THOMAS THOMPSON. CUORI. Scritto da un giornalista che per molti mesi ha par- tecipato direttamente alle attività del centro di car- diochirurgia di Houston, Cuori è il resoconto di pri- ma mano, veritiero e drammatico, della vita frenetica e spesso disumanizzante che si svolge all'interno di quel centro e un incisivo primo piano dei due famosi chirurghi americani che vi operano: Michael DeBa- key e Denton Cooley. Oltre alle forti personalità dei due protagonisti, l'au- tore presenta in queste pagine le testimonianze e le opinioni, spesso contrastanti, di altri medici del centro e i drammi, le sofferenze e il coraggio dei malati che da ogni parte del mondo accorrono a Houston. Il qua- dro che ne risulta è perciò composito e inconsueto, in quanto in esso non emergono soltanto l'abilità e l'au- dacia di DeBakey e Cooley, ma anche le debolezze umane, le polemiche e le sconfitte che hanno caratte- rizzato l'èra dei trapianti cardiaci. LASCIAI New York in auto e mi diressi verso ovest, poi verso sud. Sulla Pennsylvania incombeva ancora il grigiore invernale, ma la Vir- ginia era addolcita da una sfumatura di verde, e la Georgia e il Mis- sissippi, già in pieno rigoglio, splendevano del bianco e del rosa del primo cotone in fiore. Infine, raggiunsi il Texas e la sua magnifica co- sta lungo il Golfo del Messico, fiammeggianti di azalee, di erba me- dica alta fino alle caviglie, di granturco che arrivava alle ginocchia, dove la nuova vita era in arrogante vantaggio su quella non ancora sbocciata nella parte orientale del Paese. In quel mattino dei primi d'aprile del 1970, lungo lo spettacoloso rettifilo che porta a Houston, le automobili mi sfrecciavano accanto con i finestrini ermeticamente chiusi e i vetri appannati dal fresco arti- ficiale dell'abitacolo. Dato che da quelle parti per sei mesi l'anno il clima è cosí umido e pesante che stare all'aperto significa fare il bagno nella colla liquida, ogni cosa è munita di aria condizionata: automo- bili, abitazioni, uffici, negozi, persino lo stadio a cupola per il baseball: BENVENUTI ALL'ASTROHOME - TEMPERATURA INTERNA 22 - TEMPERA- TURA ESTERNA 35, si legge sul tabellone. E il pubblico applaude. Gli abitanti di Houston hanno un orgoglio che rasenta la presunzio- ne. ~ gente che lavora e, quando ha fatto qualcosa, ama parlarne. Quando la città raccolse i fondi per costruire una nuova, sensazionale sala da concerto, il sindaco e una delegazione cittadina si precipitarono a New York, dove tennero una conferenza stampa l~binata a una co- lazione. Città irrequieta e sprizzante energia, H(~u ~n accoglie con 5 entusiasmO soltanto coloro che sanno scoprire la ma~.u~ u.lntita di petrolio, o costruire un gigantesco stadio con aria condi~i . atil unico al mondo, o ottenere l'assoluzione per il maggior numero di imputati accusati di omicidio. Ma niente di tutto ciò può spiegare il fenomeno piú straordinario di tutti: in una zona paludosa, dieci chilometri a sud del cuore di una città dove venticinque anni fa la professione medica veniva praticata a livello meno che mediocre, è esploso il Centro Medico del Texas, un complesso sanitario costato come minimo centocinquanta miliardi di lire, che dal 1970 è ormai uno dei centri medici piú famosi del mon- do. Cinque grandi policlinici; un immenso centro in granito rosa per la cura del cancro e le ricerche su questa malattia; ospedali dove si curano gli occhi, i denti, i cervelli, i bambini paralizzati, centri per la salute pubblica, la favella, I'udito, la rieducazione, l'assistenza ai malati, la terapia delle malattie professionali, la terapia fisica, le scien- ze biomediche e - soprattutto - per il cuore. Houston si ritrovò ben presto non soltanto con il piú celebre, ma addirittura con i due piú celebri istituti di cardiologia esistenti, situati l'uno accanto all'altro, diretti da due primari d'eccezione: Michael El- lis DeBakey e Denton Arthur Cooley che, dopo avere lavorato insieme per anni allo stesso tavolo operatorio, si odiano ormai al punto da non rivolgersi piú nemmeno la parola. DeBakey arrivò a Houston dalla natia Louisiana negli anni di prosperità ed espansione seguiti alla seconda guerra mondiale, quando la città era in fase di sviluppo esplosivo. Era stato chiamato da un t comitato di medici e di notabili della città, che avevano bisogno di una persona energica per organizzare la clinica chirurgica del Baylor College of Medicine, appena sorto. DeBakey si scontrò immediata- mente con un muro di ostilità. Nell'ospedale dove cominciò a operare, gli altri medici cercarono di buttarlo fuori. Era un tiranno, dicevano: aveva troppi pazienti, faceva la parte del leone nella suddivisione degli interventi, era antipatico alle infermiere. Oltre tutto - ma questo non lo dissero - lo consideravano un intruso, perché era figlio di un mer- cante libanese immigrato negli Stati Uniti. Il direttore della divisione chirurgica dell'ospedale ascoltò in silenzio le loro lamentele, poi si al- zò. « Può darsi che Mike DeBakey sia tutto ciò che dite voi » osservò. « Ma può anche darsi che sia un grande chirurgo e che possa portare un contributo storico alla medicina. Rinfoderiamo le unghie e cer- chiamo di sopportarlo. » Nei dieci anni che seguirono, DeBakey creò un dipartimento di Chi- rurgia al Baylor e all'Ospedale Metodista, che sarebbe diventato uno dei piú famosi del mondo, scegliendo come specializzazione le affezioni occlusive, cioè la formazione di quei depositi nel sangue che portano ai colpi apoplettici, agli infarti, alla cancrena. La sua teoria in questo campo avrebbe mutato il corso della medicina. ~ Le affezioni occlusi- ve ~ affermava, ~ non si manifestano contemporaneamente in tutto il corpo. Non è necessario conoscerne le cause o il modo di prevenirle. Si aggira semplicemente l'occlusione, nel vero senso della parola. » Fra il 1950 e il 1960 Houston divenne la capitale mondiale della nuova tecnica del bypass. DeBakey e i suoi collaboratori idearono de- gli innesti, ricavandoli dapprima da cadaveri, poi ricorrendo a tubi di plastica, che venivano inseriti in un organismo minacciato, permet- tendo cosí al sangue di aggirare un ostacolo. Intorno alla metà di quel decennio, comparve una macchina meravigliosa, capace di riprodurre la funzione ossigenatrice del circolo cuore-polmoni, la cosiddetta "pom- pa" o macchina cuore-polmoni, che, inventata altrove, fu perfezionata a Houston al punto di consentire a un chirurgo, per la prima volta nella storia dell'umanità, di fermare un cuore e penetrare nel profondo delle sue cavità immobili per riparare o una lesione, o una valvola deterio- rata, o per ristabilire il normale flusso del sangue. Ma colui che divenne l'uomo-pilota della chirurgia a cuore aperto in campo mondiale non fu Mike DeBakey, bensí il suo discepolo Den- ton Cooley. Mentre DeBakey proseguiva nella sua opera di pioniere della chirurgia vascolare, Cooley si concentrava su quella del cuore. Le centinaia di casi divennero migliaia: nella città dove essere al pri- mo posto era l'ambizione piú grande, niente poteva reggere il con- fronto con l'elenco dei cuori umani rimessi in sesto da Cooley. Il chirurgo piú anziano, si diceva, prima aveva incoraggiato il suo protetto, poi si era sentito fiero di lui, ma alla fine era diventato ge- loso di lui e del suo lavoro. Cooley era il tipico texano: nato a Houston da famiglia ricchissima e altolocata, era stato favorito anche da madre natura con la prestanza fisica. Cooley ruppe i rapporti con DeBakey poco dopo il 1960 e passò all'Ospedale Episcopale San Luca, distante appena un centinaio di metri dall'Ospedale Metodista. DeBakey cominciò a dedicarsi a sua volta alla cardiochirurgia, riscuotendo subito grandi successi anche in quel campo. Col passare degli anni, sarebbe nato fra quei due uomini un astio piú rabbioso, piú amaro e piú inutile del doloroso distacco tra Freud e il suo discepolo Jung. ~ Vede :~ ebbe a dire un medico di Houston che aveva avuto sot- I l t'occhio per anni Cooley e DeBakey, ~ Denton non ha soltanto rubato il cuore di Mike, lo ha spezzato! » Parte prima CAPITOLO PRIMO IL POMERIGGIO del giorno di Pasqua del 1970, nella cappella rivestita di pannelli dell'Ospedale San Luca, ebbe luogo una breve e commo- vente cerimonia funebre in suffragio di Leo Boyd, un canadese che era stato un tempo un robusto ferroviere e che poi era vissuto per sedici angosciosi mesi, avendo nel petto il cuore di una contadina mes- sicana analfabeta. Boyd era stato il paziente di Cooley vissuto piú a lungo dopo il trapianto e l'ultimo a morire di un gruppo di ventun persone: uomini, donne e bambini. Il mattino seguente, al vicino Ospedale Metcdista arrivò una tele- fonata da Phoenix che destò gravi preoccupazioni nella "squadra del cuore" del professor DeBakey. Il gruppo aveva fatto solo dodici tra- pianti e due dei pazienti erano ancora in vita, circa diciotto mesi dopo l'intervento: entrambi erano tornati da tempo a casa loro e conduce- vano una vita quasi normale. Il dottor Ted Diethrich, uno dei giovani animosi chirurghi di DeBakey, rispose alla chiamata. Quando riaggan- Ci0, 1I SUO viso abbronzato e un po' infantile era contratto in un'espres- sione infastidita e irritata. Il giovane chirurgo andò in una saletta fuori del reparto, dove si studiavano le radiografie e dove i giovani medici Si riunivano a fare quattro chiacchiere e a bere un caffè. « Ho appena saputo che Bill Carroll ha letto la notizia della morte di Leo Boyd e si è lasciato prendere dallo sconforto ~ annunciò Dieth- rich. « Pare che si sia messo a girare per i bar e, giunto nel quarto lo- cale, sia svenuto. Hanno pensato che fosse soltanto sbronzo e Dio solo sa quanto ci hanno messo a scoprire che aveva avuto un trapianto e a portarlo all'ospedale giusto! ~ « Ha intenzione di andare da lui, dottor Diethrich? ~ domandò uno studente del secondo anno di medicina. « Non posso ~ rispose il chirurgo. « Ho troppi interventi qui. Dovrò accontentarmi di mantenere i contatti per telefono. » Diethrich era stato uno dei principali artefici del programma di trapianti attuato da De- Bakey e lui in persona aveva inserito il cuore nuovo nel petto di Car- roll, seguendo poi il paziente, ora per ora, durante tutto il periodo del possibile rigetto. « Accidenti ~ mormorò in tono profondamente sco- raggiato mentre usciva dalla stanza. Nella saletta, v'erano dieci o dodici persone in attesa che DeBakey uscisse dal suo studio per il meticoloso rito del giro pomeridiano di visite ai pazienti. Quel giorno, sarebbe toccato a un nuovo specializ- zando dell'Arkansas guidare il "Professore" (*) - come DeBakey è chiamato - su e giú per le scale, i corridoi e i labirinti dei tre fabbri- cati che ospitano il numero incredibile dei suoi pazienti. DeBakey occupava il gigantesco Ospedale Metodista, I'ala Fondren-Brown, adia- cente al corpo principale, che è a sua volta un ospedale vero e pro- prio, e un padiglione sussidiario del Metodista, distante circa un chi- lometro e mezzo, un tempo casa di cura, adibito poi al ricovero dei pazienti per il periodo degli esami diagnostici prima dell'intervento. Il nuovo specializzando, dottor Jerry Johnson, un tipo ossuto appena tornato dal Vietnam, stava riesaminando in silenzio il suo elenco di pazienti, augurandosi mentalmente di saper rispondere a tutte le do- mande che il Professore avrebbe potuto fargli sul conto di ognuno. Correva voce che DeBakey avesse in programma un lungo viaggio in Europa, cosa che i suoi collaboratori attendevano con ansia, perché le sue assenze prolungate facevano sempre calare molto il numero dei pazienti. Ma il Professore non rendeva piú pubblici i suoi progetti. Sylvia Farrell entrò nella saletta, si versò una tazza di caffè nero, poi si mise le mani sui fianchi e controllò rapidamente che tutto fosse pronto per il giro del Professore. Sylvia si occupava di tutto ciò che concerneva DeBakey, con mansioni che andavano dall'incarico di ac- compagnarlo all'aeroporto a quello di prenotare le camere d'albergo per i familiari dei suoi pazienti, a quello di fare da chioccia ai suoi medici piú giovani. Sylvia sapeva indovinare, talvolta addirittura pre- dire, meglio di chiunque altro, I'umore e le intenzioni del capo. « Sta- sera, probabilmente, vorrà vedere soltanto gli operati » disse al dottor Johnson, « ma lei tenga pronte anche le altre radiografie. » Johnson cominciò subito a mettere in ordine un grosso fascio di radiografie nelle loro rispettive cartelle. Prima di arrivare da DeBakey, moltissimi pazienti avevano fatto la spola da un ospedale all'altro per anni e le radiografie che avevano accumulato formavano un malloppo spesso come un album di famiglia. A volte, DeBakey si accontentava di vedere le lastre della giornata, ma a volte voleva studiare il decorso di una malattia osservando tutte le lastre degli ultimi dieci anni. Diverse conversazioni si interruppero nel bel mezzo di una frase: (*) Negli Stati Uniti i medici, anche se specialisti, sono sempre chiamati "dottore". (N. d. T.) la porta dello studio di DeBakey, a una decina di metri dalla saletta, si era aperta. Il Professore uscí e chiuse la porta con una delle molte chiavi che portava appese alla cintura. DeBakey entra ed esce dal suo studio almeno trenta volte il giorno e non dimentica mai di chiu- derlo a chiave, quando se ne allontana. Si sedette e i suoi assistenti si raccolsero attorno a lui, in ordine gerarchico. Johnson gli mise da- vanti l'elenco di tutti i suoi pazienti ricoverati in ospedale: dopo ogni nome, poche righe precisavano la malattia, il suo decorso, le cure in atto. DeBakey fece qualche domanda sulla storia clinica di alcuni pa- zienti e Johnson seppe rispondere in modo esauriente, poi il Professore si alzò e uscí a razzo dalla stanza. Tutto il gruppo lo seguí in fila, prima Sylvia, poi Johnson, quindi altri undici medici dell'ospedale e due esterni. DeBakey cammina sempre leggermente proteso in avanti, col capo chino come se dovesse affrontare il vento. In quel giorno di primavera il Professore indossava la tenuta da sala operatoria e, sopra, il camice bianco da laboratorio con le sue iniziali, M.E.D., ricamate in nero sul taschino. Le stesse iniziali spiccavano dappertutto: sulle targhette ai piedi dei letti, sulle tabelle dei diagrammi, sopra le porte... dominavano in quell'impero, come l'S.P.Q.R. nell'antica Roma. Senza aspettare l'ascensore, DeBakey spalancò una porta che dava sulle scale e le salí di corsa, due o tre gradini per volta. Nel reparto Terapia Intensiva, al piano di Chirurgia, visitò una dozzina di pazienti appena operati. A uno, che respirava con la maschera dell'ossigeno, chiese di stringergli la mano e l'uomo lo fece con forza. Il viso di DeBakey si addolcí in un sorriso. I pazienti della cardiochirurgia ri- manevano di solito nel reparto di Terapia Intensiva per quarantotto ore, cioè fino a quando non si erano completamente ripresi dall'ane- stesia e potevano fare a meno del respiratore automatico. Intanto si era sparsa la voce che DeBakey stava facendo il giro e le infermiere si precipitavano lungo i corridoi a chiudere le porte delle camere di quei pazienti che non erano in cura dal Professore: ciò per evitare che, vedendolo, uscissero e lo fermassero per farsi rilasciare un autografo. Concluso il giro alla Terapia Intensiva, DeBakey si fermò un mo- mento in una camera attigua per salutare la moglie, una bella e gen- tile signora del sud, che si era fatta ricoverare proprio quel giorno per un lieve disturbo. « Forse desiderava soltanto avere un'occasione per vedere il marito :D insinuò sottovoce un'infermiera, che sapeva come DeBakey trascorresse abitualmente in ospedale diciotto ore il giorno, per sette giorni la settimana. Era risaputo che la signora DeBakey, quando si trovava a un tè con la moglie di qualche giovane medico, soleva prenderla in disparte e raccomandarle testualmente: « Finché è in tempo, non permetta a suo marito di impegnarsi nel lavoro al punto che lei non possa piú nemmeno vederlo ~. DeBakey ha quattro figli, ma nessuno di loro ha scelto la professione medica. Il sesto piano dell'Ospedale Metodista è in pratica il reparto privato di DeBakey. Molti pazienti cominciano col ricovero nel padiglione sus- sidiario per