JURGEN THORWALD. LA SCIENZA CONTRO IL DELITTO. I METODI applicati oggi dalle polizie di tutto il mondo per iden- tifieare gli autori di un erimine eostituiseono una scienza vec- ehia di appena eento anni. Il libro di Jurgen Thorwald, scrittore ehe ha il dono di unire la piú rigorosa informazione storiea a una non comune abilità narrativa, raeconta la storia della crimino- logia e dei suoi straordinari progressi nel corso dell'ultimo secolo. In tal modo, il lettore conoscerà i delitti che ne costituirono le pietre miliari, e ineontrerà le eelettiehe personalità degli uomini ehe eontribuirono al suo sviluppo, dall'eeeentrieo Alphonse Ber- tillon, padre dell'antropometria, a J. Edgar Hoover, il grande direttore dell'FBI. La criminologia ebbe come teatro i luoghi piú disparati, perché, ovunque il male dovesse esser combattuto, poliziotti, scienziati, giornalisti, uomini della strada si adoperarono per far sí che fosse accertata la causa di ogni morte sospetta e, eventualmente, per assicurare alla giustizia coloro che ne erano i responsabili. Scotland Yard a Londra, la Sureté a Parigi, La Plata in Argentina, freddi obitori, laboratori polverosi: ecco i luoghi dove si svol- sero le tappe di questa affascinante storia, i cui protagonisti sono sia uomini pittoreschi, come i primi poliziotti all'antica, che potevano basarsi solo sulla "memoria fotografica", sia scienziati appassionati come Herschel o Vucetich, primi assertori della va- lidità della dattiloscopia, la scienza che studia le infinite varia- zioni delle impronte digitali. La scienza contro il delitto, la piú recente opera di Jurgen Thor- wald, si affianca a buon diritto a quei libri dello scrittore che già hanno acquistato una vasta popolarità e che hanno reso il suo nome noto e apprezzato in tutto il mondo. NEL 1879, Alphonse Bertillon, impiegato della Sureté, il re- parto investigativo della polizia francese, pose le fonda- menta della moderna criminologia. Bertillon aveva allora ventisei anni, e la Sureté, il piú venerando organismo del genere in tutto il mondo, esisteva da una settantina d'anni. Prima del periodo napoleonico, la polizia francese aveva avuto soprattutto il compito di scovare e arrestare chiunque costituisse una minaccia per la monarchia; ma, a mano a mano che le guerre napoleoniche avevano mutato i costumi, le strade di Parigi erano diventate un'ottima fonte di lucro per vere e proprie masnade di malviventi. Nel 1810, anno di nascita della Sureté, questa ondata di criminalità raggiunse il suo culmine. I tempi erano maturi per l'apparizione di quello straordinario personaggio che fu Eugène Francois Vidocq, il fondatore della Sureté. Fino all'età di trentacinque anni, Vidocq aveva condotto una vita da scapestrato; dopo aver fatto l'imbonitore, il soldato e il marinaio, era finito in galera per aver malmenato un ufficiale che gli aveva sedotto la ragazza, e, infine, era stato protagonista di una serie di audacissime evasioni. Una volta, era riuscito a evadere con la divisa rubata a un poliziotto; un'altra volta, si era gettato in un fiume da una torre di vedetta del penitenziario. Ogni volta che l~avevano ripreso, la pena gli era stata aggravata cosí che, alla fine si era ritrovato in catene, ai lavori forzati, insieme con i piú fami- gerati criminali dell'epoca, come i coniugi Cornu, che insegnavano ai loro figli il metodo migliore per assassinare un uomo, e li fa- cevano giocare con le teste delle loro vittime. 164 SELEZIONE DEL LIBRO Nel r799, Vidocq evase di nuovo. Per dieci anni, visse a Parigi facendo il rigattiere, ma sotto la costante minaccia di essere tradito da qualche ex compagno di prigione, finché, mosso dal rancore e dal disgusto, decise di compiere un passo audace: si presentò al Prefetto di polizia e gli offrí di mettere a sua disposizione la GonOsCenza che aveva del mondo criminale, pur di liberarsi dall'incubo di tornare in carcere. Coloro che, piú tardi, storsero il muso per i precedenti di Vidocq dimenticavano che le autorità non sapevano piú a che santo votarsi, quando avevano preso la straordinaria decisione di affidargli il co- mando della lotta contro la malavita parigina. Per sviare i sospetti, fu simulato l'arresto di Vidocq, il quale, subito dopo, "evase". Poi, secondo il buon principio che "per prendere un ladro ci vuole un altro ladro" egli reclutò una dozzina di avanzi di galera, pagandoli col denaro di un fondo segreto e sottoponendoli a una disciplina ferrea. In un solo anno, Vidocq arrestò 812 tra ladri e truffatori, ripulendo taluni covi della malavita in cui nessun agente investigativo avrebbe osato mettere piede. Ricorreva a mille astuzie, come quella di introdurre i suoi uomini nelle prigioni, con arresti simulati, per poi liberarli con finte evasioni e perfino con finti "decessi". Questi mouto7(montonij, come venivano chiamati gli informatori, costituivano per la polizia una inesauribile fonte di notizie. La profonda conoscenza della malavita e un complesso di schedari con la descrizione e il ritrattino disegnato dei piú noti criminali, erano alla base del sistema di Vidocq. Poi, quando non gli fu piú possibile mantenere segreta la sua identità, prese l'abitu- dine di ispezionare scopertamente le carceri, valendosi della sua memoria fotografica per mantenere i contatti con la "fisionomia" del delitto. Nel 1833, Vidocq si dimise perché era entrato in carica un nuovo Prefetto, il quale non ammetteva che il corpo di polizia fosse com- pletamente costituito da ex galeotti; ma la sua influenza era destinata a sopravvivere anche ai suoi rispettabili successori. Nel 1879, quando il giovane Bertillon fu assunto in qualità di scrivano aggiunto, il capo della Sureté era Gustave Macé, che veniva dalla gavetta e aveva fatto carriera grazie a una serie di clamorosi successi. Macé era un convinto sostenitore dei metodi del Vidocq: l'uso dei moutons le visite alle carceri per studiare le facce dei delinquenti, l'esercizio della memoria fotografica e gli schedari. Gli schedari di Vidocq avevano assunto proporzioni enormi: LA SCIENZA CON~RO IL DELI~O 165 cinque milioni di schede segnaletiche e ottantamila fotografie, il tutto affidato alle cure di un esercito di impiegati. In luogo dei venti uomini che avevano formato la squadra di Vidocq, c'erano ora parecchie centinaia di agenti investigativi. La Sureté, ormai, aveva una favolosa reputazione all'estero, ma all'interno era in grave crisi. Infatti, anche se erano in pochi a saperlo, dai tempi di Vidocq la criminalità aveva cambiato radicalmente aspetto. Con l'aumento della popolazione e la rivoluzione industriale, il numero dei delin- quenti aumentava di continuo; cento Vidocq, forniti di una memoria fenomenale, non sarebbero stati in grado di catalogare le orde della malavita, nel decennio successivo al r880. Per giunta, i criminali erano meno ignoranti di un tempo e ben pochi, ormai, si lasciavano intrappolare dai moutons. Quando veniva offerta una ricompensa per l'identificazione di un delinquente che aveva mutato nome e aspetto, accadeva spesso che qualche agente disonesto si accordasse con altri carcerati, per identificare come il ricercato un altro galeotto e per dividersi la ricompensa. I rari successi erano largamente superati dai gravi errori giudiziari. I pletorici schedari, che erano stati soltanto un sussidio per Vidocq, divenivano ora, inevitabilmente, lo strumento numero uno per l'iden- tificazione dei delinquenti, ma, cosí com'erano, risultavano quasi inservibili. Una classificazione per nomi era inutile, dato che i de- linquenti cambiavano continuamente identità. La suddivisione per età e tipo fisico non era piú sufficiente. Le fotografie avevano sosti- tuito i disegni del tempo di Vidocq, ma, in molte, l'immagine era confusa o alterata dalle deliberate smorfie dei criminali, e poi, con una simile, enorme collezione, era impossibile raffrontare la foto- grafia di un arrestato con tutte le altre. La Sureté si trovava in questa situazione di crisi inconfessata, quando Alphonse Bertillon entrò in servizio, nel marzo del 1879. Nel volgere di pochi mesi, doveva apparire chiaro che il caso si era dimostrato saggio a far approdare quel giovanotto dall'aria poco promettente in un angolo polveroso della Prefettura di polizia. Pal- lido, patito, Alphonse aveva difficoltà di digestione e andava sog- getto a frequenti emorragie nasali e a terribili emicranie. Di carattere irascibile e portato al sarcasmo, era assai poco socievole e la gente lo giudicava odioso. Era stato espulso da varie scuole ed era fallito miseramente in tutti gli impieghi che aveva trovato, fino a quando, grazie agli amici del padre, aveva ottenuto quello squallido impiego, tra gli schedari della polizia. ppure, nonostante il suo aspetto sgradevole, quell'uomo non er~ uno dei soliti impiegatucci. Proveniva da una famiglia in cui lo spirito della ricerca scientifica era tradizionale suo padre, Louis Adolphe Bertillon, era un eminente medico, molto versato in antro- pologia e studioso di statistica; suo nonno, Achille Guillard. un noto naturalista e matematico. Bertillon si era sempre mostrato svogliato negli studi, ma i metodi scientifici del padre e del nonno lo avevano LA SCIEJVZA CON~RO IL DELI~10 16~ profondamente colpito. In casa, aveva sentito spesso parlare di Adolphe Quételet, l'astronomo e criminologo belga studioso dita- tistica. Per anni, suo padre e suo nonno avevano lavorato sull'ipotesi di Quételet, secondo la quale non esistono due persone che abl)i~no identiche misure fisiche. E, nel luglio del 1879, mentre sedeva nel suo angolo mal arieggiato, occupato a riempire schede su schede, Adolphe Bertillon ebbe un'ispirazione. Come egli stesso avrebbe riconosciuto piú tardi, la sua insoffe- renza per quel lavoro monotono e inutile gli serví di sprone. Perché ContinUale a servirsi di metodi di identificazione primitivi ed empi- rici, quando la scienza aveva scoperto che le misurazioni fisiche di un uomo lo distinguono infallibilmente ? Bertillon cominciò a raf- frontare le fotografie dei prigionieri. Accostava nasi e orecchie e ne studiava le sagome. Poi, chiese il permesso di misurare i condannati che venivano portati all'ufficio per le registrazioni. I suoi superiori risero, ma acconsentirono e lo spettacolo di Bertillon, che si ostinava a misurare teste e braccia e dita, divenne un motivo di spasso per tutta la Prefettura. Ma Bertillon si convinse che Quételet aveva ra- gione. Alcune persone potevano avere in comune due o tre misure, ma mai quattro o cinque. Nelle afose giornate di agosto, Bertillon era tormentato da feroci emicranie. Ma la pecora nera aveva ormai trovato qualcosa che dava un significato alla sua vita. Scrisse un rapporto in cui esponeva il suo metodo per l'identificazione dei criminali, senza alcuna possi- bilità di errore, e lo mandò a Louis Andrieux, il nuovo Prefetto di polizia. Non ottenne risposta. Bertillon continuò ad accumulare dati e, due mesì dopo, mandò un secondo rapporto, facendo notare che, negli adulti, le ossa rimangono delle stesse dimensioni per tutta la vita, e citando gli scritti di Quételet, in cui si affermava che vi era una probabilità su quattro di trovare due persone esattamente della medesima statura. Bastava aggiungere un'altra misurazione, continuava Bertillon, la lunghezza del busto, ad esempio, perché le probabilità scendessero a una su sedici. Portando le misura- zioni a undici, le probabilità di trovare due persone con le stesse caratteristiche scendevano a una su quattromilionicentonovan- tunmilatrecentoquattro. Tutti i metodi di identificazione usati sino allora, egli continuava, erano soggetti a errore e presentavano dif- ficoltà di catalogazione. Il suo metodo, invece, consentiva un'iden- tificazione infallibile ed egli stesso aveva elaborato un sistema di 168 SELEZIOJVE DEL LIBRO catalogazione col quale, nel giro di pochi minuti, si potevano con- frontare le misurazioni di un nuovo prigioniero con quelle già in archivio. La logica della sua classificazione, come egli la spiegava, appariva owia a Bertillon. Tuttavia, a chiunque non fosse un matematico, la teoria doveva apparire quanto meno confusa; e Bertillon, con la sua scarsa istruzione, non aveva mai imparato a esprimersi con chia- rezza. Il suo rapporto risultava grottesco. Dopo due settimane di attesa febbrile, Andrieux lo mandò a chia- mare. Pallido e trepidante, Bertillon entrò nell'ufficio del Prefetto e si ebbe una terribile delusione. Andrieux, non riuscendo a capire ii significato del suo rapporto, l'aveva passato a Macé, capo della Sureté. Da quel brillante e attivo investigatore che era, Macé di- sprezzava profondamente i criminologi da tavolino; cosí, aveva re- spinto le proposte di Bertillon, dichiarando che la polizia aveva troppe cose importanti da fare, per perdere il suo tempo ad ascol- tare i teorici. Al prefetto Andrieux non occorrevano altre conferme. Non appena Bertillon fu alla presenza gli disse: « Bertillon? Lei è un impiegato di grado ventesimo, e lavora con noi soltanto da otto mesi, vero? E già si fa venire delle idee? Il suo rapporto sembra una barzelletta ». Bertillon rispose, titubante: «Signor Prefetto, se lei mi permet- tesse di spiegare... ». Andrieux lo lasciò parlare. Ma Bertillon, che non era mai molto coerente, si invischiò in spiegazioni contorte e incomprensibili e Andrieux finí coll'interromperlo bruscamente, ammonendolo a non molestare i superiori con le sue idee pazzesche, se non voleva essere licenziato. Bertillon tornò nel suo angolino: era sconfitto, ma una sorda ribellione gli covava dentro. Il giorno seguente, il dottor Ber- tillon mandò a chiamare quel suo figlio difficile: Andrieux l'aveva informato che Alphonse rischiava il licenziamento. Molto irritato, il padre chiese di vedere l"'insensato rapporto". Lo lesse, poi, pro- fondamente commosso, chiese scusa al figlio. « Non osavo piú sperare che tu trovassi la tua strada nel mondo. Ma questa è scienza appli- cata! Sarebbe una rivoluzione nei metodi della polizia. Andrieux deve rendersene conto! Deve! » Il giorno seguente, il dottor Bertillon andò dal Prefetto a difendere la causa del figlio. Andrieux rimase scosso dalle sue argomentazioni ma era in giuoco il suo prestigio e non volle ricredersi. Allora, il dottor Bertillon mandò una dozzina dei suoi amici piú influenti a LA SCIENZA CON~RO IL DELI~rO I69 parlare con Andrieux. Sempre invano. Non rirnaneva che aspettare. Di solito, i Prefetti di polizia non rimangono in carica molto a lungo. Ma, per Alphonse, ciò significava anni di lavoro inutile. Poco mancò che egli non ricadesse in quella fatale indifferenza che sino allora gli aveva precluso ogni possibilità di successo. Ma, questa volta, il padre lo costrinse a tener duro. « Sarai tu a introdurre la scienza nel lavoro della polizia » continuava a ripetergli. Il dottor Bertillon, però, ignorava che altri due ricercatori, in remote parti del mondo, avevano avuto l'idea di risolvere lo stesso problema che suo figlio aveva affrontato. IN UN GIORNO d'agosto del 1877, nel Bengala, un funzionario bri- tannico, stremato dalla dissenteria, sdraiato sul divano del suo ufficio, stava dettando una lettera. Quella lettera, indirizzata al- I'ispettore generale delle prigioni del Bengala, significava molto, per William Herschel. Diceva tra l'altro: "Le accludo la descrizione di un metodo di identificazione molto piú efficace della fotografia. Consiste nel rilevare, come un timbro, i solchi dell'epidermide dei polpastrelli dell'indice e del medio della mano destra. Ritengo che il metodo, se universalmente adottato, stroncherà ogni tentativo di sostituzione di persona. Ho rilevato migliaia di irnpronte, negli ultimi vent'anni, e sono pronto a giurare sulla identità di ogni persona di cui abbia rilevato l"impronta manuale'. " Diciannove anni prima, Herschel, allora giovane segretario in un distretto di montagna, aveva cominciato a interessarsi delle cu- riose impronte solcate che le dita sporche lasciavano sul legno, sul vetro o sulla carta. Forse, aveva visto i mercanti cinesi "firmare" dei documenti con l'impronta del pollice annerito e aveva sentito parlare degli istrumenti di divorzio che, in Cina, venivano