Benvenuto lettore! MISTICHE CRISTIANE DEL MEDIOEVO A CURA DI Raffaella Tonacchera RED EDIZIONI Prefazione di Raffaella Tonacchera "Signore, tu sei la mia consolazione, il mio desiderio, la mia fonte fluente, il mio sole ed io sono il Tuo specchio." Con queste parole, nel XIII secolo, Mechthild von Magdeburg si rivolgeva a Dio, con il lirismo e la sensibilità che contraddistinguono le testimonianze delle contemplative riunite nella nostra rassegna. Attraverso lo strumento delle visioni, queste donne ispirate entravano in rapporto diretto e individuale con la Divinità, e con le anime rivolte e unite a Dio condividevano quell'ideale di amore che le vedeva 'spose di Cristo'. Il Medioevo ha generato notevoli protagoniste femminili della mistica cristiana che hanno avuto, fra gli altri, anche il grande pregio di essersi introdotte in un settore fino ad allora riservato agli uomini: la letteratura. Colte, tenaci e sensibili, le nostre visionarie sono per lo più donne appartenenti a famiglie benestanti e aristocratiche, che hanno sentito una 'chiamata interiore' spingerle a prendere il velo o ad unirsi a una delle comunità di beghine che proliferavano fra il XII e il XIV secolo, estendendosi dalle Fiandre al nord della Francia, al Belgio ed alla Germania. Il beghinaggio consentiva loro di condurre una vita di preghiera e di ascetismo, in assoluta povertà e umiltà, senza essere costrette a pronunciare i voti di castità e ubbidienza e seguire le rigide regole dei chiostri. È con profonda sensualità e passione che Mechthild afferma di sentirsi "affamata e assetata, impaziente e bramosa" in attesa che il Signore pronunci quelle "parole elette, che nessuno ha mai udito"; le fa eco Hadewijch d'Anversa, inebriata dai doni che le offre l'Amore, che è Dio, la cui forza, potenza e ricchezza le fanno attraversare un'altalena di sentimenti, "dolcezza e crudeltà, gioia e dolore". L'arditezza di certe immagini e di alcuni concetti spesso indussero i contemporanei a giudicare eretiche le beghine; vale per tutte l'esempio di Margherita Porete, la cui forza, tenacia e coraggio, uniti a una fede incrollabile in Dio, le costarono l'atroce morte sul rogo, pur di non abiurare quel concetto di libertà spirituale, che Margherita esprimeva nel suo Libro, in cui invitava l'uomo ad affrancarsi da tutto ciò che nel mondo è fugace e vanesio per raggiungere l'autentica libertà. Fragili solo in apparenza, le nostre mistiche medievali, monache e beghine, rivelano grande forza interiore, determinazione e ambizione quando, nell'arco dei secoli, denunciano con ardenti invettive la corruzione del clero ed auspicano il ritorno ai principi di carità cristiana e un arricchimento intellettuale all'interno della Chiesa. Già nella seconda metà del XIII secolo Mechthild invocava l'aiuto del Signore, quando denunciava lo strenuo attaccamento ai beni terreni e la falsità degli 'ecclesiastici imperfetti'; un secolo dopo, la situazione non era variata di molto, a giudicare con quale ardore e con quanto impegno santa Caterina cercava di adoperarsi per salvare e riformare la Chiesa, recandosi persino ad Avignone, nel 1376, per convincere il papa a tornare a Roma, a restaurare la pace e l'unità di tutti i cristiani. Tutte quante, da Hildegarde a Chiara, da Mechthild a Hadewijch, a Margherita, a Julienne, a Caterina condividono gli ideali di povertà, "che procura eterne ricchezze a chi l'ama e l'abbraccia", e di umiltà, che è considerata "madre di tutte le Virtù", certe che la perfezione spirituale e morale pervada l'anima solo quando "la semplicità del cuore dimora nella saggezza dell'intelletto". Nel Duecento santa Chiara incitava gli uomini ad abbandonare i beni terreni transitori, destinati a scomparire, per godere di quelli celesti e partecipare alla gloria eterna del regno di Dio, a dedicarsi alla preghiera e alla misericordia, mentre continuava a infliggersi penitenze per gioire con Cristo. Due secoli più tardi, in Inghilterra, Julienne supplicava il Signore di farle patire una malattia gravissima per poter partecipare alla Passione di Cristo, attraverso atroci sofferenze. Anche se i cammini e le vocazioni erano generati da fattori diversi, per tutte esiste un unico elemento indiscusso e indiscutibile che le accomuna: l'Amore sconfinato per Dio. Le autrici dei brani che seguiranno hanno affidato la traduzione delle proprie esperienze mistiche a una prosa e ad una poesia semplici ed efficaci, avvalendosi del latino, la lingua dei dotti, come delle rispettive lingue volgari, che hanno conferito vigore e immediatezza a quei concetti spirituali che le contemplative volevano trasmettere agli uomini comuni, impossibilitati a godere del loro stesso privilegio. Ed è Hildegarde von Bingen, la poliedrica badessa benedettina vissuta nel XII secolo e dotata di una forte personalità, a spiegare con maestria il fenomeno delle visioni e dello stato di semincoscienza in cui l'anima eletta si trova a vivere quando è 'attraversata' da Dio: "Quando racconta le meraviglie di Dio, l'anima non è sola, ma viene scelta allo stesso modo in cui una corda pizzicata dalla mano di un musicista emette un suono che non proviene da lei, ma dal tocco di un altro". Per approfondire la conoscenza delle mistiche presenti nella nostra antologia, suggeriamo: Ildegarda di Bingen Rivelazioni divine, a cura di S. Di Meglio, EMP (classici dello spirito), Padova, 1993 Santa Chiara d'Assisi Lettres et Testament, a cura di M.P. Marang, Porziuncola, Assisi, 1982 Santa Chiara d'Assisi Scritti, LIEF, 1986 Mechthild von Magdeburg La luce fluente della divinità, a cura di P. Schulze Belli, Giunti, 1991 Hadewijch d'Anversa Lettere, a cura di R. Berardi, Edizioni Paoline, Milano, 1992 Hadewijch d'Anvers Visions, a cura di J.B. Porion, Editions du Seuil, Parigi, 1987 Margherita Porete Lo specchio delle anime semplici, a cura di G. Fozzer, R. Guarnieri, M. Vannini, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1994 Julienne di Norwich Revelations de l'amour divin, Mame, Parigi, 1925 Santa Caterina da Siena Libro della Divina Dottrina, volgarmente detto Dialogo della Divina Provvidenza, a cura di Matilde Fiorilli, Laterza, Bari, 1928 Santa Caterina da Siena Le Orazioni, a cura di G. Cavallini, Edizioni Cateriniane, Roma, 1978 G. Epiney-Burgard, E. Zum Brunn Le poetesse di Dio, Mursia, Milano, 1994 T. Gosset Femmes mistiques. Époque medievale, La Table Rotonde, Parigi, 1995. MISTICHE CRISTIANE DEL MEDIOEVO HILDEGARDE VON BINGEN Nata nel 1098 vicino ad Alzey, nell'Assia renana, Hildegarde crebbe in una famiglia baronale che la affidò alle cure del monastero benedettino di Disibodenberg quando la bimba aveva solo otto anni. Educata dalla badessa Jutta von Spanheim, Hildegarde visse in un'epoca di grande fermento intellettuale, il che ha sicuramente contribuito a dotarla di una forte personalità, di un grande carisma e di notevoli qualità eclettiche. Fu visionaria, teologa e poetessa; musicò e scrisse i 77 canti di lode a Dio, alcuni dei quali vengono eseguiti ancora oggi. Fu la prima in Germania ad occuparsi di medicina e di scienze naturali, come testimoniano i due testi da lei elaborati: Causae et curae e Physica. Eletta badessa a soli 30 anni, nel 1147 e nel 1165 fondò due monasteri, il primo a Rupertsberg, il secondo ad Eibingen, sulle sponde del Reno: per la loro autonomia civile e religiosa Hildegarde si batté tutta la vita, animata da una forte energia riformatrice. Nella propria Biografia racconta di aver ricevuto da Dio, nel 1141, l'ordine di scrivere ciò che vedeva e sentiva. Appoggiata da Bernardo di Clairvoux e da papa Eugenio III, Hildegarde scrisse i tre libri che la resero famosa: lo Scivias (1141-1151), il Liber Vitae Meritorum (1159-1164) e il Liber Divinorum Operum (1164-1170). Il cosiddetto 'Trittico Visionario' è un compendio di storia sacra e di storia dell'universo, all'interno del quale la fede, la natura e gli uomini interagiscono sino alla vittoria finale di Dio. Hildegarde morì nel 1179; nel 1925 è stata canonizzata e la sua festa si celebra il 17 settembre. I tre sentieri dell'uomo L'uomo ha in sé tre essenze, grazie alle quali vive: l'anima, il corpo e i sensi. L'anima dà vita al corpo e soffoca i sensi; il corpo li svela e attrae a sé l'anima; i sensi toccano l'anima e allettano il corpo. Come il fuoco illumina le tenebre, l'anima vivifica il corpo grazie alle sue due principali essenze: l'intelletto e la volontà, che sono come due braccia che consentono all'anima di rivelarsi, come il sole che si manifesta attraverso il proprio splendore. L'intelletto è unito all'anima come un braccio al corpo; come l'arto si estende da esso, così l'intelletto erompe dall'anima, grazie a tutte le energie attraverso le quali l'intelletto capisce tutte le azioni umane, buone o cattive. Esso le esamina come il frumento viene separato dalla pula, e discerne le cose utili dalle inutili, ciò che è amabile e ciò che è detestabile, la vita e la morte. Per cui, come un cibo insipido non sa di nulla, così tutte le forze dell'anima sono deboli e inconcepibili senza l'intelletto che sa distinguere ogni cosa, come gli angeli coscienziosi hanno il concetto del bene e i negletti l'hanno del male. Come il corpo ha il cuore, l'anima possiede l'intelletto, che vi esercita la propria forza insieme con la volontà. Questa è un'altra grande forza dell'anima sensitiva, giacché produce qualsiasi cosa, buona e cattiva. La volontà è come il fuoco che cuoce qualcosa nel forno. Il pane viene cotto bene perché gli uomini mangiando possano ristorarsi e quindi vivere. Essa è l'energia di tutta quanta l'azione umana, in principio macina il grano scelto e vi aggiunge il lievito, come il fuoco cuoce perfettamente il pane con il proprio ardore per sostentare gli uomini. E se talvolta il cibo indugia nell'uomo, il lavoro della volontà permane in lui fino alla separazione dell'anima dal corpo. (Liber Divinorum Operum, parte 1, visione IV, XVIII-XXI) La maestra e l'ancella L'anima è la maestra e la carne la sua ancella. L'anima governa tutto il corpo nel corso della vita, anche se il corpo ne assume il comando, giacché esso si disgregherebbe se l'anima non lo facesse vivere. Quando l'uomo si comporta male e l'anima ne è consapevole, ciò l'amareggia quanto un veleno che viene assunto di proposito; al contrario, l'anima gioisce davanti alle buone azioni, come il corpo si delizia di un cibo gradevole. E l'anima si diffonde nel corpo come la linfa che scorre in un albero. Grazie alla linfa l'albero è rigoglioso, fa sbocciare i fiori e produce i frutti. E i frutti come maturano? Con il clima giusto: il sole li riscalda, la pioggia li irriga e così raggiungono la perfezione. La misericordia della grazia di Dio illuminerà l'uomo proprio come il sole, il soffio dello Spirito Santo lo irrigherà come la pioggia ed il discernimento, come il buon clima, condurrà l'uomo a compiere buone cose. Anche le forze dell'anima assomigliano a una pianta. Come? L'intelletto risiede nell'anima come il verde dei rami e delle foglie permea un albero; la volontà è paragonabile ai fiori; l'animo è come il primo frutto che spunta e la ragione rappresenta il frutto ormai perfettamente maturo; i sensi sono come le dimensioni dell'albero. Così l'anima rafforza e sostiene il corpo. Perciò, o uomo, cerca di capire ciò che sei nell'intimo. (Liber Divinorum Operum, parte I, visione IV, XXV-XXVI) L'alba e il tramonto nelle azioni umane Oscurato da una nube nera, celato dal fulmine, dal tuono e dalle piogge abbondanti, il sole non appare più; ma quando quelli smettono, l'astro diffonde nuovamente la sua luce. Così esso indica l'anima dell'uomo, oppressa a tal punto dal corpo, che agisce secondo il desiderio della carne, e in essa la luce della ragione è offuscata poi ché la collera è come il fulmine, l'avidità è come il tuo no e i desideri illeciti della carne sono come le piogge eccessive. Ma, purgatasi dai suoi peccati attraverso la penitenza, l'anima di nuovo brilla nel chiarore della vera luce, nella speranza di poter essere liberata e salvata. L'anima disperde nell'aria la ragione, come il fuoco emana le sue faville, e grazie ad essa sa riconoscere ciò che è celestiale e ciò che è terreno. Inoltre, se il corpo è dominato dall'anima al punto da realizzare opere giuste e buone, esso potrà godere della vita eterna; altrimenti, se il corpo la opprime tanto da farle trascurare il bene e compiere il male, l'anima stessa si precipiterà negli inferi. Sovente l'anima raccomanda al suo contenitore terreno 1 di adempiere alle opere celesti. Ma spesso cede ai desideri della carne, dai quali cerca ripetutamente di strapparsi, e affligge il suo vaso elevandosi ai propri doveri e passando al setaccio tutti i mali del corpo attraverso la penitenza, così come si separa il loglio dal buon grano. Tali sono le opere dell'anima, giacché quando compie il bene è come il sole che risplende a mezzogiorno; però, quando tende al male, essa è come il sole che volge al tramonto. Poi, quando attraverso la penitenza si corregge, l'anima è come il sole che sottrae il proprio splendore alle tempeste. Tuttavia, quando l'uomo cresce grazie alle energie dell'anima e quando le sue vene e il suo midollo non sono ancora pieni né consolidati, egli non può ancora conoscere i beni celesti a causa della delicatezza del proprio corpo e non è in grado di riconoscere le pene infernali, perché il suo corpo non è ancora perfettamente pronto. Allora, l'anima e il corpo sono in uno stato di libertà, perché l'uomo non avverte ancora il vero timore, come gli uomini che all'origine del mondo non avevano paura della legge. Nel pieno della vita, l'anima dell'uomo si irrobustisce insieme con il corpo, che da lei viene spinto a fare il bene. Ma il corpo abbandona la volontà dell'anima, impiegando le proprie energie secondo i desideri della carne, e così l'uomo si affanna durante la propria esistenza finché non viene frenato dalle forze dell'anima attraverso la penitenza. (Liber Divinorum Operum, parte I, visione IV, XXX) L'aquilone e l'anima Tra i venti, l'aquilone 2 rivela assai spesso la propria ruvidezza e il proprio orrore quando spiega l'ala ventosa verso la ruota del firmamento, in direzione dell'est; allora talvolta solleva un fumo terribile e dannoso, e in estate sprigiona una gelida umidità che guasta i frutti e fa inaridire gli alberi. Durante tale fenomeno, il terribile soffio si scatena con ferocia ed avvolge in una nube il disco solare, così che gli uomini credono che il sole stia per scomparire. Questo spirare crea confusione anche fra le nuvole e la terra si riveste di tenebre. Gli uomini non possono osservare siffatti fenomeni se non al presentarsi di grandi prodigi, poiché essi sono prodotti dagli elementi. E il soffio talvolta gioca pure con la luna, che ora sembra nera, ora color ferro, ora di vari colori. Per gli uomini è uno spettacolo spaventoso. Infatti, da qualsiasi lato si giri, la tramontana è un vento pericoloso, nocivo per tutto ciò che