gli esami preliminari, poi passano al Fondren-Brown per l'intervento e per il periodo di degenza nel reparto Terapia Intensiva e alla fine vengono trasferiti al sesto piano del Metodista per le cure intermedie, seguite dal normale periodo di convalescenza in prepara- zione del ritorno a casa. Proprio al sesto piano si poteva misurare meglio l'estensione del re- gno di DeBakey. Tutte le camere avevano sulla porta, insieme col no- me del paziente ricoverato, le fatidiche iniziali M.E.D. All'interno, re- gnava un'atmosfera in cui al dolore si mescolava l'esultanza Jerry Johnson guidò la processione oltre un angolo, si fermò un istan- te, poi spalancò una porta. « Questa è la signora Tal dei Tali » mor- morò, pronunciando con voce incerta un nome. DeBakey entrò e sa- lutò cordialmente una signora dall'aria confusa, che non era neanche sua paziente. Uscí dalla camera infuriato. « Lei dovrebbe farmi da gui- da, dottore » esclamò in tono vibrato e caustico, rivolgendosi a Jerry Johnson. « E invece, a quanto pare, sono io che farò da guida a lei! Ora vediamo un po' se non le riesce proprio di fare per bene una cosa cosí semplice! :~ Sylvia Farrell s'intromise, cercando di calmare la burrasca. « i~ la prima volta che il dottor Johnson ha questo incarico, professore. ~ Piú tardi, avrebbe preso in disparte il nuovo specializzando e gli avrebbe consigliato di fare ogni pomeriggio un giro di prova, finché non fosse stato assolutamente padrone del complicato rituale. A metà del giro, DeBakey entrò nella camera di un amico, Ben Taub, un patriarca miliardario sull'ottantina che viveva in permanen- za all'ospedale, in un appartamentino di due stanze, con televisore a colori, frigorifero, comode poltrone e un impeccabile cameriere negro, pronto a ogni suo desiderio. Alcuni medici criticavano DeBakey per- ché consentiva di vivere in ospedale a Taub e a un altro paio di mi- liardari che non avevano bisogno di cure tanto costanti, ma siccome 15 Taub e gli altri sovvenzionavano da tempo i suoi progetti, il Professore ignorava quelle critiche. Fuori della camera, Jerry Johnson aspettava appoggiato contro il muro, pallido in viso e con la fronte imperlata di sudore, nonostante il fresco dell'aria condizionata. Un altro medico che aveva già fatto quell'esperienza, cercò di fargli coraggio. « Sei andato benone ~ gli dis- se. E un terzo medico annuí. « Cerca però di non dargli mai di tua iniziativa le informazioni non richieste ~ consigliò. « Io, una sera, gli dissi che ero preoccupato per la percentuale di potassio di un paziente e lui rispose: "Molto interessante, dottore; ma adesso mi piacerebbe conoscere la percentuale di potassio di tutti i pazienti che abbiamo in ospedale!" Lavorai tutta la notte per preparare i dati e lui non mi ha mai chiesto di vederli. ~ SPIEGATA in modo semplice, la forma piú comune di affezione car- diaca è il restringimento delle arterie sulla superficie del cuore, restrin- gimento causato da sostanze che le occludono, soprattutto dal coleste- rolo. Quando tali sostanze si accumulano al punto da impedire com- pletamente che il sangue arrivi a una certa porzione del cuore, la parte subisce un infarto - o attacco di cuore - e muore. Talvolta, il cuore soprawive all'attacco e continua a funzionare, anche se la parte col- pita, detta zona ischemica, diviene di colore grigiastro per la man- canza di sangue. Alcuni studiosi sostengono che l'aterosclerosi è il normale processo d'invecchiamento dell'organismo e che l'accumulo di sostanze occlusive ha inizio già nella tarda adolescenza e di conseguenza può raggiungere la sua fase finale in qualsiasi momento dopo quell'età, a meno che non venga interrotto da un cancro, da un'infezione, o da una morte vio- lenta. Uno studio ormai famoso, effettuato su un numeroso gruppo di soldati americani caduti in Corea, ha rivelato che circa il sessanta- cinque per cento di quei robusti giovanotti presentava evidenti segni di aterosclerosi delle coronarie. Quello studio distrusse quindi la con- vinzione che l'aterosclerosi fosse una malattia della vecchiaia. IN FONDO a un corridoio, v'era una porta senza la targhetta del no- me, segno che nella camera era ricoverato un paziente famoso. In quel caso si trattava di una principessa, sorella del re di uno scono- sciuto Paese asiatico. Questa paziente aveva il braccio sinistro, dalla spalla alla punta delle dita, di un colore nero-violaceo, caratteristico delle affezioni occlusive. A New York l'avevano curata molto male, secondo DeBakey: molti dei suoi pazienti erano reduci da interventi non buoni, eseguiti altrove, e almeno un paio di volte il giorno gli accadeva di uscire da una camera brontolando: « Macellai, veri e pro- pri macellai! » L'Ospedale Metodista tenta di conservare l'anonimato dei suoi pa- zienti famosi - il duca di Windsor, gli attori Curt Jurgens e Jeanette MacDonald - ma DeBakey non sembra affatto in collera quando i loro nomi appaiono sui giornali associati al suo. « Ha il genio della pubbli- cità ~ dice uno dei suoi osservatori. Quel suo mettersi in mostra ha offeso gravemente il comitato dei probiviri della Associazione Medica della contea di Harris, convinti che il nome di un medico dovrebbe apparire unicamente sulle riviste mediche. DeBakey è già comparso davanti a quel comitato per rispondere dell'accusa di essersi fatto pubblicità personale, ma di solito il Professore preferisce affidare tali questioni al suo avvocato. L'ultima visita di quel pomeriggio fu fatta a una donna alla quale si doveva sostituire la valvola mitrale. La paziente era molto spaventata. « Allora, carissima, domani la sistemiamo » le disse DeBakey con quel suo accento dolce e strascicato della Louisiana. Le prese la mano gon- fia e la batté leggermente, mentre la donna osservava le dita lunghis- sime e sottili, quasi femminee, e il dorso della mano del chirurgo, fit- tamente ricoperto di ispidi peli neri. Infine, la paziente posò l'altra mano sopra quella del Professore e la premette con forza. « E va bene :D mormorò, « se proprio deve far- lo :~ - il Professore annuí - « lo faccia. Ma lo faccia lei, mi racco- mando. » « Andrà tutto bene, non abbia paura ~ ribatté DeBakey, quasl automaticamente. « Ci rivedremo domani in sala di rianimazione, dopo l'intervento. ~ Quell'ultima osservazione aveva un'importanza enorme perché consentiva al paziente di proiettarsi nel futuro, oltre l'operazio- ne, oltre il terribile ignoto. Mentre tornava verso il suo studio, DeBakey annunciò improwisa- mente: « Andrò per qualche giorno in Europa. Starò via circa una settimana Devo fare una conferenza a Roma, poi dovrò andare per qualche giorno in Belgio, a visitare il re. Negli ultimi tempi non è stato troppo bene :~. Il tono discorsivo con il quale diede la notizia di quel viaggio cosí interessante non mi consentí di capire se si trat- tava di una semplice informazione o di una vanteria; certo è che De- Bakey aveva molto l'aria del medico di corte, mentre correva a piccoli passi da una camera all'altra, col suo numeroso seguito alle calcagna. Aveva visto quarantasette pazienti in trentadue minuti Il Professore partí il giorno seguente. In sua assenza, fece da pri- mario Ted Diethrich, che a metà pomeriggio schizzò fuori della sala operatoria e piombò nella saletta di ritrovo. Aveva appena finito un intervento che riteneva essere il primo del genere: aveva sostituito una valvola mitrale e praticato contemporaneamente una gas-endoarteriecto- mia, cioè aveva lavato un'arteria coronaria con l'anidride carbonica, iniettandovi a soffi del gas per staccarne il colesterolo e altre sostanze obliteranti. Inoltre, aveva saputo che Bill Carroll stava reagendo be- nissimo alle cure e che il suo cuore trapiantato era uscito indenne dalla scorreria per i bar. A trentacinque anni, Ted ne dimostrava piú o meno diciotto e, se fosse entrato nella mia camera annunciandomi che aveva avuto l'inca- rico di tagliarmi una pipita, non sono certo che glielo avrei lasciato fare. Ma era indiscutibilmente un brillante chirurgo, già entrato ufficialmente nel gruppo dei "primi della classe". CAPITOLO SECONDO I VECCHI pazienti venivano dimessi la domenica e altri occupavano im- mediatamente il loro posto. Anche in assenza di DeBakey, i suoi assi- stenti accoglievano nuovi pazienti e li preparavano in attesa che tor- nasse il primario. Ted Diethrich e George Noon, un altro giovane chirurgo, continuavano a programmare i loro interventi. Quella notte, fu ricoverato un principe degli zingari che aveva avu- to un gravissimo attacco di cuore mentre si trovava con la sua tribú nel Kansas. Era stato trasportato immediatamente a Houston, con un aereo a noleggio, perché voleva essere curato "soltanto dal grande Pro- fessore DeBakey". In attesa che tornasse DeBakey, lo misero in una camera del sesto piano, collegandogli il torace a un monitor cardiaco un'apparecchiatura che permette di controllare su uno schermo i battiti del cuore. Per quanto avesse soltanto trentacinque anni, il principe Thomas era molto grasso e il suo corpo obeso riempiva completamente Le infermiere del piano trascorsero buona parte della prima notte del suo ricovero in ospedale a cacciare la sua famiglia dalla camera. Le donne indossavano fluttuanti gonne pieghettate che scendevano quasi fino ai tacchi a spillo, portavano orecchini d'oro traforati e una quantità di braccialetti che tintinnavano a ogni movimento Discorre- vano animatamente camminando su e giú per i corridoi abitualmente silenziosi, lasciandosi dietro una scia odorosa di aglio e di olio d'oliva. Alla fine, la capo infermiera mise una catena per sbarrare l'ingresso, minacciando di chiamare i poliziotti di servizio in ospedale se i fami- liari del principe non avessero smesso di invadere i corridoi. Il Metodista e il San Luca erano diventati gli ospedali dei capi degli zingari. Dopo un intervento a cuore aperto al San Luca, il re di una delle maggiori tribú d'America rimase per settimane fra la vita e la morte, mentre i diversi clan accorrevano in massa a Houston, pian- tando le tende sul prato e nei parcheggi dell'ospedale; un medico, la- sciato il lavoro sul tardi, trovò una famiglia di zingari che banchetta- va con pollo arrosto sul tetto della sua Cadillac! L'amministrazione del- I'ospedale si stancò ben presto delle chiassose pretese di quella gente che esigeva sempre il meglio di tutto e che, per di piú, se i risultati non erano soddisfacenti, rifiutava di pagare. Cosí, quando il principe Thomas si fece ricoverare al Metodista, al- I'ufficio Accettazione gli chiesero un deposito di tremila dollari. UN LUNEDí mattina, Ted Diethrich diede disposizioni perché si fa- cessero ad Arthur Bingham, di quarantatré anni, un uomo d'affari di Phoenix affetto da una grave coronaropatia, gli esami per accertare se si poteva sottoporlo al piú nuovo e difficile intervento in fatto di car- diochirurgia: il bypass coronarico, un'operazione delicata che consiste nel prelevare una vena da una gamba del paziente e innestarla entro il muscolo cardiaco per migliorare l'apporto di sangue al cuore. A metà mattina, Bingham, in uno sgargiante pigiama a righe rosse e bianche, fu condotto in carrozzella dalla moglie, una graziosa brunetta, all'appuntamento con il cardiologo, dottor Gerald Glick. Bingham, un tipo socievole, franco, corpulento e allegro, era pale- semente impaurito, ma cercava di nascondere il suo stato d'animo sotto l'atteggiamento spavaldo che gli uomini ostentano quando vanno a fare la visita militare. Il cardiologo disse che se la sarebbe sbrigata in meno di un quarto d'ora. Tranquillo, professorale, Glick, che sembrava il fedele ritratto dell'in- ternista da libro di testo, sottopose Bingham a un interrogatorio in ap- parenza svagato, ma rivelatore. « Che lavoro fa? Sedentario? a, « No. Faccio circa duecentocinquantamila chilometri l'anno. Assu- mo e istruisco agenti di vendita. J' « Fino a quando è stato in buona salute? :~ « Fino al 1964. Un giorno mi sono sentito male e mi è venuta una polmonite, ma l'ho superata e sono tornato a lavorare normalmente. Poi una sera, verso mezzanotte, mentre stavo lavorando, mi ha preso questo dolore terribile. Una cosa... mmmh... ecco, come se avessi lo stomaco rovesciato. Poi, ho avuto dei conati di vomito e ho passato tutto il resto della notte piegato sopra il lavandino, oppure a rotolarmi nel letto. Ma non mi è mai venuto in mente che potesse trattarsi di un attacco di cuore. Mia moglie, invece, era preoccupata e chiamò un medico: si trattava proprio di un attacco di cuore. Sono stato in ospedale per sette o otto settimane. « E dopo, è tornato a lavorare? » « Sicuro. E dopo sei mesi ho avuto un infarto: non grave, mi han- no detto. ~ successo nel marzo 1965. Quella volta, sono rimasto in ospedale solo tre giorni. Poi, sono cominciati questi dolori al petto. « Vuole descrivermi questi dolori? « A volte mi sembra di avere un elefante sul petto. « Di solito che cos'è che le provoca i dolori? :~ « Questa è la cosa piú buffa, dottore. Posso andar fuori e stare tut- to il giorno nell'acqua gelida di un torrente a pescare e non mi suc- cede niente. E poi magari attraverso una stanza e, tac, ho di nuovo l'elefante sul petto. » « L'angina è causata da un semplice squilibrio tra il fabbisogno di ossigeno e la quantità dello stesso che si riesce a fornire al muscolo cardiaco. Se il cuore non riceve sangue sufficientemente ossigenato, si lamenta, per cosí dire. Quei dolori al petto di cui ha sofferto nel 1965 li ha piú avuti? ~ « Quello è stato soltanto il principio. Nel dicembre del '68, li ho avuti in continuazione, tutto il giorno. Facevo lezione per otto ore di fila agli agenti di vendita e dopo mi dicevano che avevo una faccia da far paura. Continuavo a prendere pastiglie di nitroglicerina, ma il dolore non passava. Alla fine, mi sono deciso a farmi ricoverare in ospedale per avere un po' di sollievo e mi hanno sbattuto d'urgenza nel reparto di Terapia Intensiva, e lí ho avuto un altro attacco. Negli ultimi sei mesi, i dolori hanno cominciato a venirmi due o tre volte la setti- mana, mentre prima li avevo soltanto un paio di volte l'anno. Il mio dottore di Phoenix mi ha detto che, con la vita che faccio e alla ve- locità con cui il male avanza, lui non mi darebbe molte speranze. « Fuma? » « Tre o quattro pacchetti il giorno. Ma sto cercando di smettere. « Pesa piú del normale? » « Una quindicina di chili in piú. » « Altri nella sua famiglia hanno avuto malattie di cuore? « Mio fratello ha avuto un attacco all'età di trentacinque anni. E una mia sorella, affetta da ipocondria, non ha niente che funzioni bene e a quarantasette anni ha avuto un attacco di cuore. « Normalmente, quante ore lavora il giorno? « Dodici, quattordici, come minimo. « Perché è venuto a Houston? :~ « Ho saputo di questa nuova operazione che Diethrich fa per gli attacchi di cuore e mi sono fatto ricoverare. ~ Glick posò il taccuino e pregò Bingham di togliersi la giacca del pi- giama e di montare su un apparecchio verniciato di bianco, simile a una bicicletta, poi gli fissò alle braccia gli elettrodi dell'elettrocardio- grafo. « Voglio vedere a che punto comincia a dare segni di stanchezza. Rifaremo questo esame dopo l'intervento. ~ « Allora mi operano? :~ I'interruppe Bingham. « Se la operano, ripeteremo l'esame dopo sei mesi, poi dopo un an- no. Ora, si metta a pedalare normalmente e continui finché può. ~ Bingham cominciò con entusiasmo e l'indicatore segnò quaranta giri il minuto. Ma dopo due minuti e trentotto secondi, i primi segni di stanchezza si fecero evidenti: Bingham ansimava e sudava abbondan- temente. « Perché si è fermato? ~ domandò Glick. « Ho finito la benzina! ~ Quando Bingham uscí per recarsi in un altro reparto dell'ospedale a fare la coronarografia, che consiste in una cateterizzazione con la quale è possibile determinare con notevole precisione il punto in cui un'arteria è occlusa, Glick osservò: « I pazienti come Bingham pen- sano che l'intervento chirurgico sia il rimedio di tutti i mali e che, dopo, tutto vada a posto e che uno possa tornarsene a casa e riprendere in pieno la vita di un tempo. Per conto mio, credo che sia ancora troppo presto per asserire che questa nuova operazione è un toccasana ~. Gli feci notare che moltissimi cardiologi sembravano piuttosto scet- tici sull'utilità degli interventi chirurgici. « Non scettici ~ ribatté lui, « soltanto cauti. Quel che conta è il rap- porto fra medico e paziente. Se l'ammalato ha piena fiducia in chi lo cu- ra, spesso si ha un miglioramento anche se il medico non fa gran che, talvolta anche se non fa niente del tutto. ~ Due giorni dopo la prova della bicicletta, Bingham fu messo in nota per l'intervento. Gli esami avevano messo in evidenza una netta occlu- sione alle coronarie; I'afflusso di sangue era notevolmente ridotto in tutto il cuore, con una zona ischemica dove il sangue non affluiva af- fatto. Diethrich aveva awertito il paziente che l'intervento comportava un rischio notevole, ma che i risultati su altri pazienti con analoghi disturbi erano stati buoni. Bingham non ebbe la minima esitazione. « Operi » disse. « Sono venuto qui per questo. :~ Nello spogliatoio dei medici, indossai anch'io un camice sterile e in- filai sopra le scarpe stivali di carta verde, per evitare di produrre scin- tille in una stanza dove si sarebbero usati fluidi molto volatili e ossi- geno. Arthur Bingham era già stato in parte preparato all'intervento men- tre era ancora in camera: gli avevano somministrato dei sedativi, ra- sato i peli del petto fino all'ombelico e tolto il parrucchino per poter fissare gli elettrodi dell'elettroencefalografo che avrebbe segnalato, du- rante l'intervento, le condizioni del suo cervello. In quel momento, sta- vano infilandogli nel corpo una serie di sonde: una per la sommini- strazione di liquidi per via endovenosa, una per misurare la pressione arteriosa, un'altra per la pressione venosa, una per la temperatura, un catetere per mantenere libera la vescica e misurare l'emissione di uri- na... Stava assumendo il classico aspetto del robot quando finalmente, alle 10.20, circa mezz'ora dopo l'inizio dei preparativi preliminari, Diethrich entrò in sala operatoria. Il giovane chirurgo gettò un'occhia- ta al corpo nudo di Bingham steso sul tavolo operatorio. « Un bel pezzo di marcantonio, no? ~ disse senza rivolgersi a nessuno in parti- colare. Con lui, erano entrati due chirurghi olandesi venuti come os- servatori e Diethrich spiegò loro che cosa avrebbe tentato di fare. Bingham, collegato a un respiratore automatico, era ormai comple- tamente sotto l'effetto della narcosi. Gli avevano somministrato dieci centimetri cubi di Innovar, un preparato estremamente efficace. « Il bello di questa roba ~ osservò l'anestesista, « è che non lede l'integrità del sistema cardiovascolare e non deprime il tono del muscolo car- diaco. « I pazienti ricordano qualcosa dell'intervento? :~ « Qualcuno dice di sí, ma è impossibile perché somministriamo loro scopolamina, una sostanza che provoca un'amnesia retroattiva. Bingham non ricorderà proprio niente. Le prossime ore saranno cancellate dalla sua memona. ~ « Tutti pronti? » La giovane voce tenorile di Diethrich risonò al di- sopra del diffuso mormorio e del sottofondo musicale. « Via! ~ Diede un'occhiata all'orologio alla parete. Erano le 10.27. Diethrich cominciò praticando un'incisione nella carnosa parte in- terna di una coscia, verso l'alto, frugando poi alla profondità di due o tre centimetri, finché non localizzò una grossa e solida vena. La estras- se - fu come tirar fuori un verme dalla terra - ne tagliò un segmento e lo passò a un assistente che lo lasciò cadere in una bacinella di me- tallo e lo irrorò con una soluzione fisiologica, ripulendolo per bene e controllando se vi fosse qualche minuscolo forellino da suturare, per scongiurare qualsiasi pericolo di perdite. Il chirurgo prese un bisturi e incise il torace, dalla gola fin quasi al- I'ombelico, un taglio lungo circa trentacinque centimetri; cauterizzò i minuscoli vasi sanguigni che irrorano la cute e, per alcuni sgradevoli minuti, I'odore acre della carne bruciata si diffuse nella sala, mentre dalla ferita si alzavano piccole volute di fumo. Melody, la passaferri di Diethrich, aveva già pronta la sega elettrica, senza che nessuno glie- I'avesse chiesta. Il giorno prima, I'avevo già vista lavorare con Dieth- rich, e tutto il lungo intervento, durato due ore, era stato una muta, in- cantevole sonata a quattro mani. Non avevano scambiato una sola pa- rola. « Quando si fa questo lavoro per anni :D aveva detto Melody, « s'impara a stare sempre un passo, se non due, davanti al chirurgo. ~ Quando studiava medicina all'università del Michigan, Diethrich era stato in rapporti con ~.ma ditta di strumenti chirurgici che aveva creato una seg;~ elettrica, appunto quella che Ted si accingeva a usare. Po- sato il filo tagliente all'inizio della lunga incisione, Diethrich fece un cenno risoluto del capo a un'infermiera che premette un interrut- tore e la lama prese a resecare dolcemente lo sterno del paziente. Sistemati i divaricatori per allargare l'apertura nella gabbia toracica, Diethrich tagliò con le forbici il sacco pericardico e mise a nudo il cuo- re ammalato. Una vista emozionante! Di un colore quasi dorato con chiazze purpuree e viola, solcato da una rete di fili azzurri e neri... un tessuto di tale forma e colore, che una volta DeBakey s'era fermato a quel punto e, in tono quasi religioso, aveva esclamato rivolto agli stu- denti: « Non è una bellezza? Venite a guardare com'è un cuore uma- no! ~ Quella mattina, anche Diethrich si fermò, esaminando attenta- mente quella massa non piú grande di un pugno che si contraeva e si dilatava quasi con indolenza. « Non so che cosa potremo fare » osservò il giovane chirurgo, che ben di rado si mostrava pessimista. Tutt'a un tratto quel cuore sembrò massiccio, minaccioso. Certa- mente, il chirurgo avrebbe ricucito il torace e... Ma l'attimo passò. Diethrich riprese a lavorare, inserendo i tubi trasparenti per collegare il paziente alla macchina cuore-polmoni - che avrebbe ossigenato il suo sangue - situata a un metro e mezzo dal tavolo operatorio. Attraverso quei tubi, la macchina aspira il sangue (circa 5 litri) che circola nel corpo umano, lo ossigena come farebbero i polmoni e lo rimanda al cuore. Il ciclo dura quaranta secondi e prosegue finché il chirurgo, finito l'intervento, non rimuove la pinza emostatica che bloc- ca l'aorta, il piú grande vaso sanguigno dell'organismo, consentendo cosí al sangue di affluire di nuovo nelle coronarie e tornare ad alimen- tare il muscolo cardiaco... sempre che il chirurgo, lavorando nel suo in- terno, non abbia commesso qualche errore fatale. « Guardate qui! ~ esclamò Diethrich allarmato. Aveva fatto scivolare le mani rivestite dei guanti di gomma sotto il cuore ormai immobile e l'aveva sollevato, mostrando ai chirurghi olandesi la zona che aveva su- bíto l'infarto. « L'intero apice è ischemico ~ spiegò. « Temo proprio che non si possa fare niente per questo tizio. :~ "Preferisco morire che restare invalido" mi aveva confidato Bingham. "Tutto ciò che desidero è qualche anno di pace. Il mio cuore ha fatto invecchiare di dieci anni mia moglie. Ha sofferto piú lei di me: preoc- cupazioni, dispiaceri, paure... La malattia ha prosciugato le nostre finan- ze. Prendevo settanta dollari di pillole il mese, ventiquattro pillole il giorno. Sommando tutte le spese, questo guaio mi è venuto a costare ventimila dollari." La vena della gamba, perfettamente pulita e integra, fu portata al tavolo operatorio nella sua bacinella di metallo. Il chirurgo ne ta- gliò un segmento lungo circa dieci centimetri e cominciò il lavoro piú noioso di tutta la chirurgia, piú delicato persino di quello quasi microscopico che si esegue sulla cornea dell'occhio. Si tratta di sutu- rare un'estremità del segmento all'aorta e l'altra estremità all'arteria coronaria affondata nel cuore, scavalcando il tratto dove c'è l'occlu- sione. Per suturare quel segmento di vena, del diametro di circa un mil- limetro, il chirurgo deve eseguire una ventina di punti, e sarebbe certo piú facile fare quei venti punti in fondo a uno spaghetto bucato per cucirlo a una pera matura e pulsante! Per questa ragione, qualche chi- rurgo usa occhiali muniti di lenti d'ingrandimento per vedere meglio quell'infinitesimale campo di sutura. Se l'operazione riesce, il sangue comincia subito a defluire lungo quel segmento venoso e va a irrorare l'area minacciata. In alcuni casi i dolori anginosi cessano come per incanto. L'incognita, tutt'altro che trascurabile, è: per quanto tempo l'innesto resterà pulito? Infatti, è da presumere che le condizioni dell'organismo responsabili della precedente occlusione arteriosa finiranno prima o poi per provocare lo stesso in- conveniente nella vena inserita. Arteria coronaria sinistra a~fetta da occlusione dell'aorta bloccata con una pinza e incisa per l'innesto del bypass Diethrich andò avanti a cucire per tre quarti d'ora. Poi, parve a Un tratto entusiasta del proprio lavoro. « Credo proprio che funzionerà! ~ esclamò. E dopo un momento aggiunse: « Davvero, sarà una cosa fantastica! ~ Ma, soltanto quando avessero staccato il paziente dalla macchina cuore-polmoni, si sarebbe saputo se il cuore avrebbe tollerato quel- I'aggiunta. Per ogni evenienza, Melody aveva già pronte le placche del defibrillatore, due dischi di metallo usati per dare al muscolo car- diaco una lieve scossa elettrica. A volte, il cuore che è stato fermato per un intervento riprende poi a battere in maniera irregolare, discon- tinua, con un ritmo ondulatorio che si chiama fibrillazione. La stimo- lazione elettrica riesce di solito a interrompere quel ritmo pericoloso, facendo riprendere al cuore la sua pulsazione normale. Diethrich ordinò di staccare il paziente dalla macchina cuore-pol- moni. Il cuore di Bingham riprese subito a battere normalmente. Il chirurgo sorrise sotto la mascherina. Sette giorni dopo l'intervento, Arthur Bingham si preparava a tor- nare alla sua casa di Phoenix. Aveva il colorito sano, I'occhio limpido. Diethrich dichiarò che la nuova arteria inserita nel suo cuore funzio- nava bene, assicurando un buon afflusso di sangue. Bingham poteva diventare la testimonianza vivente del nuovo procedimento. ALLE TRE del mattino seguente, mentre la famiglia degli zingari dor- micchiava sulle sedie e sul pavimento della sala d'attesa del sesto pia- no, il principe Thomas si portò all'improvviso le mani al petto, ansimò come se gli mancasse l'aria e piombò in stato d'incoscienza. L'infer- miera del piano fece chiamare immediatamente il dottor Santiago, un aiuto chirurgo argentino che faceva il turno di guardia e che nel giro di trenta secondi entrò a precipizio nella camera. Santiago si avvide immediatamente che il cuore dello zingaro era fibrillante e per oltre un'ora si affaccendò intorno a quel corpo enorme, cercando di scuo- tere il muscolo cardiaco con ripetute stimolazioni elettriche, premendo con forza le palme delle mani sul petto molliccio e già freddo, iniet- tando adrenalina. Lottò con accanimento, fino a grondare di sudore. « Non si riprende ~ dichiarò alla fine. « Il cuore non batte piú. ~ Passò accuratamente un asciugamano sulla fronte e sul petto dello zingaro, poi se ne andò in silenzio. Il clan sapeva già. Durante quel- la drammatica ora, un fratello del principe aveva udito un trepestio di passi in corsa e il rumore del carrello del pronto soccorso diretto verso la camera del principe; gli era andato dietro. Ormai tutto il clan gemeva e singhiozzava. La mattina seguente, di buon'ora, Jerry Johnson chiese al fratello del principe l'autorizzazione per l'autopsia. « Che cosa è successo a mio fratello? :~ « ~ morto nel tipico periodo di pericolo del quale le avevo parla- to: da una settimana a dieci giorni dopo un attacco di cuore. Una porzione del suo cuore probabilmente ha subíto un infarto, cioè è morta. Un po' come se il cuore si fosse rotto. « Ma che cosa, esattamente, ha provocato la morte? :~ « Non potremo saperlo di preciso finché non avremo fatto l'au- topsia. « No. No. ~ contrario alle nostre usanze. ~ « Allora :~ ribatté Johnson, senza insistere come avrebbe fatto in qualsiasi altro caso, « non lo sapremo mai. ~ 26 AL suo RITORNO, DeBakey trovò il suo reparto rigurgitante di am- malati. Polly Tovar, la segretaria addetta alle ammissioni, non ha bi- sogno dell'autorizzazione del Professore per fissare il ricovero dei pa- zienti al Metodista. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è affatto difficile farsi ricoverare nel reparto di DeBakey e, di solito, I'attesa non supera i tre o quattro giorni. Mentre faceva il giro pomeridiano, DeBakey era di ottimo umore. Ouasi tutti i pazienti che aveva operato prima del viaggio in Europa erano pronti per tornare a casa: i punti erano stati tolti, le valigie preparate, il morale altissimo. Una paziente, Diane Perlman, soffriva di dolori insopportabili per l'amputazione di una gamba. Aveva avuto occlusioni diffuse a parecchi piccoli vasi sanguigni della gamba sinistra e DeBakey aveva tentato invano di ricostruire un nuovo sistema circolatorio nell'arto colpito: le occlusioni si erano ripetute ed era stato necessario amputare la gamba. Jerry Johnson si era allarmato perché la ferita secerneva pus e s'era lasciato sfuggire che l'avrebbe fatta vedere a DeBakey quando fosse tornato dall'Europa. La signora Perlman accennò a questo mentre il Professore la visitava e il volto di DeBakey si irrigidí visibilmente. Senza saperlo, Johnson aveva commesso un errore grossolano. Avreb- be imparato, come già avevano imparato altri prima di lui, a essere estremamente cauto nel parlare di complicazioni postoperatorie. A questo proposito, uno specializzando aveva persino redatto tre regolet- te che aveva poi trasmesso al suo successore: 1. Se si tratta di una complicazione di poca importanza, cu}ala da te, tieni la bocca chiusa, e prega il Cielo che tutto vada bene. 2. Se è una cosa grave, aspetta il momento opportuno - che forse non verrà mai - per dire al Professore che la ferita si è infettata o che l'innesto sanguina. 