MARIO TOBINO. UN AMORE INFELICE DI ANGELO ANTONINI. Scaturita da esperienze personali e da ún'acuta os- servazione della vita, I'opera di Mario Tobino è al tem- po stesso una suggestiva rievocazione di luoghi ed epi- sodi cari alla sua gioventú, e un'attenta ma non im- pietosa analisi dell'uomo e dei suoi mali. La dolce e aspra terra di Toscana, il mondo del ma- re con i suoi personaggi e il suo fascino, i molteplici aspetti della natura umarla emergono con potenza dal- le pagine dello scrittore, dove il linguaggio scarno e an- tiretorico si alterna a incisivi frammenti lirici e a una ricerca di modi popolareschi fortemente espressiva. Il contrasto fra due mondi è il motivo dominante del racconto Un amore infelice di Angelo Antonini, dove i destini dei protagonisti si intrecciano sullo sfondo in- combente del mare, con le sue collere e le sue malie. ANGELO ANTONINI ebbe da giovane un amore infelice. Erano tempi diversi, a Viareggio vigevano ben altre consuetudini che le attuali. Le ragazze viareggine udivano in casa le descrizioni, anch'esse amavano quelle barche che sparivano all'orizzonte, sapevano giudicare chi era degno del nome di marinaio, chi di nostromo e chi era capace di sor- reggere la responsabilità di un bastimento, essere capitano, portare bar- ca ed equipaggio per il mondo, caricare e scaricare preziosa merce. Le figlie dei marinai assomigliavano in agilità al padre, da bambine nuotavano davanti alla spiaggia, remavano sui gozzi; d'inverno, quando il mare urlava incontenibile rabbia, andavano con la madre a pregare in Sant'Andrea, I'orecchio teso verso la porta di sinistra, color biascicato tabacco, alla quale arrivava il selvaggio muggito. Insieme si rivolgevano alla Madonna dei sette dolori e le dicevano di risparmiare il marito, il padre, il figlio, il fratello. La ragazza aggiungeva nell'implorazione il nome di quel giovane che da tempo la guardava appassionatamente. Le figlie dei marinai poi all'improvviso si sposavano. Lui aveva navi- gato, si era fatto uomo; in un intervallo di navigazione le aveva parlato. Aveva ripreso il mare; e un giorno, di nuovo sbarcato, I'aveva sposata. A Viareggio c'erano delle dinastie di naviganti, le donne ne erano la segreta ossatura. La caratteristica della ragazza viareggina era di essere forte e allegra, di una bellezza spavalda, si divincolava, una Diana, gareggiava nel nuoto, nel remo e nelle ruzze con i maschi. Rideva in faccia fugando le brume quando si accorgeva che gli occhi si intorbida- vano. Ciò che amava era il mare, anche la sua violenza. Non aveva niente della civetta, della molle sensualità, ignorava il morboso. Amava piú il mare dei giovanotti. Il suo principe azzurro era il capitano che l'avrebbe portata a bordo, avrebbero navigato insieme, conosciuto le onde; finalmente simile al fratello che quella mattina prestissimo, appena adolescente, aveva ab- bandonato la casa, era partito col suo fagottino, le imberbi labbra gonfie di latte e sangue innocente. Ma l'amore è cieco, il destino indecifrabile, la via dei cuori misteriosa. Non sempre accadeva che il giovane capitano mettesse gli occhi su una figlia di marinai, di razza navigante. Ad Angelo Antonini successe d'in- namorarsi di una fanciulla di nobile casato. Angelo Antonini aveva ventun anni, era appena uscito dalla Scuola nautica di Nervi dove aveva manifestato disposizione alle matematiche e all'astronomia. Era tornato a Viareggio con il diploma di capitano di lungo corso, titolo nient'affatto frequente in quell'anno 1860. Era alto, biondo, il viso sorridente, la persona con un continuo piglio ele- gante, una spontanea arditezza. lncontrarsi con la bella Emanuela fu tutt'uno col fiorire dell'amore. Presto si parlò di fidanzamento. Emanuela non sapeva nulla