Jan Terlouw. Premio al Miglior Libro Olandese 1972, 1973. Piotr. Viaggio attraverso la Siberia. Illustrazioni di Dick van der Maat. Traduzione a cura di Ivana Rota. Illustrazione di copertina: Maria Rosa Seix. 1992 - EDIZIONI PIEMME Spa. 1. Il padre di Piotr. LA RUSSIA si trova nell'Est. E' un paese immen- so, il più grande del mondo. A nord fa un freddo gelido e a sud fa molto caldo. La parte occidenta- le, la cui capitale è Mosca, si trova in Europa. La parte orientale, la Siberia, si trova invece in Asia. Al giorno d'oggi percorrere le immense distanze del- la Russia per andare da nord a sud e da est a ovest non è un problema. Basta prendere un aereo e in mezza giornata si arriva dove si vuole, ma quando Piotr era bambino le cose erano molto diverse. Allo- ra i viaggi si facevano a cavallo o su un carro trai- nato da un cavallo o, se uno era ricco, in una car- rozza trainata da tre cavalli: una troika. A volte si poteva prendere un treno, ma era un treno molto più lento dei treni elettrici o a gasolio di oggi. Era- no treni dall'aspetto bellissimo: avevano delle enor- mi locomotive che soffiavano nell'aria nuvole di vapore bianco e che scalpitavano, ansimavano e sbuffavano come se avessero già fatto tanta stra- da e dovessero farne ancora molta. Se non si ave- va denaro, però, non rimaneva altro che andare a piedi, ma ci voleva così tanto tempo che era prati- camente impossibile. Piotr viveva con suo padre in un paesino a circa cinquecento verste* a sud di Mosca. Suo padre si chiamava Sergej Andreivich. Piotr aveva tre o quat- tro anni quando morì sua madre e perciò non riu- sciva a capire a cosa servissero le madri. Aveva Ser- gej Andreivich e per lui era più che sufficiente. A cosa ti serve una madre quando tuo padre, di fronte alla grande cucina di ferro, con le maniche rimboc- cate, sa fare delle frittelle deliziose? Piotr spesso aveva notato che quando i suoi amichetti si face- vano male, correvano in lacrime dalle loro madri per essere consolati. Ma Sergej Andreivich aveva delle mani così enormi che ci si poteva riparare sot- to, come sotto il tetto di un fienile. La voce assor- dante di Sergej, quando avevi bisogno di conforto, non poteva forse diventare gentile come il sussur- ro del vento estivo che accarezza i campi di grano dietro casa? E inoltre erano anni che Piotr non pian- geva, eccetto quella volta che pianse di rabbia per- ché Vania, un bambino che viveva nella casa accan- to, aveva ucciso apposta un topolino di campagna saltandoci sopra. Adesso aveva quattordici anni e quindi era un uomo, o almeno questo era quello che gli diceva suo padre. - Piotr, - gli diceva - adesso hai quattordici anni. Sei un uomo. Piotr e Sergej erano amici, lo si capiva dal modo in cui Piotr cercava di fare il lavoro del padre nel- la loro piccola fattoria. E lo si capiva anche quan- do Sergej mandava suo figlio in paese a fare una commissione, quando pensava che fosse troppo stanco, anche se Piotr non voleva saperne di smet- tere di lavorare. - Questa volta vai tu - gli diceva. - Io non me la sento. Che erano amici si capiva anche dal modo in cui Piotr stava a casa di sabato sera per fare compagnia a suo padre e per lavorare un po' al flau- to di legno che stava facendo, invece di andare al campo del paese a giocare a calcio con gli altri ragazzi. Piotr era molto bravo a suonare il flauto. Sin da piccolo aveva sempre suonato flauti di legno, can- ne di sambuco vuote che suo padre tagliava per lui. Più tardi, Piotr fece flauti più grandi con vari tipi di legno e li sapeva suonare meglio di chiunque altro in paese. Suonava canzoni popolari russe e musiche che aveva imparato dai venditori ambulan- ti. Con il suo strumento, sapeva anche imitare il ver- so di vari uccelli. Piotr era molto portato per la musica, ma purtroppo non c'era nessuno in paese che potesse dargli delle lezioni. E Sergej Andreivich? Non aveva avuto molta for- tuna nella sua vita. Suo padre era un povero con- tadino e quando Sergej fu diventato ormai un uomo grande e grosso, se ne andò di casa per raggiunge- re Mosca. Aveva fatto tanti lavori ma c'era sempre qualcosa che andava storto. Sergej era orgoglioso e si scaldava per un nonnulla. Se il suo capo lo rim- proverava gli andava il sangue alla testa, gli si annebbiava la vista, litigava e lo cacciavano via. Dopo poco tempo quella testa calda non riuscì più a trovare lavoro. Ritornò al paese dove era nato e trovò la fattoria dei suoi genitori abbandonata e in rovina. Andò a vivere lì, all'inizio da solo e poi con Lydia, una ragazza del paese che diventò sua moglie. Lydia era una donna dolce, minuta, con dei grandi occhi azzurri e delle piccole guance. Ebbe- ro un figlio, Piotr, che assomigliava molto a sua madre. Aveva gli stessi occhi azzurri, la stessa costi- tuzione fragile e, come Lydia, era debole e mala- ticcio. La madre morì tre anni dopo e anche il bam- bino fu sul punto di morire per una malattia infantile. Sergej Andreivich guardò il misero raccolto ammucchiato nel granaio, guardò la tomba di sua moglie e quel figlio quasi moribondo e pensò che la sua vita era un completo fallimento. Ma si sba- gliava. Il piccolo Piotr guarì, superò tutte le altre malat- tie infantili e si fece addirittura un po' più forte. Sergej lavorava come un mulo per guadagnare quel- lo di cui aveva bisogno per il suo bambino. A volte aveva la sensazione di essere sul punto di iniziare a fischiettare in sordina come faceva un tempo, altre volte andava alla taverna del paese a bere un bicchiere di pivo* o di vodka come in passato. E finalmente si rese conto che non era mai stato tan- to felice. Era dovuto a quel bambino magrolino che giocava sempre con oggetti che suonavano? Era a causa di quel diavoletto che rideva di lui quando si arrabbiava perché si era dato un colpo su un'un- ghia o perché il camino della cucina non tirava bene? Era per quel ragazzino che raccoglieva delle more lucide, le disponeva a forma di fiore su un piatto rosso e diceva: «Una margherita nera che Ser- gej Andreivich si mangerà»? Sì, Sergej e suo figlio Piotr erano amici e conti- nuarono ad esserlo anche quando Piotr lasciò la scuola e rimase a casa per aiutare suo padre nella loro piccola fattoria. - Sai che cos'è un grammofono? - chiede Sergej. - Un bastimento con tre fumaioli--risponde Piotr. - No. - Un mulinello di vento il lunedì pomeriggio? * Birra. --No. - Una salamandra viola degli Urali? - Non ne hai la minima idea. Un grammofono è una scatoletta da cui esce la musica. - Ah, una specie di fisarmonica. - No, senza fare niente la musica esce. La musi- ca è registrata su di un disco nero. Metti il disco su una specie di piatto girevoie, dài la carica al piat- to con una manovella e quando il disco si mette a girare si sente la musica. --E tu come fai a saperlo? - L'ho letto sul giornale l'anno scorso e ho letto anche quanto costa: cento rubli. - Ci credo, per una macchina magica come quel- la! Naturalmente quei grammofoni sono solo per i ricchi. - Un altro errore. Quando ho letto del grammo- fono sul giornale ho pensato: è proprio quello che ci vuole per Piotr, così potrebbe ascoltare tutti i tipi di musica e quella composta da autori famosi come Mozart e Brahms. Quando lavoravo a Mosca ho sen- tito quella musica ed è musica fantastica, meravi- gliosa. Ho pensato che avresti potuto suonare quel tipo di musica e allora ho cominciato a risparmia- re un rublo al giorno. Lo vedi quel sacchetto? Ieri ci ho messo l'ultimo rublo e adesso ci sono esatta- mente cento rubli. Piotr afferra suo padre per la camicia. - Piotr Sergeivich, ascolta tuo padre da figlio obbediente. Prendi questo sacchetto di rubli e vai a Voronezh. Lì puoi comprarti un grammofono. Il paese è a tre ore di cammino, puoi essere di ritor- no prima che faccia buio. --E' una pazzia, compriamoci una mucca con quei soldi. - Nessuna mucca, un grammofono. Non ti ho mai regalato niente e adesso avrai un grammofono. Chiuso il discorso. Piotr si lascia convincere, anche se a fatica. La sua unica preoccupazione è mettersi in viaggio con tanto denaro. - Ci sono così tanti vagabondi! - protesta. --Con quella camicia così rovinata non ti pren- deranno certo per un ricco viaggiatore - dice Sergej. PIOTR si mette in cammino. Cosa sono tre ore di strada per un ragazzo che va a comprarsi un gram- mofono ? Quando arriva a Voronezh è ancora fresco come una rosa. Chiede la strada per il negozio che ven- de i grammofoni, ci mette un po' a trovarla ma alla fine ci riesce. Il negoziante lo guarda in modo sospettoso perché è vestito come uno straccione e dice di voler comprare un grammofono, ma quan- do vede il sacchetto con i rubli cambia atteggiamen- to. Fa sentire a Piotr un pezzo di un compositore russo appena morto, Ciaikovski e Piotr si rende con- to di non aver mai sentito niente di così meraviglio- so in vita sua. E' allora che arriva il colpo, o meglio i due colpi. Il proprietario del negozio dice a Piotr che non può farcela a camminare per tre ore con un oggetto così pesante in spalla. Ma forse Piotr ci avrebbe anche provato se l'uomo non gli avesse detto che il gram- mofono non costava cento rubli ma centoquattro. --Tornerò la settimana prossima - dice Piotr. - Con centoquattro rubli e una carriola. Il ritorno è più faticoso. Il sole scivola rapidamen- te dietro l'orizzonte, la strada è completamente deserta. Appaiono dei nuvoloni e la direzione che prendono nel cielo sembra indicare che anche loro hanno fretta di tornare a casa. A mezz'ora da casa scorge Nikolaj, il venditore ambulante, che gli vie- ne incontro da una strada laterale. Allora Piotr com- mette un grave errore. Ha sentito dire che Nikolaj non è altro che un ladro e Piotr si innervosisce per- ché ha con sé una tale quantità di denaro come non ne ha mai visto in vita sua. Incomincia a correre tenendo il sacchetto dei rubli con la mano. In questo modo suscita la curiosità di Nikolaj che lascia a terra la sua scatola di lacci per le scárpe, si guarda attorno e si mette a correre dietro al ragazzo. Lo prende subito perché Piotr è stanco per il lungo viaggio e inoltre ha sempre avuto poco fiato. - Senti, ragazzino, dove vai così di fretta?- dice Nikolaj ansimando. - Lasciami andare! - E cos'è che hai lì? - Ho detto di lasciarmi andare! --Hai rubato quella borsa? Dài, lascia che Niko- laj ci dia un'occhiata. --Vattene via, non sono affari tuoi. Vattene, mise- rabile ! Il ragazzo e il venditore iniziano a lottare. I loro profili si stagliano sull'orizzonte, contro il cielo della sera ancora illuminato dal sole appena tra- montato. SERGEJ Andreivich è curioso di vedere il grammo- fono. Continua a lavorare ma i suoi pensieri sono con Piotr. Conta le ore che mancano al suo ritor- no. Verso sera decide di andargli incontro. Ha in mano un bastone e si mette in cammino verso Voro- nezh. Ormai è quasi completamente buio e Sergej spera di trovare presto il ragazzo. Cosa succede laggiù? Sembrano due fantasmi che camminano come due ubriachi da una parte all'al- tra della strada. Sergej accelera il passo. Uno, quello magro, sembra Piotr. Sergej si mette a correre e inizia a gridare. Il venditore ambulante lo sente e con un movi- mento brusco si sposta. Piotr perde l'equilibrio e cade a terra, picchiando la testa su un sasso. Da una ferita sopra l'occhio incomincia a uscire mol- to sangue. Nikolaj gli si precipita addosso, ma è troppo tardi. Sergej è già dietro a Nikolaj con gli occhi pieni d'odio. Alza il bastone e lo colpisce. Una nebbia rossa gli appanna la vista e la sua passione senza limiti gli impedisce di fermarsi. Non smette di colpirlo... Più tardi quella sera, Piotr è seduto in casa, da solo. Attorno alla testa ha una benda che gli ha mes- so un poliziotto gentile. Sergej Andreivich non c'è, è in prigione. Gli hanno detto che Nikolaj, il vendi- tore ambulante, è morto. 2. Mosca. CHIUNQUE pensi che adesso Piotr sia rannic- chiato in un angolo, solo e smarrito si sbaglia di grosso. Piotr sa prendersi cura di sé molto bene. E' vero che suo padre è bravissimo a fare le frittel- le con la pancetta, ma è sempre stato Piotr che ha fatto la minestra di barbabietole più appetitosa e la zuppa di cipolle più gustosa. E' anche vero che non ha mai battuto nessun record in una corsa di cinque chilometri, però quasi nessuno può batter- lo nei cento metri piani. E non è rimasto spesso da solo per qualche giorno, quando Sergej Andreivich andava a vendere una parte del raccolto o a com- prare nuovi semi? E infine bisogna capire che un ragazzo non è un animaletto impaurito solo perché, invece di lasciare una mosca intrappolata in una ragnatela, preferisce liberarla. Piotr era stato scosso dai brividi d'orrore quan- do suo padre colpiva il venditore ambulante, ma adesso l'ha perdonato. Piotr sa che Sergej Andrei- vich ha un carattere focoso e si rende conto che il sangue che usciva dal suo sopracciglio doveva esser- gli sembrato una ferita molto seria. La prima cosa da fare ora è nascondere il de- naro. Lo seppellisce sotto i gradini della tettoia. Adesso che suo padre è in prigione potrà essergli utile. Poi si mette a preparare una grande scodella di zuppa e il mattino dopo la consegna a una guar- dia del carcere, anche se non gli lasciano vedere suo padre. Il giorno seguente va a informarsi e gli danno del- le notizie che gli fanno venire le lacrime agli occhi: hanno portato Sergej a Mosca e lì gli faranno il pro- cesso. Adesso, per la prima volta, Piotr si rende con- to che può passare molto tempo prima di riuscire a rivedere suo padre. Angosciato va a trovare il direttore della scuola e gli chiede come può riusci- re a vedere suo padre, ma il direttore, anche se in paese è considerato da tutti la persona più in gam- ba, non sa rispondergli. - Non ho mai avuto a che fare con il tribunale supremo di Mosca - gli dice. - Comunque scriverò volentieri alle autorità della città e parlerò loro di te; può darsi che riesca a sapere in che prigione si trova Sergej Andreivich. - Quale sarà la sentenza, signore? - chiede Piotr. Ma il direttore preferisce non rispondere. --Mi dica signore, lei che ne pensa? - Ho paura che lo manderanno in Siberia, ragazzo. - In Siberia? Ma se lo ha fatto per difendermi... E' stato il venditore che mi ha attaccato per primo. - Questo non è un buon motivo per ucciderlo a bastonate, per lo meno secondo me. Tuo padre ha un carattere un po' troppo infiammabile. Ma forse la sentenza non sarà così severa, forse gli daranno solo qualche anno nella prigione di Mosca. Adesso Piotr è anche più inquieto di prima. In Russia, i criminali pericolosi vengono porta- ti in Siberia, che è una zona molto inospitale nel- la parte est del paese. Lì devono lavorare nei cam- pi di concentramento. A volte, dopo qualche tem- po, li mettono in libertà e permettono loro di vi- vere in piccole casette di legno alla periferia dei paesi. Per tutto l'inverno il paese è coperto da una spessa coltre di neve. Una volta liberi, dopo avere scontato la condanna, è quasi impossibile che que- gli uomini possano tornare alle loro case, perché non hanno un soldo e sono molto deboli per il duro lavoro. Piotr lo sa molto bene e la musica che suona con il flauto è così triste che spezza il cuore. PASSARONO intere settimane d'attesa e non suc- cesse nulla. Alla fine Piotr decise di andare a Mosca. Avrebbe voluto andarci già da molto tempo, ma non aveva osato farlo perché non sapeva cosa fare dei rubli che aveva nascosto. «Ma» pensò, «quei cento rubli che ho nascosto sotto i gradini della tettoia non possono certo ser- vire ad aiutare Sergej.» Prese del filo robusto e della stoffa di lino e fece un sacchetto, ci mise dentro il denaro e se lo appe- se al collo. Chiuse bene la porta di casa, passò dal direttore della scuola per dirgli dove andava e si mise in cammino per Voronezh, dove prese il tre- no per Mosca. A noi questo sembra molto semplice, ma per Piotr era un'avventura straordinaria, come per noi pren- dere un razzo per la luna. I suoi occhi bevevano gli alberi che passavano a grande velocità, le mucche nei prati, le case, i campi... Si sentiva trascinato dal rumore ritmico della locomotiva, dal martella- re delle ruote sulle rotaie e dal fischio acuto ai pas- saggi a livello. Così, quando arrivò a