3. Se il paziente muore, prega il Cielo che il Professore non sia in città. L'atteggiamento di DeBakey di fronte alla morte era piuttosto scon- certante. A nessun medico piace veder morire un paziente, ma De- Bakey considerava un decesso come un affronto intollerabile alla sua bravura, alla sua stessa persona. Se, caso rarissimo, un paziente gli moriva sul tavolo operatorio, lui annullava tutti gli interventi della giornata, si avviava lentamente verso il suo studio, chiudeva la porta a chiave e vi restava per ore. Un notissimo chirurgo di Houston ricorda un episodio avvenuto anni addietro giurando di esserne stato testimone oculare. « La ma- niera piú spiccia per farsi espellere dal reparto del Professore era quel- la di ritrovarsi sulle braccia un decesso nel reparto di Terapia Inten- siva. Un pomeriggio, uno specializzando era di turno appunto in Te- rapia Intensiva, quando un paziente se ne andò improvvisamente al Creatore. Lo specializzando si sentí gelare: sapeva che DeBakey, in procinto di partire per un lungo viaggio, sarebbe passato a fare il giro delle visite prima di andare all'aeroporto, cosí staccò dal petto del morto gli elettrodi del monitor cardiaco e li trasferí sul paziente del letto vicino. Si assicurò che il respiratore funzionasse e fece giurare all'infermiera di non tradirlo. Quando arrivò DeBakey, lo specializ- zando mormorò: "Le sue condizioni sono piú o meno stazionarie, professore" e DeBakey se ne andò all'aeroporto. Non era ancora fuori dell'ospedale che già il giovanotto aveva staccato tutti gli apparecchi e dichiarato che il paziente era deceduto. :~ La settimana stessa del suo ritorno, DeBakey fece sei brillantissimi interventi, compresa un'operazione su un aneurisma dell'arco aortico, asportato con somma abilità e sostituito con un innesto di dacron una fibra artificiale. i~ la specialità di DeBakey: anche se il Profes- sore non avesse mai toccato un cuore umano, basterebbe questo per assicurargli un posto nei testi di storia della chirurgia. Prima del 1952, questo insidioso indebolimento di un tratto dell'aorta, che può mani- festarsi in qualunque punto, dava origine a un rigonfiamento che alla lunga finiva col rompersi, come, per dirla in parole povere, una bolla nella parete di un tubo. « E noi non potevamo fare altro che starcene a guardare e scommettere quando l'aneurisma del 306 si sarebbe rotto e il paziente sarebbe morto ~ commentò un chirurgo. Un altro giovane chirurgo si stupiva della rapidità e dell'efficienza con cui l'intervento sull'aneurisma veniva praticato. « Sono stato a New York, e là c'era un solo chirurgo che tentasse un'operazione del ge- nere. Ma gli ci volevano cinque o sei ore e spesso il paziente se ne andava all'altro mondo. Poi ho visto lavorare DeBakey: lui ne fa cinque o sei il giorno, gli ci vuole un'ora al massimo e quasi tutti i pazienti sopravvivono! ~ Non si sa con esattezza chi abbia praticato per primo la resezione di un aneurisma e il restauro dell'arteria dan- neggiata. Alcuni sostengono che fu DeBakey nel 1951-52, altri che fu il dottor DuBost, in Francia, poco prima, ma è comunque indiscu- tibile che DeBakey ne divenne il principale artefice. ORA CHE si awicinava ai sessantadue anni, si diceva che DeBakey cominciasse a fare qualche concessione all'età. Ben di rado operava da solo: chiamava sempre piú spesso Ted Diethrich o George Noon Aneurisma dell'arco aortico che interessa anche le diramazioni dei vasi che portano il sangue alla testa, al collo e alle braccia (la linea tratteggiata indica il volume normale) a fargli da assistenti e, poiché entrambi erano ormai chirurghi esperti, la loro opera valicava sovente quei confini. Il Professore non metteva piú in programma interventi per il giorno di Natale. Un Natale di qualche anno addietro, stava facendo il giro, quando s'era fermato all'improvviso per domandare: « Ma dove diavolo sono andati tutti gli specializzandi? E gli interni e gli studenti? Nessuno mi dà piú una mano; la medicina non interessa piú a nessuno, ormai ~. Lo specializzando che lo accompagnava aveva risposto: « Profes- sore, sono tutti a casa, a celebrare la nascita di un altro grand'uomo :~. E DeBakey era scoppiato a ridere. Ormai si appoggiava sempre piú a quei collaboratori che erano con lui da anni, e in particolare a due donne: Mary Martin, respon- sabile della macchina cuore-polmoni, che aveva declinato l'offerta di andare a lavorare con Cooley, dall'altra parte della strada, ed Ellen 29 Morris, la sua fidata, unica passaferri. Ellen si alzava a ore impossi- bili per acconciarsi i biondissimi capelli ossigenati in una complicata pettinatura torreggiante che sfoggiava attraverso una specie di turban- te trasparente di sua creazione. Le altre infermiere del reparto l'ave- vano subito imitata e cosí, mentre in tutti gli ospedali del mondo le in- fermiere addette alla sala operatoria si schiacciavano i capelli sotto cuffie piatte e flosce, quelle che passavano pinze e fili di sutura nel reparto di DeBakey sembravano sempre appena uscite da un istituto di bellezza. Mary ed Ellen erano di una lealtà a tutta prova. Quando un gior- nalista domandò a Ellen se fosse vero che DeBakey talvolta urlava contro le infermiere incapaci, lei ribatté: « Il Professore non farebbe mai una cosa simile. ~ un gentiluomo del sud, in fin dei conti! CAPITOLO TERZO NELLA STORIA della medicina, la celebrità è arrivata molto tardi per i chirurghi, considerati ancora nei primi anni del ventesimo secolo professionisti eccentrici e di second'ordine. Papa Callisto si guadagnò un posto nei testi di medicina proibendo ai preti di assistere gli ammalati. Chi poteva prendere il loro posto nel fare i salassi e nel ricucire le ferite di minor conto se non i barbieri? Non soltanto avevano lame affilate, ma trovavano pure una giusti- ficazione biblica della loro opera nella profezia di Ezechiele: "Fíglio dell'uomo, prendi un ferro affilato per usarlo come rasoio da barba..." Fu l'invenzione della polvere da sparo a dare alla chirurgia l'impulso maggiore. Non appena gli uomini impararono ad aprire buchi nella pelle dei loro compagni, nuovi e ben piú vasti orizzonti si aprirono ai barbieri-chirurghi che cercarono di attirare clienti nelle loro botte- ghe, rizzandovi davanti pali spruzzati di sangue e awolti in bende. Per oltre settecento anni, i barbieri rimasero tenacemente attaccati al loro rasoio. Ciò che strappò il chirurgo dal negozio di barbiere per farlo passare in ospedale fu l'awento dell'anestesia, praticata per la prima volta in America intorno alla metà del diciannovesimo secolo, e l'adozione dei nuovi metodi antisettici per combattere le infezioni, propagandati prima da Lister in Inghilterra e poi da W.S. Halsted in America. Halsted, un grande chirurgo e maestro di Harvard, introdusse i guanti di gomma nel 1890, non tanto per proteggere il paziente con- tro la possibilità di infezioni, quanto per proteggere le mani della sua infermiera, divenute tutte rosse e screpolate. Nel 1911, la mascherina sterile era ormai ampiamente adottata, e qualche medico generico fu indotto a pensare che i chirurghi avevano trovato finalmente qual- cosa che si addiceva al loro mestiere, straordinariamente somigliante a quello del boia. Il conflitto tra medici e chirurghi è vecchio quanto la medicina stes- sa e durerà fino a quando esisteranno coloro che tagliano e coloro che diagnosticano. Ancora oggi, nelle scuole di medicina americane sono in grande onore due massime: una, a detta dei medici, sarebbe il mot- to dei chirurghi: ~'Se hai un dubbio, taglialo"; I'altra, che ho letto su un tabellone murale al Baylor, dice: "Le mani del chirurgo sono agili e leggere, mentre la sua testa sta tutta in un bicchiere". QUANDO i due ospedali, il Metodista e il San Luca, furono proget- tati, la pubblica amministrazione non incluse alcun reparto per i pa- zienti di cardiochirurgia che allora, all'inizio degli anni '50, non esi- stevano ancora. Tanto meno i progettisti potevano prevedere la ma- rea di pazienti che sarebbe poi arrivata da tutte le parti del mondo. I due ospedali dovettero dunque adeguarsi con urgenza per tenere il passo con l'enorme sviluppo della cardiochirurgia. Al Metodista, che è l'ospedale di DeBakey, si costruirono altri quattro padiglioni, portando il numero dei letti dai primitivi 301 agli attuali 1021, e si aggiunse poi la grandiosa ala Fondren-Brown. Al San Luca di Cooley, si mossero piú lentamente, ma puntando verso una meta di grandiosità texana. A metà del 1970, era ormai terminata una torre di ventisette piani, che dominava il Centro Medico del Texas come l'antico Colosso do- minava Rodi. Sette interi piani erano riservati all'Istituto Cardiolo- gico del Texas, diretto da Cooley. Questi aveva sperato che la nuova sede fosse pronta per il 1969, ma alcuni scioperi e la scarsità dei finan- ziamenti avevano fatto ritardare di due anni la fine dei lavori. Unito al corpo principale del San Luca per mezzo di corridoi, c'è l'Ospedale Pediatrico del Texas. Verso la metà degli anni '50, quando i suoi rapporti con DeBakey s'erano raffreddati, Cooley era passato, senza alcuna aperta rottura, all'Ospedale Pediatrico, uno dei migliori del mondo, dove aveva cominciato gli interventi di cardiochirurgia sui bambini. Fra l'ospedale principale e quello dei bambini, Cooley ha normal- mente da ottanta a cento pazienti, che assegna a proprio insindacabile giudizio a questa o a quella squadra di cardiologi. Il dottor Robert Leachman~ primario della sezione di Cardiologia del San Luca, ne ha sempre una trentina. « Ho notato che esistono due specie di pazienti ~ osservò Leachman una mattina, mentre si dirigeva tranquillamente a fare il suo giro di visite. Sopra l'uniforme ospedaliera di tela verde, indossava con non- curanza una normale giacca marrone. In realtà, non ricordo di aver mai visto il dottor Leachman con l'affascinante camice bianco inami- dato che è il simbolo della professione medica. « Quelli che si iden- tificano immediatamente col chirurgo, e quelli che si identificano con me. Questi ultimi sono generalmente i pazienti che, sbattuti da una parte all'altra per anni dal loro male, hanno imparato che la chirur- gia non è l'unica soluzione. ~ Leachman, che era al settimo piano dell'Ospedale Pediatrico, si fer- mò nella stanza delle infermiere a prendere la cartella clinica di una nuova ricoverata. La capo infermiera corrugò la fronte quando lo vide posare il sigaro acceso sull'orlo di un tavolo dal piano di fòrmica bian- ca, nuovo fiammante. La cartella riportava la storia clinica di una bimbetta di quattro anni, Pamela Kroger, di Austin, affetta da una trasposizione congenita dei grandi vasi sanguigni del cuore. Questa malformazione, fino a die- ci anni fa, significava morte certa nel giro di poche settimane dalla nascita, mentre oggi si può tentare una correzione chirurgica in due tempi, praticata la prima volta in Canada e poi ripetutamente a Hou- ston. La prima operazione, che si esegue poche settimane o pochi mesi dopo la nascita, consiste in un intervento parziale che permette di migliorare l'ossigenazione del sangue. In sostanza, il chirurgo crea un altro difetto al posto del primo. Quando poi il bambino ha quattro o cinque anni, cioè è in condizioni di poter sopportare un importante intervento chirurgico, si può tentare la correzione totale. Leachman aveva affermato che la chirurgia non è l'unica soluzione per le malattie di cuore. Come mai, allora, due chirurghi avevano creato addirittura due centri di cardiochirurgia nella stessa città, re- legando il medico cardiologo al ruolo di comprimario? « Piaccia o no ~ diceva Leachman, « il potere organizzativo, eco- nomico e politico è in mano ai chirurghi. Non è che sia completamente contrario a questa soluzione, intendiamoci. L'immagine di un Dio è necessaria ~ un bene che il paziente abbia scolpita in mente l'idea che una certa persona, con le sue mani, sia in grado di farlo guarire. Io non mi troverei a mio agio in quella parte, ma qualcuno deve far- la. :~ 32 Appena Leachman entrò nella camera della paziente, Pamela Kroger cominciò a strillare. Era una bimbetta pallida ed esile, con una vaga colorazione bluastra diffusa in tutto il corpo, e dalla sua persona tra- spariva un tale senso di sofferenza e di tristezza, che nemmeno le bambole e i pupazzi sparsi sul letto e la gaia decorazione della stanza, con stampe di bimbi e di animali, riuscivano a dissipare. ' « Salve, Pammy! :D esclamò il dottor Leachman, tentando di sentirle il polso. Ma dovette rinunciare e le appoggiò lo stetoscopio sopra la camicina da notte I medici dei bambini imparano ad ascoltare pazien- temente e a cogliere i battiti cardiaci fra uno strillo e un singhiozzo. La signora Kroger cercò di calmare la piccina, ma Leachman scosse la testa per farle capire che non era necessario. Poi, le accennò di seguirlo in corridoio « Il sondaggio con catetere ha confermato che vale la pena di ten- tare ~ esordí. La signora Kroger annuí, mordendosi le labbra. « Ma il rischio è grosso, lei deve saperlo. :~ La signora Kroger annuí ancora, tenendo le braccia serrate sul petto. « Penso che si tratti di un rischio calcolato ~ riprese Leachman. « A ogni modo, stasera verrà da lei il dottor Cooley. Lei ci pensi e gli faccia sapere che cosa ha deci- SO :D, Finito il giro, il dottor Leachman mi condusse nel suo piccolo, confortevole studio, e si sedette con un sospiro soddisfatto. « La chi- rurgia ~ attaccò subito avviando un nuovo argomento, ma buttan- dovisi con foga come se non avesse parlato d'altro per tutta la mat- tina, « è un'offesa gravissima, un insulto terribile. ~ come... come es- sere investito da un'automobile. Il periodo critico non è soltanto quel- lo che il paziente trascorre sul tavolo operatorio, ma anche le qua- rantott'ore successive. Reggerà il cuore al nuovo processo circolatorio? E i polmoni sopporteranno la nuova pressione? Il chirurgo può anche arrivare a eliminare il difetto meccanico, ma se il cuore è troppo am- malato per sopportare la nuova fatica, il paziente muore. Ma quando se ne va all'altro mondo e già in sala di rianimazione, o nella sua camera, o addirittura a casa, e il chirurgo se n'è lavate le mani da un pezzo. ~ Un assistente sudamericano di cardiologia entrò bruscamente nella stanza col referto di una cateterizzazione e un elettrocardiogramma lungo fino a terra. I due esami, disse, indicavano senza ombra di dub- bio che il paziente interessato sarebbe stato un ottimo candidato al bypass coronarico, il procedimento che occupa il primo posto as- soluto nel campo della cardiochirurgia. Uno dei pochi chirurghi che non ne era ancora stato ammaliato era Denton Cooley al quale, si spettegolava in ospedale, non andava per niente a genio la lungaggine di quel meticoloso intervento. Un chirurgo generico aveva osservato che, molto semplicemente, Cooley non poteva permettersi di perdere tutto il tempo necessario per quell'operazione. « Denton si è cacciato in un vicolo cieco. 1~ costretto a fare otto, dieci interventi il giorno per procurarsi il denaro necessario a tutti i suoi vari progetti. Se fa un bypass coronarico come va fatto, riduce alla metà il proprio gua- dagno. » Leachman respinse seccamente quella teoria. « ~ un'operazione che richiede un sacco di tempo, è vero; ma vi sono altri validi motivi. Io non sono ancora convinto che l'intervento faccia molto di piú che stroncare i dolori anginosi. ~ ancora troppo presto per dire se pro- lunga in qualche modo la vita del paziente, perché lo si va praticando su larga scala soltanto da un anno circa. « I principali problemi che dobbiamo affrontare sono due: le sof- ferenze imposte dal dolore e le sofferenze derivanti dalla minaccia di morte. Tutti noi esseri umani avremo presto o tardi una malattia del- le coronarie, se non creperemo prima o per un incidente d'auto, o per una rivoltellata, o per l'inquinamento atmosferico. Si potrebbe per- sino dire che l'invecchiamento non è altro che il processo che si svolge dentro le nostre arterie. Ma oltre all'età, altri fattori possono condurre a queste condizioni: il diabete, I'ipertensione l'ereditarietà, la civiltà nel suo insieme. Si potrebbe persino valutare il grado di progresso di un Paese dall'aumento nel numero dei decessi per attacchi cardiaci. « E allora, che cosa possiamo fare contro questa malattia di massa? Possiamo cercare di prevenirla con una dieta appropriata, con l'eser- cizio fisico o con le medicine, ma con ciò non facciamo altro che ri- tardarne di qualche tempo lo sviluppo. Se mai arrivassimo al punto di poter prevenire totalmente l'aterosclerosi, la gente camperebbe cen- tocinquanta, duecento anni. Il che sarebbe una cosa quasi immorale, da parte dei medici. Saremmo i responsabili di una tragica esplosione demografica e, allora, toccherebbe ai governanti intervenire in tutta fretta per limitare il numero delle persone che ci sarebbe concesso mantenere in vita. ~ « Ma questo pericolo potrebbe essere scongiurato con il controllo delle nascite, no? ~ obiettai. « No di certo. Le persone desiderabili della nostra società umana riducono di già il numero dei figli. (:~li indesiderabili non lo fanno e non lo faranno mai. » Leachman aveva finito i sigari, perciò si fece dare una sigaretta. Dopo un sacerdote che beve, niente è piú confortante per un pecca- tore di un medico che fuma. « Tornando a questa stupidissima nuova operazione, questo bypass coronarico: senza dubbio, è la prima ope- razione che sembri relativamente logica Ma finora non è nient'altro che un palliativo e, inoltre, vi sono altri mezzi per eliminare i dolori causati dall'angina. Possiamo tagliare i nervi che vanno al cuore del paziente e quello non sentirà piú niente. Nemmeno l'attacco di cuore che finirà per ucciderlo! ~ DENTON COOLEY finí l'ottavo intervento della giornata alle 5.35 e posò leggermente un tampone di garza entro l'incisione praticata nel cuore, tacito segnale che toccava al suo aiuto proseguire con il lavoro di sutura. Né Cooley né DeBakey hanno tempo per fare l'incisione iniziale e le suture finali. Il giro di visite cominciava non appena Cooley usciva dalla sala ope- ratoria e spiegava ai familiari che cosa era accaduto quel giorno ai loro parenti in Chirurgia, un compito che sbrigava con la stessa rapi- dità con la quale faceva le operazioni. Nell'affollata sala d'aspetto, Coo- ley tirò fuori un foglietto pieno di nomi. Cinquanta persone tacquero di colpo e qualcuno spense il televisore. « Signora