GIULIANA TOSO RODINIS. PAUL-JEAN TOULET. da IL CASTORO, NUMERO 12, DICEMBRE 1967. Chi non ha invidiato mai la vita dei contadini? Sotto- messi a regolari leggi senza tuttavia subire costrizioni immediate si evolvono in armonia con la terra che li nutre e che rendono ricca, le cui gioie e bellezze con- dividono sordamente... Ma la loro pretesa felicità è costituita per tre quarti di negazioni; nulla li istruisce sulla loro natura, nulla della loro patria li commuove, ignorano cosí la compiuta ar- monia ch'essi provocano quanto una nota in un accor- do; e al nulla tendono con tutte le loro forze. Vero è che evitano le tediose nostalgìe delle esistenze troppo ricettive; ma chi mai a prezzo dell'incoscienza rifiute- rebbe le illustri malattie deliziose dello spirito? E tuttavia un'intera metà di me stesso è attratta verso di loro e riconosce la sua razza e si gloria d'averne sviluppato gli istinti oscuri fino a prenderne coscienza. Alcune inclinazioni del mio spirito, contraddette nondi- meno da altre, io le comprendo in loro: I'incapacità al- I'entusiasmo e ai sogni allucinati, lo spirito dialettico fatale al misticismo e questo crudele dono dell'ironia, arma a doppio taglio, con la quale si ferisce piú se stessi che gli altri. Non devo forse al loro sangue tale amore per i boschi e le acque di questo paese che sognavo mille volte appassionatamente du- rante tre anni d'esilio e non ho potuto rivedere senza un'immensa gioia: gioia piú che svanita oggi che le troppo note malinconìe d'autunno mi spingono senza tregua a ricordi di aspri paesi mo- notoni ove i cieli sono polverosi sulle terre ardenti e i mari metallici. Sí pure a questi tropici sono affezionato: un'intera parte di me l'ho scoperta, or non è molto, legata ad un'isola creola, ove a poco a poco, in un secolo e piú, si son trasformati i miei. Può avere dunque un uomo molteplici patrie, come l'ho sentita fami- liare io prima d'averla conosciuta questa terra calda, odorosa, fiorita di spezie, e ancora la foresta vergine ove gli alberi morti si sbiancano e i fiumi stretti e freschi che corrono rimbalzando lungo piante di badami e pompelmi, mentre qua e là donne brune sbattono la biancheria sulle rocce? Ho creduto talvolta con sin- golare acutezza di sentir palpitare intorno a me l'anima dei morti... Nostalgies, Paris, Le Divan, 1949. La prima formazione di Paul-Jean Toulet è classica. Dai classici latini e greci, che studiò a fondo fino a riprodurre in francese i versi di alcuni poeti, trasse l'amore per la parola pura, che ha in sé il potere di trasferire l'oggetto reale in un fantasma; trasse il gusto della nettezza e del geome- trico movimento del suo periodo. Dai grandi maestri francesi del XVI e del XVII secolo apprese la raffinata perfezione delle rime e la fattura del verso secondo le piú rigide leggi della metrica; quasi obbedendo a regole matematiche, o, poiché matematica e musica ad un certo punto convergono, a severe norme contrappuntistiche, secondo gli insegnamenti di Malherbe e di Boileau, arrivò a comporre dei veri gioielli poetici, in cui alla sapienza compositiva s'armonizza lo stato d'animo signoreggiato dall'intelligenza sempre presente. Infine, dai Romantici e soprattutto dai Simbolisti apprese il gusto della melodia, dei versi cantanti in grazia del sapiente ed accorto accostamento delle parole, che, pur non perdendo il proprio valore, diven- gono strumenti di una musica seducente e pura. Artificio ed arte, o meglio, perfetta conoscenza dei mezzi offerti dalla tecnica della versificazione, in- tuito, gusto, temperamento di poeta si fondono in un unico complesso ar- monico nella produzione migliore di Toulet. Durante la sua breve carriera letteraria egli sub~, giovanetto, l'influenza del linguaggio baudeleriano, s'impadron~ di certe rime musicalissime di Verlaine; ma soprattutto a Moréas improntò il suo gusto per il classicismo, consentendo con il mondo un po' freddo e accademico dell'l~cole romane e prodigando lodi, talvolta fuor di misura, al suo fondatore. Tuttavia Tou- let non è punto un imitatore di Moréas; da lui diverge perché fornito di una sua propria idea estetica, che lo induce a crearsi un linguaggio e un metro individualissimi; fa cadere ad una ad una tutte le influenze giovanili, per ergersi a rappresentante di un nuovo mondo poetico: il gruppo dei « Fantaisistes ~>, una nuova generazione di poeti, orientati verso un cam- mino che pretendono divergente dal Simbolismo. Questi scrittori preziosi e ricercati si avvalgono delle esperienze passate, non escluse quelle del Sim- 3 bolismo reagendo pertanto a quelle forme ormai tramontate e prive di vigore cui disperatamente gli epigoni simbolisti tentavano di aggrapparsi, malgrado le risoluzioni di Mallarmé e di Valéry. Costoro avevano avvertito la necessità di rompere con quel mondo disfacentesi, con quelle forme il- languidite che mostravano la loro inconsistenza e fatuità dopo Laforgue, Kahn, Vielé Griffin, Stuart Merril, i quali avevano sostenuto la necessità del verso libero, come piú consono ad esprimere lo stato d'animo del poeta, a suggerire quel mondo formato di suoni, profumi, meditazioni filosofiche, immagini cosmiche e nebulose sensazioni, mondo proprio del tardo Simbo- lismo. E un mondo tuttavia, che, in parte, Toulet riabbraccerà, ma con un piglio del tutto diverso; con una visione del tutto mutata ne catturerà l'essenza, per trasferirla sulla pagina con una lingua filtrata e quintes- senziale. Dopo l'esperienza della prosa ritmata di Paul Fort, che permetteva « plus de fantaisie dans les formes traditionnelles du langage poétique fran- cais », com'egli affermava, dopo le esili, musicalissime Sonatines d'Automt~e di Camille Mauclair e il canto in tono minore di Albert Mockel, dopo il Moréas delle Syrtes, decadente e simbolista a sua volta--piú tardi la sua cultura e il suo temperamento di classicista gli suggeriranno ben altre riso- luzioni poetiche--si avverte la necessità di reagire ad una poetica abbon- dantemente sfruttata, di riguardare il mondo con occhi diversi e di espri- mere il proprio stato d'animo con un nuovo linguaggio. Questa necessità comprese anche Toulet. Ma v'è di piú. Con Toulet e i « Fantaisistes >~ si determina una nuova posizione del poeta rispetto al mondo; una nuova etica; formule e canoni nuovi. Ogni effusione lirica dei Romantici viene aborrita, perché ii poeta non deve dire troppo di sé, deve solo suggerire o lasciar trapelare appena il suo profondo sentimento. In questo si riconosce l'impronta della scuola simbolista, la quale a sua volta affermava che il poeta deve solamente sug- gerire il suo stato d'animo, avvalendosi delle analogie e dei simboli, attra- verso i quali il lettore può ricreare e risentire la condizione sentimentale 4 dello scrittore. I « Fantaisistes », pur accettando l'allusione, affermano la necessità che il poeta moderi la sua voce, superi le emozioni e nasconda il suo vero volto. Il grido gettato al vento per essi non ha tanto valore quanto il sospiro trattenuto e contorto in un sorriso amaro. L'emozione al suo stato incandescente è riprovevole e il poeta deve superarla o almeno fingere d'averla superata. Egli non deve cantare per gli altri il suo dolore con timbro aperto e canoro, ma deve nascondere il piú possibile la segreta pena o sussurrarla con voce piana e fioca, quasi con una sfumatura d'indif- ferenza, di quell'indifferenza, tuttavia, che non ha nulla a che vedere con l'insensibilità, ma è coscienza che nulla può mutare gli avvenimenti umani e che la favola d'ognuno si ripete nel mondo. La loro filosofia è improntata a un lieve epicureismo, che traspare da brevi composizioni, in cui un tono sorridente e disincantato si mescola ad una fugace malinconia e ad una dolcezza voluttuosa. La fantasia deve liberare i poeti dal ridicolo dei sentimenti esasperati, deve aiutarli a sorridere di se stessi e della vita, per quanto dolorosa essa sia, deve aiutare a vincere la lotta sostenuta contro le passioni, che nul- l'altro lasciano in bocca se non un po' c!i cenere, e dissimularle sotto la maschera di un sorriso ironico. L'amarezza degli amori perduti, il disgusto sdegnoso suscitato dall'abbandono degli amici e dal tradimento delle donne amate, la disillusione nei confronti della vita, tutto ciò deve esser vinto dall'ironia. Il mezzo necessario per liberarsi dalle amarezze, il mezzo che consente al poeta d'essere beffardo ma nello stesso tempo tenero, allegro, triste e grave è la fantasia, una specie di (come la definisce Tristan Derème) dolce indipendenza e talvolta come un'aria malinconica che vela un sorriso ambiguo. Non una indipendenza che voglia demolire tutto per ricostruire tuttor che proclami la necessità di non so quale barbarie e che s~esprima in una lingua selvaggia, dura, aspra; ma una gradevole preoccupazione di libertà spi- rituale e sentimentale che permetta di dare al mondo aspetti imprevisti. Definizione questa che potrebbe adattarsi a qualunque scuola poetica, poiché la poesia non è nient'altro che espressione del dato fantastico, che traveste l'elemento positivo, il momentG reale, il luogo definito in elementi di sogno. Nell'affermazione di non voler demolire tutto per ricostruire, di non sentire la necessità di una lingua selvaggia, dura, aspra, si riconosce il gusto della parola che anima codesti poeti, il senso della musicalità della frase, musicalità che tuttavia è asservita ad una necessità metrica. ~ un mondo di raffinatezza, che reagisce contro gli eccessi plebei e queruli del Romanticismo, contro il disordine formale del movimento simbolista; un mondo che avverte l'urgenza di rimettere l'ordine anche nel metro riabili- tando una misura regolare, poiché la precisione delle forme contribuisce alla nettezza del pensiero, all'intensità dell'emozione. ~ un mondo animato da un desiderio di bellezza esteriore, di perfetta armonia, che ha in orrore le passioni perché deturpano la serena perfezione di un volto e offendono il senso dell'ordine e dell'equilibrio; è un mondo che lotta contro l'elo- quenza sconveniente, contro il sentimentalismo privo di pudore, contro la confessione indecorosa e va alla conquista dell'ironia per non piangere: « Bisogna ridere della propria pena / per paura di piangerne », dice un precursore del movimento, Tristan Klingsor; un mondo che lotta contro i fumi mistici, le nebulosità sentimentali dei decadenti, il loro lirismo sfatto, opponendo metri insoliti quali il rondò, l'ottava, la decina. La scuola dei a Fantaisistes » trova il suo piú grande poeta in Toulet. Forse neppure si può chiamare scuola perché un vero e proprio caposcuola non vi fu, e neppure un manifesto che dettasse le norme da seguire. Codesti poeti, che ebbero come maestri Villon, La Fontaine, i preziosi del 1600, Banville e il Parnasse, Baudelaire, Verlaine e i Simbolisti, questi giovani provinciali, disoccupati, che, per vivere, collaboravano a diverse riviste, per lo piú d'avanguardia, che null'altro amavano se non la poesia, avevano tutti in comune l'idea di reagire proprio contro quel simbolismo, la cui aria tuttavia essi avevano respirato tanto da farla circolare nei loro versi preziosi. Circa nel 1910 Francis Carco aveva cercato di unire questi giovani scrit- tori invitandoli a collaborare a un Petit Cahier. L'esigua raccolta, composta 6 di quattro poesie di Carco, Tristan Derème, Jean Pellerin, Léon Vérane comparve nel 1911, e si può considerare la prima manifestazione della scuola fantasista. Toulet non risulta aver collaborato a tale raccolta, pub- blicata a Tarbes, consistente in una cinquantina di versi in tutto, che può considerarsi l'atto di nascita del gruppo dei poeti « Fantaisistes ~. Carco fu l'animatore del gruppo; egli che con tanta sensibilità seppe cantare nei suoi versi sapienti, anche se talvolta un po' goffi, un po' aspri, il tremore indicibile dei pioppi lungo un fiume, il timido spuntare dell'erba tra i pertugi d'un selciato, il volo dorato delle api tra i sambuchi e l'umile e tanto cara vita provinciale delle piccole città silenziose. Fu un elegiaco, alle cui lacrime si mesce un lieve sorriso, talvolta amaro, un elegiaco che sa trattenere e nascondere il suo pianto angoscioso, che sa ridere con un gentile scherno di sé, dell'amore, delle illusioni perdute. Nel 1912 apparve la sua raccolta La Bohème et mon coeur, nel '13 le Chansons aigresdouces, titolo che ben caratterizza la natura della sua poesia, e Au vent crispé du matin. Quindi nel '20 dà alle stampe Petits Airs, nel '22 Pour faire suite à la Bohème et mon coeur. Fu sottile artista pur evitando di cadere nelle forme fredde del Parnasse; tuttavia dietro un'impressione immediata di superficialità, si deve riconoscere che egli seppe ben dosare le sue emo- zioni ad evitare di perdere l'equilibrio. Tristan Derème, bearnese come Toulet, condensa la teoria della scuola fantasista in quest'espressione: « scrivo per poca gente ». E a Carco scri- veva: « La gloria sboccia, ingiallisce, si guasta / e avvizzisce dal!'alba alla sera. / Io preferisco fumare la pipa / che fiutare il suo incensiere ~>. Dunque è preferibile per il « fantasista » lo sdegnoso ritirarsi in se stesso piuttosto che cercare il vano rumore della gloria effimera e fugace. Il disprezzo per la fama raggiunta con facilità, per un pubblico di numerosi lettori, che non sempre sa riconoscere l'arte vera, il disdegno per la confes- sione pubblica è l'atteggiamento comune di questi poeti: « Che magnifico spettacolo ci offre chi, sul punto di morire disperato, sa dominare ancora le sue sventure >~, dice Derème, e questa massima si può adattare al- l'atteggiamento di tutto il gruppo. Anch'egli usò una metrica raffinata, ove gioca la contrassonanza, ovvero l'assonanza ottenuta per mezzo di conso- nanti come sucre-sacre, livres-lèvres, invenzione che risale a Robert de Montesquiou. Canta la nostalgia della saggezza, della vita pura e tran- quilla, scherza con ironia leggera sulle proprie passioni. Egli rimane spesso nell'approssimativo, nel troppo facile, e nelle sue raccolte di versi (Le Zodiaque, 1928, Le Livre de Clymène, Poèmes des Colombes, 1929) si scopre un'abilità da virtuoso. Dotato di grande facilità metrica, non sempre all'insorgenza sentimentale sa adattare l'arte della versificazione, che ab- bonda di artifici evidenti e inutili. Jean Pellerin, che ci rammenta un poco il nostro Corazzini per un certo pathos e per certi accoramenti, per certe dolorose confessioni, sebbene si mostri piú accorto nel metro e piú astuto nell'uso tradizionale della rima, di cui si serve con estrema bravura, è il poeta del dopoguerra. i~ il cantore di quel mondo disincantato che sorge dopo il primo conflitto, di quella società frivola che dimentica rapidamente gli orrori e i lutti recenti. e ne scopre il vuoto e l'indifferenza. Perciò non gli rimane che ironizzare su tutto e nascondere la sua intima disperazione dietro un sorriso ambiguo e dietro i lazzi del saltimbanco (Romance du retour, pubblicata postuma nel 1921). Le sue brevi poesie hanno una cadenza perfetta, che denota una conoscenza sicura dell'arte del verso; sono versi--dice Carco--che hanno l'accento della giovinezza, della giovinezza ferita dai molti abban- doni, della sua giovinezza sempre viva, che si strugge di desolazione nel numerare ciò che resta, dopo tanti anni, degli amori e dei tradimenti (cfr. F. Carco, De Montmartre au Quartier latin, Ginevra, Ed. du Milieu, 1942, p. 257). Provinciale, di Tolosa, era anche Léon Vérane, che si può definire fan- tasista unicamente per i temi trattati, in lui è un abbandonarsi ad un senso di nostalgia aperta, la nostalgia dell'uomo che sente fuggire il tempo mi- gliore e cui la vecchiaia crudelmente incalza; in lui è il rimpianto per una purezza perduta, rimpianto che Toulet saprà esprimere con una sua voce accorata e sciolta da ogni convenzione, un senso di pietà per un cuore di- strutto dal vizio e dai disordini. La caratteristica dei fantasisti si ritrova 8 in Promenoir des Amis (1925), mentre egli manifesta un'intonazione ro- mantica nella raccolta precedente Terre de songe (1912) e canta in chiave elegiaca nell'ultima, La fete s'éloigne (1945). Anche se qualche volta il tono aperto, sonoro scivola nella retorica, c'è nei suoi versi luminosi, mediter- ranei, una vera gioia di vivere costretta, ma non soffocata entro versi, che, per il rigore formale, possono