del mare. La madre di Angelo, la Santina, che aveva partorito a bordo, navigato per anni e anni, era molto dubi- tosa di questo matrimonio. « Noi siamo gente di mare. Povera gente » disse una notte al marito, al capitano Antonio Antonini, rivoltandosi nella stretta cuccetta, come se ne avessero discusso e invece non se ne erano mai comunicato una parola. Il marito era stato a lungo zitto, e poi: « Voi donne siete gelose. Se è innamorato, non mi ci metterò contro ». Il giovane Angelo, che dormiva dall'altra parte della poppa, forse stava sognando la delicata fanciulla, quanto piú gracile tanto piú amata. A bordo alitava una fresca speranza. La famiglia Antonini era tutta riunita, il padre, la Santina e Angelo, mancava solo la Carmelinda, la giovane figlia che era rimasta a Viareggio, al collegio delle Mantel- late. Il brigantino era quasi tutto di loro proprietà, pochi carati ancora di quel lucchese, del ricco Sargenti. E anche questo viaggio avrebbe dato profitto. Fino allora si era svolto tutto bene. Avevano caricato a Ma- rina di Carrara blocchi di marmo e, stivatili a perfezione, li avevano depositati in parte a Dublino, in parte a Liverpool. Qui si erano riempiti di carbone e avevano ripreso la via del sud America. Bolina-bolina erano arrivati a Montevideo e di quel nero ne avevano scaricato piú di una metà. Il rimanente doveva essere versato a Buenos Aires, alla cui rada stavano per arrivare. Non si creda, come è scritto nei vocabolari, che una rada dia assoluta protezione ai navigli. E a seconda dei venti. Se con violenza spirano per l'imboccatura, per la parte scoperta, se arrivano i cosí detti venti di traverso, ahimè! è peggio che essere in alto mare, dove si naviga e non c'è pericolo di rompere gli ormeggi e scontrarsi con altre navi, di arenarsi sulla costa. Il brigantino Carlo, comandato dal vecchio Antonini, arrivò a Buenos Aires, e poiché i pontili erano affollatissimi - praticamente in quel tem- po il porto di Buenos Aires non esisteva - si ancorò in un lato della rada in attesa del suo turno. Il brigantino galleggiava alto piú del consueto per aver scaricato a Montevideo gran parte della nera merce. Passarono due giorni di calma. Il mare si era un poco agitato, ma non in maniera preoccupante. Il pomeriggio del terzo giorno piovve di- rottamente; verso sera il cielo si rischiarò. L'equipaggio in riposo, sonnecchiava nelle cuccette. Alle prime tenebre il mare ribollí, si sconvolse, a ogni minuto il vento si fece piú terribile. Il vecchio Antonini e il figlio Angelo furono sulla tolda a scrutare quella violenza. Le catene delle due ancore erano in tensione nello sforzo di trattenere il bastimento. Anche l'equipaggio era salito in coperta. Due erano i pericoli. Il primo che il brigantino, spezzati gli ormeggi divenisse in balia di sé stesso e si sarebbe fatalmente diretto verso i ban- chi di fango che molleggiavano nella rada, distanti appena un chilo- metro. Il secondo pericolo era piú grave: che uno dei tanti vapori anco- rati rompesse gli ormeggi e, cieco toro, corresse verso il brigantino ri- masto fermo, lo investisse, lo lacerasse, in pochi secondi inghiottito dalle acque. Il mare schiumò piú feroce. Si ruppe la prima catena. Il brigantino 297 deviò di pochi gradi, e subito dopo si spezzò anche la seconda catena. « L'àncora della speranza! » gridò il vecchio Antonini. Subito fu calata, ma mentre stava conficcandosi, la gomena si lacerò come un filo di lana. E il brigantino andò alla deriva, si diresse fatal- mente contro i banchi di fango. « Mollate la randa! » ordinò l'Antonini. Era l'unica manovra che restava, tentare di navigare, usare la vela, fare dell'orza, mettere ]a prua verso il vento. A destra c'era il fiume Ti- gre, tentare di imboccarlo, salvarsi dentro