Una razza in estinzione - Il bambino col pallone Stefano Benni ********** Egli fu a suo tempo uno dei padroni della città, non riempita da cemento e macchine, non ipnotizzata dalla televisione. Piazze, strade, giardini, portoni di chiesa risuonavano del suo rumore, il secco schiaffo del pallone di cuoio o il morbido bacio del pallone di plastica, che insieme rubarono migliaia di ore di sonno ai lavoratori. Nei pomeriggi di primavera o nelle sere di estate, chi non ha mai avuto il tetto della macchina percosso da una pallonata, o una vecchia nonna dribblata e lasciata dolorante al suolo, o un vetro rotto, o un'aiuola devastata, chi non ha visto sul cancello o sul portone della sua casa l'orrendo marchio rotondo di un pallone bagnato? Chi non ha conosciuto, insomma, il bambino col pallone, chi non lo ha visto percorrere la città, da solo o in branco, con cigolante rumore di mandria in scarpette da tennis, mentre avanzava con la fierezza di un conquistatore, facendo rimbalzare il pallone sulle vetrine e sulle macchine, scartando le signore eleganti, facendo passare la palla tra le gambe di signori austeri, per poi raggiungere la sua meta: il campo da gioco, il giardino, la piazza, la strada, il cortile ove consumare il suo rito. Ahimè, i bambini col pallone sono una razza quasi estinta. Se dimostrano propensione al calcio, vengono avviati non già in strada o in parrocchia, ma nelle giovanili della squadra cittadina, e a quattordici anni hanno già la Porsche. I campi da gioco, si sono ristretti: non è raro incontrare gli ultimi esemplari di questa razza giocare negli ascensori due contro due, o su piccoli terrazzi pensili da dove il pallone precipita in strada fra urla di orrore, o riunirsi in venti a giocare una specie di calcio carambola in un garagino o giocare da soli, contro il muro, ripetendo a voce alta una delirante telecronaca. Oppure tutt'al più giocare in qualche giardino pubblico sotto l'occhio vigile di un vigile che impedisce il turpiloquio, gli atti osceni, le pallonate nei coglioni, tutto ciò insomma che rende bella la vita di un bambino con pallone. In qualche paesino, in qualche remota contrada, ancora li possiamo vedere, ruspanti, schiantare le porte delle parrocchie e falciare coi piedi l'erba alta due metri in prati intonsi. Oggi, in città, essi sono sempre più tristi e rari, i campi sempre più piccoli, e Mazinga sempre più grande. Ma c'era un tempo che... Epopea dei bambino con pallone: il campo da gioco Campo da gioco poteva essere qualsiasi spazio superiore al metro quadrato. Si andava dal giardinetto pieno di fiori, alla strada, al vicolo, al vero prato. Il più frequentato era il giardinetto scosceso, con aiuole di oleandri e petunie, grossi sassi insidiosi, buche e salitine, dove potevano giocare dai 2 ai 40 elementi. Molto spesso in questo campo, esattamente in mezzo, c'era un grosso albero-centromediano, contro cui schiantarsi. Oppure si poteva avere l'ebbrezza di contendersi un pallone in un aiuola di petunie, zappando tutto intorno petali e zolle in una colorata eruzione. Si veniva fermati dal terzino avversario ma molto più spesso da uno scivolone sopra una lumaca, o una merda di cane, o si derapava sulla ghiaia con orribile rumore. Quasi tutti questi giardinetti avevano, come caratteristica comune, il fondo di ghiaino, cioè di piccoli sassolini appuntiti. Questo portava tre vantaggi: uno, era assolutamente da escludere che il pallone rimbalzasse in qualche modo normale, o previsto da una legge fisica: appena toccava terra rimbalzava in modo autonomo, di striscio, o altissimo, o si interrava: questo rendeva il gioco vivace e imprevedibile. Due: era consentito, nel tirare in porta, sparare prima la famosa "zappata", cioè un calcio nella terra che bombardava il portiere di due chili di ghiaino in faccia e negli occhi, e poi batterlo con un tiro preciso. I più bravi tiravano anche zolle e sassi di