conservare un'eco di Théophile Gautier. All'esiguo gruppo costituito dai primi quattro poeti che collaborarono al Petit Cahier, bisogna aggiungere anche Jean-Marc Bernard, stroncato dalla guerra troppo presto, il triste autore del De Profundis, che sa abbandonare l'atteggiamento del gruppo fantasista per spiegare in tale composizione .una voce dolente, quasi drammatica, sebbene ancora immatura. Anche lui, posta la maschera sul volto, in versi un po' troppo facili canta accorata- mente il piccolo villaggio di Saint-Rambert-d'Albon, dov'egli visse da pic- colo borghese, il grande fiume, le colline, le trattorie, le fanciulle e il suo segreto tormento che gli proviene da una lancinante sensualità. Di lui ri- mane la raccolta Sub tegmine fagi (1912) in cui manifesta un gusto ele- giaco, che il titolo tratto da un emistichio virgiliano sottolinea, mentre le Oeuvres complètes (1923) uscirono postume. Il suo pensiero, la sua me- todologia sono ancora in fieri, ma già i suoi versi lasciano prevedere un ingegno che va maturandosi attraverso le letture dei poeti della Pléiade dai quali trae un insegnamento per disciplinare la confusione degli stati d'animo. Come Toulet egli sente la necessità di ritornare a leggere i grandi maestri latini, Virgilio e Orazio, la cui tristezza nel veder fuggire troppo presto la vita condivideva cupamente, mentre consentiva con Virgilio nel- l'amore panico e agreste. Altri poeti si possono considerare fantasisti per la loro tematica e per una certa aderenza di pensiero con il gruppo. Tristan Klingsor, che com- pone rapide ed esili poesie in una forma elegante, con una metrica raffi- nata; con tenerezza e malinconia evoca visi di donne amate e, dietro a un sorriso burlesco e amaro, cerca di velare la sua nostalgia e di nascondere i suoi sospiri. Roger Allard, per il giuoco scintillante e prezioso, talvolta paradossale dei suoi ritmi (Elégies martiales, 1918, Poésies légères, 1930); Vincent Muselli per la raffinata delicatezza delle rime; Jacques Dyssord per la sua vena, che egli veste di un linguaggio rarefatto, costruito secondo i modi antichi, tanto da far risentire un'eco di Villon stranamente in con- trasto con gli argomenti scherzosi e lievi (Dernier Chant de l'Intermezzo, 1909), possono essere annoverati nel gruppo fantasista. In tutti codesti poeti è un vero e proprio culto della forma, che non risulta inteso secondo l'idea parnassiana: in essi non c'è mai freddezza e insensibilità; sono lette- rati, ma anche poeti, con una loro voce esile, un po' arcaicizzante e pre- ziosa; ma il sentimento, malgrado le coercizioni, è sempre vivo. Che se costoro non seppero allontanarsi dagli schemi prestabiliti dalla scuola, perché privi di una forte personalità creatrice, né giunsero alla purezza del timbro che caratterizza il vero poeta, rimasero spesso nell'ina- deguato, nel temporale e raramente raggiunsero il mondo finito e nello stesso tempo infinito della vera poesia, Toulet seppe sottrarsi ad ogni sche- matismo preordinato dai canoni della nuova estetica e in lui l'atteggia- mento assurdo non è un'esteriorità frivola né un formalismo deteriore. Egli manifesta un senso straotdinario della misura, un dominio signorile delle passioni; l'amore, il dolore, le emozioni forti sono nascoste dietro a un sorriso beffardo che sa dí amaro o s'increspa, piú spesso, in una smorfia di malinconia sconsolata, tragica. Oltre le apparenze di raffinato, oltre l'atteg- giamento del dandy, che ostenta una galanteria vuota e annoiata, che ma- linconicamente accetta la vita senza drammatica lotta, con un senso del fatalismo cos~ desolato da escludere ogni forma di impegno dinanzi all'esi- stenza, senza speranza, senza illusioni, tutto teso nella sua beffarda ama- rezza, noi scopriamo un dramma doloroso, anche se ormai superato e vivo soltanto nel ricordo bruciante: il dramma dell'amore perduto, delle illu- sioni cadute, delle amicizie fuggite proditoriamente, del vizio che si è in- sinuato lento e ostinato nel corpo e vi si è aggrappato con tenacia. C'è in Toulet il rimpianto per l'innocenza di un tempo, il desiderio di vivere nella normalità, di raggiungere l'equilibrio delle sensazioni e dei sentimenti, la pungente nostalgia di un amore puro e insieme l'aspirazione alla sublime 10 indifferenza. C'è in Toulet una strenua ricerca stilistica e ritmica; la sua lingua non ha indulgenze verso forme non strettamente pure; lo studio de~ latino, le composizioni stesse ch'egli scrisse in latino lo aiutarono a con- seguire quella purezza del tutto classica nel linguaggio, nella sintassi del periodo mobile nervoso e netto ad un tempo. Toulet condusse una vita sregolata. Numerosi i viaggi: da Pau, ove nacque il 5 giugno 1867 si reca a Maurice (1885). Dall'isola si erano allon- tanati i suoi genitori poco prima della nascita del poeta--desideravano che il figlio vedesse il giorno nella luce dorata del Béarn--quindi va ad Algeri. Dall'Africa ritorna in Francia, nel Béarn ( 1889), quindi si reca in Spagna, poi, nel 1892, a Parigi, in Inghilterra, e quindi ancora a Parigi ( 1898) indi, in compagnia di Curnonsky, inizia un viaggio in Estremo Oriente (1903); torna a Parigi e vi rimane fino al momento in cui, colpito da una grave malattia, è costretto a rinchiudersi nel castello della Rafette (Gironda) nel 1912. Nel 1916, ammogliatosi, si trasferisce a Guéthary nella villa della sua sposa; ivi lo coglie la morte il 6 settembre 1920. Disordinata e poliedrica fu pure l'attività letteraria. Egli tocca presso- ché tutti i generi: dal giornalismo al romanzo, dal romanzo alla fantasia, dalla fantasia alla massima e quindi alla cronaca d'arte e letteraria e, so- prattutto ai versi, che costituiscono il meglio della sua attività e sono quelli che permettono a Toulet di trasferirsi oltre i limiti della sua sta- gione di vita. Tutti gli altri generi trattati dal poeta vanno considerati nella loro giusta misura; rimangono spesso sul piano di esercitazioni squi- site che rivelano il gusto di un letterato dall'intelligenza acuta e sottile, dallo stile raffinato e prezioso, che giunge a volte ad un autentico lirismo. Il desiderio di guadagno per vivere un'esistenza non troppo misera ed estetizzante, in cui il vizio e l'inattività hanno un grande giuoco, spingono il poeta a scrivere romanzi in collaborazione dell'amico prediletto Curne e di Willv, mentre la sua mente è negata a tale genere l A lui difetta la possibilità di costruire un'opera narrativa, di coordinare le varie parti in un tutto armonico, elegante, misurato; gli manca, per cosí dire, il cuore del romanziere. Egli non sa vivere il dramma degli uomini. Chiuso com'è nel suo mondo, rassegnato a sopportare i colpi della sventura, negato a comprendere il dramma umano, perché in una posizione di negatività ri- spetto alle passioni, abbarbicato al mondo artefatto del letterato elegante del suo tempo, per il quale è legge il non confondersi con la scialba esi- stenza borghese, è incapacè di trovarsi d'accordo con le azioni degli uomini di adattarsi alla loro morale fragile. Non gli riesce che raramente di vi- vere il dramma dei suoi personaggi, forse perché rifiuta di accoglierli con sirnpatia n~lla propria anima, desideroso di dimenticare il suo dolore, l'amara realtà della sua esistenza. Preferisce ironizzare sul destino degli uomini, sulle alterne vicende che regolano il susseguirsi dei sentimenti, sull'ami- cizia, sull'amore, anche se non di rado egli smentisce ciò che ha affermato in un momento di malumore, per eccessivo desiderio di stupire con le pro- prie massime, improntate ad un acre pessimismo, talvolta di maniera; ep- pure lascia trasparire tra le pieghe del suo sorriso un'incoercibile senso di tenerezza, il pianto che gli urge nel cuore. Per superare questo stato d'animo ricorre alla fantasia; se questa gli vien meno, se non riesce ad afferrare l'illusione, si serve dell'oppio, per crearsi un sopramondo artificiale, « un paradiso di ombra fresca e di calore estremo / ove matura la granata ~>. ~ comprensibile come tale processo per lo piú non possa condurre il romanziere alla creazione di personaggi vivi e umani. I tipi risultano un po' scentrati dal nostro mondo o sfocati nei loro atteggiamenti in obbedienza ad Im idolum, che condiziona la nascita di ogni personaggio e ne determina l'atteggiamento di fronte alle avven- ture. Pur mutando i nomi e le impronte del fisico, già presumiamo, all'ini- zio di ogni opera, quale sarà il modus di ogni nuova creatura, quale ne sarà il temperamento. Codesti esseri sembrano recitare una commedia dal- l'intreccio consueto, pur essendo mutati il luogo, il tempo, il costume; dalla loro bocca esce un suono distorto rispetto alle inflessioni naturali obbedienti come sono ad una legge che è un po' quella della società in cui vive il loro autore, consenzienti con lui stesso, che alla maniera di A. France, è sempre presente in essi, come un pittore molte volte è presente nei volti delle sue creazioni. Sono il frutto di una particolare tendenza let- teraria che si concreta attorno al gruppo di Willy, Curne e della « Vie Parisienne ». Le donne, creature eleganti, frivole, ombre di una moda passata, sono fantasmi senza ossa e senza sostanza; esse non hanno un'anima, né una profondità morale che le salvi dall'andar perdute nel grande mare degli anni trascorsi; vivono solo in grazia del piacere, la loro legge è il desiderio, al cui appagamento son tese con tutte le loro intenzioni e i loro atti. Eppure, qualche volta, Toulet è squisito creatore di figurine assorte, malinconiche, o teneramente impudiche, i cui lineamenti si confondono, come si con- fondono i loro gesti, il riso, il pianto. Nei romanzi Toulet è il fotografo di quel demi-monde elegante e lascivo che frequentava durante i suoi sog- giorni parigini, è il descrittore, privo d'ogni intento morale, di facili don- nine, che sorridono senza vita, come in un ritratto di tempi andati, dalle pagine dei vari romanzi. Hanno tutte suppergiú il carattere e il gesto di Nane, incoscientemente impudica, hanno il suo linguaggio, la sua amora- lità; sono prive--si potrebbe dire con Toulet--dell'anima universale. Quasi tutti i romanzi di Toulet presentano pressappoco gli stessi di- fetti; tutti respirano la medesima aria di facilità--ad eccezione dell'ul- timo La Jeune Fille verte (1920)--né si può parlare di evoluzione: Toulet rimane sempre lo stesso, come può risultare da un'analisi delle opere in prosa condotta cronologicamente. Del resto lo scrittore stesso ha forse coscienza delle proprie deíìcienze e dei propri vizi, o perlomeno non dà soverchia importanza ai romanzi della « Vie Parisienne ~>. Scriveva un giorno a J. Dyssord: « Non trovate simpatico che il discendente di qualche rude contadino della valle d'Os- seau... abbia scritto qualcosa per divertire gli oziosi -- quando la sua sorte era di vivere con i suoi mezzadri in una casa tranquilla delle nostre parti? » [cfr. J. Dyssord, L'aventure de P.-J. Toulet, Parigi, Grasset, 1928, p. 135]. E a Mme Bulteau, a proposito della Jeune Fille verte, 13 diceva d'essersi accorto che i suoi personaggi erano « des bons hommes de neige, qui fondrons au premier rayon de bon sens ». La confessione è alquanto esplicita, anche se di essa, proprio perché con- fessione, dobbiamo tenere un conto relativo. Sia realtà, sia finzione tali pa- role toccano il nocciolo del vero: i suoi romanzi non sono nati per una irrefutabile necessità, che è la condizione del vero artefice; sono il prodotto delle esigenze di vita dell'autore; sono il riassunto di un'epoca. Nel primo romanzo Monsieur du Paur, homme public, apparso nel 1898 (Simonis Empis) buona parte della tematica di Toulet è già presente. Lo scrittore si rivela già padrone del suo stile, del suo timbro di voce. L'opera non presenta una linea unitaria, I'intreccio è costituito da lettere e da pagine di diario, con ampie divagazioni, che trasportano il lettore dalla Germania in Francia, di qui nei quartieri piú tenebrosi della perife- ria di Londra. Toulet gioca con pochi personaggi: Thérèse, il granduca di Swabe, Eléonore de Violetten, il chirurgo Welkinson; esseri appartenenti a un mondo situato al di fuori di ogni realtà, che si agitano, chiusi nel loro mistero di demenza sanguinaria, attorno a Monsieur du Paur. Vi si sente la propensione per il sadismo inglese, il gusto per la necrofilia, che lo scrittore deve aver acuito attraverso la lettura di The Great God Pan di Arthur Machen2, il compiacimento per il macabro osceno e per il mostruoso trattato con sensibilità morbida alla Huysmans, e insieme un'indulgenza alla sensualità piú aperta. « L'autore, descrivendo il vizio inglese, mostra tale aderenza ai particolari scabrosi da far morire sul lab- bro del lettore quel possibile sorriso che egli avesse voluto provocare », dice giustamente Mario Praz, il quale avverte anche l'influenza diretta del Sade di Justine nella descrizione del collegio inglese diretto dalla sorella del dottor ~elkinson (cfr. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella let- teratura romantica, Torino, Einaudi, 1942, p. 127). C'è una scarsa comunione tra i personaggi, che agiscono da soli, com- paiono per poco e spariscono quindi nelle nebbie dell'irreale, senza lasciar 14 traccia di sé, eccezion fatta per M.me de Violetten, che incarna la furia libertina e crudele nascosta sotto la piú tenera bellezza, destinata ad agi- tare e a sconvolgere la vita del rassegnato professor du Paur. Le donne create da Toulet (come la contessa de Violetten, creatura fatale, dai capelli bruno-ramati, dagli occhi d'un azzurro quasi nero, che nascondono una fiamma cupa, come Thérèse, tremante e silenziosa, preda di un segreto tenebroso) soggette alla follia e alle cattiverie altrui, oppure chiuse nella propria malvagità, sono letterariamente false; eppure Toulet sa rendere gradevoli queste figure di donne, per quanto turpi esse siano, per la leggiadria del tocco nel dipingere la loro bellezza: esse vivono in quanto son belle, e lo scrittore ne esalta preziosamente gli occhi dal co- lore incerto, lo splendore dei capelli, la sveltezza delle anche, il candore della carnagione. L'edonismo di Toulet si manifesta nell'esaltazione della grazia femminile, che non importa sia legata ad un calore umano, ad una devozione spirituale; sembra consentire con la concezione della bellezza particolare di Baudelaire: « Sii bella e taci! ». Nel Monsieur du Paur al compiacimento per certi racconti fumosi e sinistri, (si rammenta l'episodio dei pazzi, rinchiusi in gabbie, nello strano manicomio di San Colombano, creato dalla mania di Carlo Augusto XII, granduca di Swabe, di collezionare dementi, che miagolano o gridano ascoltando una musica languida e pizzicata, mentre il granduca stesso, preso dal delirio, urla rivolto alla luna); al compiacimento di creare figure di maniaci crudeli, che si abbandonano ai vizi piú oscuri e di donne rotte ad ogni lussuria, si unisce un tono di triste sarcasmo, che a volte suona quasi disumano e falso, una sghignazzata acre sotto la quale lo scrittore nasconde la sua malinconia. Nelle massime, che completano il romanzo, dove si acuisce il tono ironico, Toulet, allontanata l'ombra di Monsieur du Paur, ci balza dinanzi con tutti i suoi dolori, i suoi vizi, le sue contraddizioni: Devoirs envers Dieu, Deuoirs envers les autres, sotto il cui titolo lo scrittore lascia il vuoto, Devoirs envers soi-meme. Le massime sono improntate ad uno scherno amaro e crudele, in cui vibra talvolta un ridere sordo e cinico. La ripulsa della divinità non è scontata; Toulet è ancora soggetto ad una necessità di deridere l'ente supremo come colui che tenta di convincere se stesso della nullità dell'immanenza. Che l'idea non sia razionalmente maturata lo testi- monia la massima (a) di un'estrema banalità nella confutazione del prin- cipio della bellezza divina: Si dice che Dio ha creato l'uomo a sua immagine. Egli ci ha dato una pallida idea del suo incanto. Ogni volta che incontro N... tozzo, basso, con una testa piriforme, delle melanzane per mani, ho voglia di dirgli: --Non ti vergogni di rappresentare la divinità a codesto modo? (Cfr. op. cit., p. 239). In Toulet è presente anche il gusto di scandalizzare l'umanità credente, di ferirla nel suo sentimento piú geloso e nella sua paura della salvezza, come ce ne dà prova ques~ massima dura, quasi sibilante: « Si gode a far peccare una protestante perché non può farsi assolvere » (cfr. op. cit, p. 240), e quest'altra ben piú amara: « Un cattolico pecca scientemente in modo grave e perciò prova tutta la fiducia che il sacramento della con- fessione gli ispira » (cfr. op. cit., p. 244). Non c'è nulla dello spirito epicureistico di Lucrezio che vorrebbe libe- rare l'anima umana dal terrore della morte e dei mostri ultraterreni; Toulet afferma sí di non credere nell'esistenza del castigo eterno, ma non si erge sul piedistallo del moralista che soffre considerando le paure dell'uomo e cerca di rendere meno miserevole la sua vita tentando di rimuovere il suo occhio impaurito dall'abisso della morte e della dannazione. Mancando di passione, le massime sono lucide e taglienti come il bisturi del chirurgo Welkinson; manca quell'afflato poetico che si libera ogni qual volta il poeta abbandona il suo atteggiamentO esteriore e si scioglie in un pianto amaro o in una lirica aperta di fronte alla bellezza terrestre; talvolta si avverte nello scetticismo di Toulet un che di forzato, un desiderio di stupire, di pungere l'umanità negando i sentimenti piú sacri, qual'è quello dell'amici- zia: « Felice per quanto riguarda gli amici e le amanti se sei amato dal loro cane: sarai tradito solo a metà » (cfr. op. cit., p. 242). Migliori e piú profonde sono le massime raggruppate sotto il titolo 16 Devoirs envers soi-meme, in cui Toulet sembra sfogare la sua acre conce- zione del mondo e degli esseri che lo popolano; vibra a volte la corda cupa del conosci te stesso: « Impara a conoscerti: ti amerai di meno; e a co- noscere gli altri: non li amerai piú » (cfr. op. cit., p. 248); talvolta il suo labbro si piega in un sorriso arguto e la massima assume un sibilo sinistro, quando sfiora sentimenti che l'umanítà avrebbe vergogna di confessare: « Non bisogna cedere subito alle mogli dei propri amici: oltre ad avere avuto degli scrupoli, cosa molto meritoria, si gode di loro molto piú deliziosamente nel farle attendere » (cfr. op. cit., p. 250); o quando esplode in una risata bassa e sardonica: « La virtú delle donne spesso non è che la dappocaggine degli uomini » (cfr. op. cit., p. 255). Nei riguardi della donna e dell'amore è spietato e talvolta la sua ango- lazione mentale si mostra troppo ottusa, perché egli, colpito da un'espe- rienza personale amara, vuole dettare principi improntati a codesta espe- rienza, facendoli assurgere a valore universale. Eppure talvolta egli riesce a toccare l'animo e vi grafEia un solco doloroso, se lascia trasparire appena, dietro la contrazione del volto, l'immensa delusione che la sterilità dei sen- timenti femminili ha prodotto nel suo animo, guastandolo per sempre: « E vero che le donne detestano l'ironia? E se sapessero che è una for- ma della sensibilità? » (cfr. op. cit., p. 251) o pronuncia l'amara confes- sione della sua ripulsa in amore, che assume un tono patetico: « C'è chi porta, montato su un anello, un dente che ha fatto male: vorrei poter contemplare con lo stesso occhio una certa donna per la quale ho sofferto » (cfr. op. cit., p. 257). Allora la sua voce perde il timbro secco e sibilante per sussurrare l'immenso desiderio di dolcezza, di pace, che lo perseguita: « Quando la donna che non ama piú cerca di farsi rimborsare le sue antiche bassezze bisognerebbe avere la barca e la saggezza di Ulisse » (cfr. op. cit., p. 259). Piú dolorosa è la negazione dell'amicizia, quando l'autore si accorge che essa non esiste, che è schiavitú: « Un'amicizia acquisita è una schia- vitú; perduta, è un lutto » (cfr. op. cit., p. 264); interesse: « Per i servizi che s'immagina di renderci, il meno taccagno degli amici esige il 50 per 100 di gratitudine » (cfr. op. cit., p. 262); pericolo: « Fra le tante bestie pericolose la Provvidenza ha collocato intorno a noi gli amici » (cfr. op. cit., p. 262). E uno dei temi dominanti di Toulet il pianto per l'amicizia perduta, la consapevolezza che essa è solo un idolum creato dall'uomo, il quale spera invano di stabilire una corrispondenza di sentimenti con il suo simile che non può offrirci se non l'uccisione delle illusioni col tradimento: « Un amico è come un pallone: se sale, ti soffoca; se cade ti assassina » (cfr. op. cit., p. 263). Eppure tra tante massime amare e graf~anti ve n'è qualcuna che brilla per una grazia spontanea e per una dolce malinconia, quella che nasce dal desiderio di azione, azione che non consiste in un af- fannarsi per ottener denaro, gloria, bensí l'amore; poiché l'ozio sentimen- tale è peggiore degli affanni che l'amore provoca; questo sentimento è la risultanza di quel segreto macerarsi nella nostalgia dell'amore che è la si- tuazione sentimentale di Toulet: « lungo come un giorno senza pena, diceva uno che s'annoiava di non amare piú e di non amare ancora » (cfr. Il rornanzo si conclude con un'invocazione all'amore, che dà signifi- cato a tutte le cose ed urge nel cuore del poeta. Tutto il discorso che tiene Monsieur du Paur, quando sente la vita fuggirgli, è un grande squarcio lirico, ove all'esaltazione del cosmo si mescola un senso di amarezza per le disillusioni patite da uno spirito fiero e avido di affetto, un desiderio di convincersi che l'amicizia esiste, che l'amore è l'unica legge della vita, quasi la chiave dell'enigma che avvolge l'umanità. Il tono è smorzato da una malinconica saggezza acquisita attraverso numerose esperienze. Non sentirò piú nella profondità di un sonno lieve steso su me come un velo, sbattere porte in lontananza, né il giovanile riso delle cucitrici, felici nel loro lavoro--o il grido stridente del pi~cchio tra i ralmi it~ ~ verso I~Arco di r. non vearo piu un ~ e ~ ,U ~ V ~ Trionfo, in un pulviscolo lontano, i Campi Elisi deserti. Ecco, li vedo da qui uomini addetti ad irrorare le strade, con stanchezza, trascinano i loro freschi serpenti nella polvere, ed una ragazzina, con un cappello di paglia, accompagnata dalla governante inglese, mostra camminando allegramente le sue scarpette 18 nere sugli esili polpacci nudi... ~ inutile, mi sento morire deliziosamente; poiché sono invecchiato troppo in fretta, lo vedo, e i frutti della terra oggi hanno sulle mie labbra sapore di cenere... lo sento alla fine di una lunga carriera, gli uomini non vivono solo di pane e d'intelletto. Perché ci si stanca di mangiare e di comprendere, mai d'ama- re. Se c'è una parola per quest'enigma amaro che è la vita, siate certi, è l'amore, l'amore è il significato di tutte le cose. (Cfr. op. cit., pp. 229-231). Il gusto di cenere che rimane alle labbra, la sensazione che tutto nella vita sia stato scontato è uno dei temi fondamentali della poesia di Toulet, come pure lo è l'anelito struggente al]'amore e alla voluttà: Ebbene, cercate il piacere per il vostro corpo e l'amore per la vostra anima e sulla terra, non datevi troppa pena per la filosofia, la scienza, la critica. Se per caso vi interessano i vostri simili, la vostra politica non consista nel compren- derli o istruirli: amateli, il resto sarà tutto in soprappiú. ICfr. op. cit., p. 231). Questa è la lezione che Toulet dà al mondo. Nel 1902, presso La Contemporaine esce il secondo romanzo di Toulet: Le Mariage de Do~ Quichotte, ristampato nel 1924 (Parigi, Le Divan). Toulet nei SuOi romanzi presenta caratteristiche comuni con Giraudoux: il senso spiccato dello humour, l'inclinazione alla parodia, la tendenza alla preziosità puntigliosa dello stile che non lo induce tuttavia, come fa Girau- doux, a disprezzare il patois, di cui si serve, spinto dalla necessità di in- tegrare le deficienze d'espressione del linguaggio letterario; soprattutto la mancanza di rispetto per le esigenze st~utturali del romanzo nel suo in- sieme. Ma codeste similarità tra i due scrittori consistono piú che altro in soluzioni analoghe, raggiunte per mezzo di procedimenti discordi: là dove in Giraudoux gli e~etti sono il prodotto di un ragionamento ante- riore all'attuazione dell'opera, in Toulet riposano piuttosto sul caso, sul- l'incapacità di organizzare il romanzo secondo uno schema prefisso, poiché egli si abbandona, o pare, all'incidenza della sollecitazione, mentre la man- canza di conseguenzialità nelle azioni di Giraudoux è un modo acquisito di ricerca, un raggiungimento, un limite prefissosi in partenza. Secondo l'idea di Pizzorusso ~ gli avvenimenti nel romanzo di Giraudoux s'inseriscono en- tro i netti margini del momento, possono riprodursi come se non esistesse il passato e questo pare essere un aderire cosciente alle leggi della fantasia, che non pone limiti di organicità alle azioni dei personaggi ed esclude il necessario svilupparsi degli episodi secondo un filo logico. Ben coglie la realtà di Giraudoux Carlo Bo, il quale notando nella di lui opera un'estrema libertà, che non risulta mai « frutto di un'operazione barata, di un'originale mistificazione », dice che egli, prima di incominciare, ha tenuto a illuminare gli strumenti del suo lavoro, a segnarsi una carta delle sue possibili strade 4. Ciò non si può assolutamente precisare nel caso di Toulet, il quale sem- bra, di là da ogni schematismo o preterintenzionalità, aggirarsi estrosa- mente nel mondo della fantasia, come in un labirinto. Questo vizio di costruzione si riconosce anche nel Mariage, che è un romanzo intessuto di racconti fantastici; quello della principessa Gulnare, quello tenebroso di Gwendoline o quello lascivo e fumettistico di Elycias. Quest'ultimo si potrebbe considerare come un racconto a sé stante, poiché lo scrittore, nel parlare con morbida sensualità degli amori del bellissimo giovinetto, sembra essersi dimenticato del fine del romanzo. Il Mariage è un'opera tanto disarmonica nei suoi elementi da farci l'impressione di un edificio a cui, per necessità logistica, sono state aggiunte piú ali, in uno stile discordante. In questo complesso di favole, vive un'accozzaglia di ele- menti disparati: il gusto del macabro, del tenebroso, del sadico libertinag- gio, e insieme momenti di autentica poesia; egli sa suscitare uno strano senso di repulsione e di ammirazione; scrittore pieno di astuzie, di trovate, di ritmo qual è, sa mescolare ad argomenti grossolani, truculenti, certe delicatezze di fanciullo, che si lascia affascinare dalla visione di un tra- monto o di una notte di luna, e sa, quel che piú conta, tradurne l'emo- zione mediante un vocabolario scevro di eccessi romantici o sentimen- talistici. Toulet si diverte ad intessere racconti entro un racconto centrale, ab- bandonandosi all'estro, che può offrire tutte le possibilità immaginabili, anche gli artifici meno subdoli e astuti, senza preoccuparsi del limite a cui 20 deve giungere; cosí che codesti racconti presentano un che di imprevisto, che supera ogni calcolo di probabi]ità e hanno un carattere provvisorio come di crescenze abnormi non sufficientemente fuse con il loro complesso Non si riesce a comprendere quali siano l'idea conduttrice del romanzo il disegno strutturale, su che piano trovino giustificazione gli avvenimenti narrati né da quale etica siano animati. Nella prima parte l'autore sembra voler esaltare l'amore, riprendendo il tema di Monsieur du Paur, disprez- zare « l'aigre fredon de la sagesse »; al rimpianto per la purezza perduta, nel- l'episodio di Torridès de la Torre, si unisce il dolore di un cuore inaridito delle ambizioni appassite, della giovinezza morta: « Sospirò perché la sua giovinezza era morta, morta come il giorno, ma d'un trapasso meno ma- gnifico; e le sue ambizioni, l'una dopo l'altra, appassit~. Non era asso- lutamente sola, con un cuore inaridito, delle membra stanche? » (cfr. op. Gulnare, la principessa figlia di Lilith. che non può piangere perché priva dell'anima universale e non può morire, rammenta, per una certa analogia sentimentale, Susanne di Giraudoux; l'analogia è suggerita dal senso di felicità primordiale, che Gulnare diffonde col suo canto intonato alla stupenda euritmia che offre il mondo intatto dall'uomo, quasi assapori, come Susanne, l'aria dell'Eden, mentre contempla l'armonia dell'universo, nella solitudine cosmica dell'atollo, dove è naufragata. C'è una corrispon- denza di sentimenti tra i due scrittori, che si risolve nel riconoscere un dua- lismo tra la vita degli uomini e la vita del cosmo; la scelta di Toulet è diretta alla natura, sebbene egli riguardi al mondo degli uomini con una nostalgia lancinante, come fa Susanne, del resto. Un'altra analogia si sta- bilisce tra Gulnare e Ondine: la mancanza d'anima si ritrova anche nei personaggi disumani del variopinto mondo di Giraudoux. Don Quichotte è l'uomo irretito dalla passione per una creatura divina, Gulnare, che non può amare un comune mortale d'un amore trascendente il puro sensuali- smo, come Ondine, essere immortale, ridotta all'assenza della memoria~ non riconosce piú l'oggetto del suo amore. Di qui deriva che, come i per- sonaggi di Giraudoux, anche quelli di Toulet non sono distinguibili l'uno dall'altro, rappresentano--come dice Carlo Bo--una cifra, un modo di essere che vale per una serie 5. ~ però Gulnare costruita sulla forma di tutte le tipiche figurine di Toulet: è leziosa e sfacciatamente bella, impudica e incredibilmente priva di coscienza; ella parla il linguaggio delle cortigiane, assume pose di seduttrice. La sua bellezza è descritta con un preziosismo troppo minuto, freddo; Gulnare, priva di anima, non può commuoversi né può commuovere, neppure quando è sul punto di rendere la libertà a Don Quichotte. In lei non c'è dramma, ]a sua disgrazia non rientra nel dominio della natura umana; non c'è quel senso di disperato vuoto che può pro- vare una donna dinanzi all'abbandono del proprio amante, che si fa di giorno in giorno sempre piú remoto e sconosciuto. Pure nel racconto esiste qualche momento in cui si avverte l'umanità di Toulet consorte con quella degli uomini, che si attua in un tono di ac- corata saggezza; egli suggerisce, quasi in sordina, il tema, ricantato nelle Contrerimes, della mancanza di identità tra gli amanti, perché inafferrabile è l'essere amato anche nei momenti di piú intimo abbandono; è il misero dualismo senza speranza che condiziona ogni attimo d'amore, quando si sente sfuggire l'essere amato, e si tenta, tuttavia, in un'estrema speranza di possesso sentimentale, d'inseguire ~ questo sogno d'essere identici che tormenta gli amanti da quando c'è un piacere e delle ore » (op. cit., p. 44). Tuttavia, malgrado la sua aspirazione all'amore, Toulet non smen- tisce l'idea pessimistica sull'amore della donna, amore che sente guastato dall'interesse, dal tradimento, dalla mancanza di sensibilità. Attorno a Gwendoline, donna ermetica, divorata dalla lussuria, lo scrit- tore crea un paesaggio cupo e sinistro, magistralmente preparato dalla vi- sione dell'inverno nevoso cui vanno incontro Don Quichotte e lo scudiero Sancho, lasciata l'isola primaverile di Gulnare; il paesaggio è reso macabro dalla visione di un impiccato, roso da uno stuolo di corvi muti nel silenzio della terra e del cielo. Il racconto presenta elementi necrofilistici, che de- nunciano l'influenza di Machen, come le scene, impregnate di un gusto morboso alla Marcel Schwob, degli amori notturni tra viventi e defunti, ove appare la figura di Benedicta, che ha in sé un che di sacrilego e di 22 fumoso. Sono le visioni care a Boecklin, che Toulet, curiosa coincidenza, non ama affatto, e ai manieristi preromantici. I personaggi di questo ro- manzo vivono una vita strana, lasciva. Neppure Dona Urraca, la severa sposa di Don Quichotte, dotata di un'austerità di modi, una cultura ecce- zionale e di un freddo razionalismo a lungo può sottrarsi al tradimento. Il pessimismo dell'autore si esplica nella massima con la quale afferma che due esseri appena uniti, prima di conoscersi fino a detestarsi e fuggirsi, ingiuriandosi, subiscono un insensibile lavorio di disunione, una diffidenza crescente, come un divorzio d'anima. L'odio non viene in un giorno solo. Conferma quindi la sua idea sull'inesistenza di un amore duraturo, e quando l'amore è caduto, giorno dopo giorno, non resta neppure l'amicizia tra l'uomo e la donna. Questa è la sconfitta di Don Quichotte, sconfitta che si risolve in una grande tristezza: il romanzo dell'amore termina senza dramma, in sordina. Pure in sordina si chiude l'episodio di Elycias, nel quale lo scrittore si è abbandonato ad una creazione fumosa e di gusto decadentistico. Elycias è l'uomo rotto dal vizio, il suo corpo, malgrado la seducente parvenza fisica, langue sotto la mano di una lussuria divoratrice. Per il tono leggiero con cui il giovinetto narra le sue avventure, per l'incosciente sfacimento mo- rale, per l'incalzare incontrollato degli abbandoni e degli improvvisi furori erotici, potrebbe rammentare alcuni personaggi di Petronio, che molto probabilmente Toulet conosceva, ma l'atmosfera greve e sinistra, che cir- cola in tutto il racconto è ben diversa; vi difetta lo scintillio della risata aperta dell'imperturbato scrittore latino. C'è invece una pesante seDSua- lità, che raggiunge a momenti un erotismo acre, come nell'episodio del- l'uccisione di Gomband, l'amante segreto di Gladie: « Una sua mano cercò la mia, e, mentre la baciava, un po' di sangue, ancor tiepido, che aveva macchiato la mia palma, sporcò la sua bocca. Ella aspirò l'odore della bestia morta, e con una voce che sembrava venire dal profondo della gola --' Ah!... ' disse ~> (cfr. op. cit., p. 191). Quest'ultima, l'amata crudele di Elycias, che si accende di voluttà alla vista del sangue, appartiene alla schiera delle eroine crudeli, pallide di desiderio, che sembrano essere sempre sul punto di cadere nel romanzo d'appendice, se non fossero salvate dall'estrema raffinatezza di linguaggio dell'autore. Esse sono creature nate soltanto per l'amore carnale; la loro bellezza è strumento di lussuria, cui si abbando- nano con incoscienza, né si curano del danno che provocano nel cuore dell'incauto amante. La loro vita è breve come lo sfogo di una momen- tanea passione; una vo]ta chiuso il libro, di esse rimane soltanto un leggiero alito, come un ectoplasma che svanisce. 