Brown! ~ La signora Brown si fece avanti, pallida e im- pacciata. « Suo marito sta bene; gli abbiamo messo nel cuore una nuo- va valvola aortica. Stanno portandolo in sala di rianimazione, ora; potrà vederlo alle sette. ~ « Signora Green! ~ La signora Green si nascondeva lí vicino, aspet- tando e temendo il proprio turno. Aveva in mano un album per au- tografi, ma prima volle sentire le notizie riguardanti il signor Green. « Va tutto bene. Gli abbiamo messo un innesto di dacron esattamente dove avevamo detto. Potrà vederlo in sala di rianimazione alle sette. ~ « Signor Jones! ~ Due figlie già adulte aiutarono il signor Jones ad alzarsi: era un uomo anziano pieno di rughe, che per tutta la gior- nata aveva immaginato di ritrovarsi alla fine, accanto alla tomba della moglie « La signora sta bene. Ha sopportato benissimo l'inter- vento Potrà vederla alle sette in sala di rianimazione. ~ Tutti avevano domande da fargli, ma Cooley era già sparito oltre un angolo. Parlava sempre poco, anche con i pazienti, e si sentiva completamente a proprio agio soltanto in sala operatoria, dov'era fra amici. « Negli ultimi nove giorni ha fatto sessantanove "pompe"! ~ esclamò un aiuto chirurgo mentre aspettava che Cooley si togliesse la tenuta di tela verde e indossasse abiti normali. "Pompa" significa in- terventO a cuore aperto, nel quale viene usata la macchina cuore-pol- moni. « Sono stato un anno nel principale ospedale del New Yersey e ne abbiamo fatte trentacinque in tutto! Quest'uomo è incredibile, un mago! :~ ~ anche un invasato. Nel suo lavoro, ignora i limiti della stanchez- za, della resistenza umana. Una volta, si fratturò due costole facendo lo sci d'acqua: si fece fasciare e il giorno seguente era già lí a operare. Un cavallo, nel suo ranch, gli ruppe una gamba con un calcio: Cooley si fece fare un robusto apparecchio gessato, arrivò zoppicando in sala operatoria e portò a termine tutti gli interventi in programma. In pre- da ai dolori causati da un'ernia, operò per tutta una giornata, poi si stese sullo stesso tavolo operatorio e si fece operare dal chirurgo aggregato, Grady Hallman. Due giorni dopo, era di nuovo al suo posto e per quella fretta eccessiva gli si strapparono i punti di sutura, ma nemmeno allora Cooley smise di lavorare. « Non ho mai visto Denton dare meno del massimo che può dare ~ disse un suo vecchio amico e collaboratore, « nemmeno quando siamo stati chiamati d'urgenza all'ospedale, a mezzanotte, mentre eravamo a una festa e ci è toccato masticare gomma a tutto spiano prima di entrare in sala operatoria. :~ Un altro amico degli anni di università confessò di avere rinunciato da un pezzo a capirlo. « ~ abbastanza comprensibile che qualcuno si prodighi a quella maniera quando è giovane e vuole farsi un nome, diventare famoso ~ osservò. « ma Denton ha festeggiato il suo mille- simo intervento a cuore aperto almeno sette anni fa. Chi mai potrà avvicinarsi a quel primato? Per lui, la vita è una competizione; e per quelli della nostra generazione, solo coloro che godevano di una certa fama prendevano parte alla gara. ~ Cooley non si permette nemmeno i cambiamenti di umore che gli altri chirurghi si concedono. Diviene impaziente e l'impazienza genera la collera, ma la sua collera rimane mascherata dietro qualche mor- morio sarcastico o tutt'al piú dietro una mezz'ora di silenzio assoluto. Il vecchio amico d'università osservò: « Già a sedici anni aveva qual- cosa di diverso... Una persona vicino alla quale non ci si sente troppo a proprio agio, come se si avesse sempre paura di fare un passo falso. Io mi sento a disagio, non sicuro di me, davanti a lui... e pensare che sono il suo piú vecchio amico! ~ Cooley aveva un minuscolo ufficio, forse di un metro e mezzo per due, posto su una piattaforma sopraelevata, con vetrate che si affac- ciavano sulla sala operatoria 1, e là era andato a cambiarsi, indos- sando calzoni scuri, camicia color limone con monogramma ricama- to sul taschino e cravatta a nodo largo. DeBakey gira a passo di carica per il suo ospedale in tenuta da sala operatoria, talvolta anche mac- chiata di sangue. Cooley scivola per camere e corridoi, elegante, im- macolato, con il camice di un candore sempre abbagliante. Seguito dalla solita dozzina di aiuti e assistenti, quasi tutti stranieri, Cooley iniziò il giro pomeridiano. La piccola Pamela Kroger aveva strillato tutto il giorno con medici e infermiere, ma quando Cooley entrò sorridente nella sua camera, si calmò d'incanto. Persino quella piccolina nutriva rispetto per la sua fama. « Ciao, tesoro :~ la salutò Cooley. Le premette lo stetoscopio sul petto e rimase ad auscultare le sibilanti irregolarità del battito cardiaco, poi accennò alla signora Kroger di seguirlo in corridoio. La signora aveva parlato con pa- recchi medici, nel corso della giornata, e si rendeva perfettamente conto dell'alternativa cui si trovava di fronte: portarsi a casa la pic- cina e aspettare che il suo cuore si fermasse, oppure affrontare l'in- cubo di un uomo che affondava le mani nel piccolo cuore della sua bambina, in una stanza dove lei, la mamma, non poteva andare. « Ritengo che si possa rimetterla in sesto ~ disse subito Cooley, « però... ~ « Lo so :~ I'interruppe la signora. Aveva riflettuto a lungo su ciò che avrebbe detto quando fosse stato il momento, e ora che era ar- rivato, non sapeva piú che cosa dire. Cooley le venne in aiuto. « Se fosse mia figlia, la farei operare. Non mi farebbe piacere, certo, ma acconsentirei. Però voglio che lei sappia che corriamo un rischio. ~ La signora Kroger rimase muta per un lungo momento, senza ren- dersi conto che Cooley era impaziente di proseguire il suo giro. Final- mente acconsentí con un cenno del capo e scoppiò a piangere, vergo- gnandosi di essere crollata proprio davanti a quell'uomo. Tornò pre- cipitosamente nella camera della figlia, nascondendo il viso con una mano, perché la piccina non vedesse le sue lacrime. CAPITOLO QUARTO IL DOTTOR Jerry Strong si chinò sulla piccola Pamela e, con un tam- pone, le asciugò il visino madido di sudore. Le avevano somministrato dei sedativi, ma il loro effetto andava già esaurendosi mentre la pic- cina era lí distesa sulla lettiga, davanti alla sala operatoria 1. Comin- ciò a frignare e Strong le susurrò: « Buona, tesoro. Ora ti facciamo dormire e in due minuti ti sistemiamo :~. Entrò nella saletta del caffè e commentò, senza rivolgersi a nessuno in particolare: « Una pressio- ne polmonare come quella che ha Pamela, è una bomba a orologeria con l'innesco a settantadue ore! ~ Strong, anestesista abilissimo, regnava sovrano come brillante nar- ratore di barzellette in quella stanza sempre affollata, appena fuori della porta a ventola che dava accesso al reparto di Chirurgia. Per tutto il giorno e buona parte della notte, vi si riunivano chirurghi che cerca- vano un po' di distensione prima, dopo, o talvolta durante un inter- vento; infermiere che venivano a fumare di straforo una sigaretta; studenti di medicina che si riempivano la testa di nozioni. Gli assi- stenti di Cooley vi andavano dopo ogni intervento per dettare le loro relazioni e vi si riunivano ogni pomeriggio per discutere sul lavoro del- la giornata, in attesa che il primario apparisse per il giro. L'atmosfera nei "reparti del cuore" dei due ospedali era ben diversa. Al San Luca, un'infermiera non si prese nemmeno il disturbo di ab- bassare la voce - come avrebbe fatto qualsiasi persona nel reparto di DeBakey - quando annunciò che non le piaceva affatto fare la passa- ferri con Cooley. « Ne ho abbastanza del dottor "Eccelso". Penso che andrò in ortopedia. ~ Due medici provenienti da un altro Stato erano arrivati di buon'ora per assistere all'intervento su Pamela. « Abbiamo tutta la gente piú importante, qui ~ dichiarò Strong. « Diciamolo chiaro: siamo i migliori! ~ Alle 7.45 antimeridiane, il dottor Domingo Liotta, un chirurgo e ricercatore di origine argentina, aprí il petto emaciato di Pamela. Poco dopo le 8, quando le costole della piccola erano già state divaricate e il cuore ingrossato era stato messo a nudo, Cooley entrò nella sala e, mentre un'infermiera lo aiutava a indossare il camice sterile, chiese che qualcuno alzasse un poco la radio. Cooley sostiene di non accor- gersi della musica - anche se spesso accompagna i motivi trasmessi fischiettando o mormorando - ma essa fa parte di quella sua sala, come i disegni, l'occasionale nudo, i manifesti che adornano di detti signi- ficativi le pareti sterilizzate fra le quali Cooley trascorre la maggior parte della sua vita: Le idee da sole non durano, se non siamo noi a fare qualcosa perché non muoiano. Ieri è passato, domani forse non verrà mai, oggi è il momento giusto. Piú aiutiamo gli altri, piú aiutiamo noi stessi. E, predominante su tutto il resto, una lunga citazione da Teodoro Roosevelt: La gente ha fiducia in colui che si batte effettivamente nell'are- na, col viso macchiato di polvere, di sudore e di sangue... che co- nosce i grandi entusiasmi e la devozione costante, che dà tutto sé stesso per una nobile causa... colui che, se la fortuna lo assiste, co- noscerà la gioia di aver compiuto grandi cose e che, se la fortuna gli è avversa... cadrà mentre osa l'inosabile e perciò il suo posto non sarà mai fra le anime passive ed esitanti che non conoscono né sconfitta né vittoria. « Ricorda il primo cuore che ha visto? :~ gli domandai una volta. Cooley scosse il capo. « Ne ho visti troppi! ~ Avevo rivolto la stessa domanda anche a DeBakey, ma lui lo ricor- dava. Era stato al Pronto Soccorso dell'Ospedale Charity di New Or- leans, all'inizio degli anni '30: guardando attraverso la gabbia tora- cica, aveva visto una piccola sezione rosea e pulsante di un cuore che era stato trapassato da un coltello durante una rissa. Cooley, con un lieve spostamento della spalla, affondò audacemente le mani nella cavità un tempo proibita, per ricostruire un nuovo siste- ma circolatorio nel cuore di Pamela. « Molti chirurghi si gingillano ~ osservò un medico dopo avere visto all'opera Cooley. « Si allontanano dal tavolo operatorio e perdono tempo inutilmente con le varie attrez- zature. Lui no. Lui non spreca né un respiro né un gesto. Sa perfetta- mente dove va, perché c'è già stato tante volte. ~ Nel corso di tutto il delicatissimo intervento - come sembrava fa- cile! - parlò soltanto due volte. La prima per rispondere a uno dei due medici esterni che gli aveva domandato se la malattia di Pamela, cioè la trasposizione dei grossi vasi sanguigni del cuore, era assai diffusa. ~ Si pensava che fosse molto rara ~ spiegò Cooley, « ma ora sappiamo che è uno dei piú comuni difetti congeniti. Il guaio è che molti bam- bini muoiono dopo poche settimane di vita. ~ La seconda volta che parlò fu quando, dopo avere dato un'occhiata alla sala operatoria 2 - dove si stava preparando l'intervento successivo - attraverso la parete a vetri che aveva alle spalle, domandò: « Che cosa è quello? ~ Un'in- fermiera andò a controllare sul foglio appeso accanto alla bacinella dell'antisettico « Un VSD ~ annunciò, usando l'abbreviazione che si- ~9 gnificava ventricular septal defect (imperfezione del setto ventricolare). "Ma il paziente deve proprio restare anonimo?" pensai. "Cooley Aperturé/ per le vene provenienti dai polmoni Nell'intervento per la correzione della trasposizione dei grandi vasi, si inserisce un tampone dentro il cuore per deviare l'afflusso di sangue venoso Aperturs che porta , '~,, sinistro, mentre è in ~ j atto la sutura r ~ del tampone/ Apertura che porta al ventricolo destro avrà associato mentalmente la cavità toracica che gli sta sotto gli occhi alla bambina che ha visto ieri per trenta secondi e alla madre con cui ha parlato per meno di un minuto? ~ possibile tenere fra le mani tanti cuori e conoscerli tutti?" ERA UNA giornata grigia e nebbiosa, con un rumoreggiar di tuono che vagava per la città: proprio il tempo che pareva intonarsi allo stato d'animo di Marsha Kroger mentre aspettava notizie di Pamela. Era con lei il suo ex marito, Gerald, padre di Pamela, un uomo tarchiato e amabile con i capelli tagliati a spazzola e il dolce, strascicato accento della Louisiana settentrionale. Teneva sulle ginocchia un libro di filo- sofia e il Dottor Zivago, ma non appena udiva dei passi avvicinarsi sollevava di scatto gli occhi dalla pagina. Alcune persone divengono familiari durante l'attesa: infermiere, inservienti, ma se compare qual- cun altro, i parenti sono presi dal panico. Arriva una brutta notizia? « Pamela aveva appena un mese quando cominciò a diventare di un colore bluastro ~ raccontò la signora Kroger, una donnina esile dal- I'aria attiva. « I suoi occhi mi avevano sempre turbata; una bambina taMo ammalata ha occhi che ti perseguitano. Noi ce ne stavamo lí a sedere, con il libro del dottor Spock, facendo del nostro meglio per essere bravi genitori. Il nostro pediatra non s'era nemmeno reso conto che si trattava del cuore. Continuava a dire che era colpa dell'alimen- tazione sbagliata. « Cominciai a spaventarmi quando mi ricordai che due mie sorelline, gemelle, erano morte per una malformazione cardiaca a poche setti- mane dalla nascita. E mia nonna aveva avuto due gemelli, due zii che io non avevo mai conosciuto, morti per quella che allora considera- vano cattiva alimentazione, ma che probabilmente era una malattia di cuore. Mi convinsi di avere in me il seme cattivo e di averlo passato a Pamela. Poi, un giorno, Pamela ebbe una crisi di cuore e finalmente il nostro pediatra disse che bisognava portarla d'urgenza a Houston. Ma Gerald non riuscí a trovare un'ambulanza. D Il suo ex marito sbatté le palpebre a quel ricordo. « C'era un fe- stival sul lago e tutte le ambulanze di Austin si erano trasferite là ad aspettare di ripescare qualche annegato. » « Ha dovuto noleggiare un aereo ~ riprese la signora Kroger. « L'ab- biamo portata a Houston e siamo arrivati all'Ospedale Pediatrico con le sirene della polizia a pieno volume. Quando ci dissero che si trat- tava di una trasposizione dei grossi vasi del cuore, Gerald svenne. s Gerald annuí, per nulla imbarazzato da quel ricordo. « Avrei accet- tato con rassegnazione una malformazione cardiaca di minore impor- tanza, un soffio, map,ari anche un buco, perché sapevo che Cooley vi poteva rimediare Ma questa! Sembrava tanto grave, che pensai di do- ver perdere irrimediabilmente Pamela. ~ « Quando fu abbastanza grande :~ disse la signora Kroger, « accen- dendo un'altra sigaretta col mozzicone di quella che non aveva an- cora finito di fumare, « le spiegammo quali erano le sue condizioni. Qualche volta, accennava al suo cuore ammalato con aria furbesca, ma non se n'è mai servita come scusa. L'altro giorno, era su un castello di tubi al parco, quando si è irrigidita di colpo, col faccino pallido e tirato e ho potuto scorgerle l'angoscia sul viso. ~ Due ore e quaranta minuti dopo essere entrata piangendo in sala operatoria~ Pamela era pronta per essere portata fuori; il suo cuore era stato ricostruito, ma la sua vita sarebbe dipesa per qualche tempo dalla tecnologia. Jerry Strong seguí attentamente il trasferimento della piccola dal tavolo operatorio alla lettiga. « Non di rado i pazienti re- stano secchi nel corso di questo tragitto ~ spiegò, accennando in dire- zione della sala di rianimazione. « Perciò, penso che sia meglio se- guirli passo passo. ~ Attraverso un tubo che le scendeva in gola, i polmoni di Pamela erano collegati a un respiratore automatico che li avrebbe riforniti di ossigeno, finché non avessero ripreso a funzionare... se ci fossero riusciti. Durante il trasferimento della piccola, sarebbe toccato al dottor Strong manovrare la nera sacca dell'ossigeno per farla respirare. « Che cosa ci avete portato? ~ domandò una delle infermiere della sala di rianimazione mentre Strong e un inserviente entravano con Pa- mela « Una trasposizione ~ rispose il chirurgo. La piccina fu messa in fondo alla stanza, nel settore riservato ai bambini. Il dottor Liotta, uscito dalla sala operatoria fra un intervento e l'al- tro, ciondolava lí intorno mentre le infermiere collegavano Pamela alle varie apparecchiature di controllo. Anche Leachman, che era in sala di rianimazione per