Mosca, si rese conto che in tutto il giorno non aveva pensato a suo padre. E la stessa cosa accadde a Mosca, perché c'era- no così tante cose nuove per un ragazzo di campa- gna che avrebbe avuto bisogno di dieci paia di occhi per vederle tutte. Per pochi copechi* affittò una stanza in una sof- fitta o, per meglio dire, un letto, separato con una tenda cenciosa da una soffitta infestata dai topi Scrisse al direttore della scuola per fargli sapere il suo indirizzo e poi uscì a cercare il Palazzo di Giu- stizia. E' difficile immaginare quanto poco potesse ottenere un ragazzo con una camicia stracciata dai dignitosi funzionari di allora. Se almeno Piotr aves- se saputo che, facendo scivolare un biglietto da cin- que rubli nella mano dell'uomo giusto si poteva ottenere qualcosa, avrebbe avuto più successo. Dopo aver girato attorno alla prigione e al Palazzo di Giustizia per tre settimane, Piotr non sapeva ancora se suo padre era a Mosca oppure no. Non riusci ad ottenere nessuna informazione, I'unica cosa che ottenne fu un bel calcione nel sedere per avere pestato i piedi a un signore, ma imparò subito a mettersi un fascio di giornali nei pantaloni. I gior- nali, inoltre, lo proteggevano anche dal freddo, che di sera Si era fatto molto intenso. A quel punto, Piotr aveva ancora ottanta rubli. Era moltissimo denaro per un ragazzo che non ave- va mai avuto più di un rublo in tasca e perciò sta- va molto attento a non perderlo. Portava sempre con sé quaranta rubli, la metà della somma, nel sac- chetto di lino legato al collo. Avvolse l'altra metà in un foglio di giornale e la nascose nella soffitta dove dormiva. Nel foglio di carta c'erano venti rubli in monete d'argento e altri venti in banconote. Nonostante tutte quelle sagge precauzioni, avreb- be presto perso venti rubli. Fu colpa sua, ma avreb- be potuto succedere a chiunque. Accadde un martedì pomeriggio, venticinque gior- ni dopo il suo arrivo a Mosca. Il martedì evidente- mente era un giorno sfortunato per Piotr, visto che anche quando era andato a comprare il grammo- fono era un martedì. Si sedette sul letto sganghe- rato e decise di contare il denaro un'altra volta. Nel sacchetto dovevano esserci ancora quaranta rubli, ma quando allungò la mano dietro la trave dove aveva nascosto il foglio di giornale, gli venne un accidente. Il giornale era tutto stracciato, le mone- te erano sparse per terra e le banconote non c'era- no più. Erano sparite senza lasciare traccia. «Ladri!» pensò Piotr stringendo i denti. «Misera- bili, luridi...» Si fermò perché improvvisamente si rese conto che era strano che il ladro non avesse preso le monete. Era molto strano che... Zac! Uno di que- gli orribili topi sfrecciò come un razzo sul pavimen- to della soffitta. Erano degli sporchi golosoni quei topi, non si poteva lasciare incustodito un pezzo di pane nemmeno per un momento, perché spariva subito. Erano proprio dei miserabili ladri. Ladri...! Piotr si diede una manata sulla fronte. Che stu- pido! Aveva lasciato che quei brutti disgraziati dalle code luride si mangiassero il suo prezioso denaro. Si guardò attorno più attentamente e sco- prì qua e là dei pezzettini di banconote rosicchiati ai bordi. Piotr fece fatica a ricacciare indietro le lacrime, ma, nonostante tutto, non potè fare altro che ridere. - «Dio mio! »--disse fra sé--«sono uno stupido, ma anche questi tOpi non sono per niente intelli- genti, perché con questi venti rubli avrei potuto comprare loro un secchio pieno di lardo.» PIOTR fa tutto il possibile per scoprire dove ten- gono prigioniero suo padre, ma senza alcun risul- tato. Un giorno riceve una lettera dal direttore della scuola. «Caro Piotr» gli dice «ho brutte notizie per te Hanno condannato Sergej Andreivich e la pena è molto dura. Sembra che tuo padre abbia aiutato un prigioniero a fuggire e per questo il giudice ha avu- to la mano pesante con lui. Lo hanno condannato a dieci anni in Siberia. Martedì lo porteranno dal- la prigione federale al treno che va a est. Mi spia- ce molto ragazzo. Torna subito al tuo paese e vedrò quello che posso fare per te. Il fornaio ha bisogno di un aiutante e forse tu potresti lavorare per lui. Dovrai miziare molto presto al mattino, aiutare in bottega e poi prendere un carro e...» Ma a Piotr non interessa affatto il fornaio. Mar- tedì! Oggi è martedì! Scende le scale correndo e continua a correre fino alla prigione, dov'è già sta- to molte volte. Adesso la porta è aperta ed esce una fila di prigionieri ammanettati a due a due. Sono circondati da guardie armate di grossi bastoni e di fucili. La strada è piena di gente, soprattutto di don- ne che gridano e agitano le braccia perché i loro mariti o i loro figli condannati le vedano. Qualche donna piange e si lamenta. Tentano di farsi largo attraverso il gruppo delle guardie, ma vengono spin- te indietro in malo modo. Piotr cerca di aprirsi un varco tra la folla a gomi- tate. La gente si sposta da un lato e per un istante si apre un passaggio che gli permette di avvicinar- si ai prigionieri. Là dietro, quell'uomo alto! --Sergej!--grida. - Padre! Sergej Andreivich alza la testa con un sussulto e i SUOl occhi scrutano la folla --Sergej!--grida Piotr.--Qui! - Piotr! - risponde Sergej Andreivich - Abbi cura di te! Mi portano in Siberia. La gente spinge indietro Piotr. - Padre! - grida più forte che può.--Ti seguirò verrò anch'io in Siberia Sergej agita il braccio, poi Piotr lo perde di vista Non sa se suo padre abbia sentito le sue ultime parole. 3. Inizia il viaggio. PER VARI giorni Piotr ha pensato e ripensato a cosa fare. Per qualche copeco si è comprato la car- tina della Russia e della Siberia; quello che vede è stupefacente, è grande quasi come mezzo mondo. Adesso c'è un treno, la ferrovia transiberiana, ter- minata da poco, che dopo avere attraversato tutta la Siberia arriva fino all'oceano Pacifico. Ma Piotr non ha assolutamente il denaro sufficiente per fare quel viaggio e, cosa più importante, non sa in che luogo della Siberia abbiano portato suo padre. Dopo tutte le brutte esperienze che ha passato per sape- re dove era in carcere a Mosca, non ha molta voglia di andare in giro a chiedere qual è la destinazione del deportato Sergej Andreivich. «Posso occuparmene dopo» pensa. «Per prima cosa andrò direttamente nel cuore della Siberia e quando sarò lì chiederò dove sono i campi di con- centramento. » Per qualche momento si ferma a pensare se deve spendere o no i cinquanta rubli che gli restano per fare una parte del viaggio in treno, ma scarta subito l'idea. I)eve tenere il denaro per poter mangiare durante il viaggio. Andrà a piedi. Se ci sono cinque- mila verste e fa quaranta verste al giorno, può arri- vare in Siberia in centoventicinque giorni, cioè circa quattrO mesi. «Siamo alla fine di settembre, quin- di arriverò in Siberia all'inizio di febbraio» pensa Piotr molto ottimista. D'inverno la Siberia è coperta da una spessa col- tre di neve e le temperature vanno dai venti ai qua- ranta gradi sotto zero. I lupi affamati si avvicina- no alle città, le notti sono lunghe e in alcune zone si può camminare per centinaia di chilometri sen- za vedere una casa. La prima meta è Nizhnij Novgorod, una nuova cit- tà vicino a dove l'Oka sfocia nel Volga. La distan- za tra Mosca e Nizhnij Novgorod è di quattrocento verste. «Dieci giorni di cammino» pensa Piotr. Da un venditore ambulante nella piazza del mercato compra uno zaino leggero, un grande coltello, una piccola lanterna a olio, un pezzo di corda, qualche ago, un rocchetto di filo e un cappotto caldo. Poi mette i flauti, la cartina e metà del denaro nello zai- no e va a dormire per l'ultima volta nel suo letto sgangherato. Il mattino dopo si alza molto presto e percorre davvero le quaranta verste. Dopo aver passato la notte nella stalla di una fattoria, anche il giorno dopo percorre le quaranta verste, ma il giorno seguente cominciano i problemi. Ha dormito in una capanna diroccata nel mezzo di un campo. Faceva freddo e quando si sveglia ha le gambe paralizzate dal gelo. Come se non bastasse si accorge di avere sotto i piedi delle grosse vesciche che gli fanno male. Si alza a fatica e zoppicando arriva fino al paese piu vicino, dove compra una pagnotta di pane e delle bende Quel giorno percorre venti verste. Arriva a una fattoria e di nuovo chiede di dormire nel fieno. Gli rispondono di sì, ma in cambio al mattino deve mungere cinque mucche. Per questo il giorno dopo si mette in viaggio più tardi del solito, ma almeno ha potuto bere qualche sorso di delizioso latte cal- do direttamente dalla mucca. Stringe i denti e giu- ra a se stesso che quel giorno farà quaranta ver- ste, vesciche o non vesciche. Non chiedetemi come, ma riesce a percorrere quaranta verste. Quella sera, quando entra nel cor- tile di una fattoria, ha le gambe che sembrano di gelatina. La grossa moglie del fattore esce di cor- sa da una porticina laterale. - Per favore, posso dormire nel fieno questa not- te? - chiede Piotr balbettando. - Sei più pallido di un fantasma, ragazzo - escla- ma la moglie del fattore. - Vieni, entra, siediti vici- no al fuoco e bevi una bella tazza di latte di capra. La buona donna lo fa entrare e gli indica un posto nella cucina. - Mio marito si sedeva sempre lì. E' morto poco tempo fa. Il calore fa il suo effetto e dopo due minuti Piotr sembra rinato. Mezzo addormentato sogna di ave- re delle lunghe gambe da cavalletta e di fare centi- naia di verste in un sol balzo. La vedova del fattore, che gli siede accanto don- dolando la testa, lo sveglia dolcemente, gli dà un bicchiere di latte di capra e lo mette a letto. Piotr dorme ventiquattro ore filate. Quando si sveglia, la materna vedova del fattore gli ha pre- parato un pranzetto delizioso: pesce con legumi e pane e pancetta. - Come è gentile! - dice Piotr. - E naturale. Come ti chiami? - Piotr Sergeivich. Vengo da un paese vicino a Novorezh. Mio padre è stato portato in Siberia e io vado a raggiungerlo. - In Siberia! La donna sorpresa giunge le mani. - E tua madre dov'è? --E morta, non l'ho mai conosciuta. --Poverino! Tutti gli istinti materni della donna vengono a gal- la. Non ha avuto figli e quando Piotr le dedica una canzone di pastori con il suo flauto, si commuove ancora di più. - Così giovane, - sospira - e così bravo a suo- nare. Il ragazzo non può addentrarsi nell'inverno siberiano, andrebbe incontro a una morte sicura. - Devo raggiungere mio padre, Sergej Andreivich, signora- dice Piotr. - Non ce la farai, figlio mio! --Sì, ce la farò. Il giorno dopo molto presto, quando se ne va, la donna gli dà una sciarpa di lana e due pagnotte. E una donna molto buona, si chiama Elena Iva- novna. PIOTR è di nuovo fresco e, cosa più importante, ha imparato una cosa. La donna non aveva molta fidu- cia nelle sue capacità di farcela e forse aveva ragio- ne. Non è mai stato un ragazzo forte, i suoi polmo- ni sono deboli e tossisce molto. E' abituatò a vive- re in campagna e può camminare senza fermarsi per molte ore, ma se dovesse affrontare gli attac- chi di un grosso orso siberiano quasi sicuramente avrebbe la peggio. Adesso si è ormai convinto che non ce la farà a raggiungere la Siberia centrale per l'inizio di feb- braio. Ci mette venti giorni, invece di dieci per arri- vare a Nizhnij Novgorod e quando arriva è sfinito. Per questo decide di farsi un bel discorsetto: «Accipicchia!» Piotr dice a se stesso. «Cammina- re è una vera e propria tortura. Dopo tutto c'è un treno. E come posso prendere quel treno? Compran- do un biglietto. E come faccio a comprarmi un biglietto? Con del denaro. E come posso trovare il denaro? Lavorando. Allora cosa devo fare? Cercar- mi un lavoro.» Dopo questa conversazione con se stesso, Piotr comincia a mettere in pratica i suoi propositi. Così, poco dopo, si ritrova a fare il cocchiere sul sedile di un tarantas, una carrozza di legno tirata da due cavalli. Porta passeggeri e merci dai paesi attorno a Nizhnij Novgorod alla città e ritorno. 4. Nizhnii Novgorod. PIOTR è contento perché ha avuto la fortuna di trovare un lavoro non troppo faticoso. Non bisogna avere molta forza per fare il cocchiere. Gli piaccio- no i cavalli e diventa subito amico dei due che gli hanno affidato. In compenso deve lavorare per parecchie ore. Oltre a fare dei lunghi viaggi, deve prendersi cura dei cavalli e pulire il tarantas dal fango. A Piotr piace stare seduto per ore dietro le grop- pe ondeggianti dei cavalli. Quando ha fatto scen- dere tutti i passeggeri e torna indietro da solo, suo- na il flauto. Al mattino imita il parlottare della gaz- za, il canto del fringuello e il cinguettare del pas- sero. Quando piove, nella sua musica si può senti- re riflesso il melodioso picchiettare delle gocce d'ac- qua sul tetto della carrozza. Verso sera, quando il sole scivola dietro l'orizzonte multicolore e il ven- to si calma come se volesse lasciar dormire in pace il sole, Piotr suona canzoni di pastori e ninne nan- ne. Quella musica dice quanto Piotr ami la sua Rus- sia più di una dozzina di grossi libri. Sono già due mesi che Piotr guida il tarantas, con grande soddisfazione del suo imbronciato padrone. Adesso è inverno e Piotr è contento di avere un cap- potto pesante e la calda sciarpa che gli ha regalato la vedova del fattore. Con dispiacere ha dovuto spendere una parte dei suoi risparmi per comprarsi un paio di stivali foderati di feltro e dei grossi guan- ti. Si, e proprio un peccato, ma la vita è dura se hai sempre le dita delle mani e dei piedi congelate. Comunque Piotr non ha dimenticato suo padre. Gli spiace di dover perdere tempo e ci vuole più tempo di quello che pensava per risparmiare per il biglietto del treno. Il suo padrone gli dà sei rubli alla settimana e di questi deve spenderne quattro per vivere. Pensate un po'! Di questo passo gli ci vorrà un anno intero per risparmiare cento rubli. Una mattina gli dicono di andare in via Zar Pie- tro a prendere due passeggeri che deve portare a Saransk. E' un viaggio importante perché Saransk è a duecentocinquanta verste da Nizhnij Novgorod e ci metterà otto giorni per andare e tornare. I pas- seggeri sono due uomini, uno alto e uno basso. Quello alto ha una faccia tonda, la fronte molto ampia e lo sguardo severo. Sulle spalle gli cade una massa incolta di capelli castani, che non va molto d'accordo con i suoi tratti duri. Il più basso è magro, con i capelli molto corti e completamente sbarbato, tranne che per un paio di baffi neri. Il suo sguardo è amichevole e le poche parole che dice sono dolci e melodiose. L'uomo alto ordina brusca- mente a Piotr di mettere i bagagli sopra il taran- tas e poi prende posto nella carrozza con il suo com- pagno. All'inizio stanno tutti zitti. I cavalli trottano alle- gramente nella mattina fredda e chiara. C'è un sot- tile strato di neve fresca che dà l'impressione che ci sia più luce del solito. Il paesaggio è pieno di col- line e la strada è in buone condizioni. --E' meraviglioso!--dice l'uomo più basso. --La nostra madre Russia è magnifica--dice quello alto. - Magari tutti i russi potessero...! Non termina la frase. I due passeggeri non sem- brano in vena di parlare molto, ma quando si sta seduti per tutto il giorno nello stesso tarantas, non si può non dire qualcosa. Piotr viene a sapere che l'uomo alto si chiama Fiodor e quello basso Alek- sej. Fiodor è molto scontroso e tutto quello che dice sembra un ordine. Quando dice: «Presto la neve si scioglierà», dà l'impressione che la neve faccia meglio a obbedirgli o altrimenti potrebbe avere dei problemi con il signor Fiodor. A Piotr Aleksej risulta subito simpatico. Aleksej ha con sé uno zaino da cui toglie dei cibi deliziosi, senza dimenticarsi di Piotr. Ci sono ciliegie secche, grosse caramelle e persino un vasetto di caviale che con il pane è buonissimo. Quando Piotr apre a sua volta lo zaino per pren- dere delle castagne, Aleksej vede una collezione completa di flauti. - Suoni il flauto? - gli chiede. --A volte ci provo--dice Piotr. - Suonaci qualcosa! --Non oso--dice Piotr.