Duole ancora RENÉ VERGARA ********* Una buona eredità genetica si disperde in un contesto negativo, così come chi nasce in un ambiente disastroso può molto migliorare dopo essere stato introdotto in uno positivo. L'obiettivo di noi cileni dovrebbe essere quello di migliorare al massimo possibile le condizioni fisiche e sociali del nostro ambiente. Questa storia veritiera lo dimostra con drammatica eloquenza. All'incirca a mezzogiorno del 17 gennaio 1952, un uomo che disse di chiamarsi Juan Díaz Otárola vide il cadavere di un bambino galleggiare a faccia in giù, nelle acque sudice della "laguna"di via Sierra Bella al sud del Canale de la Aguada. Si limitò a denunciare il ritrovamento al sergente-capo della caserma dei carabinieri di Santa Elena, e diede come suo recapito la via Brigadiere Walker 2045: via che non esiste, essendoci, in quei paraggi, solo una strada corta che si chiama Brigida e non Brigadiere Walker. Dalle ricerche condotte nell'Ufficio Centrale dell'Anagrafe, saltò fuori solamente un certo Juan Díaz Otárola, domiciliato in via Patronato 41. Interrogato rispetto all'insolito ritrovamento, egli disse di ignorare i fatti e il sergente non riconobbe l'autore della denuncia nella fotografia che del suddetto Díaz Otárola gli veniva esibita. Nessuno sa, in realtà, che cosa abbia spinto un teste tanto strano a fornire nome, cognome e domicilio falsi. Secondo le dichiarazioni di uno degli autori, l'allucinante crimine sarebbe stato commesso approssimativamente quando l'introvabile Juan Díaz Otárola si trovava nei paraggi del luogo del delitto. Il sergente si diresse al luogo segnalato e, con l'aiuto dei suoi uomini e dei vicini, recuperò il cadavere di un bimbo di sette anni. Immediatamente informò del caso il giudice della Sesta Sezione Penale di Santiago. Il magistrato ordinò telefonicamente la rimozione del cadavere e il suo trasferimento all'obitorio, e affidò l'indagine alla Squadra Omicidi. L'esecuzione del mandato, toccò, per turno quindi quasi per caso agli agenti Hernán Escobar e Juan Salinas. All'Istituto Medico Legale, fra cadaveri di adulti di ambedue i sessi, sconosciuti e identificati, interi o mutilati, antichi e nuovi, per loro fu facilissimo trovare quello corrispondente a un bambino gracile e "blu", il blu-violaceo dei cianotici: la tipica colorazione della pelle e delle mucose, dovuta al trauma circolatorio e all'alterazione, di natura tossica, dell'emoglobina. Anche questa tipica degli affogati autentici: quelli che hanno lottato disperatamente per sfuggire all'asfissia. Come sempre, il referto dell'autopsia era laconico: "Asfissia per immersione in acqua". Uno dei medici legali confidò agli investigatori: "Acqua stagnante, putrida, paludosa. Vicino alle labbra si riconoscono piccole ecchimosi rotonde ed escoriazioni dovute alla pressione di piccole dita... e graffiature. Si tratta sicuramente di un infanticidio." "Grazie dottore. Lei sa" domandò Escobar "se il morto indossava una giacca?" "No." Nella segreteria dell'obitorio, un impiegato annota in un registro gli indumenti e gli oggetti rinvenuti indosso ai cadaveri che vengono raccolti nella città. L'annotazione corrispondente al bambino di Sierra Bella diceva: "N.N. Camicia bianca, pantaloni corti, scuri, di lino grezzo. Mutande bianche, scarpe nere e calzini grigi." Parlarono col sergente della caserma Santa Elena: "Com'era il teste?" "Quasi non lo ricordo. Uno di quegli uomini con la faccia e la voce comuni, che non si imprimono nella memoria. Le denunce le scrivo a mano e non alzo lo sguardo dal registro: mi limito a copiare quello che sento. Chi mai poteva