sfiora; con il suo freddo e la sua ruvidezza perturba l'alito tiepido che discende dolcemente dal sole con l'umidità della rugiada, che sulla terra dona rigoglio a tutto il verde ed ai frutti dei campi. L'aquilone solleva gli altri venti e ne diventa il sostegno, come un uomo che si appoggia al muro. E tutti gli astri appaiono ancora più luminosi e più belli grazie all'oscurità della tramontana, perché in essa non esiste luce. Tutti questi fenomeni sono in correlazione con l'anima. Essa, infatti, è presente nel corpo come un vento di cui non si vede né si sente il soffio. Aerea, l'anima spiega il suo soffio, i suoi sospiri e i suoi pensieri alla maniera del vento; per la sua umidità somiglia alla rugiada della saggezza, veicolo di tutte le buone intenzioni nei riguardi di Dio. Come lo splendore del sole illumina il mondo intero e non si affievolisce mai, così l'anima è completamente presente nella bassa statura umana. Sebbene i suoi pensieri le permettano di volare in tutte le direzioni, le opere sante la elevano alle stelle, nella lode di Dio; le azioni malvagie, invece, la fanno precipitare nelle tenebre dei peccati. L'anima è come il sole che durante il giorno risplende con tutte le sue forze sulla terra, e la notte sotto di essa. La buona intenzione la eleva, la cattiva la fa sprofondare. Grazie alle quattro forze che ripose nel fuoco, nell'aria, nell'acqua e nella terra, Dio creò l'anima, la cui saggezza le consente il governo del corpo che la contiene. Grazie a queste energie, essa compie tutti i doveri del corpo, operando insieme con esso. Infatti, prima di venirvi inserita, l'anima non ha compiuto nulla, come non farà più niente dopo che lo avrà lasciato. Con le articolazioni, le spalle, i gomiti, le mani, i fianchi, le ginocchia ed i piedi, Dio ha fatto allusione ai quattro venti e a quelli loro annessi. Uno di essi, il vento dell'est, si unisce alla forza dell'aurora, che dal freddo della notte distilla la rugiada da spargere sulla terra. Al mattino l'aurora risplende, alle sei il sole brilla e inizia a riscaldare la terra, a mezzogiorno raggiunge il massimo splendore. Ciò dimostra che l'uomo ben intenzionato prima sospira, poi piange, e dopo le lacrime inizia a compiere le buone azioni con tutto l'ardore delle sue buone intenzioni. Come il vento dell'est e l'austro 3 di giorno si uniscono nell'ora calda, così l'anima riunisce le sue virtù e opera tutto il bene, come la mano insieme con il braccio. Quando il giorno volge al termine, il sole scende a ponente, come le ginocchia degli uomini corrono con i piedi sulla terra. Di sera, la gioia del giorno si trasforma in malinconia e l'uomo non si rallegra più nella luce del giorno, ma è afferrato dal desiderio di dormire. Ecco che l'uomo, assecondando il desiderio della carne e preso dalle faccende carnali, dimentica i beni celesti e diviene una creatura notturna. Ma finché agisce con l'anima e nel fuoco dello Spirito Santo, tramite le sante virtù, nell'amore di Cristo, egli può raffreddare i desideri della carne. Senza dubbio l'anima razionale proferisce parole che rimbombano, come l'albero che moltiplica i suoi rami e, allo stesso modo dei rami che fuoriescono dall'albero, le forze dell'uomo scaturiscono dall'anima. E ogni sua opera, qualunque essa sia, realizzata in concerto con l'uomo, somiglia ai frutti di un albero. L'anima ha quattro ali: i sensi, la scienza, la volontà e l'intelligenza. Tramite l'ala dei sensi essa sente le sue ferite e rifiuta ciò che invece la carne apprezza; è un soffio in continuo movimento. Grazie all'ala della coscienza, essa comunica al corpo il desiderio di agire, perché il corpo sa di vivere in virtù dell'anima. Con l'ala della volontà, l'anima desidera operare con il corpo, giacché è consapevole della sua esistenza. Tramite l'ala dell'intelligenza, essa riconosce i frutti di tutte le opere, utili o inutili, poiché sa di avere per dimora una vita che ha un termine. Grazie a queste quattro ali, avendo così la consapevolezza del bene e del male, l'anima vede davanti e dietro di sé; davanti a sé con le buone opere, grazie alla coscienza del bene; dietro di sé con le opere cattive, per la coscienza del male. L'anima, dunque, è come un uccello che vola. (Liber Divinorum Operum, parte I, visione IV, XCIV-XCV) La creazione Dio esisteva prima della creazione; è sempre stato luce e splendore; Dio è vita. E quando creò il mondo, lo fece dal nulla, ma la materia del mondo era nella sua volontà. Quando Dio creò la luce, fuggevole e volatile, Egli decise anche di dare una massa corporea alla vita spirituale, che è il soffio della vita, una forma modellata con il fango della terra, che non fosse in grado di volare e che a causa di questa sua incapacità non potesse sollevarsi, perché così legata si rivolgesse a Dio in modo più profondo e intenso. Per questo motivo il vecchio serpente odiava questo legame, perché sebbene l'uomo fosse pesante fisicamente, spiritualmente si elevava a Dio. Dio creò il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra, e questi sono i quattro elementi insiti nell'uomo, con i quali egli agisce, e sono così intrecciati e uniti fra di loro che nulla li può separare, ma si sorreggono a vicenda. Il sommo sole emana su di loro il proprio splendore e il proprio calore. Intorno a esso vi sono stelle di una tale grandezza e luminosità che si estendono nel firmamento come monti protesi verso la terra, e quanto più sono vicine alla terra, tanto più splendenti appaiono. Il sole è posto in alto, in mezzo al firmamento, ed è fatto di fuoco e di aria; trattiene con il suo fuoco tutto il sostentamento e il fondamento del cielo e l'atmosfera, le stelle e le nubi, affinché non cadano e non scompaiano, come la terra sostiene tutte le creature che vi stanno sopra. Il sole anima l'intero firmamento ed emana il suo splendore su tutta la terra, così che i fiori e il verde crescono. In estate corre alto nel cielo e le giornate sono lunghe; in inverno, quando il sole si allontana dalla terra, si solleva la burrasca che oscura la sua luce, per cui le giornate diventano buie. In estate i giorni sono spesso belli e lieti, e il sole nel suo cammino è integro e pieno, non viene mai a mancare e manda la propria luce alla luna quando questa gli si avvicina, come l'uomo manda il proprio seme alla donna. La luna è composta di fuoco e atmosfera, e dimora nel cielo che ristora. Quando cala, si nasconde sotto il sole che l'attrae a sé come l'agata attrae a sé il ferro. E quando la luna viene illuminata, a poco a poco aumenta la propria rotondità, come un rogo o una casa in fiamme che a poco a poco comincia a bruciare, finché non è completamente incendiata. Ma dopo che la luna è diventata piena, come la donna incinta partorisce, l'astro argenteo fa risplendere la propria luce e la trasmette alle stelle, che così acquistano maggiore luminosità. Queste manifestano molti presagi, a seconda di come gli uomini si comportano. Tuttavia non mostrano il futuro né i pensieri degli uomini. Dio ha creato le stelle perché stessero al servizio dell'uomo, brillassero su di lui ed a lui provvedessero: perciò rivelano le sue opere, come il servo riflette la volontà e l'opera del suo signore. Come l'anima e il corpo coesistono e si fanno forza a vicenda, così pure il firmamento e i pianeti coesistono, si sostengono e si fortificano reciprocamente. Il sole, la luna e gli altri pianeti riscaldano il firmamento e gli danno vigore, come l'anima vivifica e consolida il corpo. Infatti il firmamento è paragonabile alla testa di un uomo: il sole, la luna e le stelle sono i suoi occhi, l'aria è l'udito, i venti l'odorato, la rugiada il gusto, i confini del mondo sono come le braccia e il tatto; le altre creature terrestri sono il ventre, mentre la terra rappresenta il suo cuore. (Causae et curae, libro I) O meravigliosa prescienza del cuore divino, che in anticipo ha conosciuto ogni creatura; quando Dio ha ammirato il viso dell'uomo, che aveva modellato, ha riconosciuto tutte le sue opere in questa stessa intera forma umana. O meravigliosa ispirazione, che così ha fatto nascere l'uomo! (Lodi, n. 60) 4 Lo zodiaco Nel suo percorso il sole è guidato da sette pianeti, gli stessi che lo servono e si mettono a sua disposizione nell'attraversare le dodici costellazioni, spingendolo a salire in alto in estate e sorreggendolo quando scende in basso, in inverno. Quando il sole raggiunge il segno del Capricorno, tre pianeti corrono sotto di lui ed a poco a poco lo spingono in alto verso il segno dell'Acquario. Lì quel pianeta che riceve sempre il proprio fuoco dal sole, insieme con altri pianeti, accompagna il sole fino al segno dei Pesci, dove entrerà quasi nell'acqua. E i pesci che prima si nascondevano per il freddo iniziano ad avvertire il calore del sole e danno l'avvio al periodo della fecondità. Un altro pianeta, che nella costellazione del Cancro è situato alla destra del sole, corre verso l'astro e lo trascina in alto nel segno dell'Ariete. Qui, anche altri due pianeti più bassi gli corrono incontro e lo sorreggono, poco a poco salgono e gli si pongono davanti, assomigliando a un ariete con le corna. Ma quando il sole sale più in alto, fin quasi alla costellazione del Toro, questi due pianeti rimangono lì e incontro a lui ne arrivano altri due, rari a vedersi, che si mostrano solo quando sono latori di qualche meraviglia. Ed essi spingono il disco solare avanti, con molta forza, come il toro che utilizzando le coma spinge con vigore, e portano il sole a un'altezza tale da raggiungere la costellazione dei Gemelli; i due pianeti si separano e affiancano il sole, fino ad arrivare alla massima altezza del percorso. E allora, vicino al segno del Cancro, quando ormai il sole deve cominciare a calare, il pianeta che era alla sua destra lo precede un po' e incontra un altro pianeta che prima indietreggia un poco e poi lo segue; procedono in questo modo, avanzando e retrocedendo come fanno i gamberi, finché indirizzano il sole verso la discesa. Il pianeta che era alla sinistra del disco solare si ferma lì, gli altri due, invece, lo accompagnano e lo sostengono nel suo discendere per impedirgli di correre troppo. Così lo conducono fino alla costellazione del Leone. I pianeti che erano nell'Ariete corrono verso l'astro mormorando fra di loro, mentre sembra quasi che il sole vada in collera per la difficoltà del ritorno, tanto che inizia ad emanare un calore molto intenso e nel cielo rimbombano tuoni e fulmini. Entrato nella costellazione della Vergine, il disco solare è raggiunto dai due pianeti che gli erano venuti incontro nel Toro, e allora incede con maggior soavità e mitezza, perché il caldo e il rigore sono mitigati, e la terra ormai non produce più alcun frutto, ma si gode la piena maturità. Così, tutti insieme, i pianeti e il sole procedono verso la costellazione della Bilancia dove il verde e il secco sono quasi in equilibrio, tanto che il verde diminuisce e in proporzione aumenta l'aridità. Lì, come è accaduto nei Gemelli, i due pianeti si separano e si pongono ai fianchi del sole, accompagnandolo fino alla costellazione dello Scorpione, dove uno di loro si ferma. Ma ecco che il sole è raggiunto da un altro pianeta, e insieme proseguono il cammino. Nello Scorpione tutti i rettili cercano le loro piccole tane, nelle quali restano nascosti durante l'inverno. In questo modo entrano nel segno del Sagittario, dove nessun pianeta avanza più con il sole come prima, ma lo lasciano andare da solo con dolcezza e tranquillità, perché ormai è sceso al livello più basso; come se a un'imbarcazione che naviga su un fiume fosse permesso di incedere da sola, pacatamente, senza remi. Ma, ora che il sole è sceso, il suo calore è conservato soprattutto sotto terra e nelle profonde falde acquifere. I due pianeti che lo hanno accompagnato fino al Sagittario si alzano sopra le nubi e con il loro calore riscaldano l'aria più del consueto; e così restano a disposizione fino alla costellazione del Capricorno, dove esortano il sole alla risalita e lo aiutano. Se così non fosse tutto ciò che è sulla terra morirebbe. Il sole, però, non distribuisce il proprio calore a tutti nello stesso modo: dove i raggi giungono a perpendicolo il caldo ha un'intensità maggiore, per cui la terra è rigogliosa e ogni cosa, frutti e animali sono più vigorosi che altrove; dove i raggi del sole si allungano obliqui, là la terra, i frutti e gli animali che la popolano sono più deboli. Non a caso il vino richiede il gran caldo, con il calore matura e dove il sole batte più forte, là il vino è più corposo. Il frumento cerca il caldo e il freddo, e infatti abbonda dove li trova. (Causae et curae, libro I) SANTA CHIARA D'ASSISI Chiara nacque ad Assisi nel 1194 da una famiglia aristocratica che desiderava per la figlia un matrimonio degno del suo lignaggio. Tuttavia, sin dalla più tenera età, Chiara manifestò un particolare amore per i poveri, un'assoluta dedizione alla pratica della preghiera e qualità come la misericordia e la pietà. Queste sue innate predisposizioni la conducevano verso quella conversione che si realizzò pienamente quando Chiara, a sedici anni, incontrò san Francesco. Fuggì di casa, scegliendo di vivere nella più assoluta povertà e consacrandosi a Dio. Dopo aver peregrinato in vari monasteri, per sfuggire alla famiglia ed ai suoi tentativi di dissuasione, Chiara si rifugiò nel Convento di san Damiano, dove san Francesco le preparò la Regola e la nominò badessa, affidandole il monastero in cui Chiara fondò il secondo ordine francescano, conosciuto come ordine delle clarisse. Chiara trascorse la vita in preghiera e in povertà, provata nel fisico per le continue penitenze e mortificazioni che si infliggeva. Dei suoi scritti si ricorda il Testamento e una serie di documenti, lettere, appunti, meditazioni. Morì nel 1253; nel 1255 papa Alessandro IV decise di canonizzarla. La sua festa viene celebrata il 12 agosto. Amore Quando lo amate siete caste, quando lo toccate, diventate più pure; quando lo accettate, siete vergini. La sua potenza è più forte, la sua generosità più elevata, il suo aspetto più bello, il suo amore più soave, tutta la sua grazia è più fine. Ormai voi siete stretta dagli abbracci di colui che ha ornato il vostro petto di pietre preziose e ha affidato alle vostre orecchie delle perle di valore inestimabile, e vi ha avvolta completamente di gemme scintillanti come la primavera e vi ha incoronato con una corona d'oro forgiata col segno della santità. (Prima lettera alla Beata Agnese di Praga) 5 Povertà O beata povertà, che procura eterne ricchezze a chi l'ama e l'abbraccia! O santa povertà, a quanti l'hanno e la desiderano Dio promette il regno dei cieli e ad essi, senza alcun dubbio, sono offerte la gloria eterna e la vita beata! O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, che governava e governa il cielo e la terra, si è degnato di abbracciare più di ogni cosa! Le volpi, infatti hanno le tane, gli uccellini del cielo