vedere un altro paziente, si awicinò al letto della piccola. « Andrà tutto bene, se il cardiologo la cura come si deve osservò Liotta. Leachman seguí con lo sguardo il chirurgo che se ne tornava nel suo reparto. « E con questa scusa, il chirurgo se ne lava le mani ~ com- mentò poi. « Ha combinato questo po' po' di macello sul paziente e adesso passa tutta la responsabilità a me! :~ Verso mezzanotte, Leachman, che era ancora lí al capezzale di Pa- mela, borbottò scherzando, ma non troppo: « Noti bene chi è restato qui, mentre il famoso chirurgo se n'è andato a casa da ore! ~ Tre ore dopo l'intervento, la pressione sanguigna di Pamela era già salita a 82/50, ottimo segno. Appena l'effetto dell'anestesia cominciò a esaurirsi, la bimba prese a tremare e ad agitare le braccia, cercando di strapparsi la maschera dalla bocca. Dopo una rapida cena con alcuni studenti di medicina, tornai im- mediatamente al San Luca, perché volevo essere vicino a Pamela nel corso della piú difficile notte della sua vita. Era di turno John Zaorski, che doveva badare a tutti i pazienti di Cooley. Zaorski, tarchiato e con i capelli a spazzola, maggiore della riserva dell'Aeronautica ed ex chirurgo militare in Corea, era agli ultimi gradini della sua specializ- zazione medica. A trentacinque anni, non vedeva l'ora di passare alla 42 libera professione. Le infermiere lo consideravano uno degli assistenti piú in gamba. « Mi trovano simpatico, perché io almeno parlo inglese diceva John, che si esprimeva col tipico accento del New Jersey. Poco dopo le 10, mentre sorbivamo un caffè nella saletta, arrivò di corsa Shirley Fife, un'infermiera della sala di rianimazione, con la car- tella di Pamela. Il tasso di potassio della bambina era crollato di colpo. « Bene, gliene somministriamo un po' ~ disse Zaorski Nelle ore successive a un intervento, sono sei i segnali di pericolo cui bisogna stare attenti: 1 - Comparsa di sangue intorno al cuore. Si chiama "tampona- mento" ed è l'effetto di una pericolosa compressione del cuore pro- vocata dal ristagno di liquido entro il sacco pericardico. Può cau- sare una repentina caduta della pressione sanguigna e richiede un immediato intervento chirurgico. (~ Di solito, è l'unica ragione per cui mandiamo a chiamare a casa il dottor Cooley » commentò Zaorski. ~ Questa, o un decesso. ~) 2 - Disfunzione polmonare. Può accadere che i polmoni facciano resistenza contro la diversa pressione derivante dalla correzione del- la circolazione del sangue nel cuore. 3 - Blocco cardiaco. Nell'inserire una toppa per riparare una mal- formazione del setto ventricolare, il chirurgo deve fare attenzione a non ledere un vitale fascio di nervi detto "fascio di His". Se un solo punto di sutura dovesse ledere tale fascio, il naturale sistema ritmico del cuore potrebbe essere distrutto e il paziente dovrebbe ve- nire collegato a un pacemaker, o stimolatore ritmico del cuore. 4 - Scarsa emissione di orina. Sarebbe un indizio che i reni non sono bene irrorati di sangue. 5 - A ritmia. Andamento irregolare del ritmo cardiaco che po- trebbe provocare la fibrillazione del cuore e la morte del paziente. 6 - Comparsa di sangue lungo le suture dell'innesto. Quando fu trascorsa quasi un'ora senza che Shirley lo facesse chia- mare, Zaorski si tranquillizzò e si mise a chiacchierare con un altro paio di medici del turno di notte. Argomento della conversazione era Cooley: la sua bravura, i suoi guadagni. Uno dei presenti cominciò a fare mentalmente dei calcoli e, alla fine, dichiarò che probabilmente Cooley era il medico piú pagato del mon- do. « Fa circa un migliaio di interventi a cuore aperto in un anno; a millecinquecento dollari l'uno, fanno un milione e mezzo di dollari l'anno. Piú un altro mezzo milione comodo per gli interventi sui vasi sanguigni; il che fa due milioni, se tutti pagano. :~ Zaorski non era d'accordo. « Cooley lascia perdere una quantità di parcelle. L'ho visto io stesso gettare nel cestino della carta straccia, in una volta sola, sei conti non pagati. « Deve valere dieci milioni di dollari, come minimo. « Ma perché Cooley è tanto in gamba? ~ domandai. « ~ velocissimo ~ spiegò Zaorski. « Se si tiene un paziente attaccato alla pompa per troppo tempo, il suo sangue perde la facoltà di coagu- larsi e può diventare acidosico, cioè presentare un eccesso di acido lattico. Poco prima di morire, un paziente si riempie di quella rob~. Cooley è arrivato persino a fare un trapianto di cuore in trentasei minuti. ~ « Però i pazienti sono morti tutti ~ osservò un altro medico. « Sí ~ convenne Zaorski. « ~ vero. I trapianti sono una grossa stu- pidaggine. :~ SETTANTADUE ore dopo l'intervento, Pamela era seduta sul letto: sorseggiava una coca-cola, si spazzolava i capelli, apriva i biglietti che le auguravano pronta guarigione. La sua pelle non aveva piú quella lieve sfumatura bluastra, i suoi occhi non erano piú tristi e, benché fosse ancora pallidina, aveva un'aria "viva", quale non aveva mai avu- to prima. Leachman le auscultò il cuore con lo stetoscopio e lei accettò senza proteste l'operazione. « Devi essere malata, Pammy; sei tanto quieta! ~ osservò il medico, facendo un cenno incoraggiante alla madre. « Sarà necessario ancora un lungo periodo di adattamento, per i polmoni ~ aggiunse poi. « Ci vorrà ancora qualche mese prima che scompaiano tutti questi sibili, ma io credo proprio che alla fine la nostra Pammy starà benone! CAPITOLO QUINTO Sl TROVANO piú situazioni drammatiche nella sala di rianimazione del San Luca che in tutto il resto dell'ospedale, perché in qualsiasi mo- mento là dentro ci sono ventiquattro pazienti (una metà dei quali af- fidata alle cure di Cooley), ammassati a mezzo metro l'uno dall'altro, e ognuno di loro è in preda a forti sofferenze, ognuno ha bisogno di essere assistito e consolato. Ci vogliono infermiere particolarmente ad- destrate per far fronte all'eccezionale, continua tensione fisica e morale 44 della sala di rianimazione. Con i pazienti che tentano di venir fuori dal letto o di strapparsi di dosso tubi e fili che servono a mantenerli in vita, I'atmosfera là dentro è talvolta quella di un ospedale da campo. L'assistenza ai malati è ottima ed efficiente, ma purtroppo condizionata dalla scarsità del personale, sempre sovraccarico di lavoro. La sala di rianimazione e il reparto di Terapia Intensiva costitui- scono spesso una dura esperienza per i pazienti di una certa età. « Per alcuni, il reparto Terapia Intensiva è causa di vere e proprie psicosi ~ confessò l'anestesista. In qualche caso, lo squilibrio è da addebitare alla perdita del ciclo giorno-notte. Dopo l'intervento, il paziente si sveglia in una stanza che non ha mai visto, una stanza senza finestre, dove la luce è sempre accesa, dove niente segna il trascorrere del tempo. Un paziente ne fu talmente disorientato che per una giornata inte- ra continuò a lottare contro tutti, finché dovettero legargli le braccia. Nonostante ciò, quel paziente, quando vide un medico al capezzale del letto vicino al suo, usò l'unica arma rimastagli: gli sferrò un calcio nelle costole. Il medico si girò di scatto, col pugno chiuso e lo sguardo infuriato e per qualche angoscioso momento l'infermiera di turno te- mette di dover assistere al doloroso spettacolo di un medico che pic- chiava un paziente. Ma il chirurgo abbassò la mano. « Mi dispiace ~ mormorò. « Dev'essere la sindrome del Ben Taub. ~ Al Pronto Soccor- so del Policlinico Ben Taub, I'ospedale che aveva preso il nome dall'a- mico e benefattore di DeBakey, spesso qualche giovane medico aveva dovuto prendere a pugni un ubriaco per evitare di rimetterci un dente. Al San Luca, il momento cruciale di una giornata di interventi chi- rurgici si verifica alle 7 di sera, quando i parenti degli operati sono ammessi per pochi minuti nella sala di rianimazione. Niente è piú im- pressionante della vista di un malato che abbia appena subíto un grave intervento: ha il petto dipinto di uno spettrale color arancione, è abbondantemente fasciato di bende e cerotti, è coperto di fili e di tubi entro i quali gocciolano sangue od orina. Non è raro che una moglie, dopo aver visto il marito, debba essere portata fuori d'urgenza, urlante e sconvolta. Almeno una volta la settimana, una mamma crolla sve- nuta non appena vede il suo bambino, che invece sta riprendendosi perfettamente. Quei parenti hanno quasi sempre trascorso una notte insonne prima dell~intervento, sono stati per dieci terribili ore in sala di attesa e, quando finalmente si consente loro di vedere che cosa ha fatto il chirurgo, non riescono a sopportarne la vista. IL TEMPO cominciava a far confondere i visi e le storie dei diversi pazienti, a saldare insieme i giorni e le notti. Immagazzinavo nel cer- vello l'immagine e la storia di molti pazienti, ripromettendomi di tor- nare su questo o quel caso in seguito, ma poi continuavano ad arri- vare nuovi pazienti e i casi precedenti svanivano a poco a poco. Il giorno in cui Pamela lasciò l'ospedale, mi trovavo nel reparto di Cardiochirurgia pediatrica per vedere un altro bambino. « Come va, Pammy? :~ « Bene ~ rispose lei, un po' imbarazzata, e automaticamente sollevò la camicina da notte per mostrare la cicatrice. Stava rimarginandosi benissimo e nel giro di pochi mesi non si sarebbe visto altro che una sottile linea bianca. La signora Kroger mi confidò di avere in mente di far fare uno studio genetico sulla sua famiglia. « E racconterò alle mie figlie la storia delle nostre malattie di cuore. Spero che nessuna di loro debba mai passare attraverso un inferno come questo! ~ L'ABILITA e i risultati ottenuti dal cardiochirurgo risaltano con dram- matica evidenza se si raffrontano due dati: fino al 1955, quando fu inventata la macchina cuore-polmoni, la maggior parte dei bambini affetti da vizi congeniti del sistema cardiovascolare morivano appena nati o in tenerissima età; soltanto quindici anni dopo, nel 1970, il car- diochirurgo era in grado di rimediare a quei difetti e poteva promet- tere una vita normale all'ottanta per cento di quei piccoli pazienti, un risultato che nel campo della medicina può stare alla pari con quelli ottenuti da Pasteur, Fleming e Salk. Però, rimane sempre l'altro venti per cento. Grady Hallman stava operando una bimba di dieci mesi che si chia- mava Kimberly. Si trattava di un caso molto difficile, una malforma- zione del setto ventricolare, complicata da una stenosi subaortica, cioè un ispessimento del tratto inferiore dell'aorta, uno dei pochi difetti con- geniti che devono essere corretti con un intervento definitivo. In casi simili, non v'è la possibilità di un primo intervento parziale, tanto per consentire al bambino di tirare avanti per qualche anno. « Senza que- sta operazione, non sarebbe arrivata nemmeno al primo compleanno mi spiegò John Zaorski. « Sono casi infernali. ~ Ora, nella sala operatoria 1, Hallman stava tentando di rimettere in movimento il cuore della piccina, mentre la passaferri lo guardava con occhi sbarrati e tristi. Lottò per piú di un'ora, cercando con tutti i mezzi di riattivare il muscolo, sottoponendolo ripetutamente alla sti- molazione elettrica. Tolse le pinze e staccò la piccina dalla macchina 46 cuore-polmoni. Il cuore non volle saperne di battere. Allora, Hallman la ricollegò alla macchina e questa volta parve che le cose funzionas- sero. Ma quando il chirurgo ripeté la stimolazione elettrica e staccò di nuovo la macchina, il cuore tornò a fermarsi. Cooley uscí dalla sala operatoria 2, dove stava ricostruendo una valvola, e domandò: « Ave- te awertito il dottor Nora? ~ meglio che facciate chiamare lui, per un caso come questo :~. Il dottor James Nora faceva parte della squadra di cardiologia pediatrica. « Io ho già awertito i genitori che le cose non si mettono troppo bene ~ aggiunse Cooley mentre usciva dalla sala. Mentre si stava facendo ogni sforzo per salvare la piccola, un'infer- miera aprí la porta. « Dottor Hallman, nella sala tre è pronta l'am- putazione. ~ ` « Cerchi il dottor Messmer e veda se può cominciare lui ~ ri- batté Hallman. Le sue mani erano dentro il cuore della bambina mo- rente. Dopo tre ore spese in un intervento che sarebbe dovuto durare la metà di quel tempo, Hallman alzò lentamente le mani e scosse il capo. Nessuno disse una parola. Nora era venuto in sala operatoria e, vista I'inutilità di qualsiasi sforzo, era uscito per andare a parlare ai geni- tori. Hallman se ne andò a sua volta: qualcun altro avrebbe provve- duto a ricucire la povera piccina. Una delle infermiere addette alla macchina cuore-polmoni urtò inavvertitamente l'apparecchio, facendo schizzare sul pavimento di piastrelle verdi il contenuto di un flacone di sangue. I genitori della bambina furono accompagnati, tremanti di paura, nella sala dei parenti, non lontana dal reparto di Chirurgia, dove Jim Nora li informò. Qualche volta, accade che i genitori inveiscano, urlino e si scaglino contro il chirurgo, quando muore un bambino. Ci sono stati genitori che hanno aggredito Cooley, picchiandolo sul petto fino ad averne le mani indolenzite, ma lui non reagisce mai. I due che avevano portato all'ospedale la piccola erano entrambi giovanissimi, sui ventun anni. Accolsero la notizia con estrema dignità. Nora, invece, aveva le lacrime agli occhi e uscí dalla stanza asciugandosele con la mano. Bill Murrah, un allievo cappellano dell'Alabama che quell'estate fa- ceva un periodo di tirocinio interno al San Luca, era appoggiato con- tro il muro, in corridoio. ~ Non c'è molto da dire in casi come questo ~ osservò. « Non vogliono formule religiose o citazioni dalla Bibbia, in momenti simili. Vogliono soltanto sapere se il loro bambino è vivo o morto. E, se è morto, voglio sapere se, senza quell'intervento, sareb- be potuto vivere. ~ questo che vogliono sapere, e hanno disperatamente bisogno che qualcuno gli risponda di no, che non sarebbe vissuto. Cosí, non si sentiranno in un certo senso complici della sua morte. ~ Da tempo tenevo chiuso dentro di me un profondo senso di scon- forto, e la morte di quella piccina lo riportò a galla. Ero stufo del- I'ospedale e dei suoi interventi chirurgici. Mio figlio, il secondogenito, doveva venire da New York per trascorrere l'estate con me. Nonostante fosse un ragazzone robusto, bravissimo a battere suo fratello maggiore giocando al pallone in Central Park, nel suo cuore v'era qualcosa che non andava. Era nato nove anni prima proprio in quest'ospedale di Houston, e il pediatra gli aveva scoperto un soffio cardiaco, non gra- ve, ma pur sempre preoccupante, una sorta di lieve sibilo che riecheg- giava dentro le minuscole cavità di quel piccolo cuore. I cardiologi ave- vano detto che bisognava tenerlo d'occhio, farlo vedere ogni anno o due, ma lasciarlo vivere liberamente, senza restrizioni. « Non ditegli niente di questo soffio ~ aveva consigliato un medico di New York. « Non lasciate che per lui diventi un mezzo per coccolarsi. ~ Avevo progettato di farlo vedere ai collaboratori di Cooley, ma se quel giorno mi avessero detto che bisognava operarlo, se si fosse parlato di bisturi, io non avrei certo firmato l'autorizzazione all'intervento. Quella settimana fu un completo disastro. « Passano periodi lun- ghissimi senza che succeda nulla ~ mi confidò un assistente. « Setti- mane durante le quali tutto va bene, mesi senza che muoia un solo paziente, senza che si abbia nemmeno una perdita di sangue intorno a un innesto; poi, capitano settimane come questa, e a me viene voglia di andare a fare il dermatologo! ~ Un pomeriggio, Cooley stava facendo una normale sostituzione di una valvola, quando accadde uno degli incidenti piú incomprensibili in fatto di funzioni cardiache, un incidente che, al San Luca, chiamano "cuore di pietra", perché non v'è altro nome per descriverlo. Il ventri- colo sinistro del paziente ha uno spasmo improvviso, paragonabile al cosiddetto crampo del nuotatore, e finora la scienza medica non pos- siede alcun mezzo per combatterlo o per salvare comunque il paziente. Non se ne conoscono né le origini né le cause, e l'autopsia non mette in chiaro niente, perché, quando la si esegue, lo spasmo si è ormai risolto. Come sempre quando accade un caso del genere, fortunatamente raro, Strong