convali- dati con l'impronta della mano dell'uomo, nonché dell'usanza, negli orfanotrofi cinesi, di rilevare le impronte digitali dei bimbi abban- donati. Comunque, nel I 858, Herschel aveva chiesto a un bengalese, fornitore di materiali per la costruzione di strade, di premere la sua manO destra prima su un cuscinetto per timbri e poi su di un con- trattO di forniture. Aveva soltanto sperato che quella misteriosa procedura intimidisse l'uomo, inducendolo a eseguire le consegne a l 70 SELEZIONE DEL LIBRO tempo debito, ma poi era rimasto affascinato dai segni rimasti sulla carta. Già nel 1877, egli aveva riempito d'impronte un quaderno che portava l'intestazione: "Impronte manuali". Già da tempo, si era accorto con stupore che non esistevano due dita che avessero solchi o "creste papillari" identici e aveva imparato a distinguere i vari disegni. Intorno al 1862, si era servito delle impronte digitali per stroncare la riscossione abusiva delle pensioni da parte dei soldati indiani. Ben sapendo che lui non riusciva a distinguere le loro facce l'una dall'altra, i soldati avevano preso l'abitudine di ripresentarsi per incassare la pensione una seconda o anche una terza volta. Final- mente, egli aveva deciso di chiedere a ognuno di apporre l'impronta di due dita tanto sull'elenco dei pensionati quanto sulle ricevute. Le truffe erano cessate immediatamente. Il suo quaderno offriva ora la prova irrefutabile che le impronte digitali rimanevano esatta- mente uguali con l'andare degli anni, indipendentemente dalle malattie o dall'età; erano un segno caratteristico col quale un uomo poteva essere identificato persino dopo morto. Da qualche tempo, llerschel aveva cominciato a fare apporre le impronte digitali accanto al nome di ogni prigioniero del carcere locale. Come per magia, quella decisione aveva riportato l'ordine in una situazione ormai caotica. Non accadeva piú che sostituti prezzolati venissero introdotti furtivamente nella prigione per scon- tare pene altrui, e i pregiudicati non potevano piú nascondere il loro passato. Herschel cominciò allora a pensare che il metodo poteva essere applicato anche in Inghilterra. Quanti innocenti erano finiti sulla forca, egli si domandava, vittime di terribili errori di identifi- cazione? Quante volte era accaduto che vi fossero contestazioni sul- l'identità di un condannato ? Herschel si ricordò del caso Tichborne. Nel 1854, Roger Tichborne, erede del ricchissimo Lord James Tich- borne, era stato dichiarato disperso in mare e l'eredità era finita al parente piú prossimo. Ma, nel 1866, un australiano grasso e volgare era riuscito a convincere la madre di Roger, quasi cieca, i medici, e persino i piú celebri avvocati di Londra, che lo scomparso Roger era lui. Aveva intentato un'azione legale rivendicando l'eredità, ed era stato sperperato un patrimonio in spese giuridiche prima che si potesse appurare che l'uomo era un simulatore. Ma il vero Roger Tichborne era stato militare. "Se Roger Tichborne avesse depositato la sua impronta manuale quando si era arrolato" diceva Herschel nella sua lettera, "il caso saì ebbe stato risolto immediatamente. Vuole avere la compiacenza di esaminare il problema e farmi poi LA SCIENZA CONTRO IL DELI TTO 171 sapere se posso chiederle l'autorizzazione a sperimentare il mio si- stema in altre prigioni?" Il rifiuto dell'ispettore generale fu estremamente garbato; Herschel si rese conto che l'ispettore, informato della sua malferma salute, aveva considerato la sua proposta come il vaneggiamento di un malato in delirio. Scoraggiato, egli non prese altre iniziative e, nel 879, sperando di rimettersi in salute, s'imbarcò per rimpatriare. IN QUEGLI stessi anni, un medico scozzese di nome Henry Faulds insegnava fisiologia all'ospedale Tsukiji di Tokio. Faulds, al pari di Herschel, era dotato di molta intelligenza, di fantasia e anche di pertinacia. Al principio del 1880, egli scriveva al settimanale londi- nese v7Vature: "Nell'esaminare alcuni esemplari di vasellame preisto- rico, rinvenuti in Giappone, ho notato alcune impronte digitali che erano state lasciate su di essi quando l'argilla era ancora molle. Un confronto effettuato con analoghe impronte digitali su pezzi di vasellame recente mi ha indotto a osservare le caratteristiche dei solchi dell'epidermide delle dita umane in generale". Fino al r 860, era largamente diffusa in Giappone l'usanza di firmare con l'impronta della mano, e ancora nel 1880, in alcune zone del Paese, si usava contrassegnare le porte delle case in quel modo. F aulds, con la fantasia infiammata, raccolse e studiò numerose impronte digitali, tentando di appurare se vi fosse correlazione tra il loro disegno, le varie razze e l'ereditarietà. Poi, per combinazione, si imbatté in un caso significativo. Un ladro si era arrampicato su un muro imbiancato a calce, vicino alla casa dove egli abitava e vi aveva lasciato la chiara impronta di alcune dita sporche. Mentre Faulds esaminava l'impronta, seppe che un indiziato era stato tratto in arresto. Chiese allora alla poli- zia giapponese il permesso di rilevare le impronte digitali del pri- gioniero: erano assolutamente diverse dalle impronte rimaste sul muro. Faulds sostenne che l'arrestato era innocente. Pochi giorni dopo, fu scoperto il vero ladro. Questa volta, le impronte corri- spondevano. "E se la polizia cercasse sistematicamente le impronte digitali sulla scena di ogni delitto ?" si domandò allora Faulds. In seguito, per un nuovo furto avvenuto nelle vicinanze, la polizia si rivolse spontaneamente a Faulds. Egli trovò l'impronta completa di una mano su un boccale e scoprí che non occorreva che le dita fossero sporche, per lasciare delle impronte, perché le glandole sudo- rifere producono una secrezione oleosa che lascia un'impronta nitida quanto quella prodotta dal nerofumo o dall'inchiostro. Il caso volle che egli avesse chiesto ai domestici delle case vicine di lasciargli rilevare le loro impronte digitali. Confrontando le impronte del boc- cale con quelle da lui raccolte, scoprí inaspettatamente quelle che corrispondevano in modo perfetto. Accusato, l'uomo confessò il furto Da quel momento, Faulds ebbe la certezza che la sua scoperta avrebbe rivoluzionato il lavoro della polizia. Nella sua lettera alla rivistaature, egli asseriva: "Non si può mettere in dubbio il van- taggio di avere, oltre alla fotografia di un delinquente, anche una riproduzione al naturale degli immutabili solchi dei suoi polpa- strelli". William Herschel era tornato in Inghilterra e stava lentamente rimettendosi in salute. Lesse la lettera di Faulds e si affrettò a scri- vere a JVature spiegando che soltanto i suoi malanni e l'atteggiamento dei suoi superiori gli avevano impedito di divulgare l'uso ch'egli aveva fatto di quel sistema, oltre vent'anni prima. Faulds, interpretando la lettera di Herschel come una sfida scrisse al Ministro degli Interni e all'Alto Commissario della polizia londinese per rivendicare la priorità dell'idea. Non ricevette risposta. Quando seppe da un conoscente di Londra che a Scotland Yard lo consideravano un mistificatore, scrisse al prefetto Andrieux, a Pa- rigi. Ignorava che Andrieux non era certo facile agli entusiasmi per le idee nuove e che, per giunta, stava per ritirarsi dal servizio. III A NEUILLYil dottor Louis Adolphe Bertillon, obbligato a letto, sapeva di essere affetto da un male inguaribile. Nell'impos- sibilità di intervenire personalmente a favore del figlio, ora che Jean Camecasse, un nuovo Prefetto, era entrato in carica, egli ri- cominciò a mandare amici alla Prefettura, a perorare la causa di Alphonse. Finalmente, nel novembre del r 882, il nuovo Prefetto acconsentí a sperimentare il metodo del giovane Bertillon. Le spie- gazioni di Alphonse erano oscure, per lui, come lo erano state per i suoi predecessori. Tuttavia decise: « Faremo una prova. Le saranno assegnati due assistenti e io le concedo tre mesi di tempo per pescare almeno un criminale recidivo, col suo metodo ». Soltanto il piú straordinario colpo di fortuna poteva permettere a Bertillon di soddi- sfare una simile condizione, ma egli accettò. Macé, che era ancora capo della Sureté, quando seppe che doveva assegnare degli impiegati a Bertillon, s'infuriò. Poteva anche darsi che ci fosse del buono, nel sistema, dichiarò, sempre che le misura- zioni venissero effettuate da funzionari estremamente coscienzioSi; ma gli impiegati, per lo piú, erano degli zoticoni ignoranti, e le loro misurazioni si sarebbero rivelate inesatte e inutili. Che vi fosse un fondo di verità nelle sue asserzioni, doveva risultare molti anni piú tardi, con tragico disappunto di Alphonse Bertillon. Egli si mise all'opera silenziosamente, con una pertinacia che ra- sentava l'ossessione. I colleghi lo osservavano beffardi, e i due im- piegati, sapendo dell'opposizione di Macé, mormoravano alle sue spalle. Tuttavia eseguivano le sue istruzioni, poiché temevano la collera gelida che si scatenava in lui, quando sbagliavano. Ogni sera, Alphonse, portando con sé una cartella zeppa di dati raccolti nella giornata, si recava in un appartamentino che, da qualche tempo, frequentava regolarmente. Vi abitava un'austriaca di nome Amélie Notar, una ragazza timida e scialba che si ingegnava a vi- vere a Parigi dando lezioni di tedesco. Era cosí miope che, una volta, aveva dovuto pregare Bertillon di aiutarla ad attraversare la strada, in un'ora di punta. E cosí, quei due esseri poco socievoli, pieni di inibizioni, si erano conosciuti e avevano formato una specie di al- leanza per difendersi dal mondo. Poiché Bertillon non si fidava dei suoi impiegati per la compilazione delle schede, era lei che trascriveva le sue annotazioni. Il 1° gennaio r883, i suoi schedari contenevano cinquecento schede e ai primi di febbraio erano già milleseicento. In febbraio scadeva il termine fissato da Camecasse, ma ancora non era capitato tra le mani di Bertillon un individuo ch'egli avesse già schedato. Spesso gli era parso di riconoscere un nuovo prigioniero, e si era gettato con mani tremanti sul suo schedario, ma ogni volta aveva avuto la prova della fallibilità di simili riconoscimenti: pe- rò, questo era proprio il motivo per cui egli propugnava il suo metodo. Il 20 febbraio, gli rimaneva so~tanto una settimana per presentare la prova concreta delle sue affermazioni; Bertillon era disperato e stava male, poiché la tensione nervosa gli sconvolgeva lo stomaco. Proprio quel giorno gli portarono un prigioniero di nome Dupont: era l'ultimo della giornata, ed era il sesto che diceva di chiamarsi Dupont. Mentre stava terminando le misurazioni, Bertillon credette ancora una volta di aver riconosciuto url pregiudicato. La lunghezza della testa del soggetto apparteneva alla categoria "media", e Bertillon poté circoscrivere le ricerche alla corrispondente 174 SELEZIONE DEL LIBRO sezione degli schedari. La larghezza del cranio ridusse a nove il numero dei cassetti da esaminare, poi, dopo la misurazione del dito medio e del mignolo, rimase un solo cassetto, che conteneva cinquanta schede. Pochi minuti dopo, Bertillon aveva in mano una di quelle schede. Le cifre erano identiche a quelle della nuova scheda, ma il nome era Martin. L'uomo era stato arrestato recentemente, il 15 di- cembre 1882. « Io ti ho già visto » scattò Bertillon, eccitatissimo. « Sei stato arrestato per un furto di bottiglie vuote. E ti facevi chia- mare Martin. » Per un attimo, vi fu silenzio nella stanza, poi il prigioniero ammise rabbiosamente: « Be', sí, e con questo? » Gli impiegati e l'agente che aveva accompagnato il sedicente Dupont guardarono Bertillon a bocca aperta. Alphonse si ricompoSe all'istante, compilò il suo rapporto per il Prefetto, poi prese una carrozza per correre da Amélie e il resoconto del suo successo fu una delle ultime gioie per il padre, che morí pochi giorni dopo. Camecasse decise di prorogare indefinitamente il periodo speri- mentale, assegnando a Bertillon un maggior numero di impie~ati e un suo ufficio. In pochi mesi, egli identificò altri quarantotto pre- giudicati, nessuno dei quali era stato riconosciuto dagli agenti inve- stigativi che si affidavano alla loro "memoria fotografica". Il piú accanito avversario di Bertillon, Gustave Macé, si dimise nell'aprile del 1884 ma l'organismo della Sureté era ancora dominato dalla vecchia scuola. I funzionari si divertivano a convocare Bertillon all'obitorio per fargli esaminare salme di assassinati o di annegati, e deriderlo quando impallidiva. Ma quando egli, con i suoi schedari riuscí a identificare diverse salme senza nome, molti smisero di scher- nirlo e cominciarono a trattarlo con rispetto, persino con cordialità. Però Bertillon stava sempre sulle sue e, quasi volesse vendicarsi di tutti quegli anni di umiliazioni, diventò sempre piú brusco e sarca- stico. Calmo e discreto, continuò ad arricchire i suoi schedari senza rallentare il ritmo del lavoro e, senza tanto scalpore, sposò Amélie. Nel 1884, Bertillon identificò piú di duecentocinquanta delin- quenti e non ne trovò uno solo le cui misure concordassero in ogni particolare con quelle di un altro. Camecasse, ora, si mostrava orgo- gliosissimo del suo protetto e ormai era divenuto consueto che uomini politici e visitatori stranieri si recassero da Bertillon per vederlo al- I'opera. Il direttore dell'amministrazione delle carceri francesi Francois Hébert, annunciò che avrebbe introdotto il nuovo sistema in tutte le carceri di Francia e i giornali parigini ne diedero notizia I A SCIEJVZA CO.N~RO IL DELI~O 175 con grossi titoli: UN GIOVANE FRANCESE RIvOLUZIONA L IDENTIFICA- ZIONE DEI CRIMI~ALI. Da un giorno all'altro, Bertillon si trovò sulla buona strada per diventare un eroe nazionale. Anche le questure dei centri minori ebbero l'ordine di valersi della nuova tecnica, e fu organizzato un ufficio centrale di antropometria, come Bertillon chiamava ormai il suo sistema. Il primo febbraio del I888, Bertillon si insediò nel suo nuovo ufficio, col titolo di capo del servizio di iden- tificazione giudiziaria. Giornalisti, rappresentanti dei vari ministeri, deputati e senatori, parteciparono alla cerimonia dell'inaugurazione. Bertillon ascoltò in silenzio i discorsi, poi, senza una parola di ringraziamento, si ritirò nel proprio studio. La sede del nuovo servizio era solo una serie di stanze, nell'attico del tribunale, ma era il suo regno. Da al- lora in poi, qualunque visitatore si fosse avventurato su per quelle interminabili scale, avrebbe dovuto aspettare sull'ultimo pianerottolo per sapere se Bertillon l'avrebbe ricevuto. E i giornalisti parigini, per definire il suo metodo, coniarono un vocabolo che ben presto fu assimilato da molte altre lingue: bertillonage. Già da tempo, Bertillon era ossessionato da un problema stretta- mente connesso al suo sistema antropometrico; doveva rispondere a una domanda ironica che gli veniva rivolta spesso dagli agenti investigativi: cosa dovevano fare per identificare degli individui sospetti in mezzo alla strada? Dovevano fermarli e misurarli lí per Ií ? Egli si rese conto che era necessario completare le schede con foto- grafie e descrizioni cosí chiare, da permettere agli agenti di arre- stare un uomo sulla sola base di una precisa "immagine mentale". Per arrivare a questo, bisognava ricorrere a una tecnica fotografica che mettesse in risalto quegli aspetti del volto umano che sono meno soggetti a mutamento. Dopo mesi di studi minuziosi sui nasi, sulle bocche, sugli occhi, Bertillon si convinse che, ai fini dell'identifica- zione, le fotografie dei profili erano le migliori. Perciò, quando, nella sua qualità di direttore del nuovo servizio di identificazione giudi- ziaria, gli fu affidato l'ufficio fotografico, ordinò che venissero riprese due fotografie di ogni prigioniero, una di fronte e una di profilo, sempre alla medesima distanza, con le medesime luci e con la testa tenuta nella medesima posizione da una sedia speciale. Perfezionò poi il sistema del cosiddetto "ritratto parlato". Aveva raccolto una serie di termini e di definizioni che descrivevano tutte le caratteri- stiche visibili del volto umano. Ogni termine, ogni frase, poteva essere espresso da una sola