1899-1907: è il periodo della « Vie Parisienne »; Toulet scrive sotto lo pseudonimo di Perdiccas, in collaborazione con Curnonsky, romanzi com- plicati e macchinosi, oggi di scarso interesse. La « Vie Parisienne », una rivista esistente fin dal 1863, presentava, tra una quantità di notizie riguar- danti la vita mondana della capitale e i suoi scandali, romanzi novelle rac- conti critiche musicali e teatrali; di essa rimane oggi ben poca cosa; la rivista appare piú interessante per la storia del costume che per il valore degli scritti; del resto chi collaborava alla « Vie Parisienne » si celava, come Toulet, dietro uno pseudonimo per quel pudore che gli scrittori di razza sentono dinanzi a lavori meno che mediocri. Il poeta, tuttavia, geloso della propria individualità e cosciente di possedere una autentica vena di poesia, vuole siano distinte le parti scritte di suo pugno da quelle create dal- l'amico. Appartiene a codesto periodo il romanzo Imogène et Sylvère ou les dangers de la capitale, romanzo apparso nella « Vie Parisienne » nel 1902, interamente scritto dal poeta, malgrado Curnonsky rivendicasse la sua col- laborazione. Fu ripubblicato da Toulet nel testo integrale due anni dopo col titolo di Les tendres Ménages (Parigi, Mercure de France, 1904). La forza di Toulet romanziere non consiste nella composizione del- l'intreccio, in verità assai debole, bensí negli artifici tecnici, nell'abilità di tracciare visioni vive ed affascinanti con una lingua pura e talvolta ricca di preziosismi stilistici, che permettono anche a codesto mediocre romanzo di sostenersi su un piano di decoro. Il racconto è intessuto su intrighi amorosi molto banali e falsi; vi domina una morale semplicistica, quella che il tradimento è una conseguenza inevitabile del matrimonio, che la 24 donna è sempre stata tradita, sempre sottomessa ai capricci del marito, poiché la vita ha posto la donna in uno stato tale d'indifferenza da prender le cose come esse vengono. Toulet di fronte al matrimonio è in posizione del tutto negativa; l'unico riscatto è dato dal triangolo definito da un figlio, che rende duratura la fu- gace tenerezza di due sposi. Che se le donne nei suoi romanzi mancano di personalità, sono esseri embrionali privi di pudore, di quel pudore che tradisce un'anima, anche gli uomini sono senza problemi etici, propensi ai piaceri di un'avventura o di un'altra, limitati ai medioai sentimenti del loro mondo. Lo sfacelo morale di codesto mondo costituisce il tema di Les Demoi- selles La Mortagne, definito dai critici come il meno buono dei romanzi (cfr. Walzer, op. cit., p. 73). Alcuni capitoli comparvero nella « Vie Pa- risienne » tra il 1905 e il 1907. L'opera, ripubblicata a Parigi (Le Divan) nel 1923, aggiunge ai difetti formali delle precedenti una noia insuperabile che prende il lettore a causa di certe lunghe pagine esplicative e incolori e per la sovrabbondanza di particolari, anche licenziosi, che disturbano la continuità della narrazione. Lo scrittore si perde in dialoghi e scene che non vanno oltre la modesta portata di certi romanzi decadenti. Abbon- dano motivi superflui e dannosi alla risoluzione dei fatti, perché non pre- sentano un interesse inerente all'azione del romanzo, se di romanzo si può parlare dal momento che il libro risulta un insieme di frammenti. Le donne sono figure sbiadite, la cui furberia attedia e disgusta, perché ingiustificata letterariamente. Tra il 1900 e il 1904, nella « Vie Parisienne » appaiono diversi capi- toli del piú noto, se non del migliore romanzo di Toulet: Mon amie Nane, ripubblicato, piú volte corretto, dal Mercure de France (1905) e da Le Divan (1962). Che Toulet si abbandoni al caso, o meglio al suo estro inventivo, è testimoniato dal fatto che, durante la pubblicazione, il capitolo VIII andò smarrito e nella « Vie Parisienne » del 7 luglio 1900 si stampò il capitolo seguente, ponendo, come introduzione, una breve nota esplicativa. Toulet riscrisse in seguito il capitolo perduto, che apparve solo due anni piú tardi: e che riprese il suo posto originario nel volume, senza nota esplicativa. Un altro capitolo comparve nel 1903, due nel 1904 e Nane pense à mourir, scritto nello stesso periodo di tempo, fu dato alle stampe solo dopo la morte dell'autore. Nelle epigrafi che accompagnano i vari capitoli Toulet fa sfog- gio di una conoscenza di opere scritte in latino, diversissime e disparate e ne parafrasa alcune massime apportandovi divagazioni che denotano il gusto di un traduttore vivace e libero, non supinamente legato al testo. Il romanzo è uno dei piú continui, ove meno si nota la difficoltà, che forse neppure si proponeva lo scrittore, di far combaciare i mattoni del suo muro maestro. Tra i vari personaggi, colti nell'esteriorità dei loro gesti, delle loro azioni, guidati dall'istinto, cui manca una preparazione psicologica o etica che ne giustifichi l'amorale comportamento, domina la figurina di Nane, un bell'idolo vegetativo, tutta languore e civetteria sotto le sete e i balenii delle pietre preziose. E questa donna il prototipo della femminilità, come l'intende Toulet, una bellezza epidermica e facile, incapace di con- durre un ragionamento, di costruirsi un'opinione; una creatura dall'anima primitiva e levigata, senza sovrastrutture cerebrali, che non conosce i dis- sidi tra il desiderio e la morale, cui sono estranei i ripiegamenti, le intro- spezioni. Eppure è capace di commuoversi; ma se le lagrime solcano il suo ViSO non lasciano tracce dolorose attorno agli occhi; come un fanciullo è tutta istinto e spontaneità; il suo cervello è come « quella schiuma che si vede divenir polvere sugli scogli brucianti dell'estate ». La sua bellezza ha però qualcosa di misterioso, è il simbolo di quelle corrispondenze che sussistono tra gli oggetti dell'universo, è il geroglifico della vita. Oltre la concezione baudeleriana delle corrispondenze, Toulet ha formulato l'idea che il mistero della vita sia suggerito agli uomini da segni segreti, che si stampano sul volto di una donna, come un'ombra sul muro; la donna assurge a simbolo primordiale della vita e in lei il cosmo afffiora suggerendo immagini legate alla vita, all'acqua, in particolare, che della vita è elemento fondamentale. La voce di Nane è simile a un ruscello che si ascolta attraverso i boschi; ella stessa nella sua mobilità rammenta l'acqua luminosa che il vento freddo del mattino risveglia e fa fremere ai piedi dei salici. I paragoni si susseguono: gli abbracci di Nane sono piú micidiali della vipera ebbra di calore che dorme al sole, i suoi baci dissetano come un frutto maturatosi nel piú bell'orto di Francia, nel piú bell'au- tunno; il sorriso di lei suscita visioni estive; il cuore è tenero come una fragola, che il sole fa macerare r.el cavo di una muraglia. Le immagini so- lari incalzano l'una dopo l'altra: Nane è sensuale, eccitante, tutta d'oro come un mandarino se il fuoco ne illumina la pelle. Una voce, un colore, uno scintillio di sete e un trasparire di carni rosee: ecco Nane, cui fa con- trasto, come l'ombra alla luce, la drammatica tempestosa Noctiluce, che sembra, tanto il suo aspetto è minaccioso e sinistro, « l'heure qui précède les cyclones », attorno aUa quale le cose divengono nere. Costei appartiene alla razza delle donne maledette, che instaurano commerci con il mondo ultraterreno, in preda a una loro follia sadica, sentimentalmente simili a certi fantasmi trattati con mano meno l~reziosa da Anatole France. Nel mondo tetro delle orge e delle messe nere entra anche l'ingenua Nane, le cui idee stravaganti e infantili fanno sempre sorridere, cui gli uomini non danno mai troppo credito, neppure quando, impaurita, racconta le sue tristi esperienze al seguito di Noctiluce, o quando, affranta da una miste- riosa malattia, sembra abbandonare il mondo. Si inserisce, appena percet- tibile in questo romanzo, il tema dell'irrevocabilità del tempo, che di- strugge le ore troppo brevi dell'uomo, della vecchiaia che incalza con piede crudele e devasta ogni bellezza, della morte, che della deliziosa Nane farà una piccola cosa fredda, sperduta nel mare dell'oblio. Nane si riscatta della sua mancanza di morale quando chiusa nella sua sofferenza fisica, convinta di dover morire, non è creduta e soffre e fa soffrire, smagrita e ancor piú affascinante che nei giorni del piacere: Un po~ dimagrita per il male, e cosí pallida che la sua faccia si sarebbe detta intagliata in un blocco d'avorio senza macchia; piú graziosa nel dolore di quanto non lo fosse mai stata nel piacere stesso, mi parve divenire piú com- movente, e come l'occasione di una tenerezza. ~Cfr. op. cit., p. 149). Le parole di Nane moribonda sono cariche di un lirismo discreto, pe- netrante. Tuttavia ella non farà la fine di una Margherita, risorgerà, si; sposerà; ma nel momento in cui vede la morte Nane testimonia la condi- zione di Toulet, che è quella di un uomo carico di tenerezza repressa. Egli si è lasciato incantare da questa creatura uscita dalla sua fantasia cosí fresca e spontanea, una creatura sognata diversamente e dei cui lineamenti non era troppo soddisfatto, perché la vedeva dinanzi a sé con un viso « chétif et candide à force de vice, fermé cependant comme une armoire à poisons » (cfr. Dyssord, L'aventure de P.-J. Toulet, op. cit., p. 135), un viso come quello di Noctiluce, probabilmente. I1 lirismo si fa acuto nel momento in cui, ormai sfinita, detta il suo testamento spirituale: <~ Amico mio, mi disse, ti do tutti i miei specchi. Se saprai guardarvi, quando viene notte, crederai di vedervi ancora. E senza dubbio ci ritornerò, per sorriderti » (cfr. op. cit., pp. 151-152). E indimenticabile quest'addio, cosí ingenuo, quasi in- fantile. Nane rimane, come un dolce fantasma che riflette il suo sorriso negli specchi un po' appannati dal tempo. Raramente Toulet commuove cosí nei suoi romanzi, anche se, nel momento in cui l'elegia si fa piú intensa, si leva stridula l'ironia del poeta, che denuncia l'aridità, l'avido calcolo, la mancanza di umani sentimenti dei suoi simili. In grazia del- l'unità di carattere dimostrata da Nane, che diviene un vero personaggio, per la felicità dell'invenzione di un temperamento tutto istinto, candore, ingenua civetteria, malgrado la mancanza di nessi connettivi, di una linea schematica, malgrado gli episodi non siano a volte necessari allo sviluppo dell'azione, malgrado tutto ciò, l'unione è operata proprio da Nane, che in sé riassume tutti i caratteri unitari necessari alla vita di un romanzo. In Nane domina un cromatismo luminoso tendente alle tonalità rosee e ambrate: la protagonista appare nei suoi colori bianchi e rosei, diviene essa stessa un colore; ora si veste di un verde falso, ora di un azzurro di smalto, i suoi capelli hanno riflessi del bronzo impallidito dai baci dei pellegrini, i SUOi occhi sono dorati e d'ambra è la sua carne. Una girandola di colori è la singultante mascherata dei sodomiti, che appalonO sotto i travestimenti piU equivoci e strani. Una folla sconvolta e agitata dal vizio fra cui occhieggiano maschere variopinte, si agita in danze frenetiche; dopo il clamore dell'orgia, che raggiunge il suo acme nell'episodio del visconte d'Elche, che ha sottratto la collana a Nane, tutto ritorna calmo; solo un Arlecchino agita in aria il suo bastone, simbolo fallico, diffondendo un senso di pietosa malinconia: « E là anche l'Arlecchino, dalle losanghe di pelle, appoggiato a una colonna. Lo si direbbe ubriaco; e mentre il rosso delle sue guance, sciogliendosi, scopre una pelle azzurrognola, con la bat- tola smuove l'aria spessa, malinconicamente » (cfr. op. cit., p. 120). Durante il viaggio in Estremo Oriente, che visitò in compagnia di Curnonsky, tra il 1902 e il 1903, Toulet forse aveva in animo di fissare le sollecitazioni d'ordine sentimentale dettate dalla visione dei paesi orientali in una specie di diario; ma lasciò soltanto un quadernetto di appunti, tro- vato dopo la sua morte, scritti in un linguaggio indecifrabile. Di codesto periodo è rimasto qualche articolo, qualche pagina che descrive il viaggio in Cina, apparsa in « Le Damier » (maggio 1905), qualche nota su Ton- chino (« Hermitagne », 15 marzo 1906) e alcune impressioni affidate a carnets e a fogli volanti. Quest'insieme disorganico, accompagnato da qualche scritto precedente steso tra il 1885 e il 1903 insieme da cui Toulet trasse la materia per Comme une Fantaisie, fu ordinato in volume e pubblicato postumo da Henri Martineau, nel 1934 (Parigi, Le Divan), col titolo di Journal et Voyages. E una raccolta curiosa di frammenti, appena abbozzati, sulla stagione, sul paese dove lo scrittore si trova, scritti con una diversità di stile molto sen- sibile; da un periodo ancora scolastico e vagamente romantico, dominato da una commozione immediata, che ricorda vagamente momenti baude- leriani, privo dei sobbalzi inaspettati che costituiscono la caratteristica del periodo mosso e cadenzato del Toulet migliore, si passa a uno stile piú fermo, piú puro; si avverte che il giro della frase non è ancora completa- mente inventato. Nella raccolta appaiono anche massime, alcune delle quali Toulet in- serí nel Monsieur du Paur, prive della violenza aggressiva delle Impostures; ve n'è qualcuna, sparsa qua e là, ove appare la concezione negativa sulla donna, essere stupendo ma senza anima, espressa ,ià con un linguaggio duro e impietoso: 20 aprile 1889: « Tanto vale mostrare ad un innamo- rato la bruttura della sua donna amata. Non è che un'occasione d'amare un manichino che l'uomo veste col suo animo, un attaccapanni ove egli appende il suo sogno » (cfr. op. cit., pp. 76-77) L'espressione non si è an- cora consolidata in quel cristallo purissimo e trasparente tipico di Toulet; la doppia similitudine lascia cadere un po' dell'efficacia dell'idea, che risulta solo abbozzata, piú intuito che posseduta. Si avverte fin d'ora la delicatezza, la sensibilità retrattile che cova nel fondo di questo scrittore cosí singolare il quale non sa liberarsi del dolore provocato dall'urto con la realtà. Egli parla di se stesso con un linguaggio aperto, mette a nudo la propria anima, attribuendosi vizi che, forse, seNOnO a mascherare il fondo ro- mantico e sentimentale: <~ Non posso attribuire che alla vanità e ad un egoismo esagerato, la ferita, sproporzionata rispetto alla causa, che genera in me ogni diminuzione, anche infinitesimale, che scorgo, o forse immagino, nella stima o nell'affetto altrui » (cfr. op. cit., p. 76); v'è in lui già il vezzo di assumere un atteggiamento falso, di parlare con una voce impro- pria per nascondere pudicamente