LE GUERRE DEL FUTURO di Sergio Ferrari * ************ Un miliardo e quattrocento milioni di persone, una su quattro dell’intera popolazione mondiale, non hanno accesso all’acqua in prossimità della propria casa o nelle vicinanze. L’80% delle malattie nei paesi dell’emisfero Sud è collegato al problema dell’acqua. In Africa, una persona su due soffre a causa di una malattia direttamente dipendente dal consumo di acqua non potabile. Attualmente, sottosviluppo, marginalità e miseria sono strettamente connesse ad una cattiva ripartizione della risorsa acqua. Le guerre ed i contrasti regionali del domani, coincideranno con la lotta per il controllo delle fonti e delle riserve strategiche del liquido vitale. Proseguendo con la attuale tendenza, entro venticinque anni, più della metà dell’intera popolazione mondiale – calcolata in 8 miliardi di persone nel 2020 – non avrà a disposizione un quantitativo sufficiente di acqua per il proprio consumo di base. Un’ipotesi quasi inimmaginabile, secondo l’analisi dell’italiano professore Riccardo Petrella, uno degli specialisti più noti a livello mondiale in materia di acque. "L’acqua è un bene comune di tutta l’umanità e come tale va inteso e difeso", ha sottolineato lo stesso Petrella durante una recente visita in Svizzera alle principali ONG (Organizzazioni non Governative) per lo sviluppo, che hanno da poco lanciato una campagna pubblica contro la privatizzazione delle acque e a favore di una Convenzione Internazionale. La situazione planetaria è allarmante: il 60% delle fonti d’acqua è localizzato in soli nove paesi – tra questi gli Stati Uniti, la Russia, il Canada, il Brasile, la Cina e l’Indonesia. Mentre altri ottanta paesi, che raggruppano il 40% della popolazione mondiale, si debbono già confrontare con una grave penuria idrica. PER UN CONTRATTO MONDIALE SULL’ACQUA Studi accreditati rivelano che una persona deve poter disporre di un minimo di 20 litri d’acqua al giorno. Per bere, cucinare ed assicurarsi una buona igiene che permetta di prevenire le malattie più comuni. Ma come assicurare questo minimo vitale in un pianeta nel quale un essere umano su quattro non dispone di acqua potabile o quanto meno di una quantità sufficiente di questa? Questione essenziale che suscita la riflessione di Riccardo Petrella, secondo cui il problema di fondo è politico e la sua soluzione, pertanto, deve essere squisitamente politica. "Dobbiamo attivarci per un Contratto Mondiale dell’Acqua", dichiara Petrella, autore del Manifesto dell’Acqua, che rappresenta uno dei tentativi più seri di riflessione e di ipotesi di azione. Questo Contratto, prosegue Petrella, è basato su quattro principi. Il primo afferma che l’acqua è fonte di vita e come tale deve essere considerato un bene comune. L’acqua della Svizzera, della Cina o del Brasile non appartiene solo a quei paesi ma a tutta la società planetaria. Collegato al precedente, il secondo punto afferma che l’acqua è un diritto indiscutibile. Non c’è nulla da dimostrare. Ne abbiamo diritto perché esistiamo. In terzo luogo, la responsabilità dell’accesso è collettiva. E la sua gestione deve essere affidata alle comunità. Se si calcola che ogni persona necessita ogni anno un minimo di 1700 m3 di acqua – e si tiene presente che al di sotto di quel quantitativo l’individuo soffre di un vero e proprio "stress idrico" – è assolutamente essenziale che quel quantitativo venga garantito a tutti gli abitanti della Terra. Quarto ed ultimo punto, un principio che racchiude i tre precedenti: la gestione dell’acqua è una questione che deve essere affidata alla collettività e non può dipendere né essere delegata a tecnocrati, ingegneri, esperti: sono le popolazioni che devono gestirla, garantendone un utilizzo collettivo e democratico irrinunciabile. Inoltre, per principio – continua Petrella – questo Contratto Mondiale deve poter contare su istituzioni e regolamenti. Proprio in opposizione all’attuale, crescente tendenza alla privatizzazione – parte di un movimento generalizzato che presuppone quali valori assoluti il mercato e il profitto – la tesi del Contratto acquista maggior forza. Sono necessari meccanismi di regolamentazione del mercato dei capitali, della finanza pubblica e privata, sotto il controllo di un Parlamento Mondiale dell’Acqua, che non dovrebbe divenire un’organizzazione tecnocratica ma democratica, cioè aperta ai cittadini. Questo Parlamento assumerebbe la responsabilità di stabilire i grandi principi: l’acqua come bene comune dell’umanità; l’accesso quale diritto singolo e collettivo e, riguardo alle tariffe, una responsabilità comune, per assicurare quel minimo di 1700 m3 all’anno ad ogni persona. FRENARE LA TENDENZA REGRESSIVA L’accesso all’acqua rappresenta un diritto alla vita, un diritto umano, afferma Petrella. Possiamo vivere senza Internet ma non senz’acqua. Il diritto all’acqua è stato riconosciuto come tale in differenti convenzioni internazionali. Una prima volta in Argentina negli anni ’70, durante una Conferenza delle Nazioni Unite. E ancora nel 1992, durante l’incontro mondiale di Rio de Janeiro, con l’adozione di una Convenzione ad hoc. Tuttavia, quest’anno, durante il recente Foro Mondiale sull’Acqua