lettera, cosicché un gruppo di lettere, o "formula" 176 SELEZIO1VE DEL LIBRO riassumeva tutte le caratteristiche di un individuo. Bertillon allenava i suoi uomini facendo imparare loro a memoria le "formule" di detenuti che non avevano mai visto, e che dovevano poi individuare fra quelli di una lunga fila. E cosí, anche il "ritratto parlato" ent~ò a far parte dei sistemi adottati dalla polizia francese. Poi venne il "caso" che rese veramente celebre il nome di Bertillon. L'I I marzo del 1892, una violenta esplosione fece tremare il Boulevard Saint-Germain, a Parigi. Nuvole di fumo uscivano dalle finestre sfondate del numero 136, dove la polizia trovò i resti di una bomba. Al 136 abitava un certo giudice Benoit, che poco tempo prima aveva condannato una banda di anarchici; pareva fuor di dubbio ch'egli fosse la vittima designata e che i responsabi]i fossero degli anarchici. L'anarchia era allora lo spauracchio dell'Europa e, quando tutti gli sforzi per trovare i colpevoli risultarono vani, la polizia fu colta dal panico. Finalmente, un informatore riferí che un certo Chau- martin, noto alla polizia come simpatizzante del movimento anar- chico, aveva progettato l'attentato dinamitardo per vendicare i compagni condannati. Arrestato, l'uomo confessò, ma affermò che l'esecutore materiale era stato un fanatico che si faceva chiamare Ravachol, ed era già ricercato dalla polizia. Forní anche la descri- zione di Ravachol: statura circa un metro e sessanta, carnagione oli- vastra, barba nera. Poche ore dopo, centinaia di poliziotti erano alla caccia di un uomo che rispondesse a quella vaga descrizione. Furono istituiti posti di blocco per le strade, si effettuarono controlli sui treni, e numerosi cittadini rispettabili furono sottoposti a severi interrogatori, ma tutto inutilmente. Allora, la pratica fu affidata a Bertillon. La polizia di Saint- Étienne, una cittadina a sud di Lione, aveva segnalato di essere alla ricerca di un certo Franc~ois Claudius Koenigstein, alias Ravachol, per vari reati, tra cui il saccheggio di una tomba e diversi omicidi. Koenigstein era già stato arrestato nel 1889 per furto. Poiché, a quell'epoca, il bertillonage era già adottato, l'arrestato era stato sotto- posto alle misurazioni di rito. La polizia di Saint-Étienne mandò a Bertillon i dati di Koenigstein, aggiungendo che l'uomo aveva una cicatrice vicino al pollice della mano sinistra. Se quell'uomo fosse stato arrestato e se fosse risultato che lui e Ravachol erano la stessa persona, il movimento anarchico avrebbe subíto un tremendo colpo per essersi servito di un delinquente comune. b Il 27 marzo esplose un'altra bomba, al numero 29 di Rue de Clichy: ci furono cinque feriti gravi, tra i quali un procuratore della Repubblica. Gli anarchici avevano colpito di nuovo. Un brivido corse per tutta Parigi. Tutti gli anarchici stranieri furono espulsi dal paese. Il nome di Ravachol era sulla bocca di tutti, in Europa, e i giornali anarchici lo esaltavano come un eroe. 178 SELEZIO.)VE DEL LIBRO Il 30 marzo, il proprietario di un ristorante di Parigi avvertí la polizia che un uomo, con una cicatrice sulla mano sinistra, vicino al pollice, stava facendo colazione nel suo locale. Quando l'uomo uscí dal ristorante, alcuni poliziotti stavano aspettandolo. Dopo una vio- lenta colluttazione, egli fu trascinato a viva forza negli uffici di Ber- tillon; durante il tragitto, l'uomo continuò a smaniare, urlando: « Seguitemi, fratelli! viva l'anarchia! » Le misurazioni antropo- metriche dimostrarono, senza alcuna possibilità di dubbio, che l"'eroe rivoluzionario" era proprio Franc,ois Claudius Koenigstein, I'assassino di Saint-Étienne. La cronaca del processo, dell'esecuzione e del modo in cui Bertillon aveva identificato Ravachol, fece sensazione in Europa. Era ormai certo che il bertillonage sarebbe stato adottato da tutte le polizie. LESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DELLA SA~I~A, tenutasi a Lon- dra nel 1884, presentava ogni sorta di novità. Tra quelle di maggior successo, c'era un padiglione in cui, per tre pence, uno specialista sottoponeva il visitatore alla misurazione antropometrica controllava i suoi riflessi, la sua respirazione, il suo senso del colore, la vista e l'udito. I dati venivano registrati su una apposita scheda. Spesso, nel padiglione si incontrava un signore elegante, sulla sessantina, con una lucida calvizie circondata da una rada corona di capelli. Era Francis Galton, cugino di Charles Dar~in, un me- dico che si era dato alla ricerca scientifica e aveva organizzato quel padiglione per un suo scopo ben preciso. Influenzato dall'opera di Darwin "Sull'origine della specie", egli stava studiando l'ereditarietà delle caratteristiche fisiche e intellettuali, e aveva bisogno di dati sul maggior numero possibile di uomini, donne e bambini. Aveva già compiuto vasti studi sulle tribú africane e, quando l'Esposizione chiuse i battenti, impiantò un laboratorio permanente per le misu- razioni antropometriche presso il Museo di South Kensington, per continuare la raccolta di dati statistici. Ben presto divenne famoso come il maggior esperto inglese in fatto di antropometria. Nella primavera del 1888, si seppe a Londra che Bertillon era stato nominato capo del servizio di identificazione giudiziaria. e la Royal Institution chiese a Galton un rapporto sul bertillonage. Galton LA SCIEJVZA COJV~RO IL DELI'r~O acce-tò l'incarico e partí subito alla volta di Parigi per fàre la cono- scenza di Bertillon. "L'abilità dei suoi assistenti è insuperabile" scrisse. "I loro me- todi sono accurati, e le operazioni secondarie ottimamente organiz- zate. Io, però, non ho avuto modo di sperimentare da vicino l'effi- cacia del sistema." Ma Galton non era tipo da limitarsi a riferire sul bertillonage: una volta concentrata la sua attenzione sul problema dell'identifi- cazione, lo approfondí con il solito scrupolo. Accantonato in un an- golo remoto della sua eccezionale memoria, gli era rimasto un vago ricordo delle lettere scritte da Faulds e Herschel alla rivista .~ature. Faulds, ormai medico della polizia in Inghilterra, aveva tentato in- vano di interessare Scotland Yard alle impronte digitali. Amareg- giato, non s`era dato per vinto, e continuava i propri studi in privato. Però, quando Galton si rivolse alla direzione di vlature per avere notizie sull`argomento che gli stava a cuore, ricevette solo l'indirizzo di Herschel. Quindi Galton scrisse a Herschel, e fu questi a mostrare a Galton il modo di rilevare le impronte digitali. Galton comprese subito la maggiore importanza di questa tecnica rispetto al bertillo- nage. I visitatori del Museo di South Kensington furono allora invitati a lasciare le loro impronte digitali, che venivano in seguito ingran- dite e studiate. Di lí a tre anni, la raccolta di Galton confermò le scoperte di Herschel. Ma, per poter usare le impronte digitali come rnezzo d'identificazione, bisognava prima ordinare i diversi disegni delle linee secondo un sistema di catalogazione. Galton, infine, scoprí che vi erano quattro tipi fondamentali di disegni. L'elemento chiave era costituito da una formazione triangolare che ricorreva in quasi ogni impronta: un "delta" che poteva essere sia sul lato sinistro sia su quello destro del dito. In certi casi, vi era piú di un delta; in pochi altri casi, nessuno. Quindi, le impronte digitali potevano essere classificate in questo modo: triangolo a sinistra, triangolo a destra, diversi triangoli, nessun triangolo. Galton, però, non riuscí a ideare un sistema pratico di catalogazione. Con questo problema ancora insoluto, egli scrisse, tuttavia, il primo trattato sull'argomento, "Impronte digitali", pubblicato nel 1892, e che do- veva esercitare un profondo influsso su tutti gli studi successivi. LA POLIZIA inglese non era ancora pronta per applicare all'uso pratico l'idea di Galton - o di Faulds o di Herschel - ma lo sarebbe stata presto. Accanto al Tamigi stavano sorgendo due enormi com- 180 SELEZIONE DEL LIBRO plessi di edifici muniti di torri, come fortezze: il quartier generale di New Scotland Yard. Fino allora, la polizia londinese aveva occupato un edificio destinato un tempo a ospitare i re di Scozia in visita a Londra: di qui il nome di Scotland Yard. La polizia inglese, per motivi particolari, era piú giovane della Sureté. Il concetto che gli Inglesi avevano della libertà personale, li aveva portati a considerare la polizia come una minaccia a quella libertà. Per secoli, I'Inghilterra non aveva avuto né pubblici mini- steri né una regolare forza di polizia. Il mantenimento dell'ordine e la tutela della proprietà erano considerati doveri dei singoli, e cit- tadini inglesi fungevano, senza ricevere compenso, da giudici di pace e poliziotti. Ma c'erano anche gli informatori abituali e i co- siddetti thieftakers ("cattura ladri"): individui senza scrupoli che dicendosi tutori della legge, catturavano i criminali solo per riscuo- tere le taglie. Il piú famoso di costoro fu Jonathan Wild - a sua volta rapinatore e, in pratica, cervello della malavita londinese - il quale, però, si era autonominato "Capo dei cattura ladri" di Gran Breta- gna e Irlanda, portava un bastone dall'impugnatura d'oro, aveva un ufficio a Londra e una tenuta in campagna. Costui assicurò alla giustizia qualche centinaio di rapinatori: tutti quelli, cioè, che ave- vano rifiutato di sottomettersi alla sua protezione. Nel 1725, egli stesso fu condannato per rapina e giustiziato. Fu solo nel 1750 che un giudice di pace londinese, Henry Fielding, (proprio l'autore dióm~ones), riuscí a convincere il Ministro degli Interni che, senza una polizia, non si poteva combattere la crescente ondata di criminalità che stava abbattendosi su Londra. Gli fu asse- gnata una somma perché costituisse un corpo di polizia non uffi- ciale i cui membri presero il nome di Bow Street Runners, (cioè "Le Staffette di Bow Street"), dal nome della sede del tribunale in CUi Fielding esercitava le sue funzioni di magistrato. Fielding dava ai suoi uomini una ghinea la settimana, e qualunque cittadino desi- derasse essere protetto o scoprire l'autore di un crimine poteva assi- curarsi, per una ghinea al giorno, i servizi dei Runners, che erano pronti a entrare in azione prima che trascorresse un quarto d'ora dalla chiamata. Mettere quegli uomini in uniforme sarebbe stato un passo troppo azzardato, e allora Fielding li forní di panciotti rossi, sotto i quali portavano le pistole. I Runners usavano metodi molto simili a quelli applicati da Vidocq e conseguirono successi sorprendenti perché, come Vidocq, Fielding schedò tutti i criminali noti. Quando egli morí, nel 1754, il fratel- TEPOIICr WB~BD V0~8rr~oo 8T~T ro~ I primi pol z otti londinesi in una caricatvra contemporanea. La scritta dice: "I pol z otti hanno ba,Oi e barba. I ragaZZini si spaventano". lastro John lo sostituí nell'ufficio. John era cieco, ma si conquistò la leggendaria fama di saper riconoscere dalla sola voce un numero enorme di criminali: addirittura tremila, dicono. Per circa ottant'anni, i Bow Street Runners furono l'unica polizia criminale di Londra. Ma, nel 1828, erano solamente quindici: e dovevano combattere contro trentamila ladri professionisti, e contro i grassatori che ancora aggredivano i cittadini in pieno giorno. La situazione era cosí scandalosa, che il Ministro degli Interni, Robert Peel, sfidando l'ostilità dell'opinione pubblica, e dopo una dura battaglia alla Camera dei Comuni, riuscí a costituire un corpo di polizia ufficiale. Il 7 dicembre 1829, mille poliziotti, vestiti con lunghi cappotti blu e cappelli a cilindro neri, (per dimostrare che erano civili e non militari), sfilarono in parata per le strade di Londra, diretti alle loro nuove sedi. Furono soprannominati "Bobbies", dal nome Robert del ministro Peel, e il nomignolo è rimasto fino ai giorni nostri. La polizia di Peel ristabilí ordine e decenza nelle strade di Londra, ma degli uomini in divisa, anche se potevano prevenire alcuni cri- mini, ben di rado, però, potevano, quando questi erano stati com- 182 SELEZIONE DEL LIBRO messi, riuscire a raggiungere i responsabili. Dopo una serie di efferati omicidi, il Ministro degli Interni, nel 1842, scelse dodici elementi e affidò loro l'incarico di girare in borghese, nominandoli agenti in- vestigativi e fissandone il quartier generale a Scotland Yard. In genere, però, questi nuovi agenti venivano considerati con un vago senso di sfiducia, e anche i loro occasionali successi accrebbero di poco l'autorità di Scotland Yard. Nel 1869, il presidente dell'uf- ficio di polizia Edmund Henderson dichiarò in un rapporto che quel sistema era "del tutto estraneo alle abitudini e ai sentimenti della Nazione", dato che il corpo degli agenti investigativi doveva lavorare in segreto. Fu proprio Henderson, però, che riuscí ad aumentare a duecentosessanta elementi l'organico degli agenti. E sempre nel periodo in cui era in carica lui, fu organizzato a Scotland Yard uno schedario dei criminali abituali, con fotografie e descrizioni. Negli anni immediatamente successivi al 1870, Howard Vincent, un avvocato dalla mente molto portata all'indagine, divenne capo del settore investigativo di Scotland Yard e subito si recò a Parigi per studiare i metodi della Sureté. Adottò tutto quello che gli parve utile, e trasformò in un organismo efficiente il suo scombinato gruppo di investigatori. Lentamente, i successi cominciarono ad aumentare ma il prestigio di Scotland Yard era sempre scarso. Un giorno, ii sovrintendente incontrò uno sconosciuto che somigliava a un ex agente di Scotland Yard, e gli domandò: « Lei, per caso, non faceva parte del nostro corpo? » E l'altro rispose: « No, grazie al cielo non sono mai sceso tanto in basso ». Comunque, il nuovo Criminal Investigation Department (Ufficio di Investigazione Criminale) di Vincent - il C.I.D. - era bene avviato e avrebbe reso famoso in tutto il mondo il nome di Scotland Yard. Quattro anni prima della visita di Galton a Bertillon, Edmund Spearman, un criminologo dilettante inglese, era stato a Parigi, e, tornato in patria, aveva iniziato una crociata in favore dell'antro- pometria. Finalmente, nel r893, Edmund Spearman riuscí a per- suadere due influenti personaggi, Sir Charles Russell e Sir Richard Webster, che si recavano a Parigi in missione politica, a far visita a Bertillon. Costoro tornarono entusiasti del sistema francese e rac- comandarono al Ministro degli Interni, Herbert Asquith, di adottarlo. Asquith rimase colpito dalla cosa, consapevole com'era del fatto che i metodi di riconoscimento usati da Scotland Yard erano superficiali e che lo stato degli schedari era caotico. A questo punto, però, un amico gli segnalò il libro di Galton sulle impronte digitali, e Asquith LA SCIEJVZA COJV~RO IL DELI~0 183 dedicò all'opera un attento esame. Poi, nominò immediatamente una commissione con l'incarico di decidere quale dei due sistemi fosse il piú adatto per l'Inghilterra. La commissione - composta da Charles E. Troup, del Ministero degli Interni, dal maggiore Arthur Griffith, ispettore delle prigioni inglesi, e da Melville Macnaghten, capo del C.I.D. - per prima cosa consultò Galton. La semplicità dell'identificazione per mezzo delle impronte digitali era sorprendente, ma Galton avvertí che, probabil- mente, ci sarebbero voluti ancora due o tre anni perché il suo metodo di catalogazione fosse perfetto. I membri della commissione si tro- varono di fronte a un dilemma: in che situazione si sarebbero trovati, se avessero dato la preferenza al complicatissimo bertillona~e, e Galton fosse poi riuscito a risolvere i suoi problemi prima del previsto ? Quest'idea gettò un'ombra sul viaggio della commissione a Parigi. Qui giunti, però, gli inglesi furono conquistati dallo straordinario spirito della polizia francese, a quel tempo agli ordini di Louis Lépine, un uomo piccolo e vivacissimo, che sarebbe diventato il Prefetto piú famoso del suo tempo. Era stato soprannominato "il Prefetto della strada", per l'abitudine che aveva di guidare personal- mente i suoi uomini. Lépine voleva rendere popolare la polizia e, nonostante reprimesse inesorabilmente scioperi e tumulti, agiva sempre con grande diplomazia, a volte sfruttando le sue doti di istrione, tanto da non far nascere risentimenti durevoli. Cosí, per esempio, un giorno, a Les Halles, s'interpose inaspettatamente fra una massa di scioperanti e i suoi stessi uomini, ai quali aveva poco prima ordinato di tener pronte le armi. « Alt! » gridò ai poliziotti. « Vi proibisco di assalire questi rispettabili cittadini! » Gli sciope- ranti lo applaudirono e lo sciopero cessò. Come i suoi predecessori, anche Lépine non teneva in gran conto Bertillon, ma aveva un senso della pubblicità troppo sviluppato per non comprendere adeguata- mente il valore del prestigio di quell'orso scorbutico. Perciò, con i membri della delegazione inglese si profuse in elogi per il genio di Bertillon e organizzò per loro una visita al Servizio d'Identificazione che non avrebbe mancato di entusiasmarli. I ViSitatOri fUrOnO mOItO COIPiti anChe da FranCOiS GOrOn, allOra capo della Sureté, che, a sua volta, stava conquistandosi una fama leggendaria di segugio implacabile, per passione non meno che per convinzione. Come Lépine, anche Goron aveva il buon senso di ca- pire l'importanza del bertillonage e dell'attenzione internazionale ch'esso aveva richiamata. Anch'egli, quindi, lodò l'opera di Bertillon. 