un certo peso. Narrasi di un tale che segnò un rigore dopo aver accecato il portiere avversario con una talpa in mezzo agli occhi: ma qua parliamo di fuoriclasse. Terzo vantaggio: cadendo sul ghiaino, non ci si rompevano le gambe: ci si produceva la famosa raspata, cioè una lunga scarnificazione della gamba, o del gomito, dal caratteristico aspetto puntiforme. I giocatori da giardinetto si riconoscevano appunto dalle "crostate", cioè i crostoni di quattro rape rispettivamente sui gomiti e sulle ginocchia, con cicatrici simili a crateri lunari. Veniva chiamato pratone uno spazio terroso, quasi sempre alla periferia della città, di dimensioni notevoli. Malgrado il nome, pratone, questo campo non aveva erba: solo un minuscolo ciuffo sulla zona laterale destra che però veniva coperto con un bicchiere per preservarlo. Il fondo era un misto di terra, barattoli, amianto, funghi, stracci bagnati, preservativi, sassi, cocci, mattoni, insomma, tutto quello che poteva impedire a un terreno di essere liscio. Il pratone era inoltre in forte pendenza: per questo a metà partita bisognava cambiare campo. Perché non era raro il caso di pratoni come quello della Beverara in cui giocare in discesa era un grande vantaggio. Una delle porte era infatti situata a quota trecentoventi metri: si respirava una buona aria di collina. L'altra era trenta sotto il livello del mare, sempre coperta dalla nebbia. Chi giocava in discesa aveva un solo problema: toccare la palla, che di sua spontanea volontà prendeva la ruzzola e piombava nel campo avversario a velocità impressionanti. Chi giocava in salita aveva come problema quello di riuscire almeno a salire fino alla porta avversaria e vedere dov'era per regolarsi. Un altro tipo di pratone era il pratone cosiddetto fetente, vicino a una discarica della spazzatura. Qua si giocava in una melassa di oggetti vivi e morti, e il problema principale era di colpire la palla e non i topi. I topi erano infatti numerosi e a volte si riunivano in squadre da undici e ci sfidavano. Il più bravo di loro, Attila, un bel topo grigio alto sul metro e quaranta, fece un provino per la Juventus ma fu scartato perché era facile fermarlo pestandogli la coda. Un altro pratone famoso ai nostri tempi era quello sul Reno, detto la palude. Nove mesi all'anno questo campo era un mare di fango nerastro. Si giocava scivolando per metri e metri e si ritornava a casa argillati come statue greche. Poi, improvvisamente, in luglio il campo si solidificava acquistando una durezza incredibile, di diamante. Bastava cadere una volta sola su questo terreno e la frattura era assicurata. Perciò era molto difficile trovare qualcuno che facesse il portiere e si tuffasse. Tentava qualche coraggioso con un copertone intorno alla vita, o imbottito di maglioni come una guida tibetana; provavamo anche a spargere segatura e trucioli e sabbia vicino alla porta, ma tutto invano. Alla prima parata, si sentiva un crac d'ossa e bisognava cambiare portiere: fino a venti per partita. Una volta credemmo di risolvere il problema portando sui pratone due materassi. I portieri si addormentarono e la partita finì ventidue pari. Trovammo allora un pratone molto bello vicino a un cimitero. A ogni pallonata emergeva dal suolo un teschio, un reperto osseo, o qualcosa di simile. Una sera, sull'uno a uno, l'arbitro dovette sospendere la partita perché, dopo una mischia in area, era venuto alla luce lo scheletro di un mammut di duecento tonnellate. Il pratone fu dichiarato zona archeologica. Ne trovammo subito uno nuovo esattamente al centro di uno snodo dell'autostrada. Era molto bello, ma tutte le volte che la palla usciva dal campo, bisognava riprenderla lanciandosi tra macchine e camion ai duecento all'ora. In due mesi perdemmo nove giocatori e causammo circa duecento incidenti, anche se eravamo molto popolari tra i camionisti, alcuni dei quali si fermavano per vederci