sospettare di un teste? Voi?" "No." "Volete vedere il luogo dell'accaduto?" Risposero di sì, e così i tre rappresentanti della legge si incamminarono prima verso ovest e poi verso l'estremo sud della città. "È là" esclamò il sergente mentre attraversavano il vecchio ponte di ferro del canale, stretto tra grigie reti protettive. "Manca poco, ormai." Nelle vicinanze torreggiavano i tralicci dell'alta tensione. Sotto... l'acqua rumorosa, mescolata al fango, correva veloce lungo il declivio scosceso del corso naturale, saltando e vorticando fra le grandi lucide pietre nere, riempiendo l'aria con un olezzo di tiepide acque stagnanti infernali, vischiose. Da est il vento portava un fumo pungente di misere immondizie che bruciano fra mucchi di erbacce ingiallite dal sole dell'estate. Ovunque i soliti bambini seminudi e con il ventre sporgente e gonfio. Cani randagi, con la pelle flaccida e rognosa; gatti spaventati, quasi selvatici, e grumi di mosche appiccicose, coprofaghe, all'assalto dei tiepidi escrementi di una vacca al pascolo. La così detta "laguna",un antico braccio d'acqua che sembra l'amputazione del canale, formava un ovale irregolare, calmo, pestilente, basso. Il suo fondo venne rastrellato e restituì una piccola giacca scura, dalle cui tasche uscirono una biglia rossa e una gialla, una monetina d'argento antico, ecuadoregna, il bastoncino di una fionda e una vecchia busta scritta a mano, con un francobollo straniero, che l'agente Salinas prese per un angolo e agitò per farne scolare l'acqua. Erano in uno spazio aperto, senza alberi né case vicine. Gli autori del delitto dovevano essere stati ossessionati da un gioco di morte e non si erano accorti del testimone-spia oppure egli era arrivato dopo il delitto. Il duro terreno che era stato scenario dell'accaduto, non lasciava intravvedere nessuna orma. Escobar raccolse un piccolo bottone di latta coperto di similpelle, color marrone. I poliziotti guardarono in alto verso est, verso i riflessi iridati della luce del sole sui picchi della Cordigliera e non riuscirono a liberarsi dal peso che li opprimeva. Ritornarono indietro. Nel laboratorio della Polizia Tecnica, la busta fu attentamente lavata e asciugata, stirata e fotografata in controluce radente: i toni violacei dei vapori di iodio metallico colpirono i segni originari e, attraverso il visore del microscopio binoculare, fu possibile leggere: "Sig. Luis Todonovich. Chiloé,1982. Santiago. Cile." La casa di via Chiloé, bassa e verde, stava cadendo a pezzi. Sbarre di ferro proteggevano le finestre. Bussarono alla porta di legno scura e oleosa. Un netto stridio di cardini secchi e un forte odore di sudiciume preannunciarono il profilo di un vecchio volto che si affacciò curioso. Mostrarono i loro documenti: "Cerchiamo Luis Todonovich." Una voce svogliata, impastata dall'alcol rispose: "Esce presto e rientra tardi." Un paio di vecchi mendicanti lasciò la casa. Il guardiano alcolsita domandò: "Che fa?" A volte è solo l'autorità che fa domande: "Lavora?" "Permesso..." altri uomini, quasi senza volto né vita, uscivano dalla casa. "Sì. Ha un posto da lustrascarpe al lato di Las cachas grandes. Qui, dietro l'angolo. In via Franklin." "Che tipo è?" "Un buon uomo. Silenzioso e..." "Che aspetto ha?" "È zoppo, magro. Bianco di capelli. Vive qui con suo figlio e paga la sua quota tutti i giorni." "Vive con qualcun altro?" Il vecchio sdentato sorrise con l'angolo sinistro della sua maschera di anni e di tribolazioni: "Con un'ottantina di persone e più, dipende dalla giornata. Questo è un asilo notturno." "Con qualcun altro della sua famiglia?" "No, signore." "Com'è