di quello. Era troppo tardi, la chiglia era già penetrata nel banco di fango. I colpi di mare senza pietà percossero il fianco del brigantino che lenta- mente si piegò sul bordo sinistro. Il fango abbracciava e abbracciava; il bastimento ingurgitò acqua. Ora c'era da salvare soltanto la vita. Per la Santina, la moglie del- I'Antonini, fu improvvisato una specie di seggiolino e con delle corde fu issata nella coffa dell'albero maestro, in quella specie di terrazzino. Gli altri si sparsero per le alberature e si accinsero a passare la notte tra gli urli del vento e i mugghii delle onde. Sorse livida l'alba. Nuvoli di gabbiani, stridendo un malefico suono, volavano sopra i banchi di fango; improvvisamente calavano ad affon- dare il loro becco sui cadaveri che i marosi vi avevano trascinato. Poi i giornali argentini scrissero a lettere cubitali che mai c'era stata una simile tempesta. I piú colpiti furono i velieri i cui ormeggi avevano resistito. I vapori, rotte le loro catene, vi si erano precipitati contro affondandoli; i marinai d'improvviso tra le onde. Il vecchio Antonini dall'alberatura continuava a guardare per la rada, sperando un aiuto; ma non si scorgeva nessuno. La piú vicina costa era in quelle canne che si piegavano al vento, a circa ottocento metri. « L'unica via di salvezza » disse il vecchio capitano, « è che uno di noi si getti in mare, raggiunga la costa e chieda soccorso. " In silenzio il figlio Angelo si tolse il cappotto incerato, cominciò a svestirsi. La madre Santina, dalla coffa, vedendo e intuendo gridò: « No, non andare. Mi butto giú, mi butto in mare anch'io. Piuttosto moriamo tutti qui ! » Il marinaio livornese Carlino, mentre gli altri erano rivolti alla Santina, mormorò quasi a se stesso: « Io, vado io ». Già si era levato il maglione 298 e già si era tuffato in mare. Tutti in silenzio seguirono la sua testa bruna che appariva e scompa- riva tra le onde. Carlino era forte e coraggioso, non aveva nemmeno trent'anni. Quel suo umano capino non si vide piú. Ci fu un lungo silenzio, rotto dalla voce dell'Antonini: «Non c'è altra strada. Dobbiamo tentare con la barca di salvataggio, raggiun- gere quelle canne, la costa ». La lancia di salvataggio, quella che era rimasta nella parte alla luce del brigantino, si era aperta in una falla e su questa stesero, sull'ester- no I'intera vela del fiocco. Cosí rattoppata, fu calata in mare. Partirono a forza di remi per quelle canne. Riuscirono a toccare la costa. Di là dal canneto, non trovarono che una capanna abitata da una negra che rise appena li vide con la sua grande e bella bocca, come li avesse sempre conosciuti e dette a tutti, e in specie alla Santina, il massimo ristoro che poteva. La vita era stata scampata, la famiglia Antonini era tutta salva. Ma in che stato! Poveri, il brigantino inghiottito dal fango, con ogni loro avere, persino gli intimi indumenti. Pochi mesi prima erano partiti da Viareggio, sorridenti di fiducia. Angelo fidanzato con la nobile fan- clulla. Dopo molti giorni di pensierosa tristezza, rifurono a Viareggio. A ogni componente l'equipaggio tanto spesso ritornava l'immagine di Car- lino, il livornese, che aveva detto senza guardare nessuno: « Io, vado io >e poi quel capino bruno era scomparso. La notizia del naufragio arrivò a Viareggio prima degli Antonini. Ne giunse voce anche alla fidanzata. Le descrissero i particolari. La livida notte, il salire della Santina sull'albero, il livornese Carlino che scompare tra le onde, la capanna di una negra, bussare alla sua porta come men- dicanti. Angelo, appena messo piede a Viareggio, corse dalla fidanzata; della tempesta si era già scordato. L'Emanuela fu incerta, evasiva, impacciata, ebbe lunghi silenzi, dei sorrisi soltanto educati. «Che