giocare causando tamponamenti di otto-nove chilometri. Espulsi anche da questo pratone, ne trovammo uno parrocchiale. Però il parroco pretendeva che giocassimo tutti vestiti da cresima, che dicessimo le preghiere prima di ogni tempo, che non bestemmiassimo e che, a ogni gol, ringraziassimo ad alta voce il cardinale, una cui effigie era montata sulla traversa. Tutto andò bene fino al settimo minuto, quando tale Marconcini, nativo di Rioveggio, di anni dieci, prese il palo, disse novanta bestemmie in apnea senza tirare il fiato, sputò per terra, e disse: "Almeno avessi tirato giù quella faccia di gufo del cardinale". Fummo cacciati: ma trovammo un ottimo pratone vicino a una industria: si giocava benissimo: solo ogni tanto passava una nube di gas e ci copriva completamente di giallo, cominciavamo a vomitare e svenivamo. Dovevamo fare dieci tempi di nove minuti per andare più in là a respirare. Smettemmo quando notammo che al portiere che giocava più vicino all'industria era cresciuta una mano supplementare, e lui non lo voleva dire perché parava meglio. Trovammo un campo comunale. Ma il custode non ci lasciò entrare. Chiedemmo perché. Non lo so, disse il custode, ma non è mai esistito un custode di campo comunale che dia a qualcuno il permesso di giocare. Compito del custode è di respingere, infastidito e incazzato, ogni richiesta in tal senso, e dire che non dipende da lui. Nessun custode sa perché, ma è sempre stato così. Cambiammo ancora pratone: finché una sera, molti chilometri a est, ne trovammo uno molto bello, con erba soffice, pali robusti, alberi tutto intorno che impedivano al pallone di uscire. Un vero sogno. Ci apprestavamo a entrare, ma due robusti bambinoni ce lo impedirono. No, dissero, in fila con gli altri. Ci fecero girare dall'altra parte. Fin dove lo sguardo arrivava, nella campagna, c'era una fila ininterrotta di bambini, chilometri e chilometri di magliette rossoblù e verdi e gialle e bianconere che aspettavano il loro turno per usufruire del pratone. C'erano bimbi di Siena, di Campobasso, anche di Sassari. Mi ricordo anche che c'erano undici bambini eschimesi con magliette di pelo. Tornammo tristemente in città. Giocammo nel cortile di Bravi, il meccanico, undici contro undici. Una porta era la porta del garage e l'altra era così composta: un palo la colonnina per gonfiare le gomme e l'altro il nonno di Bravi che dormiva su una sedia. Finì tre a due per gli altri, ma noi prendemmo un palo e due nonni. Meritavamo almeno il pareggio. La strada Questa era il campo principe, ove si formavano i veri bambini col pallone, i più coraggiosi, abili e astuti. Solo con queste doti si poteva infatti sopravvivere ai grandi pericoli di questo campo di gioco, e precisamente: Il signore col cappello e il bastone Era un signore di mezza età, con cappello e bastone, che camminava alla velocità di quattrocento metri all'ora e che aveva una irresistibile tendenza a trovarsi sulla traiettoria dei palloni più forti e tesi. Bambini gracili che mai erano riusciti a tirare un pallone più in là di una ventina di metri, alla vista di questo signore sentivano una colata di energia vulcanica scendere dalle gambe ai piedi, e al volo sparavano fucilate di cinquanta metri che colpivano in faccia il signore in questione. Il quale, ripresosi, protestava con la solita frase "andate a giocare da un'altra parte", roteava il bastone, minacciava di chiamare il vigile, finché non la spuntava. Voltava l'angolo brontolando e veniva raggiunto in faccia da un nuovo pallone proiettile a centoventi chilometri all'ora. L'ultima cosa che vedeva prima di svenire era la faccia di un bimbo che gli diceva "è inutile che andiamo a giocare da un'altra parte se anche lei poi viene da quella parte". Il lupo mangiapalloni Questo essere spaventoso, che ogni bambino calciatore ha temuto nelle favole e nelle realtà, era all'aspetto esterno un lupacchiotto