tenutosi all’Aia, in Olanda, le istituzioni delle Nazioni Unite, di comune accordo con la Banca Mondiale e le imprese interessate alle acque - presenti in gran numero - si sono opposte all’inserimento del principio dell’acqua quale diritto umano nella dichiarazione finale, affermando che si tratta "soltanto" di una necessità vitale e non di un diritto! Si sta tornando indietro, insiste Petrella. "E’ preoccupante dover constatare che stiamo tornando su posizioni retrograde. E che si debba ridiscutere principi già affermati in precedenti occasioni, per effetto di un’imposizione della cultura dominante, che pensa possa esistere la sola logica del mercato, del profitto, dell’esaltazione, della tecnologia. Questo è tutto ciò che conta per loro, ma non il principio peraltro già accettato – ed oggi rinnegato – dell’accesso all’acqua come diritto fondamentale. Paradossalmente siamo obbligati a ridiscutere obiettivi già raggiunti, a ribadire diritti, che i nostri padri avevano riconosciuto come validi già alcuni decenni fa, con l’aggravante della privatizzazione dell’acqua, precisa lo specialista. L’acqua appartiene all’uomo, alla flora e alla fauna, cioè al pianeta. E’ un patrimonio che dobbiamo imparare ad amministrare. Con la crescente privatizzazione, rischiamo che il futuro, nuovo mercato dell’acqua assomigli sempre più a quello del petrolio. Non possiamo assoggettare l’acqua alla logica del mercato. Chi garantirà il liquido vitale a quanti non abbiano un potere d’acquisto sufficiente per comprarselo? E’ sempre più evidente che sono le imprese multinazionali, tipo Nestlé o Coca-Cola, che fanno gli affari migliori con le vendite di acqua in bottiglia. Lucrano sulla penuria d’acqua di milioni di esseri umani che non hanno possibilità di accedervi. "Dobbiamo opporci alla privatizzazione dell’acqua così come ci opporremmo a quella dell’aria", enfatizza Petrella, che, tuttavia, ammette possa esistere una differenza tra il possedere l’acqua – che appartiene alla collettività – e il gestirla – servizio che può essere anche affidato a privati, ma sotto stretta vigilanza dello Stato. OFFENSIVA INTERNAZIONALE Di fronte a questa preoccupante tendenza privatizzatrice, insiste Petrella, la sfida più importante diviene una gestione democratica della risorsa acqua, affidata ai cittadini. Questa sfida deve portare all’accettazione del Contratto Mondiale dell’Acqua, già nella riunione ufficiale "Rio + 10" che si terrà a Bonn, in Germania, nel 2002 – a dieci anni di distanza dall’incontro di Rio de Janeiro. Su questo obiettivo - specifica lo studioso italiano, docente all’Università di Lovanio – stanno convergendo Associazioni di Sostegno di tutto il mondo, già esistenti in Svizzera, Italia, Belgio e che, nei prossimi mesi, verranno istituite anche negli Stati Uniti e in India. Un’associazione di questa natura sorgerà in Brasile nel marzo del prossimo anno. E proprio dal paese sudamericano giunge un forte appoggio dal movimento contadino dei Senza Terra, così come dai ceti medi, dal mondo universitario e politico, come nel caso del senatore Candido Mendes. "Sarò presente a fine gennaio del 2001 al Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre, in Brasile, anche per parlare in quella importante sede internazionale sul tema dell’Acqua, rinnovando la necessità e l’urgenza di una mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale affinché l’acqua venga difesa come bene pubblico", ha sostenuto il presidente del Gruppo di Lisbona. Una mobilitazione necessaria a livello planetario, secondo Petrella, se si vuole riuscire, in una ventina d’anni, a far sì che tutta la popolazione mondiale possa disporre di acqua potabile. Quale può essere il ruolo delle ONG in questo percorso? "Le Ong hanno un triplice compito da svolgere. Primo, informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema acqua, le sfide e le prospettive sul piano locale, nazionale ed internazionale. Secondo, promuovere la mobilitazione dell’opinione pubblica al fine di assicurare una partecipazione attiva al dibattito e alla ricerca di possibili soluzioni miranti a mantenere la risorsa acqua all’interno della sfera pubblica, conseguentemente amministrata quale bene pubblico. Terzo ed ultimo, mantenere una costante pressione popolare sui dirigenti politici e sugli attori socio-economici, per garantire una continuità d’azione ed una valutazione costante degli eventi, affinché soluzioni solidali, democratiche e pacifiche divengano la regola di condotta tra gruppi sociali, paesi e utenti dell’acqua. *Sergio Ferrari è un giornalista argentino che ha lavorato molti anni in America Latina e adesso vive e lavora in Svizzera per l'agenzia latinoamericana PULSAR ed altre testate UN BENE PUBBLICO PLANETARIO Le principali Ong svizzere hanno lanciato a Berna, nella prima quindicina di settembre, una campagna nazionale di sensibilizzazione e pressione politica. Chiedono che l’acqua venga considerata un bene pubblico, non soggetto a privatizzazione, all’interno della costituzione federale elvetica. E si impegnano a sostenere una Convenzione Internazionale per assicurare che nei prossimi venti anni tutta la popolazione del pianeta abbia accesso all’acqua potabile.