184 SELEZIONE DEL LIBRO Perfino Bertillon fece del suo meglio. Una volta tanto, abbandonò i suoi modi scostanti a' punto di aCcompagnare gli inglesi in un giro nel mondo della malavita. Ma l'argomento piú persuasivo fu costituito da ciò che Bertillon mostrò agli ospiti nel suo sacrario privato: strumenti di cui essi non avevano mai sentito parlare, come un macchina fotografica munita di reticolo metrico, che appariva sulle fotografie scattate, fornendo le esatte misure della scena di un delitto. Bertillon fece persino venire nell'ufficio alcuni prigionieri, e gli ospiti furono invitati a misurarli con gli appositi strumenti, per rendersi conto direttamente dell'estre- ma semplicità del bertillonage. Per la mentalità pratica degli inglesi, tuttavia, il procedimento risultava ancora troppo complicato, e facilmente fallibile, nel caso che le operazioni non fossero state controllate da un perfezionista come Bertillon. Nel febbraio del 1894, essi raccomandarono una curiosa soluzione di compromesso: Scotland Yard avrebbe adottato il sistema antropometrico, utilizzando però solo cinque delle undici misurazioni di Bertillon: alla scheda di ogni condannato sarebbero state aggiunte tutte le dieci impronte digitali. Il Ministero degli In- terni accettò il rapporto e fu organizzato uno schedario di cartellini segnaletici comprendenti misure e impronte digitali. Spearman, sostenitore del bertillonage, protestò vibratamente, perché eliminando sei delle misure del sistema di Bertillon, l'utilità di questo sistema sarebbe stata annullata. Amareggiato, si recò da Bertillon per renderlo edotto della cosa. Il francese, però, non se ne crucciò troppo, perché il bertillonage, ormai, stava facendo proseliti in tutto il continente. In Spagna, Belgio, Italia, Portogallo, Dani- marca, Olanda, Austria e Germania "l'ultimo ritrovato della tecno- logia poliziesca" s'era affermato. Tutti ignoravano, però, che, a mi- gliaia di chilometri di distanza, il bertillonage era già superato. NEL LUGLIO del 1891, Juan Vucetich, capo dell ufficio stati- stico della polizia di La Plata, in Argentina, fu convocato nell'ufficio del capo della polizia, Guillermo Nunez, che lo incaricò di costituire un ufficio antropometrico, gli consegnò alcune riviste tecniche francesi e gli augurò buona fortuna. Vucetich era appena uscito, quando Nunez lo richiamò. « Ho qui un numero della Revue LA SCIENZA CONfRO IL DELlf~O 185 ScientiJique che qualcuno ha dimenticato nel mio ufficio » gli disse. « Prenda anche questa. Contiene un articolo su un certo Galton, un inglese che sta occupandosi di impronte digitali. Forse anche questo le potrà servire. » Juan Vucetich, allora trentatreenne, era giunto a La Plata dalla Croazia solo sette anni prima. Non era molto istruito, ma aveva inclinazione per la matematica e traboccava di vitalità. Nel giro di una settimana aveva già organizzato un ufficio antropometrico, ma era stato l'articolo di Galton ciò che aveva maggiormente colpito la sua fantasia. Non appena i suoi assistenti ebbero acquisito una certa sicurezza nelle misurazioni antropometriche, lasciò che fossero loro a occuparsi di questa attività, e lui cominciò a raccogliere impronte digitali. L'idea che le creste papillari non cambiassero mai lo affa- scinava a tal punto, che trascorse notti e notti all'obitorio e arrivò addirittura a esaminare le dita delle mummie conservate nel museo di La Plata, esultando alla scoperta del fatto che le loro creste papil- lari si erano conservate pur dopo tanti secoli. In poco meno di sei settimane, elaborò un sistema pratico di classificazione. Compiendo ricerche autonome, egli scoprí gli stessi quattro tipi fondamentali già individuati da Galton, e assegnò loro dei numeri - 1,2,3,4 - per le dita, e delle lettere - A,B,C,D - per i pollici. In tal modo, le im- pronte di una mano potevano essere espresse mediante una formula, per esempio: A3241. Oltre a queste classificazioni fondamentali, Vu- cetich stabilí ulteriori suddivisioni, basate sul numero delle creste pa- pillari. Nunez e gli altri funzionari di polizia guardavano ai suoi sforzi con sfiducia e sospetto. Ma il destino stava per rendergli giustizia. Nel giugno del 1892, nella cittadina di Necochea, furono assassi- nati i due figlioletti della giovane Francisca Rojas. Una sera, Fran- cisca si era precipitata, stravolta e urlante, in casa di un suo vicino: « I miei figli... ha ucciso i miei figli... Velasquez... » era riuscita a balbettare. Si sapeva che Velasquez, bracciante in una fattoria dei dintorni, insisteva da tempo perché Francisca lo sposasse. Il vicino mandò il proprio figlio ad avvisare la polizia, poi corse alla capanna di Francisca e trovò i due bambini nel letto inzuppato di sangue, con la testa fracassata. Il capo della polizia locale, sopraggiunse di lí a poco e non cercò né gli indizi né l'arma omicida, ma badò solo a ciò che Francisca raccontava fra le lacrime. Velasquez, disse Francisca, era andato a trovarla quelpomeriggio,equandoleigliaveva dettochenonl'avreb- be sposato mai, era andato su tutte le furie e aveva minacciato di ucciderle i figli. Piú tardi, rincasando dal lavoro, Francisca ave- va visto Velasquez allon- tanarsi di corsa dalla sua capanna e passarle accanto senza una parola. Entrata in camera da letto, aveva trovato i bambini morti. Il capo della polizia ar- restò Velasquez che negò daver toccato i bambini. Sí, amava Francisca, ma amava anche i bambini l'aveva anche minacciata, ma non avrebbe mai messo in atto le sue minacce. Il capo della polizia fece pic- chiare il prigioniero, poi lo tenne legato per una notte accanto ai cadaveri dei bambini. Ma, dopo un'in- tiera settimana, in cui íù sottoposto di continuo a brutali interroga- tori, l'uomo continuava a negare disperatamente. Nel frattempo, si venne a sapere che Francisca aveva un giovane amante, il quale aveva detto in giro che l'avrebbe sposata se solo non avesse avuto "quei mocciosi". Allora, il capo della polizia co- minciò a sospettare della madre, A questo punto, fu inviato da La Plata, con l'incarico di esami- nare il caso, l'ispettore di polizia Alvarez. Questi accertò rapida- mente che sia Velasquez sia il giovane amante di Francisca erano stati visti lontano dalla capanna al momento del delitto, anche se Velasquez era cosí poco intelligente da non aver pensato di dirlo. L'unica persona che era stata vicina ai bambini era la madre. Alvarez frugò la capanna per ore, alla ricerca di qualche indizio. Stava proprio per arrendersi, quando un raggio di sole cadde sulla porta della camera da letto, rivelando una macchia di color mar- rone grigio. Alvarez, che aveva visto Vucetich al lavoro, riconobbe LA SCIENZA CON~RO IL DELI~TO 187 I in essa l'impronta digitale di un pollice insanguinato. Tagliò via il pezzo di porta e tornò in fretta alla sede della polizia. Ordinò di far entrare Francisca e, mentre il capo della polizia locale assisteva sbalordito all'operazione, ordinò alla donna di premere i pollici su un cuscinetto per timbri prima, e su un pezzo di carta, dopo. Quindi, con una lente d'ingrandimento, Alvarez confrontò le im- pronte con quella rimasta sulla porta: l'impronta del pollice destro era identica. Allora, l'ispettore mostrò a Francisca l'impronta sul pezzo di porta, poi la costrinse a guardare attraverso la lente d'in- grandimento l'impronta sulla carta. Di colpo, la donna perse il controllo e confessò di aver ucciso i bambini, perché rappresenta- vano un ostacolo al suo mah imonio con l'amante. Quando Alvarez tornò a La Plata con quelle eloquenti impronte digitali, la sua storia fece grande sensazione. "Quasi non so crederci" scrisse Vucetich a un amico, "ma la mia teoria ha dimostrato di es- sere pienamente valida". Da quel momento, Vucetich impiegò tutte le sue energie per dimostrare l'utilità del sistema. Identificò molti criminali già esa- minati invano col bertillonage, e, a proprie spese, fece stampare un libro in cui dimostrava, con argomenti incontrovertibili, l'eccellenza della propria tesi. Ma a La Plata si ammirava troppo supinamente tutto ciò che veniva da Parigi. Nel 1893, Vucetich ricevette l'ordine di attenersi all'antropometria. L'ottusità ufficiale gli riusciva insopportabile. Vucetich cominciò a soffrire di ulcere, che lo tormentarono per il resto dei suoi giorni. In segreto, scrisse un secondo libro e vendette la sua piccola biblio- teca per pagarne le spese di pubblicazione. Alla moglie e ai figli diceva: « Verrà un giorno in cui ci porteranno a casa denaro a sacchi. Il mio sistema sarà adottato in tutto il mondo ». Nel giro di pochi anni, la superiorità della dattiloscopia sul bertillonage ri- sultò cosí evidente, che il nuovo capo della polizia dovette ammetterlo e, nel í8g6, l'Argentina fu il primo paese al mondo a basare il suo sistema di identificazione esclusivamente sulle impronte digitali. Nel l903, il sistema di Vucetich fu adottato dal Brasile e dal Cile e, poco dopo, da altri stati dell'America meridionale. Allora, Vucetich si volse a progetti piú grandiosi, come l'idea di uffici internazionali di identificazione, che raccogliessero le impronte digitali di intiere po- polazioni, in modo da permettere l'identificazione delle vittime di catastrofi. Ma non si rendeva completamente conto di quanto i suoi metodi fossero progrediti rispetto ai tempi, e sarebbe trascorso un 188 SELEZIONF DEL LIBRO certo tempo prima che in Europa e negli Stati Uniti se ne sentisse parlare. In Europa, l'adozione del metodo delle impronte digitali non doveva dipendere da lui. La scintilla venne invece dall'India. VI TEL DICEMBRE del 1896, un uomo sui quarantacinque anni, 1snello e distinto, sedeva sul direttissimo per Calcutta intento a guardare fuori del finestrino. A un tratto, mise la mano nel ta- schino della giacca, ne tolse una matita d'oro e cominciò a frugare nelle altre tasche, alla ricerca di qualcosa su cui scrivere. Non trovò nulla, e allora tirò indietro una manica della giacca e si mise a scri- vere sul polsino inamidato. Quando il treno arrivò a Calcutta, il polsino era coperto di bizzarre annotazioni: Edward Henry, ispettore generale della provincia del Bengala, aveva appena finito di trac- ciare lo schema di un sistema completo per la classificazione delle impronte digitali. Henry, figlio di un medico londinese, era entrato nell'amministra- zione statale per l'India a ventitré anni, nel 1873. Colto, affasci- nante, ricco d'immaginazione, aveva anche una mente matematica e grandi doti di organizzatore. Nominato ispettore generale per il Bengala, la sua prima decisione era stata quella di introdurre il bertillonage. Il metodo s'era dimostrato utile, però egli aveva trovato difficilissimo addestrare i propri funzionari al rigore necessario per l'esattezza delle misurazioni. Cosí, aveva dovuto rassegnarsi a un margine di errore troppo ampio. Henry, che era arrivato nel Bengala dopo Herschel, sapeva del- l'esistenza del sistema dattiloscopico, e aveva cominciato a studiare le possibili soluzioni del problema della classificazione. Nel 1894, si era recato a Londra e aveva visitato il laboratorio di Galton. Il vecchio scienziato lo aveva accolto con calore e aveva messo tutto il proprio materiale a disposizione di Henry, che era tornato a Cal- cutta con un baule pieno di fotografie di impronte digitali. Qui, egli ne aveva raccolte altre, le aveva confrontate tra loro, le aveva si- stemate, e alla fine era venuto quel trionfale momento sul treno. Di colpo, aveva centrato un metodo ingegnosissimo per catalogare mi- lioni di esemplari, in modo cosí funzionale, da permettere il reperi- mento di una qualsiasi impronta nel giro di pochi minuti. Henry ne distinse cinque tipi fondamentali e, come Vucetich, usò irco sempli o a lenda Vorhcillo Ansa ulnare -!nsa radiale () (~) (V) (U) (R) delle lettere per indicarli: A, T, R, U e V. L'elemento chiave della classificazione consisteva in una estesa suddivisione in sottotipi, ba- sata sulle variazioni del triangolo principale, quello che Galton aveva chiamato "delta". A descriverlo, il sistema può sembrare complicato, ma in pratica è facile imparare a usarlo e non richiede strumenti particolari oltre a una lente d'ingrandimento e a uno spillo per contare le creste. Nel gennaio del 1896, Henry diede inizio a un esperimento su vasta scala, e il successo fu tale, che una commissione, nominata l'anno successivo per studiare il problema delle impronte digitali, raccomandò che il sistema fosse adottato in tutta l'India britannica. A questo punto, Henry voleva dimostrare l'importanza del rileva- mento delle impronte digitali sulla scena di un delitto, e, nell'agosto del 1897, il caso, che tanta parte ha sempre avuto in questa storia, gli forní l'occasione desiderata. Il capo della polizia di un remoto distretto del Bengala settentrionale capitò un giorno nei pressi di una piantagione di tè. Si diresse verso la casa dell'amministratore, ma, diversamente dal solito, nessuno gli venne incontro: la porta della casa era socchiusa, e, nella camera da letto, c'era il cadavere dell'amministratore con la gola tagliata. I cassetti della scrivania erano aperti e la cassetta del denaro era stata forzata. L'amante del- l'amministratore e i servi erano fuggiti, ma furono presto ritrovati. Al momento del delitto, la donna non era in casa, e il cuoco disse di aver visto uno sconosciuto scomparire nell'oscurità. Quando perquisí la casa, il capo della polizia trovò il portafogli della vittima: conteneva solo un calendario con una copertina ce- leste sulla quale spiccava una macchia marrone. Il funzionario so- spettò che si trattasse di un'impronta digitale e comunicò la notizia a Henry. Questi gli diede istruzioni perché portasse a Calcutta le impronte dell'assassinato e di tutti gli abitanti della casa. Bastò un minuto per stabilire che la macchia sul calendario era I go SELEZIONE DEL LIBRO effettivamente l'impronta del pollice di una mano destra e che non corrispondeva né alle impronte del morto, né a nessuna delle altre raccolte nella casa. Da successive indagini emerse che, due anni prima, l'amministratore aveva accusato di furto un servitore di nome Charan. Condannato, l'uomo aveva giurato di vendicarsi. L'impronta del pollice di Charan, reperita negli schedari, corrispondeva all'impronta sul calendario. Charan era scomparso, e solo dopo diverse settimane fu rintracciato, arrestato e rinviato a giudizio. Era la prima volta che una giuria si trovava di fronte a una prova basata sulle impronte digitali. Charan negò tutto, ostinatamente, e la corte, in penosa in- certezza, scelse una soluzione di compromesso. Charan fu condannato per il furto, ma non per l'omicidio. IL RAPPORTO della commissione indiana con cui si approvava l'adozione della dattiloscopia fu accolto con molto interesse, a Londra, poiché il bertillonage s'era dimostrato utile solo in parte. Una nuova commissione incaricata di studiare il problema