assolutamente innocuo, dall'aria giocosa e simpatica. La trasformazione avveniva quando questo lupo sentiva nell'aria odore di gomma di pallone: in questo caso triplicava statura e ferocia, balzava tra i giocatori, e malgrado i calci e i pugni, con un solo colpo dell'apposito dentone sgonfiava il pallone, tornando poi scodinzolando dal suo padrone che sorridendo diceva "vuol solo giocare, è un cucciolo". Bugia! Sandokan, il più temibile lupo mangiapalloni del mio rione, aveva tredici anni e girava ancora con un fiocchetto azzurro al collo per poter passare per cucciolo e placare la sua inestinguibile sete di gomma. Si calcola che nella sua carriera abbia sgonfiato seimila palloni di plastica e quattrocento di cuoio. Morì saltando da un tetto, cercando di mordere al volo il pallone aerostatico della Goodyear. Ai suoi funerali, vedemmo piangere la cartolaia, quella che vendeva i palloni (ci dissero che erano amanti). Il bambino piedestorto Orribile pericolo per ogni gruppo di bambini calciatori, anche il bambino piedestorto non era riconoscibile a un esame esteriore. Era un bambino normale, magari un po' goffo, spesso occhialuto, con scarpe a punta inadatte al gioco. La terribile maledizione del bambino piedestorto si rivelava non appena egli calciava il suo primo pallone. In ogni caso, quale che fosse la sua tecnica, la sua concentrazione, la sua posizione in campo, il pallone calciato da questo individuo finiva sempre: A) dentro un giardino B) sopra un tetto C) conficcato su una rete di recinzione nell'unico spunzone rinvenibile in cinquanta metri di fil di ferro. Nascere bambino piedestorto era la maledizione più terribile che potesse toccare a un bambino che voleva diventare calciatore. La voce della sua malattia si spargeva. Dopo aver sgonfiato palloni in tutte le strade e i rioni della città, veniva riconosciuto. A volte gli veniva dipinta la gamba di giallo, come marchio di infamia. Vagava ore e ore per strade periferiche, finché non trovava, in un cortiletto, due bimbe di tre anni che giocavano rotolandosi con le mani una palletta di gomma colorata. Si inseriva, diceva "posso fare un tiro" e la palletta schizzava su uno spigolo, rimbalzava su una grondaia, e finiva inservibile sul tetto. Le due bambine piangevano disperate, il piedestorto fuggiva pieno di vergogna. C'era nel nostro rione un celebre bambino piedestorto, tale Sacchi, di ottima famiglia, gentile ed educato, Il padre aveva tentato di tutto per guarirlo: lo aveva mandato a lezione privata dall'allenatore del Bologna, lo aveva fatto visitare da famosi ortopedici, ma non c'era stato niente da fare. Aveva anche promesso a noi che avrebbe ripagato ogni pallone forato o perso dal figlio, ma desistette dopo che un giorno gli presentammo il seguente conto. Distrutto da Sacchi piedestorto questa settimana il seguente quantitativo di palloni: N.24 di plastica «Real Madrid» da lire 1000 11 contro cespugli di rose 4 su tetti 6 nel giardino della signora Somaruga 3 su cassoni di camion che passavano N.4 di cuoio «Juventus» da lire 6000 1 in giardino signora Somaruga 1 dentro carro funebre al volo 1 esploso al solo contatto del piede di Sacchi 1 conficcato in cima ad antenna di televisione casa signori Fattori altezza metri 106 allegata fotografia per crederci. Totale lire 47.000 più lire 13.000 di vetri, vasi e fanalini rotti nei vari rimbalzi. Pregasi di saldare al più presto e di avviare Sacchi al nuoto. Grazie: il collettivo bambini col pallone di via Audinot. Il giardino della signora Somaruga Tutti i bambini calciatori, una volta, nella notte, hanno avuto l'incubo di cadere nel giardino della signora Somaruga. Da esso nessun pallone è mai uscito vivo. La signora Somaruga ha costruito, negli anni, una macchina mangiapalloni perfetta. Vedasi la recinzione, calcolata abbastanza bassa da far passare un rimbalzo medio, e irta di terribili spunzoni. Nel giardino, esclusivamente