il bambino?" "Gracile, triste. Dev'essere con suo padre; lo aiuta a lustrare le scarpe..." "Grazie." Lo videro da lontano: la gamba destra era di legno e cuoio e finiva in un anello di bronzo rilucente. Sembrava l'andatura zoppicante di un palmipede. Si avvicinarono pensando, per mestiere, alla forma in cui comunicargli la notizia. I dettagli esterni al dramma sono quasi sempre di troppo. Quasi senza volerlo, Escobar assunse un tono grave: "Signor Todonovich, siamo della polizia. Un ragazzino, crediamo che sia suo..." "Lo so. Era mio figlio. L'ho appena riconosciuto all'obitorio." "Come l'ha saputo?" "Prima di cominciare a lavorare, mentre facevo colazione nel locale accanto, mi ha avvicinato Juan Villa, un ragazzino del quartiere, e m'ha raccontato che Luis Segundo si era affogato nello stagno della Sierra Bella. Mio figlio era scomparso da ieri mattina." "Quanti anni ha Juan Villa?" "11 o 12 anni. Lo chiamano Lametta. Fa il lustrascarpe, canta sugli autobus e ruba." "Dove lo possiamo trovare?" "C'è qualcosa che non va nella morte di mio figlio?" "Tutte le morti pubbliche, signore, vengono indagate come omicidi, finché gli eventi non dimostrano il contrario." "Abbiamo bisogno di parlare con Juan... guardandolo negli occhi." "Ah! All'angolo di Franklin con San Diego, all'entrata del cinema." "Lo descriva, per favore." "Moro, capelli crespi, nervoso. Porta pantaloni neri lunghi, con pezze alle ginocchia e un giaccone di velluto a coste. La sua cassetta degli attrezzi ha una serratura su uno dei lati." "Dove possiamo ritrovarla? Potremmo avere bisogno di lei nei prossimi giorni." "Non lo so. Devo provvedere a tutte le pratiche per la sepoltura. Lascerò un amico a occuparsi del mio posto di lustrascarpe: l'ho avvisato e lo sto aspettando." Lametta si staccò dal paraurti posteriore dell'autobus della linea Ovalle-Negrete, con la grazia alata di un ballerino professionista. La cassetta da lustrascarpe, appesa con cinghie nere, sembrava la cartella di un liceale. Fosco e scapigliato, si fermò all'angolo della strada a osservare il passaggio della gente. Una mano forte gli afferrò la spalla destra e l'aspra voce della legge domandò in tono inquisitore:"Come hai saputo della morte del figlio dello zoppo?" Il ragazzo spalancò gli occhi e la bocca. Riprese rapidamente l'espressione normale, senza smettere di guardare in faccia i poliziotti. Sembrava fare i suoi calcoli. "Me lo hanno raccontato" disse infine. Gli diedero uno scossone degno di un terremoto: "Chi?" "Dei ragazzetti." "Sei agli arresti, Juan Ballista, perché il figlio dello zoppo non è caduto nello stagno." Guardò con attenzione Escobar, Salinas, il suolo e le sue mani nere di cera da scarpe. "Rispondi!" lo incalzarono. "Che cosa posso dirvi? Non so niente" si difese. "Perché l'hai detto allo zoppo?" "Andava in cerca di suo figlio, come un pazzo." "Hai un padre?" "No. È morto." "Sei mai stato arrestato?" "Per furto." "Andiamo." Lo misero in mezzo e si incamminarono per via San Diego, verso il nord. Un altro ragazzino li seguiva... a distanza. "Chi è?" domandò Salinas che lo aveva notato con la coda dell'occhio. "Mio fratello. Non c'entra niente con tutto questo." Lo aspettarono. Anche il ragazzino si fermò. Forse non aveva nemmeno otto anni. "Chiamalo!" Juan gli fece un gesto e lui si avvicinò con un tremolante timore animalesco: "La mamma dice di mandarle i soldi. Dove ti portano?" "Non ne ho di soldi. Mi hanno arrestato." "Vengo anch'io." "No! Torna indietro... dà alla mamma questi dieci pesos." "E cosa le dico?" "Niente. Prendi la cassetta e lucida. Mi metteranno in libertà perché