i nidi, il Figlio dell'uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo, ma, reclinata la testa, rimette lo spirito. Se, dunque, un così grande e tale Signore, nascendo nel ventre verginale, volle mostrarsi al mondo, disprezzato, bisognoso e povero, affinché gli uomini, miserrimi e indigenti, sostenitori di un'eccessiva povertà del nutrimento celeste, divenissero ricchi con lui possedendo i regni celesti, esultate molto e gioite, colme di gioia e di letizia spirituale, giacché se avete gradito più il disprezzo del secolo degli onori, la povertà più della ricchezza temporale e custodire i tesori in cielo più che in terra, là dove non esiste la ruggine che corrode, né il tarlo che distrugge, né i ladri che rovistano e rubano, allora la vostra ricompensa sarà molto abbondante nei cieli, e degnamente avrete meritato di essere proclamata sorella, sposa e madre del Figlio, dell'Altissimo Padre e della gloriosa Vergine. Sono certa che avete appreso che il regno dei cieli è promesso e dato dal Signore ai poveri, perché mentre si ama una cosa temporale si perde il frutto della carità. Non è possibile servire Dio e le ricchezze, perché o si ama uno e si odiano le altre, o si servirà il primo e si disprezzeranno le seconde; un uomo vestito non può lottare con uno nodo, poiché chi offre un appiglio viene gettato a terra per primo. E non si può vivere nelle glorie del secolo e regnare là con Cristo, anche perché di certo prima che i ricchi ascendano ai regni celesti un cammello passerà attraverso la cruna di un ago. Perciò voi avete gettato i vestiti e le ricchezze temporali per non soccombere nella lotta e poter entrare nel regno dei cieli attraverso una via stretta e una porta angusta. Quale grande e lodabile scambio: lasciare le cose temporali per quelle eterne, meritare i beni celesti per i terreni, ricevere cento dando uno e possedere una beata vita eterna. (Prima lettera alla Beata Agnese di Praga) Ultime volontà Nel nome del Signore. Amen. Dobbiamo considerare, sorelle carissime, gli immensi benefici di Dio che ci sono stati conferiti, ma tra tutti quello che Dio si è degnato di compiere in noi attraverso il suo servitore benamato, il nostro padre beato Francesco, non solo dopo la nostra conversione ma anche finché saremo nella misera vanità del secolo. In effetti, quando il santo non aveva né fratelli né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, al tempo in cui edificava la chiesa di San Damiano, dove visitato dalla consolazione divina fu spinto ad abbandonare la vita mondana a favore di una grande letizia e dell'illuminazione dello Spirito Santo, egli profetizzò ciò che il Signore poi ha realizzato per noi. Infatti, all'epoca salito sul muro di detta chiesa, egli parlava ai poveri che vivevano lì vicino, ad alta voce e in lingua francese: "Venite ed aiutatemi nel cantiere del monastero di San Damiano, poiché là vi saranno le donne la cui vita famosa e la cui santa condotta glorificheranno il Nostro Padre Celeste in tutta la Sua Santa Chiesa". In ciò, quindi, possiamo considerare l'abbondante generosità di Dio per noi, Lui che a causa della sua ricca misericordia e della sua carità si è degnato, attraverso il suo Santo, di parlare anche della nostra vocazione e della nostra elezione. E il nostro beatissimo padre Francesco non ha solo profetizzato queste cose che ci riguardano, ma anche altre che verranno nella santa vocazione in cui il Signore ci ha chiamate. Con quale sollecitudine, con quale preparazione mentale e fisica dobbiamo osservare i comandamenti di Dio e del nostro padre, per rendere, con l'aiuto di Dio, il talento moltiplicato! Il Signore, infatti, non ci ha posto come una forma a esempio e specchio per le altre, ma anche per le nostre sorelle che il Signore chiamerà alla nostra vocazione, affinché si sia specchio ed esempio per coloro che vivono nel mondo. Dunque, poiché il Signore ci ha chiamato a fini così elevati, perché in noi si possano specchiare quelle che per le altre sono specchio ed esempio, ecco che siamo occupate a benedire e lodare Dio, ed a diventare sempre più forti in Lui per operare il bene. Perciò, se vivremo secondo la regola, lasceremo un nobile esempio alle altre e conquisteremo il premio dell'eterna beatitudine, grazie ad un lavoro davvero assai esiguo. Dopo che l'Altissimo Padre Celeste, attraverso la sua misericordia e la sua grazia, si degnò di illuminare il mio cuore, affinché io facessi penitenza in esempio e secondo l'insegnamento del nostro beatissimo padre Francesco, poco dopo la sua conversione, insieme con le poche sorelle che Dio mi diede dopo la mia conversione, gli promisi volontariamente la mia obbedienza, come il Signore ci aveva conferito la luce della sua grazia attraverso la sua vita straordinaria ed il suo insegnamento. Ma, il beato Francesco, considerando che siamo fragili e deboli con la carne, e che tuttavia non rifiutavamo alcun obbligo, né la povertà, né il lavoro, né la tribolazione o alcuna volgarità e disprezzo della vita mondana, ma al contrario li consideravamo grandi piaceri, egli si rallegrò molto nel Signore e, mosso a pietà nei nostri confronti, si obbligò ad avere sempre, tramite se stesso e la propria religione, per noi e per i suoi fratelli, una cura affettuosa e una sollecitudine speciale. Così, per la volontà di Dio e del nostro benamato padre Francesco, andammo a vivere nella chiesa di San Damiano, dove in breve tempo il Signore, per sua grazia e misericordia, ci moltiplicò, così che si realizzò ciò che il Signore aveva predetto attraverso il suo santo. In seguito egli ci scrisse una forma di vita, soprattutto affinché continuassimo a vivere nella santa povertà. E durante la sua vita, non si contentò di esortarci con molti discorsi e con esempi all'amore della santissima povertà e alla sua osservanza, ma ci trasmise molti scritti affinché dopo la sua morte noi non deviassimo altrove, come anche il Figlio di Dio, durante la sua vita terrena, non volle mai allontanarsi dalla santa povertà. E il beatissimo nostro padre Francesco, avendo seguito le sue orme, finché visse non si allontanò mai dalla sua santa povertà, che scelse per sé e per i suoi fratelli, nel suo esempio e nel suo insegnamento. Ecco perché, in ginocchio ed inchinata, raccomando tutte le mie sorelle di adesso e quelle che verranno alla Santa Madre Romana Chiesa, al sommo Pontefice e in particolare al signor cardinale che è stato deputato alla religione dei Fratelli Minori ed a noi, perché con l'amore di quel Dio che povero nacque in una stalla, povero visse nel mondo e nudo rimase sul patibolo, bisogna che venga sempre osservata la santa povertà dal piccolo gregge, che il Signore Suo Padre ha generato nella Santa Chiesa attraverso la parola e l'esempio di Francesco per seguire la povertà e l'umiltà del suo Figlio diletto e della gloriosa Vergine sua madre, povertà che abbiamo promesso a Dio ed al beatissimo nostro padre Francesco, nella quale egli si degna sempre di incoraggiarci e di conservarla. Prego colei che sarà badessa delle sorelle affinché si impegni a essere migliore delle altre per virtù e per santi costumi più che per la carica, in modo tale che le sue sorelle, provocate dal suo esempio, non le obbediscano solo per la posizione che riveste, ma piuttosto per amore. Sia ella accorta e discreta con le sue sorelle, come una buona madre lo è con i suoi figli, e soprattutto si impegni a provvedere in base alle necessità di ciascuna con le elemosine che il Signore le darà. Sia inoltre talmente benevola e alla mano che le sorelle possano manifestarle tranquillamente le proprie necessità e ricorrere a lei a qualsiasi ora, senza timore. Quanto alle sorelle che sono sottomesse, si ricordino che hanno rinunciato alla propria volontà per Dio. Perciò voglio che obbediscano alla loro madre, come avevano promesso al Signore. Spontaneamente, affinché la loro Badessa, vedendo la carità, l'umiltà e l'unità che hanno vicendevolmente, sopporti con più leggerezza tutto il fardello che le deriva dalla sua carica, e che da molesto e amaro si converta in dolcezza grazie alla loro santa condotta. E poiché la via ed il sentiero sono stretti e angusta è la porta che conduce e fa entrare nella vita, pochi sono coloro che camminano e attraversandola entrano. E se vi è qualcuno che per un certo periodo passeggia per questa strada, pochissimi sono coloro che perseverano in essa. Ma sono beati coloro ai quali è stato concesso di camminarvi e di perseverare fino alla fine. Stiamo attenti, quindi, se entriamo nella via del Signore. Infatti è scritto: "Maledetti coloro i quali si allontanano dai tuoi comandamenti". Ecco perché mi inginocchio davanti al Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, affinché attraverso il sostegno dei meriti della gloriosa Santa Vergine Maria, sua madre, del nostro beato padre Francesco e di tutti i santi, il Signore medesimo che ha donato un buon inizio dia anche incremento e la costanza finale. Amen. A voi, carissime e dilette sorelle mie, presenti e future, lascio questo scritto, perché sia meglio osservato, nel segno della benedizione del Signore e del beatissimo padre nostro Francesco e della mia benedizione, vostra madre e vostra ancella. (Testamento) Seconda lettera alla beata Agnese di Praga Ciò che hai, tienilo, ciò che fai, fallo senza smettere, ma con rapida corsa, con passo leggero, senza ostacoli ai piedi perché non raccolgano la polvere del tuo cammino, sicura, gioiosa e vivace, cammina prudentemente sul sentiero della beatitudine, non credere a nulla, non consentire a niente che ti voglia allontanare da questo proposito o che ti presenti un intoppo sulla via, per impedirti di adempiere ai voti che hai fatto all'Altissimo, in quella perfezione a cui Dio ti ha chiamata. Se qualcuno ti dicesse altre cose, o ti suggerisse altro, che possa impedire la tua perfezione, e che sembri contrario alla vocazione divina, rifiuta senz'altro di seguire il suo consiglio, ma, povera vergine, abbraccia il Cristo povero. Se avrai sofferto con lui, con lui regnerai; affliggendoti con lui, con lui gioirai; morendo con lui sulla croce della tribolazione, con lui entrerai in possesso delle dimore celesti nello splendore dei santi, e il tuo nome sarà scritto sul libro della vita e sarà glorioso fra gli uomini. Ecco perché per l'eternità tu parteciperai alla gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, godrai dei beni eterni in cambio di quelli destinati a scomparire e vivrai nei secoli dei secoli. Terza lettera alla beata Agnese di Praga Chi dunque dirà che io non gioisco di tanta meravigliosa gioia? Gioisci anche tu, sempre nel Signore, carissima, e fa che non ti avvolgano l'amarezza e la nebbia, o dilettissima domina in Cristo, gioia degli angeli e corona delle sorelle; poni la tua mente nello specchio dell'eternità, poni la tua anima nello splendore della gloria, poni il tuo cuore sull'immagine della divina sostanza e trasformati completamente per la contemplazione nell'immagine della sua divinità, perché tu senta ciò che gli amici sentono gustando la dolcezza nascosta che Dio, sin dall'inizio, ha riservato ai suoi amanti. E trascurando tutti coloro i quali, nel mondo fallace e instabile, seducono i propri amanti acciecati, ama totalmente quello che attraverso il tuo amore si è donato completamente, del quale il sole e la luna ammirano la bellezza, e del quale la grandezza e la preziosità della ricompensa sono senza fine. Intendo dire il Figlio dell'Altissimo, che la Vergine partorì rimanendo vergine dopo la sua nascita. Afferrati alla sua dolcissima madre, che ha generato un Figlio tale che i cieli non potranno contenere e che tuttavia Ella ha accolto nel suo piccolo e santo ventre e l'ha portato nel proprio grembo di giovane fanciulla. Chi non detesta le insidie del nemico del genere umano, che per i fasti delle glorie momentanee e fallaci si sforza per ridurre a niente ciò che è più grande del cielo? Infatti è ormai chiaro che, per la grazia di Dio, la più degna delle creature, l'anima dell'uomo fedele è più grande del cielo, mentre i cieli, con tutte le altre creature, non riescono a contenere il Creatore. La Verità dice: "Colui che mi ama, mio Padre l'amerà, ed io pure, e noi andremo a Lui, e insieme faremo la nostra dimora presso di Lui". Lettera a Ermentrude A Ermentrude 6, sorella carissima, Chiara d'Assisi umile serva di Cristo, salute e pace. Ho appreso, sorella carissima, che con l'aiuto di Dio sei felicemente fuggita dal fango del mondo; per questo motivo mi rallegro e mi congratulo con te e ancora più mi rallegro perché calchi i sentieri della virtù con le tue figlie, senza fatica. Mia cara, sii fedele fino alla morte a colui al quale hai fatto delle promesse, grazie a lui, infatti, sarai incoronata dell'alloro della vita. Breve è questo nostro lavoro, ma la ricompensa è eterna; non ti confondano più gli schiamazzi del mondo, che è fuggevole come l'ombra; non ti facciano perdere la ragione i vani spettri del mondo fallace; chiudi le orecchie ai sibili dell'inferno e con forza spezza i suoi sforzi; sopporta volentieri i mali avversi e non ti rinfranchino i beni prosperi: questi infatti chiedono con insistenza la fede e la esigono; ciò che hai consacrato a Dio, rendilo fedelmente e Lui ti compenserà. O carissima, mira verso il cielo, che ci invita, prendi la croce e segui Cristo che ci precede. Infatti, dopo varie e numerose tribolazioni attraverso lui entreremo nella sua gloria. Ama con tutta l'anima Dio e Gesù, Figlio suo, crocifisso per noi peccatori, e che mai dalla tua mente esca il suo ricordo; medita continuamente sui misteri della croce e sui tormenti della madre che soffriva sotto la croce. Prega e sii sempre vigile. E compi il lavoro che hai così ben iniziato, adempi il ministero che ti sei assunta, nella santa povertà e nella sincera umiltà. Non avere paura, figlia, Dio è fedele in tutte le sue parole e santo in tutte le sue opere; Egli effonderà su di te e sulle tue figlie la sua benedizione; e sarà il vostro aiuto e il vostro migliore consolatore; nostro redentore e ricompensa eterna. Preghiamo Dio l'una per l'altra, così infatti portando ciascuna il fardello della carità dell'altra, con leggerezza adempieremo alla legge di Cristo. Amen. MECHTHILD VON MAGDEBURG Nata nel primo decennio del Duecento, presumibilmente verso il 1207-1210, Mechthild ricevette una buona istruzione e una solida educazione dalla sua agiata famiglia. Nonostante l'alone di mistero che circonda la sua vita, si sa che a soli sette anni Mechthild ebbe la sua prima visione mistica. Poco più che ventenne, abbandonò la casa paterna per raggiungere una comunità di beghine a Magdeburg, dove visse nella penitenza, dedicandosi alla preghiera e agli incontri mistici con Dio. Su questi straordinari incontri, sulle visioni di cui era spettatrice, Mechthild cercò di mantenere il silenzio per molti anni, finché non decise di confidarsi con il proprio confessore, il padre domenicano Heuri de Salle, che