hai?» ripeteva Angelo. «Ma che hai?» Lei continuò a stare discosta, attaccata allo schienale della poltron- cina. Anche la Santina capitò dalla fidanzata e tranquillamente confermo i particolari del naufragio. L'Emanuela sinceramente commentò: « Che sgomento! Io non potrei. Sull'albero! con le corde! Quante ore. E una negra, alla sua porta, che ribrezzo! » E infine le uscí: « Signora Santina, ma dove ha trovato il coraggio?» La Santina aveva logicamente risposto: « Sono la moglie di un capi- tano. Lo dovrai fare anche tu con Angelo ». « No, io non lo farò, non posso. Non sono per lui, il mare mi è ne- mico. Glielo dica lei ad Angelo, io non ne ho avuto il coraggio: non sono per lui, non lo voglio piú vedere. » Quando Angelo seppe del rifiuto si imbambolò come una strega gli avesse dato la malía. Il suo bel viso smise di ridere e di parlare. Presto dovette riprendere il mare perché a suo padre avevano dato il comando del Marco Polo, un barcobestia di cinquecento tonnellate. La madre durante la navigazione lo spiava. Angelo, credendo di non essere visto, si poggiava al parapetto, si incantava nelle distesa del mare e con grande tenerezza parlava a qualcuno. « Gli passerà, gli passerà » sospirava la Santina. « Non era fatta per lui. » Angelo parlava con l'amata immagine, la interrogava, le rispondeva come se ci fosse, con lo stesso accento di quando erano fidanzati. Gli aveva detto no, perché era un capitano di mare, il suo futuro ru- goso come il legno del bastimento. Ella era un fiore. delicata, aristocra- tica, sarebbe stato un inganno, non aveva la forza di vivere con lui, stargli vicino, essere la sua compagna; I'avrebbe colpito nel suo lavoro, nel perché della sua vita, I'avrebbe tradito. Per questo l'aveva rifiutato, perché non voleva il suo male. Angelo si ricordava i bei momenti passati insieme, inobliabili; quando si guardavano, ignoranti dell'assedio che le circostanze stavano strin- gendo. Era stata lei la prima ad avvertire la disparità della loro condizio- ne: le domande dubitose sul mare, sui marinai, e quella prima volta che montò a bordo! Prima si era divertita come una bambina con un grande giocattolo, le vele, le corde, la ruota del timone. Erano scesi nella poppa e davanti alla minuscola cabina dove Angelo dormiva: « Sempre qui? e quando piove? tutta la vita! E impossibile. Come ha fatto tua madre? Povera Santina! » A quel tempo un tocco di mani, uno sfioramento, il braccio che circon- dava la vita dissolvevano le penose interrogazioni. "Ha fatto bene a dirmi di no. Sono un marinaio, ho le bracciahe avvinghiano. Lei abituata al tepore. Emanuela... sarà sempre per me un dolcissimo nome. Un mondo opposto al mio, sconosciuto; io un via- reggino, di povera origine, stringere funi, ammainare vele. Lei cittadina, raffinata." Il capitano Angelo, appoggiato al parapetto, le braccia abbandonate sul bastingaggio, si chinava verso il mare e continuava a parlarle. Che di piú commovente di un uomo innamorato ? A bordo lo sapevano tutti, i marinai lo guardavano da lontano. Sua madre dalla poppa mentre stendeva i panni ad asciugare, mentre si affaccendava seguiva il consumarsi di quella delusione. Il barcobestia continuò a navigare. Toccò Barcellona, vide Sfax, attraversò lo stretto, percorse l'oceano, fu nelle fredde brume. Due anni di vela sono lunghi, capaci di placare, donare consolazione. Un giorno di aprile il barcobestia rifú a Viarèggio, il paese natale. Angelo era diventato un uomo, attento cioè alla vita degli altri, a chi gli era vicino, ai marinai, quelli che erano nella sua stessa condizione. In quei mesi aveva letto nella loro fronte il rimpianto della moglie lon- tana e tante altre pene. "E" si domandava "se la moglie, ignara dei sa- crifici, ridesse di loro? se fosse