--Non suono molto bene. --Su, per favore! Piotr si mette a suonare ed è come se si sentisse la luce del sole riflessa dalla neve, come se si vedes- sero delle lepri che saltano nei campi, come se si sentisse il freddo pungente ballare tra le colline. Aleksej ascolta completamente immobile. E' una lacrima quella che si vede tra le sue ciglia? Persi- no Fiodor dice: - Suoni molto bene, ragazzo. Quando Piotr smette di suonare, Aleksej sussurra: - Meraviglioso! Continua a suonare. Piotr prende un altro flauto e suona delle canzo- ni popolari. Aleksej lo accompagna mormorando e comincia addirittura a cantare a voce alta, ma Fio- dor gli dice bruscamente: - Falla finita!--e il suo piccolo compagno smet- te immediatamente. Alla sera staccano i cavalli e passano la notte in una locanda. Al mattino presto si rimettono in viag- gio. Adesso la temperatura è di qualche grado sopra lo zero e dappertutto si vedono dei piccoli ruscelli formati dalla neve che si è sciolta. VERSO il tramonto dell'ultimo giorno di viaggio, Fiodor vuole bere un po' d'acqua e si ferma ai pie- di di una collina rocciosa. Da una pietra sporgente scende una piccola cascata d'acqua. I tre scendo- no dalla carrozza. Piotr cammina un po' per far circolare il sangue nelle ginocchia intorpidite. Vede una grande buca coperta di neve e di foglie morte, nascosta in par- te da una collina. Quando torna, Aleksej si sta lavan- do la faccia con l'acqua raccolta con le mani. Alza la testa e sorride a Piotr, ma Piotr non gli restitui- sce il sorriso. A Aleksej è caduto uno dei due baffi. Piotr lo vede e anche Fiodor. Aleksej si rende con- to che l'uomo e il ragazzo lo stanno fissando e diventa rosso come un peperone. Arrossisce ... come una donna e Piotr capisce immediatamente. Alek- sej è una donna, basta immaginarsela con i capelli più lunghi e con un vestito più attillato per capirlo. Non c'è alcun dubbio. Aleksej è una donna, una donna che Piotr crede di conoscere. Guarda Fiodor che lo sta fissando. E' sufficiente immaginarselo sen- za quella zazzera di capelli che non sembra sua e mettere su quel mento una barba lunga. Anche Fio- dor è travestito e a Piotr sembra di conoscere anche lui. Adesso è Piotr che arrossisce, ora ricorda. Sono Stepan e Shura e sono stati condannati a morte. Sono due rivoluzionari che pensano che ci dovreb- be essere un altro tipo di governo e sono i respon- sabili di vari attentati dinamitardi. Li ha visti mol- te volte sui cartelli che promettevano una ricom- pensa- «Stepan e Shura, ricercati dalla polizia.» - Sì, - dice Fiodor- siamo noi. Da sotto la giacca estrae una pistola. - Mi spiace, ragazzo, - dice - ma devi morire. Piotr sente il sangue che gli si gela nelle vene. - No, Stepan--dice Shura.--Non puoi farlo. --Non c'è altra soluzione, altrimenti ci de- nuncerà. Piotr fa cenno di no con un movimento lento della testa. Non riesce a dire una parola. - Lo vedi - dice Shura. - Non ci denuncerà. - Non so se ci possiamo fidare di lui, è perico- loso. Pensa alla nostra sacra missione, Shura. Mi spiace, ragazzo, non ho niente contro di te. Mori- rai per la Russia. Gli punta addosso la pistola. --Aspetta--dice Piotr sconvolto.--Io sono uno dei vostri. C'è una lettera nel mio zaino. Guardala! Mentre fruga nello zaino, fa qualche passo verso Stepan e improvvisamente con lo zaino colpisce la pistola. L'arma finisce in aria e Piotr dà un calcio negli stinchi all'uomo e si mette a correre. Passan- do dietro la collina si nasconde nella buca che ave- va visto prima e striscia sotto le foglie. Rimane lì, mezzo morto e con il cuore che gli batte forte. Stepan barcolla, impreca, si tiene la gamba... Poi zoppicando va a recuperare la pistola e si mette a inseguire Piotr. Ci sono impronte dappertutto, ma, con sua grande sorpresa, il ragazzo è scomparso. - Su - Piotr sente le parole di Shura. - Andia- mocene di qua. E un ragazzo così simpatico che sono sicura che non dirà niente alla polizia. - E lo chiami simpatico? - borbotta Stepan, toc- candosi la botta sullo stinco che si sta gonfian- do. - D'accordo, andiamocene. Poco dopo Piotr sente il tarantas che si allonta- na. Striscia con attenzione fuori dal nascondiglio e vede che il suo zaino è ancora lì. Decide di anda- re a piedi fino a Saransk. Da lì potrà tornare a Nizh- nij Novgorod con la carrozza della posta. Sa che il paese è una decina di verste più avanti, ma ci met- te parecchio tempo perché gli tremano ancora le gambe per la paura. Quando però arriva alla casa dove si ferma la carrozza della posta trova la sor- presa. Di fronte alla porta c'è il tarantas e i cavalli sono legati alla balaustra. Piotr guarda attentamen- te dalla finestra. Nell'osteria c'è solo il padrone che sta risciacquando dei bicchieri e Piotr entra con molta cautela. - Ah! - dice il padrone. - Il cocchiere è già qui. I due signori se ne sono già andati con la carrozza della posta. Mi hanno detto di darle i loro saluti. - Grazie - dice Piotr. Nel tarantas ci sono due buste con del denaro. In una c'è il denaro del viaggio e nell'altra ci sono dieci rubli e un biglietto scritto da una mano deli- cata: «Il compenso del flautista». Piotr passa la notte nella stazione di posta e il giorno dopo inizia il viaggio di ritorno a Nizhnij Novgorod. Sa bene che è suo dovere awisare la poli- zia, e non pensa a nient'altro durante il viaggio di ritorno. Ma quando il suo padrone gli chiede: - Come è andata? E successo qualcosa di parti- colare ? Lui risponde: - No, niente. Ecco il denaro. Piotr sa che quello che sta facendo non va bene, ma non riesce a dimenticare quella voce melodio- sa che gli diceva «Meraviglioso! Continua a suo- nare » . Poi conta il denaro che ha messo da parte. Ades- so che ha i dieci rubli di Shura può comprare un biglietto per Viatskie Poliany. Non esita un momen- to e il giorno dopo sale sul treno che lo avvicinerà di circa cinquecento verste a Sergej Andreivich. 5. Un signore misterioso. PER la seconda volta nella sua vita Piotr è sedu- to in un treno. Non è certo come quelli di oggi, che non fanno quasi nessun rumore, sono comodi, han- no i sedili morbidi e sono veloci. No, è una vettura vecchia e lenta, con panche di legno, che avanza pia- no, avvolta in una nuvola di fumo e che fa molto rumore. Di tanto in tanto emette un fischio acuto per far spostare una mucca dalla strada o solo per il gusto di farlo. A Piotr sembra di viaggiare per il mondo a una velocità indiavolata. Un paio d'occhi non gli bastano. Quando si fa buio guarda le persone che sono nello scomparti- mento. Per prima cosa accende la lanterna e que- sto suscita un mormorio di approvazione tra i suoi compagni di viaggio. Non gli è molto chiaro il per- ché di quella approvazione dato che la maggior par- te di loro è mezza addormentata e non sembra sve- gliarsi. Come il commerciante di Riga, seduto di fronte a Piotr, che russa forte come se la notte pri- ma si fosse dimenticato di russare e adesso stesse recuperando. O come la donna seduta di fianco a Piotr, dall'aspetto materno, che ha in grembo una grossa cesta e continua a sonnecchiare. La sua testa piano piano scende giù finché non si raddrizza bru- scamente, per incominciare a scendere ancora len- tamente. Sembra che pensi che non sia molto sag- gio addormentarsi del tutto. Ma c'è un uomo nello scompartimento che è ben sveglio e molto attivo. Non è un uomo qualunque, sembra un vero signore. Porta una giacca grigia con le code secondo l'ultima moda parigina, il suo sguardo è intelligente e i suoi modi di fare raffina- ti. La barba a punta è pettinata e curata molto bene. Ha in testa un cappello alto di seta e porta degli occhialini stringinaso. Sulle ginocchia tiene un muc- chio di riviste in russo, francese e tedesco. Adesso che, grazie alla lanterna di Piotr, c'è un po' di luce, il signore sfoglia nervosamente i giornali. Ogni tan- to guarda che ora è su un orologio d'oro che toglie da un taschino del suo gilet bianco Piotr si sente molto piccolo e ingenuo di fronte a questo uomo di mondo. Rimane molto sorpreso quando l'aristocratico gli rivolge la parola con tono amichevole. - Dove sta andando, giovane amico? - gli chie- de il signore. - Per adesso a Viatskie Poliany, gospodin* - risponde Piotr. - Ah, sì! Allora dovrà scendere domani mattina. - Sì, certo. --Io no - dice il signore.--Attraverserò tutta la Siberia fino all'oceano Pacifico, fino a Vladivostok. --Anche a me piacerebbe farlo--dice Piotr --Allora lo faccia!--disse il signore.--Lei, com- * Signore (N.d.T.). pagno, ha una buona salute e ha davanti a sé tutto il mondo. - Per il momento no. Quando avrò i soldi allora andrò anch'io in Siberia. --Bene. Lo sa? Sto facendo il giro del mondo. Il signore sta seduto nervosamente sul bordo del sedile. Con uno sguardo inquieto dà una rapida occhiata ai passeggeri e si ferma per qualche istante sull'uomo addormentato che gli è seduto accanto, probabilmente un funzionario. Vede che nessuno lo sta ascoltando e allora incomincia a parlare con Piotr che si beve le sue parole come se fossero vino dolce. - Sto facendo un viaggio attorno al mondo - dice in perfetto russo. - Sono un nobile inglese, capi- sce? Di Londra. Ho sempre viaggiato molto, viag- giare mi piace, mi fa vivere, e adesso sto facendo il giro del mondo. - E da Vladivostok dove andrà, gospodin? - Lì prenderò una nave per il Giappone, attra- verserò il Giappone e poi andrò in nave fino a San Francisco. Sa dov'è San Francisco? Piotr dice di no. - Sulla costa orientale dell'America del Nord. Mi dica, giovanotto, come si chiama? - Piotr - risponde. - Dovrà cambiare nome. - Cambiare nome? - Ah, certo. Non capisce. Forse sto correndo un po' troppo. Stavo pensando che lei potrebbe diven- tare il mio servitore, ma il mio servitore deve chia- marsi Jean. - Se io divento il suo servitore, - dice Piotr len- tamente--vuol dire che mi pagherà le spese di viaggio ? - Naturalmente, Jean. Ho molto denaro, un lord inglese non deve preoccuparsi del denaro. Il gentiluomo guarda di nuovo, timidamente, l'uo- mo che gli dorme a fianco. Nel frattempo la donna della cesta ha rizzato le orecchie. Il gentiluomo evita di guardarla. - Devo raggiungere mio padre che è stato man- dato in Siberia. Possiamo interrompere il viaggio per cercarlo? - Certo, sempre che non ci voglia molto tempo perché - e adesso abbassa la voce, che si riduce a poco più di un sussurro e si piega verso Piotr - per- ché, vede, devo completare il viaggio in ottanta giorni. A poco a poco Piotr diventa sempre più eccitato all'idea di potere viaggiare verso la Siberia con tan- ta facilità. vorrebbe fare mille domande a quel meraviglioso gentiluomo, ma il treno rallenta e si ferma fra scricchiolii e fischi. - Kazan - dice una voce dal marciapiede. - Kazan. Tutti quelli che vanno a Kazan scendano Il funzionario si sfrega gli occhi e si alza. - Ci siamo, Phileas Fogg, - dice - siamo arriva- ti. Andiamo. Il gentiluomo si inchina davanti a Piotr, prende il suo mantello e dice: - Mi spiace, caro amico. Dobbiamo cancellare il viaggio. Devo interromperlo per fare visita al re del- l'Ucraina. Addio! Salta sul marciapiede con agilità. - Ma - sussurra Piotr- lei ha detto... - Ha raccontato ancora delle storie? - chiede il funzionario.--Non lo fa per fare del male, mi cre- da. Non è pericoloso, solo che crede di essere Phi- leas Fogg, il grande viaggiatore inglese del libro di Giulio Verne. Naturalmente è un po' toccato--e fa un gesto significativo, toccandosi ripetutamente la tempia.--Lo sto portando al manicomio di Kazan. Buon viaggio. E' già un pezzo che il treno si è rimesso in mar- cia quando Piotr smette di scuotere la testa. E' l'in- contro più sorprendente che abbia mai fatto. 6. Fame. A VIATSKIE POLIANY non c'era nessuna ban- da a dare il benvenuto a Piotr. Anzi, sembrava che nessuno lo notasse. Dalla mattina alla sera cerca- va un lavoro, ne aveva assolutamente bisogno per- ché i pochi rubli che possedeva al suo ritorno era- no finiti in un attimo. E venne il giorno in cui Piotr si trovò senza nem- meno un copeco in tasca. E' facile dirlo, ma biso- gna pensare alla situazione di Piotr. Aveva quattor- dici anni e quindi era ancora un ragazzino, sua madre era morta e suo padre era stato portato in Siberia. A Viatskie Poliany non conosceva nessuno, non trovava lavoro, non aveva provviste e non c'era nessuna organizzazione che desse da mangiare a quelli che non ne avevano. Inoltre aveva speso il suo ultimo copeco. C'era di che disperarsi visto che se non mangiava sarebbe morto. Quando hai veramente fame non fai che pensare a mangiare. Hai un'idea fissa in testa e non pensi a nient'altro che al cibo. Niente poteva togliergli dal- la mente questa idea, né Sergej Andreivich, né la musica meravigliosa del flauto, né la luna piena, né il tramonto del sole, né le funzioni religiose, né i poliziotti, né i ricordi della sua infanzia felice... Le pietre ti ricordano il pane, nell'allegro canto del tordo vedi solo la promessa di un pranzo, guardi le carpe nello stagno con gli occhi di un cannibale. Sembra quasi che qualcuno ti abbia annodato lo stomaco e provi a sciogliere i nodi con delle unghie affilate. No, non è per niente piacevole avere vera- mente fame. Eppure, tutti i giorni, milioni di bam- bini non hanno quasi niente da mangiare, mentre la nostra unica preoccupazione è di non ingrassare. Piotr passeggiava per la piazza del mercato e vedeva moltissime cose da mangiare. Pesce, formag- gio, pane, pezzi di carne, pasticcini e pane di fru- mento. Dappertutto c'erano venditori che esaltava- no la loro merce e le donne che tornavano dal mer- cato avevano le ceste piene zeppe di cibo. Allora Piotr rubò una pagnotta di pane. La prese da una bancarella e si mise a correre. - Fermate il ladro! Prendetelo! - sentì qualcu- no gridare dietro di lui. Un venditore grasso cercò di afferrarlo, ma Piotr con un movimento agile gli sfuggì. Il rumore del mercato a poco a poco svanì dietro il ladruncolo, che adesso camminava più lentamente con la pagnotta sotto il cappotto. Scivolò nella cantina in cui aveva dormito la notte prima e si mise a mangiare. A mano a mano che la fame diminuiva i sensi di colpa aumentavano. Continuava a sentire nelle orecchie la parola "ladro". Improvvisamente si accorse che stava pen- sando a una sua vicina di casa, una donnina curva che per anni era stata sul punto di morire e una mattina morì davvero. Aveva organizzato tutto e aveva lasciato qualcosa a tutte le persone che cono- sceva, con un biglietto che conteneva un consiglio. A Sergej Andreivich aveva lasciato una tabacchie- ra che era appartenuta al suo ultimo marito e nel biglietto diceva qualcosa a proposito dei grappoli dell'ira che erano ancora acerbi, o qualcosa del genere. Ma il regalo più bello era per Piotr, un oro- logio a pendolo splendidamente intagliato e non c'era un biglietto, ma un brano della Bibbia in una cornice dorata. Diceva: «Beati gli assetati e gli affa- mati di giustizia perché saranno saziati». Giustizia significa onestà. Era veramente strano, quando aveva rubato la pagnotta non pensava di essere disonesto, l'unica cosa di cui si preoccupa- va era di non farsi prendere. Adesso che ha di nuovo qualcosa nello stomaco, comincia a pensare all'o- nestà e al venditore che ha una pagnotta in meno da vendere. E' come se in qualche modo il suo sto- maco e il suo cervello fossero collegati. Dopo aver mangiato la pagnotta fino all'ultima briciola, per la prima volta in molti giorni Piotr ha voglia di suonare un po' di musica. Suona qualche danza popolare con il flauto e dopo poco, sulla por- ta della cantina appaiono tre giovani. - Chi suona il flauto così bene? - domanda uno di loro. Piotr si spaventa e smette all'istante. --Sono io - dice. Il giovane gli si avvicina. - Sei molto bravo a suonare - gli dice. - Hai mai suonato in una banda? --Mai--dice Piotr con sincerità. --Dormi qui?--gli chiede un altro. La sua voce è educata ed è vestito in modo impec- cabile. - A volte - risponde Piotr a disagio. - Deve fare freddo --Non è poi così male. --Senti!--dice il primo giovane.