la incoraggiò a scrivere quello che divenne uno dei più importanti e lirici testi della mistica tedesca del Duecento: La luce fluente della Divinità. Attraverso i suoi scritti Mechthild ebbe la possibilità di denunciare con vigore la corruzione e i difetti del clero, dell'Impero e dell'ordine domenicano; le fu inevitabile, pertanto, attirarsi simpatie ed ammirazione in alcuni ambienti, ma soprattutto invidie, gelosie e calunnie da parte di molti religiosi. Fu probabilmente a causa delle persecuzioni che Mechthild, intorno al 1270, si rifugiò nel convento cistercense di Helfta, retto dalla badessa Gertrud von Hackeborn, dove morì una dozzina di anni più tardi, forse nel 1283. Viaggio a corte Quando la povera anima giunge a corte 7, è saggia e cortese, e con gioia ammira il suo Dio. Con quanto amore viene accolta! Ella si zittisce, immensamente desiderosa della Sua lode. Allora Lui le mostra con grande desiderio il Suo cuore divino: è come l'oro rosso che arde in un grande fuoco di carbone. Poi la pone nel suo cuore ardente, così che il nobile principe e l'umile serva si abbracciano e si miscelano come l'acqua ed il vino. Allora l'anima è annichilita e si allontana da se stessa, come se non ne potesse più. Egli è malato d'amore per lei, come lo è sempre stato, giacché (in questo desiderio) Lui non cresce né diminuisce. Ella parla così: "Signore, tu sei la mia consolazione, il mio desiderio, la mia fonte fluente, il mio sole, ed io sono il tuo specchio". Questo è il viaggio a corte dell'anima amante, che non può esistere senza Dio. (La luce fluente della Divinità, I, 4) L'Anima e Dio si accolgono Anima: "O beata visione! O caro saluto! O dolce abbraccio! Signore, il Tuo amore mi ha ferita! La Tua grazia mi ha soffocata! O alta roccia, così meravigliosamente incisa! In Te non potrà vivere nessuno, se non le colombe e l'usignolo". Dio: "Cara colomba, sei la benvenuta! Hai volato tanto sopra il regno terrestre, che ti sono spuntate le ali nel regno dei cieli. Tu sei dolce come un grappolo d'uva tu olezzi come un balsamo, tu risplendi come il sole tu sei l'ingrandimento del mio più nobile amore". (La luce fluente della Divinità, I, 14-15-16) L'Anima a Dio O Dio, che ti riversi nel Tuo dono! O Dio, che rifluisci nel Tuo amore! O Dio che ardi nel Tuo desiderio! O Dio che ti fondi nell'unione con la Tua amata! O Dio, che riposi fra i miei seni, senza di Te non posso esistere! (La luce fluente della Divinità, I, 17) Il deserto 8 ha dodici cose Tu devi amare il nulla, Tu devi fuggire le cose, Tu devi rimanere sola e non devi andare da nessuno. Tu devi essere molto attiva e libera da ogni cosa. Tu devi liberare i prigionieri e imprigionare coloro che sono liberi. Tu devi dare conforto agli ammalati, senza avere nulla per te. Tu devi bere l'acqua della sofferenza e accendere il fuoco dell'Amore con la legna delle Virtù. Solo allora tu vivrai il vero deserto. Più mi inoltro nella profondità dell'Umiltà senza miscela, più una grande dolcezza mi disseta. (La luce fluente della Divinità, I, 35) Dio all'Anima Dio: "Se io risplendo, tu devi ardere, se sgorgo via, tu devi essere inumidita, se sospiri, devi attrarre verso di te il mio cuore; se ti lamenti cercandomi, ti stringo fra le mie braccia, però se mi ami, allora diventiamo una cosa sola. Se siamo una cosa sola, niente ci potrà mai dividere". Anima: "Signore, attendo affamata e assetata, impaziente e bramosa, fino al beatissimo istante in cui la Tua bocca divina pronuncerà parole elette, che nessuno ha mai udito, se non dalla sola anima, che si spoglia della terra e offre il suo orecchio alla Tua bocca". (La luce Fluente della Divinità, II, 6) L'uomo buono deve avere tre figli per i quali pregare Nessuno sa che cosa siano il conforto, il dolore o il desiderio, se non è stato toccato da queste tre cose. Io cerco aiuto, perché, ahimè, soffro troppo. Ho tre figli, nei quali vedo un grande affanno. Il primo figlio sono i poveri peccatori che giacciono nella morte eterna. La mia unica consolazione è che conservano i loro corpi umani 9. Ahimè, è con il cuore sanguinante che guardo questo figlio, ed è con gli occhi colmi di lacrime che lo tengo con amore fra le braccia della mia anima e che lo porto ai piedi di suo Padre, dal quale l'ho ricevuto. Così guardo questo figlio e prego Gesù, suo Padre fedele, di destarlo con la voce della sua divina misericordia, quella stessa voce con la quale risvegliò Lazzaro. A queste parole Dio rispose: "Voglio trasformare la malattia del figlio. Se non vuole ricadere in questa morte, allora dovrà essere sempre più somigliante a me in bellezza, in nobiltà e in ricchezza. Investito e inondato da ogni piacere nell'eternità. Alzati, caro figliolo mio, tu sei guarito, volgi verso di me la libera volontà che ti ho donato, io non te la leverò mai. Giacché è su di essa che viene valutato tutto il valore nel bel regno dei Cieli dove tu diventerai simile ai santi. Ahimè, questo figlio sta ancora immobile nella sua propria volontà". L'altro mio figlio sono le povere anime tormentate del Purgatorio, alle quali devo dare da bere il sangue del mio cuore. Quando prego piangendo per loro, e osservo i molteplici aspetti della loro miseria e il sapore amaro che sentono per ciascuno dei loro peccati, provo un dolore materno e tuttavia mi piace che patiscano un giusto castigo per i loro peccati in onore di Dio. Essi sopportano la loro pena con molta pazienza, poiché vedono chiaramente i propri peccati; soffrono la loro miseria con saggezza disciplinata, si imbevono di grandi dolori. Se questo figlio deve guarire in fretta, bisogna che la madre sia molto fedele e misericordiosa. Il mio terzo figlio, sono gli ecclesiastici imperfetti. Quando osservo tutti i miei figli malati, non ne vedo alcuno che mi faccia soffrire tanto quanto questo, giacché, ahimè, avendo egli voltato i suoi sensi alle cose esterne, si è tuffato nelle faccende caduche, e si è talmente allontanato dalle cose celesti da perdere completamente il suo nobile comportamento e la dolce familiarità con Dio, nella quale Dio lo aveva attirato per scelta particolare. Essi diventano allora così falsi che nessuna parola li può convertire; è così che insultano l'interiorità e distolgono la dolcezza di Dio, e tutto ciò che vedono e intendono lo accolgono con malvagità. All'esterno hanno una parvenza da saggi, ma dentro non sono che degli stolti! Questo figlio ha più difficoltà a guarire, perché prima cade in caparbie contese, poi nell'inerzia, quindi nelle finte consolazioni, poi nella disperazione e infine, ahimè, è privato di ogni grazia. Così che è rischioso dire da che parte si volgerà la sua anima smarrita. (La luce fluente della Divinità, V, 8) La preghiera La preghiera ha un grande potere, quando a supplicare è una persona dotata di ogni forza. Addolcisce un cuore amaro, rende lieto un cuore mesto, arricchisce un cuore povero, rende saggio un cuore stupido, dà coraggio a un cuore pavido, rende forte un cuore debole, dona la vista a un cuore cieco, rende cocente un'anima fredda. La preghiera attrae Dio anche nel cuore più piccolo, ed eleva l'anima affamata alla pienezza di Dio. La preghiera lega i due amanti, Dio e l'anima, in un luogo beato, dove parlano d'amore. (La luce fluente della Divinità, V, 13) Scruta sempre nel tuo cuore Scruta sempre nel tuo cuore, nella verità dello Spirito Santo. In questo modo tutte le menzogne ti sembreranno poco piacevoli, giacché le falsità allontanano l'amore di Dio e nell'anima rendono più forti l'ipocrisia, l'odio e la crudeltà. (La luce Fluente della Divinità, VI, 18) Le quattro cose dell'amore L'amore più puro racchiude in sé queste cose. La prima è l'armonia con Dio e la devozione con cui lo ringrazia, qualsiasi cosa accada, a eccezione del peccato. La seconda cosa consiste nel buon uso dei doni ricevuti da Dio, nell'anima e nel corpo. La terza cosa è una vita morigerata, senza peccato. La quarta cosa è il possesso in noi di tutte le virtù. O se avessi le virtù e le usassi perfettamente in ogni occasione! Questo mi piacerebbe più di ogni altra contemplazione 10. A che cosa servono le parole nobili se non sono seguite dalle opere misericordiose? A che cosa serve l'amore di Dio, se si perseguitano i buoni? Tu dici: "Se Dio mi donasse le virtù, volentieri compirei azioni buone". Ma ascolta: "Metà delle virtù ci sono donate da Dio, l'altra metà è innata in noi. Se Dio ce le fa conoscere, noi dobbiamo usarle". (La luce fluente della Divinità, VI, 30) L'amore semplice Chi ha sete di conoscenza, ma vuole amare poco, resterà sempre all'inizio di una buona vita. Dobbiamo essere timorosi se desideriamo piacere a Dio. Chi ama semplicemente e conosce poco compie grandi cose. La santa semplicità è il dottore di ogni sapienza; essa costringe gli eruditi a inchinarsi davanti agli ignoranti e ad ammettere: "Siamo dei poveri stolti". Se la semplicità del cuore dimora nella saggezza dell'intelletto, una grande santità pervade l'anima umana. (La luce fluente della Divinità, VII, 43) HADEWIJCH D'ANVERSA Della poetessa olandese vissuta nella seconda metà del secolo XIII si hanno poche notizie certe, essendo stata pressoché dimenticata per secoli e riscoperta solo nell'Ottocento dagli storici e dai filologi. Lo stile elevato, influenzato dalla poesia trobadorica cortese, fa supporre che provenisse da nobile famiglia; inoltre si intuisce che Hadewijch conoscesse gli scritti latini di sant'Agostino e di san Bernardo. Hadewijch fece probabilmente parte di una comunità di beghine stanziate a Nijvel, alle quali indirizza numerose Lettere. Visse nell'umiltà, nella carità e assistendo i malati e i bisognosi, ma soprattutto cercò la comunione totale con Dio, attraverso le esperienze mistiche che tradusse in prosa nelle sue Visioni e, con calore e sensualità, nei Poemi Strofici. Le carezze dell'estate Mille segnali hanno indicato, - gli uccelli, i fiori, i campi e il giorno 11, che presto gli esseri festeggeranno la vittoria sull'inverno e sulle sue pene. Le carezze dell'estate promettono loro gioia futura, mentre io soffro di così duri colpi. Anch'io sarei gioiosa se l'amore mi desse il piacere, che mai mi fa tintinnare nella sua grazia. Ma che cosa ho fatto al piacere che giorno dopo giorno mi resta ostile? perché la sorte opprime me più di mille altre persone? perché lascia la mia fede senza ricompensa o, al massimo, le sorride con un bagliore? Ah! Senza dubbio è colpa mia: bisogna che io abbandoni la mia strada e cammini sola, secondo il libero amore. Se mi potessi fidare dell'amore, ritroverei la mia vita serena; le sofferenze che con la massima fede sopporto per Lui, sarebbero certamente meno di quanto Egli le limiti e getterebbe gli occhi sui miei dolori! Non sarebbe troppo presto, penso: il mio scudo è così pieno di colpi che non vi è più spazio per una nuova tacca. Chi sopporterà di buon grado queste disgrazie, avrà ciò che occorre alla mia anima: soffrire senza amarezza le perdite, i torti subiti, i cuori ostili, e trovare nella prova, se fosse dura, la più alta fortuna. Chi visse così conobbe la vera saggezza, di cui io sento tristemente la mancanza. Due volte con potenza, l'Amore ci dà a turno ferite e consolazioni. Lui colpisce, Lui risana: come ci si difende da questa incostanza? Uno rischia senza rimpianto tutto ciò che può avere, e l'Amore conserva per lui i suoi segreti; a un altro, se gli piace, dà dolci baci sulle labbra; al contrario, ad un altro ancora, proclama il bando. Ah! Chi rialzerà dalla propria pena colui che l'Amore ha bandito? L'Amore stesso! Dopo la tempesta, torna il sereno, più di un giorno se ne è avuta la prova; burrasca la sera, pace l'indomani. Colui che l'amore afferma in questo crogiolo sarà reso coraggioso dalle pene patite! Così che infine lo sfida: "Sono tutto Vostro! Non ho niente altro, Amore, di cui poter vivere, siate mio completamente!" Se il destino mi lasciasse guarire, sarei ancora tutta rivolta all'amore, e la mia pena porterebbe il suo frutto. E nelle sue acque profonde e temibili, leggerei i suoi responsi, mi abbandonerei completamente, e il mio amore accoglierebbe Amore senza riserva. Per il mio carattere, solo sulla vetta, la mia sete senza dubbio si placherebbe. Noi siamo lenti a soddisfarlo, e restiamo estranei all'amore dalla nostra miseria. Ah! Sappiatelo tutti, chi con coraggio fosse a lui compiacente tenderebbe il suo regno e tutti i suoi tesori. (Poemi Spirituali, III) Dolcezza e crudeltà Per quanto tristi siano la stagione e gli uccellini, il nobile cuore non può esserlo. Ma chi vuole affrontare i travagli dell'Amore dovrà solo da Lui apprendere dolcezza e crudeltà, gioia e dolore tutte cose che bisogna provare per amare. Le anime fiere che sono cresciute nel diletto e che sanno amare senza che nulla le calmi, devono essere sempre forti e coraggiose, sempre pronte a ricevere consolazione o afflizione, solo secondo l'Amore. Le vie dell'Amore sono strane: lo sa bene chi le vuole seguire: esso inquieta all'improvviso il cuore baldanzoso: chi ama non può avere costanza. Colui che sarà toccato in fondo all'anima dalla Carità conoscerà molte ore desolate. Talvolta ardente e talvolta freddo, ora timido e poi coraggioso, innumerevoli sono i capricci dell'Amore. Ma in ogni istante ci ricorda il nostro debito immenso nei riguardi del suo grande potere; ci attira e ci vuole solo per sé 12. A volte gentile, a volte terribile, ora vicino, fra poco lontano: per chi lo conosce e gli si affida è una gioia sovrana. Ecco come Amore, in un sol colpo, bastona e abbraccia! Talvolta umiliato, talvolta esaltato, ora nascosto, poi manifesto, per essere un giorno soddisfatto dal piacere bisogna rischiare più avventure, prima di attendere il momento in cui si gusta la pura essenza dell'Amore. (Poemi Spirituali, V) Il risveglio Non appena marzo ricompare tutti gli esseri viventi si risvegliano, l'erba spunta nei prati e inverdisce un po' nei giorni. Così fa il nostro desiderio, così si sveglia l'amore. Non vi è nulla che non reclami, niente che fermi la sua audacia: egli vuole che tutto sia dato e che amare sia la nostra vita. Chi prende il sentiero d'amore, chi gli si affida fedelmente dall'Amore stesso riceverà tutta la forza che gli manca e il frutto del suo desiderio. Giacché Amore non può mai negarsi a chi l'ama: esso dà più di quanto ci si aspetti o si speri. Chi dubita durante i giorni di prova è come un ramo che ha subìto una gelata durante la crescita: non soddisfa l'Amore e trova che amare gli sia di peso. Le sue frasche non diventano verdi: nessun fiore sboccia durante il giorno in cui non risplende il vero sole, dove non brilla questo Amore grazie al quale fiorisce l'idea. Guadagno o perdita: in entrambi i casi imparate a compiacere! Chi si consacra al primo Amore durante la sua infanzia, si sottomette completamente e dona a lui tutto il suo cuore. Chi fra le pure virtù gli consacra il proprio spirito disporrà liberamente del suo strano potere: avrà quella compiutezza a cui niente può