dell'identificazione criminale convocò Henry in patria. Nel frattempo, Henry aveva scritto un libro, "Classi~cazione e usi delle impronte digitali", in cui spie- gava il proprio sistema. Sia l'uomo, sia il suo metodo, fecero una tale impressione che, nel rgol, il Ministro degli Interni nominò Henry capo del CID. Appena arrivato a Scotland Yard, Henry conobbe il sergente Stockley Collins e il suo vice, il sergente Hunt, sui quali ricadeva quasi tutto l'onere delle identificazioni dattiloscopiche. Rispetto ai livelli raggiunti a Calcutta, la loro tecnica era molto scadente. In brevissimo tempo, Henry trasmise a Collins e a Hunt tutta la sua esperienza e il suo entusiasmo. Collins diventò il miglior specialista inglese del tempo in materia di impronte digitali, e, in un solo anno, la sua sezione identificò r.722 pregiudicati, il quadruplo di quelli che si identificavano abitualmente col metodo antropometrico. Ma per vincere la diffidenza dell'opinione circa l'efficacia delle impronte digitali, non sarebbero certo bastate delle statistiche. Quello che ci voleva era un caso capace di colpire la fantasia popolare. La prima occasione si presentò nel rgo2, quando, in Denmark Hill, a Londra, fu commesso un furto con scasso. Il sergente Collins, inda- gando, trovò un'asse dipinta di fresco che portava chiare tracce di impronte digitali. Lo schedario rivelò che esse appartenevano a un certo Henry Jackson, che era appena uscito di prigione dopo aver scontato una condanna per furto con scasso. L'uomo fu arrestato e, per maggior sicurezza, gli filrono prese di nuovo le impronte digitali. I processi per furto con scasso dovevano essere dibattuti dinanzi a un giudice e a una giuria del tribunale penale centrale di Londra, l'Old Bailey. Henry era deciso a sfruttare al massimo l'occasione. Sapeva che solo un pubblico ministero estremamente abile sarebbe riuscitO a vincere nei giudici e nei giurati inglesi, notoriamente con- servatori, gli inevitabili pregiudizi contro quella scienza. L'uomo che faceva al caso suo, decise Henry, era Richard Muir, un pubblico ministero già molto apprezzato nonostante avesse appena quaranta- cinque anni, e che sarebbe poi diventato celebre grazie a processi 192 SELEZIOJVE DEL LIBRO sensazionali, come il caso Crippen. Muir, un uomo piuttosto mi- santropo, era un lavoratore infaticabile e a volte trascorreva notti intiere alla propria scrivania per preparare le sue requisitorie, pren- dendo appunti su cartoncini con matite di diverso colore: un colore per l'interrogatorio, un altro per il controinterrogatorio, e cosí via. Quando appariva dinanzi ai giudici con i suoi cartoncini in mano, la gente diceva: « Ecco Muir pronto per la sua partita a carte ». I suoi impiegati e i funzionari di Scotland Yard che compivano le indagini per lui, lo temevano perché egli esigeva da loro la stessa precisione che richiedeva a sé stesso. La fallibilità umana gli ispirava profonda sfiducia, e diffidava dei riconoscimenti dei testimoni ocu- lari. Per quattro giorni, Muir stette ad ascoltare il sergente Collins che gli parlava della dattiloscopia. Il sistema lo convinse a tal punto che avrebbe accettato un caso molto piú dubbio di quello propostogli, pur di poter giovare a Henry e alla sua causa. E Muir compí il mira- colo: convinse una giuria incredula della piena attendibilità della dattiloscopia e Jackson fu riconosciuto colpevole. Tuttavia, per un'affermazione decisiva, Henry aveva bisogno di un grande processo per omicidio che scotesse l'opinione di tutta l'Inghilterra. Prima, però, Londra fu testimone di una penosissima vicenda che dimostrò a milioni di persone la drammatica inattendi- bilità dei vecchi metodi d'identificazione. IL DRAMMA aveva avuto inizio qualche anno prima, il 16 dicembre r 895. Quella sera, al calar del crepuscolo, mentre una leggiera nebbia fasciava i lampioni a gas, un distinto signore dai capelli grigi, in finanziera e cilindro, uscí dalla porta contrassegnata col numero 1 39 di Victoria Street. D'un tratto, una donna gli si parò davanti e gridò: « Io la conosco, signore! » « Mi scusi, signora » disse lui. « Che cosa desidera ? » « Voglio i miei due orologi e i miei anelli! » L'uomo spinse la donna da parte e attraversò la strada, e quando lei lo seguí, si rivolse a un poliziotto e gli disse che quella donna stava molestandolo. La donna reagí con violenza, e chiese all'agente di arrestare quell'individuo, poiché l'aveva ingannata e derubata. Il poliziotto portò i due litiganti al piú vicino posto di polizia, dove l'uomo dichiarò di chiamarsi Adolph Beck e la donna Ottilie Meis- sonier, nubile e insegnante di lingue. Tre settimane prima, mentre camminava per Victoria Street, diretta a un'esposizione floreale, LA SCIENZA COJV7-RO IL DELI~'rO Beck le si era accostato, si era tolto il cappello, e le aveva chiesto se era Lady Everton. Lei aveva risposto di no, ma la signorilità dello sconosciuto l'aveva favorevolmente colpita, e cosí aveva cominciato a conversare ama- bilmente. Lui l'aveva sconsigliata di visitare l'esposizione perché non ne valeva la pena, e aveva detto . d'intendersi di orticoltura, dato che nella sua proprietà nel Lincolnshire ben sei giardinieri lavoravano per lui. Ottilie, da parte sua, gli aveva fatto sapere di coltivare crisantemi e allora lui le aveva chiesto di poterli vedere. Ottilie l'aveva invitato a prendere il tè il giorno dopo. Nel corso di quel piacevolissimo pomeriggio trascorso assieme, aveva appreso che il suo ospite era Lord Salisbury. Poche ore dopo, egli l'aveva già invitata a recarsi in Riviera a bordo del suo panfilo. Però, aveva insistito, lei doveva permettergli di fornirla di un guardaroba piú elegante per il viaggio. Ottilie aveva acconsentito. L'uomo aveva scritto su un foglietto un elenco di capi di vestiario e glielo aveva consegnato insieme con un assegno di quaranta sterline per le spese. Poi aveva esaminato il suo orologio da polso e gli anelli, chiedendo di poterli portare con sé come mi- sura per i nuovi e piú preziosi pezzi con i quali egli li avrebbe so- stituiti . Solo quando l'ospite se ne era andato, la donna aveva scoperto che era sparito un altro suo orologio. Insospettita, era corsa alla banca per incassare l'assegno, ma l'assegno era falso. Una truffa: e l'autore, era pronta a giurarlo, era proprio Adolph Beck. L'ispettore Waldock, al quale fu affidato il caso, scoprí che, negli ultimi due anni, ventidue donne erano state raggirate da un distinto signore dai capelli grigi, che si era spacciato per Lord Wilton o per Lord Willoughby e aveva usato la stessa tattica che aveva usato "Lord Salisbury". Ciascuna di queste donne fu messa a confronto con Beck, che la polizia aveva messo in fila assieme con una dozzina di altri uomini, scelti a caso dalla strada. Beck era l'unico ad avere capelli grigi e baffi, e tutte le donne, meno una - la cameriera di un bar - lo indicarono come l'uomo che le aveva derubate. Beck giurò di non aver mai visto nessuna delle sue accusatrici, e affermò di vivere del reddito di una miniera di rame, che dimostrò di possedere in Norvegia, dov'era nato. Era venuto in Inghilterra, come agente marittimo, nel 1865, poi era vissuto per molti anni nel Sudamerica, quindi di nuovo in Norvegia, da dove era tornato a Londra nel 1 885. Risultò, tuttavia, che aveva un debito con il 194 SELEZIONE DEL LIBRO proprio albergo, e che s'era fatto prestare denaro dal proprio segre- tario; con le donne, poi, si era sempre comportato con grande leggerezza. Tuttavia, Beck insisté nell'affermare la propria innocenza. Due giorni dopo l'arresto di Beck, un uomo si recò a Scotland Yard e ricordò che, nel 1877un certo John Smith era stato con- dannato a cinque anni per aver raggirato donne sole: dopo il rilascio l'uomo era scomparso. Egli s'era spacciato per Lord Willoughby, aveva dato alle vittime assegni falsi e s'era impadronito dei loro gioielli: certamente Beck e Smith erano la stessa persona. Furono convocati due poliziotti, Spurrel e Redstone, i quali avevano arre- stato Smith diciotto anni prima. Entrambi giurarono che Beck e Smith erano la stessa persona. Livido, Beck si abbandonò a scene di disperazione e giurò di essere in grado di produrre testimoni dal Sudamerica che avrebbero provato che egli era effettivamente là, nel 1877. Un perito calligrafo, Guerin, confrontò allora gli elenchi di indumenti che Smith aveva scritto per le proprie vittime nel 1877 con le liste dell'imbroglione del 1894-'95 e dichiarò che le grafie dei due gruppi di elenchi erano identiche. La grafia di Beck appariva diversa: ma egli riteneva che Beck avesse scritto gli elenchi con "grafia contraffatta". Tutto ciò appariva tanto convincente, che a nessuno parve necessario confron- tare la descrizione di John Smith, come risultava dagli schedari della prigione, con l'aspetto attuale di Adolph Beck. Il processo a Beck cominciò il 3 marzo 1896, all'Old Bailey. Pubblico ministero era Horace Avory, un ometto scarno e gelido, che si guadagnò in seguito il soprannome di "giudice impiccatore". Il giudice era Forrest Fulton: lo stesso che aveva condannato John Smith nel 1877. Il difensore di Beck era un esperto avvocato, C. F. Gill. Gill aveva basato tutta la sua difesa sul controinterrogatorio del perito calligrafo: se infatti Guerin avesse affermato in tribunale, come aveva fatto fuori dell'aula, che la grafia dell'imbroglione del I877 e quella del truffatore del 1894-'95 era identica, Gill avrebbe potuto produrre testimoni in grado di provare che, nel I877, Beck viveva a Buenos Aires. Avory, però, prevedendo questa mossa, in- terrogò il teste solo a proposito degli elenchi piú recenti. Questi, disse Guerin, erano stati scritti da Beck con "grafia contraffatta". A questo punto, Gill chiese di poter interrogare Guerin sugli elen- chi del 1877. Ma, secondo la procedura britannica, le condanne su- bite in precedenza da un imputato non possono essere citate in aula prima che la giuria abbia espresso il proprio verdetto. Gill protestò, LA SCIENZA CON~RO IL DEL1~7'0 195 affermando che quei precedenti gli erano indispensabili per riuscire a provare che Beck non poteva essere Smith, ma Fulton non volle ugualmente permettere domande riguardanti il processo del 1877. Per l'accusa, questo significava, naturalmente, rinunciare alla te- stimonianza di Spurrel e di Redstone. Ma Avory poteva permetter- selo, perché, quando fece sfilare le donne imbrogliate sulla pedana dei testimoni, egli, virtualmente, si guadagnò il consenso della giuria. Una dopo l'altra, tutte e dieci le donne indicarono Beck e dichia- rarono: « E lui! »; vi furono tuttavia alcune note di dubbio. Una aggiunse: « Quando lo sento parlare non ne sono piú tanto certa. A casa mia, parlava con accento americano ». Ottilie Meissonier dichiarò: « Aveva una cicatrice sul collo, a destra, ma adesso non la vedo piú ». Un'altra disse: « Aveva i baffi piú lunghi e impoma- tati ». Ma i giurati non diedero peso a queste incertezze, né pare che pensassero di contestare la validità del confronto organizzato dalla polizia, con quella fila di uomini che non assomigliavano affatto all'imputato. Una testimone disse: « Sapevo che era stato arrestato un uomo, e sapevo che, per forza, doveva essere anziano e con i capelli grigi ». Il 5 marzo, Beck, che continuava a dichiararsi inno- cente, fu riconosciuto colpevole e condannato a sette anni di lavori forzati. In carcere, gli fu assegnato lo stesso numero che aveva avuto John Smith, D 523, con l'aggiunta della lettera W, che indicava i recidivi . In Gran Bretagna non esisteva ancora l'istituto dell'appello contro una sentenza penale, ma dal 1896 al Igol Beck presentò dieci peti- zioni per il riesame del proprio caso. Il suo difensore chiese ripetu- tamente di poter vedere la descrizione somatica di John Smith, ma tutte le sue richieste furono respinte. Tuttavia, nel maggio del 1898, un membro del Ministero degli Interni chiese di poter esaminare la scheda di John Smith, e scoprí che Smith era ebreo ed era stato circonciso. Beck non era circonciso. Il Ministero degli Interni chiese il parere del giudice Fulton. Fulton era stato completamente per- suaso delle identificazioni da parte delle vittime: quindi, per lui, se Beck non era Smith, era pur sempre l'imbroglione del 1895. Dal numero di matricola del detenuto fu tolta la lettera W, ma nul- l'altro fu fatto sino al luglio del Igol, quando Beck fu rilasciato in libertà condizionata. Con ostinazione, egli proseguí la battaglia di- retta a provare la propria innocenza, senza sapere che il destino stava preparandogli un altro tiro crudele. Il 15 aprile l904, Beck stava uscendo di casa, quando una donna LA SCIENZA CON~RO IL DELI~O 197 isinistra: fotograJ~e scattate dalla polizia ad Adolph Beck, condannato due volte per trufainquantoscambiatoper Williamhomas (~70hn Smith), a destra. Solo il confronto delle impronte digitali dei due uomini, staóilí senza ombra di dubbio le rispettiue ider~íità. gli corse incontro, gridando: « Lei è l'uomo che mi ha portato via i gioielli ». Beck rimase di sasso. « No! » gridò atterrito. « Non sono stato io! Io non l'ho mai vista in vita mia! » « Sí, che è lei » ripeté la donna. « E C'è qualcuno qui, che l'aspet- ta. » Colto dal panico, Beck si mise a correre, e finí dritto tra le braccia dell'ispettore di polizia Ward, che lo arrestò lí per lí. La donna, una cameriera di nome Pauline Scott, era andata da Ward per una denuncia: un signore dai capelli grigi e dall'aspetto distinto l'aveva abbordata per strada, le aveva rivolto complimenti e... I'ispettore conosceva già il resto della storia. si trattava nuova- mente di Beck, aveva concluso Ward, e aveva mandato Pauline in un ristorante che Beck frequentava abitualmente. La donna non aveva riconosciuto Beck, ma Ward non s'era dato per vinto e gli aveva preparato una trappola. E Beck s'era messo a correre, segno che doveva avere la coscienza sporca. « In nome di Dio, sono innocente » gridò Beck. Ma il7 giugno egli ricomparve all'Old Bailey: cinque donne lo riconobbero; fu ritenuto colpevole e tornò in carcere. Il giudice, però, dovette avere qualche dubbio, perché non volle fissare subito l'entità della pena: dieci giorni piú tardi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe solle- vato l'indignazione dell'opinione pubblica londinese. Durante una normale ispezione a una stazione di polizia di Lon- dra, un funzionario del C.I.D. apprese dell'arresto di un uomo che, quello stesso pomeriggio, aveva sottratto alcuni anelli a un paio di attrici disoccupate, raggirandole. L'investigatore, che conosceva il caso Beck, chiese ulteriori particolari: era la vecchia storia: il "Lord" I'elenco dei vestiti, I'assegno a vuoto... Ma Beck era in prigione, in quel momento. L'ispettore si recò nella cella del nuovo prigioniero. Quando lo vide, trattenne il fiato: aveva di fronte a sé un uomo dai capelli grigi, che era alto circa quanto Beck, e in alcuni tratti gli somigliava in maniera stupefacente. Beck, però, era piú giovane e meno ro- busto, e quell'individuo aveva sul collo la cicatrice menzionata da Ottilie Meissonier. Il prigioniero aveva detto di chiamarsi William Thomas, ma l'ispettore, convinto di aver dinanzi John Smith, av- vertí Scotland Yard. Le cinque donne che avevano riconosciuto Beck furono messe a confronto con Thomas. Sbalordite, esse lo fissarono. Poi una di loro, che aveva asserito con piena sicurezza che il naso di Beck era tale e quale a quello del truffatore, esclamò: « E lui! » Le altre confermarono. Una dopo l'altra, tutte coloro che avevano testimoniato contro Beck, ammisero il loro errore, piene di vergogna. E quando il padrone di casa di John Smith riconobbe in William Thomas il proprio ex inquilino del 1877, I'accusato crollò e confessò tutto. Quando Beck era stato imprigionato al suo posto, egli s'era recato in America, da dove era tornato nel 1903. Quindi aveva ricominciato con le sue truffe, fino a quando era stato arrestato. Beck fu immediatamente graziato e ricevette un indennizzo di s.ooo sterline. Ma da tutto il Paese si levarono proteste contro Scotland Yard, contro il pubblico ministero Avory e il giudice Fulton. Ne seguirono importanti riforme, e tra queste