--Vieni con noi e suona il flauto alla nostra festa. Potrai fare un buon pasto e avere lln posto migliore di questo per dormire. --Non ho mai suonato a una festa. --C'è sempre una prima volta. Questo è l'indiriz- zo, ci vediamo questa sera. Quando Piotr, nervoso come il primo giorno di scuola, arriva all'indirizzo che gli hanno dato, c'è già molta gente. l)onne vestite elegantemente, accompagnate da giovani azzimati, entrano ed esco- no dalla casa. Attraverso la porta aperta sente del- la musica e vede alcuni camerieri che portano dei vassoi pieni di bicchieri. Piotr rimane in piedi nel- l'ingresso, imbarazzato, senza sapere bene quello che deve fare. Allora uno dei giovani che ha cono- sciuto nel pomeriggio gli si avvicina, lo prende sot- tobraccio e gli dice: - Ecco qui il nostro flautista. Vieni con me. Attraversano in fretta una grande sala, poi un'al- tra e infine vede un piccolo gruppo di musicisti. C'è un violino, due, anzi tre balalaike* e una batteria completa. Vede anche un'ocarina e altri strumenti che non conosce. - Ecco qui la mia scoperta - dice il giovane. - Fatelo suonare con voi per un po'. Il capo del gruppo dei musicisti esamina subito con molto interesse i flauti fatti in casa che Piotr ha in mano. - Vediamo un po' - gli dice. - Come ti chiami? - Piotr. - Io sono Sasha. Ehi, Vanja, guarda questi! Dà i flauti al suonatore d'ocarina. - Ah, sì. Questo è Vanja, quello Igor e quello stra- bico è Kolia. Adesso Piotr siediti qui. Li hai fatti tu questi flauti? Bene. Noi suoniamo qualcosa e se te la senti, partecipa anche tu. - Non ho mai suonato con altra gente - dice Piotr. --Non preoccuparti, nessuno si accorgerà se vai fuori tempo. Sono troppo occupati per notarlo. Piotr non conosce il primo pezzo, però poi suo- nano una danza popolare. Inizia con un po' d'incer- tezza, ma una volta incominciato il suo nervosismo sparisce. E com'è bello suonare insieme! Le bala- laike portano le note fino all'entrata come su un letto di piume. Il violino a volte fa da contrabbas- so, poi si innalza sopra il flauto come un uccello scappato dalla gabbia. Quando ha suonato tutta la melodia una volta, Sasha incomincia a cantare. Poi il violino suona una variazione sulla melodia e quan- do termina, Sasha fa un cenno a Piotr che dà l'av- vio alle sue variazioni. E' incredibile come le bala- laike sembrino sapere esattamente quello che lui suonerà, perché non stonano mai. La musica è meravigliosa. Quando il pezzo finisce si vede che Piotr è contento e Sasha gli dice: --Non avevi mai suonato prima con un gruppo? Piotr gli fa cenno di no con la testa. - Adesso ce l'hai fatta - dice Sasha con iro- nia.--Molto bene, ragazzi. Andiamo con il prossi- mo pezzo. Piotr non è molto sicuro di aver capito quello che Sasha intendeva dire, anche se pensa che si riferisse alle sue capacità musicali. Ma che importa? E' un piacere suonare così. Gli ospiti danzano e volteg- giano sotto i suoi occhi, le gonne girano, i bicchie- ri si alzano e le lampade tremolanti si riflettono nel vino mille volte. Non si è mai goduto tanto una sera- ta. La sua gioia arriva al culmine quando Sasha, alla fine della serata, gli dice: --Domani suoniamo nel Romanovsky. Se vuoi pUOI unirti a noi. - Ho rubato una pagnotta- dice Piotr improv- visamente, con suo grande stupore. - Tutti abbiamo rubato del pane almeno una vol- ta - dice Sasha. - Non ha senso parlarne. Su, andia- mo a cena e poi puoi dormire in uno degli edifici attorno alla casa. Per varie settimane suona con la banda. Per lui è un periodo entusiasmante. Impara ad amare il vio- lino, in parte anche perché Igor, il violinista, gli è molto simpatico. Igor gli insegna le prime nozioni di teoria musicale e a volte lo lascia giocare con il violino. - Sei pieno di musica dalla testa ai piedi - gli dice Igor. - Un giorno di questi inizierò a risparmiare per comprarmi un violino- dice Piotr. Ma arriva il giorno in cui Sasha gli dice: - Dopodomani ce ne andiamo da Viatskie Polia- ny. Se vuoi venire con noi sarai un membro fisso della banda. - Dove andrete, Sasha? - Prima a Nizhnij Novgorod, dove staremo per un mese e poi a Mosca. In aprile suoneremo a San Pietroburgo. Piotr sembra triste. Sarebbe stato così bello se fossero andati a est. - Mi spiace Sasha, ma devo andare nella direzio- ne opposta. --E un peccato--dice Sasha.--Forse più avanti potrai unirti a noi. Potresti diventare un grande suo- natore. Comprati un violino e continua ad eserci- tarti. Gli ripete queste identiche parole due giorni dopo, quando lo saluta dal finestrino dello scomparti- mento: - Continua a esercitarti! Il treno si mette in moto e Piotr rimane solo sul marciapiede. PER MOLTI giorni cerca di trovare un lavoro con un'altra banda, ma senza successo. Fortunatamen- te è riuscito a risparmiare qualche rublo di quelli guadagnati con Sasha e la sua banda. Piotr inorri- disce al solo pensiero di rimanere senza denaro e non osa spendere i suoi ultimi rubli per un bigliet- to ferroviario. Pensa con ripugnanza alla pagnotta che ha rubato. Se l'avessero preso l'avrebbero sbat- tuto in prigione come un qualsiasi ladro e forse l'avrebbero persino mandato in Siberia. E' allora che gli viene l'idea. Ecco! Sarà lo stato e pagargli il viaggio in Siberia se commette un cri- mine e si fa prendere. Deve solo uccidere qualcu- no... No, è una pazzia, non potrebbe mai fare una cosa simile. Deve rubare qualcosa, svaligiare la casa di qualcuno di Viatskie Poliany. Sicuramente non mandano qualcuno in Siberia per avere rubato una pagnotta, però lo farebbero in caso di furto preme- ditato. Quindi è proprio quello che farà. Per Gio- ve, se lo farà! E così Piotr gira per la città con uno sguardo ambiguo da criminale. Ha le mani ficcate in tasca con disinvoltura e dall'angolo delle labbra gli pen- zola una sigaretta. In una parola cerca di sembra- re cattivo. Ma non ci riesce. Ha lo sguardo troppo sincero, il viso troppo gentile e le spalle troppo strette. Il ruolo del ladro non fa proprio per Piotr. Ma lui non la pensa così. Ha già rubato una pagnotta e sicuramente ce la farà a diventare un criminale convincente. Cerca dappertutto una casa dove potere entrare di notte, ma non è così facile. Negli ultimi tempi la città è stata terrorizzata da una banda di veri ladri, di assassini che non esite- rebbero ad ammazzare qualcuno con un piede di porco. Sono specializzati in gioielli e molte signo- re benestanti si sono già lamentate per la perdita di una collana d'oro o di un anello di diamanti. Di conseguenza, in molte case hanno installato nuove serrature e hanno messo catenacci di ferro alle por- te. I venditori di casseforti stanno facendo affari d'oro. La polizia, criticata dalla stampa perché non riesce a catturare i ladri, è più attiva che mai. E' chiaro che Piotr non ha scelto il momento giusto per commettere un furto. Solo nella casa di una anziana signora che si chia- ma Volkov, a volte è aperta un'anta della finestra. Piotr l'ha notato, ma come si fa a entrare in casa di una signora così anziana? Se di notte trova un estraneo in casa sua, può avere un infarto. Inoltre deve sembrare un furto serio e program- mato in ogni dettaglio. Per un furto mal riuscito, infatti, gli possono dare due mesi nella prigione di Viatskie Poliany e di questo non ha proprio bisogno. Un giorno, legge sul giornale la notizia di un piro- mane che è stato condannato a cinque anni in Sibe- ria per un incendio. Decide che appiccherà fuoco a una casa e lo farà in modo così goffo che la poli- zia lo prenderà senza sforzo. Adesso deve solo tro- vare la casa giusta. Naturalmente non devono esser- ci dei bambini che dormono e il fuoco non deve pro- pagarsi. Dovrà essere una vecchia casa abban- donata. 7. Piotr il piròmane. ALLA periferia della città, non lontano dal fiu- me, c'è una casa. Se si pulisse l'insegna sporca e scolorita si leggerebbe "Dom Myra", che vuol dire più o meno "Casa della Pace", ma il posto sembra tutto tranne che pacifico e tranquillo. E' un edifi- cio grigio e abbandonato. Dietro i vetri rotti delle finestre, pezzi di tende di pizzo fanno a gara con le ragnatele per attirare l'attenzione. Nel corso degli anni, quasi la metà delle tegole sono state strappa- te dal tetto dalle tormente e adesso sono sparse a terra in mille pezzi. Sono anni ormai che nessuno vive a Dom Myra e non si sa di chi sia la casa. For- se era stata lasciata in eredità a qualcuno da un ric- co proprietario terriero che poi si era trasferito ed era morto, e l'erede non sapeva nemmeno della sua esistenza. La gente di Viatskie Poliany è convinta che la casa sia infestata dai fantasmi e ha molti motivi per cre- derlo. La casa non è in alcun modo riparata dal ven- to di tempesta che la colpisce da oltre il fiume. Le parti di legno scricchiolano e dall'interno giungo- no dei rumori spaventosi, forse provocati dalle vec- chie porte che si muovono su cardini cigolanti. Parecchie persone giurano di aver visto, nelle not- ti di luna piena, figure spettrali ballare dietro le finestre impolverate. Ma l'argomento più convincente è che l'ultima persona che ci abitò, una notte di oltre dieci anni prima, si impiccò davanti alla finestra. Quando fece giorno, il mattino dopo, tutta la città lo vide ap- peso lì, con gli occhi fuori dalle orbite e la lin- gua bluastra che penzolava con la bocca aperta. Quel fatto creò molta agitazione. Nessuno voleva slegare il corpo e così, alla fine, lo fecero due poli- ziotti, a condizione di avere due giorni di permes- so come ricompensa. Da allora nessuno ha messo più piede in quella casa, tranne, secondo le credenze popolari, il fantasma del suicida che non riesce a trovare pace. La casa è stregata, non c'è alcun dubbio. Piotr ha sentito spesso dei racconti orribili su Dom Myra. Se decidesse di dare fuoco proprio a quella casa sarebbe una prova di coraggio. Piotr pensa che così non farebbe del male a nessuno, ma che comunque lo manderebbero in Siberia, perché la città, con tutte le sue case di legno, è terrorizza- ta dai piromani. «Aspetterò una notte in cui il vento soffi verso il fiume, così le scintille non arriveranno fino alle altre case» pensa. Programma l'azione in tutti i dettagli. Deve assi- curarsi che la polizia lo trovi senza difficoltà, sen- za però richiamare troppo l'attenzione. Incomincia a tirare in ballo l'argomento di Dom Myra con tut- ti quelli con cui parla, i negozianti, le persone che incontra al mercato e così via. In quel modo la gen- te sa che Piotr è interessato alla casa. Ne parla così spesso che alla fine il fornaio Selnikov lo avverte: - Ragazzo, piantala una buona volta di parlare di quella casa stregata! Poi, inizia a chiedere quanto costa il cherosene e dopo averlo chiesto un po' a tutti compra un bido- ne da dieci litri dal più grande pettegolo della cit- tà, il commerciante Pavlov. Gli rimangono ancora un po' di soldi di quando suonava con la banda di Sasha. E come se non fosse abbastanza, prende l'abitudine di giocare con il fuoco quando qualcu- no lo guarda. Costruisce delle casette di fiammife- ri sopra i portaceneri e poi gli dà fuoco, o brucia dei giornali per la strada o accende un bastone di legno nella cucina della locanda e cammina per tut- to il locale tenendolo in mano. Insomma, cose di questo genere. MOLTO eccitato, ma anche molto impaurito, Piotr aspetta la sera giusta, quando il vento soffi in dire- zione del fiume, la luna faccia poca luce o addirit- tura non ne faccia del tutto e non nevichi, né pio- va. Piotr sa che quella sera sarà proprio la sera adatta. Tre notti fa c'è stata la luna nuova e oggi il vento ha cambiato direzione. Piotr è tanto nervoso che non sa cosa fare. Vaga tutto il giorno per la città e si sente irresistibilmen- te attratto verso Dom Myra. Ha già controllato mille volte il posto dove verserà il cherosene. Entrerà in cucina dalla finestra rotta e lì appiccherà il fuoco. Da fuori, infatti, ha visto che la cucina è di legno massiccio e quindi brucerà bene. Rabbrividisce dal- la paura perché dovrà entrare in quella cucina. Nemmeno lui è immune dalla paura; anche se si ricorda che Sergej Andreivich gli assicurava che i fantasmi non esistono, non si può mai sapere... Non saranno tutti pazzi gli abitanti di Viatskie Poliany! Pensando a Sergej Andreivich, comunque, si fa un po' di coraggio. Dopo tutto, lo fa per suo padre. Si immagina Sergej in un campo di concentra- mento in Siberia, che lavora duro e che forse ogni tanto viene anche picchiato. Se quella volta a Mosca Sergej ha sentito le sue parole, lo starà aspet- tando. Non c'è alternativa, deve andare fino in fondo non è il momento di fare il bambino. Alle dieci di sera cammina con cautela verso Dom Myra, con la tanica sotto il braccio. Le stra- de sono deserte e ogni tanto la debole luce delle lanterne a gas illumina la strada. La casa sorge davanti a lui come un blocco di pietra solitario. Non si vede nessuno e quindi Piotr attraversa il piccolo giardino sul davanti della casa e arriva alla finestra rotta della cucina. Il cuore gli batte all'impazzata. Dalla finestra gli arrivano rumori malinconici che sembrano provocati da alcuni oggetti trasportati dal vento, il che lo rende molto nervoso. Piotr salta rapidamente attraverso la fine- stra e per un pelo non inciampa in una sedia rot- ta. Svita il tappo della tanica e sparge tutt'attorno il cherosene. Non dimentica di versarsene anche un po' sul cappotto. Quando la tanica è vuota, salta fuori dalla cucina e rimane per un momento in pie- di, in esitazione, con un fiammifero in mano. Poi stringe i denti, accende il fiammifero e lo getta dentro. Immediatamente la cucina prende fuoco. Piotr si prende proprio un bello spavento, ma la paura non è tanta da impedirgli di correre più veloce che può. Aveva pensato di rimanere lì intornO e dl confondersi tra la folla che si sarebbe raggruppa- ta per vedere l'incendio. Ma cambia idea e conti- nua a correre fino alla pensione e poi si b-ltta sfi- t nito sul letto. Centinaia di persone si riuniscono di fronte a Dom Myra, ma nessuno alza un dito per spegnere il fuoco. Continuano a guardare in silenzio finché la casa stregata non è completamente brllciata. 8. Frutto amaro. IL MATTINO dopo, il capo della polizia di Viat- skie Poliany ha parecchio da fare. L'incendio di Dom Myra lo ha messo in agitazione e ha messo in agitazione anche tutto il resto della popolazione. Bisogna chiarire molte cose, questo è certo. La domanda più importante dopo quello che è successo la notte prima è: come è iniziato l'incendio? Il capo della polizia si mette un dito tra la seconda e la ter- za piega del mento, segno che si sta concentrando al massimo. Primo: non è stato causato dall'illuminazione del- la casa. Secondo: non è scoppiato nessun vulcano sotto la casa Terzo: la casa era disabitata per cui era impossi- bile che qualcuno per sbaglio avesse rovesciato una lampada accesa. Quarto: nel giardino della casa è stata ritrovata una tanica di cherosene. «Quindi» decide fra sé il capo della polizia dopo aver lasciato libere le pieghe di grasso del mento, che tornano subito nella loro normale posizione «qualcuno deve aver dato fuoco a Dom Myra inten- zionalmente. » Quando è arrivato a questa brillante conclusio- ne, manda un gruppo di poliziotti in città per sco- prire chi, cosa, come, dove, perché e quando. Non è una cosa difficile per i poliziotti, dato che ormai tutta la città sa già chi è stato. Il fornaio Sel- nikov sospetta subito che deve essere stato il ragaz- zo che veniva dalle parti di Voronezh, quello che per qualche tempo ha suonato con la banda di Sasha. Non faceva altro che parlare di Dom Myra. Il negoziante Pavlov ricorda molto bene che lo stes- so ragazzo aveva comprato una grossa tanica di che- rosene da lui. A cosa gli serviva una tanica come quella se non ad appiccare un incendio? Tutti san- no che quel ragazzo, come si chiama? Ah, sì, Piotr, che quel Piotr negli ultimi tempi continuava a girare intorno a Dom Myra. Ma nessuno riesce ad imma- ginarsi come abbia fatto un forestiero, da poco arri- vato in città a scoprire il segreto della casa strega- ta. Un ragazzo tanto giovane e già così in gamba, non era proprio possibile. Così i poliziotti fanno in fretta a scoprire dove Piotr ha affittato una camera. Lo svegliano in malo modo da un sonno pieno di sogni spaventosi, pic- chiando forte sulla porta. Gli uomini entrano e sen- tono subito l'odore pungente del cherosene, che sembra venire dal cappotto di Piotr. - Bene, sembra proprio che questo sia il posto giusto - dice uno dei poliziotti. --Il capo sarà contento--dice un altro. - Si vesta, giovanotto. La portiamo al commis- sariato. - Cosa ho fatto? - chiede Piotr facendo l'ingenuo. - Non lo sa vero? - dice il poliziotto. - Lei ha incendiato Dom Myra. Mi segua. Piotr va con loro e ha una sorpresa dietro l'al- tra. Mentre vanno al commissariato, qua e là vedo- no dei gruppetti di gente che grida: «Hurrà!» quan- do passa Piotr. C'è addirittura un signore dall'aspet- to rispettabile che si fa strada fra la gente, arriva fino a lui, gli tende la mano e gli dice: - Grazie, figliolo, specialmente da parte di mia moglie. Piotr pensa che sia tutto molto strano. La gente aveva forse così paura della casa stregata da arri- vare addirittura a ringraziare il piromane? Ma c'è qualcosa di ancora più strano. Al commissariato vie- ne ricevuto dal capo della polizia che, seduto in una comoda poltrona, gli dice: - Giovanotto, da varie fonti so che deve essere stato lei ad appiccare il fuoco a quella che chiama- no la casa stregata. La città le è molto riconoscen- te e il sindaco mi ha detto che sta venendo qui di persona per stringerle la mano. Piotr è sconcertato. Tutto il suo piano meraviglio- so, per farsi portare gratis in Siberia dallo stato, va in fumo. Inoltre non ha la minima idea di quel- lo che succederà. Cosa vuol dire questa storia del ringraziamento ? --Non capisco, eccellenza! - Ah, ah, ah. Non capisce, vero? Lei ha pensato che se avesse raccontato alla polizia quello che ave- va scoperto, questi poliziotti superstiziosi non avrebbero osato entrare nella casa o ci avrebbero pensato due volte. Per questo ha deciso di brucia- re la casa, così tutti sarebbero accorsi lì. - Non capisco, veramente... In quel momento arriva il sindaco, un uomo che emana dignità più ancora del capo della polizia. Ha dedicato la sua vita a pronunciare discorsi e a tagliare i nastri delle inaugurazioni e in entrambi i campi è diventato molto abile. --Giovanotto!