la malinconia e la dolcezza dei suoi sen- timenti. Eppure, molti temi, che saranno trattati nelle Contrerimes, ap- paiono in questi appunti; la visione incantata di Maurice con i suoi filaos al limite della spiaggia, la penombra diffusa, ove si odono tubare le tor- tore e stormire le fronde, il rimpianto per il suo paese evocato dall'acuto profumo dei glicini, che la brezza dei Pirenei trasporta, il mare, gli occhi delle donne, e l'amore, rimpianto struggente, infine, l'evocazione di qualche figurina di donna, come la danzatrice cambogiana dalla voce roca, dalle vesti variopinte, dagli occhi inquietanti. Sono questi profili sfumati di fanciulle sensuali, e misuratamente perverse, luminose nella loro grazia che le vesti lucenti avvalorano, uno dei frutti migliori di Toulet: Là dove fiorisce il loto, passò una cambogiana, piccola, con la testa rove- sciata, dall'aria di paggio, che sotto la braca verde sbuffante, e un corsetto giallo-oro, dava quasi subito la sensazione di essere nuda. Un giorno danzò ritmando il suo passo con una voce roca, cantante, e torcendo le mani I capelli abbondanti, ruvidi, corti, battono sulla sua nuca, e si vede splendere talvolta in fondo agli occhi una luce inquietante, come un fuoco 30 sconosciuto, di notte, in un paese selvaggio. (Cfr. op. cit., pp. 171-173). Alcuni momenti dettati dall'Oriente, simili a piccoli poemi in prosa, costituiscono Comme une Fantaisie (Parigi, Le Divan, 1919), che si arti- cola in tre parti distinte e di vario argomento- Ombres Chinoises, La Prin- cesse de Colchide, L'Étrange Royaume. In Ombres Chinoises, apparse una prima volta in « La grande Revue ~ (1907), Toulet ha trasferito il paesaggio cinese nella realtà del sogno, della poesia. I personaggi, il poeta Fo, il filosofo Lao-Tseu, noti al lettore delle Contrerimes, le donne eternamente menzognere, esprimono voci il cui timbro è quello del poeta stesso; la loro mente, il loro sentire, pur appar- tenendo ad una Cina millenaria, si estrinsecano alla maniera di Toulet. Forse proprio per questo lo scrittore dichiara a Derème e a Debussy, di preferire, tra tutti i suoi scritti, quest'opera. Dopo la pubblicazione del lavoro nella « Grande Revue », il poeta aveva rimaneggiato piú volte il suo scritto sottoponendolo a un lungo processo di rielaborazione e di puri- ficazione del linguaggio. Ombres Chinoises doveva avere un seguito, Chi- noiseries, ma il progetto non fu piú att~lato, un po' a causa della pigrizia di Toulet, un po' forse per le cattive condizioni di salute in cui versava. Sono fragili racconti, impastati di motivi propri alla poesia di quelle Contrerimes ove prendono forma idilliche visioni orientali. Vano sarebbe cercarvi un filo conduttore che leghi l'uno all'altro i racconti, un valore morale che guidi le azioni dei personaggi. Sono pure espressioni liriche, nate da una mente dominata dai motivi ossessionanti dell'amore, della vo- luttà, del desiderio di eternare la bellezza delle cose, la cui essenza è sug- gerita da simboli misteriosi, di tramutare la provvisorietà di un attimo felice nell'eterno rigore della morte. Il fantasma della morte, come un'ala nera, si distende sopra un paesag- gio luminoso, perlaceo: Guarda, Doliah: presso questa tomba a forma di tartaruga, che ospita un letterato, fioriscono gli ireos; quegli ireos azzurri il cui azzurro, da vivo, egli non vide mai. E piú lontano, sul gradino è caduta una pesca matura che pro- fuma, del suo profumo, le sue ultime ore. Cosí, dovunque il piacere e la morte. Ma su lasciamo codeste similitudini, e dammi la tua bocca, Doliah. (Cfr. op. cit., p. *) L'amore e la morte costituiscono un motivo inscindibile in quest'opera, un motivo che diviene sostanziale, per bocca di Lao-Tseu, il poeta cinese, in una forma lirica pura, ove si avverte di là da ogni insorgenza ironica e scherzosa, una struggente malinconia, qualora l'autore si soffermi a consi- derare il fragile destino dell'uomo, la brevità delle sue ore, cosi leggere, se prese nella loro singolarità, cosí pesanti nel loro insieme: Come ogni corda dell'arpa Pho-hi ha il suo timbro, e tutte insieme for- mano un concerto cosí sono i nostri giorni. O figli di Té-A, sono simili anche alle dita della tua amica, le cui carezze dici tu, superano l'estasi dell'oppio. Ogni dito, posandosi sul tuo corpo, è lieve come foglia. Ma, uno a uno, ti rovesciano tosto sul divano coperto di pelli preziose... E cosí ti darà piacere la tua ultima ora. Ore troppo leggere, che prese insieme appesantiscono il cuore, ore di sogno o di malinconia, e voi tutte, ore identiche ma diverse, simili ai mille petali di quel fiore pieghevole, che vidi un mattino, uscendo dal quartiere delle cor- tigiane, di cui non rammento il nome. Cosí canta Lao-Tseu ebbro di vin cotto, mentre il fiume delle Perle sciaborda contro il battelIo di fiori, e l'alba sorge dietro Chamine. (Cfr. op. cit., pp 50 51) Il linguaggio ha l'essenzialità di certe Contrerimes, lo stesso pathos sot- tile, temperato dalla nettezza dell'espressione. Alle Contrerimes ci con- duce anche l'inno alla morte che leva Fó; alla morte che domina i giorni dell'uomo, si mescola alla sl1a vita e all'amore, la liberatrice delle angoscie, dell'instabilità che governa i cuori umani, quella che apre un sonno senza aurora, forse popolato di sogni. Per ToJlet la morte è connaturata con l'uomo ed è la necessaria soluzione della sua esistenza; cresce vicina a lui e nasconde il suo ghigno sotto i fiori. L'inno è grave di tristezza rassegnata; raramente il poeta nelle sue prose riesce a servirsi di un linguaggio cosí luminoso, pieno di brividi paurosi: Certo, hai ragione di lodare la morte, filosofo! quando, suggellando per 32 sempre i nostri cuori instabili, apre loro quel sonno senza aurora, che forse gli dèi hanno popolato di sogni, e dei sorrisi dell'illusione. Ma bisogna lodarla soprattutto perché si mescola alla vita come l'odore dei cipressi sposa quello delle rose. Bisogna lodarla perché valorizza con la sua droga questi pochi giorni che attraversiamo vacillando; bisogna lodarla quando si copre di fiori, e perché nasconde a metà il suo ghigno dietro la maschera dell'amore. (Cfr. op. cit., pp. 58-59). In Ombres Chinoises prendono vita lievi figurine che sembrano sor- ridere dalle pergamene e dagli arazzi serici di una Cina rarefatta, irreale; la bella Doliah, sposa del mandarino Jan-Chicaille, il poeta Fo, il filosofo Lao- Tseu si profilano appena, impalpabili, in un'atmosfera rosata e trasparente, quasi il poeta li abbia fatti uscire, come per un sortilegio, dall'ombra della loro inconsistenza. Sono fantasmi dai lineamenti incerti, puri colori, musica; simili a « quei volti schiusi in sogno, che se vogliamo baciare si dissolvono in un misterioso sorriso »; forse sono il prodotto di uno stato onirico pro- vocato dall'oppio, « ce vénéneux délice », alla cui attrattiva tormentosa non sa por rimedio, perché la droga è uno strumento irresistibile di edonismo: l'oppio che rende il corpo cosí leggiero, cosí disperso, come la peluria dei fiori del cardo. Nella seconda raccolta, La Princesse de Colchide (apparsa una prima volta in « Le Témoin », 1910), l'interesse dello scrittore si trasferisce ad un'Asia antica, che risulta molto mal definita sia nei suoi confini sia nel tempo. Giasone, Medea, il re Oeta, personaggi che ha eternato foscamente nelle sue tragedie Euripide, si mescolano ad Ulisse, Aiace, Achille, e tutti insieme a personaggi del mondo contempotaneo di Toulet, cosí che l'insieme assume il carattere di un gradevole e inconsistente pasticcio, ove si opera il connubio tra il mondo ellenico e il moderno in un'assurda libertà. Toulet ama gettare sulle cupe figure mitiche un senso di ridicolo, demitizzandole: Giasone, nella sua venturosa nave Argo, soffre il mal di mare e di un'unghia incarnata, il re Oeta gioca a bridge con i dignitari, e Medea, la terribile maga tessala, lasciati i tragici paludamenti e i suoi veleni, scherza come una fanciulla e tira la barba al padre, tradisce lo sposo squassato da una ridicola 33 gelosia, e, infedele e lussuriosa, lo abbandona per gettarsi nelle braccia d'Achille, con il quale fugge sul mare. In questo mondo, cosí privato, in grazia dell'ironia, della sua aria mitica e solenne, cosí ridotto alle dimen- sioni della vita quotidiana, i volti dei piú noti personaggi della mitologia greca non conservano i fatali lineamenti, la statura eccezionale, le virtú esaltanti fino all'impossibile, il divino intelletto; Ulisse, un vecchio sden- tato e gemente, appare sulla spiaggia azzurra « entouré d'hommes et de soli- tude », la testa bassa, volta verso le onde, succube della moglie e del figlio; Elena è una creatura, terribile nell'aspetto, pallida e splendente sotto una chioma tenebrosa; Achille, disumano e sconosciuto nella sua situazione di morto reincarnato, compie goffi gesti di galanteria nei riguardi di Medea. Non mancano neppure qui momenti di sadismo, situazioni esasperate e tese che rammentano quelle del Jardin des supplices di Mirbeau. Ma Toulet sa essere anche poeta dai sentimenti profondi e gentilissimi come appare nell'epitaffio per la schiava Kat'Agouca, che ha in sé la linearità e la com- mozione di un epitaffio greco: Passante, qui riposa Kat'Agouca, che nessuno sposo ha baciato mai. E te, lento, amore, a vincere le ginocchia d'una vergine spesso la morte supera, e la fa sfiorire, come si vede il gelo avvizzire i fiori lel biancospino. (Cfr. op. Cit. pp. 157-158). Nel racconto si trovano inserite alcune delle poesie piú note di Toulet, ma presentano alcune varianti rispetto alla stesura definitiva; certi mo- menti sospesi, lievi tocchi coloristici o fugaci impressioni, che costituiscono la sostanza delle Contrerimes, appaiono sparsi qua e là in tutta l'opera in prosa e rappresentanO un documento interessante per lo studio della poesia di Toulet. La terza parte, L'Étrange Royaume (comparsa nella « Renaissance La- tine », nel 1903) è formata da un lungo racconto fantastico che ci riduce all'atmosfera incantata del Mariage de Don Quichotte e ci fa pensare alle favole dell'Ariosto per l'incredibile numero di digressioni bizzarre che si intersecano l'un l'altra. Forse questo complicato incastro di favole na- 34 sce da un processo analogico. Un simbolismo oscuro sembra ricorrere nei racconti, né è ben definibile il carattere del personaggio chiave dell'opera, Maya: essa è colei che passa e che ritorna: la vita o la morte; è un sim- bolo misterioso che conserva in sé l'anima delle cose invariabili e can- gianti, della foresta e del mare; è colei che dà un'anima agli oggetti del mondo, forse la materializzazione dell'idolum formatosi nella mente del poeta circa la donna: amante piena di fuoco, sposa trepida, sorella dalle parole suadenti. Poiché Maya e Eronice, la tenebrosa principessa di un regno senza sole, sembrano essere la stessa persona. Nella favola del principe Coeur-de-Fraise, Toulet esaspera ]a tecnica del suo romanzo. Gli elementi plurimi che vi compaiono costituiscono un esempio limite di quel suo procedimento a balzelloni, che probabil- mente nasceva dalla sua visione del mondo. Egli voleva cogliere la realtà umana nei suoi poliedrici aspetti e trasferirla, attraverso un oscuro simbolismo, nel romanzo, tentando di denudare la plurimità apparente dei sentimenti umani, che in definitiva si restringono ad una identità immutabile. Il racconto è turbato nella sua continuità da altre favole, che sono unite al filone centrale mediante legami troppo fragili, come quella di Zyte, il cui motivo dominante è costituito dall'ansiosa aspirazione alla morte, che l'uomo stanco cova in sé. Si inserisce il tema desolato e cupo dell'impenetrabilità insormontabile che divide l'uomo e la donna, impenetrabilità che solo la morte può colmare: ... Non pretendo di aver scoperto nulla quando mi sono accorto che l'uomo e la donna restano sempre impenetrabili, ostili l'un l'altro. Simili... a quei fiumi che s~uniscono, ma senza confondersi mai prima di annullarsi negli abissi del mare, e sembra che infine uniscano le loro anime solo nella morte. (Cfr. op. cit., pp. 221-222). Il pessimismo si acuisce nella terza favola, dettata dalla desolata con- cezione della donna, essere impudico e infedele; ma tale pessimismo si disacutizza nell'ironia, unica soluzione possibile per colui che deve so- pravvivere fra un'umanità impastata di vizio e disonestà. 3 Nel 1920 appare La Jeune Fille verte (Parigi, Émile-Paul Frères); ma il primo abbozzo e l'introduzione sono datate 1901. Il romanzo quindi fu composto dopo Monsieur du Paur e Le Mariage de Don Quichotte. Dell'ope- ra, una chronique de moeurs, Toulet finge scherzosamente essere autore un tedesco nato, poco prima della guerra, a Coblenza e morto in Africa, sulla costa del Togo, nel 1904; spinge la divertente mistificazione ad attribuire un titolo in lingua tedesca all'opera: Das grune Madchen: eine franzosische Sittenchronik bei Hermann Nonnsen e ad affermare che il romanzo fu pubblicato a spese dell'autore ad Aachen nel 1904. Il fanta- stico autore avrebbe trascorso nella regione dei Bassi Pirenei, a Orthez, la maggior parte del suo tempo e avrebbe analizzato i costumi di una pic- cola città di provincia, Ribamourt, con verità e con lucida attenzione, scoprendo ai lettori una parte della modesta ma non meno affascinante vita che si conduce in un piccolo centro di provincia. In una lettera a Madame Bulteau (1904), Toulet dice di aver lavorato a « una specie di cronaca di piccola città », i cui abitanti, simili a pu- pazzi di neve destinati a sciogliersi al primo raggio di buon senso, in- terrompevano il loro lavoro per raccontargli la loro storia, fantastica co- me un racconto di Mille e una notte. Forse la lettera all'amica fu dettata da un senso di pudore, che mal nasconde però il desiderio che quei per- sonaggi restino vivi e che la loro vita esista oltre la lettura del romanzo, che escano dalle pagine e narrino il loro racconto. Il poeta si è spogliato del suo linguaggio prezioso per parlare la lingua di quei personaggi, per vivere la loro storia reale. Essi non sono eroi, bensí uomini forniti di virtú, vizi, debolezze, tanto modesti da stare al livello dell'umanità piú comune, senza assurdi complessi, senza desideri di amo- ri tenebrosi; sono delle povere creature che vivono la squallida eppur fe- lice vita di una città provinciale, vittime delle loro passioni e dei loro difetti, che trascorrono l'esistenza tra il lavoro quotidiano, le speranze mediocri, alternate a dolori umanissimi, a modeste soddisfazioni. Toulet, 36 contemplando questa piccola umanità dolorante e gioiosa, acquieta il suo pessimismo; la sua ironia si disacutizza, anzi si stende in un sorriso bo- nario, sottilmente increspato in una smorfia di scherno. Il romanzo presenta una linea unitaria nella costruzione, anche se vi sono momenti troppo noiosi e pesanti, là dove Toulet, per rendere piú reale il suo racconto, parla con linguaggio notarile di un'eredità o delle condizioni finanziarie dei suoi personaggi, oppure quando affolla le sue pagine di paesani chiacchieroni, presentati come in un disegno senza volu- me né dimensioni né forma. A]cuni episodi sembrano slegati, talvolta l'autore si perde nella descrizi'one di alcuni fatti non essenziali all'economia del racconto, che batte il passo e perciò annoia come, ad esempio, la lunga narrazione della Tabaccaia, che rivendica origini nobili, oppure la con- fessione di Basilida e gli intrighi ombrosi dei preti paesani. Sono mo- menti che non valgono a offuscare l'insieme del racconto, che raggiunge a volte un'intensità e una drammaticità tali da afferrare la nostra anima e stringerla dolorosamente. Il romanzo è un grande canto dell'amore e dell'estate, che costituisce quasi l'elemento corale alle azioni dei personaggi. Tutto è divorato dal sole. La luce è accecante. Il silenzio sulle strade polverose prostrato, nell'implacabile mezzogiorno che affatica la terra: « Solo, nella luce opprimente, si vedeva correre un monello. Le scarpe troppo pesanti lo facevano rimbalzare mentre la sua ombra sussultava dinanzi a lui sulla polvere del sentiero » (cfr. op. cit., p. 69). In questo torrido paesaggio, quello dei Bassi Pirenei, Toulet ha cam- pito con mano particolarmente felice certi volti femminili dai linea- menti ben definiti ed autentici. Basilida è un essere tormentato