iniettò al paziente farmaci di tutti i tipi, con la speranza che qualche sostanza, o qualche combinazione di sostanze, potesse sciogliere lo spasmo e consentire al cuore di riprendere a battere. Niente serví allo scopo. « Quando succede ~ commentò, « il paziente è spacciato. Punto e basta. ~ Quella settimana, Cooley rimase in sala operatoria dall'alba al tra- monto, quasi che una morte potesse essere compensata riparando due cuori in piú. Non tradiva la minima emozione. « ~ un tipo impertur- babile ~ aveva detto un suo amico. Ma certamente era turbato da quelle complicazioni e dal succedersi dei decessi Alla conferenza settimanale di patologia, durante la quale si discute a fondo un caso interessante, Cooley parlò in breve e obiettivamente del caso della piccola Kimberly. « Era un cuore che ci lasciava molto perplessi ~ disse. « Dopo l'operazione, la bimba ha avuto un blocco car- diaco cosí totale, che nemmeno un pacemaker avrebbe potuto risol- verlo; cosí, I'intervento si è concluso con un fiasco clamoroso. ~ Il dottor Rosenberg, patologo, tolse il cuore della piccola paziente da un recipiente di plastica e lo depose sopra un tavolo per illustrare le pro- prie teorie. « Il setto era chiuso, il ventricolo sinistro era deforme. E notate questa fenditura insolitamente profonda nella valvola mitrale, una malformazione che sta rapidamente diventando la nostra rarità piú frequente. ~ QUALCHE MESE dopo, Cooley e io discorrevamo della morte. « Cre- do di essermi costruito uno scudo ~ osservò lui. « Ho visto altri chi- rurghi che accettano senza tanti patemi questo totale e completo falli- mento che è la morte, chirurghi della scuola "be'-abbiamo-fatto-tutto- il-possibile". Io non sono mai stato capace di prenderla a questa ma- niera. Ma bisogna andare avanti, è l'unico modo per superare la delu- sione. Continuare nel proprio lavoro e rendersi conto che si sta facendo qualcosa di buono. La tragedia awiene quando capitano due o tre casi sfortunati tutti insieme: allora ci si comincia a domandare se davvero si sta facendo del bene all'umanità! « Se lo domanda mai, lei? ~ Cooley scosse risolutamente la testa. UN POMER1GG10, Leachman cateterizzò un paziente che sembrava l'ultimo uomo al mondo ad avere bisogno di un intervento al cuore. A quarantaquattro anni, Vic Coleman aveva un fisico forte e ben pro- porzionato, ancora in perfetta forma grazie all'intensa attività sporti- va svolta come calciatore dapprima nel corpo dei Marines durante la seconda guerra mondiale e poi all'università della California meridio- nale, dove era stato un asso del campionato. Dal 1951, lavorava in un~industria petrolifera a Midland, nel Texas. Interrogato al riguardo da Leachman, Coleman affermò che il suo lavoro non era affatto logorante: andava in ufficio alle otto o alle nove, o quando gli pareva, e non si fermava quasi mai oltre le quattro. Viaggiava pochissimo, all'infuori dello stretto necessario per recarsi a un pozzo. Non fumava, non beveva, non mangiava cibi ad alto conte- nuto colesterinico. Aveva estrema cura di sé stesso, controllava il proprio peso, si sottoponeva ogni anno a un esame medico totale, elet- trocardiogramma compreso. Praticava il tennis d'estate e lo sci d'inver- no; aveva persino messo insieme un gruppo di venti uomini d'affari, e li aveva convinti a saltare l'ora del cocktail per fare ogni pomeriggio un po' di podismo. ~ Facevamo venti giri di pista al campo sportivo della scuola, circa otto chilometri, e io ero arrivato a farli in trentotto minuti, un chilometro in meno di cinque minuti. ~ Il padre di Coleman era morto per un attacco di cuore a sessantatré anni, unico neo in quella che per tutto il resto sarebbe stata un'eccezionale prognosi di vita lunga e sana. « Se un uomo come lui ha dei guai di cuore ~ fu il commento di un assistente dopo un definitivo controllo clinico, « noi dovremmo es- sere tutti morti! ~ Ma non è affatto vero che tutti i cardiologi siano dello stesso parere circa le regole di vita generalmente riconosciute come atte a prevenire complicazioni cardiache. DeBakey, per cominciare, ritiene che la ten- sione sia non soltanto sopportabile, ma addirittura benefica per l'or- ganismo. Un cardiologo di Houston, il dottor Charles Armbrust, ebbe un paziente che morí per un attacco di cuore nel bel mezzo della sua abituale ginnastica mattutina. « E tutte le mattine, venendo in ospe- d~le D aggiunse il dottor Armbrust, « vedo un anziano signore che si allena correndo lungo la strada, insieme con il suo cane, vecchio co- me lui. E, ogni volta, mi domando a chi verrà prima l'infarto, se a lui o al cane! ~ Il problema del colesterolo divide in due opposte schiere quanti la- vorano nel campo del cuore. Nessun medico, naturalmente, nega il valore di una dieta ipocolesterinica che, se non altro, fornisce poche calorie e tende a conservare magro il paziente, riducendo cosí anche il lavoro del cuore. Ma nessuno è mai riuscito a dimostrare che, ridu- cendo l'apporto di colesterolo nella dieta di un individuo adulto, si riducono automaticamente anche le probabilità di un attacco di cuore! I disturbi di Coleman erano cominciati all'improvviso, circa tre me- si prima; mentre faceva il suo abituale esercizio podistico, era stato colto da un acuto dolore al petto, appena sotto le costole. « Il dolore mi ha infastidito per un po' di giorni ~ riferí a Leachman, ~ ma non vi ho dato peso. Dopo, sono andato a sciare e sono caduto su una delle racchette, e il dolore è diventato piú acuto: pensavo di essermi rotto una costola. Tornato a Midland, sono andato a giocare a tennis e ho fatto tre partite, ma credevo proprio che non sarei riuscito ad arrivare alla fine. Da allora, cosa che non era mai successa prima, ho cominciato ad avvertire quel dolore al minimo sforzo. Non riuscivo nemmeno a percorrere un isolato e mezzo senza che mi venisse. « Come lo descriverebbe, quel dolore? ~ domandò Leachman. « Come se qualcuno mi stesse in piedi sullo stomaco e non volesse saperne di scendere. Sapevo che il mio cuore saltava qualche battito perché lo controllavo regolarmente con uno stetoscopio. Lo facevo da sempre. Pareva diventato matto, andava come un vecchio trattore scon- quassato. Perdeva una, due, tre battute, oppure filava giusto magari fino a quattordici pulsazioni, e poi ne saltava tre. ~ Un medico del posto aveva diagnosticato un'angina pectoris e aveva detto a Coleman che avrebbe potuto tirare avanti per anni, ingurgi- tando pastiglie di nitroglicerina, ma che questo avrebbe comportato una drastica riduzione, se non la totale eliminazione, delle sue attività sportive. « Tanto valeva essere morto ~ dichiarò Coleman. « Poi, ho saputo che Cooley faceva questa operazione del bypass e mi son detto che dovevo venire qui a farmi operare. ~ un'ingiustizia che proprio a me sia capitato questo guaio ma, dal momento che ce l'ho, stiamo al gioco e facciamola finita. ~ I cardiogrammi rivelarono che Coleman era il candidato tipico per il bypass: I'individuo sui quarantacinque anni, con un'occlusione del tratto superiore della coronaria destra in fase non ancora tanto avan- zata da rendere difficile l'innesto di un tratto di vena prelevato da una gamba. Oltre a questo, aveva dolori fortissimi, proprio il disturbo che in genere veniva eliminato con quell'intervento. Cooley decise di fare il bypass a Coleman il giorno seguente. Domandai a Don Rochelle, un internista, come spiegava il male di Coleman. Se da tutta la sua storia clinica non risultava la minima infra- zione alle regole, quali speranze potevano nutrire coloro che commet- tevano abitualmente i piú gravi peccati capitali? « Secondo me, il suo organismo è incapace di smaltire i grassi :~ fu la risposta. « Noi tutti cerchiamo di evitare il colesterolo, ma ciò che in genere la gente non sa è che da due terzi a tre quarti del colesterolo esistente nel nostro corpo non è introdotto con l'alimentazione, ma fabbricato dall'organismo stesso. Che poi l'organismo ne produca di piú o di meno, è una questione di ereditarietà. :D NEL TARDO pomeriggio di quello stesso giorno, uno degli specializ- zandi che lavoravano con DeBakey, comparve nella saletta del caffè al San Luca. Sembrava disorientato, sconvolto e in preda a una crisi isterica. Sedette e cercò di spiegare la sua presenza in campo avverso. « DeBakey mi ha appena sbattuto fuori della sala operatoria ~ dichiarò. « Cosa hai combinato? ~ domandò John Zaorski. « Ha detto che facevo i punti di sutura troppo lunghi. ~ Lo specia- lizzando, che si chiamava Geoff, era un tipo dai capelli rossi, padre di quattro figli. Zaorski scosse la testa, comprensivo e incredulo. Quan- do un chirurgo arriva al terz'anno di specializzazione - avendo alle spalle undici anni di professione medica - non si può certo mettere in dubbio la sua capacità di suturare una ferita. E Geoff era considerato come uno dei piú promettenti cardiochirurghi di Houston. Ma, in quel momento, stava correndo un grosso rischio: mancava poco piú di un mese alla fine dell'anno accademico e, se non fosse riuscito a rientrare nelle grazie di DeBakey, non avrebbe ottenuto il riconoscimento di un intero anno di lavoro. Un assistente anziano di DeBakey aveva consi- gliato a Geoff di non farsi vedere per qualche giorno e poi di tornare come se niente fosse stato. ~ Bene, non è il primo e non sarà l'ultimo che Mike butta fuori » fu il commento di Leachman, quando seppe della disavventura oc- corsa a Geoff. « E Mike è troppo potente: non si può discutere con lui. In campo medico, è forse l'uomo piú potente d'America, non esclusi il capo del dipartimento per la Salute Pubblica o il ministro della Salute, Educazione e Benessere. ~ GLI INTERVENTI chirurgici dei giorni successivi ebbero in entrambi ~á gli ospedali un numero eccezionale di spettatori. Era in corso a Houston il Decimo Congresso Internazionale del Cancro e moltissimi chirurghi che vi partecipavano disertavano volentieri le sedute per andare a ve- dere Cooley e DeBakey. Il protocollo di quelle visite era stato stabi- lito da tempo: prima il Metodista e DeBakey, poi il San Luca e Cooley, a cento metri di distanza. A Cooley non importava niente di essere relegato al secondo posto, perché sapeva che i suoi interventi erano strabilianti per qualsiasi chirurgo. Era in splendida forma, quando operò Coleman davanti a ben ven- ticinque medici che si accalcavano nella sala. « Credo che questa volta 52 abbiamo battuto il record ~ commentò un'infermiera, con aria un po' annoiata. Quando Cooley ordinò di staccare il paziente dalla macchina cuore-polmoni e il cuore di Coleman riprese a battere come un oro- CUORI logio di marca, Zaorski, un po' malignamente, domandò alla capo in- fermiera addetta alla macchina quanto tempo era durato il colle- gamento. La donna guardò il cronometro e disse: « Ventotto minuti ~. I medici in visita si scambiarono occhiate di invidiosa approvazione o di sincero sbalordimento. Fuori di Houston, i pochi chirurghi che tentano quell'operazione impiegano in qualche caso fino a otto ore. Coleman era soltanto uno degli otto casi che Cooley aveva in programma, come il solito, per quel giorno e che comprendevano un altro bypass coronarico, eseguito su- bito dopo. Christiaan Barnard e altri notissimi cardiochirurghi non fanno mai piú di un intervento a cuore aperto il giorno, tanto intenso è lo sforzo fisico e psichico che esso comporta. Piú tardi, il capo del dipartimento per la Salute Pubblica del Paki- stan andò a congratularsi con Cooley e gli disse: « Non ho mai visto un chirurgo lavorare come lei, in nessun posto ~. E Cooley sapendo che l'altro stava facendo il giro dei maggiori centri americani di medi- cina, domandò: « Dove è stato, finora? ~ Il pakistano nominò parecchi ospedali di primissimo ordine, compreso il vicino Metodista, la Clinica Mayo e l'università Cornell. « Ah! ~ esclamò Cooley, come se ciò spiegasse tutto. « Ma lei ha visitato soltanto il retrobottega! :~ Nove giorni dopo l'intervento, Vic Coleman, dimagrito, ma allegro nonostante le sofferenze e il pallore conseguenti all'operazione, se ne andava tutto contento dall'ospedale. Una settimana dopo, quando tor- nò per una visita di controllo, con un diverso taglio di capelli, una giacca nuova fiammante e una leggera abbronzatura, non sembrava davvero un uomo cui era stato fermato e manipolato il cuore poco piú di due settimane prima. L'incisione alla gamba, dov'era stata prelevata la vena per l'innesto, era leggermente infiammata per un ristagno di pus, ma Leachman dichiarò che la pelle si sarebbe presto sfaldata sp~ntaneamente e l'infezione sarebbe guarita. « Dieci giorni dopo l'operazione, mi son fatto piú di mezzo chilo- metro a piedi ~ annunciò Coleman. « E sono quasi pronto a riprendere l'attività podistica. ~ Di regola, Leachman lascia che i pazienti decidano da soli il ritmo della loro nuova vita, ma Coleman sembrava uno che avesse bisogno di qualche awertimento cautelativo. « Io me la prenderei con una certa calma almeno per un paio di mesi :~ ammoní. « ~ il minimo necessario perché un organismo si riprenda completamente dopo una grave scos- sa, e un intervento chirurgico è senza dubbio una grave scossa. Coleman annuí. E per la dieta come doveva regolarsi? « Be', non mangerei uova o carne due volte il giorno e limiterei i grassi, ma per il resto può mangiare ciò che vuole. ~ Coleman andò a cercare Cooley per ringraziarlo e congedarsi, ma il chirurgo era occupato in sala operatoria. CAPITOLO SESTO DA UN QUARTO di secolo, da quando cioè DeBakey era arrivato a Houston, I'elenco dei medici cacciati dal suo reparto, com'era accaduto a Geoff, andava sempe piú allungandosi. DeBakey sembrava paziente, era persino gentile con gli studenti che andavano ad assistere ai suoi interventi: di solito, soltanto quelli che erano già a buon punto sulla via della specializzazione o della professione avvertivano la tempesta. « Quando sarete studenti anziani ~ disse una volta il Professore a un gruppo di matricole, « saremo rivali. Non dimenticatelo. :~ La condanna di Geoff fu insolitamente severa. DeBakey lo aveva fatto cacciare non soltanto dalla sala operatoria, ma addirittura dal- I'ospedale, il che significava che il malcapitato non avrebbe potuto nemmeno finire l'anno di specializzazione in qualche altro reparto. Per parecchi giorni, Geoff passò in rassegna ciò che aveva fatto negli ul- timi tempi, alla ricerca di un motivo che giustificasse la sua defene- strazione. « La crisi finale stava maturando da tre giorni ~ concluse. « Tutti mi avevano awertito di stare in guardia. Avevamo già ricu- cito il paziente e stavamo suturando l'incisione che era stata fatta per inserire un catetere in un'arteria, ma io non facevo altro che tenere i punti. Era lui che tagliava il filo. E tutt'a un tratto se ne è uscito a dire che "io" lasciavo il filo troppo lungo e mi ha sbattuto fuori della sala! ~ Geoff era venuto a Houston dal New England nel 1963, dopo avere fatto domanda per essere ammesso come specializzando in diversi ospe- dali degli Stati Uniti. « Finii per scegliere Houston perché mi pareva che trovarmi in prima linea, sul nuovo fronte della cardiochirurgia, fosse la cosa migliore. Negli altri ospedali, si sarebbe fatto sí e no un intervento a cuore aperto in un mese e ci sarebbero stati trenta specia- lizzandi ad accalcarsi per vedere qualcosa. Dove altro al mondo c'era un Denton Cooley che ne faceva tre o quattro il giorno? E un George 54 Morris e uno Stanley Crawford e tutti gli altri cardiochirurghi usciti dalla scuola di DeBakey? ~ Geoff aveva lavorato per tutto il primo anno al Baylor, senza essere mai nemmeno presentato a DeBakey. « Non mi degnava neanche di un cenno della testa, in sala operatoria. Se moriva un paziente nel reparto Terapia Intensiva, lui sbatteva fuori qualcuno, addossandogli la colpa di quella morte. Mi ero reso conto che in genere si trattava di un gesto premeditato: circolava la voce che ce l'aveva con qualcuno, poi lui cominciava a prendere in giro quel tale, a punzecchiarlo per ogni nonnulla, e finalmente esplodeva in una violenta requisitoria e lo licenziava su due piedi... sempre davanti a tutti. Qualche volta, si trattava di medici che s'erano meritati il licenziamento, e cosí la