--dice a Piotr e poi gonfia il petto in modo tale che si capisce che farà un lungo discor- so.--Giovanotto! Lei oggi è l'eroe di Viatskie Polia- ny. Anche se è poco tempo che vive a Viatskie Polia- ny, si è preso a cuore i problemi della città. E venu- to a conoscenza della serie di furti di gioielli che tormentavano la nostra bella città e si è reso con- to che le nostre forze di polizia non erano in grado di scoprire e prendere i ladri - Il capo della poli- zia abbassa lo sguardo. - Inoltre lei ha indagato sul- le storie dei cosiddetti fantasmi che si pensava ren- dessero Dom Myra un posto pericoloso. Io, a diffe- renza della polizia, non ho mai creduto a quelle sto- rie e ho adottato un atteggiamento diverso dal loro. Oltretutto, la polizia non ha mai cercato di investi- gare le origini di queste storie di fantasmi. - E' un momento molto imbarazzante per il capo della poli- zia.--Invece lei è riuscito a mettere in relazione la realtà dei furti con le voci sui fantasmi e la scorsa notte ci ha fornito la prova che il suo ragionamen- to era esatto. Quando di quella casa abbandonata e in rovina non sono rimaste che le macerie, quan- do i muri sono crollati e quelle che erano delle travi forti si sono spezzate e sono bruciate, è rimasto un solo oggetto in piedi: la cassaforte. In quella cas- saforte abbiamo trovato quasi tutti i gioielli ruba- ti negli anni passati sia a Viatskie Poliany che nei dintorni. Alcuni oggetti di ferramenta non comuni e altre poche cose che abbiamo trovato nella cas- saforte ci hanno subito messo sulla pista dei tre ladri. La notte scorsa sono stati buttati fuori dal letto da alcuni poliziotti pieni di coraggio. - Il capo della polizia raddrizza le spalle. - Adesso sono in prigione e presto li porteremo a fare un giro gra- tis in Siberia, ah, ah. Tutti gli abitanti di Viatskie Poliany, soprattutto quelli che hanno ritrovato i loro gioielli, le sono grati. Pertanto abbiamo deciso di concederle la medaglia d'onore della città. Il sindaco gli si awicina e con mano agile appunta una medaglia e un nastrino sul cappotto di Piotr. L'eccitazione per il fatto ormai è cessata a Viat- skie Poliany. Piotr ha messo la medaglia d'onore della città nel sacchetto in cui tiene il denaro. Fra sé e sé ha riso di quella stupida medaglia d'onore. «Il frutto amaro delle mie azioni» pensa. Due signore che portavano con orgoglio i loro gioielli gli hanno dato un po' di denaro, venti rubli ciascuna. Conta il denaro che ha e pensa che se compra un biglietto per Ekaterinburg, gli rimarrà ancora qualcosa per tirare avanti mentre si cerca un lavoro. E dice addio a Viatskie Poliany. IL GIORNO dopo sale sul treno che va a est, verso la Siberia. Più vicino a Sergej Andreivich. 9. Lo schiaffo di Piotr. EKATERINBURG si trova sul versante occiden- tale degli Urali, proprio sul confine con la parte europea della Russia. Adesso la città si chiama Sverd- lovsk, ma quando Piotr scese dal treno si chiama- va ancora Ekaterinburg. Piotr si fermò in quella città per tutta la prima- vera e per l'estate. Per qualche tempo fece il came- riere, poi fece tutti i tipi di lavoretti che riusciva a trovare e a poco a poco si scoraggiò. Non riusci- va proprio a risparmiare il denaro sufficiente per il biglietto del treno. Faceva fatica addirittura a pro- curarsi il denaro sufficiente per le necessità di tutti i giorni. Tutti i tentativi che fece per farsi assume- re come musicista fallirono. Se almeno fosse stato un buon violinista sicuramente lo avrebbero preso in una banda. Ma un flauto ... non interessava a nes- suno. Non gli dettero nemmeno l'opportunità di suonare per far vedere quello che valeva e natural- mente non poteva comprarsi un violino perché costava troppo. Continuava a fare dei progetti per farsi arresta- re dalla polizia e farsi mandare in Siberia. A Viat- skie Poliany c'era quasi riuscito. Se non avesse avu- to la sfortuna di scegliere proprio la casa in cui i ladri nascondevano la loro refurtiva... Piotr era sdraiato sul letto della sua squallida stanza e con- siderava tutte le possibilità. Il letto scricchiolava e cigolava e Piotr pensava che la branda di una pri- gione non doveva essere molto peggio. Per andare al bagno doveva scendere quattro rampe di scale e attraversare un cortile gelido. Decise che avreb- be messo una bacinella in un angolo. I suoi vestiti erano molto rovinati, con gli orli sfilacciati e pieni di buchi. Un'uniforme a strisce da prigioniero gli sarebbe andata senza dubbio molto meglio. Cosa bisognava fare per farsi arrestare? Rubare, violare la proprietà privata, appiccare il fuoco, ucci- dere, assalire, calunniare ... ! Ehi, un momento. Insultare un alto ufficiale. All'epoca di Piotr era considerata una grave offesa in Russia. Sì, avrebbe insultato il capo della polizia ... ! L'avrebbe chiamato effeminato o mela marcia oppu- re pappamolla. Piotr rideva dentro di sé. Poteva tro- vare di sicuro almeno cento modi di insultare il capo della polizia e senza nemmeno conoscerlo. Ma, no, non era abbastanza grave. Se gridava per la stra- da contro il capo della polizia e gli diceva una stu- pidaggine, al massimo qualcuno dei poliziotti gli avrebbe dato un calcione nel sedere. Un vero insulto sarebbe stato, per esempio, dare uno schiaffo al sin- daco con molta gente presente. Questa sì che sareb- be stata una offesa grave. Al giorno d'oggi per una cosa simile ti possono dare un anno di carcere e a quei tempi ancora di più. Ma come poteva fare a dare uno schiaffo al sin- daco? Non si poteva certo suonare al suo campa- nello e dirgli: signor sindaco, andiamo nella piaz- za del mercato perché voglio darle uno schiaffo davanti a tutti. Piotr ci pensò giorno e notte e poi improvvisamente la fortuna gli diede una mano. Ebbe la possibilità, proprio come aveva pensato, di arrivare fino al sindaco nella piazza del mercato e davanti a molta gente. L'opportunità arrivò grazie al figlio dello Zar. Tut- ta la Russia aspettava da varie settimane la nasci- ta di un principe o di una principessa. Al giorno d'oggi, la notizia sarebbe arrivata rapidamente in tutto il mondo grazie alla radio e alla televisione, ma a quel tempo le cose erano molto diverse. Le notizie venivano date ai nobili della città per tele- gramma e la popolazione le veniva a sapere dai ban- ditori o dal giornale. Questa volta a Ekaterinburg il sindaco aveva fatto sapere che, non appena sareb- be arrivata la notizia, l'avrebbe annunciata di per- sona dalla scalinata della fontana, nella piazza del mercato. Se il bambino fosse nato di notte l'annun- cio sarebbe stato dato alle otto di mattina. Piotr ebbe un colpo di fortuna. Una notte molto tardi, in realtà a mezzanotte, lasciò il ristorante dove face- va il lavapiatti e andò verso casa, passando davan- ti alla casa del sindaco. E cosa vide? Un messagge- ro telegrafico stava consegnando qualcosa alla por- ta, un telegramma. Anche un ragazzo molto più stu- pido di Piotr si sarebbe subito reso conto che ciò significava che era nato un principe o una princi- pessa. Piotr arrivò subito alla conclusione ed esitò solo un momento. Andò dritto nella piazza del mer- cato e si mise a sedere comodo sugli scalini della fontana. ALL'ALBA, la piazza comincia a riempirsi di gen- te. Sembra che sappiano che sta per succedere qual- cosa. Alle otto in punto il sindaco esce di casa e tutti escono dalle loro case come per istinto. In un momento la piazza è stracolma di gente. Lasciano passare il sindaco, ma cosa succede? Quell'uomo che di solito è sempre allegro adesso sembra mol- to triste. Ha le borse sotto gli occhi e gli angoli delle labbra sono rivolti all'ingiù. La folla si fa silenziosa. Si aspettano il peggio. Forse il bambino è morto o, quel che è peggio, può darsi che la Zarina non stia bene. Il sindaco sale le scale. Adesso è in piedi, proprio di fronte a Piotr. Lentamente toglie il documento dalla tasca, lo apre e alza la sua faccia triste verso la folla. Con una voce molto bassa dice: - Nel nome dello Zar e della Zarina, sono felice di annunciarvi che la notte scorsa è nata una princi- pessa. Sia la Zarina che la principessa stanno bene. La folla rimane muta ma allo stesso tempo è sol- levata. Gridano: «Hurrà!», ma si vede che sono per- plessi. E' allora che Piotr fa la mossa. Prende la rincor- sa e colpisce il sindaco sulla guancia con tutta la sua forza. Non gli riesce difficile perché si è già stancato della faccia triste del sindaco durante l'an- nuncio del lieto evento. Era una faccia così triste che gli ha fatto venire il nervoso. Tutta Ekaterin- burg l'ha visto. C'è un silenzio di tomba, il sindaco non ha capito bene quello che è successo. Gli vie- ne un colpo di tosse e sembra che si stia sputando in mano. Improvvisamente si raddrizza e sulla sua faccia appare un grande sorriso. - Il mio dente! - grida. - Il mio dente! Quel male- detto è caduto! Non sono riuscito a chiudere occhio per tutta la notte per il mal di denti che avevo. Si rivolge a Piotr. - Sei stato tu? Molto bene! Come facevi a sape- re che era quello che mi faceva male? Vieni ad abbracciarmi. Il sindaco è impazzito di gioia, dà vigorose pac- che sulla spalle a Piotr, come se stesse battendo un tappeto. --Questa sera cenerai con me - gli dice.--Mia moglie ti preparerà una buona cenetta per festeg- giare la nascita della principessa. Piotr guarda spaventato la sua camicia rotta, le sue scarpe consumate e lo strappo nei suoi pan- taloni. --Non posso--dice.--Non posso proprio, signor sindaco. --E perché no? I tuoi genitori non ti lasciano? --Non è per quello. E' che non ho... Non sono... --Cosa? - Non ho altro vestito - dice Piotr, rosso come un peperone. --Non ha alcuna importanza, ragazzo. Se ti pet- tini un po' e ti pulisci le unghie sarai bellissimo. Ci vediamo questa sera alle sette. PIOTR passa la giornata a cercare di sistemarsi un po'. Si pulisce le scarpe e cuce meglio che può lo strappo nei pantaloni. Spende qualche copeco dal parrucchiere e si lava le mani fino a farsi sangui- nare la punta delle dita. Inoltre si lava da capo a piedi, cosa non molto comune per quei tempi. Alle sette in punto, è ai piedi delle scale davanti alla casa del sindaco e con un po' di nervosismo suona il campanello. Gli apre la porta una came- riera ben vestita, che lancia uno sguardo di disap- provazione a quel ragazzo mal vestito. --Buona sera, signorina! - dice Piotr. - Cosa desidera? - gli chiede la cameriera con arroganza. --Devo vedere il sindaco. - Allora non sarebbe dovuto venire all'ora di cena. - Ma lui mi ha invitato a cena. La cameriera alza le soppracciglia di due dita. Il sindaco ha sempre fatto delle cose un po' strane, ma questo... --Aspetti un attimo. Va a chiedere al signore cosa deve fare, ma non è necessario, perché il sindaco arriva proprio in quel momento. --Mio giovane amico!--dice il sindaco.--Sei qui A proposito, come ti chiami? - Piotr Sergeivich. I --Benvenuto, Piotr Sergeivich! Maria, prendi il suo cappotto. Mia moglie ti sta aspettando, sta dan- do ordini alla cuoca perché prepari per te qualco- sa di speciale. Andiamo. Adesso che il dente è cadu- to mi sento molto meglio, ma non posso ancora masticare normalmente. Devo... Il sindaco continua a parlare mentre Piotr si guar- da attorno con gli occhi sgranati. Che lusso! I pavi- menti sono coperti da folti tappeti di Smirne e di Sparta. Dappertutto ci sono candelabri d'ottone lavorato che sorreggono candele accese. Le pareti sono decorate da ritratti di gentiluomini distinti e da icone bellissime. Nell'ingresso e in vari punti del- la casa, ci sono delle belle stufe, splendidamente decorate. Fa un bel calduccio in quella casa. Sul pia- no di un tavolo di ceramica, sono esposti tesori arti- stici che vengono da tutto il mondo. Un lucido samovar* d'argento riflette la luce delle candele meglio di uno specchio. La moglie del sindaco è una signora sui quaran- t'anni molto distinta, ma allo stesso tempo cordia- le. Porta un vestito lungo che le arriva fino ai pie- di e parla con voce molto dolce. Hanno tre figli. Il più grande è Natan, un ragazzo di tredici anni che è alto come Piotr, poi c'è Sonia, una ragazza di dieci anni dalle lunghe trecce e dagli occhi azzurri. La più piccola è Milia, ha i capelli corti e arruffati ed è vispa come un pesce. I ragazzi portano subito Piotr a vedere i loro giocattoli. Vede tante cose che non si sarebbe mai nemmeno sognato potessero esistere. Ai ragazzi, invece, sembra una cosa nor- male. --Ragazzi, questa sera parleremo solo in rus- so - dice il sindaco. Da ciò Piotr deduce che parlano sempre in fran- cese durante i pasti. Ci sono cibi deliziosi, vere prelibatezze, ma il povero sindaco mangia solo una papetta d'avena. Per il dente, naturalmente. Dove prima c'era il den- te, adesso c'è un'ampia cavità. Milia ha infilato il dente in una cordicella e adesso lo porta attorno al collo. La moglie del sindaco pensa che sia una cosa disgustosa, ma il sindaco dice: - Lascia che lo porti. La notte scorsa gliele ho suonate di santa ragione perché faceva rumore. Sono stato molto duro con lei a causa di quel den- te e adesso mi sembra giusto che sia Milia a por- tarlo. Quando hanno finito di mangiare tutti quei piat- ti deliziosi, Maria porta quattro tazze di caffè tur- co, per il sindaco e sua moglie e per Natan e Piotr. Le ragazze, che sono più piccole, preferiscono una fetta di melone. - E adesso, Piotr- dice il sindaco - devi dirci perché mi hai dato quel ceffone. Piotr arrossisce. - Non vuoi dircelo? - chiede la moglie del sindaco. Piotr fa segno di no con la testa. - Bene - dice il sindaco - allora per prima cosa parlaci di te. Chi sei? Cosa ti ha portato qui a Eka- terinburg? A giudicare dal tuo accento si direbbe che sei dell'altra parte degli Urali, di qualche luo- go vicino a Mosca. Vuoi dircelo? Piotr comincia a raccontare. Parla loro di Sergej Andreivich e del grammofono, del venditore ambu- lante e della promessa che ha fatto di andare in Siberia. Parla dei suoi viaggi e della sua stanchez- za... di Elena Ivanovna che è stata tanto buona con lui, del suo lavoro di cocchiere e del tarantas di Nizhnij Novgorod. Non dice niente dei rivoluzionari Stepan e Shura. Però parla dei suoi progetti di farsi portare in Siberia e dell'incendio che ha appiccato alla casa stregata di Viatskie Poliany e infine dice loro il perché dello schiaffo al sindaco. Tutta la famiglia lo ascolta con attenzione, anche la piccola Milia che sta succhiando nervosa il den- te del padre. Negli occhi della moglie del sindaco si vede una lacrima. In silenzio fa un paragone tra suo figlio Natan e quel ragazzo semplice. Che vite diverse! Natan alle nove di sera va a dormire nel suo letto caldo. Al mattino un bacio della madre lo sveglia, trova la colazione pronta e l'unica cosa di cui deve preoccuparsi è di andare a scuola. Quan- do le scarpe gli sono diventate strette non deve far altro che dirlo e subito gliene comprano un paio nuovo. I domestici sono sempre pronti a obbedir- gli e in città, come figlio del sindaco, tutti lo trat- tano con rispetto. Dall'altra parte c'è Piotr. Nono- stante sia un ragazzino, ha sempre dovuto lavora- re sodo. Non ha mai conosciuto sua madre e ha fre- quentato solo le scuole elementari. Ha sofferto la fame, non ha mai avuto giocattoli, ha dovuto sof- frire molto e guarda adesso quello che è diventa- to! Un ragazzo che guarda dritto negli occhi, che continua a camminare fino a che non crolla e che sta facendo tutto quello che può per trovare suo padre. Un ragazzo che ha imparato da solo a suo- nare e che sa raccontare una storia in modo così appassionante che persino i suoi figli rimangono incantati. «Che coraggio!» - medita la moglie del sindaco. «Che coraggio deve avere un ragazzo di quindici anni per osare dare uno schiaffo al sindaco!» Quando Piotr ha finito il suo racconto, tutti rimangono in silenzio per qualche istante. --Padre!