dalla passione; il suo amore, nato nell'infanzia, nutrito di sogni e colmo di tenerezze miste a dispetti, si acutizza, diviene drammatico; la fanciulla si è fatta donna e sposa, ma il suo amore per Vitalis non si acquieta, anzi diviene lacerante; ella si contorce, si scarnifica nel dubbio di essere tradita dal suo amante. Prega Dio con parole veementi, perché ha co- scienza di aver peccato contro il cielo, il mondo, il marito; e la su~ anima, un po' giansenista, la induce ad annullarsi nella preghiera. i~ un vero essere umano, che reca in sé, sia pure in tono minore, la furia delle passioni raciniane, soffocata a lungo dietro una maschera di indifferenza. La sua passione, infine, esplode, senza piú alcun ritegno, durante una drammatica sommossa paesana, ricca di una forza che raramente ricono- sciamo a Toulet, e si evolve in un crescendo di toni acuti quando vi s'innesta l'esplosione di gelosia di Basilida, che sente l'amante sfuggire alla sua stretta: Vitalis, Vitalis, gridò la Signora Beaudésyme fuori di sé, resta con me! E, lasciata la finestra, si gettò nelle braccia del suo amante, che parve esitare a rispondere. Guiche sciolse l'imbarazzo con violenza. Era davanti a loro, con gli occhi scintillanti di lagrime e di collera, e prima di fuggirsene: -- Sí, resta, Vitalis, disse; risparmiati bene, mentre gli altri si fanno ammazzare, Lei avrà cura di te, « lei ». Il letto non è lontano. --Guiche, gridò il giovane, precipitandosi dietro a lei. Ma Basilida, come una forsennata, aveva afferrato la carne del suo amante. Simile alla Menade del suo sogno, delirava, ebbra d'uno spavento voluttuoso, pallida e bruciante --L'hai sentita, disse, interrompendosi per ferirgli la bocca con i SUOl denti aguzzi; I'hai sentita; il letto è là. Resta, Vitalis. Che te ne importa: tu non hai carattere, tu! (Cfr. op. cit., pp. 113-114). Basilida è una donna, fornita di quell'anima che le creature fanta- stiche di Toulet non possiedono. Sente il vuoto lasciato in lei dall'amore finito in una torrida giornata d'estate, nella penombra di una stanza, violata dalla presenza della sua rivale Guiche; è lo stesso vuoto che si è aperto nel cuore di Toulet; egli sembra aver infuso nella sua eroina una parte del suo tragico sentimento dell'amore perduto. In Basilida s'in- sinua il sordo risentimento, nato dalla disillusione, che sorge in chi ha sperato di ottenere dall'oggetto del proprio amore piú di quanto un ab- braccio appassionatO non possa dare; il suo linguaggio si bagna in un liquido acre, mentre la gelosia la divora e la spreme dolorosamente. L'amante ormai stanco, lontano col pensiero, e con gli occhi fissi su ben altro volto, è freddo e staccato, tanto mediocre da confessare, costrettovi, 38 la sua stanchezza. Il poeta torna a toccare una delle corde a lui proprie: il senso del- l'impossibilità degli amanti di confondersi, di formare un'identità, l'amara certezza di uno sdoppiamento che si ripete sempre dopo l'amore: « l'amer- tume de se doubler ~. Le donne che popolano questo romanzo hanno una loro essenza; i sentimenti non sorgono improvvisi, ma sono ben preparati e giustificati psicologicamente; guidati con sapienza fino al loro epilogo sono gli episodi. La scena dell'addio tra Basilida e Vitalis si scioglie con naturalezza in una catarsi dolcemente malinconica, in cui è una poesia sottile, una no- stalgia acuta dell'amore puro, un risolversi in canto sommesso dell'ansante linguaggio della passione; la donna ardente, la Phèdre invasata da Ve- nere, non si abbandona alla vendetta, si rassegna alla religione e scivola nell'ombra del suo rimorso, malinconicamente lieta di vedere il suo aman- te correre nelle braccia della fidanzata. Ben diversa ma altrettanto vera è la figura di Guiche o Sabine, col suo sorriso dolce e arguto; creata con mano assai leggiera. Lampi e ombre si alternano sul suo viso: in lei è una curiosità piena di sottile malizia per l'amore ignoto, un miraggio carico di mistero; nel suo discorso si avverte il presentimento di arcani consensi che la donna si prepara a prodigare al futuro innamorato. Nella sua ingenua civetteria propone pungenti ac- cenni a fatti che non conosce, mentre avverte il sesso maturare segre- tamente nel suo corpo, che si offre e tempestivamente si ritrae con una grazia piena di femminilità. Lo scrittore sembra divertirsi nel creare questa figurina tutta languori, nell'immergerla nella campagna immobile nell'ora della canicola, questa spontanea fanciulla che sorride con la ma- lizia delle ninfe d'Arcadia, che rammenta la sirenetta di Giraudoux. In lei hanno vita i sentimenti piú autentici della giovinezza: sente la strug- gente dolcezza che infondono i bei giorni dell'estate cui guasta il senso della loro fugacità; sente il desiderio di amare, qualcuno, se stessa, for- se; in lei è buona parte dell'anima del poeta: Oppressa dal caldo, si lasciò cadere su di un blocco di pietra inclinato e sbottonò il corpetto. I suoi seni giovani, il cui splendore cupo brillò nel verde dell'ombra, erano come quelli di un'ondina in fondo all'acqua. Anche a lei sembrò di essere nel cuore di uno smeraldo. Aveva incrociato le braccia dietro la nuca, e quel gesto, che le aveva fatto respirare l'odore acido del suo corpo, le rammentò quelle violette che fermentano al sole dopo un temporale. Sabina arricciò le narici volu~tuosamente, con gli occhi chiusi. A questo pensano le gatte sole, si disse, accarezzandosi contro un mobile: « Ah! non poter amare se stessi! ». (Cfr. op. cit., pp. 90-91). Il mestiere dello scrittore consiste nel creare situazioni tese fino al- l'esasperazione e quindi, nello sconvolgerle con rapido tocco; quando sembra abbandonarsi alla felicità di esprimere con voce aperta e sensuale il suo sentimento, il cielo mutevole, il paesaggio, subito si riprende e sembra prorompere in una sonora risata di scherno per l'imprevisto ab- bandono: Sotto il firmamento d'oro, scivolavano nuvole splendenti e dense, che soffi alti, ignorati dal suolo immobile, modellavano con capricci misteriosi. Una nuvola, passando sul sole, immerse nella penornbra gli amanti che già si baciavano. O Nuvola dagli umidi fianchi, mobile vapore, o Nuvola modellata casual- mente a forma di cigno, effimera ebbrezza degli occhi: prima che una nuova nuvola sposi le figure incostanti della tua bellezza, e prima che, per opera vostra, si distrugga o rinasca l'immagine innumerevole dei nostri sogni, prima che sui Pirenei, trattenuta un istante dagli abeti dalle nere chiome, ti si veda, simile al cacciatore che fugge e si volge, tendere l'arco dipinto sette volte, e, fino al prossimO sole che ancora ti concepisca, prima che tu vada a immer- gere negli abissi marini la tua assenza identica e cangiante, sempre la stessa, sempre un'altra, o Nuvola, che porti la rugiada, hai visto lontano nella tenebra dei boschi, la signora Beaudésyme che caccia correndo il cinghiale fra i brac- catori, e non lontano, Wolfango dalla fronte sudata? Oppu~e, passando oltre la stazione, sul sentiero argilloso che costeggia i serbatoi, non hai protetto dal sole Giovanni di Cérizolles, dietro al quale, sotto un velo spesso, si al~retta la facile moglie di Etchefalao? ». (Cfr. op. cit., p. ll7). Questa è la novità del suo raccontare, che procede a scatti, tanto da 40 suggerirci l'impressione di un'automobile che, abbandonatasi per poco ad una facile corsa su una strada ben levigata, ad un tratto sbanda, sussulta rallenta, all'urto di un improvviso ostacolo. La tematica dell'Oriente, quale si delinea nel racconto Ombres Chi- noises, riappare in Béhanzigue (Amiens, Edgar Malpère, 1921) pubblicato precedentemente col titolo di Contes de Béhanzigue (Parigi, Crès et Cie, 1920); l'edizione del '21 viene accresciuta di due nuovi capitoli. L'opera si compone di venticinque racconti, suddivisi in tre gruppi (Béhanzigue et ses amis, Marionnettes, Béhanzigue et Loetitia), il piú vecchio dei quali risale al 1889; l'ultimo è del 1919, mentre gli altri risultano com- posti tra il 1905 e il 1910. Alcuni furono sottoposti a rimaneggiamenti dall'autore, altri furono inclusi nella raccolta senza o quasi alcun muta- mento. Si ripropongono ivi personaggi creati dal poeta nel periodo del suo soggiorno in Cina: Badoure, il poeta Fo, che rammenta, nell'ebbrez- za sensuale e nostalgica dell'oppio, Doliah e la sua misera fine. Sono im- pressioni, stati d'animo, divagazioni scritti con un tocco squisito, in una forma perfetta, ove trema una sottile vena di poesia, ma non fusi tra loro né sapientemente inseriti nel contesto; conservano il carattere di pezzi a sé stanti, malgrado il filo di unione sia determinato dalla presenza di Béhanzigue, che appare qua e là nelle raccolte, sotto aspetti diversi. Il tema dell'oppio è ricorrente: il poeta si abbandona all'esaltazione degli effetti che provoca la droga « che allontana i cattivi sogni o li nasconde ~>, che calma gli affanni e ha il potere di allontanare, senza abolirla, la presenza importuna di un'ombra femminile e di alleviare il peso delle cose. L'oppio fa rivivere i ricordi di Maurice, le visioni della giovinezza felice. A questo procedimento meccanico del ricordo Toulet si abbandona ogni qual volta voglia contrapporre il passato al presente, malgrado l'abuso di bénarès incuta nel fumatore uno spavento inspie- gabile e diffonda una coltre di silenzio tenebroso popolato di presenze occulte, negative. Le figure che popolano i racconti di Béhanzigue sono prive di un vero e proprio carattere; sono fantasmi simili a quelli creati dall'oppio, che si dissolvono in una luce incerta. 4 Creato con astuzia gradevole è il personaggio di Loetitia, la modista, che rammenta Nane, una figurina lieve e sorridente, un po' vuota, un po' saggia, soffocata da una folla anonima e variopinta di personaggi agitati, che frequentano i caffè di Parigi, i teatri, le mostre di pittura: la folla di Parigi, che riempie la città di rumori, di voci confuse, senza un volto, senza un nome, convulsa: un getto informe e cangiante di colori. Il piú delle volte i racconti, dei quali ben pochi hanno una trama, ter- minano con un motto di spirito, forse in un estremo tentativo, compiuto dal poeta, di salvare ciò che languiva, forse per il gusto della battuta finale, che caratterizza parecchie opere di Toulet, le massime e alcune Contreri- mes; oppure si chiudono in sordina, tra l'apparire rapido di un sorriso ironico o libertino 6, Altrove si avverte come il respiro dei Simbolisti sia ancora vitale, e l'aggettivazione stessa ci richiama alla memoria la poesia tenera e sensitiva di Laforgue. Pochi tocchi abili indicano che il poeta è già formato, un poeta che sa imprigionare nelle sue pagine stati d'animo nostalgici, mo- menti in cui si respira l'aria dell'autunno, quell'aria che rammenta il va- nire delle cose e la tristezza dell'amore finito. ~ uno dei temi cari a Toulet, che si ritrova in Idylle à Paris, una novella fine e malinconica, tenuta su di un tono idillico, ove quasi sussurrata è la storia d'amore dei prota- gonisti; un amore autentico, che accomuna due esseri divisi dal]'odio dei genitori nemici, e si risolve, senza scoppi drammatici, o guizzi d'ironia, in un addio sconsolato. La stanchezza della vita, la paura della vecchiaia, l'aspettazione della morte, sentimenti propri del Toulet di questa stagione, formano il tessuto di Vieilles Lettres, una novella che tuttavia si risolve nella tematica dell'orrore e del mistero. In chiave sentimentale è pure la pièce Le souper interromptu, ap- parsa qualche mese dopo la pubblicazione di Comme une fantaisie nella rivista « Écrits nouveaux ». C'è una tristezza che nasce dalla visione delle cose, belle d'una loro bellezza eternamente fuggente, serene nel loro se- 42 greto e tanto piú amare quanto piú si paragona quella loro serenità eterna all'inquietudine che ci divora, per i nostri vizi o per le nostre virtú stesse, noi, simili all'érable, dal vivo fogliame espanso, ma dal cuore marcio; tema questo caro al Toulet delle Contrerimes. La pièce tuttavia è di scarsa importanza, sia per costruzione sia per l'evanescente inconsistenza dei personaggi, e se non fossero i buoni squarci di poesia, rappresenterebbe un punto negativo nella carriera di Toulet. Il poeta è in questo tradurre l'estenuazione dei sensi che provoca la sera in un cuore sensibile, in quest'evocare il mistero di certi cortili, pieni d'ombra, ove il tubare di un colombo rompe malinconicamente il silenzio: Forse là, Santa Rosa, una sera dolcissima, quando la sua vita sembrava struggersi, s'innamorò di Gesú. Sí in una di queste corti, piene di silenzio, ove, nell'ombra, tuba solo un colombo,--e cosí macchiate d'asfodeli che un cuore ferito sembrerebbe aver sanguinato sull'erba... il tuo cuore! Santa Rosa. (Cfr. Le souper interrompu, Parigi, Le Divan, 1922, p. 70). Una curiosità può essere offerta dal ritorno del personaggio di Béhanzi- gue in un'altra pièce, frutto della collaborazione di Toulet e René Dalize, Au Zanzi des Coeurs (Parigi, Le Divan, 1931) opera di scarso interesse. Henri Martineau, direttore della rivista « Le Divan », dedicò a Toulet il numero del luglio-agosto 1914; oltre alle poesie vi fece apparire alcuni passi delle Trois Impostures, uno dei lavori piú significativi e arditi; ma l'opera completa fu pubblicata solo nel 1922, sempre da Martineau. Les Trois Impostures dovevano essere già state abbozzate fin dal 1910; da quel momentO Toulet è impegnato in un lento lavoro di ripulitura delle mas- sime. La stagione dei romanzi è finita. Toulet aveva già trattato lo scritto morale nel Monsieur du Paur alla maniera dei moralisti del XVII secolo, per esprimere le proprie amare con- siderazioni sui doveri dell'uomo verso il mondo e i propri simili, verso se stesso e verso Dio, suddividendo la raccolta di massime in tre parti. Si trattava solo di un'appendice, mentre Les Trois Impos~ures sono un intero lavoro dedicato all'estrinsecazione dei sentimenti verso gli uomini e i lor( ambigui atteggiamenti, verso le donne, e la loro volubilità e incoscienza. verso Dio, a cui lo scrittore dedica solo qualche frase canzonatoria. L'opera è suddivisa in tre tronconi: Mulier, Amicique, Necnon dii. In alcuni afo- rismi--manca il largo respiro e la profondità filosofica della massima-- esprime le proprie esperienze nei confronti della vita e ne denuncia le mi- serie, le debolezze, il crudele giuoco. Egli è fornito di un'anima ingenua: anzi è un fanciullo; pieno di illusioni, di tenerezza si è immesso nella vita, credendo di trovarvi quella realtà che la sua mente immaginava; ma com- prende ben presto che la vita è ben altra cosa, che raramente, o mai, si concreta l'ombra fuggevole dei sogni. L'impostura nasce dallo scontro tra il poeta e la vita, che costringe ad abbandonare ogni tenerezza, ogni can- dore, ogni entusiasmo. Una frattura insanabile si è aperta tra il mondo e l'uomo, il quale vuol nascondere il suo patrimonio di tenerezza e illu- sioni dietro un piglio distaccato, schernevole, crudele, quale egli stesso riconosce all'autore de L'école des indi~érents, con cui consente per quel suo « piglio crudele... che farebbe credere che l'autore ha il cuore tenero » (cfr. Notes de Littérature, Parigi, Le Divan, 1926, p. 31). E la situazione, si può aggiungere, di Leopardi che, tuttavia, prima di entrare nel mondo, sa già che il mondo è una delusione e dà sfogo lirico al proprio stato d'animo di disingannato. Vano è cercare in Toulet una genesi filosofica; le sue massime non ripo- sano su alcun filone di riflessione d'ordine universale, sono bensi l'espres- sione dell'esperienza personale del poeta, dei suoi scontri con la realtà, delle sue sconfitte e contengono un'amarezza ancora piú grande in quanto, per l'atteggiamento scettico che il poeta ha assunto, manca la liberazione del convulso ragionamento in un canto ampio. Sono un concentrato di pun- gente ironia, di cinismo freddo, di acre invettiva contro tutti e contro tutto. Vi Sl sente l'impronta dell'epicureismo greco e soprattutto latino, che Toulet ha assorbito, molto probabilmente dal poema lucreziano, senza però serbare di Lucrezio l'ansioso desiderio di dettare un messaggio all'umanità per liberarla dai suoi mali, che derivano dall'errata valutazione dell'imma- nente, dalla paura della morte, al fine di infonderle la tranquillità morale. 