venire meno, e attraverso una dolce violenza sarà maestro dell'Amore. Ah! Esiliatami da sola, dove troverò un pegno d'amore che mi consoli e mi aiuti a sopportare la mia pena? Esso mi fugge quando sono presente e frequento la sua scuola, senza vincere alcunché: mi tradisce nel gran giorno! Il mio cuore non ha nemmeno una parola in grado di esprimere la mia disgrazia. Non esiste agonia più dura della carenza d'amore. Se Amore vuole tutto l'amore, che si dia completamente! Ah! Non ho più di che vivere: Amore, voi lo sapete bene! Non ho più niente di mio, datemi un po' del vostro. Ma ahimè! Questo fugge assai, io avrò fame, poiché voglio tutto. E come avere pazienza, noi che viviamo d'Amore, se ci precede sul nostro cammino e si nega sempre? Oh! Di tutte le creature la più dolce, il rifiuto che io subisco da voi non mi incoraggia affatto; pietà per i vostri amici, i fedeli servitori che si rinnegano da soli, e non hanno cercato che la vostra essenza. Ora, anime avvinte, esuli nella loro patria, sotto un potere straniero, errano alla ventura. (Poemi Spirituali, VI) Bell'Amore Volentieri mi farei decapitare da lui, se volesse credere alle mie pene, Colui che mi rapisce i sensi e mi inganna con lo splendore del suo aspetto. Perché mostrarmi questo viso e non darmi mai il colpo di grazia? Quando mi credo perduta ricominciate il vostro gioco birichino e fallace. Ah! Bell'Amore, i vostri giri sono troppo rapidi, quando dite una cosa ne pensate un'altra; ora dolce, poi crudele, poi siete di nuovo diverso: fareste ugualmente bene ancor prima di decidere! Voi giocate troppo forte per coloro che vi servono nel vostro domani e in ogni istante desiderano fare la vostra volontà. Rendete pazzi i saggi e i prudenti, gliene fate vedere di tutti i colori e quando arrivano al limite della disperazione, li inondate con le vostre ricchezze senza gridare loro di stare attenti. Voi siete spregevole, malizioso e assai clemente al tempo stesso, dolce come un agnellino e impietoso come una belva feroce, libera e senza controllo nel deserto. (Poemi nuovi, XXVIII) Primavera La nuova stagione ovunque si rivela, gli uccellini cinguettano, le montagne e le valli fioriscono. Ogni vita si libera dal tormento dell'inverno crudele. Ed io, sola, sto per morire se l'amore non avrà presto pietà del mio male. Il mio destino barbaro ha scagliato contro di me delle armi raccolte da ogni parte. Mi è negata ogni pace, o l'eccesso dei dolori mi concede una tregua? Se il Benamato mi conducesse alla vittoria, lo ringrazierei per sempre. L'Amore conquista ogni cosa: che mi faccia trionfare a mia volta! L'Amore conosce ogni miseria: mi fa dire quanto sia duro ah! quanto! aspettare il suo piacere. Così severa è la prova che i miei sensi sono sfiniti e non possono più reggere. Attraverso l'Amore voglio riportare una vittoria sulla miseria e sull'esilio; ed io so che quella deve essere mia. Ma sì tanti imprevisti intralciano il cammino, che ho sognato spesso di morire dopo che l'Amore mi ha ferito intimamente. Quel che mi manca lo voglio a condizione che Amore mi accolga nel suo regno! Nella mia giovinezza, quando provavo le armi dell'amore, questi mi fece ammirare un gran banchetto di promesse, la sua bontà, il suo sapere, la sua forza, la sua ricchezza; e il giorno in cui, frequentando, fui preso a pagare di gran cuore il suo debito egli sembrò volermi unire a lui senza ritorno. Cosa resta, Amore, di quel bell'ardore? Così Amore mi ha ingannato mostrandomi una tavola imbandita con varie dolcezze dove la giovinezza ingenua trova le sue delizie. Ma io adesso rinnovo pianti e lamenti verso di lui, un tempo così generoso. L'amore vive, lo so bene, dei molti trapassi che io sopporto; e saperlo mi rende naturale il soffrire. Disgrazia e gioia, pena e dolcezza, io nascondo agli estranei i segreti del mio cuore. Al più alto di spirito, ne ho la certezza: l'amore deve pagare l'amore dell'amore. Mi sono donata completamente al nobile amore: che io perda o vinca, è uguale. Che cosa è successo? Non sono più in me: egli ha inghiottito la sostanza del mio spirito. La sua bella natura mi assicura che le pene d'amore sono un vero tesoro. Riconosco che l'amore ne è degno: vittoria o sconfitta, sono la stessa cosa. Ciò che ho desiderato, non appena l'amore ebbe toccato il mio cuore, fu di soddisfarlo in ogni esigenza; ciò che ho fatto ne è testimone. Nel sopportare chi mi percuote, ho visto nel suo rigore il mio orgoglioso compenso. Chi desidera soddisfare l'amore, non si risparmi niente, lo consiglio, ma doni tutto il suo essere e viva per questa opera sublime: segreta per gli amanti, sconosciuta agli estranei, che non intendono affatto l'essenza dell'amore. Chi non rischia, ignorerà sempre questi dolci metodi della scuola d'amore. Se fossi ferita così crudelmente da ciò che l'amore mi impone, niente sarebbe perduto. (Poemi Spirituali, XVI) MARGHERITA PORETE La fede, l'ardente amore per Dio, l'orgoglio, il carattere forte e tenace condussero Margherita Porete a morire sul rogo allestito sulla piazza dell'Hotel de Ville di Parigi, il 1° giugno 1310. A condannarla fu il Tribunale Ecclesiastico dell'inquisizione in Francia, in seguito al costante rifiuto di Margherita di ritrattare i concetti espressi nel libro che aveva scritto: Lo specchio delle anime semplici. Il testo era stato giudicato eretico, pestifero ed erroneo, oltre che ardito, già nel 1306 dal vescovo di Cambrai Guy de Colmieu, che aveva provveduto a farlo bruciare pubblicamente. Ciò nonostante, Margherita aveva continuato a insegnare il raggiungimento del puro amore e per questo venne arsa viva. Il clamore suscitato da questo caso di eresia risuonò nei secoli a seguire, accentuandone la divulgazione anziché la sua totale confisca. La damigella e il principe L'anima toccata da Dio e spogliata dal peccato nel primo stadio di grazia e per grazia divina è ascesa al settimo grado di grazia, nel quale l'anima raggiunge la pienezza della sua perfezione attraverso il godimento divino nella patria della vita. Amore: "Voi attivi e contemplativi 13, e forse anche annientati, voi che ascolterete alcune meraviglie e alcune virtù del puro, nobile e sublime amore dell'Anima libera 14 e vedrete come lo Spirito Santo ha issato la vela sulla nave dell'anima. Per amore vi prego di ascoltare con grande impegno e con l'acuta intelligenza dell'intimo umano nonché con cura scrupolosa; diversamente, infatti, tutti coloro che ascolteranno le predette cose le capiranno male. Ora ascoltate attentamente e con umiltà un piccolo esempio riguardante l'amore mondano e propagatelo non meno del divino amore. C'era una volta una damigella, figlia di un re, dal gran cuore e dall'animo nobile, che dimorava in un paese straniero. Accadde che un giorno la damigella udì alcune persone parlare della grande e straordinaria nobiltà e generosità dell'imperatore Alessandro: subito la sua volontà lo amò per la straordinaria eccellenza della sua buona reputazione. Tuttavia la damigella era così lontana da quel principe, verso il quale aveva rivolto il proprio amore, che non poteva averlo né vederlo. Perciò sovente se ne rammaricava con se stessa, perché nessun altro amore, a eccezione di questo, le era bastevole o di suo gradimento. Pertanto, quando vide che questo amore così lontano, e che tuttavia le era così vicino al cuore, era tanto distante da lei, pensò di lenire in qualche modo il dolore con un'immagine degna del suo amore e somigliante all'amato, che di continuo vibrava ferite al suo cuore. Quindi dipinse un ritratto ideale dinanzi agli occhi della sua mente, somigliante al suo diletto, e, per quanto le era possibile, pari alla quantità dell'amore che l'aveva irrimediabilmente accesa. Attraverso tale immagine e insieme con altri accorgimenti a lei noti, in qualche modo la damigella si calmava". Anima (che ha fatto scrivere questo libro): "Veramente così vi dico: ho sentito parlare di un re di grande prestigio, veramente unico per la sua grande generosità, il nobile Alessandro. Tuttavia era così lontano da me ed io da lui che non avevo avuto alcun conforto; per rasserenarmi lui stesso mi ha donato questo libro che in qualche maniera rappresenta il suo amore. Sebbene io abbia la sua immagine fra le mie mani, ciò non toglie che io sia in terra straniera, lontana da quella quiete in cui dimorano i nobilissimi amici di quel principe, i quali sono tutti di grande pregio, puri e liberi grazie ai doni del re stesso e al servizio del quale restano senza mai separarsene". E così Amore dice che esistono sette stadi di nobiltà, dai quali la creatura riceve il proprio essere, e percorrendoli ognuna raggiunge lo stato perfetto. (Lo specchio delle anime semplici, Prologo) L'Anima si congeda dalle Virtù Amore: "L'Anima può dire alle Virtù che è stata per lungo tempo e per molti giorni al loro servizio". Anima: "Lo ammetto, dolce Amore, ma allora era allora e ora è ora. La vostra cortesia mi ha liberata dalla loro schiavitù. Perciò canto: Virtù, mi congedo da voi per sempre 15; così il mio cuore sarà più libero e godrà di una quiete più serena. Servirvi costa troppo, lo so bene. Vi è stato un tempo in cui ho affidato a voi il mio cuore, in modo indissolubile; Voi lo sapete: ero completamente dedita a voi. Allora ero vostra serva, ora sono libera. Al vostro servizio ho sopportato molte amarezze e atroci tormenti; e mi meraviglia vedere come ne sono uscita viva. Ringrazio Dio nell'alto dei cieli; la giornata è stata buona. Sono lontana dai vostri pericoli che mi facevano vivere nel tormento. Sicuramente non sono mai stata libera finché non mi sono separata da voi. Mi sono allontanata dai vostri pericoli, ora vivo in pace ". Ragione: "O Amore, vi pongo una domanda, giacché questo libro afferma che l'Anima prende totalmente congedo dalle Virtù e voi affermate che tutte le Virtù esistono sempre con tali anime più perfettamente che con qualsiasi altra. Ciò mi sembra una contraddizione, non capisco bene". Amore: "Ti tranquillizzerò. È vero che l'Anima si è affrancata dalle Virtù, per quanto riguarda il loro uso e per quanto riguarda il desiderio di ciò che le Virtù bramano o richiedono. Ma le Virtù non prendono congedo dall'Anima e sono sempre con lei, in perfetta obbedienza a lei. In questo modo l'Anima si libera dalle Virtù, ma queste restano sempre con lei. Giacché se un uomo serve un altro, egli appartiene a costui, ma questo non appartiene a quello. Talvolta accade che un servitore guadagni molto e si arricchisca tanto da diventare più ricco, più saggio e più dotto del suo padrone o del suo maestro; e allora quel servo o quel discepolo abbandona il suo signore o il suo maestro per un altro che sia migliore. Colui che un tempo è stato il suo signore e maestro, vedendo chiaramente che il suo discepolo e il suo servitore sa più di lui e vale più di lui, resta con lui, lo serve e gli obbedisce in tutto. Proprio così potete e dovete capire delle Virtù e delle Anime. Giacché all'inizio quest'Anima fece tutto quello che la Ragione le diceva di fare, indipendentemente da quanto le costasse al cuore e nel fisico. Allora la Ragione era maestra dell'Anima, e tutto il giorno le diceva di fare ciò che le Virtù le suggerivano, senza obiezioni, fino alla morte. In questo modo la Ragione e le Virtù erano padrone e maestre di quest'Anima ed essa obbediva veramente a tutti i loro ordini, se voleva vivere di vita spirituale. Ora quest'Anima ha guadagnato molto e ha imparato tanto con le Virtù, da essere al di sopra di esse; essa, infatti, racchiude in se tutto ciò che le Virtù sanno insegnare, anzi ancora di più, senza paragone. Poiché quest'Anima ha in se il maestro delle Virtù, il Divino Amore, il quale l'ha completamente mutata in se stesso, essa non appartiene più a se stessa né alle Virtù". Ragione: "A chi appartiene, dunque?" Amore: "Alla mia volontà, poiché io l'ho trasformata in me stesso". Ragione: "E che cosa siete voi, Amore? Non siete forse con noi una virtù, sebbene siate superiore e preferibile a noi tutte?" Amore: "lo sono Dio, perché Amore è Dio e Dio è Amore, e quest'Anima è Dio per opera di amore. Io sono Dio per natura divina, quest'Anima è Dio per diritto d'amore. Così che questa preziosa amica è stata istruita da me, spronata e condotta da me senza di lei, perché essa si è trasformata in me; tale è la finalità della mia educazione 16. L'Anima è come l'aquila che vola in alto, molto in alto, anzi più in alto di qualsiasi altro uccello, poiché è dotata delle ali del puro Amore. Più di altre cose ella contempla la bellezza del sole e il suo raggio, e lo splendore del sole e del raggio che le dà il cibo con il midollo dell'alto cedro 17". Anima: "Allora quest'Anima dice alla sua infelice Natura, che per tanto tempo l'ha fatta rimanere in schiavitù: 'Signora Natura, mi congedo da voi. Mi è vicino Amore, che mi tiene libera da se, contro tutti e senza timore'". Amore: "L'Anima non si spaventa per una tribolazione, né è trattenuta da alcun conforto, non si lascia scomporre da alcuna tentazione, né è diminuita da alcuna sottrazione. Ella è comune a tutti per larghezza di pura carità, e non chiede nulla a nessuno per la nobiltà cortese della sua autentica bontà, di cui Dio l'ha colmata. Ella è sempre matura ma non triste, gaia ma non dissoluta, perché in tale Anima Dio ha santificato il suo nome e la divina Trinità vi ha posto la sua dimora. Voi altri piccoli, che nel volere e nel desiderare afferrate la preda che vi nutre, desiderate di essere tali! Giacché chi può desiderare il meno, se non desidera il più, non è degno che Dio gli offra nemmeno il minimo di tutti i suoi beni, per la viltà del suo cuore pusillanime, nella quale si permette sempre di cadere. E tuttavia sembra che sia perennemente affamatore".. (Lo specchio delle anime semplici, cap. 6, 21-22) L'Anima è libera Amore: "L'Anima è libera, anzi più che libera, è liberissima, dal tronco al germoglio, in tutti i suoi rami e in tutti i frutti dei suoi rami. Ella possiede un proprio luogo di purissima libertà, ogni lato ha la sua piena purezza. Ella non risponde a nessuno, se non vuole, se non è del suo lignaggio, giacché un nobiluomo non si degnerebbe di rispondere a un rozzo villano che lo provocasse. Perciò tale Anima non trova chi la provoca: i suoi nemici non hanno mai risposta da lei". Anima: "È giusto. Dal momento che sono convinta che Dio sia in me, occorre che si prenda cura di me: non può perdere la sua bontà". Amore: "Quest'Anima è scorticata dalla morte e arsa dall'ardore del fuoco di carità, e la sua cenere è sparsa, anzi gettata in mare dal niente della volontà. Perciò è generosamente nobile nella prosperità e altamente nobile nell'avversità, eccellentemente nobile in ogni luogo, qualunque esso sia. Ella è tale che non cerca Dio attraverso la penitenza, né attraverso un altro sacramento della Chiesa, né tramite le meditazioni o le parole o le opere, neppure attraverso un'altra creatura superiore, né con la giustizia e nemmeno con la misericordia, né