--dice poi Sonia.--Non puoi fare qual- cosa per far liberare il padre di Piotr? - No, figlia - risponde il sindaco. - Non posso, però cercherò di sapere dove si trova. Lo farò. Ci metterò un po' perché dovrò scrivere molte lette- re. Sai una cosa, Piotr Sergeivich? Nel frattempo ti troverò un lavoro. Al municipio hanno bisogno dl un ragazzo per portare i messaggi, l'unico pro- blema è che ti serve un abito un po' più pulito. --Mio Dio!--dice Piotr. - So già quello che bisogna fare - dice la signo- ra.--Il vestito marrone di Natan non va bene con il colore dei suoi capelli, non vuole mai metterse- lo. Scommetto che a Piotr andrà a pennello Piotr è imbarazzato da tanta gentilezza. - Non posso accettarlo - dice. - Signor sindaco, le ho dato uno schiaffo, ma non per curarle il mal di denti. Il sindaco ride a crepapelle. - Sei perdonato, figliolo. Sono contento che ades- so il dente sia appeso al collo di Milia... Dio mio Milia, togliti subito il mio dente di bocca! - E adesso andiamocene tutti a dormire - dice la moglie del sindaco. - Piotr, ti puoi fermare a dor- mire qui questa notte. Tu e il sindaco non avete chiuso occhio la notte scorsa. Tu perché hai passa- to la notte sulla scalinata della fontana e mio marito per il dente e per il messaggero che lo ha buttato glu dal letto a mezzanotte per dargli il telegram- ma. Dovete essere tutti e due stanchissimi. Avanti forza! A letto! Pochi minuti dopo, le luci nella casa del sindaco Si spengono. Piotr è sdraiato nel letto più comodo del mondo. E' completamente felice, ma a volte la felicità dura poco, molto poco. 10. Un incontro sfortunato. E COME se la stanno cavando Stepan, il rivolu- zionario e sua moglie Shura? Secondo loro, non troppo bene e non perché li abbiano arrestati. Oh, no, sono ancora liberi ed è meglio per loro, vlsto che se li prendessero ci sarebbe un plotone d'ese- cuzione ad aspettarli, o perlomeno ad aspettare Ste- pan. No, il problema è che non sono più insieme perché non vanno d'accordo su niente, e questo a causa di Piotr. Bisogna capire che Stepan è un rivoluzionario dal- la testa ai piedi. E' totalmente convinto che in Rus- sia i ricchi sfruttino i poveri e crede che i poveri non avranno mai la possibilità di migliorare la loro condizione. Quando uno è povero, resta povero e basta. Stepan pensa che questo sia uno scandalo, anche i poveri hanno diritto a una vita decente. Ci sono bambini poveri che muoiono di fame, mentre i cani dei ricchi proprietari terrieri hanno plU di quello che riescono a mangiare. Ci sono dei signo- ri importanti che fanno lavorare i loro dipendenti così tanto che quasi svengono dalla stanchezza, ma li pagano così poco che fanno fatica a mantenere le loro famiglie. Perché, si chiede Stepan, c'è della gente così ricca che non sa cosa fare di tutto il dena- ro che ha, mentre altri, anche se non per colpa loro, non possono nemmeno soddisfare i bisogni più ele- mentari? Stepan crede che non sia giusto e ha ragio- ne. Stepan odia i ricchi, tutti i ricchi ma Shura pen- sa che ciò non sia giusto. Per molto tempo Stepan ha cercato di unire tutti i poveri, di organizzarli e in questo modo di ottenere un mondo migliore. Era un vero rivoluzionario e voleva una rivoluzione, ma quando vide che non riusciva a ottenere quello che sognava divenne cattivo e feroce. Incominciò a ucci- dere le persone ricche e importanti solo perché le odiava. Divenne un anarchico e Shura pensava che fosse una cosa terribile. Lei amava lo Stepan rivo- luzionario, ma aveva paura dello Stepan anarchi- co. Era troppo per lei. Lui era forte e testardo, un vero fanatico. Quando avevano dovuto fuggire lui aveva deci- so che Shura si sarebbe travestitá da uomo e che Si sarebbero chiamati Fiodor e Aleksej. Avevano continuato a scappare per mesi e a volte avevano evitato per un pelo di essere catturati. Stepan era diventato ancora più crudele, i suoi occhi si erano fatti ancora più freddi. E poi incontrarono Piotr che li doveva portare a Saransk. Shura Si commuove davanti a quel ragazzo gen- tile e amichevole che suona il flauto così bene. Nella sua musica, sente la Russia che ama, per la quale vuole combattere, la Russia che l'ha fatta diventa- re una rivoluzionaria. E' un amore del quale si era quasi dimenticata a causa di tutto l'odio di cui parla Stepan Piotr è un figlio della sua Russia e vale la pena dl fare qualsiasi sforzo per rendere migliore il futuro di un ragazzo come lui. Quando Piotr scopre la loro vera identità, Stepan vuole ucciderlo, solo per essere sicuro che non li denunci. Poi sappiamo quello che è successo. Piotr scappa e loro vanno fino a Saransk. Stepan non è un ladro, non ha mai pensato di tenersi il tarantas e così lo lascia davanti alla stazione di posta. Shu- ra però ha già preso la sua decisione. Non può con- tinuare a stare con un uomo simile, un uomo che avrebbe sparato a un bambino innocente come se fosse un cane rabbioso. Non lo riconosce più come suo marito, ormai ha deciso. Lo lascerà e se ne andrà per la sua strada, anche se senza la guida di Stepan è probabile che la arrestino. Non importa. Lo dice a Stepan e la sua reazione è molto calma. - Dove andrai? - le chiede. - Cercherò di raggiungere i miei parenti a Tomsk. Non mi cercheranno certo in Siberia... - Stai rinunciando a una grande causa. - Una grande causa richiede metodi migliori. Addio, Stepan. --Addio! Lei si avvicina al tarantas e lascia dieci rubli del denaro che ancora le resta, per Piotr. Poi si mette in viaggio. E' un viaggio molto lungo per una ragaz- za ricercata dalla polizia. Stepan, ancora mascherato e con il nome di Fio- dor, continua a viaggiare per il paese In varie città fa visita a organizzazioni rivoluzionarle, ma per non mettere in pericolo i suoi amici Si ferma solo poco tempo. Un giorno, all'inizio dell'autunno, raggiunge Ekaterinburg. Con molte precauzioni cerca di scopri- re dove vive il capo di un partito operaio clandesti- no che è un suo vecchio amico. Si chiama Vasily Pavlov. Dopo aver fatto molte ricerche riesce a rin- tracciare la vecchia madre di Vasily. La trova sedu- ta, curva e magra, in una casa cadente dei bassifondi. --Troppo tardi! - dice a Stepan.--Li hanno pre- si tutti. E' stato il nostro nuovo sindaco. Ha fatto mettere in prigione Vasily e tutti gli altri. Proba- bilmente li manderanno in Siberia. In ogni modo non rivedrò più Vasily, non vivrò abbastanza a lun- go. Maledetti voi e la vostra rivoluzione! --Non lo faceva per se stesso, donna. Lo faceva per dare ai disgraziati e agli oppressi una vita migliore. - Bah, sono solo parole vuote che non cambia- no niente. STEPAN è molto depresso, anzi, è furioso. Come odia questi ricchi borghesi! E il sindaco di Ekaterinburg e uno di loro. Deve avere centinaia di contadini alle sue dipendenze, persone che lavorano come schiavi nelle loro piccole fattorie e che devono dare la mag- gior parte del raccolto al proprietario. E' questo tipo di ingiustizia che fa infuriare Stepan. Questi sfrut- tatori dovrebbero essere spazzati via dalla faccia della terra. Il giorno dopo, quando viene a sapere che è appena nata una principessa, la sua angoscia arriva al culmine. E proprio il colmo! Un nuovo super- sfruttatore. Sta proprio combattendo una battaglia persa in partenza. I compagni di Ekaterinburg sono in prigione ed è nata una principessa. Ma, nonostante tutto, continua a lottare da solo. Non gli importa niente di quello che può succedergli. Ha preso una decisione. Cercherà di assassinare quel ricco sindaco. PIOTR non si e mai svegliato così contento come quel mattino. E in un bel letto, morbido e caldo, in una stanza da letto ammobiliata splendidamen- te. Oggi gli daranno un lavoro e il sindaco cer- cherà di scoprire dove si trova Sergej Andreivich. Piotr esce dal letto fischiettando. C'è una tavola imbandita che lo aspetta. Fa colazione con Natan, Sonia e Milia, visto che il sindaco mangia nella sua stanza. Alle nove meno dieci, il sindaco scende al piano di sotto e saluta con allegria Piotr e i suoi figli. Non sa che la Morte, che gira con le sue terribili ali, sta volteggiando sulla sua testa. Non sa che la clessi- dra della sua vita ha quasi terminato di scorrere: mancano solo pochi granelli di sabbia. E' un uomo che ha solo quarantun'anni e che è sano e forte. - Andiamo, Piotr Sergeivich--dice. - Andiamo a lavorare. Piotr ringrazia di cuore la moglie del sindaco e lei lo invita a tornare un'altra volta. Poi, pavoneg- giandosi nel vestito marrone di Natan, si dirige ver- so il municipio insieme al sindaco. Alle nove meno otto minuti attraversano la piazza, che è già molto affollata. In mezzo a tutta quella gente indaffara- ta, chi può notare Stepan che, nascosto dietro un albero, dopo aver caricato una pistola sta miran- do al sindaco? E chi sente lo sparo, in mezzo al rumore delle ruote dei carri, degli zoccoli dei cavalli e delle grida dei venditori? Il sindaco barcolla. Piotr gli corre incontro e cer- ca di sorreggerlo, ma l'uomo cade pesantemente a terra. Ha la mano appoggiata alla tempia e dalle sue dita scorre un filo di sangue. Il sindaco non dice una parola, il suo corpo si irrigidisce ed è morto. La gente accorre da tutte le parti e Stepan viene trascinato con tutti gli altri. Ha già nascosto la pistola sotto il cappotto e nessuno sa che è stato lui a sparare. Piotr si alza. Ha la faccia pallida ed inespressiva. L'unica cosa di cui è certo è che il sin- daco è morto. Chi può essere stato il disgraziato che...? Alza la testa e guarda dritto negli occhi di Stepan. Ha già visto quegli occhi ... e in quell'occa- sione gli stavano puntando una pistola. Non si dimenticherà mai quegli occhi. Punta il braccio ver- so il fanatico e grida forte e chiaro: --Stepan, I'anarchico! STEPAN sparisce all'improvviso tra la folla che nonostante il suo travestimento, I'ha riconosciuto. Tutti sanno chi è Stepan, un prigioniero che è eva- so e che è ricercato dalla polizia, un condannato, un assassino. Due poliziotti lo inseguono. Stepan Si nasconde dietro un muretto e incomincia a far fuoco contro di loro. I poliziotti cercano di metter- si al riparo. Si sentono degli spari. La posizione di Stepan è disperata. E' circondato, ma non pensa di arrendersi. Ferisce un poliziotto al braccio. Poi improvvisamente, cade a terra colpito da quattró o cinque pallottole. Picchia la testa contro i ciotto- li della strada. Questa è la fine di Stepan, che una volta era un idealista. Avrebbe potuto diventare un grande uomo, una guida per il suo popolo. Aveva molto da offrire. Il cuore che adesso è stato colpi- to da una pallottola, una volta era pieno d'amore per chi era vittima dell'ingiustizia. Ma le persecu- zioni, il fallimento, la mancanza di comprensione e la stupidità con cui ha dovuto scontrarsi lo han- no trasformato in ciò che è adesso: un uomo mor- to, senza nessuno che lo rimpianga, soffocato dal- la sua stessa amarezza. DUE ORE dopo, Piotr lascia Ekaterinburg. Non ha soldi e quindi utilizza il mezzo di trasporto più vec- chio del mondo: le gambe. Non vuole e non osa nep- pure tornare a casa del sindaco. Hanno già abbastan- za problemi da risolvere e abbastanza dolore. Inol- tre, Piotr si sente colpevole di quello che è successo. Se avesse-denunciato Stepan a Nizhnij Novgorod, pro- babilmente la polizia sarebbe stata in grado di arre- starlo. In ogni caso, avrebbero avuto una descrizio- ne esatta del suo nuovo aspetto, ma anche di quello di Shura. E' contento di non aver visto Shura, que- sta volta. Questo è anche uno dei motivi per cui se ne è andato da Ekaterinburg. Non vuole correre il rischio che qualche poliziotto cerchi di scoprire chi è stato a riconoscere Stepan. In quel caso, infatti, dovrebbe raccontare tutto, tutto di Shura e dei suoi baffi finti. Stepan ormai non può più raccontare nien- te e probabilmente Piotr è l'unico al mondo che sap- pia come è travestita Shura. Questo gli provoca uno strano sentimento. Shura non ha niente a che vede- re con questo crimine, di questo è sicuro. Nel frattempo, ha molti motivi per essere depres- so. Ha perso un'altra volta tutte le speranze. Dopo un giorno pieno di aspettative e di felicità, si ritro- va un'altra volta solo, senza un soldo, vagabondo e con il problema di dovere badare a se stesso. - Sù, - si dice - quando gli spuntano delle lacri- me di autocommiserazione.--Sù, adesso! Per Natan è molto peggio. Non ha più nemmeno un padre, mentre io posso ancora sperare di rivedere Sergej Andreivich. Andiamo! E si mette in cammino con coraggio. Naturalmen- te prende la strada che va a est. 11. Il compagno di cella di Sergej. QUANDO Sergej Andreivich vide che il venditore ambulante stava attaccando suo figlio, perse la testa. Fu uno di quegli scatti d'ira che in passato gli ave- vano dato tanti problemi. Sapeva che si sarebbe pen- tito, ma non poteva farci nulla. Lo colpì tante volte che gli si stancò il braccio e gli svanì la rabbia, come la fiamma di una candela che a poco a poco si spe- gne. Piotr era steso a terra poco più in là e lo guar- dava con gli occhi spalancati e impauriti. - Sergej... padre, cosa hai fatto? - Temo di averlo ucciso - disse Sergej, triste. Piotr si inginocchiò di fianco al venditore. L'uo- mo non Si muoveva. - Su, Piotr. Dobbiamo andare. --Dove andiamo, Sergej? - Alla polizia. Quello che avvenne dopo non è molto chiaro nel- la mente di Sergej. Alla stazione di polizia furono molto gentili, questo se lo ricorda bene. Poi gli tol- sero la cintura e i lacci delle scarpe e lo chiusero in una cella. Gli dissero che il venditore ambulan- te era morto. Alcuni signori molto distinti lo andarono a tro- vare, signori che venivano dal tribunale. Gli fece- ro molte domande e Sergej pensò che era una cosa stupida, visto che avevano con loro delle grandi car- tellette che contenevano tutte le informazioni su di lui, anche più di quelle che lui stesso ricordava. Continuavano a insistere soprattutto su quel mese che Sergej aveva passato in prigione a Mosca per aver picchiato un poliziotto. Comunque, cercò di rispondere con esattezza a tutte le domande per- ché voleva cooperare. Era molto preoccupató per Piotr. Forse, se si mostrava disposto a collabora- re, avrebbero permesso a Piotr di fargli visita. Sergej Andreivich non era uno stinco di santo, non lo era mai stato. Da giovane era stato un assi- duo frequentatore delle taverne e non si era mai tirato indietro se c'era da fare a pugni. Aveva but- tato più di un compagno dalla finestra e aveva sem- pre dei guai con la polizia. Non aveva mai fatto niente di vile o di meschino, ma aveva un caratte- re molto irritabile e orgoglioso Più tardi, dopo essersi sposato; imparò a control- lare un po' i suoi scatti di rabbia. Questo cambia- mento fu soprattutto merito di sua moglie la dol- ce e delicata Lydia. Una volta, per distrazioné, lasciò cadere sul piede di Sergej una padella pesante e Sergej si arrabbiò così tanto che le diede uno schiaf- fo. Adesso ricorda che si era già pentito prima di sentire il suono dello schiaffo Non dimenticherà mai le lacrime che scendevano da quegli occhi che erano sempre sereni, non dimenticherà mai la voci- na di Piotr, che allora aveva due anni, che piangen- do diceva piano: - Mamma è buona. Mamma è buona. Così imparò a controllarsi, almeno per la maggior parte delle volte. Lo fece prima di tutto per Lydia e, dopo la sua morte, per Piotr. Il bambino assomi- gliava moltissimo a sua madre: la stessa costituzio- ne debole, lo stesso odio per la violenza. Forse a Ser- gej, che era tanto forte, Piotr sembrava anche più debole di quello che era. Forse, se Piotr avesse dovuto badare a se stesso, se la sarebbe cavata molto meglio di quello che pensava Sergej. Ma questo, chi glielo può dire? Per adesso Sergej è preoccupato, ma non per se stesso o almeno non molto. Sa che riceverà il castigo che si merita e lo affronterà da uomo. E' disposto a farlo. Ma cosa ne sarà di Piotr? Dopo pochi giorni, portano Sergej a Mosca. Sem- bra che nessuno gli neghi il permesso di ricevere una visita da suo figlio. Gli dicono che faranno sape- re al ragazzo dove si trova. Il suo atteggiamento ser- vizievole fa loro una buona impressione ma, per sfortuna, succede qualcosa che fa perdere alle auto- rità la loro disponibilità ad aiutarlo e che a Sergej fa perdere la speranza di rivedere Piotr. Dopo che Sergej ha trascorso varie settimane da solo in una cella, lo trasferiscono in una più gran- de che dovrà dividere con un altro prigioniero. E' un uomo dalla fronte ampia e pallida e ha i capelli tagliati a spazzola. Parla con frasi chiare e brevi come un intellettuale. E' un uomo che ha letto mol- to. Sopra gli zigomi alti, i suoi occhi hanno uno sguardo acuto. --Raccontami perché sei finito qui!