sono ancora un ragazzo." All'angolo di via Ñuble, Escobar commentò: "Mi è sembrato che tuo fratello sapesse quello che è successo allo stagno." "Sì. Gliel'ho raccontato stanotte." "Può darsi che fosse con te quando..." "No. Lui non c'era e io neanche." "Adesso ti regalo un bottone che ho raccolto con le mie mani ai bordi dello stagno. È quello che ti manca nella manica destra. Chiariamo questa faccenda: chi c'era lì?" Il ragazzo si morse le labbra già mordicchiate. Fece delle smorfie strane e fu preso da convulsioni... sembrava ammalato. Con la voce forzata, da uomo, disse: "Dammi una sigaretta." Aspirò il fumo con tre boccate, una dopo l'altra. Vacillò, si grattò la testa e ritornò alla sua voce rotta e confusa, domandando: "Mi picchieranno? Sono epilettico." "No, ragazzo. Nessun poliziotto picchia i bambini." "Non menta, signore. A me, m'hanno picchiato." "Non mento. Parlo dei poliziotti specializzati nell'indagine di delitti gravi. Dobbiamo sapere quello che è successo, perché la morte violenta di un bambino ci riguarda tutti. Sai leggere?" "No." "Sai contare?" Ritornò a guardare a terra. Sembrava che le ultime domande di Salinas lo avessero infastidito. "Va bene. Il gruppo lo formavamo lo Spillino, il Cinese, il Giallo Banana , il Piccolo e io. Ieri ho visto il figlio dello zoppo che faceva colazione nel negozio di via Franklin. Nel momento di pagare l'ho visto tirar fuori vari biglietti da dieci pesos. Ho parlato con lo Spillino e gli ho detto che potevamo invitarlo allo stagno, che avremmo fatto il bagno e gli avremmo preso i soldi. Abbiamo invitato anche gli altri ragazzetti. Tutti e sei siamo saliti su un autobus fino alla fermata 3 de la Gran Avenida; poi, a piedi, tirando pietre ai passeri, cantando e dicendo parolacce, siamo arrivati fino alla pozza. Non c'era nessuno; solo una mucca nera a macchie bianche..." Aspirò lungamente e tossì. La bocca gli si riempì di saliva. Salinas lo prese per un braccio perché si accorse che aveva un mancamento. "Continua." "Fra tutti lo abbiamo buttato a terra e, mentre qualcuno lo teneva e qualcun altro gli tappava la bocca, io gli toglievo il cappotto. Lo abbiamo gettato in acqua, siamo entrati nella pozza anche noi e lo abbiamo trattenuto sott'acqua finché ha smesso di tirare calci. Da fuori gli abbiamo tirato delle pietre. Il Piccolo, che aveva preso i soldi, li ha divisi fra tutti noi. Non erano molti, secondo lui. A me ha dato dieci pesos, il biglietto che avete visto. Abbiamo gettato in acqua anche il paltò. Ci siamo separati lì. Io sono ritornato al Mattatoio e mi sono preso un latte tiepido con pane tostato." Salinas, sposato e con figli, non parlò più. Escobar, scapolo, continuò l'interrogatorio. "Perché l'avete fatto, Juan?" "Non lo so." "Vi ha visto qualcuno?" "No." "Che ora era?" "Mezzogiorno." Le dichiarazioni di Lametta furono confermate dagli altri quattro ragazzetti. Il Piccolo, dodici anni, il più anziano e forte della banda, aggiunse la sua variante: "Quando qualcuno si mette in qualcosa, deve portarla a termine." Il Cinese, dieci anni: "In quello stagno ci siamo buttati varie volte. Juan è mio vicino e insieme ci siamo fatti il bagno nello stagno e perfino nel canale." "A te quanto è toccato?" "Tre pesos." "Li hai ancora?" "No. Ho comprato del cioccolato." Con voce sibilante confidò: "Quel ragazzo non sapeva nuotare." Il Giallo, nove anni, si limitò a piangere. Escobar spiegò al suo capo: "Penso che lo hanno visto in qualche film e che hanno associato una sassaiola a un gioco di morte." Salinas: "Sento tristezza di... questa specie; qualcosa come... nausea morale." (Novembre 1973)