44 Egli, convinto che il mondo non può essere mutato, che illusione sarebbe il tentativo di instaurare leggi morali--egli stesso non ha una visione precisa del mondo né conosce il limite tra il bene e il male--si abbandona all'atarassia di colui che, pur valutando vane le apparenze, accetta il mondo come esso è, con la malinconia che nasce dal senso dell'ineluttabile. Da questa visione immobile dell'umanità, dalla considerazione che tutto si ri- pete nel mondo, che l'amico è sempre infedele, l'amore sempre transitorio, la donna sempre menzognera, sorge lo scetticismo di Toulet, che rifiuta ogni dogmatismo perché inutile e si pone nella situazione di colui che non vuol giudicare, né drammatizzare gli eventi, ma li contempla con un sorriso sarcastico e amaro e si diverte a mettere a nudo le miserie, i vizi, le debo- lezze dei suoi simili, il piú delle volte prendendosi giuoco della vita e dei sentimenti piú profondi. Nota acutamente il Walzer un'affinità tra Toulet e lo Holderlin dell'Hyperion (cfr. op. cit., p. 190). Perciò non si riscontra alcuna somiglianza, né alcuna eco delle massime dei grandi scrittori classici di morale, sebbene Toulet riprenda alcuni argo- menti, quale quello dell'egoismo umano, propri di La Rochefoucauld e della scuola dei moralisti del suo tempo. Manca la grande preparazione mo- rale che sta alla base dell'opera di La Rochefoucauld, il quale è pure un edonista, ma alla maniera di Epicuro: riconosce la necessità di equilibrare i piaceri rifiutando i vizi, poiché la gente viziosa non conosce la sete di godere. Anche il grande moralista, come Toulet, è dotato di uno spirito caustico, si compiace di inventare osservazioni nuove, di esporre pensieri eccezionali, di denudare le piaghe che affliggono l'umanità attraverso sco- perte disincantate, anzi, crudeli; ma in lui, lettore attento di Seneca, Tacito e Montaigne, impregnato di augustinisme, è una visione dell'uomo del suo tempo e della società, che si leva a un livello universale; i vizi del suo uomo divengono quelli dell'uomo d'ogni tempo, eterno schiavo delle sue passioni. Attraverso i temi trattati, l'amore e l'amicizia, che sono poi quelli presi in considerazione dalla società preziosa in cui vive, da Madame de Sable, dal marchese di Sourdis e da Jacques Esprit, si sente lo spirito dei filosofi contemporanei, di Descartes, Gassendi, Hobbes, Cureau de la Cham- bre. Egli non rimane un isolato, come avviene per Toulet, cui, preda com'è 45 delle proprie delusioni personali, manca un rigore logico nell'esposizione dei temi e quell'unità dell'opera che nasce dalla contemplazione generale dell'uomo di La Rochefoucauld. Le massime di Toulet sono generate da momenti di crudele pessimismo, da stati d'animo pieni di rimpianto, di nostalgia acuta; l'opera dunque fal- lisce dal punto di vista morale, poiché egli non si pone il problema di ri- cercare una spiegazione alla condotta degli uomini secondo un principio uni- versale, problema che è alla base dei trattati etici non solo di La Roche- foucauld, bensi di Antoine Gombaud, Saint Réal, Pierre Nicole, degli scrit- tori moralistici d'ogni secolo. La sua concezione disperata del mondo e dei viventi, che nella maggior parte delle Contrerimes si scioglie in un lamento temperato dalla lumino- sità delle immagini, dalla dolcezza dei suoni, si da risolvere l'insorgenza del disgusto in un lirismo felice, nelle Impostures è espressa di solito con la violenza di un sentimento immediato, cui non dà sollievo il ripensamento o la malinconia delle cose passate. V'è negli aforismi, che trattano dei rap- porti con le donne (Mulier) il disgusto che provoca l'amore, dopo l'inganno, dopo che si è capito che un divario insanabile sussiste tra il sogno e la real- tà: « Come un luogo che offendesse la vista, ma per un po' di nebbia; se si dissipa e ne scopre la bruttura, forse si pensa che l'amore è solo menzogna » (N. 16). Non sembra superfluo dire che anche nelle Impostures prendono forma le solite figurine di donna, che popolano i romanzi e le poesie, tutte vacuità, egoismo, incoscienza: Nane, Médée, Zoraide, Faustine, Floryse e le altre si differenziano solo nel nome, tutte hanno lo stesso volto sorridente, tutte sono come le sirene belle e menzognere, ed è felice l'uomo che nelle loro braccia solo lascia fuggire le ore, senza inquietarsi per il passato, pago di un sorriso che sembra pieno di promesse: « Felice chi nelle vostre braccia consuma l'ora. Ma ancora piú felice se, sul vostro labbro, ha visto l'av- venire sorridere e mentire il passato » (N. 103). Le donne non hanno anima; neppure intelligenza; è vano sperare che in esse Sl manifesti la comprensione per le forme piú sottili del pensiero umano: « Che ingiustizia pretendere che le persone sexy non abbiano ge- nialità. E la signora Letizia, per non citar che lei, ne ha avuta per nove mesi » (N. 103). Sempre è vivo in lui il ricordo pungente del tradimento della sua don- na, che non è diversa da tutte le altre: « Non hanno cambiato dal tempo di Adamo le loro astuzie piú di quanto l'amore e il mare non abbiano mu- tato la loro amarezza » (N. 74). Quasi un suono monotono e sordo, susci- tato dal tocco insistente della stessa corda, è il canto d'amore di Toulet, il quale, perduta ogni illusione, sa che la favola dell'amore è sempre la stessa; sa che l'eterno aspirare dell'uomo, la sua inquietudine lo inducono a inse- guire nuovi fantasmi, tutti labili, come la nebbia che sale dagli specchi d'acqua, la sera. Eppure, talvolta, stanco di maledire questo sentimento, calata la maschera, prorompe in una nostalgica aspirazione all'amore, che dà luce all'anima: « Non c'è tanta notte, Medea, sotto un cielo senza stelle, che nel tuo cuore, quando non ami piú e non ami ancora » (N. 11). Egli, che dell'amore ha provato i primi fuochi durante la giovinezza, nel fondo piú segreto nasconde il rimpianto di non potersi abbandonare un poco a quello splendido giuoco: « Questi rami che si piegano nell'acqua ed essa li trascina invano, finché deve abbandonarli; e non diversamente tu, che l'amore non trattiene » (N. 59); talvolta la nostalgia verso l'amore esplode in un grido dolente: « Amore: tante lagrime e nuvole; amore, vapore di donna, acquazzone che spegne la polvere; amore, profumo, di cui ebbra la terra sembra offrirsi ai fuochi del temporale » (N. 106). Questo abbando- narsi al vagheggiamento di un sogno si riveste talvolta di un senso di strug- gente mistero, quando il poeta evoca l'ora in cui la donna, attesa con la trepidazione di un ragazzo, giunge con passo furtivo; con delicato pudore sa tradurre il brivido segreto che coglie l'innamorato quando una fanciulla arriva nell'ora della canicola, e nel silenzio che incombe sulle cose e sugli uomini, una porta si apre, un passo leggero scivola sulle mattonelle del fre- sco corridoio: « Ombre d'agosto, è nulla un ricordo dei campi: una porta che si apre nel silenzioso meriggio; e l'avvicinarsi dell'amata che scivola sulle mattonelle del corridio fresco » (N. 6). Il libertino, che det- 47 tava massime spietate sull'inganno dell'amore, è stato vinto dall'evoca- zione di un momento felice, quello che si ripete nei suoi scritti con l'in- sistenza di una voce che non si può soffocare. All'inizio della raccolta, egli sembra voler denudare la sua condizione di sconfitto, con la seconda massima, che è un canto aperto e malinconico: « Viandante che da lungi respiri, in un tramonto d'Oceania, il profumo di quell'isola e il suo mistero, e i suoi boschi ove plana un luminoso uccello... come una vita ardente e segreta che un solo amore attraversa » (N. 2). Egli crede tuttavia che qualcosa si possa salvare nell'amore; se tale sentimento tra l'uomo e la donna è imperfetto, perché alla base di esso c'è l'ambiguità, il transitorio, non di meno, l'unione tra due esseri può sottrarsi al fallimento solo con la completezza del triangolo che determina la nascita di un figlio e riprende il motivo trattato in Les tendres Ménages. In definitiva egli sogna il matrimonio e accarezza l'idea di un'intimità domestica che un fan- ciullo completa; ma il pudore di apparire un sentimentale lo spinge a na- scondere dietro il cinismo tutta la somma di tenerezze, di nostalgie, di rim- pianti che è in lui, come in ogni uomo. Non mancano nella prima parte delle Impostures le scene libertine, ma Toulet è un libertino privo del tono frivolo che caratterizza tale tipo di scrittore; egli nel suo volto conserva sempre l'atteggiamento dell'uomo de- luso non solo dall'amore ma anche dall'amicizia, che si diverte a investire del suo riso mordente Si sa--egli afferma--che l'amore fa soffrire, ma l'amicizia delude maggiormente, poiché ciò che noi chiamiamo con questo nome è cosa banale: « Sia pure che l'amore porti spine: è un fiore. Ma l'amicizia perché? Non è che un legume » (N. 128). L'amicizia, uno dei temi trattati dal poeta con maggior assiduità, non esiste; alla base di essa c'è l'inganno dell'amico che ti abbandona. Egli fa mostra di non credere alla bontà degli uomini, alla carità, alla gratitudine; il quadro del suo mondo è desolato come un paesaggio in frantumi: se le donne sono vuote e ambigue, gli amici sono traditori. La raccolta Amicique s'inizia con una massima che ha tutta l'aria di essere una boutade, se non fosse 48 per quel doloroso senso di disgusto che artiglia l'anima: « Fra tante bestie pericolose, la Provvidenza ha messo intorno a noi gli amici ». Molto piú desolata, nella sua semplicità carica di stupore di fronte alla constatazione che l'amico è un estraneo è la massima 144, che sembra quasi detta a fior di labbra tanto è carica d'amarezza: « Talvolta attraverso gli occhi del tuo amico, vedi uno sconosciuto che ti guarda ». La malinconia di Toulet si risolve in una mordente denuncia dell'ipocri- sia, dell'opportunismo, dell'incertezza che stanno alla base dell'amicizia; la dettatura assume anche un tono ricercato di volgarità nella massima 152: « La febbre, a quanto si dice, ci libera dalle pulci, e la disgrazia dagli amici ». C'è in Toulet quasi la voluttà di denudare le brutture e i vizi umani, il gusto di sorprendere le debolezze dell'uomo proprio là dove mag- giormente stanno celate dietro al convenzionalismo di un nome. Cosí ama gettare il ridicolo anche nei riguardi degli eroi: « Un po' di rumore, un po' di polvere: è un eroe... o una farfalla >~ (175) e, nella terza rac- colta, Necnon dii, gli aforismi sono rivolti verso Dio, che sente sfuggirgli, nell'eterno mutamento universale: « Tutto muta, le nuvole, l'animo, anche Dio. Tutto muta o sembra mutare... » (236). A Toulet manca una base etica, non sa speculare sull'esistenza e sull'es- senza della divinità, perciò nella terza raccolta risolve l'argomento solo servendosi di qualche massima che reca l'impronta di un rattrappimento doloroso o di un'estatica contemplazione panteistica: Forse Dio è, o sarà, l'universale consentire delle cose, e il mondo un mec- canismo che si scopre un'anima, e súbito si sente d'accordo. O vita, tU non sei che segni, maschere e simboli. Ma forse un giorno sapremo di che cosa (324). In questa terza raccolta si notano risonanze del pensiero di Voltaire, di Diderot, degli Enciclopedisti, soprattutto nelle massime che trattano della creazione dell'uomo7, ma egli conservando pur sempre il gusto di creare scene morbide e scabrose, scoppia a volte in bestemmie violente, in beffardi paradossi di dubbio gusto o di volgarità preziosa. Anche in ciò si nota un divario tra Toulet e i moralisti del Seicento, che, in omaggio 49 alle bienséances, ricercavano nella forma una finezza sottile, ma non appa- riscente, rifuggivano dal motto triviale con estrema cura, sdegnavano il tratto che potesse stupire per troppa ricercatezza di lingua e si rifugiavano nel calmo ed elegante periodare dove, a loro avviso, si manifestava la si- gnorilità dello scrittore. Diíficile è dunque inquadrare Toulet in una certa greggia di pensatori; egli e un agnostico, un amorale, e nello stesso tempo un panteista; manca a Toulet l'aspirazione a sentire e a raggiungere Dio, che fa prorompere Baudelaire in disperate imprecazioni; egli è senza fede e non se ne cruccia, COSI come non è turbato dal dualismo tra il bene e il male che grava sui Romantici. La religione è sentita come un rifugio dopo le delusioni d'amo- re. In Toulet la consuetudine al peccato, l'abitudine di vivere di là da ogni morale, senza porsi scrupoli o remore, secondo un edonismo che affonda nel paganesimo, ha distrutto la coscienza morale e la fede; il vizio ha sca- vato un arido vuoto. Perciò dinanzi al problema di Dio Toulet resta senza risposta o meglio se la cava con una brutalità che denota l'indifferenza di colui che è troppo impegnato a riguardare con occhio implacabile e avaro di dolcezza il mondo fragile degli uomini. Ogni asprezza di voce, ogni contrazione dolorosa della bocca si distende però nella contemplazione della natura, con la quale soltanto l'uomo può contrarre un'unione duratura e armoniosa. Codesta unione calma la du- rezza della frase, la violenza dei giudizi sull'umanità e dà tregua al con- vulso cinismo sia che Toulet con delicato stupore scopra, guardando il cielo, I orma della primavera: « Ci sono piogge di primavera deliziose, quando i1 cielo sembra piangere di gioia » (N. 50), sia che si lasci sedurre dall'armo- nioso mormorio di una pioggia d'estate: « Il ricordo del nostro dolore, una volta abolito, non è che quel mormorio ove si sperde e canta e ci incanta ciò che rimane d'una pioggia estiva » (N. 41), o si perda nell'estatica con- templazione di un paesaggio: « Si può inebriarsi d'un bel paesaggio: la gloria Vl dà alla testa, come quei vini affumicati e profumati, ancora pieni del sole greco » (N. 61), o infine con un largo respiro evochi l'aria azzurra e dorata, ove si presenta l'oceano, del suo molle e irriguo Béarn: Aerea culla dei miei primi sogni, azzurro, e voi, domeniche del Béarn, che, dai torrenti al monte, suonate vespro in un cielo d'oro: Faustina, quando lo sguardo da qui si piega verso l'acqua, c'è il sole sul nostro capo, e ai piedi Gelos ridente, dove fioriscono i sentieri della Vallée Heureuse... (N. 83). Lo stile caratteristico delle Impostures rapido, conciso, ellittico, dove ha gran peso la battuta finale, arguto e mordente, qui si libera in un canto ampio nato dalla scelta di parole sonore e dolci. Con grande raffinatezza Toulet si vale spesso dell'onomatopeia per rendere piú vivo il suo quadro, come nella massima 87: « Conoscete, in un pomeriggio d'agosto arso di polvere, la grotta in cui si spegne il sole, e donde, goccia a goccia, una sorgente misura il silenzio, al cadere delle sue gelide lagrime? », antici- pazione di alcune tre le Contrerimes piú belle; o in quella N. 115, ove il sibilo del vento marino tra i filaos dell'isola Maurice è reso mediante il susseguirsi di suoni aspri: Tu non conosci, Floryse, il paese dei tuoi padri, neppure quell'isola che si direbbe un fiore dimenticato ai limiti del fiume Oceano. Tu non conosci la terra di muschio, ove sotto rupi che suggellano il mistero del loro nome, il loro sonno confusamente s'incanta alla voce dei filaos e del mare... Al mondo delle Massime ci riconduce un'opera minima di Toulet, pub- blicata postuma: Un conte et des histoires (Parigi, Les Coussins du Divan, 1927). Dopo un breve racconto, La Romanelle, che evoca in un'atmosfera fantastica, la Parigi splendente e oscura dell'epoca del Mazzarino--una favola in cui i personaggi si muovono come ombre tra le nebbie dell'op- pio--la sensibilità dello scrittore trova modo di concretarsi in alcune paperolles, ovvero brevi raccontini che ben poco di nuovo ci possono of- frire per penetrare nel mondo di Toulet. Anche qui, deliziose visioni di donne sono campite in un'aria freddolosa e carica di pioggia con due pen- nellate sicure e felici: C~era, posate come rondini sui fili del telegrafo, un volo di piccole, piccole donne che tremavano di freddo sotto i loro vestiti umidl di pioggia, serrandos le une contro le altre.