attraverso la gloria delle glorie, né con la conoscenza divina, né con il divino amore e nemmeno con la lode divina". (Lo specchio delle anione semplici, cap. 85) La madre delle Virtù Amore: "Dirò quel che chiederebbe la Ragione se fosse viva. Domanderebbe chi è sua madre, madre anche di tutte le altre Virtù che sono sue sorelle, e se esse sono madri di qualcuno. Già, tutte le Virtù sono madri". Anima: "E di chi? Madri della Pace?" Amore: "Della Santità". Anima: "Perciò tutte le Virtù, che sono sorelle della Ragione, sono madri della Santità?" Amore: "Esatto, di quella Santità che la Ragione comprende, e di nessun'altra". Anima: "E chi è allora la madre delle Virtù?" Amore: "L'Umiltà. Tuttavia non l'Umiltà che esiste ed è procacciata dalle Virtù: infatti questa è sorella della Ragione. Dico 'sorella' perché è ben più essere madre che figlia, anzi molto di più". "Quindi" dice l'Anima che parla in veste della Ragione "da dove discende quell'Umiltà che è la madre della Virtù? Di chi è figlia e da dove viene lei che è madre di tanta discendenza quante sono le Virtù e zia di Santità della quale le Virtù sono madri? Qualcuno sa dire da dove discende questa progenie?" Amore: "No, colui che sa, non sa nulla che si possa esprimere a parole". Anima: "È vero, ma mentirei piuttosto che non dire nulla in proposito. Questa Umiltà che è zia e madre, è figlia della Divina Maestà e nasce dalla Divinità. La Divinità è madre e prozia dei suoi rami i cui germogli danno così tanti frutti. Noi taceremo; parlarne, infatti, distrugge tutto quanto. L'Umiltà ha dato il tronco e il frutto delle sue gemme; perciò le è prossima la pace di quel Lontano Vicino che la svincola da ogni opera. Parlare la guasta nell'intimo; pensare le fa ombra. Quel Lontano Vicino la libera e niente più le fa ombra. L'Umiltà è libera da ogni servizio, perché vive in libertà. Chi serve non è libero. Chi serve non è morto. Chi desidera, vuole. Chi vuole, mendica. Chi è mendico è privo di appagamento divino. Ma coloro che le sono fedeli, quelli sono sempre preceduti dall'Amore, annientati dall'Amore, completamente depredati dall'Amore. Coraggiosi nel sopportare i tormenti, anche se fossero così grandi quanto lo è Dio nella sua bontà. L'Anima che non crede a queste cose, non ha mai amato nobilmente". (Lo specchio delle anime semplici, cap. 88) Bontà eterna Egli è perennemente una bontà eterna. Che cos'è la bontà eterna o perpetua che per natura di carità tende a offrire e a condividere l'intera sua bontà? Questa bontà eterna e perpetua genera una bontà propizia e gradita. Da entrambe deriva l'amore amorevole dell'amante verso l'amata, la quale guarda sempre l'amante con amorevole amore. (Lo specchio delle anime semplici, cap. 112) La Verità loda le Anime nobili Verità: "O smeraldo e gemma preziosa, diamante prezioso, regina e imperatrice, voi donate tutto grazie alla vostra pura nobiltà, non chiedendo ad Amore le sue ricchezze se non il volere del suo divino piacere. Questo è il potere della giustizia, poiché questa è la direzione del perfetto e vero Amore, che la vuole serbare. O pozzo profondo, fonte sigillata, dove il sole è sottilmente celato, voi irradiate i vostri raggi per scienza divina. Noi sappiamo per vera sapienza che il suo splendore ci illumina continuamente". Anima: "O Verità, per Dio non dite che ho mai detto qualcosa su di Lui, se non per tramite suo. Questo è vero. In questo non sono mai stata padrona di me stessa, e se volete saperlo, vi dirò chi sono, per pura cortesia: Amore mi tiene completamente in suo possesso, così che non ho sentimento, né volere, né ragione di fare alcuna cosa se non per mezzo suo". (Lo specchio delle anime semplici, cap. 120) La canzone dell'Anima A nulla vale il pensare, né l'agire, né il parlare. L'Amore mi leva così in alto, con i suoi sguardi divini, che non ho alcun desiderio. A nulla vale il pensare, né l'agire, né il parlare. Nella sua nobiltà Amore mi ha fatto trovare i versi della mia canzone. Essa canta la pura divinità della quale la Ragione non saprebbe parlare. Il mio unico amico non ha madre, ma è disceso da Dio Padre e anche dal Figlio: il suo nome è Spirito Santo. Il mio cuore è così unito a lui che mi fa vivere nella gioia. Amandolo, l'amico offre il paese del nutrimento. Non voglio chiedergli nulla giacché sarebbe troppa malvagità. Devo piuttosto affidarmi completamente a questo amore del mio amante. O benamato, dalla natura amorevole, siete molto degno di lode! Generoso e cortese oltre misura, somma di tutte le bontà, non volete più far nulla, amico, senza la mia volontà. Ugualmente non posso tacere la vostra bellezza, né la vostra bontà: per me voi siete potente e saggio; questo non lo posso celare. Ahimè! Ma a chi lo dirò? Nemmeno un Serafino ne sa parlare! O amico, tu mi hai posseduta nel tuo amore, per offrirmi il tuo grande tesoro, cioè te stesso, che sei bontà divina. E se il cuore non lo può esprimere, il puro niente - volere lo intuisce, lui che mi ha levata così in alto con un'unione da cuore a cuore, che mai devo rivelare. Un tempo fui ridotta nella schiavitù di una prigione, quando il Desiderio mi chiudeva nella volontà d'affetto. Là mi trovò la luce dell'ardente amore divino, che uccise subito il mio desiderio, la mia volontà e il mio affetto, che impedivano al mio cuore di essere catturato dal divino amore. La luce divina mi ha fatto evadere dalla prigione: la sua nobiltà mi ha congiunta al divino volere di Amore, là dove la Trinità mi dona le delizie del suo amore. Nessun uomo conosce questo dono, finché rimane al servizio di una o dell'altra Virtù, o sente secondo Natura o esercita la Ragione. La Verità dichiara al mio cuore che sono amata da uno solo; e dice che questi mi ha donato l'amore senza ritorno. Questo dono uccide il mio pensiero con le delizie del suo amore, delizie che mi esaltano e attraverso l'unione mi trasformano nella gioia eterna di appartenere al divino Amore. Il Divino Amore mi dice che è entrato in me, giacché può tutto ciò che vuole: la forza che mi ha donata appartiene all'amico che ho in amore; a lui sono votata e vuole che io l'ami, perciò l'amerò. Ho detto che l'amerò; mento, non sono così! Lui è il solo ad amare me: lui è, io non sono! Nulla più mi importa, se non tutto ciò che vuole, se non tutto ciò che vale. Egli è la pienezza, di lui sono colma. Ecco il cuore divino e l'amore leale. (Lo specchio delle anime semplici, cap. 122) JULIENNE DI NORWICH Nativa di Norwich, in Inghilterra, nel 1343, Julienne probabilmente trascorse la sua infanzia nel quartiere di Conisford, abitato da famiglie aristocratiche e da cavalieri. Sin da giovane si chiuse in eremitaggio in una delle chiesette che si affacciavano sulla King Street del paese, trascorrendo i suoi giorni in preghiera e in silenzio, completamente dedita alla contemplazione divina. Nonostante affermasse di essere poco istruita, illetterata e ignorante, il Libro delle Rivelazioni che Julienne scrisse rivela una conoscenza approfondita della letteratura religiosa e di quella mistica, anche se lo stile è molto semplice, quasi colloquiale. Dopo che nel 1373 cadde gravemente malata, guarendo non appena le venne impartita l'estrema unzione, Julienne ebbe le quindici visioni che afferma le furono concesse per permetterle di consolare e confortare tutte le anime, indistintamente. Le sue visioni, pertanto, divennero materia di fede e Julienne continuò a ripetere, fino alla morte sopraggiunta nel 1416, di desiderare ardentemente di vivere secondo la dottrina della Chiesa, come una bambina diligente. Ordine e bontà divina Ho visto tutta la perfezione di Dio riunita in un unico punto, nel mio intelletto, e ho capito che Dio è in ogni dove. Ho guardato con grande attenzione, vedendo e sapendo che è Dio che fa tutto. Colma di un'ammirazione mista a un dolce terrore, dico a me stessa: "Che cos'è, dunque, il peccato?" Ho visto che Dio fa veramente ogni cosa, anche la più piccola e altrettanto chiaramente ho visto che nulla è fatto per caso, ma tutto è ordinato e regolato dalla Sua lungimirante saggezza. Se ci sembra altrimenti, è perché siamo ciechi o miopi. In effetti, Dio ha previsto tutto per l'eternità e ha condotto ogni cosa senza sosta, con una perfezione degna di tutte le lodi, perseguendo lo scopo migliore, e quando queste cose ci arrivano all'improvviso, senza averle potute affatto prevedere, nella nostra cecità, ci diciamo che si tratta di un caso o di un incidente; ma non è così per Dio. Conviene dunque riconoscere che tutte le cose sono fatte bene, poiché è Dio che fa tutto. In tutto questo tempo io non ho visto che l'intervento di Dio nelle azioni delle creature, non le loro opere: Lui è il punto centrale di tutto, è Lui che compie tutto. Pertanto, ero sicura che non si potesse attribuire a Lui il peccato, e ho visto chiaramente che il peccato non è un'opera. Non desiderando rimanere turbata più a lungo, ho guardato Nostro Signore per vedere che cosa mi mostrava: ed ecco come la perfezione delle opere di Dio è stata svelata alla mia anima. La perfezione ha due qualità particolari: esiste il peccatore e colui che non sbaglia niente. Così avviene in tutte le opere divine, senza eccezione alcuna; tutte sono perfette, nessuna lascia a desiderare, inoltre non saprebbero di avere bisogno di misericordia o di grazia. In un altro momento, Nostro Signore mi fece vedere il peccato, così com'è quando la misericordia e la grazia esercitano la loro azione su di esso. Nostro Signore ha voluto dirigere la mia anima verso la contemplazione di Dio e di tutte le sue opere, perché sono tutte perfette. Le compie sempre con disinvoltura e dolcezza, in modo tale che l'anima, che ha deviato i suoi sguardi dai giudizi ciechi dell'uomo per volgerli su quelli soavi e magnifici di Dio, gioisce di un grande riposo. L'uomo, infatti, giudica buone certe opere, altre malvagie. Con il Signore non è affatto così: tutto ciò che esiste in natura, essendo una creazione divina, ha innate le caratteristiche dell'azione divina. Ecco perché non solo l'opera migliore è compiuta bene, ma anche l'inferiore è di pari dignità, e ogni cosa è ordinata da Dio per l'eternità. Ho visto che Dio non cambia mai i propri disegni, né li cambierà mai nell'eternità; poiché non vi è niente che, nella perfetta disposizione delle cose, Egli non abbia visto e ordinato per l'eternità. Tutte le cose sono state dunque stabilite da Lui, anche prima del loro compimento, nell'ordine che poi conserveranno per sempre. E nulla, assolutamente nulla le farà scostare, giacché Dio le ha compiute esercitando al massimo la sua bontà infinita; e la Santa Trinità è sempre pienamente soddisfatta da tutte le sue opere. Nel rivelarmi questo mistero, con grande benevolenza, Gesù sembrava dirmi: "Vedi! Io sono Dio; sono in ogni cosa; sono onnipotente; non ho mai ritirato la mia mano da nessuna delle mie opere; e sarà sempre così. Vedi! Conduco ogni cosa al fine che le ho assegnato per l'eternità; con la stessa potenza, con la stessa saggezza e con lo stesso amore che l'hanno creata. Quindi, come potrebbe esistere qualcosa di malvagio?" Con questa intensità, con tale saggezza e così teneramente emozionata, la mia anima ha visto quanto era conveniente vedere, con profondo rispetto e rallegrandosene molto in Dio. (Libro delle rivelazioni, III, cap. XI) Fervore e aridità Il Nostro dolce Signore si rivela a me dopo aver colto una grande soddisfazione spirituale nella mia anima. Ciò mi riempie di una sicurezza inalterabile, profonda mente ancorata, priva di alcun penoso terrore. Questo stato d'animo era così piacevole e spirituale che mi sentivo completamente felice e in pace. Ma il piacere non dura che un istante, dopo di che sono di nuovo lasciata a me stessa, abbandonata a tutto ciò che mi ha sempre reso la vita così pesante e opprimente, faticosa da sopportare. Fede, speranza e carità erano tre virtù che ormai sentivo pochissimo, e in esse non c'era più posto né per la consolazione, né per il sollievo. Ma subito dopo, il Nostro Signore, degno di essere amato, mi restituisce la pace dell'anima, insieme con un gusto spirituale ed a un sentimento di sicurezza così forti che nessun dolore e nessuna sofferenza, fisica o morale, avrebbero potuto farmeli perdere. Sprofondai di nuovo nel dolore, poi ritrovai la gioiate. A più riprese, passai così da l'uno all'altra, per una ventina di volte. Nei momenti di gioia avrei potuto dire, con le parole di san Paolo: "Niente mi separerà dall'amore di Cristo", nei momenti di dolore, come san Pietro: "Signore, salvatemi, io muoio!" L'insegnamento da trarre da questa visione è che è un bene attraversare stati d'animo diversi, talvolta venire consolati, talvolta essere lasciati a se stessi. Dobbiamo sapere che Dio ci sorveglia tutti sia nei momenti di aridità spirituale come in quelli di grande fervore. Accade sempre che per dare giovamento alla sua anima un uomo sia abbandonato a se stesso; e non sempre i suoi peccati ne sono la cagione. Non avevo commesso peccati tali da meritare di venire privata di ogni consolazione: è stato così improvviso! Non meritavo più di godere di nessuno di quei deliziosi sentimenti che Dio offre gratuitamente, a suo piacere, mentre in altri frangenti, animato dal medesimo amore, ci lascia nell'aridità. Ed è la sua volontà che noi ci sforziamo di mantenere nella gioia, per quanto è possibile; giacché il piacere durerà in eterno, mentre la sofferenza è temporanea, tanto che essa si ridurrà a niente per tutti coloro che saranno salvati. Dio ci vuole pronti per affrontare le nostre prove, senza ombra di tristezza e di malinconia, per superarle al più presto, fin d'ora e per sempre immersi in una gioia immutabile. (Libro delle rivelazioni, VII, cap. XV) Tutto finirà bene Il Nostro buon Signore una tempo disse: "Tutte le cose finiranno bene". Un'altra volta ha detto: "Tutto volgerà al meglio; lo vedrai da solo". Da queste parole la mia anima trae insegnamenti diversi. Questo è il primo. Noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che Egli presta attenzione alle cose nobili ed eminenti come a quelle umili, piccole e poco elevate, alle une e alle altre. Ecco che cosa significa "Ogni cosa, qualunque essa sia, finirà bene". Dio vuole che noi abbiamo questa consapevolezza: anche la più piccola inezia non sarà dimenticata. Un altro insegnamento è il seguente. Molte azioni ai nostri occhi sono malvagie e causano dei mali così grandi che ci sembra impossibile possano avere un buon fine. Anche noi ci rattristiamo e ci lamentiamo, tanto e così bene che non troviamo più la pace nella contemplazione di Dio della Beatitudine, come invece dovremmo. Giacché noi ci logoriamo su questa terra ragionando in modo così cieco, così basso, e così semplicistico, che non siamo in grado di conoscere l'alta e meravigliosa saggezza, la potenza e la bontà della santissima Trinità. Ecco che cosa Dio intende dire attraverso queste parole: "Vedrai da solo, ogni cosa, qualunque essa sia, finirà bene". "Io