Nanni. Le rimorde- va la coscienza per non essere andata a fare la spesa e voleva riparare rendendosi utile in casa. Dopo circa un quarto d'ora, si alzò e andò a met- tere in ordine la sua stanza. Rifece il letto, fissò le cinghie elastiche e lo richiuse, sollevandolo fino alla nicchla della parete che serviva a contenerlo duran- te il giorno. Poi prese l'aspirapolvere dal riposti- glio e pulml tappeto. La madre entrò nella camera e rlmase piacevolmente sorpresa Nanni affermò che aveva intenzione di pulire anche il soggiorno e la stanza dei genitori. Si dimo- strava molto attiva. - Sei davvero una brava bambina - disse la mam- ma. - Oppure ti comporti così bene per nasconde- re qualche biricchinata? - Ma che biricchinata dovrei aver combinato?- chiese Nanni. Mentre parlava le si accesero le guan- ce per la bugia e si affrettò a girarsi perché la madre non se ne accorgesse - Va bene. E' quello che dico anch'io. Sei proprio una ragazzlna diligente. Nella coscienza di Nanni una voce esclamò: «Sei un 'assassina » . Quando la udì, Nanni si spaventò. Non sapeva da dove venissero quelle parole terrificanti. Per for- tuna, la mamma era già uscita dalla camera, altri- menti avrebbe sicuramente notato il turbamento che si era impadronito repentinamente di Nanni. La bambina continuò a darsi da fare, e con mag- giore impegno. Aveva paura che la voce dicesse ancora qualcosa. Quella voce somigliava terribil- mente a quella di Josefa. Prese lo straccio e spolverò i mobili. La polvere era quasi inesistente, ma Nanni svolse il lavoro con grande zelo. Giunse al soggiorno, dove c'era una gran quantità di ogg