piante grasse: giganteschi cactus spinosi che la signora Somaruga disponeva abilmente a scacchiera, in modo che il pallone avesse ben poche vie di scampo. E poi le aiuole, circondate da pietruzze perfettamente appuntite. E le rose della signora Somaruga: cespugli che erano perfette macchine da guerra: duemila spine per fiore. Un pallone, ripetiamo, aveva ben poche possibilità di uscire vivo di lì. Malgrado tutte le attenzioni dei bambini calciatori, veniva sempre, nella partita, il momento del rimbalzo anomalo, dello spigolo ribelle; e allora, mentre il pallone, come stregato, si avviava verso il recinto spinoso, un nooooooo angoscioso prorompeva dai nostri petti, «no, dalla Somaruga no!». A volte il pallone urtava la rete e tornava in strada. Allora lo abbracciavamo, lo baciavamo, qualcuno gli chiedeva anche se voleva un cognac. Lo scampato pericolo ci rendeva felici per un po' di tempo. Ahimè, per poco tempo. Il giardino stregato attendeva paziente la sua vittima. Un colpo di testa appena un po' alto, il portiere che respinge storto di pugno, un rimbalzo, un urlo, e il pallone piombava nel giardino maledetto. Ci arrampicavamo sul muro, di corsa. E lo vedevamo agonizzante, sgonfiarsi su un cactus o su un sasso-killer. I nostri occhi si riempivano di lacrime. La signora Somaruga usciva subito in vestaglia con un ghigno crudele, prendeva il mezzo palloncino sgonfio e ce lo rimandava sempre con le stesse orrende parole di scherzo «to', facci un cappellino», prorompendo in una risata diabolica. Poi faceva una carezza al cactus dicendogli «bravo, Antonio» e scompariva nella sua casa urlando «andate a giocare in un'altra strada». Cosa, come sapete, impossibile: in ogni strada della città c'era infatti un giardino della signora Somaruga. Dai più semplici, con un solo cespuglio di rose, a quelli complessi, come appunto quello testé descritto per mantenere il quale la Somaruga importava ogni mese piante tropicali e rose speciali tedesche. Si dice avesse anche, in salotto, una plancia di comando con la posizione di tutte le armi offensive, e che appena il pallone varcava il recinto, suonasse un segnale d'allarme, così la strega poteva correre alla finestra e vedere il delitto. Un mio amico, tale Berardini, giura che nel giardino della signora Somaruga di via Ranzani c'erano due cactus semoventi che la signora spostava con carrelli telecomandati per poter forare il pallone al volo. Nessuno, nessuno poteva sfuggire alla maledizione. Finché una volta... La storia della signora Somaruga e il recuperatore di palloni Dovete sapere che, al centoseiesimo pallone divorato in un solo mese dal giardino della signora Somaruga, si tenne nel nostro rione un'assemblea di bande. C'erano i «ciccato e palmo», i terribili scaccolatori di San Donato, i bragheblù delle zone ricche, i cacciatori di rane, i catechisti, i feroci calabroni di via Pratello dalle lunghe cerbottane, gli FFF (fenomenali fattorini di fornaio) con le loro biciclette ammaestrate, i ladri di gelati e i Sioux incendia formiche. Il più autorevole di noi, il capo dei rubagelati, Rodrigo detto Rodrigo il frigo per la sua capacità di mangiare fino a venti ghiaccioli di fila, disse che non si poteva continuare così, che via Audinot era una delle strade da calcio più belle della città, con meravigliosi platani per pali, poche macchine che passavano, fondo di buon asfalto liscio, e non si poteva più rinunciare a quel campo solo per colpa di quel malefico giardino. Bisognava fare qualcosa. Si fecero le prime proposte. Uno scaccolatore propose di bruciare viva la signora Somaruga. Un bragheblù di legare il pallone con un elastico. Un Sioux di giocare con un pallone di ferro. Un altro di entrare di notte e togliere tutti i peli ai cactus e tutte le spine alle rose. Ma nessuna di queste proposte ottenne l'approvazione generale. Finché si alzò a parlare Ernesto il saggio. Ernesto era il