una civetta, dimentica? Che accadrebbe in quelle teste se sospettassero l'infedeltà?" Tra l'equipaggio c'era un marinaio di nome Fabio, era un giovane alto, dal viso malinconico. Appena ad Angelo successe il rifiuto, come rifú a bordo e riprese il mare, gli capitò di stare attento a lui piú che agli altri. Ne conosceva la storia. La moglie bella, morbida, bionda, quasi solenne e negli occhi un che di sufficienza, di derisione per tutto ciò che era del mare, che era rude, di bordo, non elegante, una alterigia che forse aumentava il suo fascino. A quel tempo Angelo non aveva tratto conclusioni. Quella donna aveva preso per marito il marinaio Fabio in attesa di meglio. Fabio era ritornato, era ripartito. Figli non ne erano nati. La moglie si era fatta lussuosa; nei giorni che il marito era in terra teneva lontana ogm confidenza, sospirava la sua partenza. Finché un giorno Fabio fu avvertito: « Non ci stare piú insieme lasciala andare, si è sempre comportata male ». Fabio aveva abbandonato la casa. Era ritornato a Genova; si era di nuovo imbarcato. Il capitano Angelo in quei mesi era stato attento al suo volto, ai pen- sieri segretl che aveva, alla sua sconsolazione. Ci fu una volta un pic- 301 colo episodio: erano scesi a terra, a Follonica, insieme ad altri dell'equi- paggio. Angelo era entrato a ritirare la posta. I marinai rimasti fuori ad aspettarlo. Al suo ritorno ognuno ebbe le sue lettere e subito, ap- poggiati al muro, si misero a leggere con ansia e con la fatica di chi non ha frequenza con le sillabe. I marinai erano uno accosto all'altro, in fila, piegati sullo scritto, dimentichi di tutto il resto del mondo. Fabio non aveva posta, ed era rimasto solo, in mezzo alla strada. Il capitano Angelo, impacciato, avrebbe voluto distrarlo. Lui capí e ap- pena gli sorrise, con dolce malinconia, e poi gli fece un cenno sottile dove c'erano tanti pensieri e anche un rallegrarsi con lui per aver eluso il pericolo, lo sbaglio di sposarsi con una donna non marinara. MARIO TOBINO è nato a Viareggio nel 1910. Figlio di un farmacista, si laureò in medicina specializzandosi poi in psichiatria; attualmente dirige un ospedale psichiatrico a Lucca. Durante la guerra combatté in Libia e da quel- I'esperienza trasse ispirazione per ll deserto della Libia (1952), che fu subito definito "uno dei piú bei libri sulla seconda guerra mondiale". Le dolorose vicende del periodo fascista maturarono nell'autore un senso di profonda simpatia per i popoli oppressi: "Il periodo piú bello della mia vita'dichiarò Tobino, "fu nel clandestino, nella lotta di liberazione nazionale, dove final- mente avevo la mia bandiera. La libertà e la trasfigurazione sono i segni del- la mia opera". Dedicato a quel periodo è n clandestino, uno dei piú bei romanzi sulla Resistenza. I lavori di Tobino si riferiscono quasi costantemente alle sue esperienze personali: L'angelo del Liponard (1951) narra i giovanili viaggi per mare, Le libere donne di Magliano (1953) penetra nel mondo angoscioso dei malati di mente, La brace dei Biassoli (1956) rievoca la figura della madre, la rac- colta Sulla spiaggia e di là dal molo, da cui è tratto il racconto presentato in questo volume, è ambietata nei luoghi della sua infanzia e giovinezza. Collaboratore di parecchi giornali e riviste, Mario Tobino alterna l'attività di scrittore a quella di medico. Il suo ultimo libro, Per le antiche scale, è la storia di un istituto psichiatrico con tutto il mondo umano che vi gravita attorno: uomini che se hanno perduto, spesso solo temporaneamente, la luce dell'intelletto, conservano intatta quella ben piú delicata dei sentimenti. A questo libro, che ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica, è stato conferito il premio Campiello 1972. FINE.