--dice a Sergej. Anche se è un prigioniero come lui, Sergej si ren- de conto che quell'uomo, con le sue frasi concise, è molto al di sopra di lui. Comunque, pensa che sia meraviglioso poter parlare con qualcuno dopo esse- re stato tante settimane in cella da solo. - Mi chiamo Sergej Andreivich - gli dice. - Sono un povero contadino di un paese vicino a Voronehz. Ho ucciso un uomo a bastonate perché stava pic- chiando mio figlio, il mio unico figlio. Ha quattor- dici anni e si chiama Piotr. Mia moglie è morta undici anni fa. --Quando ti faranno il processo? - gli chiede I uomo. --Non lo so. --Hai un avvocato? --Cos'è un avvocato? - E un uomo che ti difende contro il giudice. --Allora non lo so. Credo di no--dice Sergej. - Tuo figlio ti ha fatto visita? --Non ancora. Dicono che gli scriveranno. --Ti stanno trattando come un pezzo di legno. Ti gettano nella legnaia come un bastoncino per fare il fuoco. Non sai niente, non ti permettono di fare niente, non hai nessun diritto, non hai sentimenti, non conti niente. --Ho ucciso un uomo - dice Sergej. - Non hai soldi, sei povero. Non hai amicizie importanti e non conosci i tuoi diritti di cittadino. --Non ci avevo mai pensato. - In questo paese ci sono due categorie di persone. I ricchi e i poveri. Fra i due c'è un sacco di differen- za, come tra una volpe e un coniglio o tra un leone e un cerbiatto. Come tra un padrone e uno schiavo. - Sei un rivoluzionario? - chiede Sergej - Mi chiamo Stepan. Lotto per i diritti degli oppressi, e dei poveri, di quelli come te. Credo nel- l'uguaglianza di tutti gli uomini. - Perché sei in prigione? Cosa hai fatto? - Cosa ho fatto?--dice l'uomo con amarezza. - Ho scritto dei volantini che parlavano della cattiveria dei ricchi. Ho fatto dei discorsi incitando la gente a ribel- larsi contro l'oppressione dei proprietari terrieri. Ho predicato la rivoluzione. Ho tirato delle bombe nelle case dei potenti. Ho scaricato la mia pistola addosso a un alto ufficiale di polizia. Ho odiato i ric- chi con tutto l'odio di cui è capace un uomo. - Quale è stata la sontenza? - sussurra Sergej. --Fra una settimana, alle sette del mattino, sarò impiccato nel cortile della prigione. NEI GIORNI seguenti, Sergej si stupisce di come un uomo possa parlare con tanta disinvoltura del- la propria morte. Sembra che a quell'uomo così sin- golare, Stepan, non importi molto. Sembra molto preoccupato per Shura, sua moglie, che ha lavora- to con lui, ma non è stata catturata. Inoltre, Ste- pan teme che la propria morte sarà una grande per- dita per la causa, ma la causa è così importante che è perfettamente normale dover morire per essa. Tuttavia, con il passare dei giorni, Stepan diventa sempre più nervoso. Il suo tono di voce è meno con- trollato, un po' più frettoloso di prima. Il quarto giorno che sono nella stessa cella, si confida con Sergej e gli parla di un piano per evadere. --Evadere?--dice Sergej.--In questa prigione e impossibile. - Forse no - dice Stepan. - Guarda cosa ho qui. Da sotto il materasso di paglia toglie una testa o, per meglio dire, qualcosa che sembra una testa. E fatta di pane duro. - Per settimane ho messo da parte la metà di quel poco pane che ci danno per fare questa testa. Tutti i giorni lo inumidivo e gli davo la forma giu- sta. Questa testa mi farà uscire di prigione, alme- no se tu mi aiuti, Sergej Andreivich. E gli spiega il piano. Sergej è molto agitato. Da una parte non riesce a sopportare il pensiero che Stepan, che ha imparato a rispettare in questi pochi giorni, sia impiccato dopodomani. D'altra parte sa che, se aiuta un uomo condannato a evadere, non potrà più sperare nella clemenza del giudice quan- do ci sarà il suo processo. - Lascia che ci pensi fino a domani - gli dice. - Ricordati che lo fai per tutti gli oppressi, per quelli come te. - Se lo farò, - dice Sergej - lo farò per te e non per la tua grande causa. - Il risultato è lo stesso--replica Stepan dura- mente. DEVE decidere tra non rivedere mai più Piotr e mandare Stepan sul patibolo. E' una notte difficile per Sergej. Il mattino dopo ha preso la sua deci- slone. Aiuterà Stepan e il piano verrà messo in pra- tica quella sera stessa. Al pomeriggio, i prigionieri fanno ginnastica in cortile. I falegnami stanno costruendo una piatta- forma. Sergej sa che è il patibolo. I prigionieri lo osservano spaventati, mentre Stepan lo guarda solo con disprezzo. Quando ritornano alle celle attraver- so i corridoi della prigione, Stepan esce dalla fila e si nasconde in un angolo buio. Anche Sergej ha molto da fare quando ritorna nella sua cella. Toglie la testa di pane da sotto il materasso e la mette sul- la branda di Stepan. Prende tutti gli oggetti che tro- va nella cella, li sistema a forma di corpo e ci met- te sopra una coperta in modo che sembri che ci sia un uomo che dorme nella branda. Poi, si sdraia nel- la sua branda proprio un attimo prima che arrivi la guardia a chiudere la porta con il chiavistello. - Sergej Andreivich - chiama la guardia. - Presente! - dice Sergej. - Stepan Aleksandrovich! - Presente! - borbotta Sergej. Il cuore di Sergej batte all'impazzata, ma la guar- dia chiude la porta sbattendola e mette il catenaccio. Stepan rimane nascosto nell'angolo fino a notte fonda. Quando la guardia di notte fa il suo giro, alle nove, Stepan salta fuori dal suo nascondiglio, le dà un pugno e la lascia stesa a terra svenuta. La tra- scina fino all'angolo e scambia l'uniforme di pri- gioniero con quella della guardia. Accarezza con- tento la pistola nella fondina. Come sarebbe spa- ventato Sergej, che adesso è sdraiato nella sua bran- da senza riuscire a dormire, se sapesse che un gior- no quella pistola minaccerà suo figlio. Stepan cam- mina fino al cancello con un incredibile sangue fred- do. Deve passare da un posto di guardia, dove un guardiano mezzo addormentato gli chiede qualco- sa. Stepan mormora qualche parola e passa senza problemi. All'uscita la cosa si fa più difficile per- ché una sentinella, questa volta ben sveglia, gli chie- de la parola d'ordine. Come risposta, Stepan gli mette la pistola sotto il naso. - Apri subito la porta! - sibila Stepan. Quando la porta si apre, Stepan scivola fuori, ma non prima di aver steso la guardia con un pugno. Non vuole che venga dato l'allarme troppo presto. Rimette la pistola nella fondina e sparisce nella not- te di Mosca. MEZZ'ORA dopo, la sentinella della porta rinviene e dà l'allarme. Questo succede poco dopo il ritro- vamento della guardia vestita con l'uniforme da prigioniero con il numero di Stepan. Un grup- po di guardie si precipita nella cella di Sergej. Lo fanno scendere dalla branda a suon di pugni e di calci e lo trascinano fino al posto di guardia. --Sputa il rospo!--dice il capo.--Qual è il suo indirizzo a Mosca? Dov'è andato? Chi conosce qui? --Non lo so--dice Sergej triste. Un pugno in faccia. Comincia a uscirgli il sangue dal naso. --Smettila di raccontare storie, zoticone! Un altro pugno in faccia. E' troppo per il cosid- detto zoticone di Voronezh. Fino a quel momento si è controllato, ma adesso gli va il sangue alla testa e i suoi pensieri si fanno confusi. Si alza in piedi con il suo metro e novanta di altezza, gonfia i muscoli delle braccia e gli incomincia a tremare la mandibola. Un pugno centrato fa saltare via due denti della guardia che lo interrogava. Con una manata fa cadere due uomini a terra e sbatte le teste di altri due una contro l'altra. Le guardie prendono le loro mazze e colpiscono Sergej più forte che possono. Gli danno calci e pugni fino a che non sviene poi lo riportano nella sua cella. Per una settimana non riesce ad alzarsi in piedi. C'è molta allegria tra i prigionieri. Molte guardie hanno gli occhi neri e a una mancano i due denti davanti. Inoltre Stepan, il condannato, è riu- scito a scappare due giorni prima di essere impic- cato. Sembra che finora, non siano riusciti a pren- derlo, altrimenti le guardie sarebbero soddisfatte di loro stesse. Sì, i prigionieri sono contenti. Ste- pan è libero. Ma chi dovrà pagare per lui? Sergej Andreivich. 12. Deportato. ENTRO certi limiti, il giudice fu comprensivo per quello che riguardava l'assassinio del venditore ambulante Nikolaj. Dopo tutto, l'accusato aveva agi- to in preda alla passione e c'erano dei motivi mol- to validi che avevano scatenato questa passione. Aiutare un condannato ad evadere, però, è un'al- tra questione. Un nemico dello Stato, un anarchico. Il giudice ne tenne conto molto pesantemente al processo di Sergej. - Dieci anni di lavori forzati in Siberia- disse, dopo aver battuto il martello con un rumore sor- do sulla stoffa verde che ricopriva il suo banco. Era più o meno quello che Sergej si aspettava, ma nonostante ciò, fu come se il martello gli fosse piombato in testa. Fu riportato nella sua cella, dove, mentalmente, disse addio a Piotr. Sarebbe stato deportato di lì a due giorni. Le possibilità di rive- dere PiQtr erano praticamente nulle. Dopo il fatto di Stepan e la lotta con le guardie, tutte le richie- ste per cercare di mettersi in contatto con suo figlio erano state respinte. Pensò al suo ragazzo, che ades- so era solo al mondo, e una lacrima scivolò piano lungo la sua guancia scavata. Due giorni dopo, fin dal mattino presto, nella pri- gione c'è un'incredibile agitazione. I prigionieri che sono stati condannati ad essere deportati in Sibe- ria sono riuniti nel cortile della prigione, ammanet- tati a due a due. Le guardie sono nervose, urlano, imprecano e colpiscono più di un prigioniero con il loro bastone. Sergej è come stordito. Tutto quel- lo che sta accadendo non significa niente per lui. Quando lo colpiscono nelle costole non se ne ren- de quasi conto. E' l'ultimo di una fila e accanto a lui c'è un omi- no nervoso, completamente calvo. Di fronte, inve- ce, c'è un uomo anziano, che non sembra in grado di sopportare il viaggio. Ma Sergej non si rende con- to di niente. Con la testa china, cammina trascinan- do i piedi e il triste corteo passa per la porta del carcere con un rumore sordo di catene che sbatto- no. Si rende conto a malapena della folla che gri- da. Cosa significano quelle persone per lui? I suoi pensieri sono nel suo paesino, dove c'è Piotr, che non sa nulla della sorte di suo padre. Ma, improv- visamente . . . --Sergej!--sente chiamare. - Padre! Alza la testa di scatto. Quella voce è di Piotr! Cer- ca affannosamente tra la folla. --Sergej! Qui! Laggiù c'è Piotr. Sembra impossibile ma è pro- prio così. - Piotr!--chiama Sergej. - Abbi cura di te! Mi portano in Siberia. Alcune persone si intromettono tra lui e il ragazzo. - Padre! - sente Piotr che lo chiama ancora. - Ti seguirò. Verrò anch'io in Siberia. Poi tutto finisce. Sergej agita il braccio in aria, ma la gente si è spostata e Piotr è scomparso. E' stata una visione? No, non era una visione. Sergej non ha idea di come abbia fatto Piotr ad arrivare a Mosca, ma era di sicuro Piotr. Sembrava cresciuto e sembrava che stesse bene. Sergej raddrizza la schiena e il suo sguardo si fa più acuto. I suoi pas- si sono più sicuri, adesso. In Siberia. Dopo tutto, forse c'è ancora speranza per il futuro. DOPO aver viaggiato per due giorni, li fanno scen- dere dal treno. Pare che dovranno proseguire con un altro treno, ma, secondo quello che dice la guar- dia, è probabile che debbano aspettare tre o quat- tro giorni per prenderlo. Camminano per tre ore sotto la pioggia e si inzup- pano fino al midollo. Finalmente arrivano in un grande edificio di pietra, che è l'unica costruzione in mezzo alla pianura. Alla luce del crepuscolo sem- bra oscuro, i muri sono pieni di crepe e qualche finestra è senza vetri. Ci sono dei buchi nel tetto e all'interno è anche più lugubre. Non ci sono stan- ze, ma solo un unico grande stanzone con il pavi- mento di cemento e le pareti di mattoni piene di buchi. Nel mezzo c'è un posto per fare il fuoco, con sopra un camino molto grande. Qua e là, si vedo- no dei secchi arrugginiti e dei barili ammuffiti. I prigionieri sfiniti, a gruppi di sei, incatenati uno all'altro per i piedi, si lasciano cadere sul pavimento gelido. Anche le guardie sono stanche e hanno fred- do. Il comandante prende sei uomini per il turno di guardia e va con gli altri in città a farsi una bel- la cena. - Vi farò mandare del cibo - dice a Kurchenko che è il sergente che comanda le guardie. Effetti- vamente, dopo un'ora, alcuni uomini portano pane e salsiccia per il resto delle guardie. Per i prigio- nieri hanno portato un sacco di patate, alcune cipol- le e delle salsicce di cattiva qualità. --Buon divertimento!--dicono gli uomini, pren- dendo in giro le guardie. - Noi ce ne andiamo giù alla taverna per una bella cenetta calda. - Ehi, tu - dice il sergente a Sergej. - Dividi que- sto cibo tra i tuoi compagni. Non voglio nessun litigio. Sergej guarda il cibo. Le salsicce sono già pron- te da mangiare, ma cosa deve fare con le patate e le cipolle? - Sergente!--dice.--Posso accendere un fuoco? Così posso fare una zuppa di cipolle. --Non c'è legna--dice il sergente. - Forse possiamo trovarne un po' fuori. Al sergente piace l'idea di avere un bel fuoco cal- do, dato che sta battendo i denti per il freddo. - Vai a dare un'occhiata! - gli dice. - Su, ragazzi - dice ai cinque compagni con cui è incatenato.