più vecchio di tutti noi, aveva undici anni e una folta barba bianca gli incorniciava il volto austero. Godeva tra di noi di molto rispetto perché aveva viaggiato ovunque, ed era stato quasi un anno presso un guru ad Ancona. Ernesto disse che durante uno dei suoi viaggi, in un paese che si chiamava Falconara Marittima, aveva visto alcuni bambini del posto giocare ridendo vicino a un giardino della signora Bertelli che sarebbe l'equivalente marchigiano della signora Somaruga. Alla domanda come mai giocassero con tanta serenità vicino a un così terribile tipo di giardino, risposero: nessuna paura: se succede qualcosa chiamiamo il recuperatore di palloni. E mi spiegarono che nel loro paese c'era un bambino il cui lavoro era appunto recuperare i palloni caduti nei giardini delle signore Somarughe. Il suo nome era Radames. Si chiami Radames, si chiami Radames, gridammo a una voce! E Radames fu chiamato. Radames Radames arrivò una mattina, con una grossa valigia. Era un bambino biondo e grosso con gli occhiali, dall'aspetto alquanto tedesco. Mise subito in chiaro la sua tariffa: quattrocento bustine di figurine, duecento subito e duecento a lavoro finito, e si mise al lavoro: scattò varie foto del giardino della signora Somaruga, disegnò strane figure geometriche su un foglio e fece calcoli complicati. Fatto ciò, disse soddisfatto: «Sì, credo che si possa fare un buon lavoro» e sparì. Quella notte entrò in azione. Per prima cosa con un tronchese speciale tagliò tutte le punte del filo spinato. Poi balzò dentro al giardino e con un rasoio elettrico a pila tosò tutti i cactus fino all'ultimo pelo, trasformandoli in innocui e ridicoli salamoni, indi si applicò al cespuglio di rose: vi lanciò sopra una busta con la scritta «acarus brasiliensis». Ne uscirono venti insettoni color caffè. In due sole ore, a ritmo di samba e mandibole, del cespuglio delle terribili rose non era rimasto che qualche stecchino nerastro. Quindi Radames applicò uno strato di resina molle su ogni sasso appuntito, limò alcuni sassi più resistenti, ripulì tutto dai vetri e dai cocci, e, come ultimo tocco castrò tutte le api dei pungiglioni. Un artista. La mattina dopo più di duecento bambini calciatori erano presenti in via Audinot per poter assistere a ciò che mai occhio umano aveva visto prima d'allora: e cioè un pallone tornare vivo dal giardino della signora Somaruga. Per mezz'ora giocammo nella strada, ma il nostro pensiero non era certo rivolto alla partita, ma al momento fatidico. E il momento venne: fui io, con una rovesciata non so quanto involontaria, a fare varcare al pallone la recinzione del giardino: il pallone rimbalzò sul filo reso innocuo, poi cadde su un cactus, su un altro, su una pietra rotonda, e si fermò al suolo. Vivo e rotondo. Per un attimo solo. Poi, improvvisamente, si afflosciò. Un ululato di delusione riempì la via. E qua vedemmo per la prima volta Radames in azione. Con un balzo felino superò il recinto, piombò nel giardino, afferrò il pallone, e dondolandosi su un albero saltò nuovamente in strada. Quattro secondi per entrare e uscire dal giardino della signora Somaruga. Ma se eravamo ammirati dalla prestazione atletica di Radames, eravamo delusi e incazzati per il suo fallimento. «Ridacci indietro le figurine, impostore», urlò Venanzio, capo degli scaccolatori minacciandolo con una caccola delle dimensioni di un polpettone. «Un momento», disse Radames, «lasciatemi fare l'autopsia». Prese il pallone e lo mise a mollo in un secchio d'acqua. Lo guardò a lungo e poi disse: «Proprio come sospettavo». «Cosa?» chiedemmo. «Come vedete», disse Radames, «strizzando il pallone non si vedono bollicine nell'acqua: il pallone quindi non è bucato». «E allora?» grugnì Venanzio. «E allora è semplice! Il pallone è deceduto per un collasso dovuto alla paura: cioè tale è stato lo spavento nel rendersi conto di trovarsi nel giardino Somaruga che la