l'istituzione di una corte penale d'appello. Ma, soprattutto, il caso Beck scosse la già vacillante fiducia nei vecchi metodi d'identificazione. NEL 1905 un brutale, duplice omicidio, provò finalmente il valore della dattiloscopia. Un certo Farrow, un vecchio e mite bottegaio del tetro quartiere londinese di Deptford, era stato massacrato in- iieme con la moglie. La gente del quartiere indicava come probabili assassini due giovani teppisti, i fratelli Stratton, ma quando si trattò di riconoscerli, i testimoni oculari non concordarono. La polizia aveva scoperto l'impronta abbastanza netta di un pollice sulla cas- setta del denaro di Farrow, impronta che corrispondeva esattamente 198 SELEZIONE DEL LIBRO a quella del maggiore dei due Stratton, Alfred, e questa era l'unica prova concreta che si fosse riusciti a trovare. Richard Muir, incaricato dell'accusa, sapeva che tutto sarebbe dipeso da quell'impronta. Convocò in aula, come teste, I'ispettore Collins, il quale esibí gli ingrandimenti fotografici dell'impronta del pollice di Alfred e di quella ritrovata sulla cassetta del denaro. Gli esperti della difesa ribatterono che vi erano "discrepanze" fra le due impronte, e Collins dimost- ò, prendendo varie volte di seguito le impronte dei pollici dei giurati, che le "discrepanze" erano dovute semplicemente alla diversa pressione esercitata dal pollice sulla spe- ciale carta inchiostrata. Ogni giurato ebbe modo di convincersi con i propri occhi che il disegno dell'impronta restava inalterato. La giuria, dopo due sole ore di camera di consiglio, emise un ver- detto di colpevolezza. Il sistema di Henry era ormai avviato a otte- nere un pieno riconoscimento giuridico, non solo nell'Impero Bri- tannico, ma anche in tutta Europa. VII E UN DURO COLPO, per un inventore, vedere la propria crea- zione sostituita da una nuova scoperta; ma se Alphonse Bertillon avesse avuto un carattere diverso, forse sarebbe riuscito a rassegnarsi all'inevitabile. Come creatore del primo laboratorio mon- diale di criminologia, egli si era già assicurato un posto nella storia. Ma, col suo carattere, Bertillon non poteva venire a patti con ciò che considerava un torto personale. Egli combatté la dattiloscopia con cieco fanatismo. Sosteneva che "delle minuscole macchie sui polpastrelli" erano basi poco attendibili per un serio sistema di identificazione. Ma poiché non poteva non ammettere che le impronte digitali rinvenute sulla scena di un delitto avessero importanza, Bertillon aveva cominciato, in segreto, sin dal 1894, a includere qualche im- pronta nel suo schedario di misurazioni, sotto la voce "segni par- ticolari". Fu quasi un'atroce beffa del destino che proprio Bertillon dovesse essere il primo, sul continente europeo, a risolvere un caso di omicidio servendosi délle impronte digitali. La mattina del 17 ottobre l902, su richiesta di un giudice istrut- tore, Bertillon si recò al numero 157 di Rue du Faubourg Saint-Ho- noré per le rilevazioni fotografiche della scena di un crimine. Nello LA SCIENZA CON~RO IL DELI'r~O 199 studio di un medico dentista era stato trovato il cadavere del dome- stico, Joseph Reibel. I cassetti di una scrivania e una bacheca di vetro erano stati scassinati, ma la polizia sospettava che si trattasse di una rapina simulata per mascherare altri moventi. Nel corso delle rilevazioni fotografiche dello studio dentistico, Ber- tillon trovò una lastra di vetro su cui spiccavano alcune impronte digitali oleose. Portò la lastra nel suo laboratorio, non perché pen- sasse di servirsi delle impronte per identificare il colpevole, ma solo perché voleva riuscire a fotografarle. Alla fine, le riprese contro uno sfondo scuro, alla luce di una potente lampada ad arco, e scoprí che, in quel modo, ogni singola cresta papillare risultava ben di- stinta. Allora, fu tentato di cercare tra le impronte del suo archivio, anche se le probabilità di successo erano molto limitate. Dato che le schede erano ordinate secondo i dati di misurazione antropo- metrica e non c'era la possibilità di appurare su quali schede egli avesse riportato anche le impronte digitali, Bertillon e i suoi aiutanti furono costretti a esaminarne migliaia. Ma non si scoraggiarono, e infine accadde ciò che sembrava del tutto improbabile. Le impronte furono trovate. L'assassino fu identificato: era un giovane ex car- cerato di nome Henry Léon Scheffer. Poco tempo dopo, Scheffer si costituí e rese ampia confessione del suo crimine. Sebbene nel suo rapporto Bertillon mostrasse di non capire ap- pieno il significato della dattiloscopia, sorse la leggenda che lo sco- pritore del sistema fosse lui. I caricaturisti lo raffiguravano munito di una lente di ingrandimento, all'avida ricerca di impronte. La cosa gli dava piuttosto fastidio. Per quanto lo riguardava, il caso Scheffer era semplicemente un episodio anomalo, dal quale si rifiutava di trarre conclusioni. Nemmeno il famoso, sfortunato episodio che accadde nel 1911 gli fece cambiare parere. Il 22 agosto rgl 1, i Francesi appresero una notizia che, per molti, assunse l'aspetto di una tragedia nazionale: la Gioconda, il famosis- simo capolavoro di Leonardo da Vinci, era sparita dal museo del Louvre. A Parigi, fino a quel giorno, dire: "Sarebbe come voler rubare la Cioconda" per definire una cosa impossibile a realizzarsi, era ormai frase fatta. Invece, la Gioconda era stata rubata e la su- scettibilità nazionale, già sovreccitata in quel periodo precedente la prima guerra mondiale, trasformò il fatto in un vero e proprio scan- dalo politico. Si giunse persino a dire che il ladro era stato istigato dall'imperatore Guglielmo II, il quale voleva, in quel modo, col- pire l'orgoglio dei Francesi. I giornali tedeschi ribatterono subito, LA SCIENZA CON~RO IL DELI r7-0 dichiarando che si trattava in- vece di una manovra ideata dal governo francese per suscitare sentimenti antitedeschi. La polizia francese fu posta in stato d'allarme. Tutte le frontiere ~~ furono sorvegliate. Lépine, Ber- tillon e altri importanti perso- naggi accorsero sulla scena del furto. La cornice del dipinto ` - ` era stata abbandonata su una scala usata soltanto dal persona- le del Museo. Ma il dipinto, eseguito su una tavoletta di le- gno, non poteva essere arrotola- to come una tela. Come aveva fatto il ladro a portarlo fuori passando davanti ai custodi ? Centinaia di persone sospette furono interrogate. Si controlla- rono tutti i manicomi c'era sempre qualche folle che farneticava di aver avuto una relazione amorosa con la Gioconda - e persino alcuni artisti, tra cui il giova- ne Picasso, furono sospettati del furto. Improwisamente, fu dato il melodrammatico annuncio che Ber- tillon aveva scoperto una traccia: delle impronte digitali sul vetro del dipinto. Bertillon aveva effettivamente trovato un'impronta di- gitale, ma le impronte da lui raccolte non erano mai state catalogate razionalmente e avevano raggiunto un numero cosí elevato, che non si riuscí a trovare quella corrispondente. Il caso della Gioconda ri- mase insoluto, mentre l'indignazione pubblica non accennava a di- mmmre. Ventotto mesi dopo, un antiquario fiorentino ricevette una lettera firmata "Leonardo", in cui gli si proponeva di acquistare la Gio- conda. "Leonardo" portò il dipinto a Firenze e fu arrestato. Il suo vero nome era Vincenzo Perrugia. Egli dichiarò che la Gioconda apparteneva all'Italia da dove Napoleone l'aveva "rubata". Perrugia aveva lavorato saltuariamente come imbianchino al Louvre e il 21 agosto era entrato nel Museo, con il pretesto di salutare un amico che ancora vi lavorava. Naturalmente, i custodi lo avevano riconosCiUtO. Il ladro aveva atteso di rimanere solo nel Salon Carré, poi aveva staccato il quadro dalla parete, aveva sfilato dalla cornice l'inestimabile tavoletta di legno e se l'era infilata sotto il camiciotto da imbianchino. Cosí era passato davanti ai custodi e aveva poi nascosto il dipinto sotto il suo letto. E lí il dipinto era rimasto per due anni. Il mancato arresto del Perrugia per il furto della Gioconda fu un duro colpo per la Sureté, dato che l'uomo era già stato arrestato diverse volte per piccoli furti e le sue impronte digitali erano sche- date come "segni particolari" negli archivi di Bertillon. Con un sistema di catalogazione piú razionale, il caso della Gioconda avrebbe potuto essere risolto in poche ore. Il prefetto Lépine pensò all'even- tualità di ordinare un'inchiesta approfondita, ma, saputo che Ber- tillon era gravemente malato, decise di soprassedere. Oltre ai suoi vecchi disturbi allo stomaco e alle emicranie, ora Bertillon soffriva anche di anemia perniciosa. Però, a dispetto della costante stanchezza e della vista debole, continuava a trascinarsi sino all'ufficio, mentre ai suoi presentimenti di morte si aggiungeva il geloso timore che anche l'antropometria sarebbe morta con lui. Poi, nell'autunno del 1913, si presentò nel suo ufficio un visitatore che fece traboccare la coppa della sua amarezza. "Juan Vucetich, La Plata": cosí era scritto sul biglietto da visita. Vucetich! L'ar- gentino che, per primo, aveva sabotato il bertillonage! Il suo nemico giurato, venuto lí a godere delle sue disgrazie! Bertillon aprí la porta con mano tremante di rabbia e di debo- lezza. A Vucetich che, ignaro, si awicinava con la mano cordial- mente tesa, Bertillon lanciò un'occhiata carica di gelido odio. « Signore, lei ha cercato di nuocermi molto, moltissimo! » pro- ruppe, e gli sbatté la porta in faccia. Vucetich voleva soltanto rendere omaggio al grande pioniere della criminologia. Rimase turbato per l'affronto, forse ancor piú di quanto non richiedesse la situazione. In quell'epoca, Vucetich aveva molto di che essere soddisfatto: stava compiendo un viaggio attorno al mondo per effettuare un'indagine sui centri dattiloscopici, e dappertutto era stato coperto di decorazioni. Per di più, sembrava che in Argentina il suo sogno di registrare completamente la popo- lazione fosse sul punto di diventare realtà. Ma l'amarezza di Ber- tillon sarebbe forse stata minore, se egli avesse potuto sapere che Vucetich avrebbe patito una delusione grande quanto la sua. Tornato in Argentina nel 1915, Vucetich cominciò a lavorare 202 SELEZIONE DEL LIBRO alla registrazione totale della popolazione, iniziando da Buenos Aires, dove il progetto era stato approvato con una legge provvi- soria. Era tanto occupato in quello che considerava il coronamento di tutte le sue fatiche, che non prestò il minimo ascolto alle proteste contro il suo lavoro, le stesse che, da allora in poi, si sono sempre levate ogni volta che sono state avanzate proposte simili: « citta- dini di Buenos Aires, permetterete che vi siano prese le impronte digitali come si fa con i delinquenti? » E, quando il governo argen- tino decise di abbandonare il progetto e proibí a Vucetich di con- tinuare nel suo lavoro, mancò poco che la scossa uccidesse il pove- retto. Ridotto in miseria, malato di tubercolosi, prese a scrivere una "Storia dei metodi di identiJ~cazione", ma, in un momento di sconforto distrusse il manoscritto. Nel 1925, sempre sperando invano di otte- nere giustizia, Vucetich morí di cancro allo stomaco. Bertillon non seppe mai nulla di tutto questo. Quando Vucetich gli aveva fatto visita, nel rgl3, egli stava awiandosi lentamente verso la fine. Ma, sino all'ultimo, non volle piegarsi. Vent'anni prima, il governo francese gli aveva conferito il nastrino rosso di ca- valiere della Legion d'Onore, ma Bertillon non aveva ancora rice- vuto l'onorificenza piú alta: la rosetta di cavaliere ufficiale. Consi- derate le sue condizioni, il Ministro degli Interni decise di conferir- gliela, ma a una condizione: che ammettesse di aver commesso un grave errore nel 1894, nel famoso caso Dreyfus. Trascinato dalle passioni del tempo e forse dalla sua stessa vanità Bertillon era comparso davanti alla corte marziale che giudicava ii capitano Alfred Dreyfus in qualità di perito calligrafo, sebbene non avesse la minima esperienza in materia. Il suo parere, grossolana- mente errato, aveva contribuito alla ingiusta condanna di Dreyfus come spia dei tedeschi. Dreyfus era stato mandato all'Isola del Dia- volo, ma, nel l906, era stato riconosciuto innocente e pienamente riabilitato. Bertillon, però, si era rifiutato di ammettere il suo errore, e continuò a rifiutarsi di riconoscerlo anche sul letto di morte. « No, no » gridava, il viso sconvolto dalla collera. Il 13 febbraio 19l4 egli morí, e con lui scomparve anche il bertillonage. Qualche settimana dopo, nel corso di una conferenza internazionale di polizia fu racco- mandata la dattiloscopia come metodo di identificazione comune per tutte le polizie d'Europa. L'Europa, però, aveva perso la sua preminenza in questo campo. La nuova roccaforte della criminologia era oltre l'Atlantico, nella città di New York. VIII NEL 1887, George W. Walling, ex capo della polizia di New York, scriveva: "Conosco bene l'enorme potere della conni- venza tra politica e polizia. Ho sempre tentato di resistervi, ma il risultato è stato catastrofico per me. La città di New York è, in pra- tica, controllata da circa ventimila funzionari, che, per la maggior parte, vengono scelti e controllati dai peggiori elementi della co- munità". Le parole di Walling valevano anche per le altre città di quel gi- gantesco e turbolento Paese. Il principio della "libertà individuale" aveva finito col favorire il banditismo politico, economico e crimi- nale; e non esisteva un apparato centrale di polizia che fosse in grado di combatterli. Ogni città, ogni contea, ogni stato, proteggeva gelo- samente i propri interessi, e c'era una completa mancanza di colla- borazione tra le varie polizie, cosí che ai criminali bastava varcare una linea di confine per sfuggire all'arresto. Ciò spiega perché l'agen- zia investigativa privata di Allan Pinkerton, fondata nel l850, ac- quistasse cosí grande importanza. Il nome Pinkerton divenne cosí famoso, che molti, in Europa, erano convinti che la polizia crimi- nale americana si chiamasse cosí. Pinkerton, figlio di un poliziotto di Glasgow che si era stabilito nel Middle West, divenne investigatore per puro caso: catturando fortuitamente una banda di truffatori attivamente ricercata. Da un giorno all'altro acquistò fama di investigatore. Cogliendo la palla al balzo, si stabilí a Chicago, dove fondò la famosa agenzia, il cui sim- bolo era un occhio ben aperto sopra il motto: "JVoi non dormiamo mai". Pinkerton e i suoi uomini erano dawero sempre all'erta. Incorrut- tibili e tenaci, essi inseguivano i criminali con ogni mezzo, a cavallo se occorreva, e persino sopra i tetti dei treni in corsa. Investigando su di una banda di falsari, il loro "occhio aperto" scoprí una con- giura contro Abramo Lincoln. Pinkerton organizzò anche una rete spionistica per gli Stati dell'Unione durante la Guerra di Seces- sione. Ma questi erano solo episodi. Il vero campo d'azione di Pin- kerton era la lotta contro la delinquenza. Per decenni, dopo la Guerra di Secessione, il West fu veramente "selvaggio". E gli uomini di Pinkerton, nella tradizione del "selvaggio West", erano esperti nel maneggiare pistole a sei colpi; ma erano 2c4 SELEZIONE DEL LIBRO anche acuti osservatori e maestri di psicologia. La loro ingegnosità nei travestimenti li metteva in grado di penetrare addirittura nei covi delle bande criminali. Non si servirono mai di informatori ap- partenenti alla malavita. Quando cominciarono a lavorare anche nelle città dell'Est, crearono il primo archivio criminale d'America con una sezione dedicata ai ladri di gioielli e ai ricettatori. Quando Allan Pinkerton morí, nel 1884, la solidità della sua organizzazione spiccava nel caos della polizia americana. Qualunque cosa si possa dire a proposito del ruolo che l'agenzia di Pinkerton ebbe piú tardi durante i disordini sindacali, nessuno ha mai messo in dubbio il va- lore del suo contributo alla lotta contro la criminalità. Ma l'agenzia Pinkerton rimaneva pur sempre un'organizzazione privata, dedita piú alla caccia dei singoli criminali, che non al mi- glioramento delle tecniche criminologiche. Il progresso, in questo campo, sarebbe venuto grazie alle polizle ufficiali