posso volgere tutto al meglio...": da questa frase ricevo una grande consolazione. Vi è un'opera che la santissima Trinità compirà l'ultimo giorno. Quale sarà e come sarà, nessuna creatura inferiore a Cristo può saperlo, né lo saprà prima del suo compimento. La bontà e l'amore di Nostro Signore vogliono che noi ne conosciamo l'esistenza, ma la sua potenza e la sua saggezza, in virtù di questo stesso amore, ci vogliono piegare e nascondere che cosa sarà e come si compirà. Tale è il grande progetto disegnato da Nostro Signore per l'eternità, è un tesoro profondamente nascosto nel suo seno benedetto e noto a Lui solo. Attraverso quest'opera Egli farà in modo che tutto finisca bene: come la santissima Trinità ha creato ogni cosa dal niente, ugualmente Dio renderà buone tutte le cose che ora non lo sono. Ecco che provo un profondo sbigottimento. Ho osservato la nostra fede e mi dico che è ben radicata nella parola di Dio, e che in questa stessa fede noi dobbiamo credere che la parola di Dio si realizzerà in tutte le cose. Molte anime saranno dannate, come lo sono stati gli angeli che, per orgoglio, sono caduti dal cielo diventando immediatamente demoni. Sulla terra sono assai numerosi gli uomini morti fuori dalla fede della Santa Chiesa, i pagani e i battezzati che vivono una vita non cristiana e che perciò muoiono fuori dalla carità. Tutti costoro saranno condannati alle eterne sofferenze dell'inferno. Eppure mi sembra impossibile che tutto possa finire bene, come mi ha rivelato Nostro Signore. La sola luce che ho ricevuto da Lui nel corso della sua apparizione improvvisa è stata questa frase: "Ciò che è impossibile per te non lo è certo per me. La mia parola si realizzerà in ogni particolare. Volgerò tutto in bene". Attraverso la grazia di Dio ho capito, quindi, che bisogna che io rimanga salda nella fede, come avevo intuito in precedenza, e nella fede devo credere con fermezza che tutte le cose finiranno bene, così come Nostro Signore mi ha mostrato, poiché questa è la grande opera che Nostro Signore compirà, realizzando la sua parola in ogni particolare. Egli volgerà al bene tutto quanto ora non lo è. A eccezione di Cristo, che cosa sarà quest'opera e come si realizzerà nessuna creatura può saperlo e neppure lo saprà prima del suo compimento, proprio come Nostro Signore me lo ha fatto capire. (Libro delle rivelazioni, cap. XXXII) Conoscere se stessi Nel corso della fuggevole vita terrena, la nostra anima non può ambire alla profonda conoscenza di se. Noi stessi non ci conosciamo veramente finché non compariamo davanti a Dio, senza veli, in seno alla felicità. Conviene quindi che l'avvicinarsi della nostra beatitudine ci faccia aspirare a qualcosa di più, attraverso la natura e sotto l'influenza della grazia. Tuttavia, con l'aiuto continuo della nostra natura superiore e attraverso la sua virtù, possiamo acquisire una certa conoscenza di noi stessi e di questa vita. Questa conoscenza può crescere e svilupparsi in noi sotto l'azione della misericordia e della grazia; ma non potremo mai affermare di conoscere bene noi stessi fino al giorno che porrà termine a questa vita e a tutte le sue miserie. È dunque del tutto naturale desiderare con tutte le nostre forze e sperare ardentemente nell'arrivo di questo giorno. Nel frattempo, esistono due modi di considerare le cose: il primo è un amore costante e infinito, certa di essere al sicuro e con la promessa di essere salvata. L'altro è l'insegnamento comune della Chiesa, che si è profondamente radicato nella mia anima, lezione che capisco e cerco di mettere in pratica con grande e buona forza di volontà. Mi sembra fondamentale non dimenticare che siamo dei peccatori, che commettiamo molti errori che non dovremmo fare e omettiamo di fare molte cose che invece dovremmo fare: per questo motivo meritiamo i castighi e il cruccio. Malgrado ciò, ho visto che Dio non si è mai irritato e non lo sarà mai, giacché Egli è Dio, vale a dire Bontà, Verità, Amore e Pace. La sua carità e la sua unità non gli permettono di essere mai corrucciato: ho visto chiaramente che essere in collera è contro alla sua Potenza e alla sua Saggezza. Dio è la bontà che non saprebbe essere corrucciata, giacché egli non è che assoluta bontà, e la nostra anima è unita intimamente a questa bontà inalterabile. Così agli occhi di Dio non esiste né tribolazione né perdono, tanto la bontà divina rende stretta questa unione. L'amore insito nella mia anima l'ha capito: Nostro Signore mi ha mostrato che è veramente così, attraverso la sua grande bontà. Tutte le cose che la mia anima così semplice capisce, Dio vuole che siano rivelate e conosciute; quanto a quelle che vuole tenere segrete, le nasconde Lui stesso, attraverso l'amore, nella sua potenza e nella sua saggezza. Vedo che ne ha molte di cui nessuno è a conoscenza e che senza dubbio non saranno mai rivelate prima del tempo in cui Dio, nella sua bontà, ci avrà resi degni di contemplarle. Questo mi è ampiamente sufficiente; e, nell'attesa che a Nostro Signore piaccia scoprire tante meraviglie, io mi lego a nostra Santa madre Chiesa, come si addice a una bambina molto semplice. (Libro delle rivelazioni, cap. XLVI) Dio è in noi Nell'immenso ed eterno amore che profonde su tutto il genere umano, Dio non ha fatto alcuna distinzione tra l'anima benedetta di Cristo e la più piccola anima che verrà salvata. È molto facile credere, con certezza, che l'anima beata di Cristo dimori al livello più alto della gloriosa divinità ed è assai vero, dopo la rivelazione di Nostro Signore, che là dove si trova la sua anima benedetta, esiste anche la sostanza di tutte le anime che saranno salvate da Cristo. Bisogna gioire profondamente se Dio abita nella nostra anima e ancora di più ci si deve rallegrare se la nostra anima vive in Dio. La nostra anima è stata creata per essere la dimora di Dio. E la dimora della nostra anima è Dio l'Increato. Occorre molta intelligenza per vedere e per capire intimamente che Dio, nostro Creatore, abita nella nostra anima, e ci necessita altrettanto acume per vedere e capire che la nostra anima creata dimora in Dio, in quella essenza divina attraverso la quale noi siamo ciò che siamo. Non scorgo differenza fra Dio e la nostra sostanza: si potrebbe dire che tutto è Dio. E la mia intelligenza capisce che la nostra essenza è in Dio, cioè che Dio è Dio e la nostra essenza è una creatura insita in Dio. La verità onnipotente della Trinità è nostro padre, che ci ha creato e ci osserva; la profonda saggezza della Trinità è nostra Madre, nella quale siamo raccolti; la sovrana bontà della Trinità è il Signore: noi siamo racchiusi in Lui, e Lui è in noi. Noi siamo chiusi nel Padre. Noi siamo chiusi nel Figlio. Noi siamo chiusi nello Spirito Santo. E il Padre è chiuso in noi, il Figlio è chiuso in noi, lo Spirito Santo è chiuso in noi, Onnipotenza, Onnisaggezza, Onnibontà, un solo Dio, un solo Signore. La nostra fede è una virtù che viene dalla nostra natura più importante e considerevole e penetra nella nostra anima sensitiva attraverso l'operazione dello Spirito Santo. Essa è la fonte di tutte le altre virtù. Senza la fede è impossibile acquistare alcuna virtù. È il giusto intendimento di ciò che è il nostro essere, unito a una vera fede e ad una sicura fiducia: noi siamo in Dio e Lui è in noi, anche se non lo vediamo. Questa virtù, come tutte le altre che Dio ha voluto sottoporre alla nostra intenzione, opera grandi cose in noi. Cristo agisce in noi con misericordia, e noi, attraverso la grazia e in armonia con Lui, gli concediamo ciò che chiede aiutati dai doni e dalla potenza dello Spirito Santo. Quest'opera ci rende figli di Cristo e cristiani nella nostra vita. (Libro delle Rivelazioni, cap. LIV) SANTA CATERINA DA SIENA Figlia dell'artigiano Jacopo Benincasa, Caterina nacque a Siena nel 1347. Fin dai primi anni dimostrò una predisposizione alla preghiera e alla contemplazione, tanto che a soli sei anni ebbe la sua prima visione. A sedici anni si fece terziaria nell'ordine di san Domenico, nonostante la ferma opposizione della famiglia. Il rigoroso ascetismo, la preghiera e la dedizione nei confronti dei poveri e degli ammalati contribuirono a circondarla di un'aurea di santità quando era ancora in vita. Caterina ebbe un ruolo importante anche nella vita politica, quando partì alla volta di Avignone per convincere papa Gregorio XI a tornare a Roma, o nell'adoperarsi affinché la Chiesa venisse salvata e riformata. Nel 1375 ricevette le stigmate, visibili solo alla sua morte, avvenuta cinque anni più tardi. Mistica e contemplativa, Caterina espresse la più alta spiritualità soprattutto nel Dialogo della Divina Provvidenza, nelle Orazioni e nelle numerose Lettere. Nel 1461 papa Pio II la canonizzò; nel 1939 fu proclamata patrona d'Italia insieme con san Francesco d'Assisi, del quale subì sicuramente l'influenza. La sua festa viene celebrata il 30 aprile. Carità, umiltà e discrezione Sai come stanno queste tre virtù? Immagina che sul suolo sia tracciato un cerchio e che in questo cerchio spunti un albero con il suo germoglio 20. L'albero prende nutrimento dalla terra contenuta in questo cerchio, tanto che se ne venisse sradicato, morirebbe. Non riuscirebbe a produrre alcun frutto finché non lo si ripiantasse nella terra. Ora pensa che l'anima è un albero cresciuto grazie all'amore e che non può vivere se non d'amore. Dunque è vero che se l'anima non avesse affatto l'amore divino, amore per la perfetta carità, ella non produrrebbe un frutto di vita, ma un frutto di morte. Bisogna, pertanto, che la radice di questa pianta, cioè la volontà, affondi nella conoscenza di se stessa giacché è precisamente attraverso questa conoscenza di se stessa che è unita in me che sono infinito, senza principio né fine, esattamente come il cerchio. Tu puoi girare e rigirare dentro al cerchio, senza trovare né un inizio né una fine, eppure ne sei contenuto. Questa conoscenza di se stessa e di me in lei si trova sulla terra della vera umiltà, la quale è grande quanto la superficie del cerchio, cioè grande quanto la conoscenza di se stessa unita in me. Se così non fosse, non si tratterebbe di un cerchio senza inizio né fine: avrebbe un inizio poiché tu avresti cominciato a conoscerti, ma finirebbe nella confusione se questa conoscenza non si ricollegasse a me. L'albero della carità si nutre nell'umiltà e fa spuntare da un lato il germoglio della discrezione. La linfa di questa pianta, vale a dire l'amore che è nell'anima, è la pazienza. Essa è il segno che io dimoro in quest'anima e che quest'anima è unita a me. Quest'albero, così dolcemente piantato, si riveste di fiori odorosi di virtù variamente profumate. È carico dei frutti della grazia per l'anima e dei frutti di utilità per il prossimo, se questo li vuole accettare dalle mani dei miei servitori. Esso mi fa ascendere un profumo di gloria e di lode, e lo fa perché sono io che l'ho creato. Allora giunge a me che sono la sua fine, a me che sono la vita eterna e che non posso essergli sottratto a meno che lui non voglia. Tutti i frutti che provengono da quest'albero sono intrisi di discrezione, perché sono legati a lui. (Dialogo della Divina Provvidenza, cap. X) Il ponte Apri l'occhio della tua intelligenza e vedrai i ciechi e gli ignoranti. Vedrai gli imperfetti e i perfetti che in verità lo seguono. Potrai affliggerti per la dannazione degli ignoranti e gioire della perfezione dei miei amati figli. Vedrai come si comportano coloro che camminano sotto la luce e coloro che marciano nelle tenebre. Ma io voglio che tu guardi tutto intorno a questo ponte che è il mio unico Figlio. Guarda la sua grandezza: Egli tocca il cielo da un lato e la terra dall'altro. Ciò che tu vedi è dunque la grandezza della divinità unita alla terra della vostra umanità. Ecco perché io affermo che riempie lo spazio dal cielo alla terra, grazie all'unione che ho compiuta nell'uomo. Quella era necessaria poiché volevo rifare la strada che voi avete tagliata e poiché volevo che arrivaste alla vita e attraversaste l'amarezza del mondo. Solo con la terra non è stato possibile fare abbastanza per permettervi di guadare il fiume e ricevere la vita eterna. La terra dell'uomo non era sufficiente per espiare la colpa e per le vare via il marcio del peccato di Adamo che aveva corrotto e appestato il genere umano. Bisognava perciò unirla all'immensità della mia natura, alla divinità eterna, affinché fosse in grado di espiare per l'intero genere umano. Bisognava che la natura umana patisse la pena, che la natura divina unita a quella umana accettasse il sacrificio che il Figlio mio m'offre per voi, al fine di far sparire la morte e donarvi la vitati. È così che la mia grandezza si è umiliata fino alla terra della vostra umanità e che, avendo unito l'una all'altra, ella ne ha costruito un ponte per restaurare la via. Perché si è fatta strada? In verità perché voi possiate venire a gioire con la natura angelica. Ma non vi sarebbe sufficiente avere la vita, grazie al Figlio mio che si è fatto ponte, se non voleste voi stessi servirvene. (Dialogo della Divina Provvidenza, cap. XXII) La potatura Sai come mi comporto affinché i miei servitori perseverino nella dottrina del dolce e amoroso Verbo? Li poto, affinché producano molti frutti, e i loro frutti siano coltivati e non selvatici. Come il contadino pota il tralcio di vite per renderlo migliore e più produttivo, taglia i rami che non fruttificano e li getta nel fuoco, così faccio lo: con molte preoccupazioni poto i servi che stanno in me, affinché diano un frutto migliore e più copioso, e affinché sia provata la loro virtù; quelli che non danno frutto vengono tagliati e arsi nel fuoco. Questi sono dei veri lavoratori, lavorano bene la loro anima; nutrono e crescono il seme della grazia, che ricevettero con il battesimo. Lavorando la propria anima, lavorano anche quella altrui, e non possono lavorare l'una senza l'altra: infatti ogni male e ogni bene si realizzano per mezzo del prossimo. Voi siete i miei servi, usciti da me che sono il sommo ed eterno contadino, che vi ha legati e innestati nella vite grazie all'unione che ho fatto con voi. Ricorda che ogni creatura dotata di ragione ha una propria vigna, legata a quella del prossimo. E l'unione è tale che nessuno può operare del bene verso di se, se non lo opera anche verso gli altri, come pure il male. Dall'unione di tutti quanti voi è costituita una vigna universale, di tutta la comunità cristiana, e traete la vita dalla vigna del corpo mistico della Santa Chiesa. In questa vigna è piantata la vita del mio Figliolo unigenito, alla quale dovete venire innestati. Se non siete innestati in Lui, siete ribelli alla Santa Chiesa, e siete come membra separate dal corpo che subito imputridisce. (Dialogo della Divina Provvidenza, cap. XXIV) Le due vesti Deità eterna, o alta Deità eterna, amore inestimabile! Nella tua luce ho visto la luce, nella tua luce ho conosciuto la luce; nella tua luce si conosce la cagione