lezio- ne si imprimeva nel cervello di tutti quanti. ~ DeBakey aveva fissazioni che ogni specializzando imparava presto a tollerare e assecondare. Geoff, a esempio, aveva imparato che De- Bakey esigeva che in sala operatoria si gettassero per terra gli aghi usati. « Non lo si fa in nessun ospedale, perché poi si piantano nelle ruote delle lettighe :~ commentò Geoff, « ma nella sala di Mike, ac- cidenti se si impara presto a buttarli per terra! :~ Un'altra idea fissa riguardava i teli sterili con i quali si ricopriva il paziente. « Bisogna che siano ben tesi, e anche questa non è nien- t'altro che una mania. ~ Una terza regola, fondamentale, riguardava le luci. DeBakey usa quattro lampade sterili orientabili, montate sopra il tavolo operatorio, mentre la maggior parte dei chirurghi - compreso Cooley - ne usa due soltanto. « Secondo una legge non codificata, ma religiosamente rispettata, la luce di fronte al Professore non deve mai illuminare direttamente il campo operatorio, perché altrimenti si riflette sui di- varicatori e questo gli dà fastidio. E guai se qualcuno osa toccare quelle luci... :~ Ma Geoff non aveva mai né toccato quelle luci, né infranto alcuna delle altre regole. Aveva lavorato sette anni per perfezionarsi ed era giunto alla soglia della maturità chirurgica, quando la mannaia era caduta. Forse, aveva offeso DeBakey perché ammirava la bravura di Cooley, o perché, una volta, aveva partecipato a una festa insieme con i suoi assistenti. Dopo sette anni, Geoff non era ancora riuscito a capire DeBakey. « In pratica, non mi ha insegnato niente, perché ci conoscevamo appena, ma questi anni sono stati ugualmente pre- ziosi per me. Quel che Mike ha insegnato agli altri, i perfezionamenti attuati da questi ultimi, tutto è arrivato fino a me. E tutto proviene da Mike. ~ DeBakey! Chiedete a sei medici di descrivere DeBakey ed essi di- venteranno di colpo sei ciechi che parlano di un elefante. Salteranno fuori "il DeBakey affascinante, il DeBakey tirannico, il DeBakey cor- tese, il DeBakey politico, il DeBakey despota, il DeBakey guaritore senza eguali". Lo sforzo cui erano sottoposti i medici giovani non era soltanto mentale; spesso, il loro fisico crollava ed essi si ammalavano, ma DeBakey, che non sopporta l'idea di essere ammalato lui stesso, non ammette nemmeno che possano ammalarsi gli specializzandi del suo reparto. A sessantadue anni, non ha la minima cura della propria salute. Una volta, gli domandai quando si fosse fatto fare l'ultimo elettrocar- diogramma. « Mmmm... non ricordo ~ rispose, un po' imbarazzato. « Ma se l'è mai fatto fare? ~ insistetti. Scosse la testa. La sua alimentazione terrebbe in costante apprensione la mamma di un adolescente. Sgranocchia da mattina a sera cioccolata, noccio- line, pop-corn caramellato. Una volta che pranzammo insieme in un ristorante alla moda, a New York, lui ordinò filetto di bue e, quando glielo servirono, cotto a puntino, si fece portare una bottiglia di salsa di tabasco, un intruglio infernale di cui bastano poche gocce per ar- roventare un cocktail, e ne irrorò da cima a fondo la sua bistecca, come uno farebbe con la salsa di pomodoro sopra una cotoletta di vitello. La sua passione per quella pepatissima salsa, prodotto della sua nativa Louisiana, fece dire a un suo assistente: « Mike DeBakey mette tabasco su tutto ciò che mangia... e che dice ~. Un giorno, fu colto da un malessere fortissimo, ma si ostinò ad andare in sala operatoria. Era cosí pallido, e stava cosí male, che i suoi assistenti lo costrinsero quasi con la forza a stendersi sul tavolo operatorio. DeBakey vomitava, aveva la febbre ed era furibondo. Qualcuno fece avvertire il direttore del dipartimento medico, che ar- rivò di corsa; diede un'occhiata a Mike e gli ordinò di andarsene immediatamente a casa e prendersi una giornata di riposo. Mike ri- fiutò di lasciare l'ospedale. « Va bene ~ ribatté il direttore. « Allora ti diamo una camera in ospedale, ma se dovessimo legarti al letto per tenerti lí, ti legheremo! ~ Atteggiandosi a vittima, Mike saltò giú dal tavolo, schizzò fuori della sala operatoria, salí di corsa quattro ram- pe di scale, per dimostrare che anche ammalato era sempre piú in gamba di chiunque altro, si ficcò in un letto e dormí per otto ore. « DA PIU di un anno sono preso fin sopra i capelli ~ mi confidò Ted Diethrich un pomeriggio di un'afosa domenica d'estate. « In do- dici mesi, non ho scritto un articolo, non ho fatto altro che aprire in tutta fretta cuori, un giorno dopo l'altro. ~ Era seduto nel cortile della sua splendida casa di mattoni a un piano alla periferia di Hou- ston, una vecchia casa ricostruita in modo da includervi le parti ester- ne, con vetrate scorrevoli che si aprivano sulla grande piscina, un bizzarro campo sportivo - I'unico negli Stati Uniti - con tre muri di mattoni, simili a quelli di una cattedrale, per giocare a frontenis, un violento e appassionante gioco messicano, e - attiguo a quello - un campo da calcio, ancora vuoto. Tutte le domeniche, dopo il giro mattutino di visite all'ospedale, Diethrich guidava una banda di gio- vani cardiochirurghi e di studenti di medicina attraverso una baraonda di competizioni sportive che, corrobora- te da abbondanti bevute di vodka e acqua tonica, si prolungavano fino a tarda notte. Era, in fondo, una corsa verso il limite dell'esaurimento totale, una ricerca del dolore fisico, una sor- ta di lavacro purificatore dopo il qua- le il chirurgo sarebbe tornato rinno- vato all'ospedale e al suo mondo di corpi e di cervelli malati. Quelle domeniche mi riducevano a pezzi. Riconoscevo la necessità di scrollarsi di dosso tutti i traumi della settimana, ma avrei preferito un siste- ma un po' meno ~urbolento. Il fron- tenis era indubbiamente un gioco esi- larante (qualcosa che sta fra il gioco - della pallamuro, la pelota e il tennis) ma con quella palla di gomma piena che ti volava accanto alla velocità di centotrenta chilometri l'ora, era anche pericoloso. Prima che fosse finita l'estate, avevo - come tutti gli altri - il torace cosparso di lividi e un gomito tumefatto, di un bel verde-blu. Al principio di quell'anno, ero stato a sciare ad Aspen insieme con Diethrich e un gruppo di chirurghi del Michigan. Questi ultimi ave- vano tutti una decina d'anni piú di noi, ma pareva che avessero fatto lo stesso voto che aveva fatto Diethrich. Per loro, lo sci consisteva nell'alzarsi all~alba e giungere per primi ai mezzi di risalita; l'impor- tante era essere primi: primi in vetta, primi in fondo alla discesa, Ted Diethrich di nuovo primi in vetta... e cosí di seguito, senza fermarsi, senza ri- flettere, senza sprecare un solo minuto. Fra i chirurghi che pilotano un aereo personale - e ve ne sono parecchi - la percentuale degli incidenti e dei decessi è quattro volte superiore a quella dei piloti-uomini d'affari. Uno dei motivi è la fretta di tornare all'ospedale, il lunedí mattina, ma un altro, temo va ri- cercato nella disperata voglia di vivere del chirurgo, unita aila con- vinzione - comune ad alcuni giocatori d'azzardo di Las Vegas - di avere al proprio fianco Dio, il quale non potrà permettere che capi- tino incidenti al Suo protetto. A trentacinque anni, Diethrich godeva di una reputazione profes- sionale e di proventi personali che altri chirurghi raggiungono sí e no a cinquant'anni. Ma non era soddisfatto. Quanti uomini sono stati seduti accanto a un trono senza doman- darsi se sia un sedile comodo? Le mani di Cooley avevano costruito un ospedale; le mani e la potenza di DeBakey ne avevano costruito un altro. Tutto ciò non era sfuggito all'attenzione di Diethrich, che già allora andava carezzando un proprio piano. DIETHR1CH era nato nel Michigan. Figlio di un'infermiera, aveva fatto i suoi primi interventi chirurgici all'età di cinque anni, su ani- mali di pezza. A quattordici anni, faceva già l'infermiere in ospedale; a quindici, aveva collaborato come assistente, praticando di propria mano l'incisione iniziale, a una vasectomia (la sterilizzazione maschi- le). Per quel che ne ricordava, non v'era mai stato un periodo in cui non fosse stato divorato dall'ambizione di diventare chirurgo. Com- pletata la specializzazione in chirurgia all'università del Michigan, era stato convertito alla cardiochirurgia e aveva presentato domanda pres- so parecchi ospedali per l'indispensabile corso biennale di specializ- zazione in chirurgia toracica, nutrendo tuttavia ben poche speranze di essere accettato da DeBakey. « Poi, mi arrivò una lettera dal Baylor, dove mi dicevano che la mia domanda era stata accolta, e venni a Houston per presentarmi a DeBakey. Aspettai per ore e ore fuori del suo ufficio, lo vidi ope- rare, lo seguii su e giú per scale e corridoi. Finalmente, alle cinque del pomeriggio, quand'ebbe finito di operare brillantemente un aneu- risma dell'arco aortico, mi si awicinò e parlò con me per circa mez- 58 zo minuto. "Sono felice di averla con noi" mi disse. "Spero di vederla qui al piú presto." Restai di sasso. ~ Il primo luglio - inizio tradizionale dell'anno accademico di medici- na- del 1964, Diethrich si presentò all'ufficio di DeBakey e con suo grande stupore fu assegnato alla squadra di Denton Cooley. Questi si era già separato da DeBakey, ma a quel tempo era ancora un membro importante della facoltà di Chirurgia del Baylor e poteva tenere uno specializzando. Le delusioni cominciarono subito, per Dieth- rich. Abituato al bene ordinato schema accademico del Michigan, fu frastornato dal ritmo vertiginoso con cui era condotta la pratica della medicina a Houston. « In sala operatoria si ammucchiavano almeno quarantamila persone; non si poteva nemmeno andare vicino a Coo- ley. Il primo mese mi sentii proprio come un pesce fuor d'acqua. ~ Quando, parecchi mesi dopo, passò con DeBakey, Diethrich si ri- trovò ancora piú lontano dal tavolo operatorio. Per due mesi e mez- zo, non fu nemmeno chiamato in sala operatoria: lui, che aveva fatto quattro anni al Michigan, operando quasi ogni giorno. Poi, un po- meriggio, DeBakey disse a un tratto: « Ted, bisogna che lei perfe- zioni la sua tecnica in sala operatoria. Da domani, opererà con me, assistendomi in tutti gli interventi ~. Diethrich dovette mordersi le labbra per non ribattere che parlare della necessità che lui migliorasse la propria tecnica sembrava quanto meno prematuro, dato che De- Bakey non lo aveva mai visto fare nemmeno un nodo. « Be', cosí abbiamo cominciato ~ mi raccontò Diethrich. « E per tre o quattro giorni, tutto andò per il meglio. Non mi faceva mai un'osservazione, tutto filava tranquillo, proprio come avevo sempre sperato che sarebbe andata. Avevo davanti a me il maestro. Poi, ven- ne l'inferno. Fu l'esperienza peggiore di tutta la mia vita. Si arrivò al punto che non mi lasciava nemmeno distendere i teli sterili sopra il paziente, una cosa che avevo fatto per anni, automaticamente come leggere un termometro. Detengo il primato in "ricopertura pazienti" effettuata a tempo pieno! Preparavo il paziente, poi arrivava DeBakey, dava un'occhiata e diceva che non andava bene. Lui usciva e io to- glievo i teli sterili, ne aprivo un altro pacco e coprivo di nuovo il pa- ziente. DeBakey tornava in sala operatoria e diceva di nuovo che non andava bene. E io ricominciavo da capo. E da capo ancora, e poi ancora. Cinque volte! Mi ero ridotto al punto di non sapere nemmeno piú fare un nodo durante un intervento senza sbagliare. Al punto che, un giorno, I'anestesista mi disse: ~Ted, mi viene la pelle d'oca soltanto a vederti entrare!" « Tutta la mia sicurezza sparí. DeBakey è capace di ridurti in pez- zi. Si andò avanti a questa maniera, finché un pomeriggio il Profes- sore non posò gli strumenti ed esclamò: "E va bene, dottore, va be- 60 ne! ~ cosí, dunque. ~ cosí! Evidentemente, lei non vuole essere il mio assistente. Vuole essere il numero uno. Bene, allora sarò io a fare da assistente a lei, dottore. Qua, prenda le pinze, prenda gli aghi, prenda la seta e ricucia lei questa arteria!" Iniziai la sutura e proseguii all'incir- ca per trenta secondi, prima che mi strappasse tutto dalle mani! ~ Il tormento continuò finché Diethrich non cadde in uno stato di profonda depressione. Rientrando a casa, diceva alla moglie, Gloria: « Quest'uomo ha deciso di demolirmi. ~ diventata una vera e pro- pria guerra! :~ Certi giorni, al solo pensiero di entrare in sala opera- toria, si sentiva sconvolgere lo stomaco dalla nausea. « Aver lavorato sodo per tanti anni, per migliorare la mia tecnica, per acquistare una certa bravura... e poi sentirsi mettere cosí sotto i piedi, era una cosa spaventosa! ~ Finché una mattina, tre mesi dopo, DeBakey si avvicinò a Dieth- rich, in corridoio, e gli mormorò in gran fretta: « Oggi, lei opera in sala quattro ~. A Diethrich, quasi gli si piegarono le ginocchia. Si- gnificava che avrebbe operato da solo, con un medico piú giovane a fargli da assistente. « Da quel momento, le tenebre divennero luce. DeBakey non mi contraddiceva piú. Io operavo e lui mi faceva da assi- stente, oppure operava lui e l'aiutavo io, e piú nessuno disse una pa- rola. ~ Diethrich non seppe mai che cosa avesse fatto per superare l'esa- me, per il semplice fatto che non arrivò mai a capire il regolamento di quell'esame. Anzi, non capí neppure se ci fosse mai stato un esame. Non si rese nemmeno conto del perché De Bakey si compiacesse cosí spesso di afferrare la fiaccola ardente della giovinezza e si divertisse a scuoterla, a soffocarla fra le mani e a spegnere con un soffio la fiam- ma del desiderio e dell'ambizione, finché anche le ultime scintille, ba- gnate di sudore e di lacrime, non si fossero spente del tutto. Ogni tanto, un giornalista domandava a DeBakey che effetto gli facesse la morte e lui, di solito, rispondeva citando il romanzo di Irving Stone su Michelangelo, ma invertendo invariabilmente il titolo: « ~ L'estasi e il tormento del cardiochirurgo. L'estasi quando si vince, il tormento quando si perde ~. Ma la sua visione della professione medica era davvero cosí angosciosa da indurlo a vagliare con tanta cura coloro cui avrebbe permesso di intraprenderla? Diethrich s'era convinto che soltanto i medici che non avevano fatto parte del Baylor incorressero nelle ire di DeBakey. Una sera, mentre Ted e il Professore si dirigevano in auto verso il padiglione sussidiario del Metodista, il discorso era caduto su uno specializzando che il primario aveva angariato in mille modi. DeBakey aveva fre- nato di colpo ed era rimasto in silenzio per un momento, mentre le sue mani, che tenevano il volante, lo stringevano con forza. Aveva J~ poi ripreso a parlare con voce piatta, gelida. « Ted, lo sai, io metto alla prova la gente. Voglio vedere come sa cavarsela sotto il fuoco, sotto pressione. Devo sapere di che pasta è fatta! :~ Parte seconda CAPITOLO SETTIMO AL PRINCIPIO degli anni '60, non esisteva praticamente centro medico che non avesse in cantiere almeno un programma di ricerche sui tra- pianti. A Denver, una squadra guidata dal dottor Tom Starzl stava lentamente portando il trapianto del rene nell'uomo dal regno della chirurgia d'avanguardia a quello dell'intervento di ordinaria ammi- nistrazione. Ma il cuore? Era ovviamente il traguardo della chirurgia del tra- pianto e molti chirurghi americani si incamminarono su quella strada. All'università Stanford, il dottor Norman Shumway e il dottor Richard Lower cominciarono una serie di trapianti di cuore su centinaia di cani, affinando e mettendo a punto una tecnica chirurgica che sareb- be poi diventata la base di tutti i trapianti sull'uomo. All'università del Mississippi, il dottor James Hardy si avviava verso lo storico in- tervento compiuto nel 1964, trapiantando il cuore di uno scimpanzé nel petto di un uomo. A Houston, Mike DeBakey progettò di costruire e inserire un cuore artificiale, un apparecchio che non sarebbe rimasto invischiato in gi- neprai legali, morali e religiosi. DeBakey aveva introdotto per primo e poi reso di uso corrente l'innesto di segmenti di plastica in vene e arterie e l'inserimento di valvole artificiali nel cuore. Il cuore artifi- ciale sarebbe stato lo strabiliante coronamento di una carriera stra- biliante. Un'impresa di quel genere, tuttavia, richie