responsabili del vasto e pesante lavoro di guerra al crimine. Nel 1896, circa centocinquanta diverse polizie e carceri degli Stati Uniti cercavano di applicare il bertillonage. Ma, naturalmente, erano sorte le solite difficoltà: le misurazioni, prese senza la ferrea disci- plina di Bertillon, erano troppo spesso imprecise. Inoltre, nei grandi penitenziari, come Sing Sing o Leavenworth, la registrazione era spesso affidata, per far economia, agli stessi carcerati, i quali coglie- vano al volo ogni occasione per registrare misure false. Poi, a Leavenworth, accadde un fatto strano. Nella primavera del l903, il direttore del carcere ricevette da un amico inglese una copia del libro di Henry sulla dattiloscopia e l'attrezzatura per il rileva- mento delle impronte digitali. Il direttore fece qualche esperimento ma non ne rimase particolarmente colpito. Qualche mese piú tardi un nuovo prigioniero negro di nome Will West, fu portato al reparto antropometrico per essere fotografato e misurato. A un tratto, il secondino che cercava tra le schede il posto giusto per inserire quella di West, gridò trasalendo: « Ehi! Numero 3426, come mai ti fai misurare di nuovo? Tu sei il numero 2626 e sei qui da otto mesi ». Will West insistette nel dichiarare che entrava in carcere per la prima volta in vita sua, ma il secondino gli agitò sotto il naso la scheda numero 3426 e quella numero 2626: « Will West e William West! » esclamò. « Guarda le fotografie! Sei proprio tu, e le misu- razioni sono praticamente identiche. Chi stai cercando di menare per il naso? Vuoi forse schivare il lavoro? » Il negro fissava attonito le due fotografie, mentre il secondino, im- precando, mandava a chiedere notizie al responsabile dei carce- rati addetti ai lavori. La risposta che ricevette lo lasciò di stucco: William West, numero 2626, in quello stesso momento era al proprio posto nell'officina del carcere. Il direttore, subito informato della cosa, convocò entrambi i West nel proprio ufficio. I due uomini erano identici come due gocce d'acqua. Le loro misure, controllate una seconda volta, erano pressocché identiche. « Questa è la fine del bertillonage ! » esclamò il direttore, e rilevò immediatamente le impronte di- gitali dei due prigionieri. Le dif- ferenze erano indiscutibili. La storia dei due West iden- tici circolò fra i capi delle po- lizie americane. Ma, come in altri Paesi, anche negli Stati Uniti ci volle un caso sensazio- nale perché la dattiloscopia fosse definitivamente adottata. Ciò accadde tre anni piú tardi, grazie a un oscuro investigatore, il sergente Joseph A. Faurot, che lavorava, senza notevole successo, in un piccolo reparto antropometrico della sede centrale di polizia a New York, dove la maggior parte dei poliziotti continuava a preferire i metodi del leggendario ispettore Thomas Byrnes. Byrnes, un gigantesco irlandese, era partito dal grado di agente di pattuglia ed era arrivato a quello di capo della sezione investiga- tiva. Conosceva ogni buco dei quartieri piú malfamati di New York, sapeva tutto circa la regina dei ricettatori, Ma Mandelbaum, e della sua scuola per borsaiuoli, e sapeva chi era il boss di ogni di- stretto elettorale. Quando abbandonò la divisa di poliziotto per la L'ispettore inDeStigativo 'Ihomas Byrnes divenne una hgura Icggendaria, a JVew rork, nell'ultimo ventennio del secolo scorso. 206 SELEZIONE L7EL LIBRO marsina e il cilindro, egli si ripromise di rendere il suo reparto altret- tanto famoso quanto Scotland Yard. Creò un'efficiente squadra di quaranta investigatori, che venivano classificati in base al numero di arresti effettuati e di criminali identificati. Istituí la "sfilata mat- tutina" dei malviventi appena arrestati, e la pratica di fotografare ogni delinquente; e quelli che opponevano resistema, venivano "per- suasi" dai suoi muscolosi agenti. Byrnes divenne ricco, il suo reparto funzionava egregiamente e tutto sarebbe andato per il meglio se un pastore presbiteriano, Charles Parkhurst, non avesse denunciato, nel 1892, i sistemi della polizia newyorkese, accusandola di partecipare ai guadagni delle case chiuse e delle bische. Byrnes parò il colpo, facendo osservare ch'egli aveva al proprio attivo condanne per un totale di diecimila anni di car- cere, cioè piú della Sureté e Scotland Yard messi assieme. Ma, alla fine, fu costretto ad ammettere la generale corruzione della polizia e, nel 1 896, sebbene fosse un investigatore di prim'ordine, fu costretto a dare le dimissioni. I suoi metodi, comunque, gli sopravvissero nel reparto ancora per parecchio tempo. La resistenza ai sistemi scien- tifici era fortissima, anche a New York. Ma c'era un mutamento in vista. Nel l904, dopo l'incidente acca- duto a Leavenworth, il sergente Faurot fu mandato a Scotland Yard per apprendere la tecnica della dattiloscopia. Tornò pieno di entu- siasmo, ma solo per scoprire che un nuovo presidente dell'ufficio di polizia gli consigliava di togliersi dalla testa tutte quelle frottole. Tuttavia, Faurot continuò a fare esperimenti per conto proprio, anche quando fu trasferito nuovamente al lavoro di pattugliamento stradale. E, finalmente, giunse anche il suo momento. Era circa la mezzanotte del 16 aprile del l906 quando Faurot si imbatté, in un corridoio dell'albergo Waldorf Astoria, in un uomo in abito da sera, ma senza scarpe, che stava sgattaiolando fuori di un appartamento al secondo piano. Faurot, incurante delle furibonde proteste dell'individuo, lo condusse alla Centrale di Polizia. Qui l'uomo insistette nel dichiararsi un rispettabile cittadino britannico, di nome James Jones, impegnato in una vicenda sentimentale che non riguardava affatto la polizia. I suoi modi erano cosí sicuri, che i colleghi consigliarono Faurot di lasciarlo andare e di rispar.rniarsi inutili seccature. Ma l'istinto spinse Faurot ad agire diversamente. Prese le impronte digitali di Jones e ne inviò una copia a Scotland Yard. Seguirono due settimane piene di dubbi. Poi, giunse una scheda con le impronte e le fotografie. "James Jones" era in realtà Henrv Johnson, la cui fedina penale registrava ben do- dici condanne per furti in alberghi. Scotland Yard lo ricercava per furto con scasso. Messo davanti al rapporto. Jones confessò di aver piú volte commesso furti al Waldorf Astoria. Faurot attinse rinnovato coraggio da questo succes- so e ormai i giornalisti di cronaca nera si rivolgeva- no abitualmente a lui per avere notizie circa qualche nuovo caso. E spesso Fau- rot aveva queste notizie. Ma solo nel 1 9 l l gli ca- pitò per le mani il Caso con la C maiuscola, quello che confermò definitiva- mente la validità della dattiloscopia, per lo meno a N eYork. Nel maggio di quello stes- so anno, un noto scassinato- re, Caesar Cella, comparve in tribunale sotto l'accusa di aver commes- so un furto in un negozio di modisteria. Non meno di cinque testimoni gli fornirono un alibi apparentemente a prova di bomba, per ogni minuto della notte in cui era avvenuto il furto. Ma Faurot aveva trovato alcune impronte di dita sporche, rimaste sul vetro della finestra attraverso la quale il ladro si era introdotto nel negozio. Dallo schedario risultò che le impronte appartenevano a Cella; erano l'unica testimonianza a suo carico. Al processo, l'avvocato della difesa, traboccante di sdegno, si a~- prestava a coprire di ridicolo Faurot e la sua "testimonianza" c~i nuovo conio. Ma Faurot era preparato, come lo era stato, nel l90~, a Londra, l'ispettore Collins nel caso Stratton: aveva portato in aula gli ingrandimenti fotografici delle impronte. Né giudici né giurati avevallo mai sentito parlare della dattiloscopia e, quando lasciò il 3 208 SELEZIONE DEL LIBRO banco dei testimoni, Faurot non era sicuro dell'impressione suscitata dai suoi "argomenti". Con suo grande stupore, il giudice gli ingiunse di lasciare l'aula sotto scorta. Non appena la porta si fU chiusa alle spalle del poliziotto, il giudice chiese a quindici persone del pubblico di farsi avanti, di premere l'indice destro contro il vetro di una finestra e di tener bene a mente il punto in cui ciascuno aveva pre- muto. Poi, invitò uno del gruppo a premere l'indice destro sul ri- piano di vetro di uno scrittoio. A questo punto, Faurot fU fatto rien- trare in aula. « E adesso » gli disse il giudice in tono minaccioso, « quale delle impronte che sono su quella finestra corrisponde al- l'impronta sullo scrittoio? » Dopo quattro minuti, Faurot aveva la risposta. La giuria rimase a bocca aperta, e qualcuno del pubblico si mise addirittura ad applau- dire. Qualche minuto dopo, l'avvocato di Cella chiese di poter cambiare la linea della difesa: Cella si dichiarava colpevole: era sgattaiolato fuori di casa mentre la moglie dormiva, aveva com- messo il furto ed era rientrato senza neppure svegliarla. Fu un momento di importanza storica, che fece sensazione. Per la prima volta, un giudice americano aveva accettato delle impronte digitali come prove, e la notizia si diffuse in tutto il Paese. Ma presto vi furono giudici che presero a dar ragione ai criminali, i quali affer- mavano che il rilevamento delle impronte digitali effettuato contro la loro volontà costituiva una violazione della loro libertà personale. (Si dovette attendere il l928 perché lo Stato di Nevv York ricono- scesse come giuridicamente legittimo il rilevamento delle impronte di tutte le persone arrestate.) E cosí, per oltre un decennio, innu- merevoli crimini rimasero impuniti perché i funziorlari di polizia non erano in grado di applicare la dattiloscopia, Oppure ne ridevano. E inoltre, anche le migliori collezioni di impronte digitali erano vir- tualmente prive di valore, dato che non esisteva una collaborazione fra tutti gli Stati della Nazione nel campo del settore dell'identifica- zione. Fu il presidente Theodore Roosevelt, ex presidente dell'ufficio di polizia di New York, a fare il primo passo verso la creazione di un corpo di polizia centrale, creando una squadra investigativa alla dirette dipendenze del Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, che piú tardi avrebbe assunto il nome di Federal Bureau of Investigation, cioè l'FBI. Per quasi un ventennio, quest'ufficio investigativo minacciò di naufragare in un pantano di corruzione, incompetenza e nepotismo. Poi, nel l924, il Ministro della Giustizia Harlan F. Stone, pose alla testa dello FBI un avvocato di ventinove anni, J. Edgar Hoover, che ebbe la fermezza e la pazienza di troncare i legami con gli uomini politici, di arro- lare soltanto awocati e ammini- stratori la cui onestà ed efficien- za fossero incontestabili. Per quanto osteggiato e attaccato di continuo, Hoover riuscí len- tamente a operare il miracolo: creò dal caos una centrale or- ganizzata e preparata a svolgere un impeccabile lavorocriminolo- gico. Non invase il campo delle singole istituzioni di polizia loca- li, le cui competenze venivano ge- losamente difese. Lavorava len- tamente, lasciando che per lui parlacc~r( i ri~1llt~ti otten-lti. Il giovane. Edgar Hooveripuli I'FBI da ogni corruzione. Nei primi tempi, in- fatti, questa organizzazione era completa- mente asservita agli interessi dei politicanti. E cosí fu, infatti. Negli Stati Uniti, tra il l924 e il 1936, si registrò un'ondata di criminalità organizzata senza precedenti: mai come in quel momento si era awertita la necessità di un corpo di polizia centralizzato e incorruttibile. L'intiera struttura sociale sembrava minacciata. Con il sostegno dell'opinione pubblica, Hoover e il suo Bureau si impegnarono in una efficace lotta contro la malavita. Uno dei loro compiti piú impegnativi era quello di seguire le tracce dei criminali in un Paese vasto come gli Stati Uniti, in cui era possibile godere di un'enorme libertà di movimento; e la loro arma piú efficace era la dattiloscopia. Hoover, però, dovette prima supe- rare una grossa difficoltà: il fatto, cioè, che le collezioni di impronte digitali fossero sparse in tutto il Paese. Gli archivi dei penitenziari federali furono trasportati a Washington ma, per molto tempo, l'osti- lità delle polizie delle varie città e Stati costituí un ostacolo insor- montabile. Finalmente, nel l930, il Congresso autorizzò Hoover ad allestire un ufficio di identificazione che coprisse l'intiera Nazione. I pionieri della dattiloscopia non avrebbero mai osato immaginare, neppure nei momenti di maggior ottimismo, un simile coronamento dei loro sforzi. Un numero sempre maggiore di casi era risolto grazie alle impronte digitali e i criminali che venivano smascherati erano sempre piú numerosi. Poi, nel 1934, si verificò un fatto allarmante. La polizia di Chicago aveva saputo dove si nascondeva un noto capobanda, "Handsome Jack" ("Jack il Bello") Klutas, un ex studente dell'università del- l'Illinois, che si era specializzato nel rapimento e nel ricatto di im- portanti personaggi della malavita. Un giorno di gennaio, quattro poliziotti si appostarono nella vil- letta che serviva da nascondiglio al criminale. Verso sera, "Handsome Jack" arrivò a bordo di un'automobile, scese e si diresse verso la porta. Fu abbattuto da alcune ramche di mitragliatrice mentre stava estraendo di tasca la pistola. Rilevare le impronte digitali persino ai banditi morti faceva ormai parte della prassi normale, ma quando l'addetto esaminò i polpa- strelli di "Handsome Jack" rimase sconcertato: Klutas non aveva impronte! Ciò significava forse che le creste papillari potevano es- sere cancellate? Oppure esistevano persone che ne erano prive? Fu subito inviato un rapporto a J. Edgar Hoover, che chiese ai derma- tologi della North Western University di esaminare le dita del morto. I risultati portarono però un sollievo generale: "Handsome Jack", per sfuggire all'identificazione, si era fatto asportare la pelle dei polpastrelli da un chirurgo. Ma la pelle nuova che ricresceva sopra le ferite mostrava già delle creste papillari ancora poco rile- vate, ma chiare. Qualche settimana piú tardi, anche i componenti della banda Parker-Karpis, braccati dall'FBI, si sottoposero alla dolorosa aspor- tazione della pelle dei polpastrelli e, poco tempo dopo, il famoso John Dillinger si fece bruciare i polpastrelli con acidi corrosivi. In tutti questi casi, le creste papillari si riformarono: il "marchio inde- lebile" si era dimostrato veramente tale. Tuttavia, per eliminare ogni dubbio, alcuni rappresentanti dell'FBI si riunirono segreta- mente in California con altri funzionari di polizia e con eminenti chirurghi e dermatologi, per stabilire se fosse possibile modificare le creste papillari. Il dottor Howard L. Updegraff, dell'ospedale Cedri del Libano di Hollywood, intraprese una serie di esperimenti i quali dimostrarono che l'unico mezzo per modificare permanente- mente le impronte digitali era un trapianto di pelle prelevata da altre parti del corpo. Fortunatamente, però, i trapianti producevano evidenti interruzioni delle creste papillari sui lati delle dita. Un solo criminale, anni dopo, tentò l'esperimento, ma senza successo. Egli fu l'ultimo a tentare di dar scacco alla dattiloscopia. Il servizio di identificazione dell'FBI divenne il piú grande e effi- ciente del mondo. Nel 1956, i suoi schedari contenevano oltre 141 milioni di schede, ma, per mezzo di apposite macchine, qualsiasi scheda poteva essere reperita in pochi minuti. Inoltre, Hoover, con estrema pazienza e dopo numerosi appelli alla ragione, riuscí a reahzzare, almeno in parte, il sogno di Vucetich: la registrazione delle impronte digitali di tutta la popolazione. I quattro quinti delle schede archiviate fino al 1956 appartenevano a onesti e incensurati cittadini americani. Pur essendo lontano dall'essere completo, questo schedario si è dimostrato di incalcolabile valore per l'identificazione delle vittime di incidenti, di calamità naturali e di guerre. I morti svelano i loro segreti: la medicina legale E « Lul! » si leggeva a caratteri cubitali sul quotidiano parigino L'Intransigeant del 22 novembre 1889. Il giornale riportava due fotografie raffiguranti l'una il viso di un morto, l'altra quello di un uomo ancora vivo: si trattava di un ufficiale giudiziario di nome Gouffé, misteriosamente scomparso nel luglio di quell'anno. Gouffé, da