--Su, andiamo! Brontolando, si alzano in piedi. I sei uomini esco- no trascinando i piedi. Sono fortunati. Dietro l'edi- ficio, ci sono le rovine di una baracca, ma sono così malridotte che non servono a niente. - Quella baracca - dice Sergej - è lì apposta per- che noi la demoliamo. Con le braccia cariche di tavole, ritornano dentro. - Su! - dice Sergej a un altro gruppo di sei uomi- ni. - C'è un pozzo là fuori. Volete prendere qual- cuno di quei vecchi secchi, pulirli e portarci un po' d acqua? Molto presto c'è un bel fuoco che arde nel foco- lare. Il sergente si è degnato di alimentare il fuoco con le tavole che Sergej ha ammucchiato con cura. Sergej fa bollire sul fuoco dell'acqua in un secchio, mentre gli uomini pelano le patate e sbucciano le cipolle. - Adesso mi serve del sale - dice Sergej. Una guardia, lamentandosi, apre una scatola che contiene delle provviste e prende un sacchetto di sale. - Prendi! - Grazie. Un buon profumino incomincia a riempire la stanza. Nonostante il vapore che sale dai cappotti umidi che sono stati messi ad asciugare vicino al fuoco, lo stanzone a poco a poco si fa accogliente. Sergej prepara una specie di zuppa con dentro dei pezzi di patate e insaporita con le salsicce affumi- cate. Gli anni che ha passato a cucinare adesso gli tornano utili. Gli uomini prendono la loro scodella e divorano voracemente la zuppa calda. Guardano Sergej con uno sguardo di approvazione e mor- morano: - Niente male, contadino. Sergej si tira giù le maniche in fretta. --Forse il sergente o qualcuna delle altre guar- die vuole una scodella di zuppa? Si sente un grugnito di protesta da parte dei pri- gionieri . - Leccapiedi! - li sente sibilare. Non è quello l'intento di Sergej. Anche le guar- die hanno freddo e la zuppa è calda. E' vero, gli uomini sanno essere molto cattivi con le loro maz- ze, ma in quel momento non stava pensando a quello. - Cosa succede? - chiede balbettando. - Niente - gli dice l'uomo anziano che è incate- nato con lui. - Ad ogni modo non accetteranno Effettivamente, le guardie non osano toccare la zuppa, anche se il delizioso profumino fa venire l'ac- quolina in bocca. Hanno paura di entrare in ami- cizia coi prigionieri. Non bisogna dimenticare che alcuni di loro sono dei criminali pericolosi. Basta guardare Strelkov, con la testa barbuta appoggia- ta sul braccio, che sta russando a più non posso. Ha ucciso quattro proprietari di fattorie e ha rubato i loro soldi. O prendete Petrushev, per esempio, che è già scappato varie volte di prigione e che è appe- na stato riacciuffato. Per lui la vita di un uomo non vale più di quella di una cavalletta. E a chi fareb- be piacere incontrare Trubitskoy, il killer di pro- fessione, in una strada deserta? Lo si poteva con- tattare per sbarazzarsi di qualche persona ed era molto abile col pugnale. Eh, no, non erano proprio degli angioletti. Le guardie hanno paura di loro, anche se sono incatenati. Se ne avessero la possi- bilità, questi uomini getterebbero le guardie nel fuo- co come se fossero carta straccia, senza pensarci un momento. Ma ci sono anche altri tipi di uomini. Il piccolet- to nervoso e calvo del gruppo di Sergej, per esem- pio, è un libraio. Rubò molti soldi al suo capo per- ché aveva il vizio del gioco. Era come una malat- tia, non poteva fare a meno di giocare. Non fareb- be male a una mosca e sviene alla vista del sangue. Se solo avesse vinto non sarebbe successo niente. Ma ha perso e adesso lo stanno portando in Siberia. O prendete Victor, il caucasico. Entrò in una ban- ca, mise fuori combattimento il guardiano con il cloroformio e poi lo mise delicatamente a letto con un cuscino sotto la testa. Accanto al letto mise una bottiglia di cognac e un biglietto che diceva: «Mi dispiace per il cloroformio. Forse questo cognac ti rimetterà in sesto». Poi aprì abilmente la cassafor- te e scappò con un mucchio di rubli. Sfortunata- mente lo presero grazie al venditore di liquori da cui aveva comprato la bottiglia di cognac il giorno prima. «Bene, dopo tutto» diceva Victor «adesso il governo russo ci paga una vacanza in Siberia.» E sempre ottimista e scherza in continuazione, que- sto caucasico, ed è proprio lui che dice: - E' da moltissimo che non ceno così bene, Ser- gej Andreivich. In particolar modo questo potage de pommes de terre* mi è sembrato delizioso. Mi ha fatto venire sonno. Grazie e buona notte. Tutti vanno a dormire. E' stato un altro giorno nella vita di un gruppo di prigionieri, un insieme di persone anonime, senza speranze e senza futu- ro. Sembra un giorno come un altro, sembra che quello che è successo in quell'edificio gelido di pie- tra non abbia alcuna importanza. Eppure, più avan- ti, questa serata si rivelerà decisiva nella vita di Ser- gej, gli cambierà definitivamente la vita. 13. Lavori forzati. LA COSA più impressionante della Siberia è la sua immensità. Non si vede altro che taiga e non finisce mai. Migliaia di chilometri di terreno pia- neggiante coperto da vegetazione bassa. Due fiumi molto grandi dominano la regione, l'Ob e l'Irtysh che sono due giganti che nascono dalle cime delle montagne Altai, scorrono attraverso le terre basse, ampi e potenti ed infine, dopo Tobolsk, decidono di fare la strada insieme. E' una strada molto lunga dalle montagne del sud dove fa caldo, almeno quando si scende un po', all'oceano artico dove d'inverno fa un freddo gelido e tutto è coper- to da una spessa coltre di neve. A metà strada, da ovest a est, si passa per Kra- snoyarsk e poi il paesaggio diventa sempre più col- linoso. Altri due grandi fiumi dominano la parte est. Il Yenisej che è alimentato dalle acque che scen- dono dalle montagne Sayan e che lascia al suo importante affluente, il fiume Angara, il compito di bersi l'acqua del profondo lago Bajkal, e il Lena * Vegetazione tipica delle regioni fredde del Nord (N.d.T.). che inizia proprio a nord del lago Bajkal e che è geloso dell'Angara perché non può prendere acqua dalla stessa sorgente. Le catene montuose dell'Altai e del Sayan, che sono le madri di questi fiumi enormi, sono ricche di minerali. Si possono trovare oro, argento e nichel e ci sono molte miniere. Lavorare in queste minie- re è molto faticoso e i condannati ai lavori forzati vengono portati lì. Si possono far lavorare queste persone fino a che non cadono a terra, senza biso- gno di pagarli. A chi importa se muoiono? Se lo meritano. Se uno ruba, uccide o tenta di rovescia- re il governo si merita di stare in una miniera d'ar- gento: questa era l'opinione generale. E non era solo l'opinione della Russia; era difficile trovare un pae- se che la pensasse in modo diverso. Un po' a nord del lato occidentale del lago Baj- kal c'è Irkutsk. In questa città vivevano molti ex- detenuti, persone che erano soppravvissute ai campi di lavoro, ma che non avevano soldi o desiderio di tornare in Russia. C'erano anche molti esuli che era- no stati mandati là per motivi politici. C'erano intel- lettuali ed artisti, spesso persone sensibili e che si commuovevano facilmente, che erano entrate in un gruppo rivoluzionario senza idealismo e che poi, un brutto giorno, erano state arrestate ed espulse. Il campo dove finì Sergej non era lontano da Irkutsk. Per un inverno intero aveva dovuto lavo- rare come un mulo. Faceva un freddo insopporta- bile, i suoi vestiti erano troppo leggeri e non c'era- no abbastanza coperte. I detenuti venivano frusta- ti senza pietà mentre lavoravano nelle miniere. Qualcuno scappava e moriva nel freddo inverno siberiano per il gelo, per la fame, a causa dei lupi per la debolezza, per malattia o per la stanchezza. Sergej era forte. La sua costituzione robusta gli permise di resistere. La forza di volontà e la spe- ranza erano rinate in lui in quel mezzo minuto in cui aveva visto Piotr di fronte alla prigione di Mosca. Sperava che tutto fosse andato a finire bene, anche se non immaginava come. Era diventato molto amico del caucasico. Forse era il suo ottimismo che aveva conservato in Ser- gej la speranza. Il poco tempo libero che avevano lo passavano insieme. - Se ti perdi d'animo, - dice Victor - allora è fini- ta. Questo pomeriggio ho guardato le gemme dei cespugli. Anche se c'è ancora la neve stanno già sbocciando. C'è una nuova vita in loro. - Spero che in noi ci sia ancora sufficiente vita per poi ricominciare. Victor tira un orecchio a Sergej. --Ahi! - C'è ancora vita in te. ACCIDENTI! Questi due sono proprio amici! Quando i tempi sono duri l'amicizia diventa più importante. Victor, naturalmente, sa tutto di Sergej e Sergej conosce tutta la vita di Victor. - A te hanno dato solo sette anni - dice Sergej, senza traccia d'invidia. - Mi mancherai molto durante gli ultimi tre anni. --Io non me ne preoccuperei adesso. Forse mi sarò abituato così tanto a questo posto che non vor- rò andarmene. - Pensi che Piotr riuscirà a trovarmi? Pensi che riuscirà a fare un viaggio così lungo? --Certo. - Ma non ha denaro! - Sbagliato, ha cento rubli. Tu li avevi risparmia- ti per comprare un grammofono, vero? E, inoltre, cosa ancor più importante, da quanto hai detto pen- so che sia un ragazzo molto in gamba. Forse anche molto più in gamba di me. Quindi penso che sia in grado di commettere un furto senza rischi - Ho paura di non averlo educato in questo modo. - Hai fatto male--dice Victor.--Se io avessi un figlio, la prima cosa che gli insegnerei sarebbe come procurarsi dei rubli facilmente, anche prima di camminare. - Hai visto a cosa ti è servito? - E' vero, ma è la prima volta che mi è andata storta. E tutto per quella stupida bottiglia di cognac. E stata una mia imprudenza. Devi guardar- la in questo modo: prima di allora non mi ero mai fatto prendere e ho sempre saputo vivere molto bene. - Non ti ha mai preoccupato il fatto che quel denaro non fosse tuo? --No, signore. Io rubavo solo ai ricchi e loro qua- si non si accorgevano che mancava del denaro. Per- ché deve esserci gente che ci mette una settimana a contare i soldi che ha, mentre io ci metto solo due secondi ? --Sei proprio come Stepan. --E' quel tipo che hai aiutato a scappare, vero? - Sì. Parlava sempre del fatto che le ricchezze non erano divise in parti uguali. Ma lui non voleva cambiare la situazione rubando. Lui voleva una rivoluzione. Penso che volesse un governo diverso. Un governo che cambiasse le cose, che prendesse il denaro ai ricchi e lo desse ai poveri o qualcosa del genere. --Questo è troppo intellettuale per me. --Forse voleva che fossero i poveri a governare. - Ma questo non funzionerebbe mai! Se un pove- ro diventasse ministro prenderebbe i soldi della gente per diventare ricco anche lui. E allora cosa succederebbe ? - Anch'io non la capisco molto bene, ma è una bella idea. - Io mi accontento dei miei furtarelli. A volte ti danno qualche spiacevole annetto, come in questo caso, ma in generale è un buon sistema. Ed è faci- le da capire per gente semplice come me. VLADIMIR Ivanovich Petrov, il comandante del campo ha una vita tranquilla. Per anni è stato abi- tuato a lasciare che i suoi subordinati si occupas- sero del lavoro all'interno del campo. Per se stes- so riserva solo il lavoro importante. Firma le liste con i nomi dei detenuti morti, dei nuovi arrivati e di quelli rilasciati. I detenuti evasi sono segnati come morti e anche se non è proprio giusto, in pra- tica è la stessa cosa perché tutti i tentativi di fuga finiscono nella palude o nelle fauci di un branco di lupi o in una montagna di neve a venticinque gra- di sotto zero. Per il resto,-Vladimir Ivanovich negozia con le autorità di Irkutsk l'acquisto di cibo, per la condi- zione delle strade che portano al campo e altre que- stioni serie. Per garantire una cooperazione amiche- vole ci vogliono delle conversazioni molto lunghe: sufficientemente lunghe per bere qualche bottiglia di vodka e per fumare qualche buon sigaro olan- dese. Per cui non è affatto una sorpresa che il comandante abbia bisogno di farsi allargare i vestiti molto spesso e chi lo fa molto bene è il detenuto Levin, un sarto di Mosca che in un momento di distrazione avvelenò sua moglie per sposare una ragazza del corpo di ballo. Sono ormai vari anni che Levin lavora ai vestiti del comandante, con soddi- sfazione di entrambi. Il comandante è soddisfatto perché i suoi vestiti sono allargati dalla mano esper- ta di un sarto e il sarto è contento perché preferi- sce di gran lunga lavorare con ago e filo in una stan- za riscaldata piuttosto che lavorare nella miniera con un piccone o una pala. Vladimir Ivanovich non è un uomo cattivo. E' vero che non alza nemmeno un dito per lavorare, ma a suo modo è molto buono con i detenuti. Del dena- ro che riceve dallo Stato per comprar loro del cibo, prende solo una piccola parte per sé, una cosa note- vole per quei giorni. Se una guardia usa il suo man- ganello con troppa libertà la sgrida. Ha addirittu- ra licenziato delle guardie che erano troppo bruta- li. Ha dato anche ordine che un piccolo gruppo stia fuori dalle mimere per mantenere le baracche in buone condizioni. No, nel suo genere Vladimir Iva- novich Petrov non è un uomo cattivo. Anche lui è della stessa opinione e dalla sua faccia si vede che è molto soddisfatto di sé. Il signor Petrov ha una casa per l'estate in mon- tagna. E una bellissima costruzione fatta di tron- chi di betulle, che crescono a migliaia in quella regione. E stata progettata da un famoso architet- to e il lavoro è stato eseguito da falegnami molto capaci. E dove si trovano dei lavoratori così quali- ficati in un luogo così sperduto? Nel campo, natu- ralmente. La costruzione della casa per l'estate è stata sul punto di mettere nei pasticci il comandante. In quel periodo c'erano dodici prigionieri sulla montagna, con tre guardie. E chi si presenta se non un ispet- tore dalla Russia? Il vice comandante avvisò subi- to Vladimir Ivanovich. Arrivò trafelato e si vedeva che stava smaltendo la sbornia della sera prima. Non aveva mai sudato tanto come quel giorno! Il bravo ispettore voleva sapere tutto e vedere ogni cosa. Entrò addirittura nella miniera. Ispezionò il dormitorio, l'infermeria e il comandante più tardi disse ai suoi amici che aveva addirittura contato i pidocchi dei detenuti. Poi arrivò il momento in cui i dodici detenuti e le tre guardie ritornarono al campo. L'ispettore andò immediatamente da loro. - Da dove venite? La guardia più anziana diede una rapida occhia- ta al comandante, che stava sudando abbondante- mente. Immaginatevi quello che sarebbe successo se avesse risposto con onestà: - Stiamo costruendo una casa per il comandante. Ma che cosa rispose quell'impagabile guardia, quell'uomo meraviglioso? --Alcuni cavalli sono scappati dalla miniera, gospodin. Siamo andati in montagna a cercarli. Vladimir Ivanovich avrebbe abbracciato quell'uo- mo sul posto. Effettivamente fu quello che fece tre giorni dopo, quando l'ispettore se ne andò, e insie- me vuotarono molte bottiglie di vodka e si ingoz- zarono di frutta candita e di altre golosità. - Un campo gestito molto bene - aveva detto l'ispettore. - Congratulazioni, Vladimir Ivanovich. Tutto ciò è accaduto quattro anni fa, ma il coman- dante non se ne è mai dimenticato. L'ha spaventa- to a morte. Il ricordo lo perseguita specialmente all lnizlo della primavera, quando cavalca un viva- ce cavallo siberiano su per la montagna per scoprire che la sua magnifica casa ha subìto dei danni gra- vi. Durante l'inverno rigido ha nevicato molto abbondantemente, un muro si è inclinato pericolo- samente a causa della neve e di conseguenza una parte del tetto ha ceduto. E' una vera delusione. Il signor Petrov non ha il coraggio di togliere un altro gruppo di prigionieri e soprattutto di guardie dal- le miniere in cui lavorano. Le possibilità che quel- I ostinato ispettore si presenti ancora sono molto scarse, tuttavia... Non si poteva usare un'altra vol- ta la storia dei cavalli che erano scappati. Come può risolvere il problema? L'idea di pagare un paio di falegnami per farli venire da Irkutsk a sistemare la casa non gli passa nemmeno per la testa. Il bra- v'uomo è perso nei suoi pensieri e per lui è una cir- costanza abbastanza rara. Qualche giorno dopo, al mattino presto, va al campo. Riunisce v ari dei suoi subordinati e spiega loro il suo problema. --Adesso ascoltate - dice. - Non voglio allonta- nare nessuna guardia dal suo lavoro nel campo e tuttavia ho bisogno di avere due uomini a mia disposizione per qualche giorno. Devono essere per- sone oneste e degne di fiducia. Devono promettere che non cercheranno di scappare e soprattutto di non farmi niente. Devo potermi fidare completa- mente di loro. Inoltre devono essere molto abili con le mani. Devono essere in grado di riparare bene la mia residenza éstiva. Avete due uomini così da raccomandarmi ? Le guardie si grattano la testa. Ci sono molti uomini in grado di fare il lavoro, ma affidabili e onesti! - Queste persone non sono qui perché sono one- ste e degne di fiducia- fa notare il sergente. - Non risponderei di nessuno. Ma uno dei sergenti ha un'idea. - Mentre venivamo qui,--dice--è successo qual- cosa che mi ha impressionato. Abbiamo dovuto pas- sare la notte in un freddo edificio di pietra. Tutti erano stanchi e infreddoliti e per i prigionieri c'era- no solo patate crude, cipo