della luce e la cagione delle tenebre; tu sei causa di tutta la luce, e noi siamo la cagione di tutte le tenebre; nella tua luce si conosce ciò che opera la luce nell'anima e ciò che operano le tenebre. Le tue opere sono ammirevoli, eterna Trinità, nella tua luce le si conosce perché provengono da te, che sei luce 22. Oggi la tua verità con un ammirevole lume mostra la cagione della tenebra, cioè la veste fetida della propria volontà, e manifesta lo strumento attraverso il quale si conosce la luce, cioè la veste della tua dolcissima volontà. È straordinario che, mentre siamo nelle tenebre di questa vita mortale, conosciamo la luce e impariamo a conoscere l'infinito nelle cose finite, permanendo nella morte conosciamo la vita. La tua verità mostra come l'uomo si spogli dell'indumento rovesciando la parte interna verso l'esterno, così qualsiasi creatura deve spogliarsi della propria volontà perversa se vuole indossare la tua completamente 23. E come possiamo spogliarcene? Con la luce che si acquista con la mano del libero arbitrio nell'esercitare la luce che abbiamo ricevuto nel sacro battesimo, poiché nella luce vediamo la luce. E l'uomo da dove riceve questa luce? Soltanto da te, luce, che ci hai mostrato il lume sotto il velo della nostra umanità. Che cosa riceve l'anima rivestita di questa luce? È privata delle tenebre della sete, della fame e della morte, perché con la fame delle virtù caccia l'insaziabile fame della propria volontà, con la sete del tuo onore sradica la sete del proprio onore, e poiché perviene alla vita della tua volontà esce dalla morte della propria volontà perversa. O fetida veste della nostra volontà, tu non copri l'anima, ma al contrario la scopri. O volontà spogliata, o pegno di vita eterna! Tu sei fedele fino alla morte, non al mondo ma al tuo dolcissimo Creatore; tu leghi l'anima a lui perché si è completamente separata da se stessa. O amore inestimabile, in che cosa si vede che l'anima si è interamente spogliata di se stessa? Quando ella non cerca né tempo né luogo a suo modo, ma a modo tuo. Questa è la veste luminosa. Veramente può essere definito sole: come il sole illumina, riscalda e fa germogliare la terra, così il Padreterno, vero lume, riscalda l'anima che lo possiede nel fuoco della tua carità, e illumina perché con la luce viene a conoscenza della verità nella luce della tua sapienza e la fa germogliare, mentre è in questa terra mortale il frutto delle vere e reali virtù. Chi impedisce o ostacola l'anima dallo spogliarsi di se stessa completamente? La privazione della luce, perché non ha conosciuto né esercitato la luce principale che tu hai elargito a ogni creatura razionale. E perché non l'ha conosciuta? Perché ha oscurato l'occhio della sua intelligenza con la colpa, con questa colpa essa ha legato la sua volontà, e questa volontà è quella che commette ogni colpa. O miserabile anima mia, perché non senti il fetore della colpa e il profumo delle virtù e della grazia? Perché sei priva della luce. Signore ho peccato, abbi pietà di me. O Dio eremo, nella tua luce ho visto quale somiglianza di te hai dato alla tua creatura. Ovunque io volga l'occhio dell'intelletto, vedo che l'hai come piazzata in un cerchio e da qualunque parte ella vada si ritrova dentro a esso. Se considero l'essere che tu ci hai donato, tu ci hai dato a tua immagine e somiglianza, partecipando te, Trinità eterna, nelle tre potenze dell'anima. Se guardo nel Verbo, grazie al quale siamo rinati alla grazia, vedo te somigliante a noi e noi a te, per quell'unione che tu, Dio eremo, hai fatto nell'uomo. E se mi volto verso l'anima illuminata da te, ella dimora in te, seguendo la dottrina della tua Verità, in generale e in particolare, cioè nelle virtù particolari che sono acquisite attraverso l'amore che l'anima ha concepito in te. Anche tu sei così, amore. Così, l'anima che con l'amore segue la dottrina della Verità, diventa un altro te per amore. Questa, spogliata della sua volontà, è vestita della tua, in modo che non cerca né desidera niente che non sia ciò che tu chiedi e vuoi che sia nell'anima. Tu sei innamorato di quest'anima ed ella lo è di te, ma tu l'ami attraverso la grazia, perché l'hai amata prima che esistesse, ed ella ti ama come dovuto. Nella tua luce ha conosciuto che non può amare per grazia perché ti è obbligata, ma tu non lo sei a lei, e in questa tua luce ha visto che non può rendere quest'amore a te ma deve renderlo al suo prossimo, amandolo per grazia e dovere allo stesso tempo: di grazia perché non cerca retribuzione da lui, né veramente che ella lo serva per un utile ricevuto da lui, ma solamente per amore; ed ella l'ama come dovuto in quanto tu la comandi ed ella è obbligata a obbedirti 24. Quando vedo quale conformità tu fai dall'anima a te quando ella si eleva con la luce dell'intelligenza acquisita da te, vera luce, e con l'affetto in te, specchiandosi nella luce della tua verità, io vedo che tu, che sei Dio immortale, le fai conoscere i beni immortali e glieli fai gustare nel desiderio della tua carità. Tu che sei luce, la fai partecipare con te alla luce; tu che sei fuoco, partecipi con lei al fuoco, e nel tuo fuoco unisci la tua volontà con la sua e la sua con la tua. Tu somma sapienza le dai saggezza nel discernere e nel riconoscere la tua verità. Tu che sei eterna forza, le dai forza, ed ella diventa così forte che nessuna creatura gliela può portare via contro la sua volontà; ed ella non vuole mai mentre indossa la veste della tua volontà giacché solo la sua volontà la indebolisce. Tu infinito la rendi infinita per la conformità che hai fatto con lei per grazia in questa vita, mentre è raminga, e nella vita durevole senza la tua eterna visione. Là ella è così perfettamente conformata a te che il libero arbitrio è legato, così che non la si può separare da te. Ben confesso, dunque, che la tua Verità dice la verità, che la creatura razionale è in tutto conforme a te e tu a lei per grazia. Tu non le dai una parte della grazia, ma tutta. Perché dico tutta? Perché non le manca nulla alla sua salute. Ben è meno o più perfetta secondo che nella tua luce ella vuole esercitare la luce naturale che tu le hai donato. Che dire di più? Niente altro se non che l'uomo si è fatto Dio e tu, Dio, ti sei fatto uomo. Chi è stata la cagione di questa conformità? La luce, nella quale ha conosciuto la tua volontà. Conoscendola si è spogliata della propria, che le dava tenebre, morte e nudità e si è vestita della tua. Si è vestita di te per grazia, per luce, per fuoco e per unione. Così tu sei la causa di ogni bene e la propria perversa volontà, vestita di amore proprio, è cagione di ogni male. Tu Dio eremo ed eterna Divinità, nella tua luce fai vedere il lume. Perciò, Padreterno, ti supplico umilmente di effondere questa luce a ogni creatura dotata di ragione. Inoltre ti prego per tutti coloro che mi hai dato da amare con amore particolare, con singolare e massima sollecitudine: ti chiedo che siano illuminati dalla tua luce, che ogni imperfezione sia loro tolta, affinché in verità lavorino nel tuo giardino, dove tu li hai posti a lavorare; punisci e vendica su me le loro colpe e la loro imperfezione, perché io ne sono la causa. Signore ho peccato, abbi pietà di me. (Orazioni, XXI) Il vasaio e l'argilla O Dio eremo, o buon maestro, che hai fatto e plasmato il vaso 25 della tua creatura con il fango della terra; o dolcissimo amore, che hai fabbricato il predetto vaso con una Così vile materia e vi hai messo dentro un tale e si grande tesoro quale è l'anima, che porta la tua immagine, o Dio eremo. Tu, buon maestro, mio dolce amore, sei quel maestro che disfai e rifai, infrangi e rinsaldi questo vasello a piacimento della tua immensa bontà. A te, Padreterno, io miserabile offro di nuovo la mia vita per la tua dolce sposa, affinché, ogni qual volta sia di gradimento alla tua bontà, tu mi estragga dal corpo e mi restituisca a esso sempre con maggiori sofferenze, pur di vedere la riforma di questa dolce sposa della santa Chiesa. Io, Dio eremo, ti chiedo questa sposa. Ti raccomando anche i miei dilettissimi figli e ti supplico di non lasciarli orfani, sommo ed eremo Padre, se alla tua misericordia e alla tua bontà piacesse estrarmi dal vasello del mio corpo e non farmi più fare ritorno. Visitali con la tua grazia e falli vivere senza amor proprio con la tua luce perfettissima. Legali insieme con il dolce vincolo della carità. E ti prego, Padreterno, che nessuno mi sia tolto dalle mani, perdona la mia molta ignoranza e la grande negligenza che ho commesso verso la tua chiesa, non operando con sollecitudine tutto ciò che avrei potuto e dovuto. Signore ho peccato, abbi pietà di me. Ti offro e ti raccomando i miei direttissimi figli, perché essi sono la mia anima. E se alla tua bontà piace farmi rimanere in questo vasello, tu, sommo medico, curalo e provvedi a lui, poiché è completamente dilaniato. Donaci, Padreterno, donaci la tua dolce benedizione. Amen. (Orazioni, XXVI) Esercizi spirituali Ti ho detto quanto si sbagliano coloro i quali mi vogliono ricevere e gustare nel loro spirito, secondo un loro capriccio. Ti voglio svelare subito il tranello in cui cadono coloro la cui massima soddisfazione consiste nel cercare la consolazione spirituale, al punto da vedere il prossimo aver bisogno di loro, spiritualmente o materialmente, e non poterlo aiutare con il pretesto della virtù. "Ne perderei la pace e la quiete dello spirito, non reciterei più il mio breviario quando dovrei" si schermiscono. Giacché quelli che non hanno la consolazione, pensano di offendermi. Non fanno che sbagliarsi con il loro proprio piacere spirituale. Mi offendono di più non soccorrendo il loro prossimo, che tralasciando tutte le loro consolazioni. Ogni esercizio, infatti, orale o mentale, io lo esigo solo se finalizzato a condurre l'anima verso l'amore perfetto per me e per il suo prossimo. Così mi offendo molto di più quando disprezzano l'amore per il prossimo per espletare quell'esercizio e per godere di quella pace spirituale che se rinunciassero agli esercizi per andare in aiuto del prossimo. (il libro delle orazioni, cap. LXIX) Note 1. Per Hildegarde von Bingen, come si vedrà oltre con santa Caterina da Siena, il corpo umano altro non è se non un recipiente, un vasello, atto a contenere l'anima. 2. L'aquilone è il vento freddo proveniente da nord, nord-est, conosciuto meglio come tramontana. 3. Vento caldo meridionale. 4. Nel pensiero di Dio la creazione è sempre esistita, Egli l'ha sempre prevista; al momento della creazione si è semplicemente materializzato tutto quanto già viveva in Dio. 5. Agnese di Praga, sorella di santa Chiara, nacque nel 1198 ad Assisi; seguì la sorella pochi glomi dopo la fuga da casa di costei, nel Monastero di Sant'Angelo in Ponza. Negli anni successivi Agnese fondò un Monastero a Mantova e uno a Venezia. Nel 1219 fu eletta badessa nel Monastero di Monticelli, presso Firenze. All'inizio del 1253 raggiunse Chiara nel Convento di San Damiano, dove assistette la sorella in fin di vita. Morì il 16 novembre 1253. 6. A Ermentrude, giovane donna che decise di chiudersi in convento, abbandonando la caducità delle cose terrene, santa Chiara ha voluto manifestare la propria felicita e solidarietà con questa lettera, che sembra un inno alle ricchezze autentiche, quelle celesti. 7. Nella mistica medievale è facile imbattersi in analogie e trasposizioni fra il mondo terreno e il mondo celeste; come sulla terra ogni imperatore e ogni re dimorano e ricevono i propri sudditi nel loro castello, così Dio, sovrano assoluto, accoglie le anime nella sua Corte Celeste. 8. Attraverso una metafora, Mechthild esprime la diversa, intima natura, della Divinità. 9. Essendo ancora in vita, i poveri peccatori hanno sempre la possibilità di redimersi e di salvarsi. 10. La contemplazione era il terzo e ultimo gradino che i mistici medievali percorrevano per giungere all'ascesi mistica. Intuitivamente veniva raggiunta la visione soprannaturale, grazie al costante esercizio dell'amore. La contemplazione era preceduta dal pensiero (cogitatio), attraverso il quale si cercavano le tracce di Dio nelle cose, e dalla meditazione, momento in cui l'anima si raccoglieva in se stessa. 11. Nella poetica di Hadewijch è sempre presente l'allusione al mondo della natura. L'estate, il suo calore con i suoi colori, rappresentano un momento di gioia e di esuberanza; l'inverno è invece sempre sinonimo di travaglio interiore, di sofferenza e di crudeltà. 12. Amore è così esigente da possedere l'assoluta totalità della persona. 13. Nella mistica cristiana vengono distinte le persone attive dalle contemplative sono le due polarità dello spirito religioso. 14. La libertà è il tema fondamentale che Margherita Porete affronta nel suo libro, che può essere inteso come un itinerario volto alla libertà spirituale. 15. Per ottenere la libertà assoluta e la grazia, l'anima deve affrancarsi da quei valori il cui possesso provoca un insano attaccamento. Solo rendendosi conto che al mondo tutto è fugace, e operando con umiltà nell'assoluta libertà spirituale, si generano le virtù autentiche. 16. L'Anima, essendo Amore Divino, è divina. 17. La nobiltà e l'eccellenza dello spirito, suggeriti dall'immagine del superbo rapace che si nutre di un cibo così prelibato, è un tema ricorrente in Meister Eckhart, una delle più grandi figure della mistica medievale. 18. Margherita Porete invita l'uomo comune a diventare quello che veramente è, evitando di accontentarsi di vivere come un servo, sprofondato nel dolore e nella richiesta continua. 19. La molteplicità e l'alternarsi dei sentimenti che animano l'uomo sono costantemente tenuti sotto controllo da Dio, che in questo modo ci sorveglia. La felicità spirituale, come l'aridità, si alternano come le caselle di una scacchiera: dalla certezza di una gioia infinita, l'uomo cade nella depressione più cupa a causa del pesante fardello della propria carne. L'unico punto fermo è Dio, che sorveglia costantemente l'uomo, con amore e bontà. 20. Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio parla con santa Caterina, che si rivolge a Lui supplice, pregandolo a favore del genere umano. 21. In poche righe ecco spiegato il mistero della venuta di Cristo sulla terra. 22. Nello splendore della luce divina si distinguono bene la luce e le tenebre, nonché le loro rispettive opere. 23. Chi è vestito solo dell'amor proprio vive nell'oscurità, mentre chi riesce a spogliarsi di questo indumento, per indossare quello della volontà divina, non solo vivrà nella luce, ma sarà preservato dal male. L'unico mezzo per riuscire a spogliarsi dell'amor proprio è il libero arbitrio, la facoltà che l'uomo ha ricevuto attraverso il sacra mento del Battesimo. 24. Obbedendo alla carità divina, l'anima ama e serve il prossimo. 25. Ritorna il concetto, già espresso da Hildegarde von Bingen, del corpo umano inteso come vaso, contenitore, utilizzato per custodire il prezioso tesoro che è l'anima.