vivo, era stato considerato un individuo assolutamente comune: tipico rappresentante della media borghesia, aveva una florida attività commerciale. Dopo la sua scomparsa, però, si era scoperto che aveva sempre alternato al lavoro una vita galante prodigiosamente in- tensa, e ciò lo aveva subito fatto diventare un eroe popolare. La sua scomparsa era divenuta, a Parigi, il fatto del giorno, e il capo della Sureté, il grande Goron in persona, aveva tentato invano di rintracciarlo. Quando un cadavere irriconoscibile era stato rinvenuto a La Tour de Millery, nei pressi di Lione, s'era pensato che potesse trat- tarsi di quello dello scomparso Gouffé; ma come identificare quei miseri resti ? Vi riuscí il professor Lacassagne, dell'Università di Lione, il cui lavoro nel campo della patologia e della medicina le- gale non aveva, fino a quel momento, attirato alcuna attenzione. I risultati che Lacassagne conseguí nel caso Gouffé costituirono una pietra miliare nella storia della criminologia. Il cognato di (~ouffé, un certo signor Landry, aveva denunciato la scomparsa dell'ufficiale giudiziario il 27 luglio, aggiu-ngendo, però, che il vedovo quarantanovenne aveva avuto avventure galanti con almeno una ventina di donne e che poteva darsi fosse partito per "un viaggetto con una bella ragazza". Ma poiché, dopo tre giorni, Gouffé era ancora irreperibile, il caso passò nelle mani della Sureté. Goron si recò subito a visitare l'ufficio di Gouffé. Sul pavimento, davanti alla cassaforte, trovò diciotto fiammiferi bruciati. Interrogò la portinaia, la quale gli riferí che, la sera della sparizione di Gouffé, un uomo aveva aperto con la chiave la porta dell'ufficio e si era trattenuto nei locali per un po'. Dapprima, la donna aveva creduto che si trattasse di Gouffé, ma, quando l'individuo era uscito, aveva visto che si trattava di uno sconosciuto. Goron dedusse che l'uomo doveva essersi impadronito delle chiavi di Gouffé e aveva tentato di aprire la cassaforte. La descrizione di Gouffé - alto un metro e settantacinque, magro, vestito con eleganza ricercata, dai capelli color castano e la barba ben curata - fu diramata a tutti i posti di polizia francesi. Goron, inoltre, incaricò diversi impiegati di passare in rassegna tutti i gior- nali, alla ricerca di notizie riguardanti qualsiasi rinvenimento di ca- davere in Francia. La mattina del 17 agosto trovò sulla sua scrivania le copie di due giornali di provincia, che riportavano la notizia del rinvenimento di un cadavere a La Tour de Millery. Il morto, non identificato, era stato trasportato all'obitorio di Lione. Immediata- mente, un telegramma partí alla volta di Lione, ma la risposta fu che non poteva trattarsi del cadavere di Gouffé, in quanto le carat- teristiche fisiche non corrispondevano. Allora, Goron telegrafò a uno dei giornali per chiedere una rela- zione particolareggiata. Gli fu risposto che uno stradino aveva tro- vato il cadavere, completamente nudo, in un sacco di tela nascosto dietro alcuni cespugli di more selvatiche sulla riva del Rodano. Il dottor Paul Bernard di Lione aveva effettuato l'autopsia e riferito che l'uomo aveva capelli neri, era alto un metro e settanta e doveva essere tra i trentacinque e i quarantacinque anni. A quanto pareva, lo sconosciuto era morto per strangolamento. Nel frattempo, un contadino in cerca di lumache lungo la riva del fiume, aveva tro- vato alcuni strani pezzi di legno. La gendarmeria locale accertò che si trattava dei pezzi di un baule, la scoperta fu ricollegata al rinvenimento del cadavere e tutto il materiale fu inviato a Lione. Qui, sul coperchio del baule, furono individuate due etichette delle ferrovie francesi che recavano la scritta "Da Parigi 1231 - Parigi 27-7-188... Rapido n. 3. Destinazione: Lione- Perrache I." L'ultima cifra dell'anno era quasi indecifrabile, ma l'incaricato dell'indagine pensò che doveva trattarsi di un 8. Piú tardi, nel punto in cui era stato rinvenuto il cadavere, fu trovata anche la chiave del baule. Goron era convinto, pur senza fondati motivi, di essere sulle tracce di Gouffé. Senza tener conto del reperto del dottor Bernard, fece andare Landry a Lione insieme con un funzionario della Sureté, perché identificasse il cadavere. L'obitorio era situato in una vecchia chiatta all'ancora sul Rodano. Il custode, père Delaigue, un v ecchio sudicio che fumava la pipa e aveva barba e capelli lunghi quasi fino alla vita, guidò i due uomini lungo la passerella di legno, poi li con- dusse nella stiva, dove alcuni cadaveri erano distesi sull'impiantito. Quando père Delaigue fece cadere i raggi della sua lanterna sul ca- davere rinvenuto a Millery, Landry riuscí appena a dare una sola occhiata, e poi scappò via inorridito. Il funzionario della Sureté si trattenne quanto bastava per costatare che i capelli del morto erano neri, e non castani come quelli di Gouffé. Telegrafò a Goron per comunicargli che l'identità del cadavere non era stata stabilita e che si stava per provvedere alla sua sepoltura. Goron, ostinatamente, si rifiutò di arrendersi. Riprese a compiere le indagini a Parigi e, in settembre, venne a sapere da un informatore che, il 25 luglio, Gouffé era stato visto in un ristorante con un tipo sospetto, certo Michel Eyraud, sedicente commerciante, e con la giovane amica di que- st'ultimo, Gabrielle-Bompard. Il 27 luglio, il giorno stesso in cui era stata denunciata la scomparsa di Gouffé, anche Eyraud e Gabrielle erano spariti. Per tutto il mese d'ottobre, gli uomini di Goron cercarono inutil- mente la coppia. Le critiche della stampa si facevano sempre piú aspre e Goron, non essendovi abituato, era fuori di sé per la rabbia. In novembre, tornò a pensare a quella sua intuizione circa il cada- vere ritrovato a Millery. Scrisse di nuovo alla polizia di Lione, la quale rispose che il cadavere non era mai stato identificato. Si coglieva l'occasione, intanto, per chiedere se la Sureté era disposta a dare una mano nelle indagini per il baule e accludevano le etichette. Goron, ovviamente, non le aveva viste in precedenza, ma aveva talmente impressa nella mente la data del 27 luglio, giorno della scomparsa di Gouffé, che non appena diede un'occhiata alle etichette ebbe un soprassalto. Sicuro che la cifra mancante dovesse essere un g e non un 8, corse alla Gare de Lyon. Una ricerca nel bollettario 2I4 SELEZIOJVE DEL LIBRO dell'ufficio accettazione bagagli portò a rintracciare la registrazione: "27 luglio 1889, Rapido n. 3, ore 11.45 n. 1231. Destinazione Lione- Perrache. Un collo, peso kg 105." A Goron apparve chiaro che il baule aveva contenuto il cadavere di Gouffé. L'l I novembre, Goron si precipitò come una furia a Lione, chie- dendo l'esumazione del cadavere non identificato. Impiegò un'in- tiera giornata per riuscire nel suo intento ma, alla fine, gli venne rilasciata l'autorizzazione e l'autopsia fu affidata a Lacassagne. IN QUEL fatidiCO giOrnO del 12 nOVembre 1889, la mediCina fO- rense" o legale, era ancora ai suoi inizi. La sua fioritura era colle- gata allo straordinario sviluppo della scienza nel XIX secolo e al passaggio dalle teorie speculative alla sperimentazione concreta. si ampliò enormemente il campo d'impiego del microscopio, già in- ventato sin dal XVII secolo, e la patologia fece progressi giganteschi. Si ebbero, in rapida successione, la scoperta della cellula in quanto unità biologica di tutti gli esseri viventi, lo sviluppo dell'istologia microscopica e, infine, quello della patologia microscopica. Dopo aver trascorso lunghissime ore in luoghi come l'orrendo obitorio della ultracentenaria "Anatomia" di Berlino, e la pestilenziale stanzetta dell'ospedale della Charité, a Parigi, Johann Casper sviluppò e ap- profondí le precedenti scoperte di un francese, Alphonse Devergie e svelò il nuovo, macabro mondo della medicina legale. Una vaga aura di vergogna circondava chi operava in questo campo, poiché la maggior parte dei medici lo considerava una scienza di secon- d'ordine, che viveva all'ombra del crimine. Ma uomini come Casper e Devergie accettavano come base di giudizio una cosa sola: I'osser- vazione scientifica risultante dall'autopsia o dalla ricerca microsco- pica o chim;ica, e pubblicarono descrizioni particolareggiate di mi- gliaia di casl che essi stessi avevano esaminato. Alexandre Lacassagne era un medico di quarantasei anni, dotato di vitalità e di fascino, che nutriva una grande passione per la me- dicina legale: a lui si devono alcuni dei progressi piú importanti in questo campo. Sviluppò vari metodi per l'accertamento della morte poiché ricordava obitori dotati di campanelli che permettessero ai "morti" - che in realtà potevano semplicemente trovarsi in coma - di chiedere aiuto. Studiò le variazioni nella comparsa della rigidità cadaverica (rigor mortis), effettuò ricerche sul fenomeno delle macchie violacee che appaiono e scompaiono sui cadaveri, e sulle variazioni 216 SELEZIONE DEL LI~Rd di velocità nel raffreddamento del corpo, indicazioni, queste, che permettevano di stabilire l'ora del decesso. La scarsa fondatezza dei sistemi usati generalmente per determinare il momento della morte aveva indotto Lacassagne a coniare uno dei suoi numerosi aforismi: "Bisogna saper dubitare". Alle quattro del pomeriggio del 12 novembre 1882, il cadavere rinvenuto a Millery era steso su una lastra di ardesia nell'aula di Lacassagne, all'Università di Lione. Insieme con gli ispettori di po- lizia di Lione e di Parigi che lo attorniavano, c'erano anche due me- dici: uno era l'assistente di Lacassagne, l'altro, che riusciva a stento a celare il proprio nervosismo, il dottor Paul Bernard, l'uomo che per primo aveva effettuato l'autopsia sul cadavere. Lacassagne aggrottò le ciglia, preoccupato, mentre s'accingeva al lavoro, poiché un altro dei suoi aforismi affermava: "Non si può rimediare a una autopsia mal fatta". E Bernard, quell'autopsia~ l'aveva proprio fatta male! Quindi, in parte a causa di quegli ine- sperti interventi, in parte per la decomposizione avvenuta nei tre mesi durante i quali il cadavere era rimasto sepolto, c'era ben poco su cui basarsi per un lavoro di identificazione, all'infuori delle ossa e dei capelli. Lacassagne, tuttavia, si mise all'opera. Il dottor Bernard, misurando l'altezza del morto in un metro e settanta, si era attenuto a valutazioni piuttosto superficiali. Questa volta, l'assistente di La- cassagne misurò le ossa delle braccia e delle gambe con strumenti speciali, e l'altezza che ne risultò fu di un metro e settantatré. In base ai dati forniti dai familiari di Gouffé, si sapeva che questi era alto un metro e settanta. Ma Goron, caparbio come il solito, telefonò alle autorità militari di Parigi. Nei suoi documenti militari, Gouffé ri- sultava alto un metro e settantatré. Goron interpellò pure il sarto di Gouffé, e anche nel registro del sarto le misure del cliente erano identiche a quelle calcolate da Lacassagne. Nel frattempo, Lacassagne aveva fatto una scoperta interessante: le condizioni delle ossa della gamba destra indicavano che la mu- scolatura della stessa era stata piú debole di quella della gamba sinistra, specialmente sotto il ginocchio; lí, infatti, scoprí una de- formazione della rotula, del tipo provocato da un versamento in- fiammatorio. E ancora: una giuntura del piede destro mostrava alterazioni come quelle riscontrabili nelle infiammazioni tuberco- lari. Lacassagne riferí a Goron che, probabilmente, il morto aveva sofferto, in gioventú, di una malattia a carattere tubercolare alla caviglia destra, con conseguente indebolimento dei muscoli della LA SCIENZA CON-rRO IL DELIO 217 gamba. La sua andatura doveva quindi esser stata leggermente claudicante e, in seguito, doveva essersi sviluppato un versamento al ginocchio. Goron telefonò immediatamente alla figlia, al medico e al cal- zolaio di Gouffé, riuscendo a stabilire che quest'ultimo zoppicava leggermente. Infatti, da piccolo, in seguito a una caduta su un muc- chio di sassi, aveva sofferto di un'infiammazione all'articolazione del piede, disturbo che si era portato appresso per anni; e nel 1885 si era fatto curare per un versamento al ginocchio. Lacassagne passò poi a esaminare i denti. Le conoscenze circa lo sviluppo dei denti nelle persone giovani erano vaste a sufficienza per permettere una valutazione abbastanza attendibile dell'età in individui fino ai venticinque anni. Ma ricostruire l'età di persone piú anziane presentava difficoltà ben maggiori. Si può dunque con- siderare uno dei successi piú brillanti di Lacassagne l'aver dedotto che il morto doveva essere di età superiore a quella indicata da Bernard. Il deterioramento della dentina, l'assottigliamento delle ra- dici e la formazione di tartaro, tutto, insomma, indicava un'età che si aggirava sulla cinquantina. Gouffé aveva appunto quarantanove anni all'epoca della sua scomparsa. Poi venne un'ultima conferma. Il motivo principale per cui si era scartata la possibilità che il morto potesse essere Gouffé, era stato il colore nero dei capelli. Tuttavia, Lacassagne aveva scoperto che i capelli, dopo la morte, possono cambiar colore. E infatti, sottoposti a una serie di lavaggi, i capelli del cadavere divennero castani. Lacassagne, allora, li raffrontò al microscopio con alcuni capelli trovati su una spazzola di Gouffé, e trovò che corrispondevano per- fettamente. In tal modo, il 2I novembre poté fare il suo melodram- matico annuncio: « Signori, vi presento Monsieur Gouffé ». P~R LA PRIMA volta la medicina legale era balzata agli onori della cronaca. Forse, Goron rimase un po' male quando si rese conto che in quel momento la sua fama era eclissata da quella di Lacassagne. Ma, se cosí era, ciò serví solo a rafforzare la sua determinazione di trovare l'assassino di Gouffé. In tre giorni si fece fare una copia esatta del baule trovato a Millery e lo lasciò esposto al pubblico, nell'obitorio di Parigi. Venticinquemila persone sfilarono davanti al baule e, tre giorni dopo, un valigiaio venne a riferire che il baule doveva essere di fabbricazione inglese. Contemporaneamente, giunse una lettera da un francese chiamato Chévon, residente a Londra. La lettera diceva che, nel giugno, Chévon aveva avuto come in- quilini due francesi, un certo signor Michel con la figlia. I due avevano acquistato un grosso baule in Euston Road ed erano par- titi, portandoselo appresso, verso la metà di luglio. Goron mandò a Londra un agente, con la fotografia del baule. Una ditta con sede in Euston Road riconobbe il baule e dichiarò che era stato venduto l'II giugno a due clienti, i quali furono de- scritti con tale abbondanza di particolari, da indurre Goron a re- carsi immediatamente a Londra. Non gli ci volle molto tempo per appurare che i Michel erano in realtà Gabrielle Bompard e Michel Eyraud, i conoscenti di Gouffé resisi irreperibili proprio lo stesso giorno in cui questi era scomparso. Tornato a Parigi, cominciò a raccogliere informazioni sulla coppia. Eyraud era un avventuriero e un truffatore, che aveva fatto banca- rotta fraudolenta una volta ed era poi entrato a far parte di una se- conda ditta, a sua volta fallita. La sua amante, Gabrielle, era una prostituta. La ragazza, che veniva da una famiglia benestante, da cui era fuggita, aveva vent'anni, ed era graziosa, corrotta, bugiarda e senza scrupoli. Goron cominciò a ricostruire i fatti. Eyraud, pro- babilmente, aveva conosciuto l'ufficiale giudiziario durante il pro- cesso per bancarotta; aveva avuto modo di notare che era un uomo facoltoso e, avendo deciso di derubarlo, s'era servito di Gabrielle come esca. Le indagini si trovavano a buon punto quando, con grande stu- pore di Goron, Gabrielle stessa si presentò nell'anticamera del suo ufficio. Era una giovane minuta, delicata, elegante, ma i lineamenti del suo volto tradivano la vita tempestosa che aveva condotta. « Il suo viso era il ritratto della sensualità e della corruzione >~ ebbe a dire di lei Goron. Era venuta in compagnia di un americano che l'aveva conosciuta sotto un altro nome e si era innamorato di lei. Quando l'uomo aveva scoperto chi era in realtà, era ormai innamorato a tal punto, che non solo le aveva prestato fede quando Gabrielle aveva raccontato di e