valvola non ha retto. Bisogna prendere un altro pallone, e spiegargli che non deve più temere nessun pericolo». Tutti restarono un momento interdetti: poi Venanzio rimise la caccola nella fondina e disse: «Ok, ti diamo un 'altra possibilità straniero: ma una sola». Radames non sembrò spaventato. Prese un pallone bianco, gli parlò dolcemente e lo convinse a giocare con noi senza paura. Al terzo calcio fu un bambino «ciccato e palmo» che sbagliò un tiro al volo. La sua scarpa destra volò in un altro rione, e il pallone prese un albero e finì nel giardino. Vi rimbalzò ben dodici volte e si fermò. Intatto. Un urlo di gioia proruppe dalle nostre bocche. Radames prese la rincorsa per saltare la rete e balzò. Ma mentre stava per avvicinarsi al pallone, un essere mostruoso sbucò fuori da casa Somaruga. Era un cane piccolo e grasso di colore bianco, quasi senza zampe e con mostruosi occhi da rospo. Aprì la bocca: essa conteneva un unico canino appuntito, mostruoso. Un attimo e bam, aveva morso e fatto scoppiare il pallone, e puntava minaccioso verso le gambe di Radames, che riuscì a mettersi in salvo solo con un balzo da canguro. «Adesso basta straniero!» disse Venanzio lo scaccolatore, «tu ci stai prendendo per il culo. E' già il secondo pallone che perdi. Fuori le figurine». «Lasciatelo stare», disse Ernesto; «non lo avevamo avvisato che nel giardino c'era anche Yamamoto [tale era il nome del cane]». «Eh già», disse Radames, un po' agitato, «altrimenti avrei calcolato diversamente!». Volarono calci e spintoni. C'era chi voleva dare a Radames una terza possibilità. Chi invece proponeva di farsi ridare le figurine e di pestarlo per bene. Vinsero le colombe. «Ma ricordati», disse Ernesto, «se fallisci questa volta non rivedrai mai più la tua Falconara». Radames disse «non fallirò» e aveva un'espressione fiera negli occhi. Ci consegnò un pallone arancione, di grande bellezza artistica, su cui era dipinto Boniperti al tramonto. Fu Ernesto stesso, con un calcio deciso, che lo spedì nel giardino Somaruga. Il pallone ne fece di tutti i colori. Ballonzolò undici volte sui cactus, atterrò su un'aiuola di petunie e le mostò con una furibonda serie di rimbalzi, ribaltò un vaso di oleandri alto due metri, sfondò un vetro della casa, entrò in salotto, schiacciò su un mobile gli occhiali della signora Somaruga, entrò in cucina, piombò nel tegame del sugo schizzando tutto intorno, aprì il frigo e si rivoltolò in un delizioso vitello tonnato, entrò nella camera da letto della Somaruga, distrusse il ritratto del marito, defunto notaio Somaruga, rimbalzò tre volte sui cuscini lasciando una traccia maleodorante, e arrivò fino al bagno ove la Somaruga era intenta a una operazione delicatissima e per lei molto dolorosa in quanto soffriva di scarsa generosità intestinale; il pallone le ballonzolò intorno mentre lei urlava atterrita, e poi paf, la colpì in faccia, rimbalzò indietro per tutto il corridoio, inseguito da Yamamoto, si buttò dalla finestra e all'ultimo momento scartò a sinistra così che Yamamoto lo mancò e si schiantò al suolo di muso perdendo nell'impatto l'unico dente. Indi il pallone si fermò in bella vista, in mezzo a un giglio, come una meravigliosa apona. Radames balzò nel giardino, e prese il pallone. Nel sole di aprile, col pallone alto tra le mani, come un giovane Atlante che sollevasse il mondo, così lo ricordo, avvolto dal nostro gioioso entusiasmo, dal nostro infantile grido di gioia che come un arcobaleno solcò l'umida verde erba del giardino. Ma dalla porta usci la signora Somaruga, in vestaglia marron diarrea, scarmigliata, gli occhi iniettati di sangue, con due pantofole con un lungo chiodo in punta, tra le mani due lunghi spilloni da calza. Urlammo: «Attento Radames!». Ma già la Somaruga era sopra il recuperatore, che si chiuse a riccio sul pallone. La Somaruga lo colpiva a spillonate e chiodate, il sangue si alzava a