--Noi siamo, dicevano, tutte le tenerezze partite tele- graficamente, ma senza ritorno. (Cfr. op. cit., p. 58). Lo strale gli è caduto di mano e un'immensa tenerezza, che preannuncia il mondo di certe Contrerimes, avvolge questo rapido schizzo che ci ram- menta certe visioni impressioniste un po' dolenti un po' sorridenti. Il sen- timento romantico di Toulet, tante volte ricacciato indietro, traspare in questa confessione, quasi strappata all'anima, come riemersa oltre le frustra- zioni dei sentimenti piú vivi e ombratili: Le nuvole sono sospese sulla collina, ma la speranza e il dubbio sul mio cuore. Quando mezzogiorno le sperderà, tutte le cose diverranno chiare e un grande silenzio regnerà nel mio cuore. Ma, Doliah, quand'anche uscissi dal bagno, t'avvlluppa non so quale pudicizia, che sempre ti copre dinanzi al tuo cuore. (Cfr. op. cit., p. 58). La scena è sensuale, ma pudica e come velata da un'ombra di malinco- nia, quasi il poeta rassegnato aspiri al grande silenzio di un'anima in cui le lotte si sono acquietate. I temi di Toulet compaiono in nuce in un'operetta, non certo ultima in ordine di tempo, che l'editore Martineau ha pubblicato nel 1949 (No- stalgies, Parigi, Le Divan); sono tre novelle, composte negli anni giova- nili, quando il poeta viveva nel Béarn, intento ai suoi primi lavori letterari, agli abbozzi di poesie espresse in una forma già singolare sebbene ancora impacciata. La prima novella Aut diabolus aut foamina (1° dicembre 1891) si muove in quell'atmosfera che ripete l'eco delle letture del poeta, preci- puamente di Poe e di Maupassant. La voce di Poe si avverte subito ISn dall'inizio; suo è il tentativo di esprimersi in una forma, malgrado il di- scorso sia tenuto in prima persona, quasi cronachistica, in cui si tenta di spiegare il fenomeno attraverso un linguaggio imbevuto di elementi scien- tifici. Egli cerca di introdurre il lettore gradatamente in un mondo alluci- nato, ove si sente vivere una presenza occulta, l'ectoplasma; ma l'abbon- danza di aggettivi e sostantivi di forte significato, quali horrifié, cauchemar, épouvantable, hantise, di immagini che dovrebbero destare la paura, di si- tuazioni soprannaturali sminuisce l'interesse del lettore, che si sorprende a sorridere. Di Maupassant è il gusto di dipingere persone laide e luoghi sozzi con un sorriso di scherno e di chiudere scherzosamente il racconto. Il secondo racconto (Nostalgies), da cui Martineau ha tratto il titolo dell'intera raccolta, fu terminato nell'ottobre del 1893 e vi si respira l'aria di Carresse e del Béarn. Egli pensava di scrivere un romanzo in forma di diario; in un quaderno (24 ottobre 1891) tracciò uno schema sommario dell'opera, che si trasformò in una novella. L'espressione è già personale, personale il vocabolario, personali gli stati d'animo e quel panteismo che sorge in lui di fronte alle cose belle della natura: Come sono pesanti e sensuali questi venti di S. Martino, quando il cuore fonde come un frutto troppo maturo, e come opprime il crepuscolo ogni giorno, lontano dalle luci. Si aspira, allora, lungi dalle ore e dalle sfumature indecise, a climi piú stabili. Qui, in questo lembo di Francia semimeridionale, anche l'inverno soddisferà di piú, immagine della morte inalterabile, e l'estate, so- prattutto l'estate implacabile, quando le ore sono uguali, ii cielo bianco, quando come mummie coscienti si può subire la vita in riposo, senza rivolta, né gioia, né sofferenza. (Cfr. op. cit., p. 32). ~. qui l'esaltazione dell'estate, con i suoi silenzi rotti dal rumore di un insetto, con la sua luce cruda sui campi, l'estate afosa dei Pirenei, le cui cime piú alte sono velate da una bruma bianca e spessa che chiude l'oriz- zonte in un'apparenza di prospettive livellate e fittizie, tanto da simulare la pianura; è qui il dolente saluto dell'autunno col suo girotondo di foglie cadenti, che ci fa pensare alle struggenti visioni delle Contrerimes; è qui la nostalgia per le terre d'Oriente e per il soggiorno ad Algeri, per le variopin- te fanciulle che popolano quel mondo esotico. Malgrado egli affermi che ogni entusiasmo o allucinazione sono assenti in lui, che il proprio spirito dialettico è fatale al misticismo, e si trinceri perciò dietro al muro rugoso dell'ironia, arma a due tagli che ferisce non tanto gli altri quanto se stessi, reca in sé la consapevolezza della propria sensibilità raffinata, di cui diffida e che lo induce tuttavia a provare una specie di rancune contro la vita opaca che si conduce nelle sale da giuoco e nei bistrots; riconosce che solo nei contadini della sua terra, privi di so- vrastrutture cerebrali, si concreta l'amore incondizionato per il proprio cielo, i boschi, le acque. Ma al desiderio di una tale vita, che consente uno stretto connubio dell'uomo con la natura, si unisce la nostalgia per 1 i e créole, una terra cara a lui come un'altra patria. Perciò egli si sente un po' straniero ovunque: « un falso creolo, un bearnese di scarto.... un parigino di provincia... ». E questo racconto il dimidium animae dello scrittore, che non scon- fessa il suo desiderio di un affetto tranquillo per una donna dal carattere ormai provato dalla vita e reso dolce da essa; che afferma la necessità di avvicinare creature oneste, sincere, fra il grosso numero di abituali menzo- gne e astuzie grossolane. Aperta è la sua confessione di epicureismo, assor- bito dalle letture di Orazio, di cui si sente l'eco nei versi; la sua aspirazione è di « non turbarsi per chimere, gioie remote », di cogliere l'ora come essa arriva e di bere a larghi sorsi la vita, come un'acqua lenta e tran- quilla. Anche qui, tuttavia, si nota il brusco ritrarsi del poeta, la cui confessione rimane sospesa nella gola come un discorso difficile che non si vuol protrarre; il pathos circolante in tutto il racconto che, per la vena di poesia sottile da cui è percorso, ha la felice apertura delle migliori pagine liriche, si raggela subitamente in un tono di galanteria beffarda e pungente. L'ultimo racconto Un serf nasce e si sviluppa in tutt'altro clima, quello dei racconti naturalistici. ~ il meno vivo e il meno tuletiano dei tre, mal- grado la malinconia che sorge dalla disumana situazione di una donna, simile ad una lupa, permeata di una sensualità acre e primordiale, che di- strugge il suo matrimonio e la sua famiglia per inseguire un pastore. Il servo è il marito, il quale non si capisce in virtú di quale processo psico- logico, si adatta a seguire i due amanti come un servo. L'analisi dei carat- teri manca di finezza e di penetrazione; l'azione si svolge troppo rapida- mente; i personaggi si muovono come ombre nello sfondo della splendida 54 campagna paloise, nella cui rappresentazione Toulet sa trovare i suoi toni migliori. Egli dipinge con una ricchezza straordinaria di tavolozza la sua natura, con colori cosí inconsueti che sembrano inventati attraverso strane misture. Certi momenti, i piú felici, quale la descrizione di una merenda in campagna, furono trasferiti di peso nel Monsieur du Paur, trasferimento che testimonia il processo di lavoro di Toulet, che consisteva nel rielabo- rare piú volte i suoi temi. Un serf è l'unico dei tre racconti che Toulet ha pubblicato a Parigi in « L'Art et la Vie >~, il 15 marzo 1894. Dei romanzi di Toulet rimangono attuali i momenti lirici, che rivelano i semi e la genesi delle Contrerimes, della cui tematica rappresentano per cosí dire il completamento: Toulet è un poeta e tale rimane anche nel- l'opera in prosa. L'elemento lirico è incoercibile in lui e riaffiora in ogni romanzo, anche nei piú scialbi e fumettistici che egli scriveva in collaborazione di Curnon- sky e Willy; le cose dell'universo lo costringono sempre ad usare un lin- guaggio raffinato e solenne per dirne la bellezza, malgrado il rifiuto pieno di scherno al sublime, piú volte affermato. Sono l'acutezza di osservazione, la precisione commossa nell'evocare i fantasmi, la vena di tristezza assorta dinanzi agli aspetti della natura gli elementi indistruttibili dell'opera di Toulet, che della natura ha una con- cezione quasi romantica: come Lamartine e Vigny vede in essa la conso- latrice degli affanni e il rimedio ai dolori della vita, o come per Baudelaire essa rappresenta il rifugio alle banalità della vita. Le parole del protago- nista di Les tendres Ménages denudano la situazione sentimentale del poe- ta: « Come vorrei inabissarmi con te, lontano da qui, in balia del caso, in qualche città notturna del Sud, quando sembra che le stelle piangano sulla fronte della notte, e la gente canta con voce decrescente lungo le strade » (cfr. op. cit., p. 144). Ma le descrizioni, pur distaccate dal contesto--e tale distacco è sensi- bile per la differenza con cui si attua il movimento lirico ampio, modulato su note ora sorde ora sonore, sempre traduzione di uno stato d'animo autentico--non sono freddi pezzi di bravura, poiché riflettono il lungo sodalizio di un uomo con la sua terra, di cui conosce tutti i segreti, di un uomo disposto non tanto a instaurare un colloquio con i suoi simili, quanto piuttosto ad ascoltare il linguaggio che si sprigiona dalle cose. Bastano il volo di un moscerino, lo stridio di un passo sulla ghiaia, la tristezza di una tromba nell'aria dell'autunno, le gradazioni cupe che assumono le Landes, oppure il mare, mutevole secondo le stagioni, per astrarre il poeta dal suo ragionamento. In ogni romanzo, in ogni racconto egli trova modo di aprire un pertugio nel monotono corridoio delle azioni, di astrarre il lettore di viva forza dall'uggiosa atmosfera suscitata dai personaggi vuoti, dalle situazioni assurde e da certe pagine prive di emozione. Certi squarci lirici, certi ripiegamenti sentimentali, espressi in una forma sempre po- lita e sottoposta ad un controllo cerebrale severo, sono le riuscite migliori di Toulet scrittore in prosa; e si dovrebbe poter isolare e raccogliere in un'antologia, a guisa di poemetti in prosa, tali momenti. Nei vari romanzi tema dominante è l'esaltazione della campagna, quasi sempre quella dei bassi Pirenei: Dappertutto viveva, formicolava e si agitava la terra. Farfalle volavano vi- cino alle mie guance; sotto ai piedi l'erba era umida. Correva un po' d'acqua lungo le siepi... a sette o a otto anni ero panteista, certo, a contatto con la atura, quando mezzo sdraiato sotto il platano, in cima al prato, guardavo fuggire il paesaggio, oltre la chiesa di Cassaber, e i picchi di Sorde, fino alla torre di Peyrehorade, all'orizzonte estremo; finché la bellezza troppo viva della terra e del giorno non facesse salire ai miei occhi le prime lagrime di piacere. Allora, dappertutto, attorno a me ondeggiava una presenza confusa, che non distinguevo troppo bene dall'acqua che corre, dalle bestie, dalle nuvole can- gianti. (Cfr. M. du Paur, op. cit., pp. 17-18). Codesto paesaggio, che è entrato nel suo sangue a tal punto da co- 56 stituire quasi un elemento vitale, egli ripropone, sollecitato dal ricordo, sempre con nuovi accenti, come un pittore che prova e riprova tonalità intentate e diverse linee per tradurre l'intensità emotiva, che un solo paesaggio ripetutamente suggerisce. Sono visioni agresti, ove compaiono i contadini bearnesi, dal gesto lento e grave, rituale, che spingono il loro bestiame nella solitudine vasta dei campi, il cui silenzio è rotto dal cigolio dei carri e da un antico canto lento e triste. Per la semplicità del linguag- gio privo di artifici, per l'autenticità dell'emozione, che si traduce in pura lirica, codesto paesaggio non ha nulla da invidiare a quelli virgiliani e ci propone la stessa tematica della sera bucolica: Intanto tardi contadini, dal gesto circospetto, tornano al villaggio, spingendo dinanzi a loro il bestiame. Hanno gli zigomi sporgenti, una bocca beffarda, il labbro completamente rasato, un occhio quieto e astuto insieme. Talvolta un'asse cigola. Si vede un carro avvicinarsi pesantemente, nero sotto il cielo di perla. L'uomo sta in piedi, pungolando i buoi e canta una canzone vecchia, lenta, triste, che interrompe per salutare... Ecco il torrente. Sotto il cielo sfumato corre rapido e lucente tra le alte rive. Si vede la chiatta staccarsi dall'altra riva, simile ad una frastagliatura nera. Un gruppo immobile e preciso di bestie, di attrezzi, di gente la occupa, un gruppo che animano solo le braccia del nocchiero, che si issa sulla sua corda, mentre, a tratti, si fa sentire il rotolio leggero della puleggia sul canapo. (Cfr. Les tendres Ménages, Parigi, Rombaldi, 1944, pp. 14-15). Si avverte in queste descrizioni una finezza nella scelta del vocabolo, un'astuzia nel piegarlo ad esprimere in maniera del tutto originale un'im magine consueta tali che rimaniamo colpiti dall'intensità dei termini evG- cativi e sonori: Com'era bella... Ia sera d'agosto e d'ambra, in cui ella mi svelò, rovesciandosi sull'erba di quel prato la cui ombra è azzurra, che la famosa biancheria del Béarn è piú rara dell'amore. L'ombra amara era odorosa di bosco attorno a noi mentre l'Angelus cantava attraverso le ardesie di un campanile vicino, e il torrente si dilaniava, senza tregua, contro le rive,--súbito lanciò verso di me un riso cosí provocante, cosí glorioso, che si sarebbe detta frustare il mi desiderio con un fiore scarlatto. (Cfr. Comme une Fantaisie, op. cit., pp. 106-107). Il periodo, che, data la sua fluidità, sembra seguire il correre del fiume, per mezzo dei suoni lunghi e musicali (come l'avverbio incessammen~ se- guito dal complemento contre ses rives, ove gioca anche la semimuta finale di rives, che prolunga il suono, secondo un procedimento familiare al Tou- let delle Contrerimes) improvvisamente si frange in termini brevi acuti (come l'aggettivo écarlate) che evocano il riso di una fanciulla. ~ da no- tare il contrasto provocato dal soudain, secco repentino, come un acuto di tromba, con l'andante lento della prima parte del periodo, che sembra estenuarsi nella dolcezza dei termini. Lo scrittore sa creare attimi eterni, quasi lembi di un sogno indimenticabile, mediante un'escavazione conti- nua del suo linguaggio, un'estenuante ricerca di stile, mentre l'opera, nel suo complesso, gli rimane estranea. Un'autentica nota di felicità si avverte ogni qualvolta Toulet descrive l'aria immobile dell'estate, il piegarsi dei cieli sulla terra bruciata dal sole, il variare della luce secondo il mobile alternarsi delle nuvole. Egli, dotato com'è di una natura ricettiva, si sente talmente immesso nella natura circostante da annullare in essa quasi la propria presenza, per cogliere le percezioni piú sottili che si sprigionano dalla terra; la voce si colora di sfumature sottili, che variano dalla tene- rezza alla voluttà, dalla sofferenza acuta e indomabile alla gioia piú libera: Io venni al mondo nel Béarn dalle belle pietre, l'aria è cosí pura che si prova piacere, quasi sofferenza talvolta, solo al respirarla quando scende dai monti; ma la frescura dell'ombra, dove si sogna e si rammenta, è cosí sottile che si pensa di non sentire piú il peso delle proprie ossa. Nel silenzio e nella luce, la voce assume una specie di forma sostanziale. In un giorno dell'estate bianco come il metallo, deserto e senza echi, soli dei carrettieri, sulla riva del torrente, gridano dietro ai loro cavalli, caricando pietre; dal basso una bestemmia sale verso il cielo, come un razzo, esita, scoppia, svanisce. Solo rimane il vuoto immenso, ove la gioia di vivere si dilata come un profumo che godrebbe d'essere infinito. (Cfr. Béhanzigue, op. cit., pp. 153-154). L'estate meridionale esplode un po' dovunque nelle opere di Toulet, 58 e il poeta tenta piú volte di tradurne l'indicibile chiarità e i silenzi favolosi: 1~ come la paura senza ragione che raggia da un cielo troppo chiaro, ove mezzogiorno s'incendia e scolora. Mezzogiorno privo di canti, d'ombre, di fontane; mezzogiorno vestito del solo splendore dell'ora, e cosí terribile nella sua arida solitudine che si potrebbe solamente fremere nel vedere stamparsi sulla polvere,--la molle, la sorda polvere, un passo forcuto. (Cfr. op. cit., p. 63). Toulet è il poeta di certe visioni ampie, solenni, ove aleggia una feli- cità panica, una sensualità aperta per la parola, che è suono e immagine, tanto da rammentarci la felicità tesa fino all'estenuazione dei sensi di certe evocazioni dannunziane, se non fosse per l'essenzialità del linguaggio. Pa- gine di poesia pura, ove sembra risonare un'eco lucreziana, sono le de- scrizioni della terra, nell'ora in cui infuria l'estate; e sembra che lo scrit- tore sia intento a carpire, con la sua capillare sensibilità, il misterioso lin- guaggio che si sprigiona dai campi immobili sotto il sole: In pieno mezzogiorno, d'estate, quando i campi, i giardini, i boschi sono immobili di calore, è nulla la vita; nulla