zampilli, ma Radames metro su metro, strisciando, mentre i colpi della strega lo riempivano di orrende ferite, si avvicinava alla rete, tenendo il pallone protetto sotto la pancia. Ma ormai le forze gli venivano meno: e capimmo che mai avrebbe potuto scavalcare la rete. E la Somaruga colpi ancora tre volte e alzò il terribile spillone sul pallone, che Radames teneva tra le mani insanguinate. E già un'espressione di gioia sadica le riempiva il volto quando il recuperatore, con un ultimo terribile sforzo, lanciò il pallone fuori nella strada gridando «io muoio, ma tu sei salvo». Il pallone, mi ricordo, cadde proprio tra le mie braccia insanguinato. E allora accadde la cosa incredibile. Un boato tremendo scosse il giardino Somaruga. Un fulmine squarciò il grande albero di albicocche, e ne fuggirono diavoli verdi, camaleonti verdi e mottarelli alla menta. I cactus iniziarono a esplodere come candelotti di dinamite, spargendo intorno spore mefitiche, i vasi crollarono in pezzi e ne uscirono vermi neri, scarafaggi e compiti a casa; il filo spinato diventò una rete di serpenti che sibilando sparirono sotto terra. La casa crollò in un rogo orribile di fiamme e fumo. E la terribile signora Somaruga svanì, dico letteralmente svanì in una fiammata azzurra e fetente: di lei rimase solo un mucchio di cenere, le pantofole e i bigodini. E intanto Yamamoto s'era tramutato in un drago peloso e gigantesco e iniziò a gonfiarsi, a gonfiarsi fino a diventare alto come una casa, due case, tre e improvvisamente bum, esplose, e il fumo nero salì così alto nel cielo che oscurò tutto il rione e gli uccelli caddero arrostiti e i vetri tremarono e il parroco cascò dalla bicicletta e tirò un Dio Padre che ancora oggi si ricorda. Noi, storditi, cademmo a terra tra cenere e lapilli. E quando aprimmo gli occhi, prodigio! La maledizione del giardino maledetto era finita nel preciso momento che il pallone era tornato salvo nella strada. Davanti ai nostri occhi si stendeva ora un bel giardino verde, pettinato all'inglese, liscio e rugiadoso, con margheritine bianche e quattro deliziosi abetini pronti a fare i pali. Uccellini e talpe cantavano. Dalla casa tutta dipinta di bianco uscì la signora Somaruga, vestita di chiffon azzurro, con una nuova pettinatura e due tette niente male. Alzò da terra Radames e gli disse «poverino, ti sei fatto male?, spero di no? ma su, vieni dentro che ti disinfetto». E poi, rivolta a noi: «Ma su, non state lì in strada a sporcarvi. Venite a giocare nel mio giardino. C'è l'erba, è tutto liscio, adattissimo per giocare a pallone. Entrate, entrate. Là dietro c'è un buffet con un po' di dolci e aranciata. Fate come se foste a casa vostra». Entrammo, dapprima timidamente, poi sempre più decisi. Giocavamo a lungo, estasiati tra il profumo dell'erba fresca, tra il cinguettio degli uccelli e l'abbaiare di Yamamoto, che tramutatosi in un grazioso barboncino nero aveva accettato di arbitrare. Ogni tanto la signora Somaruga usciva, vestita spesso con pantaloncini corti e la maglia del Milan, e vezzosamente chiedeva, posso giocare con voi, e sempre dopo un po' prendeva qualcuno di noi e lo portava in casa, diceva, per lavargli le gambette che erano un po' sporche. Tutte le volte il bimbo usciva con una espressione strana sul volto, tra il sognante e il fiero, la stessa di Radames la prima volta che era uscito da quella casa. Così conoscemmo la felicità e l'amore nel giardino che una volta era maledetto. Ogni tanto venivano le cugine della signora Somaruga, due gaie cinquantenni, e allora il gioco diventava anche più interessante. Un brutto giorno di settembre la polizia chiuse il giardino di via Audinot e portò via la signora Somaruga. L'avevano denunciata. Mia madre mi disse, è perché non aveva il tesserino da allenatore di calcio, non era mai stata a Coverciano. Non so se fosse vero. Ma tutto il resto che vi ho raccontato è assolutamente vero.